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E.X.P. – Pachamama
uel che i Fu Manchu hanno perso definitivamente, la capacità di graffiare con la lisergìa, si annida tra i solchi di Pachamama. Il debut album dei senesi EXP, in origine allegato al n.7 dell'italianissimo periodico cartaceo Vincebus Eruptum, prende forma in uno stoner'n'roll psichedelico cazzuto. L'effetto straniante non serve a nascondere carenze di idee ma è il contraltare del rock selvaggio che scaturisce da Tripscapes o Blues Fro the Guilded Elephants. EXP and the Masticators of Frequencies pt.1 e 2 invece è pura ricerca espressiva della dilatazione, articolata come l'acid rock comanda. Se invece pestano l'acceleratore, gli EXP suonano come dei Mudhoney in acido (Supavacum Cleaner and the Atomic Mushrooms), piedi per terra e testa tra le nuvole. Sgomberando dal campo il fatto che 'Pachamama' sia una novità in senso assoluto questo disco è un ottimo prodotto dell'Italia acid rock. La sensibilità è moderna ( in fatto di droghe siamo andati avanti negli ultimi trent'anni..) ma il sound e l'attitudine rimane quella dei Blue Cheer o degli MC5, di cui i nostri rifanno una interessantissima Kick Out The Jams. Inoltre, la produzione restituisce alle orecchie il grezzo che serve e lancia la band ai livelli alti delle omologhe nord-europee e statunitensi più blasonate. Francesco Imperato
EAGLE TWIN – The Feather Tipped the Serpent’s Scale
Eagle Twin, ovvero Gentry Densley e Tyler Smith. Due vecchie conoscenze, l'uno per aver militato negli Iceburn prima e nel progetto Ascend poi; l'altro presenza importante nei meno conosciuti Form of Rocket (dove aveva militato pure lo stesso Densley). Insieme hanno iniziato la loro avventura nel 2009 con lo split in compagnia dei Night Terror appena prima del debutto "The Unkindness of Crows", disco che ha suscitato accesi clamori. La loro musica si può definire come una sorta di doom sperimentale free form, un'elaborazione cupa nella quale fanno capolino elementi psichedelici e per certi versi dronici, senza dimenticare la lezione fondamentale dei Melvins più ostici e deviati.Questo nuovo lavoro intitolato "The Feather Tipped the Serpent's Scale" arriva a distanza di tre anni e non fa che confermare tale tesi, anzi rincara la dose creando un sound ancor più psicotico, sconnesso e belluino dove la voce di Densley risulta beffarda, aberrante ed al tempo stesso quasi teatrale. Il risultato è uno sludge doom profondamente drammatico e portato alle estreme conseguenze come forse nessuno in questo momento è in grado di fare. Un esempio? Provate ad ascoltare "Snake Hymn", un brano che testimonia più di qualsiasi altro quanto appena sostenuto. Il mondo terreno che incontra quello spirituale su un palcoscenico dove l'attore recita in modo orrendo e sconclusionato. Una musica che ci fa precipitare nel fango, nella sporcizia e nel disgusto. Eppure tutto sembra andare per il verso giusto. Certo, non si tratta di un sound di facile presa, ma una volta entrati nel loro vortice non ne uscirete più. Noi vi abbiamo avvertito. Cristiano Roversi
EAGLES OF DEATH METAL – Peace love death metal
Quando il tuo nome è Josh Homme, non puoi pensare di mantenere l'anonimato, nonostante nei credits decida di figurare come "Baby Duck" o Carlo Van Saxon e non stai al microfono ed ai riff, ma dietro le pelli ed i crash di un drumkit. Ma questa volta non è tutto nato dalla mente del pel di carota più conosciuto dell'universo stoner rock, bensì pone radici molti anni addietro rispetto all'uscita di "Songs for the deaf": è l'amicizia - come in molti casi - che permette la nascita di simili progetti. Gli Eagles of Death Metal sono capitanati da quell'omino coi baffi da sparviero ed il cantato che ricorda Plant, Little Richards, Elvis e tutta una generazione di icone del rock'n'roll a metà strada tra l'Atlantico ed il Pacifico: Jess Hughes.Gli EODM hanno una missione nella vita: il rock'n'roll, nelle sue forme grezze, sudate, calienti, festaiole e lo fanno rendendo omaggio alla tradizione rock US del ventennio '50/'70, ma modernizzandolo con qualche feedback, riff stoner ed un'innata passione per il garage ed il punk'n'roll. Revivalistico, se vogliamo, ma nell'accezione più positiva e gloriosa del termine: quando nelle scene imperversano tonnellate di rapper tutti pistole e bikini, pseudo dark depressi ed innamorati di Tim Burton, punk stile Lavigne o Good Charlotte, gli EODM fanno ottimo rock e lo fanno senza pretese. "Pace, amore, death metal" ripercorre l'evoluzione stilistica del rock: blues, country, folk, punk, garage. Inizia tutto con l'accattivante "I only want you", primo singolo del gruppo, in cui si denota la verve ironica e ammaliatrice di Jess Hughes: 4/4 secchissimi, vocina in falsetto, gran bel riff. "Speaking in tongues" ricorda the King Pelvis che stringe la mano ai Rolling Stones, poiché se vogliamo il coretto ricorda come stile quello di "Sympathy for the Devil": e chi è The Devil? Ma Jess Hughes, naturalmente. Il terzo brano, "So easy", è figlio di Little Richard, mentre il quarto, "Flames go higher", inizia con uno dei più chiari esempi di stop'n'go, forse volto a testimoniare il divertimento e la genuinità che trasuda dall'album: non ci interessa ricercare la perfezione, vogliamo solo del fuckin'rock. Blues, Led Zeppelin, batteria schematica e sintetica, tutto essenziale e "suonato", come contribuisce il battito della mani, una sorta di metronomo naturale. "Bad dream mama" è una miscela di melodia veloce ed incalzante, con un finale che strizza l'occhio ai magnetici sixies; "English girl" ha il fascino di una jam session, non pennate decise e sporche ed un ottimo uso della distorsione. "Stacks o'money" scoppietta di charleston e del Lou Reed più "pop", come in "Hangin around", tratto da "Transformer"; discorso diverso merita "Midnight Creeper", che ci riporta al blues di Rob Johnson, Dylan nel Delta del Mississippi. "Stuck in metal" è una cover degli Stealers Wheel, e ricorda anche i Cream di Clapton ed il rock ignorante dei Ram Jam, mentre "Already died" è una ballad sofferente e lacrimosa, distorta ed ubriaca in stile QOTSA. "Kiss the devil" riprende la batteria dei grandissimi Creedence Clearwater Revival, mentre "Whorehoppin (shit, Goddamn)" presenta un assolo barbaro, in cui la chitarra è fuzz e sembra esplodere e sproloquiare. Gli ultimi tre brani ("San Berdoo Sunburn", "Wastin' My Time" e "Miss Alissa") tributano rispettivamente i T Rex ed il country folk, il black boogie con piano ed il Little Richards di Lucille. Gabriele “Sgabrioz” Mureddu
EARTH – Angels of Darkness, Demons of Light I
Cinque perle nere che causano in chi le coglie emozione e immenso pathos. Sono le cinque canzoni che componogo il primo dei due capitoli di "Angels of Darkness, Demons of Light", nuovo magnum opus degli Earth, assurti con gli ultimi tre lavori alla carica di menestrelli della polverosa, sempre più inquietante contemporaneità. Perché se vivere oggi è difficile, lo è ancora di più pensando al futuro. Da qui giunge la necessità di produrre musica non volendo parlare solo a se stessi, bensì ai cuore di chi si pone all'ascolto. E medita sulla forza emotiva dei passaggi strumentali, sull'essenzialità delle linee tracciate dalla chitarra di Dylan Carlson, sulla complicità creata dalle ritmiche lente e pastose di Adrienne Davies (batteria) e Karl Blau (basso), sugli inserti di cello magici e al tempo stesso inquietanti di Lori Goldston.Un album dalla purezza sconvolgente, di una linearità cristallina e tersa. Un disco che si pone come ideale prosecuzione del viaggio intrapreso a partire da "Hex: or Printing in the Infernal Method" (2005) e proseguito con sapienza e brillantezza in "Hibernaculum" (2007) e "The Bees Made Honey in the Lion's Skull" (2008). La prima parte di "Angels of Darkness, Demons of Light" è epitome e superamento critico di questa ricerca. Quello che è stato definito da più parti come "minimalistic doom" è in realtà psichedelia nel senso ampio del termine: chitarre rarefatte, tensioni acide che imbevono il cuore, sperimentalismo ultracorporeo, delle rovine rumorose dalle quali si emergere puntando verso una nuova transizione. È come una sposa che si spoglia delle distorsioni per regalarsi al piano di Lamonte Young. Dove cielo e inferno si sfiorano e si toccano. «Riff sciolti nel tempo», quanta verità. Quando la linea di chitarra di "Old Black" diventa wah-wah è pura estasi. I passi notturni di "Father Midnight" sono rarefatti e cinematici; la stasi avvolgente di "Descent to the Zenith" scatena calde lacrime; i canyon che "Hell's Winter" materializza sono proiezioni mentali così vibranti da essere reali, concrete. I venti minuti conclusivi della title track sono il compendio paradisiaco di un gruppo che compone uno dei brani doom più naturali e antiteorici degli ultimi tempi. Sono passati 20 anni da "Extra-Capsular Extraction", 15 da "Phase 3: Thrones and Dominions". E gli Earth compiono un ulteriore passo in avanti. Sempre più verso la perfezione. Alessandro Zoppo
EARTH – Earth 2
Il drone. Rallenta rallenta rallenta, distorci distorci distorci, amplifica amplifica amplifica... il drone. Praticamente un’orchestra sinfonica, basso, chitarra, psychofarmaci, lsd, mdma, psylocibina, mescalina. Anfetamina? No no, anfetamina neanche l’ombra. Rallenta rallenta rallenta, distorci distorci distorci, amplifica amplifica amplifica... il drone. Hey, mi vibra la scrivania, mi balla il puntatore del mouse, è un terremoto a rallentatore? Ma no, è il drone. Oh, ma una batteria no eh? Ah, no no, sarebbe troppo articolato, sarebbe troppo veloce, sarebbe poco distorto, sarebbe troppo poco drone.A distanza di mesi bisogna ancora capire se è un disco o una presa per il culo. Forse è una presa per il culo, poi li guardi in faccia e dici “no no, questi sono davvero”. Pensi sia un disco, poi li guardi in faccia e dici "no no, questi non hanno idea di che sia un disco”. Capolavoro? Presa per il culo? Beh, di certo è di molto, molto, davvero di molto drone. Cazzo se è drone. “Teeth of Lions Rule the Divine”. C’è chi dà le mazzate, loro ti torturano. Rallenta rallenta rallenta, distorci distorci distorci, amplifica amplifica amplifica... il drone. De-generi?... mmmhhh... De-drone? No. THE drone. La cosa che fa ridere è che sia uscito sotto Sub Pop. Ah ah ah... molto molto Sup Pop. Quasi come i semi di girasole di Giovanni Rana, o quasi come il drone della Sub Pop. Pier ‘porra’ Paolo
EARTH – Hex (or printing in the infernal method)
Ci sono molti modi per esplorare il niente, l'assenza, l'angoscia del nulla. Con questo disco gli Earth ci insegnano una nuova strada in cui può incamminarsi il drone verso la sua ricerca dello spazio intercerebrale.Niente riff monolitici, niente distorsioni spaccatimpani, niente suoni che squarciano le membra; la direzione presa con questo Hex è quella della tranquillità sonora, che diventa desolazione sensibile grazie alle melodie ossessivamente ripetute da Dylan Carlson. Di primo acchitto proprio non sembra un disco degli Earth, viene più facilmente alla mente uno sfogo slow-country dei sigur ros, ma presto l'aria si fà ossessiva e pesante, l'attitudine alla lentezza esasperata si manifesta ed ecco che gli Earth si scorgono in mezzo al mare di distorsione che manca. L'atmosfera (resa anche grazie allo stile dell'artwork) è quella del classico deserto fatto di coyote, di cactus e di peyote. Pezzi come "The dire and ever circling wolves" e "An inquest concerning teeth" (che spiccano per bellezza) non possono non far balzare in mente western in slow motion; i pezzi più corti basati sulla steel guitar o su tromboni e campane tubolari, invece, rendono bene immagini di laghi essicati, isolate montagne in lontananza e piccoli insetti che rovistano nelle membra di cowboy trapassati. Questo hex è un disco che spiazzerà i puristi del drone, convincerà chi lo ritiene un genere troppo estremo e sicuramente piacerà a chi ama il deserto e la psichedelia. Togliendo le aspettative, ne rimane un ottimo disco che sotto una pelle morbida nasconde una pesantezza emozionale degna del doom più cupo, gli Earth tolgono la speranza anche dalla tranquillità. Federico Cerchiari
EARTH – Hibernaculum
Nuova uscita degli Earth e nuovo gioiello per orecchie. Carlson continua per la sua strada sviluppando il suo muro di immagini con cui ha rimpiazzato il precedente muro di suono, hibernaculum segue "Hex.." nei suoni e lo precede nelle composizioni, infatti si tratta di riproposizioni di pezzi vecchi in chiave pulita.Eccezzion fatta per "Miami morning coming down", composta ad hoc per questo disco, la scaletta è composta da due dei pezzi storici della band ("Ouroboros is broken" da Extra-Capsular Extraction e "Coda Maestoso in F(Flat) Minor" da Pentastar:In the style of demons) e da una rarità comparsa in un recente split con i Sunn O))), A plague of Angels. Non si può parlare però di disco solo per i fan perchè i pezzi in questa chiave assumono un'anima del tutto nuova: lo straniamento è sostituito con l'abbattimento. E' meno presente l'effetto ipnotico tipico del drone ma il campo è dominato dalla pesantezza delle melodie, che risuonano nella stasi a firma Carlson. Forse è il disco con cui ci si stacca definitivamente dal drone, gli arrangiamenti blues-country rendono tutto troppo variabile perchè si parli ancora di drone ma l'atmosfera creata rimane legata a quello che gli Earth inventarono ormai 15 anni fa. Insomma, gli amanti del drone non possono perdersi questa uscita perchè rimane pur sempre un disco che spalma i neuroni a terra, mentre gli amanti della musica in generale non possono perdersi questa uscita perchè "a mente fredda" abbiamo a che fare con 4 canzoni arrangiate benissimo e prodotte anche meglio. Ad impreziosire il tutto poi c'è lo splendido artwork firmato O'Malley/Hunt e un DVD ad opera dello stesso Seldon Hunt contenente un documentario sull'ultima avventura europea di Sunn O))) ed Earth, non fondamentale ma riesce comunque ad impreziosire un prodotto di gran valore. Federico Cerchiari
EARTH – Primitive and Deadly
Gli Earth arrivano a quota undici. Undici lavori dispensati al pubblico negli ultimi 20 anni. Fondamentalmente, pur facendo qualcosa di diverso dal solito per i loro standard – sempre alti, non fraintendiamoci – questa volta non apportano al mondo dello stoner contemporaneo un disco che si può definire a pieni polmoni "originale". Detto questo, c'è da aggiungere in loro favore che, ad oggi, c'è troppa carne al fuoco nel genere ed è difficile discernere il vero valore di un prodotto piuttosto che il fumo negli occhi gettato da buona grafica e fuzz di mestiere. "Primitive and Deadly" – che non solo è il nome dell'album, ma è anche il commento più serafico e specifico che esso merita – con le sue cinque lunghe canzoni dai riff poderosi e polverosi, si piazza nella top 10 dell'anno. Sì, anche con tutte le premesse di cui sopra.
Seppur non originali, le cinque tracce si lasciano ascoltare penetrando nella psiche facendo leva su ridondanza perfetta e distorsioni "totali" calibrate dal magnifico lavoro che musicisti e produttori hanno svolto in due delle location culto dell'alternativo desertico (Rancho de La Luna e Avast! Recording Company). Le stesse tracce, musicalmente ineccepibili, si fregiano di voci d'eccezione: personalità che danno vita a un concept primitivo, morente. Mark Lanegan (senza troppi fronzoli e presentazioni, perché se non sapete chi è... dovreste ripassare la lezione del giorno e andarvi ad ascoltare prima gli Screaming Trees – tutti – e poi "Bubblegum " del 2004, per esempio) interpreta con la sua ugola graffiante e romanticamente cinerea due brani dai titoli mistici: "There's a Serpent Coming" e "Rooks Across the Gates" (che potrebbe con disinvoltura essere inserito nella discografia del signor Lanegan stesso, sempre in bilico tra spiritualità, delusione nei confronti del genere umano e amore seppur distorto dal fondo spesso di un bicchiere). L'altra ospite d'eccezione è la talentuosa Rabia Shaheen Qazi, che oltre ad avere un nome meraviglioso e a far parte della band Rose Windows, regala a "From the Zodiacal Light" quel tocco à la Devil's Blood che fa sempre piacere – soprattutto dopo la dipartita di Selim Lemouchi. Ora non so cosa passi per la testa del caro Dylan Carlson, ma anche stavolta sembra averci preso perfettamente: l'album è intenso e ossessivo, come il tamburo che risuona al centro della Terra. Che ci chiama e ci ipnotizza. In fede, S.H.Palmer --- Actually "Primitive and Deadly " is not only a straight-in-the-face title for an album, but also a straight and summarizing review of the same work. I'm talking about the brand new Earth's studio recordings. Those few songs were recorded and manipulated at the stoner cult accommodation Rancho de la Luna and in Seattle, the true alternative sacred city for all the stoned ones, since the late 80ies. I have to admit it, I'm gonna really loving it for a bunch of simple reasons, even if in a certain way this could be considered a same old one, although a good one – every song is long, and obsessive, and sludgy. Everything is dirty enough, as it demands. Riffs are heavy like the Bricks... from L7, yes they are.
The band is not new on this planet made of psychedelic fuzzy remembrance – this is their 11th album, at least. Something not very new – so – in the astonishing-contemporary-stoner panorama, fair to say. But well done. Super well done, damn it. Every movement is perfectly calibrated on the cosmic wave between heartful mantras and deadly chords. "Primitive and Deadly" summarizes the whole album, in which "his master voice" Mark Lanegan blows some smoke on this pre-apocalyptical scenario ("There's a Serpent Coming" and "Rooks Across the Gates"): intense, massive symbolic skyline, which revealed itself through the bottom of his empty glass. As beautiful as violently romantic is the voice of Rabia Shaheen Qazi, woman of talent – with a lovely name – who sings along "From the Zodiacal Light", an intimate trip among the mystical view of the Earth through the Earth.
Faithfully yours, S.H. Palmer
EARTHLESS – Rhythms from a Cosmic Sky
Gli Earthless si confermano una delle migliori band dedite alle jam psichedeliche e soprattutto dei veri e propri animali da palco, ambiente in cui manifestano tutte le loro immense capacità di live-band. Idea che si potrebbe già avere ascoltando i loro dischi, ma è soprattutto con l’ultimo lavoro che ne danno conferma: si parla del “Live at Roadburn”, la rassegna europea più importante per tali sonorità, in cui hanno riscosso consensi grazie ad un live di 80 minuti, in cui hanno suonato solo due brani. Incredibilmente folli.“Rhytms from a Cosmic Sky” è una galassia costellata da tante influenze che brillano di vita propria e senza cadere nel manierismo. Il tessuto base è quello della lunga jam psichedelica, dove tra i Cream ed Hendrix, i primi Nebula e le band progressive psych giapponesi, il terzetto di San Diego scolpisce colonnati di riverberi e possenti riff, ottime melodie e bordate dovute ad una sezione ritmica varia ed impeccabile. Tre soli brani differenti tra loro ed eterogenie, con cambi di melodia e velocità, ripercorrono le correnti che si sono avvicendate tra gli anni 60 e la fine dei 70. “Godspeed” e “Sonic Prayer” (che cita il titolo del disco precedente, in un continuum che rinvia al concetto stesso di jam) sono due universi che si contraggono e sono pronti ad implodere, esplodere e rinascere, come in una continua ed ininterrotta teoria del big bang sintetizzata in venti minuti e messa sulla spartito. “Cherry Red” invece si allontana notevolmente dai crismi finora esposti, perché si tratta di un’ottima cover degli storici Groundhogs. Il consiglio è semplice: procuratevi questo album e non perdete occasione per vederli live. Che la tempesta magnetica abbia inizio. Gabriele "Sgabrioz" Mureddu
EARTHLING SOCIETY – Albion
Esplosioni di colori che prendono forma in un abbagliante vortice sonoro servito a base di chitarre, ritmiche infuocate, percussioni, synth e flauto. È questo l’universo che si materializza ascoltando “Albion”, disco d’esordio della Earthling Society, band inglese nata nel 2004 e dedita ad un rock figlio della migliore tradizione space, kraut e psych.I riferimenti di Fred, David e Jon sono Hawkwind, Ash Ra Tempel, Tangerine Dream, Pink Floyd, Amon Duul II e Ozric Tentacles, mentre la fonte d’ispirazione per le lyrics è tratta dai classici della letteratura occulta ed esoterica quali Arthur Machen, Phillip K. Dick, H.P Lovecraft e Gustave Meyrink. Non ci si può aspettare di meglio dunque, difatti “Albion” ammalia per freschezza e personalità. L’avvio è travolgente: “Black witch” è una cavalcata astrale nella quale emerge un fluido solo di chitarra che stordisce e travolge. Le vocals di “Heart of glass” provengono da galassie lontane, sussurri e bisbigli indistinti incutono timori ancestrali. Ci pensa la title track a ristabilire l’ordine, space e progressive si fondono, folate di synth ed una inaspettata vena pop nelle melodie vocali prendono il sopravvento. “Outsideofintime” e “When it all comes down” propongono una psichedelia acida e dilatata, filtrata attraverso francobolli di lsd e spore di psylocibe, mentre “Beltane queen” è un affresco bucolico che ci fa respirare l’aria pura del tipico ‘countryside’ britannico, chitarra acustica percussioni e flauto a far da padroni. Si giunge così alla conclusione con “Universal machine”, quattordici minuti in cui tutto il talento del gruppo prende forma: inizio di pianoforte e voce, entrano basso, batteria, tastiere e chitarra a creare un avvolgente giro dub space rock, tappeti di synth, ritmiche impazzite e il gioco è fatto. Deve essere davvero un bel posto Lancashire per partorire delle menti come quelle degli Earthling Society. Se anche Julian Cope ha amato questo disco, potete star sicuri sulla sua qualità. Alessandro Zoppo
EARTHRIDE – Vampire Circus
Dopo l'eccitante debutto "Taming of the demons", tornano a farsi vivi gli Earthride, i Motorhead del doom. Il nuovo "Vampire circus" è un disco destinato ad affascinare e stregare le menti di tanti ascoltatori, sia appassionati di doom che di stoner. Non a caso in questo album c'è dentro davvero di tutto: ci sono le cavalcate groovy rock, c'è il doom della classica tradizione Saint Vitus/The Obsessed, ci sono ampi riferimenti all'hard rock degli anni '70, c'è tanto di quel ritmo da far muovere braccia, culo e gambe anche ad un morto in fase di decomposizione.D'altronde il circo dei vampiri messo in scena da Dave Sherman, Eric Little, Kyle Van Steinburg e Rob Hampshire (per chi non lo sapesse, un passato in Wretched, Spirit Caravan e Internal Void) è uno spettacolo che questa volta punta più sulla qualità che sull'impatto. Se l'esordio tendeva spesso ad appiattirsi su una forma canzone sì tosta e diretta ma fin troppo monolitica, "Vampire circus" si gioca la carta dell'eclettismo e vince in pieno la sua scommessa. Complice la perfetta produzione di Mike Dean (per chi non lo sapesse - ancora una volta… - bassista dei Corrosion Of Conformity), il doom'n'roll degli Earthride fa il pieno di whisky, acidi ed erba, dilatando le proprie coordinate verso nuovi orizzonti. Se l'iniziale "Fighting the devils inside you" apre le danze con un riff di wah-wah che leva il fiato e fa scuotere il capoccione, la title track, "Understand" e "For wrath and ruin" tengono alto il ritmo con ritmiche possenti, chitarre ipersature ed il cantato alcolico di Sherman in bella evidenza. Fin qui nulla di nuovo. Anche perché le sorprese giungono altrove. "Dirtnap" e "Swamp witch" sono bollenti eruzioni vulcaniche, nelle quali si fanno largo liquidi inserti di hammond (suonato per l'occasione da Mick Shower dei Clutch) per un risultato finale da brividi. "God's own medicine" e "In the world I live" sommano ad un coinvolgimento elevato un tasso melodico che si imprime immediatamente nel cervello, mentre "Loss" è un esperimento psichedelico perfettamente riuscito, dilatato al massimo e messo a fuoco in maniera eccelsa. Grandissimi Earthride, sono da prendere come esempio da tutti coloro i quali si cimentano con questo genere di sonorità: dopo un primo disco che fungeva da manifesto programmatico, hanno trovato modo e coraggio di osare, riuscendoci in pieno. Uno dei migliori lavori di questo 2005. Pure Maryland doom for the brotherhood of music! Alessandro Zoppo
EASY CHAIR – Easy Chair
Giovani freak del Northwest da amare incondizionatamente. Born losers per antonomasia, gli Easy Chair pubblicano nel 1968 un album registrato da un lato solo della durata di 20 minuti, ricordato soltanto da vinilisti monomaniaci di tutti i tempi. Troppo poco per passare alla storia, potremmo obiettare. Ma le comparsate con Yarbirds e Cream attirano l'interesse di un certo Frank Zappa che scippa loro Jeff Simmons (basso e voce) per i suoi Mothers of Invention.
Andando al disco in questione, le gioie non sono poche. La melliflua "Slender Woman" in apertura è dolce e carezzevole come psychedelic dream doorsiano. Quasi dieci minuti di miele e joint inside this house…. "My Own Life" è puro West Coast meets Cream a bomba con supereroi quali wah wah e fuzz. Quello che colpisce è la già alta qualità di scrittura che hanno questi junkhead. Il finale è il manifesto che porta lo stesso nome del gruppo e sarebbe piaciuta a un certo Booby Liebling per il suo incedere potente e dark al contempo. Dopo questo, l'oblio. Non per tutti, ma per il gruppo siffatto è la sparizone. Fino ad oggi. Perché grazie alla World In Sound la malasorte ancora una volta è stata smarcata. Godiamone tutti. Eugenio Di Giacomantonio
EGYPT – Become the Sun
Storia particolare quella degli Egypt, formatisi a Fargo (North Dakota) nel 2003 e sciolti nel 2005. In quei due anni la band realizzò una demo, successivamente stampata in vinile dalla Lyderbhorn Records in edizione limitata a 500 copie, ben presto esaurite. Nel 2009 fu la Meteorcity a ristampare lo stesso in CD. Intorno al 2012 il gruppo si riforma con due dei tre membri originali, Aaron Esterby (basso, voce) e Chad Heille (batteria), e il nuovo arrivo Neil Stein alla chitarra, in sostituzione di Ryan Grahn. "Become the Sun" è l'album del ritorno, in realtà un debutto poiché il precedente lavoro era un EP di 4 tracce. Verosimilmimente si puù parlare di vero e proprio nuovo corso: fermo restando il nome, la band non ha modificato di molto il sound, che resta uno stoner doom con richiami alla psichedelia, al southern, al blues e ovviamente all'hard rock. Nel precedente lavoro vi era una verve desert che oggi sembra venir meno, seppure non svanita del tutto.Il suono degli Egypt di oggi mostra un irrobustimento sia sul versante vocale che in quello sonoro. In alcune songs emerge anche un'attitudine stradaiola alla Leadfoot, formazione che nella seconda metà dei 90 realizzò un paio di interessanti album hard southern stoner e con membri che provenivano dai Corrosion of Conformity. "Become the Sun" è un buon lavoro, gli elementi ci sono tutti: heavy riff, wah wah, corpose vocals, l'odore del whisky e la polvere che il vento ti soffia addosso. Ogni tanto i ritmi si fanno più cadenzti, ma sono istanti perché si torna prontamente ad incalzare, tra ZZ Top, Black Sabbath, Five Horse Johnson, Clutch, Albatross Overdrive e accenni doom. Gli Egypt ci consegnano 10 tracce di hard southern stoner doom niente male: chi aveva amato il loro EP qui troverà meno psichedelia e molto più fango. Niente Valle dei Re o misticismi legati all'antico splendore dell'Egitto che fu, le acque sembrano quelle del Mississipi anziché del Nilo. Tra i brani, segnalazione per una cover dei Deep Purple, "Black Night", riproposta secondo i canoni Egypt ma abbastanza fedele all'originale. Antonio Fazio
EIKASIA – Promo 2003
Da buona rock woman quale sono per me è sempre motivo di orgoglio di appartenenza alla razza femminile potere ascoltare voci di donne che fanno musica con le palle e lo fanno in modo sincero e passionale, senza dare importanza a mode effimere, esigenze di mercato, aspetto fisico da urlo ma assenza di carisma...cosa assai difficile al giorno d'oggi. Gli Eikasia arrivano dalla provincia di Pordenone, e sono in azione dal Marzo 2001. Leggendo le loro note biografiche possiamo constatare una ottima attività live, con partecipazioni a veri Festival e rassegne non solo a livello locale, iter classico che ogni buona rock band deve quasi obbligatoriamente seguire... Ottimi riscontri anche da parte della critica sia "cartacea" che "web"... Il curriculum si presenta interessante e soddisfacente, quindi. Ma passiamo alla musica..... Gli Eikasia si presentano nella classica formazione di 4 elementi (basso/batteria/chitarre/voce) e sono autori di un sound che mixa in modo molto efficace sonorità dalle tinte cupe e oscure a elementi metallici. Il punto di forza è sicuramente la voce di Lucia, dotata di una ottima estensione... che sa essere sia limpida che potente (nei primi casi mi ricorda molto quella di Carolyne dei Mourn, nei secondi quella della grintosissima Otep). Dal modo in cui canta possiamo chiaramente "sentire" quella "passione" di cui parlavo prima.. si intuisce benissimo che Lucia canta per amore del rock e non perchè fa trend avere la vocalist e potere cosi catalizzare l'attenzione dell'audience. Ovviamente però i suoi compagni d'avventura offrono un eccellente tappeto sonoro in cui dominano elementi "dark" sopratutto grazie ad una chitarra (Gianmaria) dai riff "liquidi" e melanconici, che sa creare atmosfere oscure attraversate da lampi di luce il tutto supportato da una ottima base ritmica, con basso pulsante (Daniele) e drumming sostenuto e vibrante (Nicolò). La caratteristica che colpisce maggiomente dei tre brani che compongono il promo è la "non banalità" ...intendo dire che la struttura delle tre canzoni è decisamente "asimmetrica" con frequenti cambi di ritmo e di melodia, quindi anche non facili da eseguire. Buoni anche i testi e il pathos che gli Eikasia sanno generare durante l'ascolto dei loro brani. Gli Eikasia cantano in inglese e i tre brani che si susseguno nel cd sono "Hello", "All My Thoughts Explode in My Head", e "Wings of Life" che personalmente ritengo la migliore, sia dal punto di vista musicale che da quello del coinvolgimento emotivo, soprattutto nel crescendo finale, con la voce e gli strumenti che a poco a poco vanno aumentando in ritmo e potenza... Un gruppo da tenere d'occhio...e permettetemi ancora una volta di rivolgere i miei complimenti a Lucia. Io sostengo con tutte le mie forze le donne che fanno rock...forse perchè spesso e volentieri mi capita di sentire commenti poco edificanti da parte dei maschi...ma che si voglia o no il rock è anche donna e gli esempi ci sono! The Stoner Witch
EKESKOG – Five Skinsplits before The Flight
Cos'hanno in comune Slint, Radiohead, Melvins, Kyuss, Tool e Pelican con la poesia densa di violenti aforismi di Lautréamont e la narrativa gotica di Walpole? apparentemente non molto, ma gli Ekeskog non sembrano pensarla così, almeno a giudicare da "Five skinsplits before the flight", secondo demo della band bresciana, un'altra sotterranea incisione che come da tradizione italica mescola tutti gli ingredienti del più spigoloso rock indipedente, in un onirico e avventuroso viaggio fatto di studiate distorsioni, parti vocali intimiste e atmosfere ravvisabili in prossimità del crepuscolo. Il dischetto è avvolto in una bella confezione artigianale, però la registrazione sufficientemente professionale e la perizia del terzetto fuga ogni possibile dubbio di dilettantismo: il primo strumentale "Close pt.2" è un post rock che fa tornare in mente gli Shellac rivisti alla luce delle esperienze psichedeliche di questi ultimi anni, così come la seguente "Pandemonium" si allarga verso sensazioni notturne grazie a vocals malinconiche e solidamente rock che fanno capolino nell'ultima parte.Da "Delitzschala Bitterfeldensis", un'effettistico intermezzo paleozoico studiato con efficacia, questa seconda fatica degli Ekeskog è destinata a crescere: si arriva infatti all'ottima "The Void Is The Vortex Is The Void", nella quale il terzetto molla il freno e si lancia in una dura, evocativa psichedelia progressiva, che trasfigura indie e stoner in una spirale in continua mutazione. "Requiem For Moribata" ci fa infine assaporare il lato informale del terzetto, tra cupi rumorismi che risuonano funesti, evitando però di scadere nell'effettaccio. Non so in questi ultimi periodi come si sia evoluto il cammino degli Ekeskog, ma già "Five skinsplits before the flight" è un capitolo soddisfacente. Roberto Mattei
EL BUZZARD – El Buzzard
La capacità di sintesi è senza ombra di dubbio la dote principale degli El Buzzard. La dice lunga il fatto che il loro primo cd, composto da 11 pezzi, in realtà è un mini che supera di poco i 20 minuti. Brani che durano in media 120 secondi e che riescono in così poco tempo a condensare cambi di tempo, break visionari e atmosfere diverse (dalla violenza dei riff al rumore puro delle distorsioni passando per alcune accattivanti melodie). Quanto prodotto dal quartetto di San Jose è un noise rock tinto di sludge, incentrato sulle chitarre taglienti di Troy e Gene, sulle ritmiche sghembe di Clay (batteria) e Josh (basso) e su vocals urlate e sofferenti. Punti di riferimento possono essere rintracciati in Melvins, Unsane, Jesus Lizard e Cavity, una folle cricca che fa della deviazione mentale e dell’aggressività il proprio motto. Ovviamente nemmeno gli El Buzzard si risparmiano e ci sparano addosso piccole schegge che colpiscono in pieno volto, missili dissonanti che esplodono in disperate deflagrazioni, espressione di frustrazioni e voglia di riscatto sociale. In mezzo al panico creato da bordate opprimenti come “Welcome to Quazi”, “Blacklace” e “Short report” spunta anche qualche spiraglio melodico, evidente nel groove quasi stoner di “Retard” e “Moonshine”. Ma è la conclusiva “That’s what they want they want” a rimettere tutto al suo posto piazzandosi come sigillo conclusivo del tipico sound targato El Buzzard, un misto micidiale di noise, sludge e hardcore. Metteteci insieme anche una produzione secca ma essenziale ed un artwork davvero bello e avrete un gruppo da tenere assolutamente sott’occhio. This is fuckin’ noise bullshit! Alessandro Zoppo
EL CACO – Solid rest
Due anni dopo il debutto "Viva", disco acclamato da pubblico e critica, tornano in pista i norvegesi El Caco, una delle realtà più promettenti in campo stoner rock. Le varie performances live in compagnia di colossi del calibro di We e Nebula sembrano aver giovato al trio, autore di una prova maiuscola e convincente dopo le premesse positive create dall'esordio. La produzione di Daniel Bergstrand (dietro alla consolle con gente come In Flames e Meshuggah) mette in risalto la potenza ed il groove di un gruppo dedito ad una forma particolare e assolutamente coinvolgente di heavy rock: non siamo di fronte a banali canzoni stoner che si risolvono nel giro di un riff o di un chorus monotono, qui c'è un'alternanza pressoché perfetta di pesantezza e melodia, qualcosa di unico in questo genere. La voce di Oyvind Osa (anche al basso) compie delle progressioni armoniche che lasciano sbalorditi, la sua vena oscura permea di stranezza e pallore composizioni stringate ed essenziali, congeniali alle chitarre grintose di Anders Gjesti e al drumming di Thomas Fredriksen. Sono soprattutto le enormi capacità in fase di songwriting a sorprendere, comporre pezzi come "The small hours" e "H.A.H." non è opera semplice: nonostante l'immediatezza dei suoni e l'influenza derivata dai numi tutelari Kyuss (le chitarre di "Blind no more" lo dimostrano in pieno…), c'è una complessità di fondo nelle trame sonore, nelle costruzioni armoniche e nell'energia sprigionata da farci restare attoniti. La componente psichedelica è ridotta all'osso ma quando fa capolino riesce a colpire nel segno, merito dell'alternanza di vocals filtrate e toccanti che ci conducono in luoghi onirici ("Mrs. Coma") e di riff isterici che fungono da contrappunto ad una passionalità mai sopita ("Space station"). Anche quando si è convinti di aver capito in quale direzione volge il disco la grande verve degli El Caco capovolge le coordinate seguite e si getta su schegge sonore dalla corrosività targata Metallica ("Marionette") o su dinamiche alternative di marca Therapy? che si mischiano ad atmosfere evocative (il singolo "A nice day"). E' un esempio di grande versatilità, che trascende episodi più irruenti come "Get up (on the sidewalk)" e "Suffocate" per confluire in una forma canzone compiuta e delineata, insomma, un vero e proprio "El Caco style". Trovare qualcosa di tanto particolare al giorno d'oggi è impresa non da poco, questi tre ragazzi sono riusciti nell'intento di bissare il successo del debutto e "Solid rest" non fa altro che consolidare la loro posizione di new sensation nella scena hard rock e metal odierna. Alessandro Zoppo
EL FESTIVAL DE LOS VIAJES – El Festival de los Viajes
I vecchi western negli occhi e la musica psichedelica nel cuore. Questo il background di El Festival de los Viajes, nuovo, entusiasmante progetto che vede coinvolti alcuni tra gli esponenti più in vista della scena heavy psych argentina, tra i quali Dragonauta, Los Kahunas, Poseidótica, Jesus Martyr e Frentz Moon. Il gruppo nasce in realtà nel 2005 ma trova solo oggi compiuta realizzazione con l'uscita del debut album omonimo su Aquatalan Records. Un collettivo in tutto e per tutto, formato da Federico Wolman (voce, synth), Mathías Harbek (chitarre), Martín Rodríguez (basso, chitarra acustica), Adrián Felcman (batteria, synth), Sabina Schapiro (voce, percussioni), Martín Furia (ingegnere del suono in studio) e Richard Richmoon (ingegnere del suono dal vivo).Il disco parte dall'idea di trasformare i western musicati da Ennio Morricone e il lavoro sperimentale di Joe Meek in una sorta di score lisergico. Il mezzo utilizzato è un acid rock dilatato che prende da Can, Pink Floyd, Soft Machine, ben miscelato con il country folk dei Flying Burrito Brothers. Ciò che viene fuori sono queste otto tracce non certo originali, tuttavia sentite e molto ispirate. Piacciono le atmosfere languide che si respirano durante l'ascolto e la voce profonda di Federico, un nuovo aspetto che si scopre con sorpresa rispetto al tono demoniaco dei suoi Dragonauta. I migliori episodi del disco sono senza dubbio la seconda parte di "El Nagual", fine e visionaria psichedelia degna dei grandi del passato, e la meravigliosa "Conjuro de los Matados", brano suggestivo ed emozionante. Tutto il lavoro è comunque su ottimi livelli, dalla partenza di "Illusorio" alla cavalcata di "El Nagual parte I" per arrivare ai sussurri e alla delicatezza acustica della conclusiva "Éxodo". Sembra proprio di rivivere ciò che Sergio Leone, Tonino Valerii, Sergio Corbucci, Damiano Damiani, Sergio Sollima (giusto per citare i più noti) hanno combinato con il mito della Frontiera tra gli anni '60 e i primi '70. Hoy soy tempo y el gran mago cósmico llora conmigo… Alessandro Zoppo
EL GORDO – The man behind the machine
Grasso. Di nome e di fatto. Gli El Gordo giungono al disco d’esordio con questo “The man behind the machine”, album dal sound ciccione, concentrato di diverse scorie sonore che fanno tutte capo al classico stoner rock. Basta prendere riff di matrice Kyuss, ritmiche quadrate, vocals filtrate, la sana passione per ragazze in bikini, spiagge e macchine veloci che ha reso celebri i Fu Manchu e il gioco è fatto. Tuttavia è proprio questo il limite maggiore della band: i dieci pezzi del cd scorrono via potenti e rapidi senza lasciare molto alle proprie spalle. Se si vuol resistere ed emergere in un panorama come quello heavy psych odierno ci vuole molto, molto di più. In personalità e scrittura dei brani.Detto questo, chi ama il rock sporco e slabbrato da assaporare in auto durante un viaggio su strade polverose troverà pane per i suoi denti. Brani lunghi e selvaggi come “Black diamond”, “Echo: silence” e “Close to the Mexican border” sono colossi di pietra nei quali il massimo potenziale del gruppo emerge tosto e prepotente, un vortice di fuzz, effetti e ritmiche stordenti. “Grabber” e “Bikini” lasciano qualche spazio a trame fumose e distorte, “A fragment from the past” libera cellule heavy blues, il resto è pura routine, ben composta ed eseguita, ma pur sempre routine. “The man behind the machine” è un lavoro piacevole e acerbo, che fa sperare per il futuro dei tre se sapranno smussare gli aspetti opportuni. Agli El Gordo consigliamo infatti di approfondire il versante psych jam del songwriting perchè è da lì che vengono i risultati migliori. Alessandro Zoppo
EL SCIENTISTO – Moonsick
Dietro il nome El Scientisto si cela la figura di Shawn Michael Ross, song writer di Boston che attraverso questo one man project si diverte da due anni a questa parte a improvvisare jam lisergiche che uniscono diversi stili come il kraut rock, la psichedelia, l’ambient, lo space rock e l’elettronica. Ross non ha alcuna pretesa, crea musica per diletto personale ed è proprio questo lo spirito con cui va vissuto “Moonsick”: luci spente, fumo acre e tanta voglia di espandere la percezione della mente verso nuovi, eccitanti lidi sonori. Un certo feeling minimalista che pervade le tre composizioni qui presenti è controbilanciato da un’ampia dose di follia creativa che rende l’ascolto frizzante e mai noioso. L’iniziale “Space rake” parte con un trip intergalattico quasi sussurrato, come a non voler svegliare da un infinito sogno cosmico, per poi rinvigorirsi nella seconda fase con riff trance che richiamano alla mente gli Ozric Tentacles. “Trapezium” è il secondo tassello del mosaico, una trama onirica sospesa nel nulla, sorretta solo una chitarra dilatata che in un lungo assolo stravolto si accompagna a loop disturbanti. Chiude il cd “Miles”, vero e proprio mantra psichedelico che si infila subdolo nel cervello con le sue ritmiche ipnotiche e le sue lancinanti dissonanze che sembrano non avere mai fine. La realizzazione molto artigianale di questo “Moonsick” non tragga dunque in inganno: Shawn Michael Ross è un talento visionario, anche se solo per passione e divertimento la sua musica è capace di trascinare fuori dalle ovvietà quotidiane e lanciarci in orbita nel bel mezzo di una eclissi lunare… Alessandro Zoppo
EL-THULE – Astro spiral raceway
La sorpresa italica del 2003 appena trascorso ci giunge dalla provincia di Bergamo e si chiama El Thule (nulla a che vedere con il nome greco-romano attribuito all'Islanda). Band giovane, formata nel settembre del 2001 grazie alle sinergie di due fratelli Andrea (aka Mr.Action, voce e chitarra) e Matteo Brioschi (aka El Comandante, basso e cori) con Guido “The Driver” (batteria e cori). Un power trio di tutto rispetto che ci consegna un prodotto ben fatto, sia sotto il profilo tecnico, sia sotto l'aspetto produttivo. Stoner rock all'ennesima potenza, riffoni granitici e taglienti e una buona sezione ritmica accompagnata da una voce azzeccata che vagamente ricorda la timbrica di un certo Cedric Zavala (At The Drive In, The Mars Volta). Si comincia subito forte con "Chromatic Mountain II", brano dalla ritmica sincopata che per impostazione e groove non può non essere accostato ai "padri del deserto" Kyuss. "Hang on a tree" s'incalana su un rock 'n' roll più grezzo. Melodie più dirette e ritmiche più veloci per un pezzo da festa alcolica e gran caciara. Si passa a "The Growl", piccolo gioiellino all'interno di un ottimo promo. Sicuramente il brano meno tirato, ma basato su una costruzione vocale ed armonica veramente eccellente. La conclusiva "Supasonic" ci riporta su tempi più serrati. Un veloce assolo di chitarra introduce una furibonda corsa raw 'n' roll che mi riporta alla mente certo stoner scandinavo tanto osannato in questi ultimi anni. "Astro spiral raceway" è veramente un buon passaporto per altri e alti lidi che auguro a questa band di poter raggiungere nel più breve tempo possibile. Le credenziali ci sono tutte e la voglia di far bene è presente e palese in ogni nota fuoriuscita da questo promo. Un'altra ottima band partorita dall'italica Penisola. La nostra scena cresce e matura. Avanti così!! Peppe Perkele
EL-THULE – Green Magic
Secondo disco e secondo centro per gli El-Thule. Il trio bergamasco torna in pista con il nuovo “Green Magic”, dopo il sorprendente debutto “No Guts No Glory”. E lo fa con un prodotto eccellente, che con la dovuta spinta promozionale potrà circolare tranquillamente oltre i nostri confini. Forte di una produzione che esalta al meglio la pesantezza dei suoni (registrazione e mixaggio sono stati affidati a Niklas "Mr.Dango" Kallgren dei Truckfighters), “Green Magic” si avvale anche di un parterre di ospiti da urlo: Paolo Tofani (vi dicono qualcosa gli Area?), il chitarrista dei Dozer Tommi Holappa, Pippo de Palma degli Alix. Segno che la voglia di osare c’è e i tantissimi concerti che Matteo ‘El Comandante’ (basso), Mr. Action (chitarre, voce) e Gweedo Weedo (batteria) hanno ormai alle spalle lo dimostrano. Esperienze live che cementano e danno la giusta grinta, aspetti che si riflettono in questi otto focosi brani.Heavy psych con le palle, virato al doom e alle migliori esperienze metal’n’roll (chi pensa a High On Fire e Zeke non sbaglia). Se dovessimo riscontrare dei difetti, i riferimenti andrebbero alle vocals (potrebbero essere ancora più incisive) e al drumming, spesso fuori fuoco. Ciò comunque non inficia la qualità complessiva del lavoro, come detto molto elevata. Merito di brani come “Shaman”, “Adam Bomb” e “Black Mamba”, botte di stoner rock roccioso e melodico, che mantiene i punti di contatto con l’album d’esordio, salvo appesantire il tutto a dovere con ritmiche e chitarre marce e paludose. Colpiscono il bersaglio il minaccioso monolite “La Cruda” e la drogata “Bud Orange”, anche se è nella seconda parte del lavoro che gli El-Thule azzardano vincendo la loro scommessa. La strumentale “La Muela del Diablo” è grosso doom psichedelico come insegnano gli Electric Wizard; “Planet of the Monolith” è heavy metal lisergico che di etichette e stili se ne fotte; “Lunar V” chiude il disco con un delirio mistico esoterico che lascia attoniti. Turbinio di fuzz e wah-wah per un trip spaziale di durata infinita. D’altronde non è proprio questo l’effetto della green magic? Alessandro Zoppo
EL-THULE – No Guts, No Glory
Ci avevano già deliziato con l’ottimo promo “Astro-spiral raceway”. Li attendevamo al varco del debutto ufficiale e le aspettative non sono state affatto deluse, anzi. Gli El-Thule rappresentano quanto di buono il panorama stoner rock tricolore stia sfornando nell’ultimo periodo. Questo dischetto può fungere da vero e proprio trampolino di lancio, non solo per i tre ragazzi di Bergamo ma per la scena heavy psych tutta.Cominciamo col dire che Andrea “Mr. Action” (chitarra, voce), Matteo “El Comandante” (basso) e Guido “Driver” (batteria) suonano con una passione viscerale, proprio per questo assai ammirabile. In secondo luogo godono di una produzione eccellente, punto di forza assolutamente imprescindibile nel mercato musicale odierno. Infine, il songwriting agile e scattante che li contraddistingue, unito ad una forte voglia di sfondare anche ad alti livelli, potrà donare una marcia in più, quella necessaria per raggiungere ampie fette di pubblico. Soprattutto considerando i continui revival rock’n’roll ai quali siamo sottoposti ogni giorno… Perché qui di rock vero si parla. Di quello sudato, sentito, vissuto fino all’ultimo accordo. Non la finta paccottiglia che i media propongono ogni giorno attraverso patinate trasmissioni di informazione musicale. Qui c’è voglia di sbattersi, di “incendiare” i propri strumenti, di metterci dentro anima e cuore. D’altra parte come non farlo quando si propone un misto sporco e travolgente di Zeke, Hellacopters, Gluecifer, Kyuss e Fu Manchu? Quanto di meglio si possa chiedere per un disco di sano ed onesto rock’n’roll… Effetti vintage, furia elettrica e sapori settantiani contribuiscono a forgiare un sound d’acciaio. Già a partire dal punk’n’roll zozzo e debosciato delle iniziali “Swing on this” e “Ridin’ on my hell” si capisce quale indirizzo prenderà il disco. Non è certo l’originalità della proposta a farsi notare quanto il desiderio di picchiare duro e senza compromessi. Rock diretto e pesante come un pugno in faccia, ecco la soluzione: ne fanno mostra bolidi come “Fire & skull breath”, “SBS” e “Hang on a tree”, compendio di rock d’alta scuola da impartire a ragazzini brufolosi lobotomizzati da MTV. Se tutto ciò non basta ecco arrivare matasse di stoner denso e fumoso. Le due parti di “Chromatic mountain”, la straripante “Supasonic”, la commovente “The growl”, a parere di chi scrive migliore espressione del suono targato El-Thule. E quando la rabbia molla la presa ci troviamo di fronte “Sombrero galaxy” e “Barely drunken”, rock psichedelico di pregevole fattura, dilatato, sognante e d’impatto come si addice ad una droga preziosa e finissima. Che sia l’inizio di una nuova stoner revolution? Noi ce lo auguriamo di tutto cuore! Nel frattempo… stay rock! Alessandro Zoppo
EL-THULE – Zenit
Giunti al traguardo del terzo studio album, gli El-Thule spostano il tiro della loro proposta: dal fumoso e drogato stoner psych dei primi due dischi, la band di Bergamo muta pelle verso l'heavy di marca High On Fire e giunge a "Zenit" con un basso in meno e una voglia di sperimentare in più. Operazione riuscita in parte, perché se l'assenza di Matteo si fa sentire (il senso di vuoto che pervade le tredici composizioni del disco a volte è assordante), la ricerca stilistica – cantato in italiano compreso – non convince del tutto. La metrica della lingua non sempre si sposa bene ai riff quadrati e chirurgici, mentre permane un certo smarrimento di fronte ad un drumming dall'approccio punk e sporcato di metal, sì ruvido e polveroso eppure troppo elementare e impreciso. Piace invece il concept alla base del lavoro, dedicato all'universo e ispirato alla riscoperta dell'essenza umano-divino nella comunione tra cosmo e vita.La partenza è delle migliori: "Pulsar" e "Omega Centauri" assestano due belle mazzate, stoner cromato e d'assalto, ispirato tanto da chitarre obese stile Matt Pike quanto dalla furia di gente come Black Cobra e Winnebago Deal. La convergenza verso il doom odora di YOB e Goatsnake, spiriti che aleggiano in rallentamenti e rifrazioni acide varie. Segue un passaggio a vuoto che procura vago rilassamento, dal quale si riemerge grazie ad alcune variazioni apportare da "Quaoar" e alla bolla tonico psichedelica in cui rinchiude "Sedna". L'episodio migliore del disco arriva con "La nube di Oort", cinque minuti carichi e concentrati, in cui confluisce l'esperienza stoner anni Novanta con quanto di buono già espresso in "Green Magic". Che in "Titano" e nella ghost track finale dona sottopelle qualche residuo e inatteso brivido. "Zenit" ha il sapore di un'occasione sprecata. L'impressione che se ne ricava è la stessa che prende al cuore quando si guarda su qualche rete locale un vecchio thriller italiano di serie B: regia e fotografia eccellenti, sceneggiatura disastrosa. Alessandro Zoppo
ELBOW STRIKE – Planning Great Adventures
La grande avventura proposta dagli Elbow Strike è fatta di route 66 e panorami a perdita d'occhio. Un viaggio verso l'America dei confini, rurale e ruspante, con la voglia di appartenenza a quel mondo così lontano e così vicino. Non è certamente un percorso fatto di processi interiori e di ricostruzione della propria mappa emozionale, bensì una ricerca continua della festa e del divertimento, anche se un certo ammiccamento alla materia grunge è evidente in più parti e fa precipitare l'arte nella consolata malinconia. La gioia di vivere solo ed esclusivamente di party fino al mattino emerge dall'iniziale "Elbow Strike Mofos", dove le commistioni con un certo street metal anni 80 non sono celate, e da "Stone Man" che, a dispetto del titolo, è una verace dichiarazione d'amore verso certo rock FM dal facile ritornello. Complice il fatto che il deux ex machina dell'intero progetto, il cantante e chitarrista Chris T Bradley, abbia soggiornato negli States per tre anni, le composizioni si nutrono di influenze West Coast evidenti. Si avvertono odori Andrew W.K./Zack Wilde ("U.F.O. ") speziati con pizzichi di slow boogie, sapori Foo Fighters ("Waiting 4 the Sun") infuocati dal blues distorto di southern addicts come Black Crowes e strizzate d'occhio alle billboards grunge della belle époque dove Spin Doctors, Stone Temple Pilots e Silverchair monetizzavano con pezzi a presa rapida il loro conto in banca. In definitiva, il disco scorre via che è una bellezza. Per chi volesse vivere un spaccato qui ed ora della musica americana meno underground e sperimentale, "Planning Great Adventures" promette una cinquantina di minuti di sano divertimento. Eugenio Di Giacomantonio
ELECTRIC 69 – Electric 69
Il rock'n'roll è di casa nel disco d'esordio su Go Down Records degli Electric 69. Immaginate Rolling Stones, MC5, Radio Birdman, Black Crowes e Hellacopters presi in dosi abbondanti e miscelati in un cocktail fresco e rilassante. Certo, nulla di così sconvolgente o originale, la spontaneità la fa però da padrona e il risultato è un pugno di canzoni ispirate e mai banali. Sulla scia di quanto proposto da fenomeni nostrani come Small Jackets, OJM e Los Fuocos.Gli Electric 69 sono ruvidi e passionali, hanno dalla loro un songwriting intelligente e variegato, oltre che una qualità esecutiva (e produttiva, merito di Diego Cattaneo) sopra la norma. Questo dischetto approfondisce quanto proposto nel debutto 'Let's Play Two': rock corrosivo e graffiante, semplice e stradaiolo, con attitudine da loser tornati in città per far baldoria. Disadattati alla vita, outsider che delle regole se ne fottono ed esprimono sé stessi attraverso il sacro fuoco del rock. Nove tracce che profumano di birra ed elettricità, dalla melodia a presa rapida di "Over and Over" allo spirito southern di "Downtown Boogie", passando per mazzate come "Dance All Night" e "Lazy Rope". Rhodes e Hammond vibrano quanto basta per donare il giusto tocco di groove. Tanto che "Ain't No Waitin' For You" suona come un tributo vivente ai fratelli Robinson. C'è anche il tempo di fermarsi a riflettere, ripensare la propria vita e meditare sulle note toccanti della springsteeniana "Cherry Rolling Down the Window". "Northern Swamps" conclude il lavoro come pioggia che cade leggera sulle spalle di chi le ha ormai voltate alla 'normalità'. Band da cinque stelle gli Electric 69, il recupero di certo tipo di rock passa da qui. Alessandro Zoppo
ELECTRIC MAGMA – Coconut bangers ball
Circa un’anno e mezzo fa parlavo su queste pagine del terzo disco dei canadesi Electric Magma, una formazione instro-sludge-fuzz davvero fuori da ogni schema e autrice allora di un disco quale “Snail the wah” in cui la sperimentazione e l’improvvisazione tenevano il ruolo di grandi protagoniste in un insieme quanto mai originale e particolare. Oggi il trio canadese torna sulle scene con il quarto disco, “Coconut bangers ball” un nuovo viaggio sonoro che parte dal fuzz rock di fine anni Settanta per ricollegarsi ad un sound e uno stile oramai ben riconducibili alla musica degli Electric Magma.Rispetto al recente passato, la band ha in parte smussato i propri estremismi dando alla propria musica una forma più canonica e inquadrata, facendo un uso più incisivo e presente di parti cantate, ma non per questo perdendo il proprio groove micidiale e la propria vena improvvisativa. Registrato sotto la guida di Rob Sanzo interamente in analogico, “Coconut bangers ball” esalta enormemente tutte le caratteristiche proprie del sound vibrante e caldo della band, sicuramente ben più in evidenza nelle song strumentali e dal carattere jammatico, come in “Beer can chicken jam” e in episodi simili in cui la musica degli Electric Magma procede a briglia sciolta, senza limiti e senza confini, verso una pura esaltazione ed estasi sonora. Senza nulla togliere alle parti di cantato del nuovo arrivato Paolo Rizzo (Puddy/Red Elite), ospite in questo lavoro, è negli episodi di sludge strumentale che gli Electric Magma raggiungono l’apice della propria musica. In generale un disco più variegato del precedente, dai diversi risvolti, tutti quanti sopra la media e in grado di spingere l’ascoltatore ad immergersi anima e corpo nelle vibrazioni pulsanti emanate da questi musicisti. Peccato solo per l’eccessivamente breve durata del disco, praticamente la metà rispetto al suo predecessore; fortunatamente la qualità resta del tutto invariata e ne esce per nulla alterata anche in soli 30 minuti e poco più. Marco Negonda
ELECTRIC MAGMA – Snail the wah
Davvero monumentale questo terzo album dei canadesi Electric Magma, power trio interamente strumentale e votato ad uno stoner robusto e granitico lanciato a briglia sciolta verso continue e instancabili jam dal gusto lisergico e visionario. Snail The Wah rappresenta un monito per l’arte, spesso troppo sottovalutata e presa alla leggera, dell’improvvisazione, arte nella quale gli Electric Magma si dimostrano decisamente ferrati.Questo potenziale viene espresso magistralmente negli oltre 70 minuti che compongono il nuovo imponente lavoro, abilmente e in maniera innovativa diviso in due parti, la prima comprendente la registrazione studio di 8 nuovi brani, concepiti e composti in pre produzione e una seconda parte, quella che va fino alla chiusura, composta da pure improvvisazioni, registrate in presa diretta in un set live riprodotto in studio. Evidenti le differenze stilistiche di queste due parti dell’album, non tanto per il sound, massiccio e pulsante che pervade l’intera opera degli Electric Magma, quanto per ispirazione e atmosfere, ovviamente molto più dilatate e viaggianti nella seconda parte, quella di pure jam, del disco. In entrambi i casi i tre canadesi dimostrano un grande affiatamento e un feeling davvero sopraffino, sia nelle parti ritmiche che nelle fughe soliste dei singoli strumenti, lanciati a rincorrersi e inseguirsi in veri esercizi di stile. La concezione musicale del trio sembra non conoscere limiti alcuni e rappresenta la diretta trasposizione dei propri sentimenti e soprattutto della propria voglia di suonare e di divertirsi facendolo. In questo gli Electric Magma riescono davvero bene, così come nel tenere alta l'attenzione e l'interesse dell'ascoltatore, pur con una mole così elevata di materiale interamente strumentale, il che è davvero un bel traguardo. Witchfinder
ELECTRIC MOON – Inferno
Disteso sul letto a luci spente, l'unica flebile calda luminosità è quella sprigionata dalla prima sigaretta, appena accesa, delle tre rollate senza troppa arte accanto al posacenere. Chiudo gli occhi, la mente è vigile, ricettiva. Sono pronto per l'Inferno.Le immagini, le visioni si materializzano e si susseguono al ritmo dei riff di chitarra distorti e dilatati e di una sezione ritmica ossessiva e avvolgente... I gironi infernali danteschi prendono forma e vita proprie quasi a costituire un gorgo infuocato popolato di creature demoniache indicanti la direzione dell'oblio, quel buco oscuro in fondo alla spirale; le allucinazioni e la disperazione del viaggiatore solitario nel deserto arroventato, rossastro e pietroso dal quale sa di non poter uscire; l'odissea del cosmonauta alla deriva nello spazio oscuro e infinito, consapevole dell'ineluttabilità della propria imminente scomparsa, inutile e scevra della memoria dei posteri; gli incubi ricorrenti della propria esistenza e le difficili e sofferte scelte del passato riaffiorano, nitide ed in toni apocalittici; le mani nei capelli, gli occhi cerchiati e lucidi, il cupo sconforto di colui che ha progettato e costruito per una vita rendendosi conto solo alla fine del proprio fallimento e della mera illusiorietà di ciò che aveva sognato, un po' come quel pittore che, deluso dell'opera, strappa in un impeto di furore la tela sul quale ha lavorato per mesi notte e giorno; la scheletrica ed ancora fumante Dresda all'indomani del bombardamento subito nel 1945, enorme bara umana. L'inferno. L'ultima sigaretta la fumo ad occhi aperti, ho bisogno di prender fiato. Uscito nel 2011 in CD e ristampato l'anno dopo anche in vinile, l'album degli Electric Moon consta di due soli brani, "Mental Record" e "Inferno", per oltre un'ora di pura psichedelia strumentale distorta all'inverosimile e senza soste, che ti entra in testa e ti accompagna in un viaggio extrasensoriale tra vampate rossastre e precipizi nero-bluastri. Una infinita jam session dove Sula Bassana e compagni danno sfogo ai propri liberi istinti, dove l'improvvisazione di stampo kraut rock e l'acidità hard di matrice stoner space si fondono in uno tsunami di magma elettrico e incandescente. Se mai esistesse l'Inferno, questo ne sarebbe il suono. Alessandro Mattonai
ELECTRIC SWAN – Electric Swan
Signori, ecco il primo album solista di Lucio Calegari, chitarrista dei formidabili Wicked Minds, gruppo di punta del nostro hard-psych e uno dei tanti tesori custoditi dalla Black Widow, che per questo lavoro (o meglio capolavoro, come vedremo fra un po') ha chiesto aiuto ad un pugno di ragguardevoli musicisti: Paolo "Apollo" Negri (poche presentazioni, ma Paolo lo ricordiamo è un fuoriclasse), il sorprendente cantante Luca "Mitch" Rancati (dai Tough, gruppo piacentino di scuola Ramones, che qui si trasforma in ottimo cantante hard-blues!) e l'inappuntabile sezione ritmica dei Wicked Minds (Lovotti e Garilli), a cui vanno aggiunti l'altro bassista Edoardo Giovanelli (The Blackball, Jolly Farm) e dulcis in fundo l'ospite di lusso Sophya Baccini (per chi non lo sapesse, voce di una delle migliori espressioni di dark/prog colto italiano, i Presence).Da queste premesse scaturisce un album che definirei totalizzante, almeno se siete tra coloro i cui confini musicali spaziano tra l'heavy 70 e il prog nelle sue diramazioni psichedeliche, folk e dark, nel quale l'ispirazione musicale la fa da padrone, ponendo in disparte le ere che si sono succedute, tra nascite, soffocamenti, morti e resurrezioni di centinaia di generi. Non si fa ancora in tempo a sedersi che da "In the Hush of Daze" in poi ci vuol poco a capire che roba stiamo mettendo nello stereo: a me è sembrato di sentire i Whitesnake di fine anni 70, estratti dalle miniere subterranee assieme a Killing Floor, Bakerloo, James Gang, May Blitz, Zephir, Jody Grind... "Electric Swan" è un brano capitale, tra Groundhogs, Leaf Hound, Mountain e Captain Beyond, con tanto di innesti proto-metal psichedelici e infernali tastierismi hard prog; "Your Love Has Been to Me" (dai Parliament di Ruth Copeland, Lucius Ross e George Clinton) è affidata alla suprema voce della Baccini, e "Eleventh Angel" è uno strumentale che coniuga heavy-blues e stoner-psych alla maniera di Atomic Bitchwax / Core. "Beyond the Rising Sun" - che assume le forme iniziali di una ballata blues lisergica per poi deflaglare in un eroico hard - si ammanta di dark sound col trascorrere dei minuti, così come l'entusiasmante funky progressive di "Calibro 9" eleva l'alchimia strumentale ai massimi livelli, grazie agli incommensurabili tasti eburnei di Negri. "Crossing the Line", altro brano atmosferico, dal mood dark e occidentale, può facilmente ritenersi uno dei migliori concepiti nel genere da un gruppo italiano (di sicuro almeno dalle stagioni del nostro rock progressivo); "Redwitch" si inoltra nelle lande minate della psichedelia gotica e dell'heavy prog che precedettero doom e nwobhm, mentre la stratosferica cover di "Teaser" di Tommy Bolin, caratterizzata da vocals negroidi e i solismi di classe cristallina di Lucio, mandano in visibilio ogni amante del rock autentico, azzerando ogni buffonesco giga-manierismo di tributi e mascherate barocche. Il caliginoso e enigmatico (ma sempre scintillante) showcase di "Apollo's Dream" fa trionfalmente duellare Negri e Calegari lungo sofferte decadi di psichedelia hard, come accadeva nel suo picco di fulgore espressivo (Vincent Crane, Quatermass, Colosseum e Zior per farsi un'idea) e - senza offesa per nessuno, tantomeno per i Metallica risorti col finalmente valido Death Magnetic - la versione doomy-psych di "Creeping Death" tuona imperiosa contro dieci anni di troppa paccottaglia e fac-simili estremi contraffatti, provenienti da ogni dove, impero e colonie compresi. Almeno per quanto mi riguarda uno dei dischi del 2008. Roberto Mattei
ELECTRIC SWAN – Swirl in Gravity
Secondo capitolo per gli Electric Swan, destinato a bissare il debut omonimo che aveva riempito di emozioni i cultori più attenti dell'hard psych. Accanto a Lucio Calegari, Apollo Negri e al bassista Edo Giovannelli, troviamo i nuovi ingressi di Marco Barbieri alla batteria e soprattutto la novità più evidente, ossia Monica Sardella alla voce, uno dei punti di forza del 'nuovo' cigno elettrico (oltre che della band "madre" Wicked Minds, della quale Monica fa parte dal 2010). Le coordinate sonore sono sempre le stesse, manca forse quel tocco di ruvidezza che potevano dare le vocals di Luca Rancati, ma la scrittura del gruppo si è mantenuta ad alti livelli, guadagnando forse in termini di armonie prettamente psichedeliche."Swirl in Gravity" è il roccioso incipit Heep/Purple nel quale i cinque sfogano la loro rabbiosa classe, e oltre alle solite 'sicurezze' rappresentate dalla chitarra di Lucio e dalle tastiere di Paolo, a mettersi in evidenza è la voce ispirata e decisa di Monica. Le seguenti "Lonely Skies" e "End of Time" valgono già da sole l'album intero: due formidabili brani che riaccendono la passione sottotraccia del quintetto per Quatermass e Lucifer's Friend, amalgamandola con esperienze contemporanee quali potrebbero essere i titanici Siena Root. Proseguendo con l'ascolto, l'incipit melodico dell'heavy bluesy di "Wicked Flower" si inasprisce sino a scorrere tra sentieri acidi e tumultuosi, mentre il riff killer di "Ride on Another Sun" ci riporta al tempestoso platter di quattro anni prima. L'apertura doomy di "Garden of Burning Trees" disvela il brano più progressivo del lotto, che oltre ad offrire innumerevoli cambi di umore rimarcati da preziose jam, viene arricchito dal sax del leggendario Clive Jones. Dopo l'ispirata energia di "More Over", l'album è chiuso infine dalla robusta introspezione atmosferica di "Drag My Mind". Un altro lavoro ineccepibile. Roberto Mattei
ELECTRIC TAURUS – Veneralia
Hendrix, i Sabbath, gli Zeppelin, Leaf Hound, Cream e poi Kyuss, Sleep ed Electric Wizard. Sono alcuni dei gruppi che gli irlandesi Electric Taurus citano tra i loro ispiratori e riferimenti musicali. In anni di pieno revival hard rock settantiano e di pullulante sottobosco stoner doom niente di più scontato, si potrebbe pensare. Se vogliamo anche banale. Ascoltiamolo allora questo "Veneralia", uscito nel 2012 per l'italiana Moonlight Records, costituito da sei tracce per complessivi 50 minuti di heavy psych.I brani iniziano a scorrere e... porca miseria, questo è un gran disco! Lasciando da parte i nomi dei mostri sacri sopra citati, sin da subito un'immagine affiora alla mente. Sarà l'influsso della vicina collezione vinilica, non è chiaro: è l'immagine di un vascello fantasma di nome Kingdome Come che naviga su di un angosciante mare oscuro. Proprio loro, i Sir Lord Baltimore. Solo allora siamo pronti ad adorare gli Electric Taurus. Superfluo parlare di questo "Veneralia" brano per brano, molto più efficace descriverlo nell'insieme come un'orgia di fuzz e wah wah accompagnati da una sezione ritmica potente, o come un susseguirsi di riff precisi, corposi e taglienti, a volte tipicamente stoner doom ed altre di matrice hard blues, intervallati da digressioni psichedeliche talora west-coastiane. Insomma un'alchimia perfetta, uno psychedelic stoner davvero riuscito, gradevole, non monolitico e stucchevole, fluido e persino originale in alcune soluzioni (basti ascoltare brani come "Mescalina / If / At the Edge of the Earth" o "Prelude to the Madness"). L'espressione perplessa e disillusa prima di ascoltare l'album svanisce di colpo ai primi accordi, ai primi riff: la recensione è scritta ed è adesso l'ora di mettersi in un angolino da soli a gustarsi in pieno questo "Veneralia" con un bel sorrisetto estatico stampato in faccia. Alessandro Mattonai
ELECTRIC TAURUS + PREHISTORIC PIGS – Split
Oltre cinque minuti di guitar effects per introdurre uno dei riff più schiacciassi e arcigni mai ascoltato. Loro sono gli Electric Taurus, band di Dublino con all'attivo il bell'album "Veneralia". La loro "Behind the Sun", nulla a che vedere con il pezzo omonimo dei Black Sabbath, è puro mesmerismo psichedelico. Non un attimo di tregua, non un ammosciamento, non un calo di pressione. Pura evocazione panica. Un quarto d'ora di saliscendi emotivo all'insegna dei contrasti puro/impuro, dolce/acido e piano/forte. Trova spazio anche un solo di batteria, tanto per capire dove stanno rivolgendo lo sguardo i nostri. Tra heavy occulto e jam a base d'oppio. Ospite alla voce Barbara Allen della band Crafty Fuzz, anch'essa di stanza a Dublino.
Se la bravura è la caratteristica degli Electric Taurus, i Prehistoric Pigs non sono da meno. Più Pink Floyd, meno Pentagram potremmo sintetizzare in rapporto con i compagni di split. Più maliziosi. La loro idea strumentale ha del coraggio e lo dimostra in due composizioni affini e contigue. "The Perfection of Wisdom" è, come il titolo suggerisce, la perfetta descrizione della pace interiore. Hanno la maturità artistico/stilistica per poter soggiornare nell'olimpo dei grandi e seppur la seguente "79360 Sila Nunam" sia un pelo più didascalica nel rinverdire la vecchia passione del blues del pianeta rosso, non sminuisce minimamente la caratura dei nostri. La Go Down Records nel giro di un pugno di mesi ha pubblicato due split tra i più belli che si possano ascoltare quest'anno. Fatso Jetson, Herba Mate, Electric Taurus e Prehistoric Pigs. Due di queste quattro band sono italiane. Scusate se è poco. Eugenio Di Giacomantonio
ELECTRIC TURN TO ME – Clouds move so fast
Secondo EP per gli Electric Turn To Me, band di New York che ruota attorno alle figure cardine della vocalist Silke (bell'aspetto e voce sinuosa) e del tentacolare batterista Blake Fleming (ex Laddio Bolocko, Dazzing Killmen, Zeni Geva e membro fondatore dei Mars Volta).Lo stile del gruppo continua a mostrarsi personale e distintivo: assenza di basso (sostituito dai giochi di tastiere del bravissimo Marcus Degrazia), tappeti inaciditi di chitarre (opera di James Wilk) e ritmiche scarne, sulle quali si poggiano i vocalizzi suadenti di Silke. Un manto anni '80 ricopre tutti e cinque i brani presenti: in qualcosa (aggressività e forte spirito) ricordano gli Yeah Yeah Yeahs, per altri versi le assonanze rimandano a Siouxsie And The Banshees o a Velvet Underground, Talking Heads e Television, insomma, la classica irriverenza chic che proviene da NY. Per essere alla seconda uscita le coordinate tracciate sono veramente promettenti. Piacciono in particolare gli episodi a forti tinte dark come l'iniziale "Pick up the trail" (nervosa ma costruita su un solido impianto melodico) e la morbosa "Twenty eyes in the car", caratterizzata da una struttura armonica irregolare che avrebbe fatto la gioia dei Joy Division. "Cornelius" è un altro colpo ben assestato, rock decadente e languido ma mai fine a se stesso, mentre "Wrestle with me angel" si presenta più vivace grazie ad inserimenti di sax e a sanguinanti colpi di chitarra. Come traccia conclusiva troviamo invece "One second", ballata sofferta e crepuscolare che chiude con un forte senso di amarezza un dischetto davvero valido. Attendiamo impazienti il primo full lenght per gli Electric Turn To Me. Questo "Clouds move so fast" promette bene e di sicuro conquisterà i cuori oscuri di molti ascoltatori. Alessandro Zoppo
ELECTRIC WIZARD – Black Masses
Venite miei fanatici… È proprio il caso di dirlo: "Black Masses" è un disco per iniziati al sacro verbo dello stregone elettrico. L'incarnazione Electric Wizard nell'anno Satani 2010 è un album che trasuda in pieno lo spirito più oscuro dell'hard psych anni 70. Il discorso iniziato con "Witchcult Today" prosegue in queste otto tracce funeree e lisergiche, indemoniate e allucinate. Molti storceranno il naso, forse a ragione. La registrazione è pessima, un mix di suoni sin troppo marci che accoppia una batteria da scantinato (la si può udire in lontananza, quando ci si rilassa dal macigno dei riff), basso a tratti inesistente (ma quando compare scatta la magia), chitarre in primissimo piano, seppur spesso "zanzarose".Tuttavia è sbagliato lamentarsi, perché gli Electric Wizard sono questo. Un gruppo che giunto al settimo disco sforna un concentrato potente e adrenalinico di furia doom, visioni orrorifiche e dilatazioni psichedeliche. Cosa chiedere di meglio? I tempi di "Come My Fanatics…" e "Dopethrone" sono passati e la band si è trasformata. Inutile reclamare a gran voce quelle sonorità. D'altronde i Wiz non hanno quasi mai avuto un filo conduttore tenuto come parametro fisso nelle loro produzioni, se non gli horror, l'occultismo giocattolo e il consumo massiccio di marijuana. "Come My Fanatics…" era diverso da "Dopethrone", come quest'ultimo lo era da "Let Us Pray" e "Let Us Pray" da "We Live", a sua volta differente da "Witchcult Today". È in questi aspetti che emerge lo status di cult band. Scrivere brani meravigliosi come l'iniziale "Black Mass", l'arrembante "The Nightchild" o la grigia ed intensa "Satyr IX" è opera da custodi di un Verbo quasi del tutto scomparso. Lo stesso si può dire per la "ballad" luciferina "Turn Off Your Mind", un pezzo inedito e d'alta scuola, il colpo di tacco che viene fuori solo ai Maestri (di cerimonie). L'unico passaggio a vuoto è nella conclusiva "Crypt of Drugula", piuttosto inutile. Per il resto i riff, gli intrecci di chitarre, le melodie malsane di "Venus in Furs" e "Scoprio Curse" mettono i brividi (seppure si dimori nel regno dell'autocitazione) e la cattiveria di "Patterns of Evil" è un agghiacciante gioco al massacro. "Black Masses" è come una droga: all'inizio si è scettici, appena ci si entra dentro uscirne è davvero difficile. Presumiamo sia proprio questo l'effetto cercato da Jus e soci. Ne prendiamo atto e sanciamo la nostra "addiction". "Acid burns your mind, you will never find, only darkness inside, turn turn off your mind…". Alessandro Zoppo
ELECTRIC WIZARD – Dopethrone
Se si riuscisse ad aprire un piccolo foro verso l'inferno in modo da poter sentire il suono dell'oscurità sicuramente ne uscirebbe il riff iniziale di "the witchfinder".Il Male ha un suo passo, questo disco ne è la colonna sonora. La chitarra è così distorta da oscurare la luce e il basso è così pesante da trascinare sei piedi sottoterra, da questa buia crepa della psiche il mondo non può che diventare una "Funeralopolis" pronta per essere distrutta dai massicci giri che accompagnano la descrizione del pianeta funereo. Ormai la lucidità non serve, la prima traccia ci ha legato alla nera droga del nero dio a cui è dedicata questa marcia del male. Le maligne note ci annebbiamo la mente, il cammino è scandito dal ritmo che si fà incalzante. Che si tratti di un barbaro alla ricerca di teste su cui abbassare la spada o di un inquisitore a caccia di streghe ormai l'obbiettivo è uccidere e avere vendetta dell'odio che questo nero mondo ci ha lasciato. "Barbarian", "I, the witchfinder" e "we hate you" sono il riuscitissimo perno del disco, c'è spazio solo per la conclusione con la title track. Cos'è Dopethrone? La risposta è chiara: profezia del Dope Priest, visioni attraverso il thc, neri amplificatori che oscurano il cielo. Otto stupende canzoni dall'inferno. Cosa lascia Dopethrone? La lucida visione di un universo oscuro, in cui non resta che chiudere le note nel libretto con una sola frase: "legalize drugs and murder". Federico Cerchiari
ELECTRIC WIZARD – Electric Wizard / Come My Fanatics
Per colazione, latte e Tony Iommi. Per pranzo pennette alla diavola. A merenda, pane e crema di pipistrello. Per cena, stufato di Ozzy Osbourne. Il tutto masticato molto lentamente per una buona digestione.Con questa dieta ricca di oscuri carboidrati e diaboliche proteine (gli aminoacidi erano poco "amino") sono venuti su questi tre cupidi demoniaci; di quelli con la croce grossa quanto un palmo attaccata alla catena, capelli lunghi color corvino come i loro cappotti di pelle, pantaloni a zampa, tonnellate di marijuana e qualche trip che non fa mai male; insomma, il classico tipo di genero che tutti noi suoceri vorremmo seduto al nostro fianco al pranzo di natale e come padre delle nostre dolci nipotine. Se quanto metti un cd dei Sabbath skippi le più rockeggianti per mettere in repeat pezzi come "Hand Of Doom" o "Black Sabbath", questo gruppo di boy-scout teneri ed affettuosi si insinuerà nella tua lista dei preferiti. Già ti vedo, stai dicendo: - "Bah, il solito gruppo di cloni retrogradi del Kispios, tutti a pescar pesci nel fiume di Birmingham...tzè". Ed invece no, gli orsacchiotti in questione non bevono acqua prata, ma gustosi frullati di globuli rossi coagulati con sapienza. Come non tutti (molti, ma non tutti) i gruppi punk sono cloni dei predecessori, non tutti i gruppi doom sono scarse imitazioni della Iommi's mafia. Questa malefica special edition contiene l'esordio omonimo del gruppo più il secondo lavoro "Come My Fanatics", con sole 16 € avrai un viaggio premio per l'acheronte con pernottamento nella bolgia dei dannati, come prima colazione spezzatino di falene e civette in salsa lisergica. Riff di una pesantezza tanto massiccia quanto distorta, il wah-wah abbonda come il riso in ore stultorum, la cassa rintoccherà colpi come le campane ad un funerale, ma sarà la tua psiche a passare a miglior vita. Sei pezzi per album di una durata di un massimo di dieci minuti ad un minimo di sei, il tuo stereo prenderà le sembianze di un rullo asfaltatore, lento ma inesorabilmente efficace, rimarrai impastato con il terreno sotto il diabolico peso del Dooooooom (con la dì maiuscola e con tante o). La fusione sonora fra Rocky Erickson, Charles Manson e Josh Homme ai tempi che stava alla sbarra a dare il benvenuto nella valle del cielo. Fai attenzione, secondo lo stato in cui ascolti questo menhir spappolacellule potrebbero ritrovarti in trance nella ferramenta sotto casa mentre compri un fusto di vernice nera per rifare l'intonaco di casa, e varie bombole rosso porpora per disegnare tante belle anime che ballano indemoniate intorno alle fiamme dell'inferno. Però almeno tuo suocero sarà contento di averti al suo fianco al pranzo di natale, magari si spaventerà un po' a vedere le sue nipotine con la tonaca nera ed i cappucci stile KKK, ma poi gli fai sentire 'sto popò di diavoleria e anche lui cambierà idea... e via! Tutti insieme in ferramenta, nonna Amelia compresa. Se mi scusi per un attimo, ora vado a staccar teste a pipistrelli in giro per la foresta transilvana. Pier Porra Paolo
ELECTRIC WIZARD – We Live
Loro vivono. Lui vive, sopratutto. Il Mago Elettrico continua a vivere in una forma nuova più robusta a scapito della psichedelia.Il cambio quasi totale di formazione (E' rimasto solo Jus Osborne) rende necessario un cambiamento di musica, e la musica cambia. La nuova sezione ritmica fà il suo lavoro, non spicca per originalità ma è un buon sostegno per i riff di Jus e di Liz, ottima new entry. Le melodie si fanno più malate, meno britanniche; i riff si appoggiano su accordi più acidi che fanno l'occhiolino alla pesantezza, la seconda chitarra di Liz aumenta la sensazione che siano dei macigni quelli che arrivano a noi, non note. La strada oscura è stata messa un pò in disparte per lasciar spazio a melodie più accessibili anche se inquiete. La traccia d'apertura "eko eko azarack" viaggia su note molto personali, "we live" è impostata su melodie più orecchiabili come anche le due tracce seguenti in cui si sontono influenze più varie e accentuate (da segnalare "another perfect day", particolarmente riuscita). Chiudono il disco i 2 pezzi che più si avvicinano agli Electric Wizard tradizionali: "the sun has turned to black" è oscura almeno quanto i pezzi di dopethrone mentre nei 15 minuti di "Saturn's children" c'è tempo per riavere i viaggi astrali di come my fanatics. Una nota negativa và alla produzione del disco. I suoni sono abbastanza scarni e non appoggiano degnamente la pesantezza dei pezzi. In generale manca lo spessore e l'oscurità che avrebbe reso molto più intense le canzoni, che riescono comunque a uscirne bene. Questo "We Live" è un album che avrebbe potuto superare i capolavori che lo hanno preceduto, ma che per piccoli motivi non convince appieno. Jus non ci entra sottopelle come ci ha abituato, ma riesce comunque a sfornare un ottimo disco. Federico Cerchiari
ELECTRIC WIZARD – Witchcult Today
“L’odierno culto delle streghe”: recita così il titolo del ritorno degli Electric Wizard, un titolo che sintetizza come meglio non si poteva i contenuti dell’album. Un disco, “Witchcult Today”, che suona immediatamente come l’album più nero ed esoterico mai partorito da Justin Oborn e soci, un lavoro che appare come un pozzo nero senza fondo. Anni fa Justin dichiarò testualmente: “odio il concetto di psichedelia abbinato ai fiori e cazzate simili, per me psichedelia vuol dire terrorizzare l’ascoltatore con tremendi ed oscuri riff”. Oggi con questo disco gli Electric Wizard rappresentano pienamente quanto espresso e desiderato dal nostro anni fa. In questo senso, “Witchcult Today” appare come la perfezione raggiunta dai nostri, in quanto mai come in questo disco la psichedelia è usata per impaurire, disturbare l’ascoltatore e non per rilassarlo e rincuorarlo.La produzione e registrazione dei suoni sembrano (volutamente) provenire da un polveroso disco della scena sixties/seventies ed anche il libretto interno corredato da tetre immagini di sinistri rituali porta alla mente un disco di culto come “Witchcraft” degli americani Coven. “Witchcult Today” rappresenta il limite raggiunto dal gruppo quanto ad intensità ed inventiva sonora; nessuno fino a poco tempo fa si sarebbe mai aspettato di ascoltare un sitar in un disco degli Electric Wizard. Un sitar, attenzione, che viene comunque ‘snaturalizzato’, nel senso che il suo non è un suono tipicamente caldo e pacifico, al contrario serve a rendere “Raptus” un’oscura litania che potrebbe generare incubi se ascoltata in certe situazioni. L’iniziale title track e “The Chosen Few” confermano il quartetto come inarrivabile maestro nel comporre pesantissime litanie che segnano l’incrocio perfetto fra l’ossessività del doom metal e la vena lisergica della psichedelia più acida. “Dunwich” (ennesimo tributo di Justin al maestro letterario H.P.Lovecraft) e “Torquemada ‘71” hanno al loro interno alcune finestre che lasciano entrare un debole filo da luce, subito coperto dalle tenebre che avvolgono la mefitica “Satanic Rites of Dracula” e la pazzesca suite “Black Magic Rituals & Perversions”. Un album indicato a chiunque voglia intraprendere un viaggio all’interno di sé stesso, accompagnato da una colonna sonora che non rincuora, ma al contrario terrorizza; riuscirete a resistere al suo sinistro fascino? Marco Cavallini
ELECTRO BABY – Electro Baby Land
Mai come nel caso degli Electro Baby la definizione stoner metal calza a pennello! Giunti al secondo disco dopo il convincente debutto del 2002, “Grr…!”, questi quattro simpatici tedesconi tornano a far circolare il proprio nome con un disco tutto basato su ingredienti fondamentali come potenza e melodia. Rispetto all’esordio, infatti, i suoni si presentano ancora più robusti ed il songwriting spazia molto, andando da tipiche sonorità stoner a furiosi giri rock’n’roll, passando per sterzate metal e vibrazioni crossover. La produzione ed il mixaggio potevano essere migliori, dando maggiore spessore soprattutto alle chitarre, ma poco importa, lo scopo dei quattro è scuotere e far divertire e l’ascolto di questo cd vi comunicherà senza dubbio piacevoli sensazioni. Dall’inizio motorheadiano dell’opener “Roll over” (caratterizzata però da riff dal vago sapore Amorphis…) al panico creato dalla conclusiva, roboante “Rock show”, è un susseguirsi di emozioni ad alta tensione alcolica. Gli Electro Baby sono la band adatta per party e festini scatenati, il coinvolgimento che emanano brani come “Smoke the sun” o la stranissima “Sci-fi disco” è davvero alto, non vi resta che cedere alle loro lusinghe… L’attitudine scanzonata di Robmaster (chitarra), El Matador (voce), Olli (basso) e Drumgod (batteria) li avvicina ai conterranei Red Aim, anche se in questo caso il livello delle composizioni è molto più vario: in “Dark side of my love” (un vero gioiello!) e “Rock’n’roll or die” domina il rock più puro ed incontaminato, sempre sottolineato dalle melodie vocali catchy del Matador (anche se non viene disdegnato nemmeno l’uso di growls e urla lancinanti); lo stoner fumoso e pachidermico fa capolino in “Devil’s whore” e “Stoned godz” (dedicata alla webzine di Bokal e compagni!), mentre in “Creatures of the night” e “Censored” il sound del gruppo si divide addirittura tra crossover e thrash metal. Se ci aggiungete l’artwork con foto di Julie Strain e la presenza del video di “Sick head” come bonus avrete un prodotto più che soddisfacente sotto tutti i punti di vista. Lasciate perdere tutti i finti rocker e se cercate qualcosa di veramente tosto buttatevi sugli Electro Baby, loro di sicuro non vi deluderanno… Alessandro Zoppo
ELEPHARMERS – Erebus
Cagliari Stoner Rock City. Magari nel 1970 o anche oggi nei Duemila, con band di gran classe e grandi intenzioni. Non ultimi gli Elepharmers, terzetto più uno che ama forgiare il proprio suono al sole delle dune di Piscinas. Dopo il bell'esordio "Weird Tales from the Third Planet", la prima sorpresa la troviamo in "Spiders" che, subito dopo il monolite di apertura della title track (un mix incandescente di Karma to Burn, Acrimony e 35007), vede l'ugola di El Chino provare ad alleggerire il tema con un riff scanzonato e boogie come solo i Nebula sapevano fare.
Non facciamo in tempo a buttare giù il sorso che siamo davanti all'inno per lo scapocciamento di "The River", arcana e arcigna con qualche tocco proto doom à la Pentagram o, per accostarla a qualcosa di più moderno, ai Goatsnake. I pezzi sono lunghi e vivono dentro le articolazioni selvagge tra rifframa e cambi di tempo. Possono partire dal doom e finire nel metal o nello space rock o dove gli pare. Esempio è "Cannibal Supernova" con la seconda sorpresa di synth e Hammond del Baro, che rendono liquido e avvolgente il magma sonoro del terzetto. L'animo dell'ascoltatore galleggia nell'etere anche con la ballad southern psych "Of Mud and Straw", affidata all'acustica e all'Hammond come un oggetto d'amore da custodire preziosamente.
Non sappiamo perché ma ci hanno riportato alla mente i gruppi street metal degli Ottanta (Poison, Faster Pussycat, Cinderella) quando, in ogni album tossico e stradaiolo, inserivano una ballad da lacrimoni. Ma è un attimo perché già nella successiva e conclusiva "Deneb" si torna al mood sanguigno e verace del '70s hard, anche se il pezzo è arricchito da deliziosi intermezzi dove la musica scompare per fare spazio alla densità del sentimento. Il brano più commovente e riuscito dell'intero lotto. Come sempre la Sardegna, la sua terra, i suoi orizzonti e i suoi personaggi sono garanzia di cose buone e veraci: don't miss it! Eugenio Di Giacomantonio
ELEPHARMERS – Weird Tales from the Third Planet
Se cercate con insistenza insolite frequenze provenienti dai confini del sistema solare, fareste meglio a non snobbare troppo quello che accade sul nostro pianeta, visto che in quanto a bizzarrie non è certo l'ultimo posto dove cercare. Preambolo d'obbligo per introdurre l'esordio degli Elepharmers, terzetto sardo che propone un solidissimo stoner acido di vecchio stampo (ma non per questo sorpassato, anzi!), tra echi di (primi) Orange Goblin, Kyuss, Queens of the Stone Age (quelli di una volta) e un po' tutto il succulento suono fuzz degli anni 90. Riff grassi, ritmiche blueseggianti e soliste psych appaiono in bella mostra lungo tutto l'album, esibite però con quel piglio personale che dona agli Elepharmers un bel retrogusto muriatico.In particolare vanno segnalati brani come "The Preacher", "Downtown in the Morning" e "Sailing by Sight", genuine e coinvolgenti al punto giusto. La scorrevolezza psichedelica di "Endless Summer", giocata tra riff detonanti e atmosfere canicolari, la dice lunga sul background di Andrea "Fex" Cadeddu (chitarra), Guido "El Chino" Solinas (voce, basso, armonica) e Maurizio Mura (batteria); per "The Valley" si potrebbe tirare in ballo l'eclettismo tipico di band fondamentali come Atomic Bitchwax e Core, mentre "Tiger Mozquitos" è forse la song che spinge di più col suo denso andamento ipnotico. Per finire, ottima anche la ghost track, un hard southern ruvido e indiavolato. Un'altra realtà decisamente promettente partorita dal nostro stonerama. Roberto Mattei
ELEVATORS TO THE GRATEFUL SKY – Cloud Eye
La bellezza di un disco come "Cloud Eye" dei palermitani Elevators to the Grateful Sky va cercata nei dettagli. L'armonica che fende il riff mortale di "Ridernaut", i tromboni sgonfiati di "Red Mud" e lo stacco reggae/dub della title track, sono la prova evidente che ai nostri piace lavorare sulla materia fine. Dopo l'omonimo EP d'esordio del 2012, la svedese Transubstans Records (nel rooster pezzi da novanta come Siena Root e Burning Saviours) offre al gruppo la possibilità di far uscire il primo album sotto la propria ala protettiva. Il risultato è ciò che la band andava cercando: una visibilità oltre i confini del Belpaese e una distribuzione mondiale. Al netto dell'ascolto dell'album si può tranquillamente affermare che gli Elevators giocano la stessa partita di Dozer, Lowrider, 7Zuma7, i fantastici Thumlock (chi se li ricorda?), fermandosi un pochino prima che il post Kyuss diventasse altro, come hanno dimostrato Colur Haze e Los Natas. In "Turn in My Eyes" c'è l'urgenza degli Slo Burn quando psicanalizzavano la propria identità con botte da tre minuti al posto di space caravan da cervelli fatti. E lo stesso si può dire di un pezzo come "Upside Up": vero pugno tra i denti che lascia agonizzanti. Ma la Sicilia è anche sabbia e dune, e proprio il suo paesaggio sembrano evocare le sensuali "Mirador" e "Stone Wall". I quattro suonano con un piglio circolare e compatto; c'è un'intesa immediata ed emerge chiaro lo stile del bravo Giorgio, il chitarrista, che distribuisce equamente il suo talento tra la ricerca di riff originali ("Turn in My Head" paga un po' troppo il pegno ai QOTSA, come "Sirocco" lo paga al Bjork solista, attenzione!) e assolo puntuali e mai ridondanti. Tutto questo al fine di divertirsi, sia chiaro. Come indicano loro stessi: "It's only a storm in a teacup. Ride your way, look at the sun and fun with Elevators to the Grateful Sky!". Eugenio Di Giacomantonio
ELOW THE SOUND – More like a gunshot than a car wreck
Se i Joy Division fossero sopravvissuti agli sconquassi avvenuti nel mondo del rock durante tutti gli anni '80, i '90 e questo inizio millennio molto probabilmente avrebbero suonato così…i Below The Sound sono un trio di Albuquerque composto da due fratelli, Chris e Brian Roy, rispettivamente chitarra e batteria, e dal bassista/cantante Dennis Panozzo. Dopo l'album d'esordio e tante esibizione live, con questo ep di sette pezzi tornano a proporre la loro musica deviata e devastante, composta di noise alla Jesus Lizard e Naked Raygun, postcore di derivazione Quicksand e dark wave presa direttamente in prestito da Ian Curtis e soci, il cui poster campeggia non a caso alle spalle dei tre nella foto interna del booklet… C'è da fare subito una premessa però: chi non ama la scarsa linearità, le composizioni volutamente scarne e la quasi totale assenza di melodia stia alla larga da qui…tutti i brani sono brevi e furiosi come schegge impazzite, tanto che le iniziali "Extravaganza" e "Fever pitch" lasciano sbigottito chi si aspettava un approccio più "facile" e ascoltabile, subissando le nostre orecchie di distorsioni perverse, ritmiche vulcaniche e parti vocali a volte urlate, altre volte sguaiate. Bisogna attendere "Penetration" per cominciare a percepire una certa sequenzialità sonora incanalata in una struttura martellante ma pur sempre ossessiva, mentre con "Pretty stupidity" siamo di nuovo immersi in un abisso oscuro, saturo di violenza, rabbia e angoscia. "Subtractive" allenta per un attimo la tensione emergendo dal basso e sputandoci addosso una leggera linea melodica, divisa tra le chitarre di Chris e le vocals di Dennis, nonostante basso e batteria costruiscano sempre delle impalcature debordanti, che in questo caso si placano solo nello stacco centrale, leggermente rilassato, per poi riprendere a pieno regime. Dei forti accenti groove (evidenti specialmente nel finale assolutamente da brivido…) dettano invece i tempi di "Like a pig", straziante frammento punk wave che ci avvia alla conclusione, affidata a "Hot blooded animal", luogo dove il noise incrocia il dark e il postcore in un caleidoscopio che ha come comune denominatore un solo sentimento percepibile: il dolore. L'ho detto e lo ripeto, la proposta dei Below The Sound è qualcosa di difficilmente accessibile, è il classico sound da amare alla follia o da odiare incondizionatamente. Solo dopo ripetuti ascolti si può percepirne bene l'essenza e capire a quale schiera si appartiene: personalmente, mi annovero tra quelli che li amano spassionatamente. A voi la scelta… Alessandro Zoppo
ELVIS DE LUXE – Elvis de luxe
Lo stoner sembra prendere sempre più piede in giro per il mondo e a conferma di tale fermento ecco giungere il primo demo degli Elvis De Luxe, band proveniente nientemeno che dalla Polonia, terra avara di proposte in questo genere. Quanto fatto ascoltare in questo lavoro d’esordio tuttavia tradisce il contesto geografico e piuttosto ci fa pensare al torrido deserto californiano: siamo di fronte ad uno stoner rock denso e corposo, influenzato da numi tutelari come Kyuss e Unida, con qualche passo falso se pensiamo all’originalità della proposta ma anche impreziosito da frequenti inserti southern che rendono ancora più infuocata la già ardente matassa. I primi due brani che compongono il dischetto (volutamente senza titoli) viaggiano su sonorità heavy psych rocciose e quadrate, specie il secondo pezzo, molto rock’n’roll nella migliore tradizione targata Unida. Il singer Ziemba si destreggia bene sia nei toni più grezzi che in quelli passionali, così come la coppia di chitarre, Mechu e Bolek, degni emuli di un certo Josh Homme… Ed infatti la terza traccia, “Extraterrestrial hideout seeker”, chiama in causa direttamente i Queens Of The Stone Age grazie al suo appeal “piacione” e ad una melodia perversa che si comporta come una colla a presa rapida. Le ultime due song invece tornano a pigiare sull’acceleratore, con la voce che si avvicina sempre più agli stilemi propri di John Garcia, la sezione ritmica che pesta di brutto (ottimo il drumwork di Mikolaj) e il lavoro di riff e fuzz che tritano le nostre orecchie… Un esordio davvero promettente questo degli Elvis De Luxe, soprattutto perché arrivato da un paese come la Polonia dove non avremmo mai immaginato esistere persone dedite a questo tipo di sonorità. Da tenere sott’occhio! Alessandro Zoppo
EMME4 – Self-Made Sun
Avevamo lasciato gli Emme4 tre anni fa, alle prese con un lavoro omonimo di dieci tracce che dava seguito al debutto del 1999 ‘Something Strange’ e all’ep del 2000 ‘Brown Songs’. Ritroviamo la band di Rovigo con la stessa carica esplosiva, rinnovata nei contenuti di questo ‘Self-made Sun’. Undici canzoni che rilanciano il gruppo nell’orbita heavy psichedelica italiana, sempre più lanciata verso nuovi orizzonti. Mirko (voce), Cristian (chitarra, tastiere), Matteo (basso) e Marcello (batteria) fanno tutto in proprio, tuttavia non c’è pressappochismo in questa produzione, anzi. L’unico difetto è in alcuni suoni scarni, per il resto i brani scorrono via che è un piacere e lasciano un piacevole senso di stordimento nell’ascoltatore.
EN DECLIN – Trama
Ennesimo colpo della My Kingdom Music, etichetta abile come pochissime altre nello scovare giovani talenti e lanciarli sul mercato discografico internazionale. Questa volta è il turno degli En Declin, quintetto di Roma autore di un disco davvero elegante ed emozionante. “Trama” è un affascinante e malinconico affresco sonoro, all’interno del quale confluiscono a meraviglia atmosfere memori degli ultimi Anathema, porzioni acustiche dal notevole gusto di stampo Opeth e sussulti psichedelici riecheggianti la lezione dei migliori Porcupine Tree. Il tutto miscelato con classe e cantato ottimamente da Maurizio Tafani, autore di una prova maiuscola.È musica malinconica, certo; ma siamo lontani anni luce dalla scontata freddezza di un certo suono gotico; al contrario, “Trama” è un disco che trasuda calore ad ogni nota e istante. “1647”, “My anger”, “Still anger” e “When edge…” sono quattro perle che, una dopo l’altra, vi catapulteranno in un infinito vortice d’emozioni nel quale sarà meraviglioso perdersi, accompagnati da un sottile velo di malinconia dal quale non vorrete separarvi. La sognante “Isquosadmove” (alla quale partecipa alle vocals Marco Soellner dei Klimt 1918) è semplicemente una delle più belle e coinvolgenti canzoni degli ultimi anni, dotata di un ritornello cantato in italiano che ascolterete all’infinito senza mai averne abbastanza. La stessa cosa che vi accadrà terminato l’ascolto di “Trama”; e allora, sarà piacevolissimo ricominciare. Marco Cavallini
END OF LEVEL BOSS – Experiment
Sono proprio strani questi End Of Level Boss… La prima volta che li si ascolta si rimane interdetti: un ep di 5 pezzi, la traccia iniziale si chiama “Freak waves” e sembra che i Kyuss si siano messi a suonare come i King Crimson… Stoner progressive? No, brutta definizione e poi perché ingabbiarli? Diciamo che l’arpeggio iniziale e le sue variazioni distorte fanno un certo effetto, se poi ci aggiungiamo un riff molto groovy e ritmiche a cascata abbiamo un piatto davvero ghiotto. Heck (voce e chitarra), Gareth (batteria), Elenajane (basso) e Jimm (chitarra) sanno esattamente ciò che vogliono e l’eclettismo profuso in questo dischetto è qui a dimostrarlo. Le costruzioni isteriche di “Dis-jointhead” illustrano in musica un soffuso senso di angoscia, tristezza cosmica dipinta da spettrali inserti psichedelici di chitarre ronzanti e rumori che evocano violini lontani. “Words have no meaning” ha invece delle fondamenta post rock sulle quali si erige una liricità tutta ricavata dagli Alice In Chains: decadenza e nervosismo in quantità abbondante per il miglior brano dell’intero stock. “End of line” va ancora più in là e piazza su una lenta base doom delle vocals rabbiose e delle sofferte impennate di chitarra molto noise… in questo caso sono convinto che questi ragazzi devono aver ascoltato parecchio gli Acid Bath! “Octember” chiude il cerchio ancora una volta in modo scostante e convulsivo, solo una melodia sotterranea eppure urlata ci trascina fuori da un mare di soffocanti intarsi ritmici. Giunti alla fine, si può tranquillamente affermare che gli End Of Level Boss rappresentano uno di quei pochi casi in cui tentare, osare e risultare estremi è la scelta migliore. Promossi a pieni voti. Alessandro Zoppo
END OF LEVEL BOSS – Inside the Different Engine
Secondo disco e secondo centro per gli End of Level Boss. La band dell’ex Hangnail Heck Armstrong, incassato l’abbandono dell’altro ex compare Jimm Ogawa, si è riassestata con l’ingresso in line up del chitarrista Roland Scriver e grazie all’affiatata sezione ritmica composta da Elenajane (basso) e Ben Hallett (batteria) sforna l’ennesimo riuscito lavoro. “Inside the Different Engine” prosegue infatti sulla stessa scia del debutto “Prologue”: un heavy rock duro, allucinato, oscuro, contorto, roccioso, elaborato e dannatamente affascinante.Stupisce ancora una volta la capacità strumentale dei quattro, alle prese con sorprendenti cambi di tempo, fulminanti melodie e una potenza sonora come poche. Merito anche di una produzione lineare e avvolgente, che rende nitidi riff e ritmiche. Restano i rimandi all’universo Hangnail (“Reticence” è eloquente a tal proposito), così come le fitte e sghembe trame ‘post progressive’ di cui la band si fa portavoce (come non scorgere i fantasmi di King Crimson e Voivod in brani quali “Selfishnegativibemerchant” e “Corners”). Permane anche quell’alone coinvolgente e malinconico che ci ha fatto amare il Seattle sound dei vari Soundgarden e Alice In Chains, sensazione che si fa strada in “Words have no meaning” e nella bellissima “Mr Dinosaur is dead”, uno dei migliori episodi dell’intero album. Ma non è mero citazionismo. Gli End of Level Boss hanno una propria cifra caratteristica, uno stile personale che si fa riconoscere e li rende un esperimento davvero prezioso. “Instinktivitus” e “End of line” sono gli episodi in cui questo volto esce allo scoperto: due gemme cupe, ammalianti, trainate dall’incredibile lavoro delle chitarre e da melodie che sotterranee si infilano nel nostro animo, per catturarne la più pura essenza. È questo ciò che rende gli EOLB un gruppo di alto profilo: l’intensità delle composizioni. Il terzo disco sarà il banco di prova definitivo per capire fin dove questo splendido progetto può arrivare. Fino a questo momento il bersaglio è stato colpito in pieno. Alessandro Zoppo
END OF LEVEL BOSS – Prologue
Tutti gli appassionati di stoner e heavy psych si esalteranno non poco non appena andranno a leggere chi milita negli End Of Level Boss. Alle chitarre troviamo infatti Jimm Ogawa e Heck Armstrong (anche alla voce), ossia la coppia di chitarristi che aveva infiammato i cuori degli stoners con i fantastici dischi dei mai troppo compianti Hangnail (autori di quello che riteniamo un vero e proprio capolavoro del genere, “Ten days before summer”). Ora i due tornano in pista con una nuova band, completata da Gareth Millsted alla batteria (ex Flood) e da Elenajane al basso. In realtà avevamo avuto modo di conoscere gli End Of Level Boss già un paio d’anni fa, quando si erano fatti vivi con una demo di cinque pezzi intitolata “Experiment” (recensita su queste stesse pagine e presente nel nostro database).E se “Experiment” era il titolo del loro debutto, proprio di un suono sperimentale si tratta. Isterismo, ossessività, cupa decadenza, rabbia repressa. È questo ciò che emerge ascoltando “Prologue”. Restano fermi i punti di contatto con gli Hangnail, tanto nell'impatto tipicamente hard rock di riff e ritmiche (ascoltare l’iniziale “Freak waves” o “Step the mind gap” per credere), quanto nella dilatazione psichedelica, onirica e notturna (la bellissima “Disjointhead”, la strumentale “Noisepicker”). Ma è in episodi come “Vivid”, “Spine transfer” e “Leaving the chemosphere” che emergono tutta la classe e l’originalità della band. La struttura compositiva di questi brani è infatti quanto mai articolata e complessa: le ritmiche si fanno intricate, le chitarre si incrociano con ferocia isterica, anche le vocals di Heck sono nervose, urlate. Viene da pensare ad un incrocio bizzarro (oltre che perfettamente riuscito) tra l’heavy rock di matrice psichedelica ed il progressive più estremo, quello dei King Crimoson tanto per fare un nome. Rimane un profondo senso di inadeguatezza, di cupo terrore per il presente/futuro ascoltando “Prologue”. Un disco affascinante e oscuro, difficile ed estremo. Che per certi versi (“Hedonophobia” è solo l’esempio più lampante) richiama anche il rock tirato e plumbeo che gli Alice In Chains e i primi Soundgarden hanno portato a compimento unendolo a sofferte melodie. Una band da seguire attentamente gli End Of Level Boss. Chi rimpiange gli Hangnail (o chi vuole ascoltare semplicemente buona musica) troverà nuove delizie per il suo palato. Alessandro Zoppo
ENORMOUS – Attentionsbahn
Gli amanti del puro (e crudo) heavy psych non possono non procurarsi "Attentionsbahn", l'ultima fatica dei romani Enormous, concentrato di psichedelia acida periodo 68/72 (parliamo del suo versante più informale), arricchita con esperienze successive tipiche di Thee Hypnotics, White Hills, Oneida e in parte The Heads, senza trascurare imperturbabili escursioni nello space-prog più sotterraneo che possiate immaginare e il rock sperimentale ereditato da Fred Frith.In effetti si tratta di un gioiellino che vive di luce propria, immerso in un'incubica lisergia capace di traslare la psiche oltre le ipotesi di curvatura spazio-temporale: il linguaggio è essenzialmente quello della jam-session, ma il gruppo non disdegna di comporre brani definiti e riconoscibili, anche se la ricerca della forma canzone è meglio cercarla oltre 3C 273 o qualche ammasso globulare. L'esplosione cerebro-stellare di "She's a Man" fotografa chitarrismi esasperati concatenati alla continuità della ritmica e introduce il primo trip, ""Pour It In Your Head", giocata tra synth/vocals in crescendo e incedere alla Can/Amon Dull debitamente mescolati a Loop e sonorità newyorchesi, e lo stesso discorso può valere per "Few Orbison", nella quale la sospensione acida viene fatta appositamente variare di densità. "Arabs in Manhattan" è un avant-rock con voce paranoide che si distende in partiture prog e free form, mentre subito dopo ci pensa la radiativa "Fly Low Dragonfly" a rialzare la risposta spettroscopica. "Everybody Out" placa in qualche maniera l'ascolto, ma si fa per dire, dato che sono dieci minuti di informalismi percussivi sostenuti dal moto perpetuo del basso, nei quali gli Enormous riguadagnano parte del loro aplomb psichedelico, in un sibilante e rarefatto festival sonico. Il Cd è interamente scaricabile dal sito della Sonamiuzik assieme ad altre prelibatezze come Desperate Living, Militia Wiskei, Hijos Muertos e i volumi delle raccolte Your Psych Tunes. Roberto Mattei
ENTOMBED – Inferno
Gli Entombed sono ormai un pezzo di storia del metal estremo: nati sul finire degli anni ’80, hanno scritto pagine fondamentali del death svedese partorendo pietre miliari del genere come “Left hand path” e “Clandestine”. A partire dal 1994, anno di uscita del controverso “Wolverine blues”, si è avuta la svolta che tanto ha fatto discutere i fans della band svedese: messi da parte i rigurgiti death e le sterzate grind, il gruppo ha virato verso una forma di metal cadenzato e sulfureo (qualcuno lo ha definito death’n’roll…) che strizza l’occhio al doom, al blues e all’hard rock dei ’70, riscoprendo anche mai sopite radici hardcore. Dopo il passo falso del mediocre “Same difference”, gli Entombed sono tornati su alti livelli qualitativi con due ottimi dischi come “Uprising” e “Morning star” ed oggi riprendono lo stesso discorso con il nuovo “Inferno”. Ci troviamo di fronte infatti al classico concentrato di furia metalcore, break asfissianti in pieno doom style e riffoni presi direttamente in prestito dai padrini Black Sabbath, con qualche puntatina in territori cari agli Slayer di “Reign in blood” (basta notare l’accordatura bassa delle chitarre…). Questo alternarsi di sfuriate e rallentamenti demoniaci crea un dualismo sonoro abbastanza affascinante: nelle tredici tracce qui presenti si alternano così missili che non danno scampo come “The fix is in”, “Incinerator” e “Public burning” e corposi monoliti dall’atmosfera soffocante quali “Children of the underworld”, “That’s when i became a satanist” (sempre simpatici i testi…), “Nobodaddy” (dall’ottimo taglio melodico) e “Flexing muscles”. La voce di Lars Goran Petrov è al solito possente e luciferina, le ritmiche lasciano senza fiato e le due chitarre di Uffe Cederlund e Alex Hellid costruiscono un muro sonoro davvero impenetrabile. “Yound & dead” può essere considerato il brano che meglio esprime l’attitudine di “Inferno”: inizio e conclusione deathcore senza compromessi, parte centrale oscura e in slow motion, da passeggiata nelle tenebre… Chi ama gli Entombed, soprattutto le loro ultime releases, adorerà questo disco, per gli altri vale la pena dare un ascolto, una bella mazzata che unisce Black Sabbath, Motorhead e Black Flag è merce rara al giorno d’oggi… Alessandro Zoppo
EPSTEIN SUPERFLU – The war inside darktown
Che lieta sorpresa questi Epstein Superflu. Citano lo storico manager dei Beatles, Marshal McLuhan e la psichedelia pesante macchiata di hard blues. Come se non bastasse i membri del gruppo sono reduci da precedenti esperienze in ambito grind, death e hardcore, segno evidente di una maturazione in stato già avanzato. “The war inside darktown” lo dimostra in pieno: quattro tracce per venti minuti di ottimo heavy acid rock, caratterizzato dalle chitarre mesmeriche e aggressive di Gian, dalle ritmiche dinamiche di Cal (batteria) e Lucia (basso) e dalla voce calda, evocativa di Shaman-EK.La title track leva il fiato per carica, groove e compattezza. Stoner sound nel senso più pieno del termine. “The medium is the message” replica queste sensazioni: riff a profusione, fuzz debordante e ancora una volta una linea vocale che sorprende per ispirazione e dinamismo. Le radici metal tornano prepotenti e si fondono con il verbo lisergico negli ultimi due brani: le due parti di “Solara” sono infatti una libera rielaborazione di “Master of puppets”, resa dilatata e super psicotropa. Come se James e Lars fossero davvero vissuti negli anni ’70, tenendo sempre vivo il ricordo di Cliff (R.I.P.). Insomma, qui di carne al fuoco ce n’è molta. Cibo per la mente che scarseggia solo per durata. Aspettiamo nuovi rifornimenti al più presto. La base per un buon pranzo c’è tutta. Alessandro Zoppo
ERAMALE – Rml
Eramale o Rml come preferite chiamarli. Un suono bianco come l'involucro che riveste questo dischetto di cinque tracce. Cinque carezze elargite da una mano grande e morbida. Emotività carnale scandita da ritmi dilatati e inquieti di impostazione post rock, gonfiezza di bassi e veri e propri tappeti chitarristici, tramite l'ausilio di massicce dosi di effetti. Al di sopra di ciò si staglia la voce di Marianna, ammaliante. Melodie filtrate e distorte, armonie ricercate, il tutto con la stessa dolcezza con la quale una madre racconta una favola al proprio bambino.Echi di Isis e Red Sparowes (“Arena”), innesti tra drum 'n bass e trip hop (la potente “Dune” e la placida “The Other”), oscure ed affascinanti cantilene (“Miss Apathy” - la migliore del dischetto). I giochi di contrasti rendono il lavoro davvero gradevole, concetti quali "piano" e "forte", "crescendo"; a tal proposito sentite come decolla la conclusiva "Deviner". In definitiva, immaginate i Deftones che suonano pezzi dei Massive Attack con la sensibilità dei The Gathering. Prestazione sopra le righe pur trattandosi di un'opera prima. Bravi! Davide Straccione
EREMITE – Dragonarius
Eremite è il progetto solista di Fabio Cuomo, musicista che vanta precedenti esperienze quale batterista nell'underground genovese in ambito stoner e metal con nomi quali White Ash, Nerve e Sin a Lot. Attualmente è membro degli Endtyme, band prossima all'esordio discografico. Con Eremite Fabio si propone come possente polistrumentista e "Dragonarius" ne è il risultato. Il titolo dell'album, pubblicato da Taxi Driver Records, fa riferimento ad un antico lago nei pressi di Genova, ormai completamente prosciugato, situato dove sorge la casa di Fabio e dove ha scritto e suonato da solo l'intero lavoro, semplicemente registrando la musica che avrebbe voluto ascoltare lui per primo. Al progetto si sono in seguito uniti Luca Fiorato e Giulia Piras, rispettivamente alla batteria e al basso. "Dragonarius" si compone di due lunghe tracce per un totale di 40 minuti; il sound è un olocausto sonoro nel quale si incontrano sludge, doom e forme di black metal e industrial death.Musica ossianica, cupa, heavy e monolitica, che sembra voler trasmettere tanto dolore, un dolore insito ed intimo, figlio della solitudine e dell'incomprensione che attanaglia le vite di molti e figlia dell'era che ci circonda. Un concetto di depressione come riflessione, è la frustrazione che si erge sotto forma di heavy riff claustrofobici e solenni. Un inno al nichilismo? "Contemplating the Silent Monolith" è il primo dei due brani ed è subito un riff portentoso che segue un ritmo lento ed insistito, lasciando poi spazio ad aperture sinfoniche in cui il doom diventa black, il black diventa sludge e così via, in un susseguirsi di sofferenti emozioni che si tramutano in improvvisa quiete. La contemplazione, come ci suggerisce il titolo, ed infine ancora riff martellanti e stato di disagio. Una song sinistra e a suo modo risoluta. Con "Not of This World" le sonorità sono incalzanti e heavy, la vena black sembra accentuata e trova spazio anche qualche elemento post industrial death, mentre il doom sembra ridursi. Forte un senso di inquietudine ci assale. "Dragonarius" è un album che probabilmente non verrà ricordato per la sua innovazione, ma che certamente ci consegna diversi motivi d'interesse. Un disco maestoso e straziante, le cui influenze vanno da YOB a Voivod, passando per Wolves in the Throne Room, Neurosis e Morbid Angel, Cough e Pink Floyd giù fino ai Dissection e al più marcio sludge blackened doom. Per sempre sperduti nell'oceano... Antonio Fazio
ERIK LARSON – The resounding
In un periodo di pausa degli Alabama Thunderpussy, il chitarrista Erik Larson trova il tempo di fare uscire il suo primo disco da solista a cui comunque hanno contribuito un po' tutti i membri della band madre. Qui Larson suona anche la batteria, oltre che cantare, mettendo a frutto la sua esperienza come batterista degli Avail. 'Resounding', lo diciamo subito, è un esordio molto convincente: le canzoni odorano moltissimo di America, di blues e country, siano esse espresse attraverso l'heavy rock arcigno che nei momenti elettro-acustici. Qualcosa di simile a quanto fanno gli AT, soprattutto negli episodi più granitici (I Feel Like Ted Nugent ad esempio) senza però spingersi verso quel sound metallico che contraddistingue la band del West Virginia. Dicevamo di episodi granitici. In questo disco ce ne sono diversi, ciascuno con la voglia di dare il proprio contributo alle radici del rock americano. Our Voice si snoda in modo cadenzato e coinvolgente richiamando la fluida pesantezza dei mitici Gran Funk Railroad, il trittico Hardest Thing To Write About - Scoliosis - I always End Up Being The Bad Guy è un turbinìo di riff heavy blues, scorie sudiste e desertiche, accordi aperti e refrain abrasivi. Sono brani di indiscussa qualità, schietti e corposi che divertendo lasciano il segno. L'anima del barbuto polistrumentista americano si esprime anche nella semplicità di una ballata, sia essa elettrica o meno. Se Of Storms asseconda una pigrizia tutta dylaniana, Make It è stemperata da parti strumentali vigorose e completata da belle melodie vocali. Proprio queste ultime costituiscono la più bella sorpresa dell'album. La voce di Larson è sciolta e potente, passa con disinvoltura da timbri grossi e minacciosi a una calda naturalezza yankee riuscendo a creare con l'ascoltatore l'intimità tipica delle canzoni semplici ed efficaci (Unresolved). Pazienza per il passo falso di Mine Never Was, una rock song orecchiabile e radiofonica mal riuscita. A questo punto c'è da augurarsi che il contributo di Larson agli Alabama Thunderpussy aumenti. Ne guadagnerebbero tantissimo. Francesco Imperato
ETERNAL ELYSIUM – Share
In Giappone mancava solamente qualcuno che suonasse acid rock per completare il quadro di un paese che, non solo artisticamente, assimila, centrifuga, riassembla e personalizza quanto di meglio l'Occidente abbia prodotto. Gli Eternal Elysium colmano questo vuoto con Share, loro secondo lavoro, pubblicato dalla lungimirante Meteorcity.Già il precedente 'Spiritualized D' aveva destato ammirazione e sorpresa per come questo power trio riuscisse ad interpretare molto bene lo spirito e i suoni acidi del rock tra fine '60 e primi '70, e si sa, l'uso/abuso di sostanze naturali e non abbatte i confini geografici e ci rende tutti più 'fratelli'. Allora cavallo buono non si cambia, gli Eternal Elysium sono di quelli che ci sono e non ci fanno, di certo non si prendono troppo sul serio, il che è già una gran cosa. Come giudicare infatti certe trovate a metà tra il genialoide e kitsch - i coretti da Tarzan su base heavy rock di Dogma, vibrazioni da disco-freak miste a becero rock da stadio in Movement and Vibes, i rumori della giungla nera ricreati a ‘cappella’ in Fairies Never Sleep - se non il frutto di una creatività che tenta di infondere qualche novità in un genere ormai cristallizzato. Il risultato non è sempre riuscito ma almeno è molto ispirato. Si parlava di rock acido ma anche doom e psichedelica. Fanno capolino i classici Blue Cheer e Cathedral in Waiting for the Sun e No Answer, brani di rock ossianico viaggianti sugli otto-nove minuti a testa, corde ribassate sotto le mani perché-così-insegna-Tony Iommi e testa tra le densissime nuvole nell'ennesimo joint. Jammare è un'attitudine mentale prima che tecnica, Yukito Okazaki e compagni lo sanno bene, ecco perché spolverano i loro brani con intermezzi ruspanti degni del miglior Santana e citazioni hendrixiane (Love Is All). Accendete e passate questo 'Share'... Francesco Imperato
ETERNAL ELYSIUM / OF THE SPACISTOR – Split CD
Un breve giro bluesy di introduzione, poi una mazzata doom buia e pesantissima: così si presenta Browny Brownie, il pezzo d’apertura del nuovo CD con cui si rifanno vivi i Black Sabbath del sol levante, gli Eternal Elysium. Si tratta di uno split CD, condiviso con gli Of The Spacistor per l’etichetta personale Cornucopia Records. La prima traccia percorre i sentieri già tracciati dal gruppo capitanato da Yukito Okazaki, ovvero un lento incedere su cui la chitarra del leader la fa da padrona, assieme ad una voce molto particolare ed inconfondibile, ad opera dello stesso Yukito; la chitarra si tinge a tratti di accenti blues che la rendono molto interessante, anche se il fantasma di Tony Iommi aleggia in alcuni riff e soprattutto nell’accelerazione che viene data al pezzo nella parte centrale, in pieno “Sabbath style”! Ad ogni modo un gran bel pezzo, seguito dal più incalzante e, se vogliamo, più “ordinariamente stoner” Overprotected, sorretto da una chitarra ritmica quasi metal e caratterizzato da una voce ultra-filtrata, un po’ alla maniera del Electric Wizard. Chiude la sequenza degli Eternal Elysium la chitarra pulita che introduce The Sunpower, il pezzo più orecchiabile (anche se la parola può sembrare un po’ forzata in un ambito come questo) del lotto, impreziosito dalla dal melodico refrain ed da un break centrale molto leggero e d’atmosfera che riporta la memoria a certe cose dei Pink Floyd (quelli con Gilmour). Passiamo ora agli Of The Spacistor, gruppo del quale non conosco assolutamente nulla ma che si rivela fin da subito dedito ad un rock alquanto estremo e senza tanti compromessi, improntato su dissonanze e ritmiche spezzate, il tutto condito da una voce a metà tra lo sgraziato e lo schizofrenico. Difficile dare una descrizione esauriente dei tre pezzi che hanno proposto in questo split, anche se un lieve accostamento alla scena alternative rock americana di inizio anni 90 può dare l’idea di che cosa esca dalle loro composizioni: qualcosa alla Sonic Youth, qualcosa forse alla Fugazi… con una certa personalità e mille altre influenze. Il tutto è molto particolare comunque e merita un ascolto: spero che abbiate la possibilità di rintracciare questo split (probabilmente di difficile reperibilità), sia per la presenza di un nuovo interessante gruppo, sia (soprattutto) per la presenza di tre pezzi di non indifferenti levatura di quelli che reputo i signori del doom del sol levante: gli Eternal Elisyum! Bokal
ETERNAL TAPESTRY – Wild Strawberries
Un viaggio al termine della notte è intrapreso dagli Eternal Tapestry con l'ultimo, bellissimo, "Wild Strawberries". Andiamo subito al sodo con la title track: live at Pompei, Pink Floyd, qui ed ora. Un tappeto oppiaceo su cui si infrangono chitarrismi drogati ed inafferrabili. Una nota una di synth che appoggia qualunque idea abbiate quel giorno di prendere l'acido. Delirio dei sensi. Come in un film del 1968 di Giuseppe Maria Scotese. Non che non ci avessero abituato ad un menù raffinato con le numerose uscite dal 2005 ad oggi, ma i ragazzi dell'Oregon questa volta hanno tirato fuori portate da fuoriclasse. Si può citare la California dei Sessanta, Grateful Dead, Ozric Tentacles, Gong e via dicendo. Tutto giusto. Ma la verità è che i nostri sono dentro alla contemporaneità fino alla punta dei capelli. Alla stessa maniera dei Liquid Sound Company, non esisterebbero se non in questo momento storico.
Il concetto è proprio questo: prendersi il proprio tempo. Nel ritmo della composizione (sentire "Enchanter's Nightshade" per credere), nell'osservare la realtà che ci circonda, nella vita di tutti i giorni. Il futuro arriva troppo presto diceva qualcuno. E gli Eternal Tapestry non pensano al futuro: godono del loro presente. Andare in sala prove. Suonare. Queste sono le cose che esistono nella mente dei nostri (che registrano 35 ore di materiale per far uscire un disco di 80 minuti circa) al di là delle stronzate etichetta/tour/t-shirt che piacciono alle sbarbine. Si sono chiusi in una baita all'ombra del Monte Hood e per giorni si sono sottratti al mondo esterno per dare corpo alle numerose idee musicali che ognuno ha portato in dote. La Thrill Jockey (etichetta sempre attenta a dare pubblicazioni agli esperimenti artistici – ricordiamoci degli Heat Leisure) ci ha dato la possibilità di seguire tracce di quell'evento. Tutto qui. E non è poco, dato i giorni terribili che sta vivendo l'industria musicale. Eugenio Di Giacomantonio
EVAN CAMINITI – Dreamless Sleep
La Thrill Jockey, etichetta discografica di stanza a Chicago, dimostra qualità speciali nell'individuare quei movimenti sotterranei che fanno della musica la vera e propria materia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'arte. Pubblicando Arbouretum, White Hills, Pontiak e Alexander Tucker dimostra come una mentalità aperta verso la magia psichedelica possa creare album di altissima qualità anche se percorrono strade e soluzioni diverse. A conferma c'è la pubblicazione di questo bell'album "esplorativo" di Evan Caminiti (chitarrista nei Barn Owl) che con un seven pieces, snello nella durata, ci mostra il suo "Voyage Automatic" all'interno del cosmo o, a seconda delle fantasia dell'ascoltatore, l'esplorazione degli abissi marini. Non è un caso che venga citata la natura, poiché le tracce strumentali hanno in sé qualcosa di squisitamente organico: il battito lento di un cuore rilassato, il ritmo dolce di un respiro nel sonno, l'alchimia in technicolor delle visioni nei sogni. Esteticamente siamo ad una equidistanza tra Jesu, i sunn 0))) meno ingombranti e gli Ozric Tentacles in jam: il tutto apparentato con quello che poteva passare nella testa alle band kraut anni Settanta che prevedevano, attraverso il synth, ciò che si sarebbe ascoltato negli anni Ottanta (Jean-Michel Jarre, Mike Oldfiled, Kitaro).Il viaggio ha inizio con un abbandono "Leaving the Island" e così, guardando alle spalle la terraferma che si allontana, si naufraga nel notturno brillante di "Bright Midnight" appoggiato interamente nel mood in crescita dei synth. Si sviluppano i temi espansivi di "Symmetry", "Fading Dawn", "Absteigend" e "Veiled Prayers" in continua mutazione diacronica tra chitarre pulite, micro fuzz evanescenti, delay maturi e flanger in combutta con phaser e si conclude il viaggio attraverso lo schiarirsi dell'orizzonte di "Becoming Pure Light" dove la chitarra abbandona i suoi mantra per diventare protagonista aggraziata e distorta. Il tutto scorre piacevole e lento, come se la vita non dovesse finire mai, con un ritmo finalmente lontano dalle ansie, in ricerca della forma estetica più aderente alle nostre emozioni in continuo movimento, come nelle parole dell'artista: … It was deconstructed and reformed into a different album than what it had once been, echoing some of the themes I wanted the songs to reflect initially – the way our memory changes events in the past and how our surroundings define us. Puro espressionismo della coscienza. Eugenio Di Giacomantonio
EVOKEN – Antithesis of light
Credevamo che gli Evoken si fossero sciolti qualche anno fa; il loro ultimo album “Quietus” risale infatti al 2000 e da allora ben poche notizie erano circolate sul gruppo. Sembra che la band americana abbia preso gusto nell’isolarsi e nascondersi per lunghi mesi dal mondo e poi uscire con questo nuovo mostruoso “Antithesis of light”. Un disco che prosegue il discorso cominciato col precedente lavoro ed anzi ne amplifica l’alone mortifero.Due canzoni come “Accursed premonition” e “The mournful refusal” racchiudono la funebre magia dell’epocale debutto dei Cathedral unendola ad echi dei mai troppo lodati Thergothon, facendo rivivere emozioni di infinita tristezza come da tempo non capitava. Tutto il disco è comunque una lenta ed inesorabile marcia verso l’annientamento dell’animo, infierendo con una drammaticità e pesantezza disumane. Questo lavoro non incontrerà probabilmente le lusinghe da parte dei fan del doom epico/melodico e dei fanatici dei suoni seventies; molti giudicheranno gli Evoken eccessivamente lenti, pesanti e monotoni. Noi (e poco ci importa se siamo gli unici) stravediamo invece per gruppi come questo, capaci di annullare ogni residua speranza e gettare nel più profondo sconforto. Chiamatelo funereal, depressive, apocalytptic o come diavolo volete; gli Evoken scrivono la colonna sonora per chi ama crogiolarsi nella più totale apatia e non ha nulla da chiedere alla vita. Nel suo genere, un capolavoro. Marco Cavallini
EX – Cassiopea / Sleep
Frammenti intergalattici, schegge impazzite perse nel vuoto cosmico. Un fluire di Arte e Magia, che esplora a 360 gradi l’universo umano. Il collettivo Ex è questo e altro ancora. È psichedelia, è concetto assoluto, è capacità visivo sonora. È un insieme di ragazzi che attraverso musica e lavoro grafico hanno dato vita ad un progetto intrigante sotto tutti i punti di vista.Venuti allo scoperto con un brano presente nella compilation di perkele.it “Desert Sound vol. II”, gli Ex (provenienza Bologna, ma è solo un mero dato anagrafico) hanno sfornato due dischi nel giro di due anni. Entrambi di qualità ottima. Con un meccanismo di auto produzione che li rende ancora più agguerriti (la Hot Deep Sexy Productions ha un nome che è una garanzia) sono capaci di farci viaggiare lungo le coordinate più allucinate e debordanti dell’acid rock. Completamente strumentale. La mancanza di voce non è affatto un limite, anzi: rende il sound del gruppo dinamico, intrigante, perfetta colonna sonora di un trip interstellare. “Cassiopea” è il primo lavoro della band e concentra in 8 tracce tutta la loro filosofia. Inquietanti riff che saturano l’ambiente (“Satan sol”), fughe oniriche nei meandri dell’inconscio (“Devil”), libere rielaborazioni psichedeliche che regalano momenti di grande dinamismo (“Bjork”). Non mancano fasi più malinconiche (“70”, “Coccige”), così come slanci che riempiono di elettricità l’atmosfera (“Nuda”, “Ti faccio male”). Manca ancora il guizzo giusto per abbatterci del tutto ma “Cassiopea” già si manifesta come libertà totale da ogni vincolo, fisico e morale. Il 2006 è stato invece l’anno di “Sleep” (il sonno della mente che genera mostri o omaggio alla storica, ormai defunta creatura di Matt Pike e soci?), disco ‘definitivo’ che rende il suono degli Ex ancora più colorato e sfaccettato. Nove brani che possiamo definire ‘hypno rock’, un concentrato – sempre personale e assolutamente creativo, è bene sottolinearlo – di Hawkwind, 35007, Ozric Tentacles e 7Zuma7. Insomma, quanto di meglio creato in ambito stoner space psych. Numerosi samples tramutano l’immaginario Ex in un ‘ordinato caos’ cinéphile: la stupenda “Olio” cita l’Alberto Sordi di Arrivano i dollari, l’iniziale “Tex” il cult di Mario Bava Terrore nello spazio (e la successiva “Bava” ne è dovuta, necessaria appendice), la trascinante “Agguato” Il conte Dracula di Jess Franco. “Montezuma” è un imponente colosso che rode mente e corpo, “Buffalo” profuma di notte e deserto (come solo Brant Bjork e i suoi fratelli sanno fare…), “Orso” graffia con un riff unto e delle ritmiche impazzite. Il gran finale si alimenta col delicato andirivieni lisergico di “Ritorno a Morfeus” ed esplode grazie alla mattanza di neuroni che produce “”Roncio”. Concludiamo con la ciliegina sulla torta: i due album in questione sono scaricabili gratuitamente dal sito del gruppo. Cosa chiedere di meglio? Avanti, sparite e cadete nel crepaccio… Alessandro Zoppo
EXIT OZ – Împãmântenit
Negli ultimi anni il rock più interessante, contaminato e originale si è divincolato dal bipolarismo costituito da Inghilterra da un lato e dagli Stati Uniti dall'altro. Qualcosa è nato alle periferie dell'impero, in clandestinità, nelle piccole località provinciali di altrettanto piccoli e provinciali territori di confine. Il Ko de Mondo teorizzato dal nostro Giovanni Lindo Ferretti oltre vent'anni fa ha dato prova della sua esistenza e della sua importanza. Ed esce allo scoperto in tutte le sue forme attraenti. Dalla Romania, da Timis, provengo gli Exit Oz che con "Împãmântenit" ci danno la gioia di emozionarci ancora una volta per quell'espressione artistica chiamata musica. Che qui scorre libera. Senza impedimenti. Senza recinti. Senza reti per catturarla. Pura espressione dell'emozione umana.
Un breve elenco dei suoni che ascoltiamo in "Împãmântenit": tenor sax, organi da chiesa, voci salmodianti che neanche in un disco degli Orthodox potremmo immaginare, chitarre kraut ficcanti, strani rumori di riti religiosi. E il tutto sembra ruotare intorno al folklore della Romania. C'è qualcosa che ricorda la cultura arcaica nelle sue tradizioni e nelle sue feste paesane. Immaginiamo dei Goat mollare quelle cagate esoteriche su cui fondano la loro immagine e perseguire una ricerca della propria identità e delle proprie tradizioni musicali. Exit Oz do it better. Ecco le tracce di alcuni artisti che si incontrano ascoltando questo fantastico album: Can, sunn 0))), John Coltrane, Hawkwind, Faust, Guru Guru, Miles Davis, Franco Battiato, Earth, OM, Ronin. E qualcosa di specificatamente rumeno che Dio solo sa che nome porta... Eugenio Di Giacomantonio

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