1. #
  2. 0
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. A
  13. B
  14. C
  15. D
  16. E
  17. F
  18. G
  19. H
  20. I
  21. J
  22. K
  23. L
  24. M
  25. N
  26. O
  27. P
  28. Q
  29. R
  30. S
  31. T
  32. U
  33. V
  34. W
  35. X
  36. Y
  37. Z
ZAMARRO – Lust in translation
Se avete l’intenzione di passare una mezz’ora abbondante di sano benessere rock’n’roll “Lust in translation” è il disco che fa al caso vostro. Autori ne sono gli svizzeri Zamarro, nati a Basilea nel 2000 e con un passato a nome Zorro. Per essere sicuri vi basti sapere che dietro il banco di produzione siede Jack Endino (un nome una garanzia) e che pur non essendo un lavoro davvero originale il rock dei tre sprizza energia e potenza da ogni microsolco. I soliti nomi che si fanno in questi casi sono Turbonegro, Hellacopters, Zeke, Gluecifer e Zen Guerilla. Aggiungete qualche schitarrata stoner, attitudine punk in stile Ramones, una piacevole vena di AC/DC ed il gioco è fatto. Non c’è da strapparsi i capelli, anzi. Ma la passione, il sudore, la voglia e la tenacia che fuoriescono da questi brani vi faranno sobbalzare le chiappe sin dal primo ascolto. Rock sporco e sparato a mille, che non rinuncia mai all’approccio melodico (in alcuni casi anche ruffiano…) e diverte per la sua “impegnata spensieratezza”. Infuocate sono le vocals e le chitarre di Markus, puntuale e corposa la base ritmica, composta da Marco al basso e da Michael alla batteria. Un power trio niente male insomma, capace di tirare sassate del calibro di “Roadmovie” o delle trascinanti “Breakdown” e “Behind the moon” (classico ritornello che canticchierete sotto la doccia o stesi sull’amaca). A parte gli spunti introspettivi che condiscono la notturna “Laku noc”, molte melodie sembrano essere prese in prestito dal repertorio targato Queens Of The Stone Age (“Like I do”, “Android”). Viceversa “Lost” e “Faith” mantengono immutate spirito punk e compattezza rock’n’roll, mentre la conclusiva “Zagbreb” presenta una conturbante struttura stoner (riff oleoso che si appiccica in modo preoccupante al cervello). Dunque un cd da gustare in pieno durante una festa in riva al mare o a casa, mentre state devastando comodamente il mobilio dei vostri genitori… Alessandro Zoppo
ZARGOMA TREE – Promo 2007
Sono sempre i migliori che se ne vanno. Commiato da film quanto mai appropriato per descrivere la meteora Zargoma Tree. Band nata nel 2006 e alle soglie del 2008 già sciolta. Provenienza Latina, alla batteria l'ex Misantropus (un culto per chi segue la scena doom italiana) Max, coadiuvato al basso da Angelo e da Gabriele alla chitarra. Power trio in piena regola per una miscela esplosiva di heavy fuzz psych, hard acuminato e tentazioni kraut. Vengono in mente 35007 e The Heads ascoltando queste quattro composizioni, lunghe, tentacolari e suadenti, un trip in piena regola.Unica pecca la registrazione, che non dona giusta corposità ai suoni. Per il resto le componenti positive c'erano tutte. Grandiosa la doppietta iniziate formata da "Crankshaft" e "Slow Fast Heavy Light" (occhio al solo di chitarra, opera dell'altro Misantropus Alessio Sanniti), due bolidi che si agitano scomposti tra ritmiche quadrate e svisate acide. "White Line Fever" poggia su un riff sabbathiano per poi aprirsi ad un infinito viaggio spaziale che conduce in una spirale avvolgente. La conclusiva "Nibiru" (il pianeta associato al dio babilonese Marduk?) tocca i dieci minuti in un andirivieni cosmico che sfiora il doom per poi riappropriarsi della proprie radici hard. Poco male comunque, Angelo e Gabriele sono di nuovo in pista con un nuovo batterista ed un intrigante progetto dal probabile nome Hadramaut. Quando si dice che la passione supera ogni tipo di ostacolo. Alessandro Zoppo
ZATOKREV – Zatokrev
L'idea che si vive durante l'ascolto del disco di debutto degli svizzeri Zatokrev (uscito nel 2004 e recensito su queste pagine con colpevole ritardo, ce ne scusiamo) è di essere catapultati nel ventre di un vulcano in eruzione. Buio, colate di lava, cruente deflagrazioni. E in mezzo a questo caos rigeneratore ma straordinario, placidi momenti di stasi, piacevoli aperture alla natura che tanto ci meraviglia quanto ci distrugge. Il concetto di base è questo. Sprofondare in questo mondo a metà tra incubo e favola è davvero piacevole. Gli Zatokrev sono abili fabbricanti di sogni (o incubi…), complici una perizia compositivo strumentale ricca e mai doma. Il loro sound è oscuro, potente, avvolgente. Tra cupe atmosfere dark apocalittiche e sfumature doomy ci si immerge in un universo sonoro devastante ed evocativo. Come punti di riferimento per orientarsi nell'ascolto si potrebbero citare Neurosis, Cult Of Luna, Meshuggah e Prong. Ma sarebbero solo meri riferimenti, l'insieme di fini caratterizzazioni che gli Zatokrev elaborano fanno della band un cosmo a sé stante. L'iniziale "Reveal" costeggia il metal targato Neurot con ampi riferimenti sludge. "C Through" viaggia su riff e ritmiche marce, ma quando si fanno spazio bellissime e sorprendenti aperture melodiche non ce n'è per nessuno. "Alive" è un tagliente episodio di passaggio che ci prepara alle due mini suite conclusive, "Zato Krev" e "Fourem". Entrambe sono lunghe e magmatiche matasse heavy noise cyber psichedeliche, ma se la prima è incentrata su ritmiche corpose, furiosi break e riprese, la seconda valica i limiti del progressive, aprendosi ad armonie sofferte e ad una struggente coda lisergica. Da aggiungere che oltre le cinque tracks del mini, è presente sul cd anche il video di "Zato Krev", ottimamente realizzato con un inquietante alternarsi di bianco e nero, colori caldi ed esplosioni onirico psichedeliche. Perfetta rappresentazione visiva dell'immaginario Zatokrev.
ZEBULON PIKE – Promo 2003
Gli Zebulon Pike vengono da Minneapolis e sono un gruppo totalmente strumentale formatosi nel gennaio del 2002 per iniziativa del chitarrista Erik Fratzke e del drummer Erik Bolen, ai quali si sono poi aggiunti Morgan Berkus alla chitarra e Steve Post al basso.Questo promo di cinque pezzi è il loro biglietto da visita e la musica proposta è qualcosa di veramente particolare: le influenze elencate nella bio dalla band stessa citano come punti di riferimento l'heavy dark rock dei '70 (Pentagram, Captain Beyond, primi Judas Priest), il progressive d'avanguardia di Magma e King Crimson e compositori contemporanei come Alban Berg e Alfred Schittke. In realtà, ad un ascolto più approfondito, nelle lunghe composizioni del dischetto (cinque pezzi per un totale di 39 minuti…) emerge uno spirito oscuro, frammentato e contorto, ma sempre ricco di groove e mai fine a se stesso. I termini di paragone potrebbero essere da un lato i Karma To Burn, specie per l'indole ossessiva ma trascinante delle atmosfere, e dall'altro i Don Caballero, per l'attitudine ad un songwriting sghembo e dissonante. Dunque, a parte alcuni fraseggi intricati e fin troppo cervellotici, ogni brano conserva una sua individualità ben precisa ed inquadrata in uno stile fatto di riff graffianti, ritmiche cadenzate dal taglio doomy ed armonie corpose. Lo dimostrano l'iniziale "The white light of black star", miscela di chitarre sabbathiane e sorprendenti cambi di tempo, "(Behold) The wizard's mountain", l'episodio più doom dell'intero lavoro, costruito sul mastodontico intreccio delle sei corde di Erik e Morgan, ruggenti e al tempo stesso melodiche, e "Under capricorn", song sorretta da un arpeggio delicato che esplode e si placa all'improvviso, quando meno te l'aspetti… Il percorso tortuoso e meno lineare è invece intrapreso da "Umlaut overdose" e la conclusiva "Pillars of Hercules": la prima procede con andamento irregolare tra le solite parti sospese e scossoni fragorosi, la seconda è un ampio campionario di sonorità avant rock come ultimamente fatto sentire anche dai pazzoidi Stinking Lizaveta. Una musica davvero strana e di non facile assimilazione quella degli Zebulon Pike. Le loro capacità tecniche sono enormi e il loro impatto non ne risente affatto. Con una definizione migliore dei brani potrebbe nascerne una vera e propria rivelazione… Da seguire con attenzione. Alessandro Zoppo
ZESS – Et in arcadia ego
Molti conoscono Mercy in qualità di cantante/mente dei progetti Malombra, Helder Rune e Il Segno Del Comando. In pochi invece sono a conoscenza del primo organico che ha visto coinvolto il singer con il bassista Diego Banchero (futuro compagno d’avventura negli stessi Malombra e Il Segno Del Comando). Questa band misteriosa e arcana, gli Zess, di cui si erano completamente perse le tracce, torna alla luce oggi grazie all’operato della Black Widow. L’etichetta ligure si è infatti presa la briga di riprendere tali registrazioni risalenti al periodo 1987/1988 e di proporle in una nuova veste, ripulita e digitale.Dietro il nome Zess già si celavano numerosi elementi esoterici che in seguito verranno approfonditi dai Malombra. Il primo è lo scenario dell’Apocalisse. Il titolo “Et in arcadia ego” fa invece riferimento ad un mistero di cui si ignora ancora la risoluzione. Varie sono le congetture. Una frase riportata su un dipinto del Guercino soggetto a numerose interpretazioni: quella ufficiale spiega l’enigma come un anagramma di “i tego arcana dei”, cioè “vattene io celo i segreti di dio”. Altri citano l’ordine dei Templari, il ruolo del Priorato di Sion, la stirpe merovingia dei “re taumaturghi”, i dipinti di Poussin per ordine del cardinale Rospigliosi e le questioni senza risposta che aleggiano sul borgo di Rennes les Chateau. Insomma, un immaginario inquietante che ben si coniuga con la proposta musicale dei cinque, un dark metal cupo ed esasperato, che riflette bene le passioni del periodo in cui i brani furono incisi. Erano gli anni del doom, dell’horror metal dei Death SS, dell’ala più occulta della NWOBHM. Tutte influenze presenti nelle nove tracce qui raccolte. A partire dalla temibile “Intro” è un susseguirsi di brividi raggelanti, resi con la freddezza dei riff e l’evocativo estro vocale di Mercy in pezzi come “A forest mass” e “Black Arcadia”. Rituali pagani messi in scena con somma teatralità, calcolato distacco e cadenze decadenti. Il tutto impreziosito dal gran lavoro delle due chitarre, precise ed affilate come lame. “Revenants of war” è un episodio di caliginoso doom d’alta scuola, teso e magmatico, mentre nel caso della sferzante “In Mithra’s den” tra i tappeti macabri creati dalle tastiere si insinua una splendida melodia che rimane impressa come uno degli incubi più bui. Un organo ecclesiastico e demoniache fasi percussive aprono “Bodysnatchers”, litania funerea che cede poi il passo a “Stramonium experience”, psych doom da estasi sabbatica che impressiona per carica oscura. In conclusione trovano invece posto “The shameless” (riff con un pizzico di groove e staffilate elettriche di stampo tipicamente metal) e “Requiem for the human beast”, una sorta di atipica doom ballad dal sapore gotico e malinconico, un commiato adeguato per un disco vissuto interamente sull’orlo della disperazione. “Et in arcadia ego” è un lavoro difficile da assimilare, soprattutto al primo ascolto. La sua carica ammaliante viene fuori poco a poco, si insinua come un demone sotto la pelle e rapisce l’animo con la sua “rude ricercatezza”. Gran merito agli Zess per aver dipinto questo arazzo crepuscolare ed un ampio ringraziamento alla Black Widow per avercelo riproposto a distanza di tanti anni. Alessandro Zoppo
ZIPPO – After Us
Con "After Us" gli abruzzesi Zippo hanno operato una sintesi nel loro processo compositivo. Tralasciate le arie semi progressive (ma non prog, attenzione!) del precedente "Maktub" e riaggiornata la line-up al nucleo primordiale di Dave, Sergente, Stonino e Ferico, i nostri sono andati dritti al punto. Hanno abbandonato una certa cervelloticità nel rifframa e si sono lasciati andare, in maniera consapevole, al normale flusso delle emozioni. Il risultato sono otto pezzi sciolti che vanno giù come un buon scotch invecchiato bene. A pensarci bene, sono tornate le atmosfere speciali di "Ode to Maximum", quando era tutto ancora da scrivere e da percorrere: tornare all'inizio può essere il segno di una maturità conquistata se, come dicono i grandi, bisogna imparare per poi dimenticare... o altrimenti rispolverare il centro dell'ispirazione più genuina e tagliare tutti gli accessori che ci sono cresciuti, con il tempo, volendo o meno, attorno.
Nel mentre non bisogna dimenticare la nascita degli Shores of Null, che ha visto impegnato Dave alle vocals e così anche quell'esperienza rientra, filtrata ed arricchita, in questo nuovo album. Che si tratti di passaggi morbidi ed emotivi ("Stage 6", "Familiar Roads") o quando si vuole far ruggire il leone in gabbia ("Adrift"), i nostri danno segno che la loro cifra stilistica è precisa. Anni di ascolti tangenziali e condivisi di band come Tool, Soundgarden (più di una intuizione deve il buon Sergente allo spirito coatto di Kim Thayil!), Church of Misery, Acrimony e un centinaio di altri gruppi a cavallo tra metal, psichedelia e crossover, hanno generato un ibrido di musica hard & heavy che può piacere sia ai nostalgici del Seventies sound, sia a chi è in botta con le nuove sonorità.
"Summer Black" è esemplare nel modo di coniugare velocità, impatto e modernità. L'iniziale "Low Song" è pura vertigine slowcore, "Comatose" un insulto sputato in faccia. Ma la cosa migliore risulta la conclusiva "The Leftovers": un mammut ambientale che non lascia respiro. Tra declamazioni psicotiche alla Till Lindemann e carezze di Sergio Pomante al sassofono, il brano si alza pian piano e cessa di botto, come per lasciare il finale aperto, fluttuare nell'antimateria... La strada verso la conoscenza è ancora lunga da percorrere, ma qui cerchiamo e troviamo solide certezze. Eugenio Di Giacomantonio
ZIPPO – Maktub
Difficile scrivere di un disco come "Maktub", terza uscita dei pescaresi Zippo. Autentica rivelazione stoner rock con il primo album "Ode to Maximum", conferma e maturazione eccellente con "Road to Knowledge" (che ha fatto gridare al miracolo ben oltre le aspettative), consacrazione definitiva con questo nuovo parto. È difficile parlarne soprattutto per chi ha visto gli Zippo all'opera dal vivo: è quella la vera dimensione del gruppo. Su disco ancora non si riesce ad imprimere a pieno tale potenza, quella sfrenata carica che le assi del palco ed il volume degli amplificatori generano. Paradosso dei paradossi, era proprio l'acerbo (forse proprio per questo tanto immediato) "Ode to Maximum" a restituire al meglio il feeling che Davide e compagni emanano on stage (che sia in un grande festival o in un piccolo club davanti a dieci persone, altro aspetto da lodare fino alla morte).La produzione di "Maktub" fa un passo avanti rispetto a "Road to Knowledge" (vero punto debole di quell'album), levigando sì i suoni ma ponendoli su un livello qualitativo piuttosto alto. Penetranti, quadrati, freddi e al tempo stesso groovy. Si percepisce l'operato di Victor Love e di James Plotkin che in quel di New York ha curato il mastering. Soprattutto, "Maktub" suona Zippo. Ormai la band abruzzese ha una cifra caratteristica, uno stile personale. E questo è il più grande dei meriti. La psichedelia heavy è mutata (e mutante): nei sette brani del disco si alternano (post) metal, progressive rock, stoner. Splendida al solito la voce di Dave; intricate e stratificate le chitarre di Sergente e Franz; tentacolari e ossessive le ritmiche di Stonino (basso) e Federico (batteria); artwork e design (opera di Stonino) meravigliosi, da incorniciare in casa. Canzoni quali "The Personal Legend", "Caravan to Your Destiny" e "The Treasure" denotano sicurezza dei propri mezzi e delle proprie capacità, voglia di osare pur rimanendo fedeli ad un "genere". Parlare di Mastodon, Kyuss, Tool, francamente non ha alcun senso. L'apice lo si raggiunge nella parte centrale del disco: "Man of Theory" intreccia pesantezza, ricercatezza e aggressività (guest vocals il buon Ben Ward from Orange 'fuckin' Goblin); "We, People's Hearts" dilata i tempi e nell'oscurità dark delle atmosfere scava fantastiche e appiccicose melodie; "Simum" è psichedelia liquida, abissale, naturistica, esaltata dal sax insinuante di Luca T. Mai (Zu, Mombu). È questa strada che gli Zippo devono battere, perché è dove riescono meglio. «Così è scritto.» Alessandro Zoppo
ZIPPO – Ode to maximum
Un disco come "Ode to maximum" ci voleva proprio. Parliamo del debutto dei pescaresi Zippo, formatisi nel 2004 e giunti nel giro di un anno all'esordio ufficiale. Un dischetto davvero ben prodotto e realizzato, che rilancia archetipi e modi del più classico, robusto, psichedelico stoner rock. Un prezioso tassello si aggiunge quindi ad una scena che cresce giorno dopo giorno. Tutto ciò non può che farci piacere e riempirci d'orgoglio. Anche perché quando le note dell'iniziale "Alpha" cominciano a scorrere fluide nel lettore si capisce che ci sarà da divertirsi.Per restare in ambito nazionale, potremmo accostare gli Zippo ai Five Wheel Drive. Stoner fisico, muscolare, rabbioso, ma capace di essere malinconico e lisergico. È chiara la matrice Kyuss ("Forgotten season" e la bellissima "Kid in the desert" ne sono evidente e perfetta rielaborazione), tuttavia ci sono molteplici sfaccettature nel suono di "Ode to maximum". Merito della voce di Dave, possente e ben calibrata; delle chitarre di Silvio e Alessandro, rocciose e liquide quanto basta; della possente sezione ritmica, composta da (S)Tonino (basso) e Federico (batteria). Un amalgama che funziona sia quando si tratta di picchiare duro ("Tsunami dust" è stoner sound come solo i Celestial Season sapevano fare), sia quando la mente si dilata e prendono sopravvento odori acri e sottili ("Night jam" evoca i voli psych dei Pelican di "Australasia"). Ottimi sono anche i due brani cantati in italiano, la rabbiosa, coinvolgente "S.N.A.P.R.S.T." e la tiratissima "Tukay's fury". Insomma, tutto fila liscio. Tanto che un brano come "Crazy forest", con la sua alternanza di fuzz asfissianti e ipnotismo mesmerico, si pone come ideale compendio di musica heavy psichedelica, mentre "The elephant march" (e la sua appendice "Omega") è un pachiderma stoner che distrugge tutto ciò che trova per la sua strada. Gli Zippo sono pronti al grande salto, bastano un pizzico di personalità in più in sede di songwriting ed una produzione che enfatizzi maggiormente la pienezza dei suoni. Per adesso, passando dalla calma alle tempesta, il consiglio è solo uno: lasciarsi travolgere. Alessandro Zoppo
ZIPPO – The Road To Knowledge
Chi può dirlo, ma un giorno quest'album potrebbe essere considerato fondamentale, e oltre che per l'ascolto, usato in chissà quale supporto fonografico per una rivista telematica culturale; di sicuro lo spirito che ha animato la stesura di "The Road To Knowledge" è quello di lasciare intenzionalmente un segno che rimarchi l'indispensabile aspetto di ricerca che anima l'attuale rock indipendente, un assioma costante a cui i gruppi di questa matrice si attengono nel loro sforzo purificatore.La distillata trasposizione di "Las enseñanzas de Don Juan" - l'opera sessantottina di Castaneda - funge da concept esplicito per il secondo lavoro degli Zippo, che nell'ambizioso intento di tradurre in musica il capolavoro sciamanico-psichedelico dello scrittore sudamericano, si sono serviti di diversi registri stlistici: di sicuro lo stoner rock desertico, che il giovane gruppo di Pescara utilizza prepotentemente come lo scheletro di un grosso mammifero, a cui si sommano infatuazioni di prog/modern rock di antica tradizione e recente affermazione (dai Crimson e i Van Der Graaf più induriti fino ai Mars volta e i Mr. Bungle); si aggiungono poi qua e là scanalature di wave-rock degli early eighties, sludge metal, etnica, e non ultima la primitiva indole punk che rende iconoclasti e spogliati di ogni ampollosità anche i brani più elaborati. Detto questo, l'afflato lisergico non viene mai a mancare, e in definitiva il punto di forza del disco è questa continua concatenzazione che gli Zippo rendono uniforme, pur tra gli sbalzi di accordature nervose e ricercate. Numerosi sono anche i guest (che si alternano al moog, dulcimer, banjo, hammond e chitarre acustiche) quasi a simboleggiare una comune dimora metafisica, a partire da Antonio Vitale, le cui evocative vocals sabbiose accompagnano spesso il camaleontico Dave, cantante ruvido ma capace di modularsi espressivamente a seconda delle circostanze (davvero una prova degna di nota). Per il resto tutto il gruppo è una garanzia, soprattutto dal punto di vista tecnico: calda, pesante, delicata e aggrovigliata, l'esecuzione rimane sempre di ottimo livello, e questo permette di evitare prolissità anche nei lunghi fraseggi. Nella moderna epica di "The Road To Knowledge" nulla è lasciato al caso, e l'intero ascolto produce numerosi effetti di alterazione psichica, a partire dalla intro recitata in spagnolo di "Don Juan's Words", preludio alla bomba iniziale, "El Sitio", un brano strutturalmente prog ma eseguito con mano stoner, in cui l'ombra di Mike Patton vaga alla ricerca di un luogo incantato, tra musica del deserto e metal sdrucciodevole. "The Road To Knowledge" si rilassa tra i tasti del moog e le corde di dulcimer e banjo, spruzzati nell'impianto epico-progressivo degli Zippo, una song ambiziosa che rimane espressiva ed equilibrata, ben interpretata da Dave che svetta sui duri riff post-crimsoniani. Dopo l'arboreo arpeggio di Sergente "He Is outside Us", tocca a "Chihuahua Valley", una commistione tra Fatso Jatson, Yawning Man, Tuxedo Moon e contorto stoner metal, che si placa in acustiche dalla ritmica sghemba. "Ask Yourself A Question" immerge suggestioni wave in lidi che lambiscono desert rock, post metal e destrutturato heavy psych, e in "Lizards Can't Be Wrong" le vocals polifoniche suggeriscono un placido sabba nel deserto di Sonora. Ottimo l'attacco di "El Enyerbado", nel quale i Kyuss vengono tradotti in mille altre esperienze (non ultimi Sleep e Orange Goblin), e le stimmate prog rendono il brano avvincente e bestialmente elettrizzante. La lunga ed elaborata "The Smoke Of Diviners" offre pesanti (ma ricercati) riff sludge di apertura, ma gradualmente il contesto si fa arioso: dapprima languisce in quella psichedelia delle dune che tanto affascina gli Zippo, per poi offrire tutta una sorta di duri progressivismi, una perfetta sceneggiatura dei gioiosi festini tribali che impazzavano prima della scellerata deportazione nello Yucatan. L'interludio di "Reality is What I Feel" è una splendida e commovente acustica indio/western, a cui segue l'eccentrica "Mitote", capace di riassumere un po' tutta la stralunata spititualità degli Zippo: tecnica musicale al servizio di un trip desertico dalla cocente personalità, nella quale i cambi stilistici di direzione sono condensati in bollenti equilibrismi, tra accordi punk e impatto heavy-prog. "Three Silver Crows" è forse il pezzo che ci si aspetterebbe dall'inizio del disco, ossia fluida psichedelia capace di riverberarsi nello sguardo ineffabile degli uccelli della malasorte (è questo il pezzo che risente più dei Down), ma è posta verso la fine, quasi a spiazzare l'ascoltatore tradizionale, e il campo è abbandonato con l'ultima cornuta magia dell'acustica "Diablera". La Via Yaqui non è facile da seguire e può portare a molte critiche, ma questo è uno dei migliori dischi italiani degli ultimi tempi, di sicuro uno dei più coraggiosi e per di più un'originale lettura post-stoner degli empirici (per noi occidentali) insegnamenti di Don Juan. Roberto Mattei
ZIZ – Ever
Le remote spirali della galassia segnano la nascita della creatura ZiZ, lo smisurato tardigrado generatosi dalla dissoluzione dell'irriverente moloch doom dei Malasangre. Kenzo, Nicso, DanEl e AlEl sono gli artefici della trasmutazione space-psych di questa prima uscita, un concentrato di umori siderali che brillano di fosca e abissale luce propria.È proprio la calata di "ZiZ" a introdurci al sound dei pavesi: arcano space rock riletto con sensibilità attuale, sul quale le vocals evocative e i riff doomy intelaiano la narrazione della partenogenesi stellare, conducendo l'ascoltatore sino alla fragorosa implosione di chiusura. "Jericho Lie" e "And to Protect", oltre a rivelare un'anima parzialmente jam, impastano con efficacia Hawkwind, neopsichedelia Anni 90 e 35007, mentre il David Bowie più visionario aleggia nell'immota solennità di "Tardigrad", un emozionante brano nel quale i nostri coniugano melodie vocali con l'asprezza dei synth. "Space Is the Place" è con tutta probabilità un tributo più spirituale che musicale al grande Sun Ra, ma si tratta in definitiva di dettagli: il livello qualitativo non accenna a calare, e anzi quel senso di totale immersione 'cosmologica' esalato dagli ZiZ rende l'ascolto efficace e coinvolgente. Un segnale inequivocabile irradiato milioni di anni fa, da captare immediatamente. Roberto Mattei
ZONDERHOOF – 2006 Demo
Una lama che lacera carni rende bene l’idea del suono marchiato Zonderhoof, gruppo nato verso la fine del 2004 e giunto alla prima demo due anni dopo la formazione. Max (batteria), Didier (chitarra) e Otto (basso) convincono con tre brani potenti e oscuri, completamente strumentali. Per capire come suona questo dischetto basta immaginare un impasto di metal glaciale, hard, groove rock, post core e doom. Il risultato sono questi pezzi, che per ispirazione e atmosfere si rifanno allo stile slabbrato, aggressivo e teso dei vari Melvins, Keelhaul, Pelican, Capricorns. Interessante è notare la provenienza della band, l’Ucraina, anche se ora i tre si sono trasferiti in Galles. Insomma, luoghi freddi che producono come naturale evoluzione un sound tanto sporco e inquietante.“William the bastard” e “Aldershof” sono eloquenti a tal proposito: riff arcigni, ritmiche corpose, violente dissonanze. Uno spettro sonoro che analizza i lati nascosti della psiche umana. “Bulletcatcher” va ancora più in profondità, tendendo al noise e all’astrazione totale di marca Neurosis. Ecco, un gruppo come questi Zonderhoof li vedremmo benissimo su Hydrahead o su Neurot. Alessandro Zoppo
ZONDERHOOF – 2007 EP
È un piacere quando i progetti di giovani band si avverano. Nel 2006 i Zonderhoof avevano esordito con una demo auto prodotta di livello eccelso. Nel 2007 tornano in pista con un contratto ed ep edito dalla Sound Devastation Records. Dischetto che conferma l'ottima ispirazione dei tre (Max alla batteria, Didier alla chitarra e Otto al basso), alle prese con un magmatico sound strumentale che si pone tra metal glaciale, post core, doom, sludge e groove rock. Quanto di meglio fatto da Melvins, Neurosis, Isis, Keelhaul e Breach e riproposto oggi da formazioni quali Omega Massif, Capricorns e i nostrani Lento.
ZOROASTER – Matador
I Zoroaster sono riusciti nel loro intento. La metamorfosi avvenuta in questi anni ha dato i suoi frutti. Dal putrido sludge doom di "Dog Magic" (datato 2007) sono passati al più "controllato" "Voice of Saturn" pur mantenendo le suddette coordinate sonore. Ora il trio di Atlanta ritorna dopo appena un anno dal precedente lavoro e rimescola nuovamente le carte. "Matador", terzo full lenght edito dalla E1 Music (la stessa degli ultimi High On Fire), non cancella lo sludge doom degli esordi ma ne smussa gli angoli, complice l'attenta produzione di Sanford Parker (ormai una garanzia) ed il deciso passo avanti del gruppo dal punto di vista tecnico.La partenza dell'album è affidata alla tellurica "D.N.R.", un turbinio di suoni heavy psych di qualità eccelsa. Ancora meglio fa "Ancient Ones", uno spiritato connubio tra la ieraticità di certi Yob e la compattezza degli Sleep. Il viaggio prosegue con la stupenda "Odyssey". Qui sembra quasi di essere in presenza della spiritualità degli Om che va a braccetto dei Pontiak più duri alle prese con lo space! Decisamente intrigante. La metamorfosi dei tre è continua. Gli Zoroaster di oggi sono a tutti gli effetti un gruppo Rock. Con la R maiuscola. Sia pure in chiave hard. Ecco allora sopraggiungere un brano come "Trident" che sa tanto di Stooges "sporcati" di stoner. Con la strumentale "Firewater" ci si getta in un vortice sonoro, un incubo che inizia a materializzarsi e da cui si fatica ad intravedere l'uscita. E non dobbiamo tralasciare nemmeno la maestosità di "Old World" o l'impeto post thrash di "Black Hole". Il finale è affidato alla stupefacente titletrack, uno space stoner doom da pelle d'oca. È come se Dave Wyndorf avesse invitato al proprio tavolo Tony Iommi e Lemmy (periodo Hawkwind) per comporre questo brano. Risultato di quelli che non si dimenticano facilmente. I Zoroaster hanno compiuto il loro (capo)lavoro raggiungendo picchi creativi sorprendenti e ben auguranti per il futuro. Di questo possiamo esserne certi. Cristiano Roversi
ZOZOBRA – Bird Of Prey
Capita che quando un genere ha esaurito la sua spinta creativa diviene poi improbabile trovare ancora dischi che facciano la cosiddetta differenza risultando così troppo simili l’un con l’altro. Non è il caso dei Zozobra.Caleb Scofield, messi da parte una volta per tutte i Cave In (da tempo in parabola discendente) si è dedicato con passione alla sua nuova creatura strappando dapprima un contratto con la Hydra Head successivamente incidendo ad inizio 2007 l’interessante “Harmonic Tremors”. Le coordinate del suono Zozobra sono da ricercare prima di tutto nel postcore metallico di gruppi quali Mastodon, Neurosis, Isis ma anche in band sempre del settore ma con atmosfere più dilatate come Pelican e Jesu. Indubbiamente ce n’è abbastanza per incuriosire l’ascolto. Potremmo dire che questa band ha l’impatto dell’hardcore, la rozzezza dello sludge ed una certa melodicità di fondo. Ed è proprio quanto accade anche in questo nuovo lavoro intitolato “Bird of Prey”; brani come “Heavy with Shadow” o “Sharks that Circle” dimostrano di poter competere con “fuoriclasse” della materia quali Cult of Luna, i già citati Isis ed in certi casi anche Tool (ad esempio “In Jet Streams”). Qua e là appaiono anche vocals “pulite” che tendono a stemperare in generale la tensione presente nell’opera. A proposito di Isis, notevole contributo viene dato da Aaron Harris che, oltre a produrre il disco, siede anche dietro le pelli ed insieme al basso di Scofield fa guadagnare al suono maggiore incisività e compattezza rispetto al passato. Dopo il debutto dello scorso anno il progetto Zozobra si conferma quindi come una bella realtà del cosiddetto filone postcore. Onore alla Hydra Head che ancora una volta ha fatto centro. Cristiano "Stonerman 67"
ZZ TOP – Eliminator
La stampa dell'epoca definì questo nono disco degli Zizitopp come "bluesy brand of rock & roll dynamite", ossia una sorta di marchio blueseggiante fatto di rock & roll esplosivo.Il che non è assolutamente esagerato o fuori luogo, quando si parla del terzetto di Houston, capitanato da Billy Gibbons (voce e chitarra), Dusty Hill (voce e basso) e Frank Beard alle bacchette, tre uomini dai nomi che sono dei giochi di parole e che evidenziano quanto siano loro stessi i primi ad essere dei bonaccioni e bonari rocker, ma con l'anima del rednex centauro e cazzaro. Eliminator è un concentrato di temi triviali, semplici e quasi "proletari" a dirla tutta, proprio perchè sono genuini e sinceri, fotografando senza mezzi termini la cosiddetta American Way Of Life, ma ambientata nelle polverose e calde terre del Texas, paese dei controsensi.I primi tre brani sono la tripletta perfetta, i singoli più famosi della band proprio perché sono diretti, cazzuti, tirati e godibilissimi, con una base semplice ma non banale, dei buoni riff e dei ritornelli che ti si piantano in testa. Troviamo la passione per i Creedence Clearwater Revival ma molto più imbottiti di tritolo, nitroglicerina e un'ottima dose di ACDC (I got the six); troviamo una rappresentazione fedele ai canoni dell'epoca, gli anni '80, kitsch e talvolta melensi, (Legs), mentre subito dopo ascoltiamo una canzone come Thug, che è supportata da un gran giro di basso, quasi quasi quasi crossover-losangelino alla Gould e Flea (affermazioen da prendere con le pinze, però il suono c'è). Billy Gibbons è una grandissimo chitarrista, in cui l'influenza del Clapton bluesman è fortissima ed evidente, oltre che essere patito del Southern dei fratelli Van Zant (leggasi Lynyrd Skynyrd) e di tutta quella filosofia di comporre e suonare che troviamo lungo il Mississipi, in quella regione fantastica e magica che risponde al nome di Delta Blues. I riff sono tosti, saporiti e galvanizzanti, la voce è ottima e pregna di quell'essenza del rock n'roll, suonato senza compromessi e con il cuore, come si può sentire in un brano come Bad Girl. Una piccola nota di costume sulla copertina del disco: quella macchina rossa (non riconosco il modello, avrei detto una Bugatti) che vedete è proprio la Eliminator, e compare in diverse cover e immagini legate al barbuto trio del Texas, nonchè nei loro video. In questo frangente infatti, la Eliminator sarebbe il veicolo di queste chicks (leggasi "bagascie"), che combattono i soprusi e si fanno quei "poveracci" che salvano. Guardate i video per avere conferma, anche perchè rappresentano in pieno lo stile degli anni '80, nel suo più illuminante ed eccessivo splendore come potete trovarlo anche nel video di Aerosmith o Twisted Sisters. Personalmente gli ZZ Top sono un grande gruppo, seminalissimo e spesso bistrattato, surclassato da altre bands - validissime per carità, non è questo nè il luogo, nè il momento di fare paragoni e parallelismi - e talvolta ricordati solo per questa o quella hit da classifica. E' ingiusto nei confronti di musicisti che non sono mai scesi a compromessi ed hanno sempre confezionato records suonati con impegno e col cuore. Evviva gli ZZ Top. Grabriele "Sgabrioz" Mureddu

Categoria: Recensioni