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UCCULTUM – Immortal
Il sacro fuoco del doom continua a colpire imperterrito. Questa volta tocca agli americani Uccultum, oscura entità sorta per volontà del cantante e chitarrista Gleen Guimond (un passato in band come Civilcide, Human Garden e Dying Season), in compagnia di Scott Cook (basso) e Andrew Desrosiers (batteria). Dopo un paio di promo (il primo del 2002, il secondo, "Songs for the unbeliever", del 2003) ed un singolo di due pezzi, oggi è la volta di questo "Immortal", nato come auto produzione e ora distribuito negli States dalla Brainticket di John Perez ed in Europa dalla PsycheDOOMelic di Hedegus Mark.
UCCULTUM – Wheels of the black sun
Dopo l’ottima impressione che ci avevano fatto con il precedente ep “Immortal” tornano gli Uccultum, doomsters del New Hampshire che sfornano finalmente il loro definitivo full lenght. “Wheels of the black sun” concentra dodici brani di puro doom metal, di sicuro non originale ma scritto e suonato con passione e sudore. Oltre che ‘analizzato’ in tutte le sue sfumature.Già, perché gli Ucculutum (Gleen Guimond - voce, chitarra -, Scott Cook - basso - e Andrew Desrosiers - batteria -) si dimostrano veri conoscitori della materia e in un’ora ci deliziano con sane scosse ‘sabbathiane’ e una certa varietà all’interno di uno spettro sonoro comunque ‘di genere’. Brani come “Grindstone”, The voices“” e “Dead but not gone” puntano sul doom oscuro, compatto, aggressivo, stile The Obsessed, Trouble e Unorthodox. Mentre la fantastica “To live and die”, “Blood of the soul” o la doppietta composta da “Into the sky” e “Cycle of the void” si indirizzano con maggior forza su sentieri evocativi, dal gran groove e con riff infuocati che se da un lato fanno evidente mostra dell’influenza Pentagram, dall’altro richiamano lo stile del magico Al Morris degli Iron Man. “Lowerworld” è una lenta marcia verso l’oscurità, caratterizzata da una sotterranea melodia e dall’incessante lavoro ritmico di batteria e percussioni; “Lifeline” e “A step out of time” aprono verso orizzonti psichedelici, un suolo da attraversare ancora in futuro. La strumentale “Big sky” chiude il disco trasportandoci in un gorgo buio e magnetico, perfetta sintesi del suono Uccultum. Nero, potente e misterioso. Alessandro Zoppo
Uffe Lorenzen – Galmandsværk
Già con l’omonimo disco del 2009 dei Baby Woodrose il buon Lorenzo ci ha fatto ascoltare un disco interamente concepito e suonato in prima persona. E con il progetto Spids Nøgenhat ha introdotto la sua lingua madre nell’universo psichedelico che lo accompagna da sempre. In altre parole, l’ultima sua uscita “Galmandsværk” consolida e fonde assieme queste due prerogative. La novità semmai è rappresentata dal fatto che il disco è intitolato a suo nome (Uffe Lorenzen), quasi si voglia mettere una firma autografa ad una produzione che questa volta ci ha fotografato interiormente. L’immagine che ne esce fuori è quella di un fantastico hippie che viaggia nel tempo e si ritrova al fianco di George Harrison e John Lennon lungo l’argine del Rishikesh (“På Kanten af Verden”, “Blues for Havet”). È tutto un fiorire di flauti, sitar, chitarre acustiche, tempi rilassati, joint fumanti e amore libero. Con una riflessione: tutto questo è una fuga dalla realtà verso un mondo incantato, desiderato e parallelo, definitivamente impossibile. Lorenzo lo fa consapevolmente, affidando il compito al mezzo escapista per eccellenza: la musica. Viene quasi da piangere sentendolo nelle splendide “Ny By” (una delle poche occasioni in cui sentiamo un piccolo fuzz, in sottofondo e – sorpresa! – lo xilofono) e “Flippertøs” (chitarra acustica, flauto, djembe e voce), vera perla di scrittura autoctona del nostro. Altre volte si incarna in un’incazzato Richie Havens (ricordiamo la sua versione di “Freedom” nell’album omonimo di qualche mese fa) in “Sang Om Merværdi” o indossa le vesti dello space crooner alla maniera di Nik Turner (“Høj Som et Højhus”), ma il mood centrale dell’album è quello intimista, con il tocco elegante di un grande scrittore di favole acide e romantiche per adulti (“Dansker”). Cosa resterà nella memoria musicale di questo secondo decennio del secolo ventunesimo? Sicuramente non “Galmandsværk”. Piccolo classico di psichedelia destinata ai ricercatori di arche perdute. Eugenio Di Giacomantonio
UFOMAMMUT – Eve
Dove vogliono e possono arrivare gli Ufomammut? Questa è la domanda che rimbalza continuamente in testa dopo aver ascoltato più volte questo loro nuovo ‘Eve’, un concept album dedicato ad Eva, prima donna della terra.Il quinto album del gruppo alessandrino (registrato ancora una volta ai Locomotore Studio di Roma con l’apporto di Lorenzer dei Lento) è un’apocalittica suite di 45 minuti suddivisa in cinque movimenti confluenti l’uno nell’altro. Un gruppo, gli Ufomammut, che a partire dal terzo lavoro ‘Lucifer Songs’ ha deciso di iniettare a grandi dosi nella propria proposta sonora, già buia e pesante, l’oscurità dell’ambient e gli effetti lisergici delle sue ossessive e ripetute sequenze. ‘Eve’ è un abisso sonoro, un fluttuare di emozioni e sensazioni dannatamente ipnotiche nella loro nera atmosfera. Una musica che va oltre le vibrazioni dell’ascolto, e che riesce ad offrire “visioni”. Fa impressione ascoltare la disinvoltura con la quale la band sa passare dal lentissimo mantra psichedelico della seconda porzione (arricchita da un cantato melodico che si ode in lontananza) alle deflagrazioni sonore del successivo terzo atto, dove le vocals assumono toni da yeti e perenne è l’impressione che tutto sia pronto ad esplodere da un secondo all’altro. Il conclusivo quinto atto (che arriva dopo un quarto basato su una pesantissima base ritmica ed una chitarra che si scatena in lunghe fughe psichedeliche) procede cadenzato sulla base di un riff sospeso nel vuoto ripetuto all’infinito e accompagnato da stranianti synth che rendono il tutto ancora più sinistro; la forza ipnotizzatrice del gruppo qui è totale. Per i fan della formazione ‘Eve’ è un disco imprescindibile. Un album indicato a chiunque cerchi il lato visivo nella musica: non importa di che colore sia. Marco Cavallini
UFOMAMMUT – Godlike snake
Una mano che ti afferra, ti stringe la gola e ti apre le porte dell'immenso, dell'infinito: è questo l'assurdo trip che si prova nell'ascoltare "Godlike snake", fantastica opera prima (dopo 2 demo e la partecipazione al tributo ai Blue Cheer) degli UFOMAMMUT. E' un'esperienza unica, alienante, quasi paradossale. A molti (ascoltatori poco attenti o alla ricerca di tecnicismi formali) questo lavoro non piacerà; chi invece saprà immergersi totalmente in questo caleidoscopio sonoro ne rimarrà estasiato. Le coordinate musicali sono ovviamente i seminali Hawkwind, i "corrieri cosmici" dell'elettronica tedesca, i primi Monster Magnet (quelli di "Tab" per intenderci...) e gli stoned freaks Electric Wizard. Ma i 4 elefanti spaziali di Tortona sanno rielaborare il tutto alla loro maniera: Alien espande la nostra mente con il suo superKorg synth, la sua chitarra urlante e le sue grida, Poia inietta nelle nostre vene scariche di demoniaca elettricità, Urlo ci ipnotizza con le sue linee di basso e le sue vocals lisergiche, infine Vita dà il colpo di grazie martellando i nostri poveri timpani a colpi di "space drums". Il dischetto si apre alla grande con "Ufo pt.1",brano che mette subito a nudo le intenzioni del quartetto: atmosfere psichedeliche e cosmiche fanno da contraltare a chitarroni acidi e distorti, roba da togliere il fiato! "Satan" ci introduce in un mondo demoniaco, dove riff ciccioni fluttuano nell'aria satura di elettricità accompagnati a vocals strazianti e intensi, mentre "Oscillator" pare darci il benvenuto nell'iperuranio: stupende le parti tastieristiche che preludono all'esplosione di una chitarra pachidermica! In "Snake" si sente l'eco dei Monster Magnet (directly from "Super judge"!): 4 minuti di pura follia, contrassegnati da voci spaziali, sezione ritmica ossessiva, un guitar work unico e keyboards ai limiti dell'ascoltabile...fantastico! "Zerosette" prosegue sulle stesse coordinate trapanandoci le orecchie con riff tanto cari a un certo Jus Oborn tanto che pare di ascoltare un out-take di "Come my fanatics..."! Ma è in "Smoke" (vera gemma dell'album) che si sublima la perfezione: un fuga in puro Hawkwind-style, dove Urlo si mette in evidenza con le sue trame che ti lasciano atterrito, ottimamente supportato dal drum work di Vita e dalle tastiere cosmiche di Alien. E' un viaggio pazzesco, unico nel saper creare un cataclisma di questo genere! "Nowhere" ci catapulta su Saturno, con delle vocals raggelanti e un basso e una chitarra pesissime, mentre "Superjunkhead" fa correre lungo galassie sconosciute in preda ad attacchi di panico! Proprio quando sembra che questo "strazio" stia per concludersi, ci pensa "Hozomeen" a dare la mazzata finale: 20 minuti di puro space-stoner-doom (qui i ragazzi pagano dazio ai primi, stupendi Ozric Tentacles...) dai connotati indescrivibili: parti mesmeriche, allucinazioni psichedeliche, inserti lisergici, il tutto immesso in una cavalcata magico-onirica che trova pieno compimento nell'ossessionante battito cardiaco posto verso la fine del brano, come per dirti "ok, è tutto finito, ritorna alla normalità..." prima dell'esplosione finale ("Mammut", coda del pezzo) che pone termine a questo magnifico trip. Non c'è che dire, di band come gli Ufomammut ce ne sono poche in circolazione, non ci resta che aspettare il prossimo album per un nuovo viaggio alla ricerca dello spazio...welcome to the psychedelic spacedome of Ufomammut... Alessandro Zoppo
UFOMAMMUT – Idolum
Un agglomerato nero come la pece, pesante quanto l'uranio, denso ed impenetrabile. È lo spirito oscuro, l'idea che dà corpo a "Idolum", nuovo capitolo della saga Ufomammut. Il quinto, se oltre "Godlike Snake" (2000), il capolavoro "Snailking" (2004) e "Lucifer Songs" (2005) si considera anche l'episodio "Supernaturals Record One" in compagnia dei Lento (2007). "Idolum" prosegue lì dove Urlo (basso, voce, synths), Poia (chitarre, synths) e Vita (batteria) avevano lasciato: una devastante commistione di elementi, tra doom, post core, psichedelia heavy, perverso sludge, elettronica deviata e metal malsano (chi ha detto Godflesh?). Potenza e pulizia dei suoni assumono connotati cupi e densi (eccellente il lavoro svolto tra gli studi Magnolia di Milano e Locomotore di Roma da Lorenzo Stecconi dei Lento). Gli otto brani (l'edizione in vinile comprende una bonus track, "Hermeat") spiccano per stile e precisione. Ormai gli Ufomammut hanno una cifra caratteristica che li distingue e li rendere unici nel panorama musicale odierno.Segno evidente nelle note slabbrate e pastose di "Stigma" e "Stardog", mastodontici colossi che avanzano minacciosi e distruggono quanto trovato sul proprio cammino. "Hellectric" ha un andamento marziale che incute timore e annichilisce, così come la tremenda "Nero" (liquida e dannata come non mai) e la destabilizzante "Destroyer", brani che esaltano tutta la violenza psicotica e lisergica del trio. Infine, gli ospiti. La splendida voce di Rose Kemp (giovanissima songwriter inglese fattasi notare con "A Hand Full of Hurricanes") si adatta in modo perfetto alla delicata slow motion di "Ammonia". La chitarra di Lorenzer (from Lento) rende "Elephantom" un trip sonoro di impatto micidiale: 27 minuti che si aprono con una opprimente melodia vocale proveniente da una galassia lontana, si animano in un turbine elettrico frastornante, si placano (mera apparenza) su angosciosi effetti ambient drone che ritornano ad esplodere fragorosi nella fase finale. Idolum, spettro che si aggira senza pace tra i meandri della mente. Identificazione, dolore, umore. Disturbi emotivi che "Idolum" amplifica a dismisura. E che rendono gli Ufomammut cantori assoluti della nostra instabilità psicofisica. Alessandro Zoppo
UFOMAMMUT – Lucifer Songs
"Turn me on dead man…". Eccitami, uomo morto… No, stavolta i Beatles non c'entrano. Stavolta c'è di mezzo la migliore band italiana in circolazione. Ci piace esagerare, ma ormai gli Ufomammut non ci sorprendono più. La qualità delle loro uscite ci ha abituati su standard elevatissimi. Ed il nuovo minicd "Lucifer songs" (che poi tanto mini non è, dato che i sei pezzi qui presenti superano la mezz'ora di durata) non cede colpi, anzi. Qui si esplorano nuovi angoli del mondo Ufomammut, interstizi interdetti, spazi bui per menti elette.La psichedelia, il doom, l'heavy space sound. Sono solo vuote definizioni dinanzi a tanto splendore. I tre ragazzi di Tortona vanno ben oltre (tre perché nonostante l'abbandono di Le Gof alle tastiere non si è perso un milligrammo della loro forza lisergica e potenza evocativa). Ci conducono in un universo oscuro, cinereo, nero come la pece. L'intricata matassa in copertina (al solito splendido lavoro Malleus) rappresenta bene questo cosmo buio, contorto, aggressivo e al tempo stesso soave. Un ascolto notturno, una nenia da incubo, un gorgo da spazio siderale. "Lucifer songs" è questo e molto altro. È la perfetta realizzazione di un processo concettuale oltre che sonoro. Processo che culmina nella nuova creazione Supernaturalcat e che ci auguriamo possa essere finalmente compreso anche in Italia, oltre che all'estero. Già, perché gli Ufomammut sono il nostro miglior prodotto da esportazione e invece restano confinati in un desolante universo underground. Ma poco importa, le emozioni di questi sei brani saranno ancora più preziose per chi saprà apprezzarne tutte le sfumature. Come il riff mastodontico che sorregge "Blind", pilastro in bilico tra rigurgiti heavy e fughe sognanti. O i samples mesmerici di "Hypnotized" e le turbolenze di "Hellcore", un vuoto maledettamente ossessivo che rapisce la mente e la scuote con gli strazianti dialoghi di ritmiche e chitarre. "Mars" ha invece un riff cattivissimo che si stampa immediatamente nel cervello ed un andamento da (ufo)mammut. Mentre "Astrodronaut" è pura psichedelia, cibo per il pensiero che si espande, conclusione fantastica di un elaborato trip lisergico. Oltre queste cinque tracce (più dvd, segno di un'opera totale, che coinvolge audio e video), sull'edizione in vinile troverete la bonus track "Lucifer song" (scaricabile anche dal sito della band), quasi dieci minuti di suoni dal ventre della terra, synths ipnotici che annebbiano con una drone music davvero incredibile. Le prime mille copie di "Lucifer songs" avranno confezioni realizzate interamente a mano, serigrafie numerate e stampate in oro su cartoncino nero da Malleus. Fatevi avanti e prenotate la vostra copia, numero 666 ovviamente. Alessandro Zoppo
UFOMAMMUT – ORO: Opus Alter
Dopo un primo capitolo non entusiasmante, tornano gli Ufomammut con la seconda e ultima parte del concept dedicato al nobile metallo. Arriva "Opus Alter" e la musica sostanzialmente non cambia. La proposta non varia, rimane sulle coordinate tracciate da "Eve" e riproposte stancamente nella prima parte del dittico, "Opus Primum". Il viaggio inizia con "Oroborus", imponente giro di basso su cui si innestano tutti gli strumenti, creando un groove possente, che nella parte centrale attraversa i lidi più reconditi della spazio siderale e finisce per implodere su se stesso in un finale di provata efficacia. Segue "Luxon", il più classico dei monoliti doom che nulla toglie ma nulla aggiunge al risultato finale dell'opera. "Sulphudrew" parte in sordina, si sviluppa lentamente, è un viaggio nelle parti più oscure della psiche umana, un trip senza ritorno scandito dai battiti primordiali della batteria di Vita, dai riff minacciosi di Poia, e dalla voce dall'oltretomba di Urlo.Il momento migliore del disco è sicuramente "Sublime", partenza flebile, dimessa, con la chitarra appena accennata che ricama su tappeti di droni fino all'arrivo della catarsi. Possente apertura strumentale degna dei migliori Isis, con un terribile lamento sotterrato da tonnellate di campionamenti che perdura nei momenti di maggiore enfasi. Chiude il lavoro "Deityrant", scontata cavalcata stoner sludge di cui si poteva anche fare a meno. Tirando le somme, "Opus Alter" non toglie e non aggiunge nulla alla già importante carriera degli alfieri dell'heavy psych italico. Risulta più compatto del predecessore, ma non riesce comunque a spiccare, rimanendo un lavoro sufficiente. Giuseppe Aversano
UFOMAMMUT – ORO: Opus Primum
Ritorna il Mammut alieno due anni dopo l'uscita dell'acclamato "Eve". Sarebbe superfluo introdurre gli Ufomammut data la mole di successo e di consensi raccolta in questi ultimi anni dagli alfieri del doom italico. Ormai da diverso tempo sono soliti calcare i palcoscenisci più prestigiosi della scena e si possono tranquillamente definire una delle più importanti realtà del genere. Il lavoro cui ci si trova di fronte è qualcosa di ambizioso e segue in parte la strada intrapresa con il disco precedente. "ORO: Opus Primum" è la prima parte di un dittico riguardante il nobile metallo, la seconda parte sarà intitolata "ORO: Opus Alter". Un concept che a detta degli stessi Ufomammut fa leva sulla doppia interpretazione della parola oro (il nobile metallo e la traduzione latina "io prego"). A livello concettuale un progetto ambizioso quello della band piemontese, ma che al livello musicale risulta forse un po' troppo derivativo da "Eve". Il disco si apre con "Empireum", pezzo più psych dell'intero lotto, che rimanda ai Pink Floyd di "A Saucerful of Secrets". Un lungo intro ci presenta il tema portante dell'opera fino all'esplodere delle distorsioni e alla catarsi finale. Segue "Aureum", un riff massiccio e una batteria poderosa lo rendono un rullo compressore, forse il momento di maggiore aggresività dell'album. "Infearnatural" fa leva su poderose chitarre spaziali che si fanno strada lungo tutto l'arco pezzo per deflagrare nel finale in un droning siderale. "Magickon" è forse il momento più debole del disco, una stanca ripetizione del tema sotto un tappeto di feedback e distorsioni. Chiude "Mindomine", brano dal sapore mistico in apertura, ma che presto si trasforma in un carro armato doom, sostenuto dalla esplosiva batteria di Vita e dalle urla dallo spazio profondo che lacerano la canzone fino al cumine; un'orgia di feedback e droning. Alla fine dell'ascolto ci si trova di fronte a un lavoro valido ma con un vago senso di incompiutezza. Sono troppe le somiglianze con il lavoro precedente per riuscire a dare un'identità definita a questo "ORO: Opus Primum". Lavoro di qualità certo, ma che stenta a decollare e si limita a galleggiare in un'aurea mediocritas. Giuseppe Aversano
UFOMAMMUT – Snailking
Un entità oscura, malvagia, che dagli abissi più profondi dell'universo ci conquisterà. Un entità che non ha consistenza materiale ma che avvilupperà i nostri cervelli modificando drasticamente la percezione di tutto ciò che ci sta attorno. Nulla avrà coerenza sul piano visivo. Al tatto tutto ci apparirà informe e indefinito. I suoni saranno sospesi e opprimenti. Nessun odore verrà percepito dal nostro olfatto. Unità carbonio che popolate questo pianeta, l'Ufomammut è tornato! In verità non ci è dato di sapere se questa entità è composta da una o più moltecipli presenze, ciò che conta è che con questo secondo attacco si accinge ad ottenebrare questa realtà per consegnarcene un'altra. "Snailking" parte da dove "Godlike snake" si era fermato nel 2001. "Blotch" ha un inizio a dir poco spettrale. Il viaggio siderale che l'entità Ufomammut ha percorso durante questo periodo per ritornare sulla Terra. Un viaggio che ci viene raccontato dal crescendo di questo brano. Un preludio a ciò che inaspettatamente ci aspetterà. Ed infatti "Hopscotch" è il primo attacco neurale. Distorsioni bastarde e una voce rabbiosa, sofferta, assolutamente non umana. Il lento procedere di "Lacrimosa" ci catapulta lontani dalla realtà materiale che ci circonda. La vacuità è percettibile. Cori eterei e riff doom per introdurci in una follia calendoscopica fatta di ologrammi privi di colore e suoni ricchi di calore. Ma l'odio deve ancora inseminarci visceralmente. "Odio" è difatti una lunga cavalcata che comincia con un apertura stoner per poi soffocarci in una sequenza, dapprima lenta e cadenzata, ed a seguire in un vortice di violenza e cattiveria indomita. "God" ci porta là dove nessuno è mai giunto prima, o almeno dove nessuno di noi ricorda di essere mai stato. Ufomammut è un entità unica, mostruosamente dotata di capacità intellettive, in grado di farci capire e comprendere il significato di una parola come Dio. Ascoltate questo brano al buio e ne verrete a capo... E se pensavate di esservi ripresi e di aver acquisito una linearità di pensieri, "Alcool" ve la farà riperdere. Una colata acida e lisergica che ci descrive mondi a noi ignoti. Un senso di oppressione e paura veramente percettibile. "Braindome" non concede spazi. Un campo di forza gravitazionale che respingerà qualsiasi tentativo di fuga. Il suono grasso e monolitico della chitarra che schiaccia e appesantisce qualsiasi movimento. La conclusiva "Demontain" compie l'ultima operazione espressa dall'entità Ufomammut. Distaccare il nostro corpo dalla mente. La parte materiale resterà su questo pianeta, quella psichica, non avendo più necessità di alcun tipo, sarà libera di fluttuare nello spazio più profondo. "Snailking" è il primo vero gioiello di questo 2004. L'entità Ufomammut è tornata per restarci su questo pianeta e, nonostante la sua malvagità, vi donerà sensazioni di libertà mentale assolutamente sublimi. Un sound unico, per certi versi indefinibile, che miscela quanto di meglio possa esprimere lo space rock, la psichedelia, lo sludge e lo stoner. Fatevi liberare!! Peppe Perkele
UGH! – Metaustrat
Psychedelic noiserock? Trip tango? Death noise? Doom blues? Stoner core? Gli Ugh! pongono questa domanda a se stessi perché nemmeno loro hanno saputo descrivere le propria musica…intrigante come soluzione, no? Ed infatti è proprio questo eclettismo sonoro che rende "Metaustrat" un disco eccellente. La capacità di sintesi del trio tedesco si esprime senza limite alcuno in una miscela sapiente dei suddetti generi, dallo stoner al noise passando per il blues, il punk, lo space rock e la più classica psichedelia. Ciò che convince, soprattutto rispetto a "Terminus", esordio della band risalente a due anni fa, è la grande consapevolezza acquisita nei mezzi e nelle capacità: se in precedenza qualche bagliore di luce risaltava in mezzo a molto disordine, ora tutti gli stili e le soluzioni mischiati insieme producono un risultato eccellente. Se Frank Zappa fosse ancora vivo avrebbe voluto di sicuro scrivere un brano come "Tandoori beefeater", tre minuti scarsi che sintetizzano tutta la pazzia di un gruppo davvero fuori da ogni logica e genere. E' da sottolineare la presenza di ospiti come Stefan Koglek dei Colour Haze (sue sono le chitarre impazzite nella folle "Hermetic" e nella stupefacente "Cubicle", song che unisce le oscure visioni dei Tool al groove dei Colour Haze stessi) e Flo Erlbeck, il quale incendia "Fatburner" con i suoi intrecci di sassofono deviati e contorti. Ma è tutto il disco a far valere la vena sghemba di Tim "Dr.Strange" (batteria), Martin "Lucke" (chitarra) e Christian "Sonny" (basso e voce), a partire dall'iniziale "In vain", crogiuolo di visioni liquide e cibernetiche, fino ad arrivare alle due mazzate conclusive, "Deep red river" e "Terminus", campionario di stranezze varie e suoni perversi. D'altronde nessuno riuscirebbe ad unire Hawkwind, Naked Raygun e Queens Of The Stone Age in una perla come "Pagan ride" se non questi scienziati geniali usciti fuori di testa… Se pensate di essere delle persone strane o con qualche particolare disturbo psichico, beh, non vi preoccupate, qui c'è qualcuno che in quanto ad insanità mentale non è secondo a nessuno… Alessandro Zoppo
ULAN BATOR – Rodeo massacre
Avevamo lasciato gli Ulan Bator con “Nouvel air”, disco che aveva visto diversi mutamenti in seno alla creatura di Amaury Cambuzat e una svolta stilistica verso aree sonore più languide e sinuose. Oggi la band franco italiana si ripropone sul mercato con il nuovo “Rodeo massacre”, lavoro che per certi versi indurisce il sound del gruppo ricoprendolo di una spessa patina oscura. Velo sporcato a dovere nei suoni dissonanti e distorti, che in questo senso riportano alla mente le squarcianti atmosfere dei primi dischi (pensate alle asprezze di “Polaire” e “Vegetale” unite al rumorismo psichedelico di “Ego Echo”) e delle esibizioni dal vivo del gruppo.C’è una certa sofferenza nelle nuove composizioni di Amaury. Il rock degli Ulan Bator è affascinante e morbido, ma anche crudo e aggressivo. L’uso alternato di francese ed inglese si scontra con le esplosioni elettriche delle chitarre creando un vortice di emozioni uniche, sospese, gioiose e al tempo stesso decadenti. Si accentuano le componenti psichedeliche, innestate durante il lungo viaggio alle radici del post rock, ma limitate a dovere e approfondite quando arriva la giusta occasione. Che in questo caso giunge nella parte centrale di “Rodeo massacre”. “Pensees massacre” distilla infatti una melodia che entra immediatamente sotto pelle, “Tom passion” è una lenta, commovente elegia segnata dalle tristi note di un violino, “Torture” inserisce xilofono e sax in una magica escursione lisergica alla ricerca di se stessi, “La femme cannibale” si avvale della collaborazione di Emidio Clementi (ex Massimo Volume, oggi El Muniria), che scandisce le dolci parole di Amaury su una base ipnotica, dettata da chitarre secche e distorte. Altrove (e citiamo, come a chiudere un cerchio, l’iniziale “Fly, candy dragon, fly!” e la finale “Souvenir”) torna in gioco quel feeling pop che caratterizzava la precedente uscita discografica della band. Un sentimento tenue e raffinato che accoppiato con il lato energico ed esplosivo che è nella natura del gruppo rende “Rodeo massacre” un lavoro maturo e forse definitivo. Alessandro Zoppo
UNDER THE DRONE – Keep it shred
Denver non è solo la Mile-High City degli States, patria dei Rockies e Queen City of the Plains. Denver è anche città del rock, luogo di provenienza degli Under The Drone. Band formata da Ben Gun (voce, chitarra), Justin Delz (chitarra), i fratelli Mike (batteria) e Dave Harper (basso), i quattro giungono all’esordio con questo “Keep it shred”, dopo il primo passo fatto con l’ep omonimo. Quanto ci propone il gruppo è un mix di stoner, heavy, grunge e sludge rock, ben suonato ed eseguito. Convince soprattutto la capacità di variare registro durante tutto l’ascolto, persuade meno l’eccessiva lunghezza del lavoro perché 13 brani alla lunga sono troppi.“Keep it shred” con qualche song in meno scorrerebbe davvero liscio. Ciò non toglie la bravura degli Under The Drone, efficaci in tutte le sfumature che contraddistinguono il loro sound. Piacciono soprattutto la voce di Ben (ottima alternanza di melodia e parti aggressive) ed il suono delle chitarre, un turbine di fuzz e riff che lasciano il segno. Prevalgono infatti composizioni ruvide e cariche di groove (su tutte l’opener “Gum”, “Take it easy” e “Cement”), nelle quali è l’influenza di Kyuss, Dozer e Down a farsi sentire. Se “Waves” ha addirittura dei rallentamenti dal piglio doom, “Circus” è una sorta di nenia che fa il paio con la strumentale elettro acustica “Pickin n twangin”. Sul finale del disco i toni si fanno ulteriormente variopinti: “We’re from the empty” ha furia e impatto punk, “Teeth” pigia prepotente sull’acceleratore ‘kyussiano’, “Maladon” è una ballad malinconica piazzata al punto giusto, la conclusiva “Forget what you forgot” cita i primi Queens Of The Stone Age con un robot rock narcolettico e straniante. Bravi gli Under The Drone, li attendiamo alla prova del secondo album con la stessa eterogeneità e una maggiore capacità di sintesi. Alessandro Zoppo
UNDERDOGS – Ready To Burn
Stoner rock nel senso pieno del termine. È questo che ci sputano addosso gli Underdogs, all'esordio su Go Down Records. Un dischetto tanto semplice quanto efficace: 44 minuti, dieci tracce. Una chitarra, un basso, una batteria. La voce alticcia di Simone a scandire un solo comando: se volete suonare heavy psichedelia, fatelo così. Senza fottersene di chi parla di revivalismo, poca originalità o stronzate del genere. "Ready to Burn" suona così spontaneo e focoso che non fa pensare ad altro, dubbi e strane ipotesi sono banditi. Qui c'è il rock, quello tosto e senza tanti fronzoli.
UNDERDOGS – Rockers From The Beach
Rockers From The Beach: il titolo del demo in questione richiama forse alle spiagge californiane ma non è da quelle parti che arrivano gli Underdogs: le spiagge sono quelle adriatiche e la band è 100% made in Italy. I tre si propongono come nuova promessa dello stoner tricolore e si presentano con 4 tracce abbastanza esplicite nei riferimenti allo stoner di stampo Kyuss/Fu Manchu, pur con alcune influenze alternative rock/metal.L'impostazione tipica del power-trio e soprattutto i riff e gli effetti del chitarrista riprendono con gusto ed incisività l'abusata ma pur sempre piacevole matrice stoner sorretti dal roboante drumming del batterista "The Hell". La voce porta invece su lidi più famigliari a certo rock alternativo (per non usare termini come grunge/new-metal): curatissima sia nell'impostazione che nella produzione è sicuramente uno degli elementi distintivi di questo lavoro anche se a volte risulta essere troppo in prima piano rispetto agli altri strumenti penalizzandone in parte l'impatto sonoro. Molto buono il songwriting e la scelta dei suoni: ho particolarmente apprezzato Forbiden Sand e You Don't mentre in alcuni casi avrei preferito meno inflessioni melodiche, come ad esempio in Larva Star. Concludendo siamo di fronte ad un gruppo dal buon potenziale e dalle idee e la personalità ben chiare e definite: non ci resta che attendere e vedere quel che riusciranno a fare (sicuramente ) sul palco e (spero presto) in occasione di un'uscita discografica ufficiale per qualche volonterosa etichetta, nel frattempo dategli una possibilità richiedendo il loro demo al sito internet www.underdogsweb.com (sito in cui potrete gustarvi uno spassoso videoclip). The Bokal
UNEARTHLY TRANCE – Electrocution
I newyorkesi Unearthly Trance, giunti al quarto album con "Electrocution", sono ormai un gruppo noto a chi preferisce sonorità aspre e tonalità cupe, testi che esprimono un annichilente disagio e una quasi totale negatività, con frequenti richiami a temi cari all'occultismo.Se i precedenti dischi, l'acre e corrosivo debutto "Season of Seance, Science of Silence" (2003), il notevole e finora insuperato "In the Red" (2004) e il convincente esordio su Relapse "The Trident" (2006), avevano rappresentato il desiderio e spesso l'effettiva realizzazione di un processo di ispessimento nelle trame sia liriche che musicali, una crescente ricercatezza (per quanto non sia questo il termine più appropriato per descrivere la proposta del gruppo), "Electrocution" lascia un certo amaro in bocca. Sia chiaro che il disco è molto valido: un gorgo di tetraggine, misantropia (soprattutto nel senso di attitudine "uneasy listening") e violenta rabbia. La spettrale influenza degli Eyehategod aleggia malefica, come solito. A mancare, duole constatarlo, è il quid che può trasformare un ottimo gruppo in un indiscusso punto di riferimento nell'indefinibile scena delle ibridazioni metallico-sludge. La voce di Ryan Lipynsky è sempre urticante negli assalti brutali ed evocativa (per quanto l'estensione della sua espressione naturale sia abbastanza limitata) nelle declamazioni "pulite", il drumming di Darren Verni alquanto dinamico e gli intrecci tra il basso di Jay Newman e le chitarre dello stesso Lipynsky efficaci sia nelle parti più doomy, lente e ossessive che nelle accelerazioni rasentanti il thrash (ma siamo abituati anche a questa alternanza di momenti, divenuto un marchio di fabbrica del trio). Brani come gli iniziali "Chaos Star" o "God Is a Beast", oppure "Religious Slaves" e il più sperimentale "Distant Roads Overgrown" sono esempi di quanto la formula scelta dalla band non mostri alcun difetto formale: potenti, precisi, cattivi, evitano contorsioni superflue alla loro attitudine che cerca di essere quanto più possibile frontale e diretta. Resta la considerazione precedente sulla carenza di sorprese e dell'elemento che garantirebbe all'alchimia un'efficacia letale. Non bisognerebbe, però, sottovalutare una band che si dichiara ispirata, come asserito in modo un po' pomposo, da "…il significato nascosto del linguaggio e dei numeri, controllo e mancanza di controllo… architettura e fantasmi, gli spiriti animali, illuminazione del terzo occhio in opposizione all'oppressione e il moto meditativo nel più profondo oceano di pensiero, la crepa del 2012". Gli Unearthly Trance continuano a meritare attenzione… Raffaele Amelio
UNEARTHLY TRANCE – V
Tra i gruppi più sottovalutati di sempre ci sono senza dubbio gli Unearthly Trance. Eppure Ryan Lipynsky, chitarrista, cantante nonché leader incontrastato e mente della band, ha sfoderato con i suoi compagni di avventura dischi di assoluto valore. Da "Season of Seance, Science of Silence" a "In the Red" fino a "The Trident" – vera punta di diamante della discografia – per arrivare infine a "Electrocution" di due anni fa, ci siamo trovati di fronte a tutto quello che la materia metal potesse offrire; dal doom all'hardcore più truce, dallo sludge al black/death fino a raggiungere i confini del drone più visionario.In "V" il gruppo continua nella propria opera di contaminazione e lo fa ancora una volta con grande maestria. A partire dalla minacciosa "Unveiled", vero incubo post neurosisiano, passando per la deviata schizofrenia di "Tesla Effect", attraverso "Solar Eyes", dove pare di sentire i sunn O))) coadiuvati da una batteria, o ancora tramite la nenia post apocalittica "Adversaries Mask I", probabilmente il picco dell'album. Ci sono momenti in cui Lipynsky cerca di cambiare le carte in tavola inserendo classici assoli di chitarra ("Submerged Metropolis") ed altri che riportano il sound verso spaventosi scenari "ultraterreni" (la sincopata "The Levelling"); ma è con "The Horsemen Arrive in the Night" che sembra realmente di compiere l'ultimo passo prima della inesorabile discesa negli inferi. Un disco che ritorna per certi versi ai fasti dei primi lavori, cattura nuovamente l'ascoltatore, lo chiude in un angolo e lo tramortisce. Stordimento quindi, ma anche sofferenza, cadenze mortifere, toni sepolcrali, cupe risonanze psichedeliche, questo è quanto ci propone il trio di Brooklyn. Il bellissimo artwork dimostra chiaramente la loro passione per l'occultismo ed anche i testi non ne sono esenti. Se mai cercate qualcosa di nuovo in ambito sludge o comunque di diverso dai soliti clichè gli Unearthly Trance meritano una citazione di rilievo. Bentornati fra noi. Cristiano Roversi
UNIMOTHER 27 – Escape From The Ephemerald Mind
Prosegue il viaggio interplanetario di Piero Ranalli, già apprezzato navigatore psichedelico nei vari City Sewer System, Insider e Areknames. Nel 2006 era uscito il primo prodotto dell'avventura solista chiamata Unimother 27, nel 2007 ecco arrivare il secondo capitolo, intitolato "Escape from the Ephemeral Mind". Un teschio con cappello di paglia e microfono ci introduce nel mondo lisergico di Piero, universo che racchiude meraviglie kraut, psichedelia tracimante e trance rock cibernetica. Un tratto intricato e spiazzante che passa per Ash Ra Tempel, Chrome, Faust, Popol Vuh e Loop, giusto per citarne alcuni. Perché il bagaglio culturale che è dietro queste otto tracce è così ampio e stratificato da lasciare spiazzati.Piero suona praticamente tutto (basso, chitarre, synths, batteria, voce, percussioni), lascia come solo 'ospite' Paramahansa Yogananda, il cui canto cosmico per la realizzazione del sé fa da guida all'esperienza mistica di "Pray With Me". Ci ritroviamo dunque in un oceano di colori e sensazioni meravigliose, evocate da un cantore attento ed ispirato. "Homo……sapiens?" dà inizio al trip a base di chitarre e vocalizzi spessi e oscuri come la notte, "Stars Carousel" dilata al massimo la tensione sospendendo echi e percussioni nell'atmosfera, "Warm Ebrace" poggia su una ritmica essenziale per dar sfogo a dissonanze ed effetti stranianti. Un lieve momento di respiro lo donano le chitarre acustiche e le percussioni ancestrali di "Crying in the Violet Room", mentre "Whispers from the Center" spinge sul pedale heavy psych arrivando a ricordare la band madre Insider. Altro giro altra corsa con "Wandering About", strumentale che trascina in territori vorticosi, oscuri e a tratti impenetrabili, come nel caso della conclusiva "The Last Train (are you ready?)", aspra cavalcata che gioca con minimalismo e space rock. "Escape from the Ephemerald Mind" è un lavoro suggestivo e affascinante, che pone Unimother 27 come un progetto unico nel panorama underground italiano. Così particolare da essere prodotto da Pineal Gland, laboratorio sperimentale che si muove tra musica, arte digitale e pensieri in libertà. Non è dunque un caso che nel retro copertina campeggi una massima illuminante: "Se si esclude dalle attività umane tutto quanto attiene al raggiungimento del profitto, rimarrà soltanto l'essere". Ora è chiaro il concetto? Alessandro Zoppo
UNIMOTHER 27 – Grin
Un viaggio continuo ed universale quello di Unimother 27. Ritmo di un disco all’anno per il progetto di Piero Ranalli (City Sewer System, Insider, Areknames), dopo l’esordio omonimo del 2006 e ‘Escape from the Ephemerald Mind’ del 2007. ‘Grin’ prosegue e al tempo stesso innova quanto espresso nei lavori precedenti: un trip senza ritorno tra psichedelia, kraut rock, straniamenti progressivi e vibrazioni acide. Per esprimere le quali Piero giostra in totale libertà con basso, chitarre, batteria, synths, voce, percussioni, ocarina e aggeggi elettronici vari. “Non è possibile attraversare lo stesso fiume due volte, perché continua a scorrere”, si legge sul retro del booklet. Un dipinto di Francis Bacon in copertina e un estratto da ‘Meeting with Remarkable Men’ di Peter Brook – il viaggio spirituale e gli incontri con uomini straordinari di G.I. Gurdjieff – confermano la natura profonda e sentita di Unimother 27, un ponte tra il sonoro e l’assoluto, tra il ritmo e il senso intimo dell’essere.La mini suite “Long Deep River” ne dimostra l’essenza: dodici minuti che si librano in volo grazie ad un immenso potere lisergico. Vengono in mente il primo Battiato, le frenesie libertarie degli Acid Mothers Temple, la fantasia senza vincoli di Ash Ra Tempel, Can e Popol Vuh. “My Ritual Ashes” ha un piglio rock possente eppure sempre dilatato, mentre “Fragments of You” gioca con l’ambient costruendo passaggi liquidi e sognanti, prima di un finale tanto astratto quanto paradossale. “Looking for the Superior Octave” è puro space rock come Hawkwind (prima) e Litmus (oggi) comandano, il finale è invece affidato a “What I Have Never Been”, trance ipnotica che fa pensare alla solarità afosa di Loop e Dead Meadow. Precauzione fondamentale per poter assaporare ‘Grin’: non ascoltare più di una volta al giorno, il vostro cervello potrebbe rimanere danneggiato. Unimother 27 e Pineal Gland non si assumono nessuna responsabilità. Alessandro Zoppo
UNIMOTHER 27 – Unimother 27
Piero Ranalli è conosciuto nel sottobosco musicale italiano soprattutto per la sua militanza in gruppi come City Sewer System, Insider e Areknames, band assolutamente da ascoltare per comprendere come anche da noi ci sia chi suona con talento e passione. Unimother 27 è il suo progetto solista (dove è impegnato su tutti gli strumenti: chitarre, basso, synth, percussioni, voce), esperimento attraverso il quale può dare libero sfogo ai propri istinti sonori, quelli più nascosti e pulsanti. In questo caso ciò che guida l’artista abruzzese è la passione per il kraut rock e la psichedelia, amori mai nascosti ma ora scandagliati nei minimi dettagli.Sono dunque il suono ‘krautedelico’ di Ash Ra Tempel, Cosmic Jokers, Tangerine Dream, Faust, Popol Vuh e la trance cibernetica di Chrome, ST37 e Farflung a guidare Piero lungo i 50 minuti di questo esordio, convincente sotto ogni punto di vista. Scrittura, esecuzione, stile, il mare placido illuminato da un sole rosso che campeggia in copertina esprime al meglio i contenuti dell’album. Tutto ha inizio con un preludio, esaltazione meccanica della danza, vorticoso climax emotivo capace di placarsi solo quando partono le note di “The secret vision”, un tuffo nel cosmo a base di sussurri inquietanti, chitarre lisergiche, ritmiche paralizzanti e percussioni primitive. “Flaming lamp” è una variazione sperimentale sul tema space trance rock, “Native state” un raggio di sole che squarcia le nubi e illumina una scura giornata di pioggia. I 19 minuti di “The nature of all things” esaltano l’eclettismo di Piero: il respiro dell’universo vive attraverso il suono di un organo, echi e riverberi irrompono nell’atmosfera, un riff ripetuto, straniante e synths melliflui espandono la nostra mente, una ossessiva corsa verso Urano per portare a compimento la missione che i corrieri cosmici hanno iniziato oltre 30 anni fa. La conclusione è affidata a “Without center”, sorta di sghemba ballata astrale, ricca di dissonanze e sperimentazioni elettroniche, una destrutturazione che cerca di dare ordine al caos. Come la natura di tutte le cose: aperta, vacua e nuda come il cielo, vuoto brillante senza centro né volume. Alessandro Zoppo
UNION MADE – Union Made
Forse pochi lo sanno, ma dopo "The Outer Limits", Snake non aveva affatto trascorso un lungo periodo uggioso e depressivo, e anzi era tornato a vivere a pieno ritmo l'underground della sua città, Montreal, lontano da tutti i riflettori, sempre estremamente perniciosi se accesi a lungo. Il cantante trovava modo anche di formare vari gruppi, tra cui il meno estemporaneo sono stati gli ottimi Union Made, con cui ha pubblicato un singolo e un disco di sette brani omonimo, sulla piccola etichetta di estrazione punk Anti-Trust Records. La foto del retrocopertina del cd sembra riportarci alla metà degli anni '80, rievocando l'immagine della formazione di "Killing Technology" - alle cui spalle si stagliavano le indefinite periferie nordamericane coperte di murales - però l'ascolto svela che non siamo propriamente al cospetto delle sonorità industrial-noise di quel capolavoro. Difatti emergono nettamente i cromosomi garage-psych della formazione allestita da Snake, ed è una prova veramente originale, da recuperare assolutamente. "Save The World" è basata su una splendida melodia vocale ipnotica, riff alla Stooges e Radio Birdman più dark e cadenzati, e ovviamente psichedelia alla Voivod. In "She's Dead" il nostro sembra pervaso dallo spettro di Iggy e dei Primitives, ma sempre alla sua maniera, soprattutto quando deve vedersela con le chitarre acide di Daniel Berubè e Guillaume Ozoux. "Caveman" è invece un monolitico (ma duttile) brano heavy, che può ricordare i Warrior Soul e i Core di "Revival", comunque senza fughe cosmiche. "Let's Do It" è veramente bellissima, e unisce roventi fraseggi garage, solismi hard e l'epos psichedelico di "Angel Rat". Viene poi dato spazio al punk puro di "Smash Up" e al brano più voivodiano, la mesmerica "Getting Used To Darkness": sui riff rock dalla sinfonia quasi atonale si adagia il timbro da perlustratrice dell'inconscio della voce, che diventa a volte leggermente aspra in prossimità delle dissonanze. Chiude "Ave Maria", una marsigliese elettrificata interpretata interamente in francese. Roberto Mattei
UP THERE: THE CLOUDS! – Up There: The Clouds!
«Io sono qui, con l'ultima occhiata colma di speranza nei miei occhi, ma il tuo sguardo fisso su di me mi dice che non sono solo. Siamo sforzandoci assieme per qualcosa che possiamo sentire come reale, malgrado non possiamo comunicare e sembra che le tue parole siano prive di significato. Siamo insoddisfatti eppure ne abbiamo bisogno, invogliati dal compromesso tra l'accettazione della realtà ed il desiderio di cambiare». Necessario incominciare con la traduzione dall'inglese di qualche breve passaggio riportato nel digipack degli UT:TC!. E questo perché il disco è per la maggior parte strumentale, per cui le parole sono poche ma cariche di significato. A volte si perde di vista il peso delle nostre frase, la potenza delle nostre affermazioni e si comprendono gli effetti solo dopo che l'ordigno è esploso e non c'è un artificiere a disposizione. Onanismi cerebrali a parte, ci troviamo a che fare con una PRO-MES-SA, una band dal potenziale interessante perché capace di offrire una prova che, pur tributando i grandi della scena, si mette in luce con personalità.Il materiale è poco, perché sono quattro brani per un minutaggio complessivo inferiore ai venticinque minuti, ma più che sufficiente per farsi un'idea complessiva del valore del gruppo. L'esordio del giovanissimo quintetto riminese è concentrato e quadrato, senza avere momenti morti e lasciando aperti spiragli su future scelte sonore e su un bel modo, arioso e concentrato, di suonare nel 2009. Per tutto il disco si risente della costante influenza delle due band più importanti di un “certo“ post-rock, ossia i Godspeed You! Black Emperor e gli Explosions In The Sky, da cui potete arguire che le altre influenze sono quelle delle band che a loro volta si rifanno ai citati Deis Manibus della cena. Dall'attacco dell'open track in linea con i God Is An Astronaut e Caspian, selvaggio e furioso, si passa ad intermezzi sofisticati e romantici, con la scelta azzeccata della viola (come in “Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas in Heaven” dei Godspeed You!) che conferisce momenti di grande emotività. Post-rock di grande atmosfera, che esplode in un crescendo affidato agli incroci di grande intensità delle chitarre e della sezione ritmica. Sfoggio di tecnica che non è fine a sé stesso, ma costruisce e smantella, elabora e poco dopo scompone. La seconda traccia prosegue con il gioco di chiaro-scuro, traghettandoci fino al brano successivo, senza allentare il ritmo e spezzare l'armonia. Un flusso (di coscienza) continuo, un'architettura sonora che si basa su un gioco di scatole cinesi. Vicina alle sonorità dei Vanessa Van Basten, “Your World Are Meningless” mette in luce la validissima verve creativa dei nostri ragazzi, che se la cavano passando da attimi di potenza e di sapiente uso della cattiveria, ad intelligente soluzioni pacate, liquide, quasi intimiste. Chiude il four-pieces la canzone più “pe(n)sante e l'unica con parti urlate, “The Compromise Between Acceptance of Reality and Will of Change”, aggiunge un ulteriore tassello allo stile che si è susseguito nei brani precedenti, ipotizzando un sodalizio virtuale tra gli Explosions In The Sky ed i Cult of Luna. Ulteriormente necessario spendere due parole per l'etichetta e per il digipack del disco. La Frohike Records è una label italiana che (ingiustamente) è underground, ma speriamo ancora per poco: oltre ad avere un rooster davvero invidiabile (Dyskinesia, Forest Yell, Viscera ///, Three Steps to the Ocean tra i più famosi), ha uno spirito ed una mentalità che dovrebbe diventare obbligatoria per chi ama produrre e suonare musica. L’ideologia del DIY, Do It Yourself, perché ogni singola copia viene realizzata a mano, con materiali di riciclo ed è assente ogni procedimento industriale. Trovarsi tra le mani un artwork (curato dal talentuoso Daniele, il bassista degli Up There) che esteticamente è davvero piacevole ed è un esemplare unico, è un punto a favore dell'etichetta, della logica DIY e degli UP There. Un grandissimo augurio ai ragazzi della Frohike ed alle nuove leve della scena post, support! Gabriele “Sgabrioz” Mureddu
UPWARDS OF ENDTIME – Upwards Of Endtime / Sadly never fore
Colossi di pietra che si ergono maestosi, costruendo gigantesche are per rendere onore e grazia alle proprie divinità. Sembra questo il mitologico, ancestrale mondo messo in musica dagli Upwards Of Endtime, band che tra 2005 e 2006 ha sfornato due dischi interessanti e piuttosto singolari considerando il panorama metal underground odierno.I cinque ragazzi del Connecticut sono in giro dal 2003 e hanno attraversato diversi cambi di formazione prima di giungere alla line up di oggi, che comprende sempre il singer Phil (voce stentorea e granitica, tra Ozzy e Bobby Liebling) e il chitarrista Matt (gli unici due presenti nelle prime due uscite), ai quali si sono aggiunti il secondo chitarrista Tony, Paul (basso), Jim (batteria) e Si (tastiere). Entrate e uscite di scena che non hanno intaccato l’impeccabilità di un gruppo totalmente devoto all’heavy metal puro e primigenio. Gli Upwards Of Endtime riprendendo in pieno le sonorità epiche di Manilla Road, Omen e Cirith Ungol, mischiandole con l’ala più oscura della NWOBHM (Angel Witch, Witchfinder General), classici come Judas Priest, Iron Maiden e primi Fates Warning e ovviamente maestri del calibro di Black Sabbath e Pentagram. Il risultato immediato è stata la registrazione del full lenght omonimo. Dieci tracce di potente ed oscuro metal, con le ovvie limitazioni del caso (registrazione che non rende giustizia ai suoni, qualche limitazione di scrittura, un amalgama ancora da plasmare) ma ruspante e convincente quanto basta. Brani come “Conquerors” e “Stairwell to hell” sono veri e propri inni di battaglia, canti d’orgoglio ed appartenenza. “Battlefield” spinge invece sull’acceleratore, mentre “Phantom limbs”, “I am legend” e “Wish it all away” virano decisamente verso lidi heavy doom. Sorprendono anche “Jerhume Brunnen”, caratterizzata da un’apertura folk, e “Dead to me”, che suona come una versione metal di Misfits e Black Flag. Le cose vanno ancora meglio su “Sadly never fore”, dove la varietà stilistica e la potenza del sound si accentuano notevolmente. “Beyond infinity” è un travolgente avvio ‘motorheadiano’, seguito a ruota dal groove assassino di “Dwellers of the dust”. Sentite e malinconiche trame melodiche fanno la loro comparsa (“Circles: reprise”), monoliti doom trovano ancora il dovuto spazio (bellissima “Princeps tenebarum”, lo spettro dei Candlemass di “In my wake”), così come cavalcate epic (“So mote it be”, “The one thing”) e vibranti dichiarazioni d’intenti (“Defenders”). Le chicche da non perdere però sono almeno due: il mix di Motorhead, punk e metal che anima “Dreamachine” e “The gathering”, ballata notturna tinta di psichedelia da un soave organo. La band è al lavoro sul terzo disco, che a quanto pare vedrà una svolta: sono citati come ulteriori modelli di riferimento primi AC/DC, Ufo e Scorpions era Uli John Roth. Viste le premesse attendiamo ansiosi. Alessandro Zoppo
USNEA – Usnea
Ogni tanto capita di ascoltare album che pur non essendo particolarmente originali hanno una carica e un pathos che lasciano tutto il resto in secondo piano e li rendono veri e propri gioiellini. Questo è quello che si può dire del debut album omonimo degli Usnea, americani di Portland. Un quartetto che stupisce per la chiarezza di idee e intenti pur essendo alla prima fatica discografica. L'opener "Chaoskampf" si apre su un abisso di infinita malinconia, un riff di chitarra gargantuesco e un growl abissale la fanno da padrone in un universo miasmatico. Universo che a metà del pezzo viene lacerato da una strepitosa cavalcata black metal con tanto di blast beat e chitarre ronzanti ed eteree. "Brazen Bull of Phalaris" è un monolite nero di oltre 17 minuti. L'atmosfera è opprimente fino al midollo. Riff magniloquente e alternanza tra growl micidiale e scream mefitico. Poi il tutto si quieta, e si fa largo una sezione ambientale ricca di atmosfere spettrali che attenua di poco, molto poco, la pesantezza del pezzo. Si chiude in punta di piedi, in sordina, con una leggera e malinconica melodia. "Monuments to Avarice" continua su questa falsariga, ma aprendo dei versanti più melodici e allo stesso tempo più maligni. "Empirical Evidence of a Deranged God" è il pugno nello stomaco, uno sludge melmoso e cattivissimo con delle linee vocali al limite dell'epicità. Un album veramente intenso, opprimente e malinconico questo degli Usnea, che regala diversi momenti incredibilmente preziosi e si propone come uno degli album più interessanti di questo 2013. Giuseppe Aversano

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