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KANDODO – K20
Simon Prine è un re. Della chitarra ovviamente. L'abbiamo ascoltato con piacere nel suo gruppo principale, The Heads, autentici fumatori di fuzz a distorsioni enormi. Ed ad un primo ascolto distratto potrebbe apparire notevole lo scarto con il suo ultimo progetto solista, Kandodo. Ma solo ad un primo ascolto. Perché, approfondendo, si intuisce come Simon stia cercando da sempre la stessa cosa seppur con metodologie diverse. La sua recherche è verso l'estasi. Perseguita con l'utilizzo di strutture circolari, ridondanti, ambientali. E più la ripetizione e la coercizione avvengono in maniera simultanea, più l'effetto è garantito. Come nei bellissimi album "Relaxing with The Heads", "Under the Stress of a Headlong Dive" e "Everybody Knows We Got Nowhere" gli Heads hanno cercato la sintesi ultima del loro processo di riconciliazione tra The Stooges, Blue Cheer, MC5 e The Who, così in Kandodo si assiste alla stesso processo di sintesi, ma, come dire, da un punto d'osservazione altro… Questa volta i numi tutelari non sono le rock band degli anni passati, bensì gli orizzonti visti, le facce incontrate e tutte le musiche racchiuse in ogni parte del mondo. Ed anche le musiche che non esistono, quelle solamente immaginate. Perché proprio l'immaginazione sembra essere il focus dell'album. L'immaginazione tesa a costruire una visione fantastica come cura espressiva del proprio universo artistico. Che in due episodi soprattutto si presenta in tutto il suo splendore e la sua lungimiranza. "Kandy Rock Mountain" che, ad eccezion fatta per i riverberi della chitarra, non presenta nulla di rock, ma è una splendida declinazione della desert music virata tra synth e arpeggi ambientali e la conclusiva "Swim Into the Sun", monolite di 22 minuti lanciato verso lo cosmologia Hawkwind grazie anche alla presenza di un drumming portante in perfetto stile Simon King (alla batteria c'è in realtà il sodale degli Heads, Wayne Maskell). Prima di questa, registrazioni di vocals distratti, samples da navicella spaziale ed effetti di ogni tipo fanno di "K20" un album bello e prezioso, utilissimo per il relax estivo. Fatevi un cannone, chiudete gli occhi e mettetevi sotto al sole. La realtà sembrerà un po' più bella. Eugenio Di Giacomantonio
KANI – Badass
"Bud Is My Trainer" è l'opener di "Badass", nuovo disco dei Kani ed è un pezzo speed metal Anni 80 come non se ne sentivano da anni! Ma è solo l'inizio. L'omaggio ad un gigante come Bud Spencer merita un pezzo eccezionale e così sia. Il resto viaggia su coordinate hard Seventies punk rock da paura. "Electric Church of Rock" si spiega da sola: Hank Von Helvete dei Turbonegro è morto ed è rinato dentro il corpo non altrettanto grasso del Joker. "Go to Bed With Us" è Dozer, Lowrider, Demon Cleaner ed ora ne siamo certi: i nostri hanno un debole per il rock nordeuropeo di paesi quali Svezia e Norvegia. Terzo pezzo e tre direzioni diverse, non male. Andiamo avanti.Motorhead dei Novanta su "What Doesn't Kill Me Makes Me Stronger" e a questo punto viene il dubbio di non aver messo nel lettore un cd compilation con tema Mostri Sacri del Rock. Dubbio subito confutato dall'organicità che i nostri sanno dare alla materia rock, che evita il tentativo di emulazione, ma guarda con rispetto chi è passato sulla stessa strada prima di te. E così seguiamo gli odori di Pantera in "The Power of Money" e "Drink'n'Drive", di Ironboss e Five Horse Johnson in "Badass Bolgie", di Corrosion of Conformity in "Die Hard" e di Megadeth in "We Bite", prima del gran finale acustico con "Dancing Star", blues per voce e chitarra, degna chiusura da manuale hard rock. Il tutto è mescolato con grazia in un'alternanza di testi d'opposizione al sistema con scanzonature per puro divertimento. Ottimi per chi deve iniziare a comprendere lo spirito del rock'n'roll nelle sue accezioni più varie, senza dimenticare che siamo qui per lasciarci andare. E come dice la Go Down Records nelle note della cartella stampa: It's only dirty rock'n'roll, but I like it. Eugenio Di Giacomantonio
KARMA TO BURN – Almost heathen
I Karma To Burn sono un’anomalia nel panorama stoner per più di un motivo. Primo, le loro composizioni sono totalmente strumentali, concrete fino all’osso e coriacee. Secondo, conseguenza del primo, qui più che altrove è il riff a farla da padrona e se ci pensate attentamente è sostanza ciò che si cerca in una produzione di stoner et similia. Nel caso specifico i Karma To Burn suonano sludge rock al cento per cento e Almost Heathen non fa una grinza. Depravazione rock mista a cinismo hardcore ed ecco l’infernale risultato che nell’iconografia richiama il metal satanico più becero con tanto di caproni e pentagoni ma nella sostanza è roba tostissima che il trio della West Virginia titola solo con dei numeri casuali (che avranno uno specifico significato cabalistico? Bisognerebbe chiederglielo..) tanto per farci capire quanto vadano subito al sodo. Un disco spiattellato ‘here and now’ insomma. “ Almost Heathen” parla pesantemente il verbo blues con le cadenze heavy di un redneck incallito e ubriaco sparato a folle velocità per le infinite routes americane, ricco di groove e mai noioso nonostante l’assenza di cantato. E’ concessa una sola breve sosta al classico distributore che sorge nel nulla assoluto per levarti dalle orecchie la sabbia rossiccia e fastidiosa del deserto e magari bere un cichetto di Jack Daniels per tirarti su. Dopodichè si riparte verso l’ignoto per un’altra destinazione. E via così all’infinito, si ricomincia dalla prima traccia... Francesco Imperato
KARMA TO BURN – Karma to burn
Forse l’era post kyuss-magnet-sleep, ossia il periodo 1996-99, è stata quella più significativa per quanto riguarda l’esplosione dell’hard-psych, una scossa tellurica che dalle esosfere vergini si è propagata nel resto del globo, influenzando in maniera determinante le sonorità del millennio attualmente in corso, e non parliamo solo dello stoner rock… Le cronache underground di quegli anni avranno detto un po’ tutto sui Karma To Burn, a volte con superficialità, ma la cosa sicura è che riascoltando il loro omonimo debutto, quella sensazione di traslato panismo che pervade il nostro corpo rimane perfettamente la stessa. I musicisti virginiani avevano abbandonato la loro città, troppo bigotta e conformista, per rifugiarsi appartati sui monti Appalachi, terra foriera di tempeste e brusche variazioni climatiche, per realizzare quello che avevano sempre desiderato: una vita scandita dai tempi di una musica heavy, visionaria e dilatata. Bastano pochi istanti affinché il riff acido di “Ma Petit Mort” si evolva in un brano perfetto, caratterizzato dalla voce darkeggiante di Jarosz, diabolici contrappunti femminili e stupendi escursus chitarristici. Inenarrabile la crudele bellezza della seguente “Bobbi, Bobbi, Bobbi – I’m Not God”, un sabba consacrato a misteriose divinità boschive. Morbide percussioni introducono la spettrale nenia indiana di “Patty Hearst’s Closet Mantra” intonata dalla voce, poi un susseguirsi di rincorse ancestrali tra i sentieri della mente, per un brano che nessuna band grunge, perdonatemi, è mai riuscito a comporre. Inizio a singulti anche per “Mt. Penetrator”, poi una cascata di riff e divagazioni strumentistiche, tutto uno più bello dell’altro; con gli occhi vediamo oltre la foschia e attendiamo trepidi la fatidica undicesima notte qui raccontata. Da rimarcare come i Karma To Burn non producano alcun effetto ansiogeno. Teniamoci forte perché parte lo strumentale “Eight” (riproposto anche nell’album successivo): niente da fare, veniamo trasportati ancora una volta nell’occhio del ciclone ad altezze inverosimili, e le onde sonore ci tengono in equilibrio mentre ammiriamo tutte le straordinarie bellezze naturali. La prima, inquietante presenza umana è dovuta ad “Appalachian Woman” un southern-doom da brividi, da ascoltare mentre quei femminili occhi corvini ci fissano inesorabilmente. Da non crederci, ma “Twenty Four Hours” dei Joy Division rifatta in questa maniera suona proprio come una premonizione stoner-psych di tanti anni prima, come se Ian Curtis abbia già visitato in sogno questi luoghi ancestrali. Suoni slide-psichedelici, ma sempre oscuri, introducono “Six-Gun Sucker Punch” e poi via l’ennesima mazzata stoner vorticosa e paludosa, con sempre quei maledetti intrecci basso-chitarra-batteria e parti vocali inasprite. “Thirteen” è un altro strumentale paradigmatico dello stile Karma To Burn, in cui si condensa alla perfezione il mood di questa band: sentieri polverosi, melma sludge e una frenetica battuta di caccia, e tanta, tanta perizia esecutiva. Più vicina alla forma-canzone “(Waltz Of The) Playboy Pallbearers” un perverso stoner rock contaminato da dilatazioni dark e citazioni di Jefferson Airplane. Quasi sudista anche “Twin Sisters And Half A Bottle Of Bourbon” se non fosse per le solite fughe oniriche compenetrate, senza la minima prolissità, nel contesto heavy. Chiude “Six”, terzo brano interamente musicale, un addio struggente a questo mondo rurale e immaginifico che solo i Karma To Burn sono riusciti a ricreare. Roberto Mattei
KARMA TO BURN – Live at Sidro Club
Esce per la Go Down la testimonianza dell'infiammato live dei Karma To Burn al Sidro Club in quel di Savignano sul Rubicone. Un live set edito in vinile che in più di 50 minuti di durata ripercorre più o meno tutte le tappe della gloriosa carriera della stoner band del West Virginia. A farla da padrone sono i grandi classici come "Twenty", "Thirty", "One" e "Twenty Eight" che danno la prova di come dopo più di quindici anni di attività il terzetto statunitense sia ancora in gran forma e capace di performance live coinvolgenti e infuocate. Caldamente raccomandato agli amanti dei K2B e dello stoner viscerale in generale. Giuseppe Aversano
KAROSS – Molossus
La scena scandinava continua a fornire linfa vitale alla scena stoner rock internazionale, memore di quanto nel corso degli anni passati ha saputo offrire a livello di band e relative pubblicazioni.In questo caso è la Svezia a proporre una interessante e fresca realtà che risponde al nome di Kaross, giovane formazione attiva dal 2001 e giunta dopo la dovuta gavetta alla prima pubblicazione per Eastground Records. “Molossus” è il nome del debut di questi 4 ragazzi di Sködve, concentrato energico di riff e melodie che prendono spunto da diverse scene musicali, dal blues al rock, dal metal al punk. Un insieme di influenze ben rodate che si incarnano in quello stoner rock ruvido, dai riff essenziali ed incisivi, dalle ritmiche cariche di groove e potenza, il tutto condito dall’ottima performance del singer Magnus Knutas, variegato interprete di linee melodiche intriganti e ben studiate. Per essere all’esordio i Kaross vantano una maturità compositiva decisamente di alto livello e tutti i 13 brani che compongono “Molossus” si assestano su standard più che validi, permettendo un ascolto fresco e gradevole. Non è certo difficile cogliere i rimandi più o meno evidenti a Orange Goblin o Monster Magnet rimanendo nel territorio stoner rock, ma i nostri si lanciano senza timori anche verso confini meno prevedibili, specie per certe esplorazioni in regioni punk, ben presenti in alcuni refrain e cori energici, o verso le paludi del blues più disteso e passionale, il tutto convogliato in un’unica forma dal risultato assolutamente convincente. Aggiungiamo una produzione davvero meritevole e un artwork tanto essenziale quanto originale e la lista degli elementi per fare di “Molossus” un disco di tutto rispetto sono al completo. Una giovane promessa da tenere sicuramente d’occhio, partendo proprio da questa prima convincente prova. Marco Negonda
KASH – Open
Una band italiana (di Torino per la precisione) che incide per la Sick Room Records di Chicago. Sembra ripetersi il caso di gruppi come Uzeda, Ufomammut o Three Second Kiss, osannati all'estero ma praticamente sconosciuti in patria, se non da appassionati e addetti ai lavori. I Kash sono ormai in giro da tempo, dal bellissimo disco omonimo uscito ormai sei anni fa. Nel frattempo c'è stato "Beauty is everywhere" (prodotto niente meno che da Steve Albini) e ora questo "Open", lavoro che può rappresentare un autentico punto di svolta per i quattro (Stefano, Paride, Luigi e Flavio).L'appoggio della Sick Room è ovviamente fondamentale, così come i contatti che i ragazzi hanno intanto imbastito (hanno avuto l'onore di suonare in compagnia degli Shellac e in questo caso hanno collaborato con Steve Sostak e Mitch Cheney, provenienti da Sweep The Leg Johnny, ZZZZ e Rumah Sakit). Questo album di undici brani (con un booklet molto spassoso!) persevera sull'energia sonora possente e toccante del passato, tra costruzioni armoniche singhiozzanti, melodie contorte e testi surreali. Composizione esemplari sono "Toys", "Too bad" o "Radio cherokee": noise, no wave e post rock si muovono in modo irregolare e spigoloso, nessuna linea retta, il sound è del tutto scomposto. Sulla frammentazione della base ritmica poggiano l'isteria vocale di Stefano e un complesso di (r)umori chitarristici e non (ronzii, laceranti feedback, inserti di tromba, sax e armonica). Il risultato è quanto mai affascinante. In "37 telephones on fire" e "Eyes" emergono invece melodie contorte e dissonanti ma dall'innegabile appeal. Come se Captain Beefheart fosse catapultato avanti di trent'anni e si trovasse a condividere lo stesso palco di Shellac e Sonic Youth. Anche perché la psichedelia sembra essere un campo di forte interesse per i Kash. Non a caso "Porno space", "Cactus shine" e "Cheese cake" rappresentano tre incredibili variazioni sul tema del rock psichedelico: acerba e scostante la prima, acida, desertica e sognante la seconda, suadente la terza. Insomma, è classe pura quella di questi simpatici ragazzi. C'è solo da augurarsi che i consensi ricevuti negli Stati Uniti si tramutino in onore italiano. Capiterà il giorno in cui, inevitabilmente, sarò costretto a nutrirmi di carni utopiche... Alessandro Zoppo
KAYLETH – Space Muffin
Se provate a fare una ricerca su Kayleth vi trovate di fronte ad un personaggio femminile fantasy descritto in questo modo: Kayleth è fredda, precisa e pragmatica. È maestra nell'arte della guerra e della strategia, focalizzata sulla vittoria e sul modo migliore per raggiungerla. Come un maestro guerriero, ha un arsenale di abilità letali a sua disposizione per gettare il nemico fuori gioco o eliminarlo. Bene. Provate a trascinare questo concetto in musica ed otterrete questa potente band veronese, attiva dal 2005.
Il nuovo "Space Muffin" ha qualcosa dell'art/space rock dei White Hills, anche se i nostri addizionano al THC dello spazio insondato le vitamine e il testosterone di band ultra heavy come Solace, Elder e Church of Misery. Parafrasando il buon Celenta, ti carezzano con soffici synth del bravo Michele e ti scazzottano con la chitarraccia del truce Massimo! Quando partono per il binario giusto non ce n'è per nessuno: "Spacewalk" è una cavalcata come non se ne sentivano da tempo, al pari degli Hawkwind, hic et nunc. "Bare Knuckle" e "Try to Save the Appearances" ricordano gli Unida più desertici, mentre in altre occasioni si sondano i territori ambient jam ("Born to Suffer", "NGC 2244", strumentale e lascivia come una giovane baldracca). Non c'è altro da aggiungere. Come si dice in certi casi, sbagliando, facendo un errore di ridimensionamento dei gruppi italiani verso il basso, una band di caratura internazionale. Eugenio Di Giacomantonio
KAYLETH – The Survivor
La costanza e la perseveranza in qualche maniera pagano sempre, ne sanno qualcosa i Kayleth che hanno sfornato diversi demo prima di arrivare al primo EP vero e proprio. Sempre fedeli al rock grasso e urticante proposto sin dalle origini (ne sono un esempio "Anvil" e "Desert Caravan"), i veronesi tirano fuori dal cilindro anche brani imponenti e futuribili come la title track, caratterizzata da riff grantici e soliste ipnotiche, nella quale la voce di Enrico si staglia potente e conturbante.Maturo a dovere anche lo stoner psych di "Waterfall" e soprattutto l'ottima "In Front of You" che racchiude al meglio le potenzialità dei Kayleth: forma canzone tramutata in un brano panzer dalla bella elasticità nervosa, che lascia spazio a fraseggi inaciditi. Interessante la cover di "The Nile Song", resa forse più quadrata rispetto all'originale, ma sicuramente apprezzabile. La crescita c'è stata come si sperava, appare giusta in definitiva la decisione di non sprecare subito tutte le frecce al proprio arco per il primo full-length, il quale potrebbe permettere alla band di avanzare ulteriormente. Per il momento "The Survivor" è sicuramente soddisfacente. Roberto Mattei
KAYSER – Kayserhof
Altra uscita di lusso in casa Scarlet Records. Dopo gli Allhelluja, ci ritroviamo tra le mani il disco d'esordio dei Kayser, una sorta di super gruppo che vede in formazione due reduci dell'esperienza Mushroom River Band (Spice, ex Spiritual Beggars, e Bob Ruben) e altri due veterani della scena svedese, Fredrik Finnander (ex Aeon) e Mattias Svensson (The Defaced).I nomi Spiritual Beggars e Mushroom River Band non ingannino. Sgombriamo subito il campo da equivoci: qui di stoner, hard rock o heavy psych c'è poco o nulla. Giusto qualche accenno, inevitabile nella formazione musicale di chi per tanti anni ha condiviso esperienze e aspettative di questo genere. Ciò che invece i Kayser rispolverano è il più classico ed immortale thrash metal, quello potente, diretto, affascinante. Quello portato a gloria eterna da colossi quali Metallica, Kreator e Overkill e ripreso nell'ultimo decennio (in chiave decisamente moderna) nelle floride lande scandinave. Ed è proprio a questo retroterra che guardano composizioni come le iniziali "1919" e "Lost cause", autentiche bordate che ci travolgono per velocità d'esecuzione ed impatto. Anche "Cemented lies" e "Perfect" giocano su questo stesso terreno, così come le stupende "Like a drunk Christ" e "The waltz", brani che hanno il pregio di sommare impeto sonoro e chorus da brividi, merito della sempre splendida ugola di Spice. Ma dove la band dimostra classe e gran perizia è altrove. Ossia quando le soluzioni variano ed il disco non si appiattisce su un unico canovaccio. "Noble is your blood" rimanda all'universo colorato ed energico creato dalla Mushroom River Band in "Music for the world beyond" e "Simsalabim". In "7 Days to sink" i tempi rallentano e si dilatano, le ritmiche servono su un piatto d'argento il gran groove delle chitarre e le possenti estensioni vocali di Spice. Nel caso di "Good citizen" e "Rafflesia" prevalgono gli spunti melodici: su tracce prettamente metal, si impianta un classicismo hard rock (ecco l'unica concessione al sound degli Spiritual Beggars) fondato su vocals ammalianti e ampie pause dal sapore psichedelico. Un esordio migliore di questo i Kayser non potevano offrircelo. Fuori da ogni preconcetto ed incuranti delle logiche di genere. Chi si aspettava una replica agli ultimi Spiritual Beggars rimarrà piacevolmente spiazzato. Alessandro Zoppo
KEELHAUL – Subject to change without notice
Frammenti di violenza incontrollata popolano il nuovo lavoro dei Keelhaul. Una destrutturazione sonora che parte da lontano, da due dischi editi che già hanno deliziato i padiglioni auricolari degli ascoltatori più open minded. Un incontro scontro tra sonorità diverse e in apparenza inconciliabili che in questo nuovo lavoro trova una realizzazione compiuta e sublime. Qualcuno li definisce postcore, altri li vedono come l’ala più estrema del vecchio hardcore: nulla e tutto, un calderone pastoso e informe che travolge con potenza e creatività estrema. Forse qualche punto di riferimento lo si può trovare in gruppi come 5ive, Isis e Pelican (non a caso compagni di scuderia), ma è un riferimento che trascende le comunanze, questi folli ragazzi di Cleveland amano spiazzare l’ascoltatore e lo fanno con uno stile unico, isterico e veloce, convulso e devastante. Le radici hardcore sono più marcate negli unici pezzi cantati del disco (un razzo spaccaossa come “Shackleton” e botte ai fianchi del calibro di “Cruel shoes” e “Carl vs. the 10.000 LB shadow”), mentre nel resto del tempo rimasto a disposizione i Keelhaul ci sfiniscono con estemporanee divagazioni strumentali. A volte queste sfuriate assumono la forma di macigni dal groove robusto e corposo (“Answer the chicken”, “Randall”), altre volte prevalgono ritmiche sghembe e giri soffocanti (“The gooch”). Ma dove la band colpisce in pieno è nelle matasse fumose e alterate, pezzi come la lunghissima “Driver’s bread”, la soffusa “HMG” o l’ambigua “Mash the sandwich”, perle di perizia strumentale e immani capacità di scrittura, un viaggio di proporzioni immani tra cambi di tempo, ruggiti di chitarra, liquide sensazioni psichedeliche e variazioni umorali che lasciano sbigottiti. Si è presi al collo, sballottati nel bel mezzo del caos metropolitano e rinchiusi in un vicolo buio, oscuro, senza respiro, dal quale uscire sarà veramente difficile… “Subject to change without notice” è un disco non alla portata di tutti. Difficile da assimilare in un sol colpo quanto pesante da digerire per chi è abituato a soluzioni più facili, riserverà grandi sorprese a tutti coloro i quali non si fanno scoraggiare e sarà una vera e propria droga per chi già ama questo tipo di sonorità. Alessandro Zoppo
KEEP OUT – See It Through
Il fermento musicale che sto vedendo in questo scorcio di epoca in quel di Pescara e in generale in Abruzzo è davvero disarmante. Manciate di band che hanno molto da dire e che si ricordano di dirlo tutte nello stesso momento. La spiegazione è che tutto è ciclico, l'arte genera arte, ed in una città provinciale come Pescara quest'ultima è l'unico vero spiraglio di luce. Troppo fuori luogo parlare di scena, piuttosto mi piace parlare di realtà, ottima, e come tale deve essere esportata e messa alla luce. I Keep Out giungono al primo lavoro importante, quel full-length che finalmente mette tutte le carte in tavola, senza tralasciare nulla. "See It Through" è un concentrato di heavy grunge viscerale, di psichedelia passionale, di irruenza metal, di follia math-rock, di ambient crepuscolare e tanto altro. A volte ricordano i Melvins, altre volte gli Alice In Chains, altre ancora i Tool, ma il più delle volte sono i Keep Out. Adoro la loro imprevedibilità, quel sound che amano di volta in volta presentare in diverse salse, ora rallentando le proprie dinamiche, ora velocizzandole, ora rendendole schizofreniche, ora dilatandole. Importantissimo l'apporto di un quarto elemento, un membro aggiuntivo che prende il nome di Anathony, con il suo rumore addizionale e le sue insidiose ambientazioni interposte tra alcuni brani. Sax è tanto bravo nella sua interpretazione vocale, tanto quanto nel suo lavoro chitarristico, ricco e prezioso in entrambi i casi. La sezione ritmica è una cosa sola: Fabio al basso e Carlo alla batteria si completano a vicenda procedendo come un'unica entità; particolare menzione all'eclettismo del batterista. Inutile analizzare i singoli brani, perché in essi troverete quanto appena descritto finora. Quelli che sono entrati maggiormente dentro sono "The Loooser", "Sputnik", "Muddy" e "Phobia", ma gli altri episodi non sono da meno, a partire dalla dolcezza di "Into The…" fino al drone maniacale che chiude "Parkinson"."See It Through" è un lavoro maturo, sentito, completo. Procuratevelo! Davide Straccione
KHANATE – Capture & Release
Cosa succede nella testa di un pazzo con visioni ossessive chiuso in una stanza? Probabilmente cose simili a quelle che succedono in questo "Capture and Release". Due traccie, cronistoria di un'infinita notte di incubi, i Khanate tornano a sviscerare l'oscurità della psiche, e lo fanno rumorosamente.La prima traccia, Capture, parte con la voce di Alan Dubin accompagnata da un riff oscuro a cui si aggiungono poi lente rullate sui tom e frequenze bassissime. Diciotto minuti di ricerca nel buio, agonia del desiderio che non può avere sodisfazione, voci effettate in sottofondo e improvvisi silenzi che ricordano l'angoscia di un incubo ad occhi sbarrati. Le parole sembrano una preghiera senza destinatario, "come closer, one step closer to somewhere", volontà cieca che si realizza nel finale in cui basso e chitarra smettono di rincorrersi per un'opprimente accordo di insoddisfazione. Ed è il tempo di Release, lo sfogo ha qui la sua descrizione. Prima una chitarra incredula accenna a pochi suoni per poi esplodere nell'impotente visione del proprio agire perverso. Le corde suonano basse, lente e presenti in stile Sunn o))). Rimane l'orrore per il proprio desiderio che continua anche dopo aver aperto e dissanguato la propria vittima. Il basso scuote la terra e sembra evocare dal basso una congrega delle proprie peggiori ossessioni, radunate per poter assistere al rilascio del proprio volere negativo. Non importa chi guarda, non importa cosa si continua a fare, Dubin continua ad urlare "It's not enough" e lo ripeterà in un rituale che si snoda per metà pezzo, seguito dalla solitudine di chi osserva ciò che resta dell'omicidio appena compiuto descritta con calme e dissociate note. Ma dura poco la pace, è ora di andare, e il drone prende piede nel finale per un'uscita con occhi vuoti d'insofferenza in cui ogni strumento cerca la sua strada per poi ritrovarsi in colpi micidiali di nuovo desiderio d'odio. Rimanere soli con questo disco è pericoloso, sopratutto per chi è in grado di sopportarlo. Come ogni lavoro dei Khanate siamo di fronte a una raccolta dei più negativi moti dell'anima, resi perfettamente dalla loro musica sempre più cattiva e ossessiva. Disco consigliatissimo, per chi ne ha il coraggio. Federico Cerchiari
KHANATE – Khanate
Debutto per il supergruppo concepito da Stephen O'Malley (ex- Burning Witch, ora anche nei Sunn0))) in compagnia di James Plotkin e Alan Dubin (ex-O.L.D.) e Tim Wyskida (batterista dei Blind Idiot God), che sposta di parecchi chilometri i sempre più fragili confini del doom.La creatura "Khanate" (pronunzia corretta: Con-Ate) esplora nuove lande desolate del genere, in perfetta complementarietà con i cugini Sunn0)) partendo dalla base comune Burning Witch. L'ottica secondo cui leggere questo lavoro è la totale assenza di compromessi nei confronti del più banale accenno melodico o groove, ogni nota infatti è prima lentamente pensata e poi suonata per accentuare l'impatto ed il brutale vuoto tra le battute. Drum-beat slabbrati, chitarre accordate su toni baritonali, collisioni noise e su tutto la voce affilatissima di Plotkin, scarificata, affilata e sibilante, sono alcuni, razionali appigli per poter descrivere le caratteristiche somatiche della 'brutta bestia' qui contenuta. Cinque tracce dal minutaggio variabile dai tre della strumentale Torching Koraviev ai diciotto (!!) abbondanti di Under Rotting Sky bastano per creare un effetto di pericolosa assuefazione e far sì che il play venga pigiato più (troppe) volte di quanto basti a scrivere una recensione. Personalmente mi capita così per tutti i dischi 'beyond':sulle prime il fastidio è scalpitante, poi l'abitudine e la curiosità prendono inesorabilmente il sopravvento instaurando una stranissima confidenza con l'oggetto delle mie attenzioni. Così, si entra pian piano nell'immaginario orrido-splatter del disco le cui liriche sono parte imprescindibile, divise tra brame di avvelenamento globale ("now I'm under rotten sky..choke, choke, want you choked.. change, face to blue da I'm under rotten sky"), la ricerca di quiete dopo uno spuntino (under a bed, a leg and a saw, red teeth gnaw...we go into quiet time da Pieces Of Quiet) e la constatazione conclusiva che there is no joy. Contenti loro... Nella piena consapevolezza che questo disco non è per tutte le orecchie e che necessita di tante doti da parte del pubblico per essere apprezzato, non ultime la pazienza ed una forte vena masochista, un consiglio da non sottovalutare è che l'ascolto avvenga in totale assenza di genitori o fidanzati/e se si vuole ancora scorrazzare liberi e felici nel mondo per il resto dei propri giorni... Francesco Imperato
KHANATE – Things viral
L’oscura enclave ritorna a far male e il sangue che colerà dalle vostre orecchie sarà copioso, sangue rosso fuoco… Le ferite inferte dai Khanate (la pronuncia esatta è “Con-eight”) sono profonde e laceranti, il loro misto di doom, black metal e sperimentazioni ossessive conduce in un vortice di dolore e frustrazione. Dopo il clamore suscitato due anni fa con l’omonimo disco d’esordio, Stephen O’ Malley (chitarra, autore di packaging e artwork per gente deviata come Burzum e Mayhem, nonché fautore dei progetti Sunn O))), Lotus Eaters e Burning Witch), James Plotkin (basso, producer, ex O.L.D. e membro anche di Lotus Eaters e Phantomsmasher), Alan Dubin (voce, ex O.L.D.) e Tim Wyskida (batteria, anche con Blind Idiot God) tornano a distruggere quanto di lineare e precostituito la musica abbia prodotto sino ad oggi. Essere estremi ma senza pigiare sull’acceleratore, anzi, muovendosi in slow motion, provocando un’angosciante senso di stasi: sembra essere questa la filosofia dei Khanate. Qualcuno potrebbe liquidare facilmente questo disco dicendo che si tratta di un pappone senza senso, noioso e privo di idee. Invece è inutile nascondersi dietro queste apparenti giustificazioni, chi apprezza la musica di Earth e Sunn O))) troverà questo disco incredibilmente unico. Ed è proprio sul sound fuoriuscito dell’ultimo lavoro dei Sunn O))) (“White 1”) che “Thing viral” si adagia: vengono messe da parte le sfuriate demoniache in stile Burning Witch per lasciare spazio ad un noise doom acido ed apocalittico che si concede a drones lugubri e attanaglianti atmosfere trance. Quattro lunghissimi pezzi (“Commuted” e “Fields” sfiorano i 20 minuti, “Dead” e “Too enough to touch” toccano i 10), caratterizzati dalle urla strazianti di Dubin, dall’assoluta mancanza di variazioni ritmiche, da ronzii disturbanti e da un torpore che emerge in ogni singola traccia. Una cappa di suoni malati, un senso di sospensione che viene rotto di tanto in tanto da scosse di rumore afono. Prendere o lasciare, è questo il patto. Chi accetta il gioco conosce il rischio che corre... I Khanate sono questi, eccessivi, violenti, depressivi. I Khanate sono la rappresentazione delle idee che ronzano nella testa di un serial killer. Alessandro Zoppo
KILL THE EASTER RABBIT – Murdering your head
I Kill The Easter Rabbit sono un agguerrito trio che rende finalmente viva la scena heavy napoletana. Lorenzo (voce e chitarra), Emanuele (basso) e Jonathan (batteria) sono attivi da poco ma suonano con una potenza ed un amalgama non da poco. “Murdering your head” è il loro ep d’esordio e ci pugnala con quattro brani di rabbioso stoner sludge core, una melma sonora sporca e sanguinolenta. Immaginate Melvins, Black Flag, Black Label Society, Milligram e Acid Bath rielaborati con violenza, attitudine, voglia di fare e una certa potenza metal che sorprende per freschezza e malvagità.Certo, manca ancora la zampata vincente e i punti da migliorare sono diversi (la melodia giusta, la produzione che dia lucidità adeguata ai suoni). Tuttavia i quattro bolidi qui presenti sono un biglietto da visita niente male. “Murdering my head” azzecca il giro giusto ed è dotata di un buon tiro, la successiva “Falling apart” è tosta quanto basta per sollecitare l’immaginario di ogni metallaro che si rispetti. “Lost in desert” coniuga il groove dello stoner con l’ossessività tipica dello sludge, mentre la conclusiva “Autosuggestion” si erge su un riff ‘sabbathiano’ poco originale ma molto solido. Come se gli Electric Wizard suonassero un brano dei Venom con i Cro Mags in cuffia. Insieme ai Dead Dogs questi tre ragazzi fanno ben sperare per il futuro di una città che ha bisogno di esprimere in musica la propria rabbia e la propria soffocante disperazione. Attendiamo ulteriori segnali. Alessandro Zoppo
KIMI KÄRKI – The Bone of My Bones
Personaggio eclettico Kimi Kärki, attivo sulla scena da quasi vent'anni. Si fa conoscere dapprima col nome di Peter Vicar come chitarrista della cult doom band Reverend Bizarre; successivamente crea gli Orne, nati come side project e poi sviluppatisi come vero ensemble con cui potersi confrontare col progressive rock, grande influenza di Kimi. Dà poi vita ad un'altra emanazione doom con i Lord Vicar e prende parte ad altri progetti diversi, come E-Musikgruppe Lux Ohr, formazione dedita a sonorità electro ambient. Di recente trova infine il tempo di unirsi al supergruppo Uhrijuhla, composto da personalità legate alla scena rock e metal finnica: in questo caso la proposta è psych prog con venature antiche e moderne, dal classico 70's sound al trip hop cantato in finlandese…"The Bone of My Bones" è l'esordio solista di Kimi Kärki, un viaggio interiore ed intimista nel quale l'autore si misura con il suo alter ego più riflessivo e minimalista, dando vita ad un itinerario fatto di pensieri e parole legate al Kimi uomo ancorchè compositore. La musica attraversa momenti che sanno di malinconia e attimi che trasportano l'io in luoghi reconditi. Kärki si propone nella doppia veste di chitarrista e cantore, in un contesto acustico salvo un isolato exscursus elettrico nella conclusiva "Taxiarch". Il disco è composto da sei tracce che racchiudono diverse influenze: dal progressive rock scuola Canterbury allo psych folk stile Spirogyra, The Incredible String Band, Tim Bucley e Steeleye Span, fino al neo-psych à la Paul Roland e Julian Cope. E in qualche frangente vengono in mente anche gli Anathema di "Eternity". "The Bone of My Bones" è un album di grande intensità emotiva. Un applauso quindi a Kimi che da alfiere del doom ha saputo egregiamente adattarsi a cantastorie folk rock, veste già ammirata dai fan italiani in occasione di un set acustico in una serata che vedeva i Pagan Altar ed altre realtà doom esibirsi in quel di Parma. Ultime note: tra gli ospiti che partecipano all'album, Mat McNerney degli Hexvessel, Anna-Elena Pääkkölä e Pirita Känkänen. Infine, la cover art riprende "L'albero della remissione", dipinto di Edward Coley Burne-Jones del 1882. Antonio Fazio
KING BONG – Alice in Stonerland
Ai King Bong piace giocare di rimandi. E bisogna ammetterlo: chi ascolta apprezza. Dopo l'estasi kubrickiana di "How I Learned to Stop Worrying and Love the Bong" (Peter Sellers starà ancora ridendo dall'aldilà), è la volta di "Alice in Stonerland". Lewis Carroll passa attraverso lo specchio di un rock strumentale psichedelico ed ispirato ad una logica free form. Cinque tracce registrate dal vivo, a mente completamente libera, senza scrivere o registrare alcunchè prima di premere il fatidico pulsante Rec. La sola via per il gruppo milanese di cogliere «l'energia e la vitalità dei rituali in onore del Re Bong». La logica del DIY impone anche il download gratuito e una confezione scarna ma elegante. È forse qui l'essenza della musica nell'avvicinamento inevitabile al 2012?
Una scarica elettronica pare immergerci in pieni anni 80. Quelli più beceri, da palla luminosa e spalline esagerate, tanto per intenderci. Poi partono gli effetti acidi di "The White Rabid" e ci sentiamo più felici. E rasserenati. Perché la fusione con "To Put It Bluntly, a Weed" macina psichedelia ad uso e consumo di teste calde che passano serate al lume di candela (e sostanze simpatiche) ascoltando Sleep, Electric Wizard, Earthless e Bongzilla e osservando i movimenti immutabili di un iguana. "I Say, You'll Never Get High That Way" si lancia con sprezzo del pericolo in beat groove che "Unbongaday" trasfigura in riff doom lenti e ipnotici. Preparazione adeguata al gran finale di "We'll Smoke the Monster Out", atto di liberazione sotto forma di jam vitale ed impazzita. Un bong al giorno leva il medico di torno. I King Bong lo sanno bene. «E la bestia guardò in faccia la bellezza. E tolse le sue mani dall'uccidere. E da quel giorno, essa fu come un morto.» Alessandro Zoppo
KING BONG – How I Learned to Stop Worrying and Love the Bong
Ricorderete che nelle posizioni più elevate della nostra classifica sui migliori dischi italiani del 2009 spiccava un nome nuovo e ancora troppo poco masticato all’interno della scena stoner nostrana, quello dei King Bong, grazie al loro album auto-prodotto “How I Learned to Stop Worrying and Love the Bong”.Composto da soli 4 brani (guai a definirle semplici “canzoni”...), della durata complessiva di circa 45 minuti, registrato in maniera cruda e diretta, confezionato in modo quasi artigianale dalle loro stesse mani, pubblicizzato soltanto attraverso il passaparola cibernetico e una discreta attività live (purtroppo ancora troppo poco estesa per rispetto ai loro meriti), questo disco propone un interessante assalto psichedelico, che si esprime attraverso la sua forma più pura e viscerale: la jam. Proprio questa concezione libera da schemi e strutture è la pietra di volta del sound dei King Bong: non c’è voce, non ci sono né ritornelli né strofe, ma si ritorna ad una forma musicale più antica, composta da giri di base su cui ogni musicista plasma la propria parte in armonia con gli altri, ritagliandosi così lo spazio per la propria creatività, prima immergendosi nel flusso sonoro del complesso e poi di volta in volta riemergendo nelle proprie parti soliste. Altrettanto semplice è anche la costituzione del gruppo: un trio batteria basso chitarra amante degli alti volumi, delle distorsioni grasse ma anche di raffinatezze blues psichedeliche più pacate. I King Bong si esprimono dunque tramite i suoni e i volumi tipici dello stoner doom, ma la loro idea musicale trasmessa ha radici in una antica tradizione di stampo jazzistico. A ben vedere, considerarli una sorta di Cream moderni dell’heavy psichedelia nostrana non è un’affermazione affatto ardita. I primi due pezzi del disco, “Wake and Bake” e “One Riff To Rule Them All”, sono probabilmente quelli più indicativi della loro idea musicale: due lunghe composizioni altamente improvvisate, nelle quali si passa senza problemi dalle suggestioni psichedeliche vintage dei Colour Haze alla lento magma sonoro degli Sleep, dentro alle quali vengono cosparse variazioni di ogni sorta, controtempi, divertenti cambi di ritmica, assoli di ogni strumento, mentre il paesaggio creato dai riff portanti si contorce e muta lentamente. Curioso diversivo è invece “Zomblues”, un traballante e dissonante blues in 5/4 (che suona proprio come se fosse suonato dagli zombie). “All The Pretty Horses” è un pezzo stoner proposto con una velocità quasi hardcore, nel bel mezzo del quale viene aperta un ampia finestra di improvvisazioni condite da percussioni quasi tribali. Concludendo, questo primo disco (scaricabile gratuitamente dalla loro pagina MySpace) riesce a catturare con merito la nostra attenzione sul progetto King Bong: tre musicisti di ottima levatura, con una proposta dalla forma semplice ma impreziosita costantemente da idee e trovate strumentali di rilievo, promettono sicuramente ottime performance live e un interessante futuro. Sebastiano Bianco
KING BONG – Space Shanties
Ascoltando per la prima volta un disco dei King Bong, non si può non rimanere sorpresi dalla qualità e dall'originalità espressa dalla band milanese. La complessità delle tracce, la quantità di generi toccati e la tecnica d'esecuzione fanno del trio lombardo un'interessantissima realtà nostrana. Come i suoi predecessori ("Alice in Stonerland" e "How I Learned to Stop Worrying and Love the Bong"), "Space Shanties" è un album strumentale, eccezionalmente frutto di una registrazione live, completamente priva di overdubbing. Sei tracce, che di rado si affacciano al di sotto della soglia dei dieci minuti, aprono uno squarcio sul mondo King Bong, dove la costante psichedelica è terreno fertile per la costruzione di un sound camaleontico.Le molteplici variazioni sul tema si evolvono con naturalezza attingendo, quasi in incognito, da sonorità funk, reggae dub, rock blues... Ampie venature stoner doom completano un impianto sonoro variegato e di largo respiro. Brani come "Inhale on Main Street" e "Kilooloogung" sono un vero e proprio manifesto della multiformità: i tempi scattanti, le scalate oniriche, gli istanti di pace apparente e riff tuonanti si avvicendano, ornando il mondo del Re del Bong di prospettive eclettiche. Complimenti all'emiliana Moonlight Records che, muovendosi per tempo, ha portato in casa propria i tre coltivatori di Erba Sacra. Anche questa volta il Jaggernaut è stato addomesticato a dovere. Teneteli d'occhio! Enrico Caselli
KING BRAVADO – King Bravado
Se vi sono piaciuti i Black Mamba Rock Explosion date un ascolto ai King Bravado, altra novità del panorama rock triestino targato Kornalcielo Records. Dietro una delle due chitarre – e alle backing vocals – abbiamo ancora Andrea Belgrado, già cantante e chitarrista per i BMR, stavolta però possiamo ascoltarlo in un contesto sempre molto energico, ma dai tratti più classicamente stoner rock!Il disco si apre con il ritmo scandito di "King Size", che non esita a farci subito capire la matrice stoner del quintetto, contornata tuttavia da dinamiche tipicamente hard rock, con una buona venatura southern che non guasta mai! Da sottolineare la linea vocale molto fresca, altisonante ed originale, che fa da protagonista nella successiva "Long Race", che vanta un solo di chitarra dall'atteggiamento tipicamente redneck. "Drags You In" sembra già dall'inizio discostarsi da quanto detto sinora: si tratta infatti di un brano meno spedito e decisamente più desertico che southern, anche la linea vocale è meno altisonante, entrando perfettamente nell'atmosfera del pezzo, che scorre limpido e senza fronzoli. Come la successiva "Nets", dai tratti più energici, che ricordano i Kyuss di "Green Machine", ma con un buon utilizzo di fraseggi chitarristici sul southern rock. Con "Ask Your Mind" tutto rallenta meravigliosamente, come per ricordarci sempre quanto la matrice sabbathiana sia fondamentale anche in un disco energico come questo, senza tuttavia far mancare il carattere che il cantante Joseph Volpicelli imprime al mood del disco! "Asshole" non poteva non essere un pezzo spedito, ci offre un'atmosfera più che adeguata al titolo, con tanto di tamburellare a ritmo su di una bottiglia di birra! "Circus of Liars" mostra un riffaggio molto massiccio, tuttavia in questo caso la linea vocale non incide, ma non si può dire sia fuori luogo. Più apprezzabile "Doomsday", in cui abbiamo una dimostrazione delle capacità psichedeliche della band, nonché della freschezza già citata delle linee vocali. Le finali "Sunday Mourning" e "White Line" chiudono l'album con energia e riff nuovamente sullo stoner più sudista. I King Bravado hanno saputo dimostrare, specialmente nei pezzi più energici, come l'energia di mostri sacri dello stoner rock come Orange Goblin o Spiritual Beggars possa coniugarsi a caratteri decisamente più "allegri", tra i Fu Manchu e i Truckfighters più spinti. Bella prova! Gianmarco Morea
KING GOBLIN – Demo 2003
Il Giappone si dimostra ancora una volta terreno fertile per le sonorità stoner doom e così, dopo Church Of Misery, Eternal Elysium e Sonic Flower, è la volta dei King Goblin, power trio composto da Naoto (batteria, voce), Masashi (chitarra, voce) e Hidetoshi (chitarra, voce). L’assenza del basso in line up non si fa per nulla sentire: prerogativa della band è infatti l’assalto all’arma bianca, obiettivo che riesce attraverso un death rock demoniaco pesantemente influenzato dal doom e a tratti psichedelico. Vero punto di riferimento dei tre sono i Carcass del periodo “Swansong”, quando il death ed il grind lasciavano il passo al groove e ai riff ciccioni, con puntatine sempre più frequenti verso l’hard rock degli anni ’70 (non a caso Mike Amott era da poco uscito dal gruppo per formare gli Spiritual Beggars e Bill Steer in seguito avrebbe dato vita ai Firebird…). I King Goblin si pongono su questa scia e nel loro primo demo devastano le nostre orecchie con tre brani ben scritti ed interpretati, giostrati su ritmiche compresse, chitarre debordanti e vocals caotiche e luciferine. L’inizio affidato a “Devil’s formula” è abbastanza esplicativo: voce cavernosa, riff grondanti sangue, assoli schizzati ed un fare ipnotico che ci trascina dritti dritti all’Inferno… La successiva “Black Mountain (Birmingham Queen)”, nonostante un andamento pachidermico ed un break centrale altamente lisergico, si apre ad alcune interessanti soluzioni melodiche che ricordano spesso e volentieri l’operato dei doom masters Cathedral. Chiudere il lavoro spetta a “Red rum”, quasi nove minuti di puro psych sludge doom marcio e ossessivo, colonna sonora ideale di un viaggio nei meandri degli inferi… Tirando le somme questa prima uscita dei King Goblin convince sotto tutti i punti di vista: aspettiamo la band al varco del full lenght, per ora il 7 in pagella non glielo leva nessuno. Alessandro Zoppo
KING REMEDY – Self Destruction
Forse uno scioglimento a distanza di due mesi dall'uscita di un full-lenght d'esordio è una novità assoluta, eppure così è stato. Dal sito ufficiale dei King Remedy si legge un'ultima news che recita: «22.4.2010: Well, it seems that this band is over. The other one walked away without saying a word, I don't know what it is about. Fuck this shit». I King Remedy sono un power-duo, proveniente dalla cittadina di Pohja (Finlandia), ed entrambi i componenti hanno superato i trent'anni, ma da quello che si sente sul disco la voglia di scatenarsi c'è ancora. O almeno così sembrava, visto che tutto il lavoro era stato interamente scritto, suonato, registrato, prodotto e pubblicato nel segno dell'etica DIY. Tutto farina del loro sacco, considerando che essendo privi di un batterista si erano anche occupati di costruire un drumkit in due pezzi ed azionabile a pedale. Ricordate Lino Banfi in Grandi Magazzini? Una roba del genere, ma con molti più amplificatori e riff. Il titolo 'Self Destruction' sconfessa il motto "Nemo propheta in patria sua".A dir la verità non è che abbiamo perso un gran gruppo, almeno sotto il profilo dell'originalità a volta si faceva fatica a distinguere un suono statico da uno stitico. Sotto il profilo dell'impegno e del divertimento invece, il duo si difendeva egregiamente. Lo stile è un ultra heavy blues revivalistico, dal ritornello orecchiabile e lo schema sonoro molto semplice, sotto il profilo della sezione ritmica non ci si schioda dal 4/4. Acid blues sporco e abrasivo, americano fino al midollo, come se John Lee Hooker avesse suonato assieme ai Clutch ed i Black Sabbath meno luciferini. Il disco scorre via piacevolmente, non occorre nessuno sforzo per capirlo perché è assolutamente prevedibile quanto genuino. Termine quest'ultimo che parrebbe cozzare con quanto detto in precedenza. Lo stile adottato è tale, genuino appunto, perché è primordiale, lineare e figlio della tradizione hard rock dei 70. Non è genuino nel senso di tradizionale o personale, ma è così perché c'è lo spirito e lo stile caciarone. Nulla di eccezionale, ma quantomeno la sufficienza per la simpatia e l'allegria se la meritano. Non che serva a molto, a questo punto. Gabriele "Sgabrioz" Mureddu
KLIMT 1918 – Dopoguerra
Emotional music. Due parole che descrivono al meglio il contenuto di “Dopoguerra”, secondo album dei romani Klimt 1918. Il debutto “Undressed momento” era un gioiello di arte gotica postmoderna all’interno del quale potevano intravedersi ulteriori sviluppi e i risultati raggiunti sono incredibili. “Dopoguerra” è un lavoro nel quale il pathos sgorga ad ogni attimo, palpabile in ogni nota, un vortice sonoro nel quale il gruppo rilegge gli ultimi 25 anni della musica rock con una grazia e maestria fuori dal comune. La malinconia del gothic rock degli esordi è oggi proposta in una veste nuova, lontana anni luce dall’autocommiserazione tipica di tanti gruppi del genere; una malinconia vellutata che ti prende per mano e ti accompagna dolcemente nell’ascolto.Klimt 1918 hanno avuto l’intuizione e il coraggio di sposare suoni inconsueti per un gruppo gothic, andando a cercare e trovare soluzioni post rock e recuperando sonorità shoegazing, un genere in auge nei primissimi anni ’90 poi soppiantato dall’esplosione del fenomeno giunge. Chi non ha dimenticato gruppi come Slowdive, Ride, Pale Saints e altri di quella scena rivivrà intense emozioni all’ascolto di “They were wed by the sea” (presente nella deluxe edition in una meravigliosa rarefied version), “Snow of ‘85”, “Rachel” e “La tregua”, piccoli gioielli di malinconico shoegazing rock dall’altissimo tasso emozionale. Canzoni che rendono “Dopoguerra” l’ideale colonna sonora per la fine di certe illusioni e la nascita di nuove speranze. Aggiungiamo infine che il disco è disponibile anche in una edizione a doppio cd. Il secondo disco contiene alcuni pezzi inediti e versioni alternativa di pezzi presenti sull’album. Ulteriore incentivo all’acquisto. Marco Cavallini
KNALL – The Twin of Baal
I Knall giugono da Colonia e si autodefiniscono impro band. Termine appropriato perché la band suona esclusivamente per passione, autoproducendo la propria musica in maniera fieramente undeground. La loro esperienza è fatta da tanta psichedelia figlia delle lunghe free jam di fine Anni 60 che diedero il via alla grande epopea del rock lisergico, un sound che passa in rassegna tutte le forme psych rock, dallo sperimentale all'acid rock, attraverso lo space e la psichedelia più pura, senza dimenticare la grande tradizione del kraut rock.All'ascoltatore non resta altro che lasciarsi andare ed addentrarsi nei mondi immaginifici disegnati dal suono dei Knall: meditativo, ipnotico, che induce all'abbandono totale. L'esperienza del gruppo ingloba diversi elementi che vanno dal free jazz a passaggi funk, oltre agli usuali ingredienti del rock psichedelico: fuzz, overdrive, wah wah. Knall è un'esperienza mistica che può (e deve) appassionare coloro che hanno amato Amon Düül, Ash Ra Tempel, Can, Pink Floyd, Sun Dial, 35007, Hypnos 69, Electric Moon, The Machine, Radar Men from the Moon, L'Ira del Baccano e molti altri. "The Twin of Baal" è il frutto di libere improvvisazioni e lunghe jam, scaturite da una sana passione totalmente distante da scopi di lucro: lo dimostrano le esibizioni live in case occupate e centri sociali. Nel 2012 i Knall hanno prodotto due album, "The Twin of Baal" e "Total Untertitelt", cui si aggiunge "Wiedermaldasletzte", brano isolato e definito the last song of a jam session. I loro lavori possono essere ascoltati, scaricati ed acquistati su Bandcamp. Antonio Fazio
KOAN – Krav Maga
Il quartetto pavese dei Koan, composto da Cosimo Cineri (voce/chitarra), Andrea Milanesi (batteria), Andrea Rotilio (basso) e Claudio Bigio (chitarra), attivo da qualche anno e con alle spalle un solo demo targato 2006, alla fine di questo 2008 da alla luce un mini-album intitolato “Krav Maga”, secondo lavoro in studio, autoprodotto.Le sonorità che lo permeano passano dalla potenza cubica degli Helmet, alla muscolosità di Clutch e Orange Goblin (anche se priva della componente blues e sudista), così come a tratti si elevano quasi maestose e monumentali da ricordare i primi Tool. La base di partenza del sound rimane comunque il wall of sound dello stoner, nella sua versione più brillante e Qotsiana, ma i suoi limiti vengono presto trascesi e portati su altri lidi, che toccano momenti di oscurità e rallentamenti tipici del doom, ma anche la furia dell’ hardcore, intervallati da stacchi più leggeri e ritmati da lambire il funk, vuoi lisergici e acidi nella piena tradizione psichedelica. Su tutto questo si staglia il tentativo del gruppo di demolire il classico formato canzone strofa-ritornello-strofa: le canzoni si producono in continui cambi di scena, dove ogni riff, linea vocale o qualsiasi altro tipo di idea non viene mai ripetuta, ripresa, abusata. Un atteggiamento che fonda le sue radici nel progressive ma che anziché prodursi in prolissità, manierismo e divagazioni di ogni sorta viene invece portato all’ estrema sintesi. Il risultato sono 6 canzoni che non superano mai i 4 minuti e mezzo, per un totale di 22 minuti, un lasso di tempo esiguo farcito al massimo con una grande quantità di idee e stili. Questa attitudine musicale è dichiaratamente ispirata dai maestri Melvins, fieri sostenitori di questa filosofia anticonvenzionale e anticonformista nella composizione dei pezzi. Ed i paragoni con la storica band di King Buzzo non si fermano qui, e toccano un 'altra componente fondamentale della musica dei Koan, ovvero le ritmiche, audaci e anticonvenzionali, ricche di controtempi, tempi dispari, battute in levare e via discorrendo. L’ espressione più personale di questa mole di caratteristiche è la prima traccia “Viscera”, convincente e memorabile in ogni sua parte, audace ma al tempo stesso incisiva. Il collante e punto fermo dei saliscendi dei Koan è la voce del frontman Cosimo Cinieri, potente e graffiante (il paragone più calzante che viene in mente è quello con Page Hamilton), che si erge a protagonista in “Meredith”, brano stradaiolo dal forte sapore Clutch, su cui viene sputato un fiume di parole (da notare come in tutto il disco la lingua adoperata è l’ inglese) che finisce per deragliare in maniera quasi schizofrenica. Ancora più incentrata su uno stoner-doom ricco di groove è la più lineare e meno intrigante “Mdma”, un crescendo di potenza che sfocia in una coda dall’ andamento marziale. Nella seconda parte del disco i Koan si lasciano trasportare dalla vena melodica di “Key Words” così come dal riffing forsennato e forse troppo prevedibile di “Argilla”, ma riescono a salvare i pezzi aprendo qua e là finestre fra il muro sonoro dove emergono divagazioni e deragliamenti strumentali, vuoi di chitarre acide pungenti vuoi di un imprevedibile basso in slide. Ma proprio all’ atto conclusivo troviamo il brano più spiazzante, “Ideogramm”, che dall’ apertura sembra presentarsi come il più melodico del lotto per poi colpire a tradimento in un crescendo di oscurità fino alla lenta e pesante coda, una inesorabile cavalcata malefica degna dei Goatsnake più ipnotici, con tanto di assolo blueseggiante che trasuda il sangue di Tommi Iommi ad ogni nota. I Koan sono ancora un gruppo giovane ed in questo lavoro dimostrano di avere sia buone idee che la giusta audacia, devono soltanto riuscire a convogliare tutto ciò in un vero e proprio full lenght con canzoni al livello delle migliori composizioni di Krav Maga. Il tempo e le potenzialità ci sono, non resta che aspettare. Sebastiano Leonida Bianco
KONGH – Shadows of the Shapeless
Una ventata di gelo dalla Svezia, ce la portano i Kongh. La nuova uscita della band svedese lascia pietrificati, non permette di pensare. Si lascia ascoltare nella sua inesorabile magnificenza, succhiandoti la linfa vitale. Un totale annichilimento. A disco concluso avrete come la sensazione di aver vissuto un sogno, o un'esperienza oltre questa vita. L'estrema prolissità dei pezzi (cinque per quasi un'ora di durata) contribuisce ad alimentare questa sensazione di straniamento.“Unholy Water” è disarmante, una tetra nenia e poi un unico flusso demonico senza fine, come le acque dell'Acheronte. “Essence Asunder” ci illude ancora una volta col suo incipit ambiguo, per poi catapultarci nuovamente nel fango e nel ghiaccio, tra arpeggi sinistri, riff colossali e urla laceranti. “Tänk På Döden” soffia ossigeno nei nostri polmoni, spartiacque strumentale di caratura elevata. “Voice of the Below” ci mostra l'anima più Mastodon-tica del trio dello Småland. “Remission” nelle vene. La title track chiude questo disco con il solito inganno dell'esordio sommesso, illusione che viene spazzata via dopo appena due minuti. Il resto è doom catacombale intriso di death metal nero. Ombre senza forma alcuna, che oscurano tutto come fossero liquide. Ombre che sommergono e non lasciano scampo. Capolavoro! Davide Straccione
KONGH – Sole Creation
A dirla tutta sentivamo la mancanza di un nuovo lavoro dei Kongh, indubbiamente tra le band più interessanti che il vecchio continente potesse partorire negli ultimi anni. Dopo l'incredibile predecessore "Shadows of the Shapeless" e oltre tre anni di attesa, ecco arrivare "Sole Creation", nuovo monolite degli sludge kings nordici. Il disco è rilasciato da Agonia Records, attentissima label polacca che sta inanellando un'uscita dopo l'altra, come se la crisi del mercato discografico non li colpisse affatto.Registrato al Teknikkompaniet di Vetlanda da Peter Lundin, missato e masterizzato da Magnus Lindberg dei Cult of Luna, il sound di "Sole Creation" è qualcosa di devastante. È un album imponente, a partire dalla splendida copertina fino al consueto minutaggio estremo, che suddivide i 45 minuti qui presenti in soli 4 movimenti. Già dalla title track si intuisce che i Kongh sono in forma smagliante e che non hanno rivoluzionato eccessivamente il loro stile, sebbene abbiano smussato un po' gli angoli e optato per una maggiore varietà di forma. Un feedback, un riff gelido, poi un fiume in piena, alternando strofe in palm-muting con vocals di estrazione black metal, e aperture epiche in cui l'ugola di David Johansson domina la scena. Il maggior uso delle clean vocals è una delle caratteristiche che maggiormente caratterizza questo lavoro e lo differenzia dai precedenti, un'enfasi che tuttavia non corrompe le intenzioni distruttive del trio svedese. In "Tamed Brute" c'è tutta la loro potenza. L'arrembante sludge metal cede il passo a brevissime sfuriate death, placandosi poi in arpeggi minacciosi che si infrangono in un finale di doom mortifero e pesantissimo. Dall'alto dei suoi 9 minuti, "The Portals" è il brano più corto dell'album, imperniato su melodie ruvide e caligginose, che reggono la ripida costruzione rocciosa fatta di riff solenni e ritmiche cadenzate, facendosi man mano più intense. Il brano più sperimentale ed evocativo è senza dubbio "Skymning", tanto spiazzante quanto sublime. Quasi un quarto d'ora di heavy doom psichedelico di rara intensità e sensibilità, il cui incedere fiero e austero ai limiti del drone acquisisce sempre più pathos col passare dei minuti, a poco a poco, fino alla deflagrazione totale. Ancora una prova prodigiosa per questi ragazzi dello Småland, che con "Sole Creation" sono riusciti a consolidare le proprie potenzialità e a guardare avanti. Il 2013 è iniziato benissimo. Davide Straccione
KOTIOMKIN – Maciste nell’Inferno dei morti viventi
I Kotiomkin sono tre simpaticoni della provincia teramana impregnati fino al midollo di immaginario B-movie e joint di pessima qualità. Il loro "Maciste nell'Inferno dei morti viventi" vuole essere colonna sonora di un immaginario film che incrocia il peplum, o meglio la spada e il sandalone dei magnifici anni d'oro di Cinecittà, e il world movie dei Sessanta, che ha fatto la fortuna di autori come Gualtiero Jacopetti. Questo nell'iconografia. Nella sostanza prettamente musicale siamo davanti ad uno stoner rock carne e patate, dove l'influenza di mostri sacri come Karma to Burn, Electric Wizard e Sons of Otis è evidente.
Partiamo dal fatto che sono strumentali e questo ci piace. Usano dei sampler per dare l'idea del continuum della trama filmica e questo ci piace ancora di più. Poi, i titoli. "L'ampolloso Gigione". Premio titolo cazzone dell'anno: a dispetto, la musica offre slanci inaspettati rispetto al rifferama sinora ascoltato. "Peplum Holocaust" e "Maciste" portano doni all'altare doom psichedelico reiterando il wall of sound fatto di effettistica accoppiata a ritmi pachidermi che garantiscono l'allentamento dei sensi. Ottimo. Altre cose riescono meno, come la marcetta + rallentamento + indie rock di "Petrus il Filibustiere", che non si riesce a capire dove vada a parare. Meglio il finale fatto dall'accoppiata "Aderbale" e "Airavata", dove sembra che i nostri agiscano per sottrazione aumentando il coinvolgimento dell'ascoltatore. La saga non finisce qui. Come ogni filone che si rispetti aspettiamo il secondo capitolo dal titolo "Squartami tutta". Erezioni assicurate. Divertimento pure. Eugenio Di Giacomantonio
KRÖWNN – Hyborian Age
Power trio proveniente da Venezia, i Kröwnn (nome suggestivo) debuttano con "Hyborian Age", demo autoprodotto e registrato in presa diretta. Sei tracce di intenso doom a tinte stoner, basti sentire l'opener "For the Throne of Fire" che si pone come una dichiarazione d'intenti. Riff di chitarra di cui lo stesso Iommi andrebbe fiero, batteria e basso trascinanti e voce imperiosa. Una calvalcata stoner doom di sicuro effetto. Stesso discorso si può fare per "The Woodwose", in più qui si respirano echi di Black Label Society, un attitudine a tratti southern che nel complesso non stona affatto. "At the Cromlech" risulta un po' anonima, "Gods of Magnitogorsk" segue la falsa riga dei prime due pezzi ma inizia a dilatarsi verso lidi più psichedelici.Una verve acida che si esprime al meglio in "Stormborn", pezzo strumentale, dilatato e atmosferico. "The Melnibonean" è il brano che chiude "Hyborian Age" e ricorda certi Type O Negative del compianto Pete Steele. Un debutto nel complesso ben riuscito, anche a scapito di una resa sonora non sempre ottimale. Di sicuro i ragazzi, o ragazze dato che la sessione ritmica è totalmente femminile (la Fiorenz alla batteria e Silvia "Selvaggia" Rossato al basso, insieme a Michele "El Lello" Carnielli chitarra e voce), hanno le idee chiare e sanno come esprimerle. Ci auguriamo i Kröwnn vengano notati da una label che gli permetta di portare avanti il loro discorso nel modo migliore. Giuseppe Aversano
KRÖWNN – Magmafröst
Ritorna ad un anno di distanza dalla pubblicazione di "Hyborian Age" il trio doom metal veneziano dei Kröwnn. Lo fanno con il primo full-lenght, intitolato "Magmafröst", titolo suggestivo, ispirato, cosi come l'immaginario della band, alla saga fantasy di "Conan il Barbaro" scritta da R. E. Edwards. Le coordinate sonore non cambiano, ci troviamo sempre di fronte ad un doom metal vecchia scuola, denso, psichedelico e vibrante, guidato dai riff chitarristici di chiara matrice sabbathiana di Michele "El Lello" Carnielli, ben supportato da Silvia Rossato al basso ed Elena Fiorenzano alla batteria. Al di la di "Bennu" e "Cernunnos" che fungono rispettivamente da intro e outro, e lo fanno in maniera egregia e suggestiva, ci ritroviamo di fronte un album che gronda sangue e sudore ad ogni pezzo. Nessun cedimento e nessun compromesso, i pezzi si susseguono duri e decisi uno dopo l'altro, riff dopo riff, alternando il doom più classico ("Skeksis Dance", "Wölfhunt", "Sleipnir") alla maniera dei numi tutelari del genere, Saint Vitus e Pentagram, ad alcune derive più acide e lisergiche ("Wyvernking", "To Minas Morgul", "Forge of Crom"), rimandanti a band storiche come Electric Wizard e Sleep. Sono proprio questi ultimi episodi quelli a convincere di più e a dare maggiore dinamicità a "Magmafröst". Quando i Kröwnn rimangono arroccati su posizioni più canoniche, l'album risente di una leggera monotonia di fondo che comunque non inficia la qualità del prodotto finito, sicuramente uno dei lavori italiani più interessanti dell'anno. La band conferma quanto di buono aveva fatto ascoltare con "Hyborian Age", e con questa release meritevole e degna di nota, si prepara nel migliore dei modi al passo successivo, che auspichiamo sia il loro vero e proprio salto di qualità. Giuseppe Aversano
KUBE – Stockholm Syndrome
Formati nel 1997 e con ben cinque demo realizzati i belgi Kube arrivano solo nel 2006 al debutto con questo "Stockholm Syndrome" su Buzzville records.Dispiace che abbiano perso il treno dello stoner europeo quando era in corsa perchè avrebbero fatto la loro porca figura accanto ai Dozer ad esempio. Perchè le dieci tracce di questo disco parlano quel verbo là, basi stoner rock, buon senso del groove e un pizzico di orecchiabilità che da il senso di come i Belgi siano bravi a scrivere canzoni rock. Tra le loro influenze citano tra l'altro QOTSA e Motorpsycho e per una volta la band stessa ci aiuta a fare paragoni. Vero, con un maggior peso dei primi più che dei secondi. La matrice infatti è quella detta sopra, la band di Brussels ha imparato da Homme & Co. come scrivere delle canzoni con le giuste dosi di pesantezza e leggerezza. Partendo da questi presupposti i Belgi infornano pezzi equilibrati, da In Bed a Motivation, ma non si limitano a un compitino ben fatto. Gli anni di esperienza con gli strumenti li mettono in campo su l'arrembante psycho-stoner-jam Army On My Side e la più oscura Orgy. Il tutto condito con delle chitarre dal suono abrasivo e convincente e da una voce pulita e accettabile. Tuttavia che sia un normale debutto si sente e qualche ingenuità compositiva ("Dreaming of you", "Shadows & Stars") e sdolcinatezza ("New Life") danneggia un album che altrimenti si sarebbe meritato un voto più tondo. Va da sè che "Stockholm Syndrome" non offre nulla di innovativo e rimane un album di semplice intrattenimento. Francesco Imperato
KUNG PAO – Sheboygan
The kick ass denim rockers are back! E' con immenso piacere, nonché con perverso senso di gioia, che torno a parlare dei tre newyorkesi più folli, più simpatici, più rumorosi e casinari che la musica di oggi ricordi. "Sheboygan" è il nuovo album della band americana e non cambia di una virgola (in quanto a pesantezza e approccio intendo eh…) ciò che già ci era stato proposto due anni or sono nel disco di debutto "Bogota": ritmiche serrate, chitarre ultradistorte, vocals al limite dell'umana sopportazione e un senso di ironia che pervade il tutto, a partire dai testi e dal favoloso artwork, con tanto di cruciverba interno da compilare (provate a farlo senza sbirciare le soluzioni!). La produzione è ovviamente "sporcata" a dovere e i suoni in questo modo non fanno altro che venire fuori grezzi, lerci e putridi, come testimonia l'iniziale "Hotpockets", emblema del Kung Pao sound: su un tappeto di feedback si innestano prima la batteria pestona di Davey D e il basso ipnotico di T.B., poi la voce luciferina del grande Chovie D, a suo agio solo quando le corde vocali tremano e si sgranano fino alla corrosione…mai principio fu più azzeccato! Il classico mood saturo e slabbrato devoto a bands come Clutch e Unsane viene come sempre elaborato con perizia e maestria, grazie ad una verve che trascina dal divertissement di "Freeballin' U.S.A." ai suoni vagamente cibernetici ma pur sempre mastodontici di "Honk", macigno magmatico che nella parte centrale si apre ad un insolito quanto melodico assolo ricco di fuzz. La vetta del dischetto la raggiunge però la successiva "Go Frenchie go!", uno dei migliori brani composti dal combo: le orecchie sono sottoposte ad una piacevole tortura che si materializza in distorsioni devastanti, coretti coinvolgenti, sezione ritmica modello carro armato e uno stacco cadenzato sul finire talmente bello da togliere il fiato. Dopo questa mega sbronza non poteva esserci modo migliore di riprendersi che il dolce mormorio dei grilli, un'immagine senza dubbio notturna, rilassante…ma è solo un preludio, perché il resto di "Truckstop" è una vera e propria discesa negli inferi, anzi, nelle fogne di una New York violenta, postmetropolitana, degradata, dove i cani abbaiano bramando cibo così come gli homeless si aggirano in cerca di un buco in cui dormire. In questo caso il parlato di Chovie fa rabbrividire e le chitarre diventano una furia distruttrice, rallentando i toni in modo ancora più sulfureo. Il caos fatto persona si impossessa dei tre ragazzacci in "Dewsicle", esempio di noise inacidito ereditato dai Melvins in quanto a delirio e capacità di generare panico in chi tranquillamente si è messo all'ascolto, mentre il riff stralunato di "Braces" conduce direttamente verso quel rifiuto nocivo che prende il nome di "Dolby surround", spassosissimo episodio diviso tra parti vocali al vetriolo e velocità d'esecuzione portata su tempi estremi. Ad un tratto T.B. sembra però arrabbiarsi ed ecco allora che in "Like Leprechaun" il suo basso vomita watt su watt saturi d'elettricità, l'aria diventa irrespirabile e l'atmosfera si fa carica di visioni oscure, tenebrose, luoghi reconditi dove il cielo plumbeo minaccia l'apocalisse, perfettamente eseguita in musica da questi mostriciattoli in fibrillazione...tutto sembra scorrere liscio, invece il finale riserva altre due gradite sorprese: "Anti-Wovy machine" uccide definitivamente i nostri neuroni con il suo passo lento e minaccioso, come un mammut che ci insegue dopo venti giorni di digiuno (in questo caso le urla di Chovie sono davvero disumane, è un qualcosa di veramente impressionante...); la conclusiva "Miss ice cream cool" parte ancora con un giro di basso sludgy, si evolve tramite chitarre prima in wah-wah, poi circolari e vulcaniche, infine con vocals catacombali e mefistofeliche...un finale rassicurante, non c'è che dire... L'ascolto di questo "Sheboygan" è senza alcun dubbio un'esperienza che invito tutti voi a fare, vista la carica allucinata che si porta dietro e verso cui trascina, un turbine di violenza e pesantezza asfissiante ancora più incisiva dell'esordio "Bogota"...this is fuckin' sludge&dirty rock! Alessandro Zoppo
KYLESA – Static Tensions
Un disco come questo non si tira fuori dal cilindro tutti i giorni. I Kylesa hanno lavorato duro per creare questa propria identità, e i risultati sono palesi, complice un songwriting mai fiacco ed un orientamento preponderante verso la componente psichedelica, che va a fondersi con il background hardcore della band di Savannah.La scelta della doppia batteria: scelta coraggiosa ed imprevista, che dona quella spinta globale in più, senza cadere nella trappola dell'abuso. “Unknown Awareness” è piena di pathos, un pezzo così ben riuscito da portare all'assuefazione, grazie al suo incedere solenne e fiero. La percussiva “Running Red” è una vera goduria, incluso quel lieve plagio sabbathiano nel ritornello (ricorda molto il riff di “Iron Man”). Oltre all'apparato ritmico e chitarristico, entrambi di assoluto spessore, rivestono un ruolo fondamentale nell'economia dei brani le voci di Phillip Cope e Laura Pleasants, entrambe piuttosto monocorde se prese e isolate, ma piuttosto efficaci nel contesto sonoro dei Kylesa; viscerali e primitive. “Nature's Predator” è alquanto emblematica in questo senso, e che dire di “Scapegoat”, senza ombra di dubbio la più diretta (perfetta come opener). Fantastiche le chitarre molleggiate di “Only One” e le batterie frenetiche di “Said and Done”. Il disco mantiene inalterate due qualità principali all'avanzare delle lancette: tensione e vitalità. Se la musica fosse una droga, questo disco risulterebbe estremamente dannoso. Insieme ai cugini Baroness, tra le migliori band degli ultimi anni. Davide Straccione
KYLESA – Ultraviolet
Avevamo lasciato i Kylesa col tentennante "Spiral Shadows", li ritroviamo in forma smagliante e più oscuri che mai con questo nuovo lavoro che porta il nome di "Ultraviolet". Sappiamo dell'esistenza dei raggi ultravioletti ma non siamo in grado di vederli, e come ha dichiarato Laura Pleasants su Pitchfork "noi, in quanto umani, siamo sempre alla ricerca dell'intangibile; qualcosa che vada aldilà delle cose puramente terrene".L'artwork è più pulito e minimale rispetto al recente passato, e in qualche modo ne rispecchia il mood. Già con "Unspoken", traccia prescelta per il lancio del disco, siamo in grado di capire la direzione intrapresa. Un feeling quasi orientale con significativi innesti new wave, rumorismi elettronici sullo sfondo, un brano di ampio respiro su cui la voce di Laura si adagia morbida e suadente, lontana dalle asprezze a cui ci aveva abituati, e Philip Cope si ritaglia uno spazio secondario con dei rinforzi in pieno stile mantra. La parte ritmica è dritta e rilassata, e le chitarre si destreggiano tra arpeggi ariosi e sludge riff non particolarmente irruenti. L'irruenza arriva con l'opener "Exhale", in cui vengono fuori i Kylesa più radicali, quelli dal passato hardcore/crust, il cui legame è ancora forte e il cui impatto è altamente viscerale. I riff attingono sempre più spesso dalla tradizione stoner, in particolar modo in brani come la molleggiatissima "Grounded", l'esplosiva "Vulture's Landing", ma anche negli sperimentalismi industriali di "Quicksand". La carogna riaffiora in "We're Taking This", lampante esempio di sludge metal made in Savannah, con il suo chitarrismo spietato e le strofe gridate a perdifiato, quasi non riconosciamo la Laura angelica di cui sopra, che qui sembra sputare fuori tutto il proprio veleno. "What Does It Take" è veloce, serrata, 2 minuti di ciò che possiamo tranquillamente definire grande punk psichedelico. La voce femminile è predominante in "Ultraviolet", dove la blonde-lady occupa a tutti gli effetti il ruolo di lead singer, e questa volta il lavoro fatto sulle melodie è davvero encomiabile. Istinto sì, ma anche tanta testa. Melodie semplici, non dissimili da nenie oscure, come nel caso di "Steady Breakdown" o della successiva "Low Tide", dove però è la controparte maschile a seguire questa direzione. La chiusura è affidata a "Drifting", che per quasi tutta la sua durata mostra ancora una volta l'anima gentile dei Kylesa, ma nell'ultimo minuto sfoga tutta la rabbia accumulata esplodendo in un ultimo assalto sonoro che vorremmo durasse per sempre. Spesso nelle recensioni ci si impegna a trovare quanti più aggettivi possibili alla musica a discapito dei testi, che invece vengono relegati in secondo piano, se non proprio trascurati del tutto. Qui le liriche sono molto importanti, ricorre spesso il tema della perdita, affrontato sotto diversi aspetti. Tutto ciò che ci rende umani può essere perso: amore, vita, famiglia, amicizia, fortuna, speranza. In ultima analisi, 11 brani per 38 minuti di durata, nessun riempitivo, come dicono i colleghi americani "all killer, no filler". Davide Straccione
KYPCK – Cherno
Ci troviamo al cospetto di un grande disco, senza ombra di dubbio. Un manipolo di finlandesi capitanati dal generale S. S. Lopakka, ex Sentenced e quindi avvezzo a desolazione e angoscia. Nessuno si sarebbe aspettato un progetto doom, e invece eccolo, prepotente ed opprimente come la neve siberiana. Non a caso cito la terra natale di Grigorij Efimovič Rasputin, per meglio addentrarci nel concept del disco, interamente incentrato sulla Madre Russia, dall’artwork ai testi, fino all’immaginario collettivo, in ogni sua molecola. Alquanto bizzarro per una band proveniente dalla Finlandia, ma incoraggiata dall’estrema conoscenza in materia del singer E. Seppänen, avendo vissuto per diverso tempo nell’adiacente colosso e lavorato all’ambasciata di Mosca, e che attualmente insegna russo in Finlandia. Note personali a parte, ‘Cherno’ non è il solito disco, vuoi per l’insolita scelta della lingua, vuoi per le prestigiose presenze - oltre a Lopakka, troviamo alla batteria un certo K. H. M. Hiilesmaa (produttore di Sentenced, Apocalyptica, Moonspell, ecc.).I KYPCK (in alfabeto occidentale ‘Kursk’, città russa che vide la più grande battaglia di mezzi corazzati nel 1943) suonano lenti, asfissianti, criptici; potremmo descriverli brevemente come i Sentenced al rallentatore (ascoltate ‘Demon’ e mi darete ragione), dove l’aumentare della lentezza fa rima con pesantezza e durezza. Chitarre scure e fragorose, batteria quadrata e composta come da tradizione, basso perennemente distorto (opera di J. T. Ylä-Rautio), voce penetrante e velenosa. Il marchio di fabbrica dei KYPCK risiede negli arpeggi, gelidi e tragici, sulle cui basi si adagiano volentieri linee vocali severe e declamatorie, la cui enfasi aumenta al gonfiarsi dei riff, come accade nelle ottime ‘Christmas in Murmansk’ e ’One Day In The Life Of Yegor Kuznetsov’. Nessun riempitivo, il disco scorre, funziona e mostra una band consapevole delle proprie potenzialità. Ciò che colpisce è l’estrema collaborazione all’interno della band, tutti i membri hanno preso parte alla stesura dei brani in maniera indistinta, tralasciando ovviamente i testi, principalmente opera del finno-russo Seppänen. Perla finale: ‘1917’, presente anche come video nella parte multimediale del cd, sicuramente tra i pezzi meno ostici del disco e di gran presa. Un disco avvolgente, coadiuvato da un bellissimo artwork a cura di Vesa Ranta (ex Sentenced anche lui) e dalle utilissime traduzioni in inglese dei titoli e dei testi. Davide Straccione
KYUSS – Welcome to sky valley
Sulla strada c'è un profumo di deserto. Qualcosa di aspro e brutale ma che tuttavia non manca di soavità. E' la purezza della rarefazione. E' il calore del sole rosso che brucia. E' il suono della più grande rock band degli anni '90. Parlare di "(Welcome to) Sky Valley" è come celebrare l'incelebrabile, sono parole inutili, occorre solo l'ascolto (come scritto nel booklet "listen without distractions"...). Ciò che i 4 cavalieri di Palm Spring sono stati capaci di creare è la quintessenza dell'heavy-psych (o stoner rock,chiamatelo come diavolo vi pare!): ascoltare la voce di John Garcia, la chitarra di Josh Homme, il basso di Scott Reeder e la batteria di Brant Bjork è un'esperienza unica, è la "brisa del desierto" che ti attira, ti seduce, ti pervade e non ti lascia scampo. La prima parte dell'album (diviso in 3 sezioni) è la perfezione assoluta: "Gardenia" ti sbatte in faccia tutta la potenza del Kyuss-sound, fuzz-guitar, basso pulsante, drumming ossessivo e poi lui, La Voce, King John..."power booster,i'm talkin' to god and more,crank it up and above my head...". "Asteroid" parte lenta, soffusa, quasi a voler rilassare con quell'intreccio chitarra-basso così disteso, poi scoppia nel delirio: Joshua trita le nostre orecchie con feedback e distorsioni, mentre intorno tutto brucia in un'esplosione di suoni mesmerici e multiformi. Con "Supa scoopa and mighty scoop" si raggiunge l'apice: basso e chitarra si ritagliano uno spazio privilegiato nell'introdurre La Voce...King John non ha mai cantato così bene! Una sensibilità melodica unica unita ad una potenza micidiale, in un pezzo che sembra non finire mai, portandoti lungo gli orizzonti sconosciuti della mente. "100°" (inizio della seconda parte) è pura adrenalina, la voce cattiva di John, il wah-wah di Josh, il martellante drumwork di Brant, i cupi giri di Scott...è tutto così perfetto! "Space cadet" è un episodio unico nella discografia kyussiana: una specie di ballad acustica dai connotati spaziali, dove sembra di stare distesi attorno ad un fuoco nella Sky Valley, con John che ti sussurra nell'orecchio "...sitting alone covered in breeze,some things are so my mind can breathe...". Secondo approdo di questo splendido viaggio è "Demon cleaner", magico labirinto sonoro che esplora in musica i meandri demoniaci dell'animo umano; qui John e Josh fanno davvero faville: gli "yeah" del primo e i vortici di chitarra del secondo sono qualcosa di unico, di impareggiabile, di sottilmente ambiguo. Una chitarra liquida e un basso di grande impatto aprono la terza e ultima parte dell'album: "Odyssey" è una vera e propria odissea sonora, una bomba che esplode fragorosa nel muro di batteria creato da Brant ma soprattutto nelle linee vocali di Sua Maestà Garcia. Due minuti di pura devastazione sono invece l'essenza di "Conan troutman", sezione ritmica da togliere il fiato, chitarre acuminate e un'ugola spaccaossa. "N.O." porta direttamente nei seventies: la lead guitar zeppeliniana del guest Mario Lalli (mente dei Fatso Jetson) inocula in chi ascolta un brivido di piacere misto ad una carica incredibile! Chiude questo lavoro epocale "Whitewater", brano dai tratti più marcatamente psichedelici. Ed è proprio qui che si nota tutta la grandezza dei Kyuss: l'incipit heavy (davvero granitico!) lascia poi spazio ad una coda onirica dove è la chitarra di Josh a farla da padrone. Beh, a parte la divertente ghost track "Lick doo", non so cos'altro dire: chi non ha mai ascoltato questo disco corra subito a farlo, è il giusto dazio da pagare a chi ha saputo creare pura "stoner art"..."oh,sunshine,your love and beauty passed me by,should i waste my time in your valley,beneath your sky?...". Alessandro Zoppo
KYUSS / QUEENS OF THE STONE AGE – Split
C’era un ragazzo, che come me amava i Sabbath e i Fat-so Jet-son. Girava il mondo, veniva dal, deserto di Ca-li-for-nià. Non era bello ma accanto a sé, ave-va-mille-do-nne-seee, cantava “Thumb”, “1000 Degrees” o “Garde-nia” o “Freedom Ruuun”. Cantava viva, l’ù rawk n rawl ma ri-ce-vette una leeee-ttera! La sua chitarra, armonizzò e fu chiamato all’In-ter-scooope...Stop! Con i Jet-Son! Stop! Coi Sabbath stoooop! M’ han detto: “va all’In-ter-scope, suooona con Troy-Van-Gaaaaa-aay!” - lallalllalllàààlalllààlaallallààà... - C’era un ragazzo, che come me amava i Sabbath, ed i Fatso Jetson. Girava il mondo, e poi finì, a far ritornelli per l’Interscope. Capelli lunghi non porta più, non suona la chitarra ma, la strim-pe-lla-e-ba-sta e sempre fa la stessa nota “lallallalllà”. Non ha più amici, non ha più fans, vede la gente spuuuutargli su, nel suo deserto, non tornerà, adesso è morto all’In-ter-scooooope... Stop! Con i Jet-Son! Stop! Coi Sabbath stoooop! Nel cuore un big muff più non haaaaa... e manco un suuupeeer fuuuu-uuuuzz! - lallalllalllàààla... lllààlaallallààà... lllààlaallallààà... - P. S. Cianno Morando up your ass. Pier ‘porra’ Paolo

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