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QOPH – Pyrola
Attivi ormai dal 1995, erano attesi al varco del secondo disco da diverso tempo. Il periodo passato ad aspettare non è risultato vano perché gli svedesi Qoph dopo l’esordio “Kalejdoskopiska Aktiviteter” (uscito nel 1998 su Record Heaven) tornano con un disco fresco ed ispirato. “Pyrola” è il suo titolo e conferma la vena che anima la band: un lavoro lungo ed articolato, a cavallo tra il rock progressivo e la psichedelia. Anche se spesso risulta fin troppo complesso (nel senso che alcuni passaggi risentono in scorrevolezza), l’opera dei Qoph non è mai troppo invadente, sempre ben bilanciata tra cavalcate forsennate, tempi dispari e pause lisergiche.Per citare qualche referente si potrebbero fare i nomi di King Crimson, Gong, Soft Machine, Captain Beyond e East Of Eden. Ma si ritrova anche qualche assonanza con le nuove leve della complicazione Mars Volta. Tuttavia è inutile fare paragoni, anche perché la personalità del gruppo è fuori discussione. Sono infatti precise e sognanti le vocals di Robin Kvist così come le chitarre di Filip Norman. Strepitose si rivelano anche le ritmiche, costruite da Federico de Costa (batteria) e Patrik Persson (basso). Mentre a far accrescere l’interesse e la corposità del disco ci pensano la produzione di Per Wikström e la presenza di vari ospiti come Nicklas Barker (Anekdoten) al mellotron, Joakim Svalberg al moog, Simon Steensland al theremin e ancora Mats Oberg e Dennis Berg (Abramis Brama). Un cast di lusso insomma. Un insieme che ha prodotto brani lunghi e trascinanti del calibro di “Korea” (immaginate una composizione di Frank Zappa cantata da Jon Anderson…) e “Fractions”, vibrante estasi mistica che profuma d’incenso e si colora di toni esotici grazie al sitar di Filip. Per non stancare troppo non mancano neanche pezzi più diretti ed incisivi. Esemplari a tal proposito sono l’iniziale “Woodrose” (che raccoglie tutta l’urgenza espressiva dei King Crismon), la psicotropa “Travel candy”, la ritmata “Half of everything” (con tanto di armonica e pacati rallentamenti) o le travolgenti “Stand my ground” e “Moontripper”, hard blues come lo avrebbero interpretato i Gentle Giant… “Pyrola” si rivela dunque un disco eterogeneo e ricco di risorse. Proprio per questo necessita di ripetuti ascolti prima di essere compreso in pieno. Tecnica e originalità ci sono tutte, con un pizzico di sintesi in più sarebbe il massimo. Ultima nota: l’edizione in vinile possiede tre brani aggiuntivi rispetto al cd (si tratta di “Resh”, “Will the sun be back tomorrow” e “Anticipations”). Alessandro Zoppo
QUALONE – Qualone
Amanti dell’hard rock psichedelico che tanto furoreggiava nei magnifici anni ’60 e ’70, fermatevi tutti! Fate un bel respiro, indossate i vecchi pantaloni a zampa che avete riposto in cassapanca, inserite il cd nel lettore e lasciatevi guidare dalle note magiche dei Qualone… la sensazione sarà di puro viaggio a ritroso nel tempo! La band, nata dalle ceneri dei Plaster, esprime tutto il suo entusiasmo settantiano in un lavoro che strega per freschezza ed impatto, nonostante la caratteristica vintage delle sonorità.Andy Samford (chitarra, voce), Brian Holcomb (voce, chitarra), Stephen Carrington (basso) e Dwayne Jones (batteria) danno vita ad un disco spettacolare, impregnato di quei caldi e pastosi umori hard psych portati a gloria eterna da assi del calibro di Black Sabbath, Pink Floyd, Cactus, Deep Purple e Captain Beyond. Tenendo ben presente anche lo stato attuale di questo genere, vale a dire lo stoner e l’heavy psych di gruppi come Gas Giant, Cyclone 60 o Josiah. Bordate quali l’iniziale “Another way”, la stupenda “Mind cloud” o l’elettrizzante “Insanity ride” sono magnifici tasselli hard rock di stampo seventies, melodici e rocciosi, giostrati sull’alternanza di riff e assoli cavernosi e azzeccate melodie. I rimandi sono tutti all’universo magico dell’hard ‘70, tra ammiccamenti ai Led Zeppelin e pesanti occhiate ai vari Cream, Humble Pie e Grand Funk. “I’ll be gone” e “The kind” giocano invece la carta dell’heavy fuzz rock psichedelico, tendendo all’acida abrasività dei Blue Cheer e alle dimensioni lisergiche targate Pink Floyd, Hawkwind e Pink Fairies. Nel caso di “Midnight Sunday” e “Watermelon” i riff si fanno corposi e sfociano in levigate matasse al limite dello stoner, tanto ci pensa la strumentale “Thetan stomp” ad indirizzare il viaggio verso la più pura psichedelia heavy, tinteggiata di percussioni e colorate esplosioni elettriche. Mentre la bellissima “Mushroom flower” chiude il disco fondendo in una miscela esplosiva il magico sound di Led Zeppelin e Pink Floyd. Anacronistici? Fuori tempo massimo? Può darsi. Ma di sicuro a noi interessa molto poco. I Qualone hanno grandi qualità e nell’anno di grazia 2005 dischi come questo sono manna dal cielo. Insanity rides again! Alessandro Zoppo
QUARZOMADERA – L’impatto
I Quarzomadera sono una band monzese attiva da oltre dieci anni, composta da Davide Sar (voce, chitarra, effetti), Tony Centorrino (batteria) e Simona Pozzi (backing vocals) e giunta a fine 2012 alla pubblicazione della terza fatica discografica, "L'impatto". Dieci brani per quasi 50 minuti di musica che potrebbe esser definita come una sorta di indie rock intriso di psichedelia e di accattivanti melodie pop. Ancor prima di procedere all'ascolto due aspetti attirano l'attenzione: il nome – il quarzo madera è un sottogenere di quarzo piuttosto ricercato e caratterizzato da un lucido colore giallo/ambrato – e la copertina del disco, dove spicca un feto in bilico tra una metropoli consumistica e la volta celeste, quasi a rappresentare l'umanità stretta tra la sfrenata esistenza dei giorni nostri e le proprie origini metafisiche (e forse il futuro che l'aspetta?).Il disco sin dal primo brano scorre fluido, caldo e avvolgente ed è caratterizzato da suoni molto stratificati e curati, accompagnati da melodie orecchiabili, da un cantato mai sopra le righe e da echi che rimandano alla psichedelia degli Anni 60, in particolare gli onnipresenti riverberi chitarristici. Tra i dieci brani, tutti cantati in italiano, spiccano la strumentale "Piccoli scheletri nell'armadio", la struggente ballad acida "La soluzione", la tiratissima "Nebula" e la particolare "Spore" che dopo un inizio quasi New Wave vira decisa verso territori psichedelici. Ma troviamo anche canzoni più orientate a sonorità pop – sia chiaro, niente a che vedere con certo odiatissimo pop rock – come "Le cose che non trovi" e "Incanto". Assolutamente meritevoli sono poi le liriche, davvero efficaci e dirette: i testi scritti dai Quarzomadera parlano dei problemi esistenziali e quotidiani di tutti noi, di ciò che ci emoziona, ci preoccupa e ci fa sospirare e, in un'epoca dove spesso le canzoni hanno significati incomprensibili (o non ne hanno affatto), rappresentano davvero una boccata d'ossigeno per chi ascolta. L'immagine di quella gemma, di quel lucido, cristallino e caldo quarzo madera, ben di adatta a questo album e a queste sonorità. Alessandro Mattonai
QUEENS OF THE STONE AGE – Lullabies to paralyze
Sono sicuro che la maggior parte dei fans dei Queens Of The Stone Age storcerà il naso al primo ascolto, soprattutto quelli che hanno conosciuto la band californiana con "Songs For The Deaf".Sarebbe stato forse troppo facile dar vita ad un "volume due" del sopraccitato capolavoro, spopolando così tra i ragazzini della MTV generation ignari del lavoro svolto da Josh Homme dal 1990 al 1997 coi i Kyuss…ed invece no! I Queens Of The Stone Age, con questo nuovo "Lullabies To Paralyze", stupiscono tutti con l'album che non ti aspetti!Sono rimasto particolarmente colpito da questo nuovo lavoro!E' un disco che viene fuori alla distanza, più lo ascolto e più mi piace…sono davvero pochi gli albums che riescono a sortire un effetto di questo tipo (almeno sul sottoscritto)…li ritengo davvero molto preziosi. "Lullabies To Paralyze" è un disco particolare, diverso dai predecessori e coraggioso, molto coraggioso.Innanzitutto partiamo col dire che è diviso in due parti.La prima metà (che va da dalla traccia numero uno, "This Lullaby", alla traccia numero sette, "Little Sister") è decisamente diretta, "catchy" e costituita da pezzi tirati e molto melodici quali, ad esempio, "Medication" (il pezzo più punk di tutto il disco, una scheggia dalla durata di 114 secondi), la bellissima "Everybody Knows You're Insane", "Tangled Up In Plaid" ed "In My Head" (ripescata dalle ultime "Desert Sessions" e qui riproposta in una versione più accelerata e distorta). Tra questi primi sette brani spicca, su tutti, la traccia numero tre: "Everybody Knows You're Insane".Un gioiellino che alterna una calma melodia a parti più spinte ed aggressive, il tutto condito da alcune sperimentazioni vocali di Homme decisamente interessanti ed innovative per l'ex chitarrista dei Kyuss! La seconda metà si apre con uno degli episodi meglio riusciti a Homme e Co. in questo "Lullabies To Paralyze", mi riferisco ad "I Never Came".Dolce, tenera, triste e decisamente fuori dagli schemi per una band come i Queens Of The Stone Age, questo capolavoro si contende assieme alla sopraccitata "Everybody Knows You're Insane", la palma come miglior pezzo di questo nuovissimo album della band statunitense. Da qui in avanti "Lullabies To Paralyze" si trasforma in un album molto oscuro ed affascinante prendendo una piega inaspettata.Il richiamo a "Rated R" è immediato, sia per quanto riguarda i suoni sia per quanto riguarda il massiccio apporto di psichedelia che caratterizza quasi tutti i pezzi a seguire! Gli oltre sette minuti di "Someone's In The Wolf" (eccezionali le atmosfere create dal delay della chitarra di Josh), le dilatazioni spazio/temporali di "The Blood Is Love", la sperimantalissima e sensuale "Skin On Skin", l'acustica "Long Slow Goodbye" dal sapore un po' retrò…sono tutti pezzi che vengono assimilati pian piano nel corso degli ascolti. "Lullabies To Paralyze" non è un disco facile, armatevi di pazienza e cercate di assaporarne tutte le innumerevoli sfumature…con estrema calma… Tanto difficile quanto coraggioso, esattamente come colui che l'ha partorito. Questo è sicuramente il primo disco solista di Josh Homme, non ci sono dubbi. Dopo la dipartita di Mark Lanegan (impegnato, ai tempi delle registrazioni, nella promozione del suo "Bubblegum") e il "licenziamento" di Nick Olivieri, il biondo chitarrista/cantante è rimasto solo ed ha dato vita alla sua prima opera da solista mettendosi parecchio in gioco e facendo, a mio parere, subito centro.Avrebbe potuto creare un altro "Songs For The Deaf" bissando il successo avuto con l'album del 2002 e continuando a rimanere seduto sugli allori per lungo tempo ed invece ha deciso di osare, amalgamando il suo background musicale con alcuni elementi nuovi per dar vita a questo bellissimo nuovo disco targato Queens Of The Stone Age! Tecnicamente parlando questo album è molto semplice, i suoni non sono ricercatissimi e la maggior parte delle composizioni non ha quegli intrecci tecnico/furiosi di "Songs For The Deaf", possiede degli arrangiamenti diretti ed è intriso di un'atmosfera dark…oscura e triste, davvero affascinante! Un lavoro molto accattivante dove le atmosfere vocali create dall'ex Kyuss mi hanno catturato sin dal primissimo istante.Josh Homme sperimenta parecchio con la sua voce riuscendo a dare vita a delle melodie bellissime ed inusuali visti i precedenti lavori dei Queens Of The Stone Age.Le linee vocali di "Everybody Knows You're Insane" e di "In My Head" (bellissimi e curatissimi anche i coretti dove arrivano ad intrecciarsi fino a quattro tracce di voce), la morbidezza di "I Never Came" e le sperimentazioni in "Skin On Skin" sono tutte prove di come Homme abbia voluto curare ed elaborare al meglio questo aspetto del disco. "Lullabies To Paralyze" è un album vero, onesto e pieno di sentimento che sbatte in faccia ancora una volta (come se ce ne fosse bisogno) la genialità del chitarrista di Palm Desert il quale, abbandonati i suoi compagni di viaggio Lanegan ed Olivieri, dimostra di sapercela fare anche da solo sfornando un piccolo capolavoro che farà di certo parlare di se…nel bene e nel male… Per gli amanti delle sperimentazioni ascoltate nelle "Desert Session" e per quelli che, come il sottoscritto, sono convinti che "Rated R" sia un album fantastico. The Rawker Dopo il successo planetario di "Songs for the deaf" ripetersi per i Queens Of The Stone Age era davvero difficile. Sia per una questione di forma (quando si diventa famosi sono molti a voltarti le spalle o a non accettare cambiamenti) che di contenuto (le idee non possono essere sempre brillanti). Di sicuro ad un genio come Josh Homme essere entrato in un circuito più ampio importa poco. La sua estrosa personalità emerge cristallina su questo nuovo disco, anche se a volte si ha la sensazione che le cose siano state fatte un po' troppo in fretta, come sotto pressione… Ma andiamo con ordine. Partiamo dai punti a favore. In primis la sorpresa: chi si aspettava un nuovo "Songs for the deaf" rimarrà deluso perché il buon Joshua se n'è fregato ed è andato a ripescare certe atmosfere drogate e ipnotiche di "Rated R" e delle Desert Sessions. In secondo luogo c'è una costante ricerca sulle melodie vocali (si percepisce la presenza di Chris Goss e Mark Lanegan, protagonista dell'iniziale nenia "This lullabye") ed una tendenza all'hard blues catatonico e groovy che spiazza e diverte (non a caso c'è ospite Billy Gibbons direttamente dagli ZZ Top). Infine, l'album ha una freschezza che traspare dopo ripetuti ascolti, quindi se al primo colpo restate delusi non vi abbattete, lasciate passare un po' di tempo e riascoltate il disco, ne rimarrete piacevolmente sorpresi. Ma veniamo ai lati negativi. Innanzitutto manca il tiro selvaggio dell'ultimo lavoro, il che non è un difetto ma il segno che l'assenza di gente come Nick Oliveri e Dave Grohl si fa sentire (e non poco). Inoltre sorprende qualche passaggio a vuoto, come quello tra la sesta e l'ottava traccia: "In my head" (ripresa dalle ultime Desert Sessions) ha una melodia stupenda ma è un brano troppo fuori target per i QOTSA; "Little sister" è il singolo che fa da traino, ha dei soli di chitarra da brividi ma non regge l'impatto del predecessore "No one knows"; "I never came" è una ballata sentita, malinconica, riuscita ma non troppo. Se si aggiunge la conclusiva "Long slow goodbye" (simpatica ma nulla più) ecco a voi i punti nei quali "Lullabies to paralyze" viene meno. Detto questo, ci sono i pezzi nei quali viene da dire "ecco cosa voglio dai Queens!". E parliamo della ruspante "Medication", della meravigliosa "Everybody knows that you're insane", della sincopata, bellissima "Tangled up in plaid", della divertita "Broken box". Altrove invece troviamo gli spunti che osano di più e vanno oltre gli schemi che hanno reso celebri i QOTSA. Basti ascoltare la deviata "Someone's in the wolf", l'oscura "Blood is love", il robot rock di "Skin on skin" o i blues imbevuti d'acido di "Burn the witch" e "You've got a killer scene there, man!". Questi sono i momenti migliori del disco, quelli sui quali Homme sembra aver puntato (maggiormente nella seconda parte del cd) per una successiva evoluzione del suo sound. Saranno in molti ad essere insoddisfatti di "Lullabies to paralyze", così come in molti lo esalteranno. La verità al solito sta nel mezzo. I Queens Of The Stone Age sono una macchina in continua evoluzione e il loro nuovo disco lo dimostra per l'ennesima volta. Non ai livelli del primo, inarrivabile lavoro ma un tassello decisivo che non può che maturare. Ascoltare per credere. Alessandro Zoppo
QUEENS OF THE STONE AGE – Over the years and through the woods
Tempo di live album per i Queens Of The Stone Age, un disco forse pubblicato per riportare in auge il nome della band, che con l’ultimo “Lullabies to paralize” non era riuscita a bissare il successo ottenuto dal precedente “Songs for the deaf”. I Queens Of The Stone Age sono un gruppo che fin dall’omonimo esordio ha mostrato una natura ambivalente: da un lato Josh Homme ha mostrato più volte la voglia di sperimentare sonorità e soluzioni inusuali in un contesto rock, dall’altra il chitarrista si è ben guardato dall’abbandonare completamente lo stile inconfondibile del suo gruppo precedente (i mitici Kyuss). In parole povere, il nostro ha sempre voluto tenere i piedi in due scarpe, ovvero acquistare nuovi fan senza rinunciare a quelli legati al sound desertico di Kyuss. Altra cosa che a molti risulta inspiegabile è la mania che Josh ha avuto (dal secondo album in poi) di coinvolgere sempre più musicisti/compositori all’interno del gruppo, per arrivare oggi ad una formazione a cinque elementi, dei quali almeno uno (la tastierista Natasha Shneider) risulta totalmente inutile/superfluo.Questo live (e soprattutto il dvd allegato, molto ben realizzato), registrato alla Brixton Academy di Londra il 22 agosto 2005, mostra infatti come sia la chitarra di Josh a sorreggere per almeno l’80% l’economia delle canzoni; è il nostro a fare il bello e cattivo tempo, a seconda del suo umore e dell’ispirazione. E allora si rimpiange la formazione originaria della band, il classico trio rock (e Joey Castillo, pur essendo un discreto batterista, non è nemmeno lontanamente paragonabile ad Alfredo Hernadez). La scaletta live pesca da tutta la discografia del gruppo, e così si passa dalla produzione più recente e mainstream (la mediocre “Little sister” conferma, anche in sede live, la sua pochezza) alle canzoni degli esordi, fra le quali spiccano le robuste “Regular John”, “Mexicola” e l’ottima ballata psichedelica “You can’t quit me, baby”. Un album che conferma i Queens come una discreta live band, nulla comunque in confronto ai Kyuss, capaci di dare ben altre emozioni e sensazioni. Marco Cavallini
QUEENS OF THE STONE AGE – Queens of the Stone Age
Le ferite prodotte dallo scioglimento dei Kyuss, l'istituzione dello stoner rock e uno dei migliori gruppi dei '90, è ancora forte e brucia tremendamente nell'animo dei fans, come se "...and the Circus Leaves Town" avesse cosparso sale e limone in esse e le avesse assaporate come una splendida Corona sotto il sole afoso di agosto in quel di Palm Desert. Tutto è iniziato in questa ridente cittadina california e, per una serie di eterni corsi e ricorsi, da qui parte l'avventura che porterà i QOTSA sul tetto del mondo, entusiasmando i fans con dei capolavori quali 'Rated R' e 'Songs for the Deaf'.Josh Homme vuole ripartire da zero senza dimenticare del tutto i Kyuss e lo dimostra facendo salire a bordo il grande Alfredo Hernandez (batteria in 'Circus', nonchè anima degli Yawning Man e Ché, rispettivamente con Joe Lalli e Brant Bjork), ma facendosi aiutare nell'impresa dallo storico produttore dei Kyuss (Chris Goss, mente dei Masters of Reality, produttore di Screaming Trees, Slo Burn, Nebula e Mondo Generator), Dave Catching (Desert Sessions, Earthlings?) e Fred Drake (scomparso padrone del Rancho de la Luna e membro degli Earthlings?). Ed è subito magia, come nel cartone che vedeva protagonista Johnny perennemente in ballo di due gnocche astronomiche come Tinetta e Sabrina. Sabrina è l'anima kyussiana e più dura che non viene abbandonata ed esce fuori in pezzi come 'Walking on the Sidewalks' e 'Hispanic Impressions', seppure la parte melodica abbia il sopravvento sull'aggressività del gruppo in cui c'era Garcia. Homme decide di cantare e sperimentare quel 'robot rock', visto che lui odia la definizione 'stoner', non gli appartiene considerando il suono dei Kyuss un rock dei '70 contaminato dalle sonorità dei '90. Ma è veramente tutto qui? Eppure la psichedelia continua ad affiorare ('You Can't Quit Me Baby'), il rock puro e duro c'è ('Regular John', 'Avon', 'Mexicola'), ma è tutto rivisto e rielaborato, più flessibile e zuccherino, distorto ma non solo dagli effetti mescalinici e incendiari della chitarra di Homme ma anche per le tastiere, insolita trovata che stupì i fan dei Kyuss. Chi si aspettava un album prettamente chitarristico forse rimase deluso, ma scoprì un capolavoro targato John Homme, che suona chitarra e basso, canta e preme i tasti della stanza dei bottoni dimostrando forse che lui era capace di sopravvivere alla fine di un'era. Riff al fulmicotone, acidità nelle note ma anche sonorità catchy, sezioni ritmiche divertenti senza perdere in aggressività perchè ha scelto Hernandez, uno capace di scrivere un brano meraviglioso come 'Avon'. I sentori preannunciati nello split con i Kyuss (1997) e quello con i Beaver (1998) sono delle conferme, per l'ottimo livello qualitativo e quantitativo del disco. Non ci sarebbero abbastanza parole per descrivere un disco che meriterebbe almeno 8 come voto e saprebbe di bocciatura. Procuratevelo, perchè questo basta a rimpiazzare i lavori in calo come 'Lullabies to Paralyze' e 'Era Vulgaris'. Gabriele 'Sgabrioz' Mureddu
QUEENS OF THE STONE AGE – Songs for the deaf
"Songs for the deaf", ovvero le canzoni per i sordi. Le canzoni per quei grossi network che continuano a snobbare una delle più importanti rock band del momento. E' incredibile quanto siano cresciuti tecnicamente. Le sonorità riportate all'interno di questo nuovo lavoro dei Q.O.T.S.A. sono ricche e ricercate. Poco spazio al vecchio stoner rock dei tempi in cui erano ancora Kyuss. Largo alla sperimentazione psichedelica, quindi, con un occhio di riguardo alla commestibilità sonora che non risulta quindi mai essere troppo inacidita. E' stato piacevole assistere al lungo processo evolutivo che ha portato Josh Homme e Nick Oliveri (leader indiscussi dei Kyuss prima e adesso dei Q.O.T.S.A., nonchè creatori del genere stoner), alla quasi totale perfezione armonica di "Songs for the deaf". L'album risulta piacevole e godibile in quasi tutta la sua ora e oltre di ascolto. Mai contraddittorio e mai ripetitivo con continui ammiccamenti a vecchie sonorità floydiane. In un momento in cui il music business del rock risulta interamente concentrato sulle nuove e ripetitive leve del nu metal e del rock alternativo, i Q.O.T.S.A. rappresentano sicuramente l'onda d'urto più schiacciante da non poter ignorare. Nessuno suona come loro e nessuno in questo momento è in grado di contrastarli. "Songs for the deaf" come consacrazione definitiva di una cult band. Questo terzo lavoro risulta sicuramente il migliore dell'intera discografia con dei risvolti tecnici e sonori a volte imprevedibili. La presenza di Dave Grohl, in tal senso, è stata sicuramente determinante. Il leader dei Foo Fighters ed ex batterista dei Nirvana, ha tirato fuori il meglio del suo repertorio riconfermando le sue doti dietro le pelli. Tutto l'album appare comunque molto più studiato, meno diretto, ma con un grosso contributo di coretti stile sixties che non guastano mai. Un doveroso plauso in questo caso va al bassista Nick Oliveri che contribuisce a condire con dovizia l'ottimo cantato di Josh Homme e Mark Lanegan (ex Screamin' Trees e Mad Season). Più di un'ora di sano e buon rock che comincia con una devastante "You Think I Ain't Worth a Dollar, But I Feel Like a Millionaire" che ci ricorda da vicino certe lavorazioni svolte con i Mondo Generator. "No One Knows" è diversamente una perla di rara bellezza. Una di quelle canzoni che ad ogni continuo ascolto rivela aspetti diversi e per questo indiscutibilmente magnetica. L'ascolto scorre su sonorità avvolgenti che vengono solamente spezzate dalla rabbiosa e punkeggiante "Six Shooter" a metà dell'album. Il restyling di "Hangin' Tree" (già pubblicata in versione acustica nel progetto Desert Session) è piacevole ed esalta ancora una volta il contributo di Dave Grohl alla batteria. Ma è sul poker finale di canzoni che si sprigiona l'anima creativa e fortemente psichedelica dei Q.O.T.S.A.. "God Is In The Radio" con il suo procedere sincopato ci conduce per mano verso un assolo centrale che odora di acido, mentre "Another love song" ci riporta al classico rock psichedelico di fine anni sessanta con tanto di coretti eterei e melodie arcane. "Song For The Deaf" ci riconferma la volontà di Josh Homme di traghettare definitivamente la band verso sperimentazioni sonore intrise di floydiani ricordi. Ma è con la hidden track "Mosquito Song" che tutto questo viene alla mente. E il paragone con la migliore rock band inglese mai esistita sulla faccia della Terra è inevitabile! Una cavalcata musicale che ci porta in mente il capolavoro del 1970 "Atom Heart To Mother". Un ulteriore conferma di quanto le droghe a volte possano condurre l'uomo a creazioni artistiche di sublime bellezza. Insomma, il disco è vivamente consigliato. Anche il prezzo della versione DVD risulta assai contenuto e non contribuire al successo di questa band risulterebbe criminale per il buon bene dell'intero genere rock. Peppe Perkele
QUEST FOR FIRE – Lights from Paradise
Eravamo rimasti al debutto dei Quest For Fire appena un anno fa. Grazie alla lungimiranza della Tee Pee questi quattro ragazzi si erano dimostrati una delle migliori scoperte della passata stagione. Un esordio in cui il gruppo aveva saputo far valere le proprie doti spaziando dall'hard stoner ad un grunge d'annata, il tutto filtrato mediante un emozionante processo psichedelico. Oggi la band di Toronto fa ritorno per deliziarci con un full lenght che legittima la bontà della loro proposta. Lo stoner si è ridotto ai minimi termini ma le sonorità già conosciute non sono andate perse. Solo l'involucro si è fatto meno diretto, meno prevedibile, come se il loro rock fosse sospeso in aria, fluttuante, avvolto in una sognante (e deviata) melodia che riconduce ancora una volta dalle parti dei Dead Meadow.Ed è proprio quanto accade in "Greatest Hits by God", stupefacente inizio di "Lights from Paradise", album formato da otto brani che rimarranno a lungo impressi nelle nostre menti. "Strange Vacation" è uno psycho folk blues emozionale con la consueta voce straniante di Chad Ross. Le concitate "In the Place of a Storm" (già presente nello split con i Nebula) e "Set Out Alone" riportano la bussola alle escursioni elettriche del disco precedente mentre "Psychic Seasons" è un gioiello acustico di ammaliante bellezza. Ottima anche "Hinterland Who's Who", aperta da un insistente basso cupo appena prima dell'ingresso di una corposa chitarra. Ma il picco dell'album viene raggiunto dall'accoppiata "Confusion's Home" e "Sessions of Light", due pezzi che da soli valgono il prezzo del biglietto. La prima pare un'improbabile mistura tra la fuzz dementia dei succitati Dead Meadow e certe aperture grunge sulla falsa riga dei Mother Love Bone. La seconda ricorda alcuni passaggi dei Soundgarden – periodo Superunknown – per poi protrarsi ancora in un contesto fortemente psichedelico ed un finale con destinazione ultima Seattle, primi anni novanta. Difficile rimanere impassibili. Come è difficile pensare che questo disco possa passare inosservato. Perchè di questi tempi c'è l'assoluta necessità di album come "Lights from Paradise". Cristiano Roversi
QUEST FOR FIRE – Quest for Fire
Chi l’ha detto che il grunge è morto e sepolto? I Quest for Fire ci dicono il contrario. Il gruppo, di recente formazione, proviene da un’esperienza garage. Due di loro (Chad Ross e Andrew Moszinsky) hanno fatto parte dei misconosciuti Deadly Snakes ma ora le cose paiono essere cambiate.Si parlava di grunge poc’anzi. Ed in effetti il quartetto di Toronto ci fa riassaporare quelle febbrili ed eccitanti sonorità che tanto andavano di moda alla fine degli anni ottanta. Ma c’è di più. I nostri non si limitano a prendere come riferimento solo quei suoni bensì aggiungono delle cavalcate stoner associate ad una psichedelia drogata degna dei migliori Spacemen 3. Il risultato è uno splendido debutto che consta di soli sei brani ma alcuni di notevole durata. Partenza a razzo con “Bison Eyes”: la prima band che viene in mente sono i Mudhoney ma come se alla voce ci fosse Robert Hampson dei Loop! Si prosegue con la bellissima ballata desertica “Strange Waves”. Qui si sente la presenza neanche troppo lontana dei (migliori) Dead Meadow. Ed arriviamo al brano migliore dell’album, “The Hawk That Hunts the Walking”. Sembra quasi che i Kyuss e i Soundgarden si siano accordati per eseguire questo pezzo. Lo stoner dei primi con i ritmi rallentati dei secondi. Semplicemente fantastico! “I’ve Been Trying to Leave” è un altro brano con infiltrazioni shoegazer/grunge mentre “You Are Always Loved” ci mostra con grande attualità quello che veniva fatto molto bene dai Mary My Hope (alzi la mano chi se li ricorda) una ventina di anni fa. Sette minuti e venti secondi di pura delizia. Finale al fulmicotone con la micidiale “Next to the Fire” che ricorda vagamente gli amati Hypnotics, ma condito da una voce sempre sottilmente straniante. Applausi convinti alla Tee Pee (indiscutibile etichetta dell’anno) che ha avuto il fiuto di pubblicare questo lavoro sperando che serva al gruppo per farsi maggiormente conoscere. Anche perché è difficile trovare in circolazione un disco migliore nel suo genere. Senza alcuna ombra di dubbio. Cristiano Roversi
QUICKSILVER MESSENGER SERVICE – Happy Trails
Se il periodo 1966-69 può essere considerato il momento d'oro della psichedelia e dell'acid rock, il merito è soprattutto di gruppi come i Quicksilver Messenger Service. A dispetto di un nome che può non essere noto a tutti, questo gruppo rappresenta, insieme a Grateful Dead e Jefferson Airplane, uno dei vertici assoluti dell'acid rock. In particolare questo disco, "Happy Trails", che poi è il secondo della discografia e che della loro produzione resta il più notevole.
QUIET IN THE CAVE – Monstro/Future Is A Closet Door
Attualmente il chitarrista Munholy milita negli ortodossi black metallers Malfeitor e il batterista Alessandro negli Autoblastin' Dog, ma entrambi fanno ancora parte di uno dei primi leviatani nati in toscana, i Quiet In The Cave, attivi dal 2002 e comprendenti anche Carlo al basso e Mike al synth e campionatori: il gruppo sembra proseguire, anche se a rilento (e come potrebbe essere altrimenti, data la mortifera e rallentata cadenza ??), e la nuova malevola apparizione consisterebbe in uno split con i The Drop Machine via Hypershape Records.In precedenza sono stati piuttosto attivi, con due partecipazioni a compilation (su Noisecult e Joint Operation Records) e con due demo/album: "Monstro" (2004, autoprodotto) e "Future is A Closed Door" (2005, registrato ma mai pubblicato). Si tratta di due incisioni interessanti, nelle quali vengono fusi ambient/post metal di marca Pelican/Isis, scura e minimale psichedelia, depressive venature dark, cosmico black/death/doom metal 'mutante' (aspetto dovuto soprattutto alle vocals growl, che comunque non sono eccessivamente invasive nel contesto generale), e un pizzico di elettronica "rumorista" dalla timbrica ossianica. Non si tratta di un calderone, quanto piuttosto di fattori che contribuiscono a creare un sound personale e omogeneo, non troppo complesso a dir la verità, visto che i QITC mirano ad un linguaggio spoglio, ma dotato di una buona vena progressiva che ricrea con efficacia atmosfere dalla tenebrosa spazialità. Il primo Cd - quasi omonimo del secondo Morkobot - è aperto dalla lunga marcia al rallentatore di "Green Desert", una spolpata versione di Pelican e Red Harvest in salsa dark rock contornata da minimale effettistica elettronica, e prosegue poi con "Pinguino", un cadenzato pezzo black spezzato da inusuali break funkoidi. "Something About Silence" si abbandona invece ad un avantgarde-doom ben congegnato, che oltre alle nere avanguardie nordiche mescola pure post rock, sepolcrale rumorismo di certi Violet Theatre e malinconici arpeggi gotici. "Walking" vive sulla dicotomia tra eteree tastiere e riff pachidermici, così come in "Phase" a farla da padrone sono l'effettistica di Mike e il paranoico ripetitivismo delle chitarre, mentre "Jesus In The Trash Case" parte con un rifferama simil thrash/death per poi rituffarsi in uno scheletrico incubo. L'ultima breve "Borderline" è influenzata dall'industrial metal, ma i giochi sono ormai fatti, e in definitiva "Monstro" merita la promozione, grazie soprattutto al freddo pathos che è stato capace di generare. Non ha mai visto la luce finora, ma "Future is A Closed Door" per certi versi la meritava: l'andazzo è praticamente lo stesso di "Monstro", ma il linguaggio gode forse di una capacità di sintesi migliorata: "In My Beginning" e la title-track sono ben calibrate tra immote partiture tastieristiche e aggressività black/doom, e "R.O.O.M" risente addirittura di Tangerine Dream e Mortis, e può considerarsi tra i brani migliori nella discografia del gruppo. Anche "Vortex" e "Stalker" colpiscono nel segno, divise tra angosciosa ambient, straziante intensità e policromo dark progressivo. "Green Desert" è la stessa song del demo precedente, ma leggermente riveduta e corretta negli arrangiamenti e nella durata. Non parliamo di due imprescindibili capolavori mondiali dell'Avanguardia, ma i Quiet In The Cave vanno di sicuro recuperati. Roberto Mattei
QUILL, THE – Hooray! It’s a death trip
Dopo appena un anno da ‘Voodo Caravan’ i The Quill risbucano dalle terre svedesi con ‘Hooray! It’s A Death Trip’, nuovo capitolo di hard rock settantiano maturo, sempre più focalizzato sulla melodia e ben rifinito negli arrangiamenti. Saggiamente la band non rinuncia all’impatto compiendo dei grossi passi avanti per rendere le canzoni snelle e consistenti. La produzione di Daniel Bergstrand (In Flames, Meshuggah, Strapping Young Lad) è moderna – unica pecca a mio parere sono i suoni troppo freddi di batteria – ed esalta il ventaglio di sonorità del disco che a grandi linee si spinge verso un heavy-grunge a là Soundgarden/Audioslave. Insomma quanto di più lontano dalla novità assoluta ma non per questo meno vibrante. Davanti ad alcuni pezzi così freschi e scintillanti non c’è novità che tenga; allo stesso modo si rimane perplessi davanti alla poca ispirazione di altrettanti pezzi che sembrano dei veri e propri riempitivi. Quanto a impatto e potenza sono da segnalare Nothing Ever Changes, più riuscita della pur buona Spinning Around , e American Powder. Su Too Close To the Sun i Quill rallentano i battiti, tirano fuori l’anima e si fanno condurre dalla voce di Magnus Ekvall, discepolo di Chris Cornell. Hand Full Of Flies ha un leggero sapore psichedelico ed è un pezzo che avrebbe fatto scintille, come molti qua dentro, una decina d’anni fa. Su questo versante più completa è Control che si allunga sinuosa sul finire del disco. Dalla torre sinceramente butterei giù la stanca Giver e riempitivi come Because I’m God. Ciò non toglie che ‘Hooray…..’ è un disco più che riuscito, per niente nostalgico e dal giusto appeal commerciale. E sarebbe anche ora che i Quill si emancipassero dall’etichetta di “band dove suona Roger Nillson, bassista degli Spiritual Beggars, già in tour con gli Arch Enemy”. Francesco Imperato

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