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CABLE – Never trust a gemini
Quinta uscita ufficiale per i misconosciuti Cable, forse non molto famosi anche nei circoli più underground ma reputati da una ristretta cerchia di fan e addetti ai lavori come uno dei migliori gruppi in ambito sludge. In effetti il nuovo “Never trust a gemini” si presenta come un lavoro compatto e cattivo, giocato su un guitarwork spaventosamente d’impatto e su una voce urlata in perfetto stile hardcore. Le infuocate trame della sezione ritmica completano l’opera creando un’atmosfera che definire sulfurea e rabbiosa è poco…basta ascoltare l’iniziale “Tennessee” per rendersi conto della bravura della band: riff grassi e dal sapore bluesy, un wall of sound micidiale e le vocals disperate del singer (di cui purtroppo ignoro il nome…), una sorta di inno ai vizi capitali da godersi tutto d’un fiato. Le due parti di “Coming up spades” e altri brani come “Battle of the asses” e “Missoula” evidenziano anche un’ottima perizia tecnica ed un dinamico variare di stili: si passa infatti da chitarroni circolari in stile Helmet a passaggi lenti e sulfurei di scuola doom, senza tralasciare frammenti noisecore e arpeggi tenebrosi. Ma là dove i Cable colpiscono davvero nel segno è nei pezzi più sudati e oleosi: “Gemini” è sludge sudicio ma dal piglio psycho blues, “Bad luck highway” si tinge di southern e la conclusiva “Counting headstones” viaggia su binari che passano agilmente da fraseggi contorti a riffoni in pieno stoner style. “Never trust a gemini” dimostra dunque una grande varietà di toni per essere un disco partorito dalla mente malata di tizi dediti allo sludge doom: i fan di Bongzilla e Eyehategod gradiranno e non poco… Alessandro Zoppo
CABROCORDERO – Ofrenda inicial
Argentini purosangue, i Cabrocordero si configurano come duo composto da Patricio Lerma al basso e voce (distorti entrambi!) e Marcos Sara alla batteria. Di primo acchito stupisce e colpisce il suono d'insieme, corposissimo e acido (spettri di Big Business e Melvins), debitore dello stoner più diretto ed heavy. Condisce il tutto una voce cacofonica e costantemente urlata che dona un tocco di disperazione alle cavalcate lisergiche del duo. Se "Sendero Luminoso" parte subito sparata ed "in your face" è con la seguente "El Triangulo de Kan" che le potenzialità dei Cabrocordero escono allo scoperto: stop and go deflagranti, batteria incessante e voce "spaziale" per una cavalcata che si conclude in crescendo.L'apice dell'ep lo si raggiunge però con i sette minuti e passa di "Al Monte", dove la batteria di Marcos lascia letteralmente il segno mulinando pattern frenetici e mai banali. Un ep di debutto di indubbio valore per un duo che riesce a creare un wall of sound impressionante anche come semplice duo. Da approfondire nell'immediato futuro, speriamo con un full lenght di pari valore a questo ep. Davide Perletti
CACHEMIRA – Jungla
Un fuoco hard blues arde nei Cachemira, power trio di Barcellona. Visti dal vivo recentemente al Tube Cult Fest di Pescara, hanno dato prova di essere una band con un grande feeling al pari di fenomeni come Radio Moscow, Kadavar e i rimpianti Prisma Circus: pelle bianca e cuore nero, per intenderci. Gaston Lainé, chitarra e voce, è un vero asso. Scaglia riff potentissimi a grattare la volta celeste a cui abbina solos acidi e ustionanti. Al pari, la sezione ritmica di Pol Ventura (basso) e Alejandro Carmona (batteria) segue, impenna e rallenta con classe purissima. Si sente che hanno tirato su questo progetto per lanciare qualcosa di bello nella palude stagnante della modern music e avvolgono l'ascoltatore come, appunto, cachemire. I cinque brani che compongono il loro album di debutto, Jungla (pubblicato dalla nostrana Heavy Psych Sounds Records), sono cinque gioiellini. L'ouverture è una delicata introduzione in punta di piedi, con il buon gusto di non tirare le carte sul banco in una volta sola. Con Sail Away si entra nel pieno del mondo dei Cachemira: riff à la Deep Purple si incrociano con rallentamenti eternal blues, fino al punto di portare tutto a ritmo zero, nel cuore del pezzo. Dal vivo questa dilatazione potrebbe andare dritta dritta sul pianeta Hawkwind. Goddess è primigenio heavy blues woodstockiano con tanto di assolo di batteria nel finale: l'eterna e bellissima favola della donna angelicata. La title track è pura schizopatia instrumental Hendrix al ponte dell'arcobaleno! e la finale Overpopulation va a minacciare sul campo e a viso scoperto i Radio Moscow. Che si debba ritornare alla musica di quarant'anni fa per farci provare ancora qualche genuina emozione? La risposta è in album felici come questo dei Cachemira.   Eugenio Di Giacomantonio   [caption id="attachment_5950" align="aligncenter" width="640"]Cachemira Cachemira[/caption]
CALDERA – Holy word to unholy species
Davvero forti i Caldera, band proveniente da un paese non così prolifico come la Francia. Non a caso il gruppo è nato a Nancy nel 2001 dall’idea di KriKri (chitarra), Fly (basso), Claude (chitarra) e Kristin, batterista degli storici Carn, pionieri dell’heavy psych francese. Con l’ingresso in line up di Matt alla voce (boss della Waterdragon Records nonché membro dei Low Vibes, altra formazione di spicco del panorama stoner transalpino) le cose sembrano finalmente girare per il verso giusto. Viene ri-registrato il primo demo strumentale “Bison skull” e oggi è la volta di questo “Holy word to unholy species”. Cinque brani di potente e sanguigno stoner doom, ricco di echi hard rock settantiani e caratterizzato da un songwriting spigliato e carico di groove. La produzione lascia a desiderare in qualche punto ma l’energia sprigionata compensa ampiamente tale lacuna. Lo dimostra il brano che apre le danze, “Silent prayers”: un riff grasso si estende e si contorce per sette bollenti minuti di heavy psichedelia con i fiocchi, dove i punti distintivi sono chitarre fumose, vocals ruvide ed una base ritmica sempre versatile. La successiva “Six feet under” ha un andamento cadenzato che bilancia la suadente melodia vocale di Matt, mentre “Hard to find” è una traccia strumentale in stile Karma To Burn, con in più una pesantezza al limite del metal. “Earth blues” continua sullo stesso stile ma con una maggiore direzione hard stoner, quasi un tributo agli anni ’70 rivisto con il piglio heavy dell’ultimo decennio. A chiudere il cerchio ci pensa infine “Sinister purpose”, cover (ancora strumentale) dei Creedence Clearwater Revival appesantita a dovere attraverso fuzz e ritmiche ultracorposi. “Holy word to unholy species” si rivela un ottimo viatico per il futuro dei Caldera. Migliorata la registrazione e con un pizzico di personalità in più la Francia potrà finalmente trovare la sua band capofila. Alessandro Zoppo
CALDERA – Promo 2005
Avevamo lasciato i francesi Caldera esattamente un anno fa, all’uscita della demo “Holy word to unholy species”, lavoro che aveva convinto molti tra appassionati e addetti ai lavori. Tanto che la band, sulla scia dei consensi, si prepara al debutto discografico ufficiale e supporterà i doomsters giapponesi Church Of Misery nelle date francesi del loro tour. Aspettando questo punto di svolta, il gruppo inganna l’attesa facendo girare un promo di quattro pezzi che molto probabilmente andranno a finire sul disco d’esordio. Nel complesso, la qualità generale è migliorata. Il sound si è fatto più spesso e corposo rispetto al passato, con una maggiore enfasi data al lavoro ritmico (ottimi basso e batteria di Fly e Kristin) e a quello delle chitarre, sempre grasse ma con un tocco di cattiveria che non guasta, anzi.Lo evidenziano brani come “Blood sweat and tears” e “Going to the grave”, ottimo stoner doom dal groove asfissiante, che si regge sulle vocals ruvide di Matt e sui riff mastodontici della coppia formata da KK e Claudio. Sembra di ascoltare un connubio tra Electric Wizard, Solace, Sleep e Goatsnake, maledettamente spirituale e intrigante. Complice una vena melodica che sorprende e ammalia. Altrove prevale invece l’oscurità, il nero manto di una visione heavy psichedelica portata alle estreme conseguenze. “The journey” e “The rope” mettono in mostra un doom granitico e possente, con il solo cantato languido di Matt ad ammorbidire le trame ossessive delle song. Soluzione da tenere in considerazione per il futuro dato che permette una variazione di spettro sonoro non indifferente. Se consideriamo che anche la registrazione è molto migliorata (e bisogna sottolineare che è stata realizzata in presa diretta), i Caldera si preparano senza ombra di dubbio ad una precoce ascesa nel panorama stoner doom europeo. Non ci rimane altro da fare che attendere fiduciosi il debutto ufficiale. Alessandro Zoppo
CAMAROS – Romantique
Se un giorno i ghiacciai perenni del Nord Europa si dovessero sciogliere definitivamente la responsabilità sarebbe anche dei Camaros, quartetto norvegese fulminato dal garage depravato degli Oblivians e Chrome Cranks e sedotto dal southern stoner-blues di Five Horse Johnson e compagnia alcolica. Come non considerare infatti dei piccoli tributi alla degenerazione sonora brani come Please Mama, Please e In A Hole sorrette da una sezione ritmica tribale e immerse in un turbinio di rumore e groove? Perché i brani dei Camaros innanzitutto sono carichi di groove messo al servizio di cavalcate proto-stoner come Babe, You Got Me Down e Romantique, del puro garage rockabilly come Cheesecake o del punk'n'roll alla Stooges di Hell-O-Hell. Le dinamiche sono quelle del rock più primitivo, furore elettrico fuso a momenti di stasi che preannunciano sempre una successiva e più violenta esplosione, una formula semplice quanto magica per chi sa come arrivare dritto al cuore e mantenere l'adrenalina costantemente alta per quasi un'ora. Un'impresa non facile, bisogna dirlo, che però ai Camaros riesce molto bene. Francesco Imperato
CAMION – A Serenade for Yokels
Una serenata per tutti i bifolchi all'ascolto. È questo "A Serenade for Yokels", atteso ritorno dei Camion. Registrato nello studio Hombre Lobo di Roma da V Fisik (Inferno), l'album esce esclusiavamente in formato digitale e disponibile per l'ascolto in streaming su Soundcloud sotto licenza CreativeCommons. Scelta saggia, anche perché a causa di varie vicissitudini il disco è rimasto nel limbo delle uscite mancate per oltre un anno. E sarebbe stato un peccato non poterlo assaporare in tutta la sua perversa potenza. Le sette tracce del lavoro ci sputano addosso 35 minuti di brutalità ammaliante: un rozzo, estremo, coinvolgente pastone di sludge core, southern, rock'n'roll dannato e heavy riff sound. Black Label Society, Entombed del wolverine blues, Roadsaw, Motorhead e Alabama Thunderpussy si affrontano in un'orgia di suoni che faranno la gioia di chi nella vita vede birra, moto veloci e camicie da boscaiolo.I riff di Federico sono luridi e groovy come la sua voce; Viola (basso) e Tiziano (batteria) reggono bene l'impatto devastante pompando le ritmiche al massimo. Ne sono lampante dimostrazione i primi due brani, "Route 666" e "Here Comes the Cadillac", eloquenti sin dai titoli. A variare sulla formula – per chi fosse suscettibile… – ci pensano "Here Comes the Harley" con il suo hammond bollente (opera di Jimmy degli Inferno), le vocals dall'oltretomba cibernetico-etilico di "Can a Truck Splat a Lollypop" e la lentezza pachidermica unita a toni country folk da sbronza finita in omicidio della title track. Insomma, "A Serenade for Yokels" è il disco ideale per buzzurri barbuti e aspiranti serial killer. Ingresso riservato ad alcolizzati ed ignoranti. Astenersi educati e perditempo. Alessandro Zoppo
CAMION – Promo 2006
Per l’ennesima volta Roma sforna una band intrigante e da tenere d’occhio: parliamo dei Camion, trio che si presenta con un promo di tre pezzi davvero tosti. Un misto di sludge, metal e groovy core da levare il fiato, giocato sulla potenza delle ritmiche (Viola al basso, Tix alla batteria), sul parco riff e le vocals aggressive di Feffo (voce e chitarra).Poco più di dieci minuti di musica sono ancora poco per poter giudicare ma le premesse sono molto positive. La miscela di Motorhead, Down, Entombed e Mastodon che i Camion ci gettano in faccia risulta azzeccata e spontanea. Niente a che vedere con manierismi o trend d’ogni sorta. Qui ci sono muscoli, sudore e tanta passione. Manca ancora qualcosa nelle piena definizione dei suoni ma l’amalgama tra i tre sembra ottimo e lascia intravedere risultati lusinghieri. Una song dal groove asfissiante come “Night of the living deasert” è un biglietto da visita niente male, specie se a conferma della qualità compositiva dimostrata accorre “The main man”, bolide che alterna focose accelerazioni e rallentamenti melodici. “GRAnd camion” è invece roba da ascoltare in auto (sul GRA appunto…) a volume elevatissimo, provare per credere. Attendiamo i Camion alla prossima uscita, l’underground ha bisogno di gente del genere. Orange buzz, gimme more fuzz. Orange way, pull me away… Alessandro Zoppo
CANAAN – The unsaid words
Ritorno per una delle migliori cult band della scena dark italiana. Dark nel senso più ampio del termine, in quanto da sempre i milanesi Cannan ne incarnano le più varie sfaccettature, confezionando dischi dove passione e classe si compensano a meraviglia. “The unsaid words” è il quinto album del gruppo, e per la gioia di tutti i loro fan prosegue sulla linea stilistica dei precedenti lavori, proponendo lo stile inconfondibile della band capitanata da Mauro Berchi. Sedici tracce compongono il disco, equamente divise fra dark/gothic rock da un lato e dark ambient dall’altro. Gli intenti del gruppo sono quindi gli stessi dei lavori precedenti, ovvero portare l’ascoltatore ad un profondo stato di disperazione ed isolamento, e tale scopo è pienamente raggiunto.Rispetto alle prove precedenti, “The unsaid words” poggia su un andamento ancora più ipnotico e catartico, col risultato di farci cadere in uno stato di apatica rassegnazione verso la vita e il dolore che essa inevitabilmente comporta. Canzoni come “This world of mine”, la title track e, soprattutto, la bellissima “Senza una risposta” (cantata da Gianni Pedretti dei grandissimi Colloquio - a proposito, a quando il nuovo disco?) ne sono la più degna rappresentazione, toccando in profondità l’animo con le loro malinconiche note. Canzoni ideali da ascoltare affacciati alla finestra a contemplare i bui, freddi e grigi panorami che l’inverno ci regala. Anni fa si definivano “i menestrelli dell’apatia”, ed è un piacere constatare che, a distanza di tempo, lo sono ancora, ed a pieno merito. Marco Cavallini
CANDLEMASS – King Of The Grey Islands
Ennesima puntata della telenovela Candlemass. Fuori Messiah Marcolin dentro Robert Lowe. Ennesima dipartita per il monaco dunque, personaggio carismatico e dalla voce inconfondibile, lirica ed evocativa come nella migliore tradizione epic doom. Ma il suo sostituto non è uno qualsiasi, stiamo parlando del singer degli americani Solitude Aeturnus, la cui espressività dietro al microfono non ci farà rimpiangere la statica bravura dell'ex frontman italo-svedese. Lavoro oscuro e ispirato, possente e sulfureo, una spanna sopra al precedente album omonimo.Un arpeggio decadente ci fa da Cicerone introducendoci nei meandri delle isole grigie, scenari pregni di desolazione e solitudine, in cui la band svedese si muove a meraviglia. Partenza decisa ed azzeccata con "Emperor Of The Void", ottimo tiro e posizione perfetta nella tracklist, come a dimostrare che i Candlemass sono tornati alla grande. Straordinaria la carica emotiva sprigionata da "Devil Seed", con il suo incedere austero e d'impatto, stesse coordinate utilizzate in "Of Stars And Smoke", in cui affiora maggiormente l'elemento epico. Più si va avanti con l'ascolto del disco e più ci accorgiamo che tutto è al posto giusto, che i pezzi sono dei ritratti perfetti, che la voce è fantastica e che i suoni sono grandiosi. L'ennesima dimostrazione arriva con "Demonia 6", maestosa e suadente, accostabile per mood e intensità alla bellissima "Clearsight". Si presentano plumbee come i cieli del Nord le affascinanti "Destroyer" e "Man Of Shadows", un tocco di oscurità in più nella dimora del Re. Un breve intermezzo strumentale ci introduce nell'atto conclusivo dell'opera: "Embracing The Styx". Oltre otto minuti di doom magistrale, con la sua coda malinconica e sognante, degna conclusione di un disco che segna un nuovo punto di partenza nella lunga e travagliata storia dei Candlemass. Davide Straccione
CARBON PARLOR – Riff heavy, rock ready
Provenienti da Milwaukee, nel Wisconsin, i Carbon Parlor sono nati dalle ceneri dei Roast e hanno fatto molta gavetta suonando in lungo ed in largo per gli States. I complimenti e le lodi di gente come Brian Cox (batterista degli Alabama Thunderpussy) hanno spinto i quattro (Dave Cortez alla batteria, Cameron Kellenberger alla voce, Steve Sheppard alle chitarre e John Murphy al basso) all’esordio sulla lunga distanza con questo “Riff heavy, rock ready”. I 7 brani qui presenti sono un interessante antipasto per il futuro immediato del gruppo. L’offerta prevede ampie dosi di heavy stoner rock melodico e roccioso, con tentacolari influenze targate Kyuss e aspri spiragli southern. Nulla di eccezionale a dire il vero, la produzione è piuttosto piatta e l’originalità non è ai massimi livelli, ma per un gruppo al debutto la via tracciata è quella giusta. A parte “Devastator” e la latina “Friday night”, intro e outro che strutturano in maniera circolare il dischetto, le altre cinque composizioni sono coinvolgenti e ben suonate. Spiccano su tutte per brillantezza e fascino armonico “The show must go on” e “Birds of prey”, caratterizzate da vocals roche e possenti e da un riffing assassino. “The crutch” ha un groove selvaggio e un chorus azzeccato, ma si perde in un’esecuzione sin troppo prolissa. “Unbridled taste” è una lunga cavalcata che abbraccia vari spettri sonori, dalla ballata malinconica all’heavy rock più sanguigno: esperimento abbastanza riuscito, senza alcun dubbio. Prima del congedo definitivo, “The attraction of saints and angels” aggira l’ostacolo della ripetitività con intelligenti rallentamenti e riff ciccioni. La strada è stata aperta, ora i Carbon Parlor devono solo lavorare per asfaltarla e renderla più agibile. Gli attrezzi ci sono, servono un po’ di capacità distintive per migliorare. Alessandro Zoppo
CARCHARODON – Macho Metal
Nello sludge l’Italia potrebbe avere il suo gruppo culto, imbastardito da marce frequentazioni brutal/death/speed metal e stoner rock: i Carcharodon. In verità in quanto a nefandezze e maniacale ‘attenzione’ agli aspetti più turpi e depravati, il nostro paese vanta già una sua tradizione discografica scellerata, però “Macho Metal” è di fatto il primo full-lenght ufficiale che porta questo filone in lidi paludosi e desertici, se si escludono i tre demo editi a partire dal 2005: “Kamasutra”, “Pelvis” e l’osannato “Las Fecas”…Il trio, che prende il nome dal più grande squalo vivente, calca la mano sull’humor sarcastico e si dice ossessionato da donne, birra, country-blues e death metal old school, citando tra i propri idoli Zakk Wylde, Carnivore, ZZ Top, Entombed, Kaptain Sun, Down, Bongzilla, Clutch, Lynyrd Skynyrd e Obituary: un saporito calderone in putrefazione insomma, da somministrare a volumi letali. Scelte iconografiche a parte, musicalmente si fa sul serio, il groove animalesco è bello carico senza standardizzarsi, e passa dagli assalti brutal/motorhediani (con retroterra di Carnivore, Sodom e compagnia bella) di “Squirtqueen” e “Mummified” – in cui facciamo la candida conoscenza del bassista Pixo, voce ‘seriale’ al pari di omologhi colleghi in gruppi brutal come Morbus e Decapitated - allo sludge stregonesco di “The Snail” e “Leather Alligator”, riletture sufficientemente personali dei maestri Iron Monkey e Raging Speedhorn, e non ultime le sfuriate country-punkoidi di “Zombie Rodeo” (chissà se i nostri ascoltano anche Butthole Surfers e Daddy Longhead). I brani migliori sono comunque quelli stoner, ossia “Putrid Hip Motion”, insudiciato tabernacolo sudista, la bellissima “Chromeland”, fumante e canicolare trip motociclistico da resuscitati vivi (la vetta dell’album), e la finale “Behind The Sun” che associa, a riff ultra cavernosi alla Cavity, scarnificati orizzonti psych di tutto rispetto. Complimenti ai Carcharodon e io vado a risentirmelo. Roberto Mattei
CARCHARODON – Roachstomper
I Carcharodon tornano con "Roachstomper" a proporre la loro mistura alcoolica di death'n'roll, stoner e doom chiamata "Macho Metal", senza cadere nel banale nonostante la massiccia dose di bifolcaggine che riescono a trasmettere! Il sound si è evoluto, con l'aggiunta in lineup di Max, chitarrista con forti influenze country: la band alterna in modo egregio momenti di pura ebrezza redneck a violenza gratuita, con picchi davvero esaltanti di cafonaggine e altri di trascendenza, che cozzano insieme tanto da starci egregiamente. L'album si apre con "Stoneface Legacy", che presenta in tutta onestà l'andazzo di gran parte dell'album: riff che smuovono montagne, follia, svarioni da postsbornia. "Pig Squeal Nation" e "Adolf Yeti" sono i brani più maleducati di tutto il lavoro, e dobbiamo ammetterlo, è tanta l'impazienza di vedere come scatterà l'ignoranza quando eseguiranno dal vivo BREEEBREEEBREEEBREEE!!.Quando arriva "Beaumont, Tx" ci si rende conto di non essere davanti ad un gruppo di alcoolizzati senza cervello, bensì a dei musicisti dalla personalità molto ispirata. La vera hit del disco è però "Jumbo Squid": divertente, strana – perché strana è strana – e diretta, senza contare accenni di country in mezzo a tutto ciò che ci si può trovare miscelato. "Marylin Monrhoid" è il pezzo più simpatico, vi lascerà sulle spine dopo attimi esilaranti dove qualcuno improvviserà un rodeo finendo con le palle fracassate da qualche parte a causa di qualche bravata alcoolica. "Chupacobra" è un ottimo interludio tra due pezzi molto divertenti come il precedente ed il successivo "Burial in Whiskey Waves", momento davvero glorioso, condotto da un filo di ironia alcoolica e chiuso da misteriosi gabbiani. Il pestascarafaggi si avvia alla chiusura con "Alaska Pipeline" e "Voodoo Autopsy": la prima è una bella sfuriata rapida e dolorosa; la seconda un impeto di puro calore sudista. "The Sky Has No Limits" è la traccia perfetta per chiudere un album come questo, dalle mille sfaccettature. Riff che spostano montagne, radici blues, whiskey qua e là, ma anche molto altro! Non ci resta che un solo consiglio: godetevi questo disco! Gianmarco Morea
CARONTE – Ascension
Distorsione spropositata, feedback, e poi il buio. Le chitarre massicce si ergono possenti ad oscurare l'orizzonte, come onde di un'altezza inconcepibile, per infrangersi spietate sull'ascoltatore, che annaspa stordito nel maelstrom di fuzz incandescente in cerca di fiato, invano. Preso senza possibilità di fuga tra le pantagrueliche spire del Leviatano, mostro marino incarnazione del caos primordiale, della potenza distruttiva di un cosmo cieco e irresoluto, egli non può più nulla. Questo l'effetto sortito da "Leviathan", opener dell'album "Ascension" dei parmensi Caronte, giunti al full length dopo aver debuttato nel 2011 con il valido EP "Ghost Owl". Il combo nostrano, composto dai quattro Illuminati Dorian Bones (voce, anche Whiskey Ritual), Henry Bones (basso), Tony Bones (chitarra) e Mike de Chirico (batteria, anche Shinin' Shade), offre all'altare dell'heavy sound un disco granitico, luciferino, pesante, DOOM. Una traversata dell'Ade passando per sette tappe olenti di zolfo e intrise di acido. Un'invocazione teosofica in omaggio al maestro Aleister Crowley e agli adepti dell'Abbazia di Thélema. Un viaggio esoterico fatto di riff ossessivi, vocals allucinate, riverberi morbosi e drumming primordiale, consacrato alla ricerca della saggezza occulta e suprema. Evidenti sono i richiami agli Electric Wizard di "Witchcult Today" (cfr. in particolare "Horus Eye"), ma nel complesso l'album, concepito fra nubi sulfuree e meditazioni narcotiche, dimostra come i nostri sappiano il fatto loro. Uno dei marchi distintivi risiede nel cantato di Dorian, diviso tra interpretazioni straziate e sussurri abissali, nel quale sembrano riecheggiare l'anima dannata di Glenn Danzig e le malate suggestioni di certa dark wave anni '80. Oltre alla già citata "Leviathan", meritano una menzione anche "Sons of Thelema", dal riffing corrotto e ipnotico, "Black Gold", rivisitazione di un brano già apparso sull'EP d'esordio, e la finale "Navajo Calling", momento di maggiore originalità del disco, in cui lo spiritualismo dei nativi d'America si scioglie in un'orgia di fuzz incontrollato, mescalina, e canti sciamanici. Più che un semplice ascolto, i Caronte configurano "Ascension" come una vera e propria esperienza iniziatica, un'ascesa spirituale che assume però i connotati sonori di una discesa negl'Inferi. A coloro che hanno votato la propria anima al doom psichedelico ed asfissiante à la Electric Wizard, Cough e Serpent Venom non resta che procurarsi questo disco e seguire le indicazioni riportate nel booklet: «Inhale and exhale very slowly, allow the smoke to stay for a long time in your lungs. Close your eyes. Here your journey begins». Davide Trovò
CARONTE – Church of Shamanic Goetia
Se fossero inglesi o americani, i Caronte inciderebbero sicuramente per la Rise Above Records, oppure (nei tempi d'oro) per le americane Man's Ruin o Meterocity. La band di Parma arriva circa dieci anni dopo il periodo più florido dello stoner doom, ma pare essere nato proprio in quegli anni (fine 90/primi 2000), e comunque deve essere cresciuto a pane e quelle sonorità. Non si spiegherebbe altrimenti la proposta e la carica del quartetto, fortunatamente notato dalla tedesca Ván Records dopo l'ottimo esordio del 2012 "Ascension", uscito per l'italiana Lo Fi Creatures.
"Church of Shamanic Goetia" si apre con "Maa-Kher's Rebirth", brano che sembra essere stato scritto dentro una piramide egizia: la voce possente (echi di certe tonalità di Glenn Danzig a volte aleggiano nel disco) di Dorian Bones canta su un doom metal sulfureo dove su ritmi tribali si appoggiano in sottofondo voci rituali che paiono declamare riti e formule magiche. Sulla stessa lunghezza d'onda si sviluppano il doom psichedelico dell'ottima "Temple of Eagles" e la conclusiva "Left Hand Vodoo", mentre sul lato più vicino allo stoner "Wanka Tanka Riders" ha il classico fascino e sapore delle cavalcate fra la sabbia e le palme, e "Black Mandala" puzza di Kyuss in preda ad sogno in nero.
Al di là delle etichette, delle recensioni e dei tanti nomi che si leggono come punto di riferimento e che comunque, in parte, possono essere indicativi (Electric Wizard su tutti), i Caronte appaiono come la reincarnazione dei mitici Goatsnake, il gruppo che meglio di tutti rappresentò l'incontro e la fusione fra la pesantezza e lentezza del doom metal e l'impatto stordente e gli umori desertici dello stoner rock. A voi le conclusioni. Marco Cavallini
CARTAGINE – I
Landscape music. È cosi che si potrebbe definire la musica dei Cartagine, one man band drone doom proveniente da quel di Latina. A.G. porta avanti il vessillo dei vari Earth, sunn O))), Khanate e allegra (!) compagnia. Progetto messo in piedi nel 2013, arriva al debutto con "I", prodotto dalla britannica Aeonair Productions e distribuito dalla Breathe Plastic Rec. Il disco si articola in quattro tracce che scandiscono un discorso unico. Un enorme e molitico suono, lasciato a macerare, poi preso e scosso dal suo torpore. Una lenta discesa nelle profondità della desolazione. Un gigante nero dalla durata di 44 minuti. Che la mente torni a "Earth 2: Special Low Frequency Version" o a "Black One" è obbligatorio dato l'enorme tributo che l'albmum paga a questi lavori. È questa l'unica lacuna di questo mammuth comunque valido: il fatto di inserirsi in un filone di per sé già eviscerato in ogni sua varia declinazione. Che tutto ruoti attorno al drone unico, senza interventi di sorta, è un'arma a doppio taglio, si rischia di finire nell'autoreferenzialità e ritrovarsi a riprendere un discorso già esaurito da altri, per giunta in maniera più esaustiva. Tuttavia "I" rimane un lavoro denso, oscuro e vibrante, che lascia ben sperare per il futuro prossimo. Giuseppe Aversano
CATHEDRAL – Seventh coming
Il sette è un numero dai molti significati nelle arti esoteriche e nelle religioni. Indica perfezione, purezza, forza, potenza. E calza a pennello per la nuova uscita dei Cathedral, la settima appunto, dopo quell' 'Endtyme' che aveva visto il ritorno della band inglese al suono doom degli esordi. Un suono acido, ossianico, cupo e intransigente, la risposta alle voci di scioglimento e alle insinuazioni di essere divenuti ormai troppo stoner rock con 'Caravan Beyond Redemption'. Un sacrilegio per chi ha fatto la storia della pesantezza negli anni Novanta. Bene, questo Seventh Coming sintetizza gli ultimi due dischi e vi aggiunge una nuova visuale. La sostanza doom è presente ma è quasi in secondo piano ( dove è presente però è rocciosa, vedi Congregation Of Sorcerers), usata come specchio del lato più inquietante della personalità di ciascuno e, per questo, evidente solo a tratti. C'è più rock cavernoso e oscuro come lo erano i primi Black Sabbath e i Black Widow, una spruzzatina di organo qua e là e, novità delle novità, il groove. I Cathedral però non compongono a compartimenti stagni e le caratteristiche (alcune) poc'anzi dette convivono spesso dentro ogni brano. Un fiume creativo in piena, sfuggente e affascinante. E' il caso di Empty Mirror. L'attacco è massiccio e galoppante ma si arena dopo un po' lasciando il posto ad un breve intermezzo lentissimo accompagnato da organo e cori liturgici. La messa nera sta per essere officiata. Ma è un'impressione (o un assaggio?).Tutto finito, l'incubo si è dissolto e il brano riprende 'allegramente' da dove l'avevamo lasciato. E non è l'unico caso in cui Lee Dorian e compagni ci fanno toccare la dimensione doom solo per pochi affannosi giri rientrando in carreggiata sempre con dei colpi da maestro (Skullflower). Con Aphrodite's Winter “Seventh Coming” tocca il punto più malefico. La introduce un sinistro arpeggio di chitarra acustica, come sapevano fare i Celtic Frost, accompagnata dai soliti quattro accordi di hammond. Basso (Leo Smee sempre solidissimo nelle retrovie ) e batteria srotolano fluidamente giri circolari a fare da tappeto alle nasali cantilene del druido Dorian. Due ripetizioni tra strofa e ritornello e poi la fuga strumentale di altissimo livello. Ma i Cathedral sanno anche spingere il piede sull'acceleratore sfornando pezzi heavy rock senza fronzoli come Resisting The Ghost e Iconoclast e riescono anche a tracciare il doom rock del futuro in Black Robed Avenger . Il finale 'positivo' in Halo Of Fire si ricongiunge idealmente con la rinascita della fenice ben raffigurata nella copertina. Così si chiude il cerchio su album cangiante che coniuga tradizione e piccole novità che diventano grandi in un genere conservatore per natura. Francesco Imperato
CATHEDRAL – The garden of unearthly delights
Le aspettative attorno al comeback dei Cathedral erano molte e alcuni fattori (il debutto del gruppo per la Nuclear Blast e le dichiarazioni di Lee Dorrian che definiva molto pesante il nuovo materiale) lasciavano pensare ad un ritorno della band inglese allo stile dell’epocale debutto “Forest of equilibrium”; mai previsioni furono più errate. “The garden of unearthly delights” è infatti quanto di più lontano dalla lentezza doom abbiano mai realizzato i Cathedral e si propone anzi come il disco più rock, “dinamico” e sperimentale mai pubblicato dal quartetto. Si potrebbe dire che questo nuovo lavoro suona come un ipotetico incrocio fra “Caravan beyond redemption” e “Statik Majik”, ovvero i dischi meno doomy della carriera dei Cathedral; il doom, complice una produzione dal taglio cavernoso, è comunque presente nella profondità del suono e delle atmosfere.L’iniziale “Tree of life & death” è un mid tempo con rallentamenti tipico dei nostri, ma già dalla seguente “North berwick witch trails” i ritmi si velocizzano e il tutto si fa più incalzante. “Upon azrael wings” e “Beneath a funeral sun” sono due songs dal groove notevole, mentre “Corpsecycle” è in assoluto il brano più “commerciale” mai composto dal gruppo, dotato di una linea melodica e un ritornello molto orecchiabili. Colpisce la potenza di “Oro the manslayer”, quasi Motorhead nel suo incessante e frenetico avanzare; poi, quasi inaspettatamente, i tempi si dilatano e i Cathedral danno il colpo di grazia con i 27 minuti di “The garden”, una lunga suite che rimanda a “The voyage of the homeless sapien” (presente su “Statik majik”), in precedenza il brano più lungo scritto dalla band. Compare, per la prima volta in un disco dei Cathedral, un’eterea voce femminile, e al suo interno si ascolta di tutto: fraseggi acustico/orchestrali, pause psichedeliche, effetti space, jam sessions dal sapore blues, il tutto intervallato da tremende porzioni ultra doom (le uniche del disco) nelle quali la chitarra di Gary Jennings si produce nei tipici mortiferi riffs che lo hanno reso famoso. Va fatto un plauso ai Cathedral: avrebbero potuto benissimo adagiarsi sugli allori e produrre un disco fotocopia ai precedenti, invece hanno voluto sfidare se stessi e il mercato, uscendo con un lavoro che in pochissimi si sarebbero immaginati. Se siete chiusi in un solo genere e amate i Cathedral esclusivamente per il loro lato più doom è probabile che faticherete a far vostro questo disco; se invece, al di là dei generi, apprezzate il gruppo e avete sempre seguito le sue evoluzioni, “The garden of unearthly delights” rappresenterà per voi l’ennesima grande prova della band inglese. Marco Cavallini
CATHEDRAL – The Last Spire
23 anni fa i Cathedral ci trascinavano negli inferi per un lungo ed appagante viaggio, oggi ci portano a visitare l'ultima guglia della loro discografia. Questo "The Last Spire" come composizione è probabilmente sotto la loro media ma è spiritualmente molto ispirato ed in ogni attimo si sente pulsare una band più viva che mai: un disco più lento dei tre precedenti, un animale ferito che si trascina per rimanere disperatamente aggrapato alla vita, un'entità che non vuole morire.Lee Dorian è demoniaco come sempre, Brian Dixon una garanzia. Il riffing di Gaz Jennings però non è spietato come in "The Guessing Game", e quello che forse manca più di tutto sono le trame di basso di Leo Smee: Scott Carlson qui si limita ad un compitino che aggiunge poco e niente al sound. Dopo l'evocativa intro ("Bring out your dead!") apre le danze la lunga "Pallbearer", dove come nel resto del disco gli arrangiamenti vengono arricchiti di tanto in tanto da fiati, voci femminili ed altri strumenti old-fashion che aiutano i timidi ma piacevoli inserti prog: siamo comunque distanti dai fasti di "The Voyage of the Homeless Sapien". Nel brano da cui è tratto il primo video, "Tower of Silence", così come nelle rimanenti tracce abbiamo una rassicurante conferma del loro stile, una voce graffiante ed evocativa su rocciose atmosfere decadenti che oscillano tra gli Anni 70 ed il doom più pesante. Tutto il disco anche se senza picchi scorre via liscio che è un piacere fino a che non si arriva al vero pezzo da novanta che è la conclusiva "This Body, Thy Tomb": malinconica, mastodontica, ossessiva. Il maestoso finale è la spirale che ci riporta lentamente in superfice anche se non avremmo mai voluto rivedere la luce del sole. Ci mancherete. Luca 'Fraz' Frazzoni ENGLISH VERSION - Translated by Isadora Troiano: 23 years ago Cathedral drag us to hell for a long and pleasing journey, today they take us to admire the last pinnacle of their discography. "The Last Spire" is probably under their average, speaking of composition, but spiritually very inspired and you can actually feel every second their living spirit pulsing underneath: the album is slower then the previous three, a wounded animal desperately longing to keep alive, a creature that doesn't want to die. Lee Dorian is devilish as always, Brian Dixon is a guarantee. Gaz Jennings' riffing instead isn't as pitiless as in "The Guessing Game" and what's is probably most of all missing are Leo Smee's bass rhymes: Scott Carlson here confines himself to a small job which adds less or nothing to the sound. After the evocative intro ("Bring out your dead!") the long "Pallbearer" opens the games, in which, as in the rest of the record, arrangements are sometimes enriched by wind instruments, female voices and others old-fashioned instruments which help the shy but pleasant progressive inserts to come out: however, this is very far from the feasts of "The Voyage of the Homeless Sapien". In the track (also first video) "Tower of Silence", as well as in the remaining tracks, Cathedral's style is reassuringly confirmed, with the scratching, rocky voice stretching towards decadent atmospheres, that go from the more Seventies ones to the heaviest doom. The record slips away smoothly, without any peak until the real big shot, the closing track "This Body, Thy Tomb": melancholic, colossal, obsessive. The majestic final act is an upward spiral bringing us back to the surface... Although we didn't wanted to see the sunlight ever again. This is gonna be missed.
CAUSA SUI – Causa Sui
Nove mesi di totale isolamento per registrare il compendio perfetto della musica psichedelica, anno di grazia 2006. È quanto fatto dai Causa Sui, mostruosa creatura psicotropa scoperta e lanciata dalla sempre attenta Nasoni Records. Questo disco omonimo è un debutto che calamiterà l’attenzione di tutti gli amanti del suono acido, ispirato tanto al passato quanto al presente. Nel sound dei Causa Sui confluiscono infatti le anime più sfaccettate del rock: da una parte (i magici anni ‘60) la caotica ondata fuzz dei Blue Cheer e l’impatto devastante di Detroit targato The Stooges/MC5; dall’altra si percepiscono suggestioni odierne, quelle space dei primi Monster Magnet e la restaurazione garage dei nuovi dei Comets On Fire.Ma il gruppo ha una forte personalità e lo spirito della pura emulazione non aleggia mai nell’ora di durata del lavoro. Anzi, l’eterogeneità del cd è abbagliante e materializza le visioni oniriche di cui si nutre il rock della mente. Basta ascoltare “Ventura freeway” e “Where the streams end” per rendersene conto: super acid rock, carico e travolgente come pochi, inondato da fuzz, wah-wah, ritmiche impazzite e vocals cosmici. “Leilani” è una pausa dilatata e riflessiva, soave intreccio di sitar, chitarre acustiche e percussioni che preclude all’esplosione fragorosa di “El Paraiso”, 12 minuti di heavy psych da urlo, tagliente nella prima parte, estatico nella seconda, davvero lisergica. “Tornado eye” è un hard blues con tanto di bollente armonica che allenta il ritmo e prepara al colpo conclusivo. Prima la stupenda “Tijuana blues” (progressione psichedelica che ammalia e scuote fin dentro le viscere), poi altri 12 minuti, quelli di “Workings of the great blue swells”, visionaria matassa magmatica che conclude questo lungo, meraviglioso trip. Il consiglio delle note promozionali di casa Nasoni è quanto mai appropriato: play loud indeed! Alessandro Zoppo
CAUSA SUI – Free Ride
Ci avevano sorpresi con un debutto da 8 in pagella, ora ritornano più agguerriti che mai. Parliamo dei Causa Sui, magnifico quartetto danese all’esordio nel 2006 su Nasoni Records. Cambia l’etichetta (la Elektrohasch di Stefan dei Colour Haze), non cambiano le sonorità della band: acid rock ultra psichedelico, una solare, conturbante, immaginifica rivisitazione di chi ha scritto pagine fondamentali di questo genere (leggi Blue Cheer, The Stooges, Monster Magnet). Sette brani per quasi un’ora di durata, un lungo trip che vi farà rispolverare dall’armadio i pantaloni a zampa e i cylum da credenze in disuso.L’avvio acustico della fresca title track è solo un’illusione, ci pensa subito “Lotus” a picchiare duro: una cavalcata hard psych giocata sulla potenza delle ritmiche (Jess - basso -, Jakob - batteria -), le chitarre al vetriolo di Jonas e la voce abrasiva di Kaspar. Altra divagazione acustico/esotica è “Flowers of Eventide”, attimi d’atmosfera che spezzano il ribollire lisergico proprio dei Causa Sui. Momenti di grande musica ‘dopata’ che raggiungono l’apice in due episodi in particolare: i 10 minuti della splendida “White Sun” (fuzz e wah wah si rincorrono nella migliore tradizione ‘hendrixiana’) e l’interminabile trance della conclusiva “Newborn Road”, una jam potente e carica di groove, immersa fino al midollo nello spirito dei 70’s, che sfoggia con orgoglio e ostinazione, fregandosene di mode, trend e pericoli di sterile revivalismo. “Passing Breeze” e “Top of the Hill” completano l’opera con un armamentario psicotropo da far invidia a qualsiasi band stoner/hard/psych: effetti stordenti, cambi di tempo, inserti di flauto, rallentamenti e riprese esplosive. Insomma, il songwriting dei Causa Sui è ancora più a fuoco, questo secondo disco ne è la prova definitiva. Un viaggio in totale, assoluta libertà nei percorsi infiniti della nostra mente. Alessandro Zoppo
CAUSA SUI – Pewt’r Sessions I
Odense come San Francisco negli anni 60. È questa la sensazione che si assapora non appena scorrono le note liquide, avvolgenti e trippy di "Pewt'r Wozniacki", brano d'apertura di "Pewt'r Sessions I". Il nuovo lavoro dei Causa Sui è l'ennesimo viaggio a ritroso nel tempo. Siamo abituati bene dal gruppo danese. Dopo due album ottimi seppur "tradizionali" (il debutto omonimo del 2005 e "Free Ride" del 2007), la svolta totalmente strumentale dei tre volumi "Summer Sessions" catapultava in un universo libertario e infuocato. Un cosmo di jam assatanate e visionarie, una strada sterrata in cui incrociare Grateful Dead e Monster Magnet, Edgar Broughton Band e Earthless, Can e Colour Haze, Blue Cheer e 35007. E chi più ne ha più ne metta. Perché la free form è diventato marchio di fabbrica dei Causa Sui. Che delle mode e delle tendenze se ne infischiano. Tanto da creare una personale etichetta (El Paraiso Records) e far uscire questo nuovo lavoro in formato digitale ed in vinile (edizione limitata a 500 copie). Più anacronistico e controcorrente di così...
Il punto è che il primo volume di queste "Pewt'r Sessions" scorre via che è un piacere. Il lato A del disco si regge sulle spalle di "Pewt'r Wozniacki", dieci minuti a dir poco incandescenti. Rock psichedelico dalla purezza cristallina. "May Sun" suona dolce e fatata e apre le porte ad un paesaggio solare, luminoso. Che "Masted Milk" fa ribollire con riff e partiture ritmiche degne del migliore power rock acido. Il secondo lato si apre con la trance ipnotica di "Streams of Gratitude", flusso che dispone alla detonazione operata da "Mating Call", undici minuti sui quali viaggiare con la mente è un obbligo piuttosto che un consiglio. "Latte Rock" chiude i giochi con una coda space capace di far esclamare anche al più distaccato e distratto degli ascoltatori un sano, allucinogeno: «Cosmico!». Strepitosi Jakob Skøtt, Jonas Munk, Jess Kahr e Ron Schneiderman, coadiuvati per l'occasione dall'amico Rasmus Rasmussen (già con gli altri free form rockers Sunburned Hand of the Man). Il collettivo Causa Sui ha soprattutto un grande pregio: non stancare mai. Impresa ardua scegliendo una formula che per molti può rappresentare una trappola piuttosto che una risorsa. Julian Cope l'ha definito free fucking rock. Parole da sottoscrivere col sangue. Alessandro Zoppo
CELESTIAL – Desolate North
Dal profondo della foresta si levano degli inquietanti suoni, sinistri lamenti ed insidiosi gorgoglii gutturali… Sembra che la natura voglia scatenare la parte più oscura del proprio mistico potere e il progetto Celestial ne sta curando la perfetta colonna sonora: un funeral doom capace di ergere impenetrabili muri onirici basandosi su un claustrofobico ambient che trascina l'ascoltatore nel più profondo degli incubi.Sulla scia di Disembowelment, Skepticism e Thergothon questo one-man-project va a creare un lentissimo dark ambient ricorrendo principalmente all'impiego di tastiere e synth, con l'aggiunta di sporadici effetti di chitarra e recuperando talvolta anche arpe e flauti tipici dei nativi americani. Artisticamente il lavoro è suggestivo e ottimamente realizzato, ma è doveroso chiarire che all'ascoltatore meno "open-mind" questi lunghi pezzi atmosferici rischiano di apparire quasi tutti uguali e terribilmente noiosi. In conclusione, un lavoro indicato ai più misantropi tra voi, che si sentono a proprio agio passeggiando solitari nella notte nell'oscuro delle foreste più recondite… The Bokal
CENTRO BIPOLARE – Rumore su tela
È in uscita in questi giorni "Rumore su tela", primo full-lenght dei romani Centro Bipolare dopo l'ottimo promo d'esordio "Sublime isterico" del 2010. Ed è un progetto particolare, ampio e per certi aspetti ambizioso: siamo di fronte ad un concept album che ha come scopo primario quello di "sonorizzare" ciò che viene trasmesso visivamente da otto pitture (che naturalmente danno anche il titolo ai brani del disco) che i quattro ragazzi della band hanno scelto di utilizzare quali fonti ispiratrici della propria musica. E non sono ovviamente dipinti banali, bensì opere tutte riconducibili all'arte contemporanea: si va da "Portrait of Violette Heymann" del simbolista Odilon Redon, a "Saturno devorando a Su Hijo" dell'espressionista Francisco de Goya, o ancora alla serie del "Ferro" dell'informale Alberto Burri passando da "Tod und Leben" dell'art nouveau klimtiana o dal romantiscismo de "Il monaco in riva al mare" di Caspar David Friedrich, per finire con "Der Nachtmahr" del surrealista Johann Heinrich Fussli.Venendo alla musica, il genere dei nostri non è assolutamente etichettabile: ad accompagnare la visione dei suddetti dipinti i Centro Bipolare ci offrono infatti un autentico calderone di stili e influenze; la loro è musica concepita sì per gli occhi e per la mente, sensoriale, ma è anche fisica e muscolare, dove i più disparati influssi musicali a volte si fondono ed altre volte cozzano tra loro, ora avvolgendo ora stordendo l'ascoltare. Qui il math-core si unisce a certo post-metal e si mescola, ridefinendosi, con sorprendenti innesti jazz o vagamente blues, il tutto condito ed accompagnato da un cantato (in italiano) spesso in screaming che ricorda quello di un certo Mike Patton. In questo mix un posto d'onore potrebbero averlo gruppi come Mr.Bungle o Fantomas, ma anche Meshuggah, Isis, The Dillinger Escape Plan e tanti altri ancora. Menzione particolare anche per l'artwork curatissimo, frutto anche della collaborazione molto stretta tra la band e l'illustratrice Arianna Vairo, che attraverso le proprie creazioni visive fornisce ispirazione ai testi della band, quasi ad instaurarsi una simbiosi tra le visuals dell'illustratrice e le composizioni dei Centro Bipolare, che oltretutto nell'album si avvalgono del synth del musicista Fabio 'Reeks' Recchia, già con NohaybandaTrio, Germanotta Youth e altri. Davvero sorprendenti, e promettenti, i Centro Bipolare. Alessandro Mattonai
CENTURIONS GHOST – A Sign Of Things To Come
Ritengo i Centurions Ghost uno dei prodotti più riusciti tra le ultime uscite metal della I Hate Records. Con la loro fusione di Doom, Black e Death questi oscuri discepoli del metallo sono riusciti a farsi paragonare a nomi illustri come Cathedral, Candlemass, Celtic Frost e Venom! Potete quindi immaginare che il risultato non sia un prevedibile metal o doom, bensì l'equilibrata mistura delle diverse influenze sopra elencate, soluzione capace di portare ad autentiche bordate di cieca aggressività e a atmosfere di epica oscurità a tratti malinconica (vedi lo strumentale Suzanna). L'apice doom si raggiunge probabilmente con la lunga Misery Serenade dall'incedere pachidermico che va ad aprirsi nel finale in un epica cavalcata metallica; degna chiusura affidata all'esplosione finale di The Eight Deadly Sin, coronamento e riassunto di quanto esposto nelle tracce precedenti. The Bokal
CERVIX – Contemplating death
Da Pisa con rumore. Ma quel che esce dalle traccie di questo contemplating death non sembra provenire dalla toscana ma dalla più profonda cavità terraquea. I Cervix si collocano in quello spazio musicale che molti chiamano tortura per l’udito, rumore insensato o inutile supplizio, ma chi ha allenato la propria testa con ampie dosi di drone e powernoise riuscirà sicuramente ad apprezzare questa creatura ambigua e dissonante.Il disco si apre con un campionamento (Radio Maria?) sommerso da un rumorismo tagliente ed acido di stampo industrial powernoise (rimanendo in Italia i riferimenti possono trovarsi negli storici White House e nei Cazzodio; Merzbow per citare un nome conosciuto a più) frequenze grezze manipolate, dissezionate ed orchestrate che fungono da sottostrato continuo al disco. Alternate a traccie puramente rumoristico (mental interference 1/4) si stagliano riff di estrazione sludge ed extreme doom. Parti suonate che spiccano dal mare di cacofonia rimanendo però invischiate nel suono acuminato che colpisce ogni parte del cervello. Molto estrema questa produzione dei Cervix, e molto bravi loro a mischiare due correnti di musica estrema in un amalgama omogeneo e violento, nel continuo sfaldarsi dei confini tra generi musicali i Cervix si scavano un angolo di merito nel fondere powernoise, drone e doom. Consigliato a chi, dopo aver sopportato il drone di Sunn O))) e compagnia bella vuole accostarsi ad un altro genere altrettanto alienante, deviato e deviante. Feferico Cerchiari
CERVIX – In The Red Night A Roar…Slowly, A Chant Began
Cervix, ossia un’altra “entità” che nasce nel putrescente underground estremo e che con gli anni si è spinta verso la sperimentazione anticonvenzionale: i primi funerei, torturati “Teach Your Children To Worship Sludge”e “Suicide Youth” hanno preceduto il noise maggiormente strutturato (ma sempre avventuroso) di “Contemplating Death”e ora, acquisito un batterista stabile in Marek C., il percorso del gruppo di Volterra si addentra nel multiforme giardino dell’avant-garde con “In The Red Night A Roar… Slowly, A Chant Began”.Il quarto disco coniuga glaciali sonorità nordiche, extreme doom, kraut/space rock e psichedelia pesante, dando vita ad un organismo autoctono decisamente suggestivo, e oserei dire per lunghi tratti originale. Le poche note parlano di minimalismo, musica primitiva e Kosmische Musik tedesca, che servirebbero a raggiungere le divinità delle antiche religioni, e l’ascolto, diciamolo subito, mantiene le aspettative, promuovendo la svolta onirica e ‘spirituale’ dei Cervix, che si concreta in tre dilatati brani (tra gli 11 e i 13 minuti) di pregevole fattura, capaci di trasmettere alla mente una continua dose di inafferrabile panismo. La formulazione dell’enigma è affidata all’intro cosmica di “…” che può rimandare sia alle produzioni Cold Meat Industry che a certi intermezzi sospesi nell’oscurità dei Neurosis, tra immoti synth e interventi di arpe, vibrafoni e flauti, che donano un appeal kraut tutto da gustare. L’emblematica “The Path of Oirat”, costruita su catacombale doom (Malasangre, Thergothon), abissale psichedelia (Ufomammut) e soffocato black metal (Burzum), è costantemente arricchita dal ruolo preminente di taglienti synth, dal singhiozzo del flauto e uno studio riuscito degli intermezzi (etnici,dronici, eterei..), e trova la sua chiusura in un distorto loop giocato sul gigantismo dei riff e lo sferzare delle percussioni. In “Oboo” i diabolici contrappunti tra riff smisurati e vibrafono creano dapprima un’atmosfera arcana, su cui si sviluppano striscianti melodie che si prolungano ad intermittenza, tra sintetizzatori e fraseggi funeral doom infarciti di feedback, per poi sfociare in una seconda parte sostenuta da un superbo basso dark/prog. Alla stessa maniera osa “The Water Of Life”, che su un tappeto avant-garde creato dai soliti, numerosi interventi degli altri strumenti, offre durissimo e ipnotico sludge. Di nicchia, ma massimo rispetto Roberto Mattei
Chaos Being – Chaos Being
Album d'esordio per i Chaos Being, quartetto proveniente da Milano formatosi nel 2014. La band è sorta dalle ceneri di un precedente progetto del batterista Alan Sgarella, del chitarrista Marco Bertucci e del chitarrista-cantante Riccardo Zanotti, con l'ingresso in formazione del bassista Filippo Villa. Nella loro proposta è facilmente riscontrabile una forte matrice stoner rock, quello più robusto e d'impatto che guarda ai classici Fu Manchu e Kyuss. Da subito si nota anche una certa similitudine fra la voce di Riccardo e quella del coyote John Garcia (il vocalist stoner rock per eccellenza). Il quartetto va subito al sodo con le dirompenti "Don't Understand" e "Sway", mentre le successive "Oblivious" e "J" presentano alcune caratteristiche tipiche del genere, come l'alternanza fra atmosfere liquido/desertiche e porzioni hard. La title track ha un bridge melodico davvero indovinato abile a smorzare l'impatto di essa. La produzione non è ancora ottimale (specie per le chitarre), ad ogni modo questo genere di musica e sonorità esprimono le loro migliori caratteristiche e potenzialità dal vivo. Siamo certi che on stage i Chaos Being sapranno confermare questa tesi. Marco Cavallini
CHAOS CONSPIRACY – Indie Rock Makes Me Sick
Il crossover nel senso più puro del termine. Finalmente i Chaos Conspiracy hanno trovato la quadratura del proprio cerchio. Dopo anni di gavetta passati in giro tra concerti e autoproduzioni, hanno faticato a lungo lavorando su formula e suoni per arrivare a "Indie Rock Makes Me Sick". Il risultato sono undici composizioni dal piglio risoluto ed energico, suonate con perizia e prodotte con la dovuta compattezza da Carlo Zollo.Uno stile nervoso, concitato, frenetico, che non rinuncia al groove (la title track) o ai tempi in levare ("Surf and Destroy"). In questo album c'è un intero universo: il noise, il funk, l'alt rock più genuino, il punk, il (post)core meno strandardizzato, la psichedelia. Il tutto frullato in un pastone strumentale violento e corrosivo, teso e frammentario, che poco spazio lascia ai compromessi. L'andamento solenne, quasi tendente allo stoner, mitigato dalle aperture dub di "I.O.R. Money" fa il paio con un brano come "1816 (The Number of the Gnome)": episodio che riassume al meglio ciò che sono i Chaos Conspiracy oggi, una macchina da riff schiacciasassi e ritmiche impazzite. Fino ad arrivare alla formula bizzarra che fonde heavy sound, progressive e jazz storto di "Noam Is My Copilot", in cui la tromba di Luca Aquino diventa la penna di Chomsky che condanna pirati e imperatori. Snellendo ulteriormente la formula ed evitando qualche momento di stanca, i Chaos Conspiracy possono ambire alla carica (vuota e insanguinata) di legittimi eredi del rock da guerriglia. Sempre contro e ancora oltre. Alessandro Zoppo
CHAOS CONSPIRACY – Out of place
I watch my face with violence urla Enrico in "Nonentity". Ed è una violenza che scuote quella dei Chaos Conspiracy, aggressività che prende forma in molteplici modi. Stavolta è "Out of place", disco che potrebbe fare il grande balzo nel nostro mercato underground, considerando l'appoggio della Copro Productions e la distribuzione targata Audioglobe. Un sogno che si realizza per questi ragazzi di Benevento, nati dalle ceneri del progetto Intifada e giunti nel 2004 al debutto con un interessante promo di quattro tracce.Il lavoro d'esordio è un concertato di rabbia repressa e istinti innati, prodotto e confezionato in maniera davvero ineccepibile. Certo, i Chaos Conspiracy non inventano nulla di nuovo ma tutto ciò che fanno è vissuto con una volontà ed una forza incredibili. La loro musica viaggia sui fili sottili (e reali) del crossover, per il quale non si intende solo Korn o Rage Against The Machine ma quell'insieme di trame miste e complesse che uniscono groove, (post) hardcore e metal senza alcuna soluzione di continuità. Evidente in tal senso è anche il debito verso band seminali nel genere come Converge, At The Drive In e Refused. Ma qui viene tutto riveduto e corretto, alla luce di una interpretazione che trova in tecnica e songwriting ispirato i suoi punti di forza. Potenza e melodia convivono senza forzature: Enrico ha una voce preziosa, capace di dialogare con le chitarre infuocate di Marcello e di adagiarsi alla perfezione sulle trame sincopate delle ritmiche (Francesco - basso - e Davide - batteria -). Ne sono prova evidente brani come la bellissima "Red mask" o la dissonante title track. "Shadow of the flow", "Sinful mirror", "Prayer for your silence" e "Coldest time" erano già presenti sul vecchio promo e non fanno altro che confermare la bontà compositiva dei quattro, aiutati da una produzione intensa e mai troppo invadente. Ma la vera forza sta anche nell'osare. Gli stop & go dilatati di "Upset eyes", la psichedelia tagliente e rabbiosa di "Cutting brightness", il funky crossover della conclusiva "Chaos" sono tre versanti da approfondire ulteriormente in futuro. Soprattutto per rendere il prodotto ancora più appetibile anche per i non appassionati di tali sonorità. Per ora ci accontentiamo e continuiamo a cullare questo sogno. Give me your eyes when i give you're my dreams give me your eyes when i ask you the lights Alessandro Zoppo
CHAOS CONSPIRACY – Promo 2004
Nati dalle ceneri degli Intifada (del vecchio progetto rimangono in tre: Marcello alle chitarre, Davide alla batteria e Francesco al basso), i Chaos Conspiracy debuttano con una demo che è una piacevole sorpresa. Reclutato Enrico dei Lamia alla voce, le coordinate della band si orientano sulle trame evolute dell’hardcore, del metal e del crossover, andando a toccare i coni d’ombra messi in musica da gente del calibro di At The Drive In, Refused e Converge. Con in più abili tocchi di funky ed un velo di moderna psichedelia.Ma attenzione, qui di personalità ce n’è a iosa, non si tratta di una mera rivisitazione di trend triti e ritriti. I ragazzi hanno le idee chiare e lo mettono subito in mostra con quattro brani compatti e ben delineati, segno della tangibile voglia di osare senza alcun compromesso. Tanto per iniziare, “Shadow of the flow” poggia su un riff assassino e su vocals a tratti esasperate, a tratti soavi, così come le alternanze che si accavallano all’interno del pezzo stesso. Segno di capacità tecniche e compositive di alto livello. “Coldest time” ne è l’ennesima conferma, oltre che la miglior composizione del lotto: chitarre isteriche, ritmiche sincopate ed una linea melodica che rimane subito stampata nel cervello. Così come accade con “Sinful mirror”, anche se orientata su sentieri più crossover e “metallizzati”. A chiudere il lavoro c’è infine “Prayer for your silence”, altra song giocata su atmosfere vellutate e deflagrazioni elettriche. Se ci aggiungiamo una registrazione di ottima qualità, le premesse positive per questi quattro ragazzi beneventani ci sono tutte. Our face have you grave Pray for your silence in the desire Alessandro Zoppo
CHEMICAL CHRIST – Demo Ep
Davvero interessante il secondo demo di questa band genovese formata dal chitarrista/cantante Dario, il bassista Luca (provenienti dai disciolti Sbronzi di Riace) e il batterista Loris, dedita ad uno acid/stoner rock quadrato ma versatile, che non disdegna influenze grunge e hard rock. Se si considera poi che i brani sono stati registrati in presa diretta, emergono le capacità dei Chemical Christ, gruppo dotato già di invidiabile coesione e che sicuramente non fa prigionieri. “Grinder”, “Disguised” e “Old Power Station” (quest’ultima più articolata) sono poderosi e impulsivi assalti rock rinforzati da rifferama stoner, ben cantati e con sezione ritmica precisa, e il risultato ottenuto non è distante da gruppi come gli Shallow, in parte i Supershine e i Celestial Season o i Core più diretti (sempre con le dovute proporzioni !!), o ancora si potrebbe pensare ad una versione senza fronzoli e psichedelica dei Bush . “Chemical Power”, con la sua cadenza spaccaossa inframmezzata da vocals rock/blues, può essere uno dei cavalli di battaglia del gruppo, così come l’emotiva cavalcata di “Hailstone Song” in bilico tra grunge e desert rock.Una buona personalità contraddistingue i Chemical Christ, che tra l’altro stanno componendo nuovo materiale per il loro terzo lavoro autoprodotto; per il momento non possiamo che ribadire il giudizio positivo. Roberto Mattei
CHORIACHI – Mope Variations/Dope Radiations
Se dovessimo cercare qualcuno che esprime il disagio metropolitano, sempre mortalmente ripetitivo di decennio in decennio, cementificando il rock della prima metà degli anni 90 di Kyuss, Melvins, Helmet e Soundgarden sotto un lastricato di durezza sonora paranoica e ineluttabile, allora la scelta ricadrebbe sui Choriachi.Escapismo, droghe, decadente inurbazione, pubblicità vintage ingannevole, sfinimento cerebrale… un cocktail di concretezza e paradisi artificiali che accerchia questo gruppo di freak-stoners bolognesi, nato dalle menti contorte (ma creative) di Luke, Valzilla e Slim che trovano il giusto vocalist in Phil nel 2006, nonché una delle formazioni principali della Cyniclab, etichetta che si contraddistingue per lo scandaglio abrasivo e arcaicamente futuribile delle sonorità heavy-psych. Per fortuna i Choriachi non difettano di autoironia e mantengono sempre il controllo della situazione, cosicchè il loro mix di raw sound, isteria e sarcasmo li porta a sfornare un album di tutto rispetto, che tra sorsi di sottomarche di whisky e interminabili sedute di film di Di Leo e Paolella (riguardatevi il capostipite del filone nuns "le Monache di Santarcangelo" per capire), scorre con la stessa grazia di un cingolato in corsa tra periferie piene di liquami. "Spacemud", "Just A Boy" e "Dogs" affogano tra rabbia, pillole di fango e disperazione i vecchi idoli del duro rock indipendente, mentre "Galaxy 999" è un paranoide strumentale space-psych guidato dall'ottima chitarra di Luke. "Pink Flaming Goes" gode di bellissimi chorus sul brecciato tappeto di riff, e "Cockmother's Blues" tritura a dovere il rumore sudista di Daddy Longhead e Corrosion of Conformity con asprezza e acredine metal-punk, così come "V8", esemplare da questo punto di vista. E se forse "RGB = Plastic Rainbows" non va oltre una tufacea versione dei Kyuss, non possiamo che applaudire al lirismo interiore di "Motor De Chora", e al devastante viaggio psycho di "Mental Travellers" talmente lisergico da rimanerci sotto. Le prime copie al tabasco sono andate esaurite ma non fa nulla, il vinile è davvero una figata col suo artwork di fumetti e spot trash d'antan. Roberto Mattei
CHRISTOPHER WALKEN – Demo EP
Ecco un'altra band proveniente dal capoluogo ligure, i Christopher Walken, già piuttosto apprezzati anche fuori regione per via del suo puro stoner rock, genere che stà vivendo una buona riscoperta in italia dopo aver incendiato parecchi altri circuiti nel resto del continente da un quindicennio a questa parte. La formazione consta di Davide Marrazzo (voce), Mathias Traverso (chitarra), Federico Olia (basso, pure nei Temple of Deimos) e Giuseppe Maritati (batteria), quattro rockers che non vanno tanto per il sottile e che offrono in questo primo EP un positivo showcase di brani sporchi e viscerali, in perfetta linea con quanto ci si possa aspettare da un gruppo che propone rock duro incrostato di groove calcareo. Anche nel loro caso parliamo di incondizionato amore per il versante incorrotto dello stoner e che non apporta chissà quali rivoluzioni, però l'ardore e il feeling di questa prima uscita li promuove nettamente, e sicuramente risultano (di gran lunga) migliori di tanti sterili tentativi di addomesticamento sonoro; inoltre la tecnica esecutiva si rivela ruvida ma buona, e punta sull'assieme come si evince nelle varie "Orione" e "Gods are Adrift", che mescolano suoni scandinavi proto-kyussiani, vecchi Clutch e la sinuosità dei nostri seminali Acajou (a cui i Christopher Walken potrebbero essere accostati per via delle linee vocali). L'hard rock grezzo e melodico di "The Hangman" si trasforma in un macigno nella parte centrale, e il tributo all'heavy-fuzz serpeggiante è offerto da "Who's Evil", brano piacevole e ben costruito.Pure il conciso impatto di "No Nation" porta acqua al mulino dei Christopher Walken e soprattutto "Demons", forse il pezzo migliore. In conclusione una prova convincente, consigliatissima per tutti gli amanti dello stoner primigenio dei primi rudi album che furono di Thumlock, Lowrider, Carn, Awesome Machine e molti altri: ascoltatela semplicemente per quello che è, ossia una totale dedizione ai suoni rocciosi, e pure dotata di un certo fascino. Roberto Mattei
CHROME HELMET – Full Circle
Strano gruppo questi Chrome Helmet. Vengono dal Michigan, sono in giro dal 2002 e hanno due bassi. Carl Wilson (anche voce) si affianca infatti nelle ritmiche a Ryan C. Skeels (basso) e Tony Butchart (batteria). A fornire riff e vorticosi giri di chitarra ci pensa Tony Raines. “Full Circle” è il secondo disco della band, seguito del debutto omonimo edito nel 2004. Un album abbastanza strano perché difficile da classificare: nel sound dei quattro circola di tutto, dall’hard rock dei ‘70s all’hardcore, dall’horror punk alla psichedelia heavy passando per il metal. Immaginate un pastone di Danzig e Kiss, Black Flag e primi Kyuss (quelli di “Wretch” per intenderci) e avrete un’idea – seppur molto limitante – del suono proposto.Sembrano tante 14 tracce eppure scorrono via che è un piacere. Sarà perché molte sono bordate aguzze (l’hardcore di “Tread” e “Numbers in my Head” o il punk ‘cazzone’ di “Westside”) o perché alcuni riff strizzano l’occhio al metal più veloce e coriaceo (vedi la title track). Fatto sta che i Chrome Helmet sanno il fatto loro: picchiano duro, coinvolgono, variano atmosfera con una facilità sorprendente. Se “Eyes Open” giunge a toccare il groove dello stoner, “The Good Rides” e “Poised to Strike” giocano su cambi di tempo e divagazioni dannatamente lisergiche. Spire oscure che producono un piacevole effetto stordente, come quello del sigillo conclusivo, la sghemba, possente “Final Say”. Merito anche della produzione, effettuata da Randy Wilson. Da segnalare infine la grafica di Mark Dancey, noto per i suoi lavori con Big Chief e Soundgarden (avete presente la copertina di “Badmotorfinger”?). Alessandro Zoppo
CHUCK NORRIS EXPERIMENT, THE – …And The Rest Will Follow
Formati da membri di Rickshaw, Taurus e Tiamat, gli svedesi The Chuck Norris Experiment si pongono in perfetta linea con la scena scandinava conterranea, capitata dai vari Turbonegro, Hellacopters e via dicendo, portando avanti un rock’n’roll con venature punkegganti e garage condite da un’indole dannatamente da “party all night”. And the rest will follow è un vero e proprio inno al rock da sabato sera, di quello scanzonato, ma non troppo, che ti mette addosso tanta voglia di scatenarsi e lasciarsi andare. Registrato nel 2006 il disco vede la luce un anno dopo in tutta la sua carica esplosiva: brani brevi e immediati, di quelli che ti si stampano subito in fronte, melodici al punto giusto e con linee sempre azzeccate e vincenti. Una formula di sicuro effetto, spesso abusata ma che i TCNE riescono a far propria con intelligenza e personalità, senza mai rivelarsi banali o scontati, per quanto prevedibili. Si sente insomma che dietro a questo progetto c’è gente con una certa esperienza e che sa come fare bene il proprio lavoro, anche una volta svestiti gli abiti ufficiali e indossati quelli da sfrenato rock’n’roll. Un piacevole ascolto per svuotare la mente da qualsiasi pensiero e lasciarsi travolgere da un po’ di energetico e adrenalinico r’n’r! Marco Negonda
CHUCK NORRIS EXPERIMENT, THE – The Chuck Norris Experiment
Uno dei nomi più belli (o più insensati?) della storia del rock. No, non c'entra nulla Walker Texas Ranger, anzi. Qui siamo nei territori incandescenti dello scan rock, quello più ruspante ed esplosivo. Autori ne sono questi cinque simpaticoni dietro i cui nick (Chuck Rooster, Chuck Lee Riot, Chuck Reynolds, Chuck Baker, Chuck Ransom) si celano membri di Rickshaw, Tiamat e Taurus. E suona abbastanza strano un disco del genere se si pensa ai Tiamat, ma tant'è… sappiamo bene che la cultura musicale svedese porta a fare di tutto.Eccoci dunque dinanzi ad un lavoro di puro ed incontaminato rock'n'roll, quello che non tramonterà mai e che nonostante i revival (posticci o meno che siano) mai passerà di moda. Non aspettatevi novità, l'esperimento Chuck Norris non inventa alcunché, picchia forte e duro lasciando spazi nulli all'innovazione. Ciò che ne viene fuori è una mezz'oretta di sano divertimento, quello buzzurro e pasticcione, colorato però da suoni coinvolgenti e melodie a presa rapida. Pezzi come "Senorita (Lookout)", "I'm the law" o "Reason for my bad" hanno un tiro micidiale, vomitano rock'n'roll selvaggio, grezzo e senza tanti fronzoli, che attraversa tutta la storia dell'hard partendo dalla cruda realtà industriale degli Stooges e arrivando al perverso e colorato mondo dei Turbonegro. Nel caso di "Little demon", "Go heavy (On the honey)" e "Speedfever" i riff rocciosi si accoppiano a vocals lascive: predominano tanta melodia e la giusta attitudine scanzonata che rende l'atmosfera ideale per scendere in strada e lasciarsi andare al delirio alcolico. Insomma, Kiss e AC/DC e ne sarebbero fieri... Ma va sottolineato anche un brano come "Radioshadow", dove le sonorità si fanno spesse e fumose, andando a toccare i lidi dello stoner e dell'hard rock muscoloso, come se i Kyuss finissero in un'orgia elettrica in compagnia di Bad Wizard e Roadsaw. Tutto questo sono i Chuck Norris Experiment, un progetto che ci auguriamo duri più a lungo di un solo disco. In tempi oscuri come quelli di oggi gruppi del genere sono sempre i benvenuti! Alessandro Zoppo
CINDERELLA’S LEPROSY – All Gone Off
Prima release autoprodotta per i marchigiani Cinderella's Leprosy, fautori di uno stoner rock strumentale pesante e ossessivo, spesso ai limiti del noise rock lo-fi più metallico, per un discreto risultato finale (anche a livello di registrazione non ci si può lamentare). La band di Jesi propone otto brani tirati e ricchi di variazioni nei quali, come spesso accade per il nostro underground più profondo, vengono triturati dei grezzi minerali, estrusi da Kyuss ed Helmet quasi in egual misura, al fine di lasciare pietrificato l'ascoltatore. Convivono così ottime intuizioni e soluzioni in parte acerbe e migliorabili, ma per gli estimatori di queste sonorità al catrame non si tratterà di tempo sprecato: le varie "Giocondina", "God's Food", "A Riddle" e "The Rose", "Four Skilful Brothers" sono tutte giocate su riff paranoidi e urticanti e base ritmica solida e sufficientemente dinamica, senza badare a tante sottigliezze. Da ricordare anche le accerchianti "Maid Maleen" e "Three Languages", venate di energia post-punk e bordate stoned che causano un bel capogiro. Ancora da raffinare, ma le basi potrebbero portare a sviluppi interessanti. Roberto Mattei
CIRCLE OF WITCHES – Damage A Trois
Gli zozzoni dello stoner rock sono tornati. Nuovo ep per i salernitani Circle of Witches, giunto dopo l’apprezzato ‘Holyman's Girlfrienz’ del 2007. Altri quattro brani per ribadire che la trasgressione e il party metal non sono solo di casa Turbonegro, bensì tra le mura di qualsiasi garage in cui ci si sappia divertire. Tra lo stoner classico (marca Fu Manchu, primi Queens of the Stone Age), il rock assatanato di Motorhead e AC/DC e fiere impennate metal, Mario (chitarra, voce), Joe (basso) e Sal (batteria) ci sputano addosso rutti e rivoli di birra, riviste porno e sguardi laidi.Un voyeurismo compiaciuto e fiero, che si fa beffe di tutto e tutti. Perché lì dove la tecnica o la composizione non arrivano, ci pensano simpatia e sano anticonformismo. Doti che rendono brani come ‘Desert Surfer’ e ‘Devil’s Dance’ non il massimo dell’originalità, ma inni al cazzeggio e a quello spirito rock che non si vuole far ammuffire in cantina. ‘Transvestite Beach Bar’ è il singolo ideale da passare in radio per sconvolgere i benpensanti. ‘Atomic Rainbow’ chiude il cerchio con un approccio metal che sperimenta nuove soluzioni melodiche e si accosta addirittura a certi Amorphis. Consigliamo ai Circle di organizzare un tour mondiale con i Carcharodon di Savona, alfieri dell’italico macho metal: sesso selvaggio, alcol, amenità assortite faranno la felicità dello spirito depravato che alberga nascosto in ognuno di noi. Alessandro Zoppo
CIRCLE OF WITCHES – Holyman’s Girlfrienz
Rock folle, perverso e sporcaccione quello dei Circle of Witches. Agguerrita band proveniente dalla provincia di Salerno, i cinque si formano nel 2004 e dopo la classica trafila di demo ed esibizioni dal vivo giungono nel 2007 all'esordio auto prodotto sulla lunga distanza. "Holyman's Girlfrienz" è un campionario di stoner godereccio, porno rock e dirty metal. Molto divertente da ascoltare sbronzi o nel bel mezzo di un festino scatenato. Anche perché i brani hanno un tiro pazzesco ("Fetish Lova" può diventare il vostro inno da party, "Evil Rider" la perfetta fusione tra punk, rock'n'roll e groovy thrash che si insegna dai tempi degli SOD) e gli intermezzi - anche se superflui e spesso gratuiti - assicurano il dovuto divertimento.Unico neo la registrazione, a tratti troppo piatta e monocorde, con particolare notazione negativa per i suoni di batteria, degni emuli dei rullanti di Lars Ulrich in 'St. Anger'. Detto questo, i dodici brani del cd scorrono via che è un piacere, tra bordate calibrate e cariche di groove ("Mala Suerte", la title track) e momenti ragionati dove prevale l'approccio heavy psichedelico ("In the End…", la pazzia declamatoria della conclusiva "Snakes' Old Man"). Invitiamo tutti gli ascoltatori ad entrare nel cerchio, da questo circolo gastro esoterico è difficile uscire… Alessandro Zoppo
CLEPSYDRA – Tropicarium
Perfettamente calati nel mood di Woodstock del 1969, i Clepsydra sono una band calda. Nati nella provincia teramana, precisamente a Giulianova, arrivano al quarto album, "Tropicarium", freschi come una rosa. Il songwriting di Fabio Di Gialuca risulta sempre appassionato ed ispirato: meglio quando riferito a Jimi Hendrix come nell'apertura di "The Witch", meno nelle sue gradazioni pop ("Port Huron" è più vicina ai Supertramp di quanto non ci voglia far credere) che qua e là punzecchiano la natura intimamente blues rock dei brani. Gli stili variano secondo gli umori del gruppo.
Si può passare tra le dune del deserto, senza mai avere allucinazioni psichedeliche, con "Sahara Freaks", "Jerry the Pine" e "Like Nowhere Else", o palleggiare tra i movimenti tex mex di "Bus to Mijas" e sprigionare la violenza hard rock di "When the Bottle Is Gonna Finish" e "The Legendary Battle Between Pazoleros and Tobago Seals". Risultando del tutto coerenti. Merito sempre del buon Fabio che con la sua voce infonde armonia e legami tra le varie canzoni, senza dimenticare che anche il resto del gruppo viaggia su livelli altissimi (Mattia e Danilo sono una sezione ritmica di garanzia e Sandro colora il sound con i suoi tocchi di piano Rodhes e organo). Come sempre la provincia italiana è da tenere in vista se si vuole farsi sorprendere dalla buona musica. Eugenio Di Giacomantonio
CLOUDS TASTE SATANIC – Dawn of the Satanic Age
Epico è il giusto termine per descrivere "Dawn of the Satanic Age", nuovo album dei newyorkesi Clouds Taste Satanic. Appena scesa la puntina sul bel disco splatter rosso/verde siamo davvero davanti al fuoco di un sole nascente dagli Inferi: marce tribali rallentate, chitarre ultra distorte e una sensazione diffusa di condanna al peggiore girone dantesco. Sintesi concettuale di quello che ci aspetta se vincerà Trump alle prossime elezioni americane o esplorazione delle intricate e complesse relazioni umane del nostro tempo oscuro, non è dato sapere. Ma Scavuzzo, Bay, Weintraub e Acampora hanno costruito un disco dal fascino tetro, dominante e abominevole. Convogliando il tutto in una soluzione strumentale dal grande fascino evocativo.
Si parte con "Enthroned" e la mente si rivolge ad un incrocio fantastico tra i Manowar rallentati e i mai troppo compianti Reverend Bizarre. Altissima dose di furore vichingo, insomma. Il trait d'union con la successiva "We Die We Live" (Electric Wizard sì, ma con parsimonia) è il solo di chitarra a cavallo tra i due pezzi. Una trovata bella e riuscita. Chiude la facciata "Retribution", che richiama vecchi istigatori alla trance doomotica, ovvero gli Sleep, numi tutelari dei Clouds Taste Satanic nelle prime due uscite e che qui riemergono soltanto a corollario. Girata la facciata ritorna lo stile di Matt Pike, questa volta con l'altra sua creatura, gli High On Fire. Anche se "The Brocken" mostra qualche contaminazione altra che sposta il focus verso l'armonia e il tocco di classe, oltre che puntare alla furia belluina. "Just Another Animal" e "Demon Among the Stars" chiudono il concept verso il buio più tetro, partendo dai padri fondatori Black Sabbath ed arrivando al terzo canto dell'Inferno di Dante, citato all'interno della copertina. "Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e 'l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate". Mai parole furono più azzeccate. Eugenio Di Giacomantonio
CLOUDS TASTE SATANIC – To Sleep Beyond the Earth
Sembrano a disagio i Cloud Taste Satanic con il minutaggio solito dei supporti. Che siano vinili o CD il tempo a disposizione risulta sempre limitato perché loro, se potessero, suonerebbero lo stesso riff per ore, giorni, mesi o addirittura anni. I quattro tempi che compongono il loro debutto intitolato "To Sleep Beyond the Earth" (titolo che porta in dote due nomi di band a cui si deve molto) sono un monolite alla stessa maniera di "Jerusalem" degli Sleep. Anche se il riferimento risulta inarrivabile (soprattutto in termini legati al contesto storico e alla capacità di pensare un prodotto del genere nel 1999), i nostri non sono affatto dei plagiatori. Hanno assimilato e digerito la lezione ventennale dello stregone del Dorset e alla stessa maniera sono riusciti ad amalgamare la staticità drone/doom con i colori acidi di una psichedelia deviata. Ma non è tutto o, meglio, non è solo ed esclusivamente questo.
La chiave strumentale delle composizioni targate Cloud Taste Satanic permette alleggerimenti inaspettati. Cosa che accade intorno al decimo minuto e magicamente il crogiolo infernale preparato sfuma nei contorni dolci del continente immaginario nominato Australasia. Ma come si sa, è sempre la quiete a presentarsi prima della tempesta. Ancora non siamo usciti a riveder le stelle che subito una mano demoniaca ci riporta negli abissi. E siamo solo al giro di boa. Quello che rimane risulta ancora più ossessivo ed arcigno. Suonano le campane a morto e le chitarre si fanno diafane, ricordandoci che estremismo doom nei mid-Nineties voleva dire anche Earth, band con un giovane Dylan Carlson distorto ed intossicato. Cosa resterà di questi anni 90? I Cloud Taste Satanic danno una risposta in ambito heavy. Menzione particolare per la copertina che riprende un certo connazionale di nome Giotto di Bondone. Eugenio Di Giacomantonio
CLOUDS TASTE SATANIC – Your Doom Has Come
La grandezza (e quindi, di conseguenza, la bellezza) di un gruppo come i Clouds Taste Satanic sta nell'attenzione che dedica alla propria espressione musicale. A partire dal bell'involucro in cui confeziona un vinile splatter bianco/rosso/nero, con due rispettivi dipinti di John Martin ("The Last Judgment" e "The Deluge") nei quali l'umanità intera è chiamata a rispondere dei propri peccati, fino ad arrivare allo specifico musicale, dove siamo passati da "Dopesmoker" a "The Art of Self Defence". Il precedente album, "To Sleep Beyond the Earth", ci proiettava in scenari spaziali dentro navicelle cariche di THC alla scoperta dello spazio profondo. Il magma veniva tessuto in tre quarti d'ora di one riff/one song e segmentato in quattro spezzoni più o meno correlati. La storia viene ripetuta nel primo lato di questo nuovo "Your Doom Has Come", dove la title track, spalmata per l'intera durata del lato, viene frammentata in tre mini-suite, vicine ma non circolari. Con prologo/sviluppo/conclusione, si è voluto produrre il concetto di fine del mondo in materia sonora.
È aumentata di certo la violenza a scapito dell'ambientazione, merito anche della masterizzazione curata da Alan Douches (High On Fire, Mastodon, The Atomic Bitchwax, Chelsea Wolfe, Torche, Motorhead); si ha un'evoluzione della composizione ("Beast From the Sea") nell'architettura stilistica, che segue scenari in continua mutazione e non ristagna nella monoliticità. Discorso riconfermato quando rovesciamo il vinile e si ascolta il lato B. "Out of the Abyss" ha più di una vena metallica e se non fosse per la propensione verso una scelta strumentale, ci aspetteremmo il ruggito di Matt Pike da un momento all'altro. Si fa più ricco il contesto dinamico: ad assalti proto metal seguono rallentamenti pachidermici dove è più che scontato fare riferimento ai padri fondatori Black Sabbath. E con questi viene introdotto il discorso del doom, non solo come ortodossia di genere, ma come vero e proprio caleidoscopio di umori che battezza nella lentezza le diverse emozioni umane ("Dark Army"). Il finale di "Sudden… Fallen" invece di affrancare la psiche dell'ascoltatore, materializza ancora di più i demoni dell'inconscio, lasciandoci storditi e alienati, persi dentro i feedback distorti.
Come recitano le note della cartolina introduttiva, "Your Doom Has Come" trae ispirazione dal lato oscuro del "Book of Revelation" (per noi "L'Apocalisse di Giovanni"), parte finale del Vangelo dove vengono descritti le più atroci punizioni a seguito dei nostri peccati. Certo, non una visione confortante, ma di grande potere evocativo, soprattutto come monito per dove stiamo dirigendo questa sbandata umanità. Eugenio Di Giacomantonio
CLUTCH – Blast tyrant
I Clutch fanno centro. Se con questo disco non raccolgono finalmente un successo planetario, come io mi auguro di tutto cuore, allora faccio davvero armi e bagagli. Un album completo e perfetto sotto tutti i punti di vista, in primis il songwriting. Dopo dodici anni di attività e sei album, tra cui non dimentichiamo l’ottimo ‘Elephant Riders’ le canzoni qui contenute decollano una dopo l'altra - forse il difetto maggiore del precedente 'Pure Rock Fury' - all'insegna di un blues rock concitato e turgido come un membro in perenne eccitazione, rispettoso della tradizione centenaria del genere ma dotato di una carica di energia che possono fare facile presa sulla generazione attuale. In fondo i Clutch rimangono depositari di quel sound americano conservatore, da bianco redneck fiero della sua stessa ruvidità (e per rendervi conto del contesto perfetto della band guardatevi il video di 'The mob goes wild'). Blast Tyrant non ha un attimo di esitazione nè di calo, tiene per tutta la sua durata un tiro altissimo confermando che l'ascolto di un lavoro della band americana è quanto di più simile ad un amplesso rock. L'apertura affidata a Mercury è da manuale. Una canzone maschia e rude che ha la particolarità di implodere su sè stessa lasciando sorpresi; Profits of doom invece va dritta al dunque e stende un ritornello potente e carico di groove; The mob goes wild si lancia nel boogie-rock sudista, solo il primo in ordine di scaletta giacchè tutto il lavoro ne è impregnato. Un paio di episodi lasciano prima a bocca aperta e poi innescano un'irresistibile scarica adrenalinica. Sulle note di Promoter e La curandera - protagonista anche un organo - ho avuto la fortissima tentazione di fare pogo contro il muro! Con English pounds i Clutch si costruiscono uno spazio strumentale giocando con i vuoti e la tensione che un trio rock, con l'aggiunta di un organo, può creare solo se ha uno spirito libero. La performance di Neil Fallon è come al solito rocciosa ma il grande ‘plus’ sta nelle melodie (vedi per esempio la forte espressività su Ghost). Il lungo periodo passato sui palchi ha giovato tantissimo alla compattezza dei nuovi brani, ricordo che ne proposero alcuni di questo nuovo disco e rimasi a bocca aperta. Bè, su disco hanno lo stesso impatto e freschezza. Odio fare già bilanci per quest’anno ma ‘Blast Tyrant’ è in prima fila. Francesco Imperato
CLUTCH – Earth Rocker
Indicato da molti come uno degli album più attesi dell'anno, ecco "Earth Rocker", decimo disco in studio per i Clutch. Il quartetto del Maryland, forte di una ventennale esperienza alle spalle, torna con un full-lenght a quattro anni da "Strange Cousin From the West". La band viene spesso associata alla scena stoner rock, analisi non del tutto esatta: i Clutch sono un gruppo rock nel senso ampio del termine. Nati in un'era cui stava cedendo il passo l'epopea grunge per dar spazio all'allora nascente e luminosa stella stoner, i Clutch seppero inserirsi a cavallo tra le due ondate, creando un sound a sé stante e finendo col divenire uno dei più importanti gruppi in seno all'hard rock alternativo e sicuramente un importante riferimento per le successive stoner band. Merito anche del seminale secondo album omonimo del 1995, lavoro emblematico capace di inglobare elementi che vanno dal groove metal al rock blues, passando per emanazioni funk, tinte southern e hard rock. Pur facendo incetta di fuzz e wah pedal, i quattro hanno soltanto sfiorato la psichedelia, fattore che ricollega ad un'errata idea d'associazione con il mondo prettamente heavy psych.Negli anni i Clutch hanno accentuato la vena bluesy e funk, virando quindi in quel contesto groove che ha consolidato il loro stile, caratterizzato dalla voce calda, energica e robusta di Neil Fallon, oltre ai puntuali e granitici riff di Tim Sult. Senza ovviamente dimenticare il grande lavoro dell'impeccabile sezione ritmica, Jean-Paul Gaster e Dan Maines. Altra dote in favore della formazione sono le liriche spesso acute, surreali, dissacranti e mai casuali. Una classe che si riscontra anche in alcuni progetti paralleli quali gli strumentali The Bakerton Group e The Company Band. Per fugare eventuali dubbi, "Earth Rocker" è ricco di momenti groove heavy funk grazie a canzoni immediate quali la title track, "Crucial Velocity" e "Mr. Freedom". L'hard blues southern va forte con "D.C. Sound Attack! " e "Unto the Breach" (Tim Sult sugli scudi!); "Gone Cold" è un gioiellino psych blues tra gli apici dell'album e raro momento intimista. Con "The Face" si arriva allo stoner rock che qualcuno attendeva, "Book, Saddle, and Go" è semplicemente una grande song tra hard rock e lievi emanazioni desert, mentre "Cyborg Bette" è un altro momento che fila via senza deludere. "Oh, Isabella" è il brano più lungo del lavoro (soli 5.18 minuti): forse la breve durata del disco ne è la nota meno positiva. Tuttavia è proprio "Oh, Isabella" a mettere ancora in mostra la facilità tecnico compositiva dei quattro, che prepara alla grande chiusura di "The Wolfman Kindly Requests...". I Clutch non deludono le aspettative e ci consegnano l'ennesimo grande album che con tutta probabilità sarà tra i lavori più celebrati in questo 2013. La band non presenta grandi innovazioni: la formula è quella già sperimentata nel corso degli anni, "Earth Rocker" suona Clutch ed è ciò che i fan si aspettano. Grandi canzoni dall'innegabile gusto ruffiano e mai banale: un termine di paragone potrebbe essere "Blast Tyrant", nel quale la vena groove era molto accentuata. Attenzione, insomma: i Clutch non ripetono sé stessi. Semplicemente, proseguono ad essere i Clutch. Antonio Fazio
CLUTCH – Live at the Googolplex
Il live album è un passo importante per ogni band che si rispetti. Questo momento fondamentale nella carriera di un artista giunge anche per i Clutch, uno dei gruppi più particolari ed originali in circolazione. La loro fusione di stili e registri differenti (dallo stoner al crossover, dal funky all'hardcore) li ha resi un fenomeno unico nel panorama sonoro odierno, senza contare gli enormi riscontri di pubblico e critica ("Pure rock fury" è stato proclamato disco del 2001 dall'illustre CMJ). Questo "Live at the Googolplex" riassume il meglio della produzione dei Clutch, estratto dalle oltre 200 date che la band compie ogni anno in giro per il mondo. Tutto il repertorio viene eseguito con carica e potenza, soprattutto da due elementi fondamentali della formazione: il singer Tim Fallon, autentico uragano dalla voce straziante ed intensa (nonché autore di testi intelligenti, dissacranti, poetici e surreali), e il chitarrista Tim Sult, il quale strapazza la sua sei corde con riff granitici ed effetti stordenti. Ovviamente non va dimenticato il background composto dal basso slabbrato di Dan Maines e dal drumming selvaggio di Jean-Paul Gaster, una sezione ritmica di tutto rispetto. Dall'inizio di "Who wants to rock?" fino alla conclusiva "The soapmakers" è un alternarsi di momenti tirati (l'hard rock robusto di "Sea of destruction" e "Immortal", la furia di "Impetus" e "12 Oz. epilogue") e divagazioni sorprendenti (basta ascoltare i dialoghi di basso e chitarra su "Careful with that mic…" o gli ipnotici giri dub delle due "Big news"). Peccato solo per "Spacegrass", uno degli episodi meglio riusciti della discografia dei Clutch e qui purtroppo non presente. Un disco che mostra la grande grinta del quartetto del Maryland, autore di performances spontanee, soavemente brutali e proprio per questo davvero eccitanti. Chi ha avuto modo di vederli dal vivo qui in Italia ne sa qualcosa… And now, who wants to rock? Alessandro Zoppo
COFFEE GROUNDS – Demo 2006
Quando i neri artigli del destino ghermiscono la nascita un'opera e la rendono incompiuta: i Coffee Grounds erano un promettentissimo gruppo milanese fondato e guidato dal chitarrista Federico Oddone (Sottopressione, GHCP e Maze) nel 2003, appassionato musicista - oltre che di hardcore - anche di autentico stoner rock, che con una line up di tutto rispetto giunge due anni dopo alle sessions del primo mini-cd, progetto a cui si deve rinunciare per i primi forfait nella formazione.Dopo un periodo travagliato, il gruppo rinasce di lì a poco, e pare finalmente stabilizzarsi attorno al batterista Riccardo A., il bassista F. Alba (dai Veracrash) e il singer italo-inglese Timothy Moore. Partecipano al secondo volume della compilation Desertsounds (che rimarrà però solo in versione download), per poi agganciare Arthur Seay (Unida, House of Broken Promises), proprio quando hanno pronti i 12 pezzi del full-lenght "This Is what You Get". Iniziano le registrazioni, ma ancora una volta dissapori interni lasciano il tutto lettera morta, mutilando il futuro disco dopo appena le prime versioni di tre brani. Altra terribile mazzata, e Oddone iperterrito imbastisce l'ennesimo cambio con membri di Sottopressione e Kaos Lord, questa volta però è la mancanza di una voce carismatica a portare alla deriva l'ultima incarnazione del gruppo, e il bottino dei Coffee Grounds si ferma a questo demo-pre album, palese tributo sonoro dell'underground italiano dei primi anni duemila all'heavy psichedelia... La linea tracciata dallo stoner rock del dopo Unida e diretta verso il neo-hard rock che sarà di Mother Misery, Dozer, Generous Maria e Cowboys & Aliens (e in precedenza di Celestial Season ed altri), con un tocco di rock-psych e fiammate hardcore, è la zona rossa in cui prende corpo la musica dei Coffee Grounds, che sarebbe stata in perfetta sintonia con quanto usciva parallelamente dagli altri studi europei, tra sensazioni di 'big life' quotidiana e suggestioni sparse tra California e Scandinavia. Un breve, lacerante feedback disvela l'epico hard stoner rock di "N Song", tra riff eccellenti e trasudante groove, grazie anche ai refrain debitamente mutuati dal calore del rock classico. Potenza, melodia, fantasia e songwriting ci sono tutti (e oserei dire più di alcune celebrate new sensations), positive caratteristiche confermate da "Nothing Left to Break", impostata sulla dicotomia tra rifferama psycho-trance e glitteroso hard rock, zeppa di splendide incitazioni, e un altro serbatoio colmo di robotico rock'n'roll è "Jungle Psycho": heavy rock moderno e psichedelico di gran caratura, che gode di una sezione ritmica potentissima, con intermezzi tra Fu manchu, crossover e hard '70. Si grida ancora vendetta, ma forse non tutto è perso per i Coffee Grounds. Roberto Mattei
COFFINS – Buried Death
Il Giappone costituisce ormai da tempo una fucina inesauribile di talenti. Pensiamo, ad esempio, ai fondamentali Boris o agli Acid Mothers Temple, ai Church Of Misery o ai sottovalutati Envy per passare al sound introspettivo dei Suishou No Fune, giusto per citarne alcuni. A questa schiera vanno inseriti a pieno titolo anche i Coffins.In giro dal 1996, la band ha all’attivo tre album più una svariata serie di demo ed ep; il nuovo lavoro, uscito recentemente, si intitola “Buried Death” e diciamo subito che non si discosta di molto dalla loro tipica miscela di death, sludge, hardcore e doom sulfureo. Quindi, se vogliamo, niente di veramente nuovo ma il gruppo riesce abilmente a trovare un bilanciamento tra tutti questi generi facendo risultare la proposta più che interessante. Se ci addentriamo nei brani vediamo che l’iniziale “Under the Stench” parte in maniera lenta per poi trasformarsi in uno sludge death molto ben costruito. La titletrack ha invece un'andatura decisamente hardcore. La voce di Uchino (unico sopravissuto della line up iniziale) è morbosa e spettrale e rammenta tipicamente quella di un gruppo death splatter. In certi casi ci si avvicina anche ad alcune cose dei Carcass più truculenti. Una citazione va fatta per “Cadaver Blood”; pensate ad una mistura tra (appunto) la band di Bill Steer e la follia degli Eye Hate God il tutto avvolto in un magma malefico davvero impressionante. Qualcuno ha detto che i Coffins riescono a far sembrare una band come i sopraccitati Church Of Misery delle educande. Onestamente non lo posso dire dato che non ho mai visto questi ultimi in sede live dove pare diano il meglio di sé. Ho però ascoltato attentamente questo “Buried Death”... Beh, credo sia una bella lotta! Maneggiare con cautela. Cristiano "Stonerman 67"
COFFINS – The other side of blasphemy
I Coffins sono un terzetto giapponese e “The other side of blasphemy” rappresenta il loro secondo album dopo il debutto “Mortuary in darkness”. Rispetto all’esordio nulla è cambiato; questo disco è infatti un concentrato di marcissimo doom/death metal che richiama la lezione dei grandi Autopsy. Volendo essere brevi e cinici potremmo liquidare i Coffins come una versione doom degli Autopsy di “Mental funeral”; il trio ne riprende totalmente le caratteristiche, estremizzandole al massimo. Non fatevi ingannare dall’iniziale e movimentata “Blood and bone” (echi degli Obituary si odono in lontananza), in quanto la successiva title track rallenta immediatamente l’andatura, immergendosi in campo ultra doom.Il passo si fa mortifero e la pesantezza raggiunge livelli asfissianti. Ne seguono l’esempio le ottime “Evil infectioin” e “Destiny to suffering”, songs in grado di catturare l’attenzione dei doomsters come quella dei fanatici del death metal lento e devoto ai primissimi anni ’90. L’adesivo stampato in copertina parla di “orrifico ed abissale death metal di stampo antico”, ma lasciateci dire che è anche molto più facile che un fan di gruppi come Electric Wizard, Warhorse e Burning Witch troverà di che godere ascoltando questo disco piuttosto che dedicarsi a gruppi come Candlemass, Solitude Aeternus, Trouble e tutto il doom epico in generale. I Coffins sono un perfetto ibrido fra il doom e il death, un ibrido già sperimentato in passato da altre bands (Autopsy, ma anche Winter, Asphyx, Viogression, certe cose dei primi Obituary); questi giapponesi non inventano nulla di nuovo, semplicemente si cibano della lezione impartita da altri. Ma lo fanno con una “classe” e un’attitudine uniche al mondo. Marco Cavallini
COLLOQUIO – Si muove e ride
“Si muove e ride”: un titolo enigmatico, criptico se vogliamo, dando anche uno sguardo alla copertina. Soprattutto un titolo strano, perché questo disco rappresenta l’antitesi del ridere e dell’allegria. Colloquio sono un progetto di Gianni Pedretti, artista bolognese capace come nessun altro di trasmettere il mal di vivere in musica. Non parliamo di doom, dark, gothic e similia. Colloquio risultano cento, mille volte dannatamente più neri di quanto la scena ‘dark’ abbia sfoggiato negli ultimi anni. Parliamo di una musica malinconica poggiata prevalentemente su synths, capaci di note avvolgenti nel loro ipnotico incidere.Una musica venata da un sottile, onnipresente senso di abbandono e nostalgia, una musica in grado di cullare ed abbracciare i sensi. Complementari alla musica sono i testi di Gianni, abile nel trascrivere in parole i propri pensieri e le riflessioni su una vita, un’esistenza forse non voluta, e per questo accettata con la consapevolezza che il suo corso apparirà lento e sfiancante. Vere poesie che si sposano ed incastrano a meraviglia nel tessuto musicale, formando come degli acquerelli dai colori mesti, quasi sbiaditi nel loro grigiore. Musicalmente “Si muove e ride” è l’album più vario ed elaborato di Gianni, aiutato dal supporto e dal lavoro in studio di Sergio Calzoni (leader degli Act Noir), che ha donato al disco intero un’atmosfera dai toni impenetrabili nella loro oscurità. Il trittico centrale composto da “Il pozzo” (dedicato alla tragedia di Vermicino, impossibile ancora oggi non rimanerne scossi), “Si muove e ride” e “Tra queste mura” rappresenta il cuore del disco, un cuore solitario ed abbandonato che poggia il suo battito sulla tristezza e il malcontento totali. Un disco atto a dare conforto e certe risposte a quelle persone che sanno che la vita non è rosa e fiori, e che anzi sentono quotidianamente su sé stesse le spine del gambo che feriscono il corpo e, soprattutto l’animo. Per queste la speranza è abbandonarsi all’ascolto della magnifica “Ogni giorno” e capire quanto possa essere piacevole l’abbraccio della malinconia; una malinconia vasta come l’oceano. Marco Cavallini
COLOSSA – Colossa
Cinque pezzi freschi ed intriganti per gli olandesi Colossa, terzetto di Utrecht che sforna un ep godibile dall'inizio alla fine. È innegabile come una influenza primaria dei Colossa sia da attribuire a Josh Homme ed ai suoi QOTSA, e l'opener "You Get Me High" non fa nulla per nasconderlo: chitarra incisiva e ficcante, sezione ritmica serrata e nervosa e linee vocali accattivanti.L'ep rimane sulle stesse coordinate tranne che per l'ottima "Siren" dalle ritmiche spezzate e dalla coda rutilante. Nulla di incredibilmente innovativo quindi ma bisogna ammettere che, per quanto possa risultare derivativo, questo ep si lascia ascoltare benissimo e risulti anzi a tratti entusiasmante. Peccato per la breve durata perché se i Colossa avessero mantenuto questo livello per un full lenght ci saremmo trovati di fronte ad un perfetto disco da ficcare in macchina per iniziare con la giusta attitudine una serata ad alto contenuto di divertimento. Da segnalare poi il bellissimo artwork ad opera dell'artista olandese Sly Masmeijer. L'ep è acquistabile esclusivamente in formato mp3 tramite la piattaforma Bandcamp con offerta libera a partire da 1 Euro! Davide Perletti
COLOUR HAZE – CO²
CO², anidride carbonica, componente dell’atmosfera nel rapporto di 1 litro su 2500 litri di aria (in proporzione maggiore provoca avvelenamento alla respirazione). Ma questa CO² non è tossica, anzi è lenitiva e l’assunzione in grandi quantità (unità di misura: loop, multiplo del loop = 1 heavy rotation) non può che fare bene. L’elemento chimico in questione gode di alcune proprietà: innanzitutto è capace di modificarsi ed è molto malleabile, adattandosi ad ogni situazione di ascolto. In secondo luogo è multiforme, perché ora è efficace ed ha un gran tiro (ossia la capacità di infiammare l’ascoltatore, ma solo se entra a contatto con il giusto movimento cefalico ritmato), ora è psicotropo e riesce a creare degli spostamenti immaginari, impalpabili ma assolutamente evidenti, chiamati trip (dal nome del loro scopritore, il chimico prussiano Arthur Von Trip).La composizione chimica è data dall’alchimia perfetta che si instaura tra i tre elementi acidi e basici, a partire dalla kyussiana “Get It On”, che rappresenta una tipica manifestazione dell’elemento: un continuo mutare tra riff in chiaro e muri di fuzz, dove la melodia riesce a coabitare con la frenetica anima più psichedelica della band. La voce di Stephan Koglek subisce mutazioni durante l’intera durata del disco, e la sua bravura come chitarrista e compositore di tutti i brani (testi compresi) è fuori da ogni dubbio visto che oramai è uno dei migliori chitarristi nell’universo stoner-psych. “Shine” è una composizione che vede nel chorus la parte più epica del disco, gli strumenti e la struttura del brano cooperano per elevare ogni minima sfumatura ed accordo ad un raffinato gioco di specchi, in cui l’ascoltatore si trova piacevolmente investito da un climax sonoro. Come abbiamo già annunciato, la voce è un architrave dell’album perché riesce ad essere ora evocativa (come in “Shine”, appunto), ora carica di groove e supportata dalla seconda voce di Philipp Rasthofer (“Allright”), ora più rilassata ed introspettiva (“Inside”). La migliore tripletta di canzoni dei Colour, dal punto di vista dell'effetto diretto e della facilità di ascolto, si chiude con la vacanziera e solare, settantiana “All Right”. Non mancano le canzoni nelle quali lo stoner rock è sottomesso alla psichedelia più sognante ed ipnotica, ed infatti troviamo ben tre brani di una rilevante durata (“Motormind”, “Inside” e la title track), che si sviluppano in spirali elicoidali di fumo sciamanico e di incessante ricerca di un accesso per la quarta dimensione. Riservano citazioni e piccoli cammei, offerti dalla band che zitta zitta infila anche i Beatles di “Hey Jude” nella penultima fatica del disco. In sintesi si tratta di un lavoro che al pari di ‘Tempel’ brilla per bellezza, dietro la pietra miliare ed inamovibile ‘Los Sounds des Krauts’. Ma volete sapere la verità? È questo il disco che potrete usare per far innamorare la gente dei Colour Haze, perché con il suo giusto mix di durata, potenza, melodie delicate e gran bei ritornelli è il più indicato per introdurre il germe Colour Haze in poveri incoscienti. Gabriele "Sgabrioz" Mureddu
COLOUR HAZE – All
La Silenziosa Luna Cambia Le Luci, Se Tutte Le Stelle Cadono Una Rimane. Criptico, sibillino ma allo stesso tempo leggiadro e seducente: la traduzione dei brani dell’ultimo lavoro dei Colour Haze, un concentrato di suoni psichedelici e grandi atmosfere. ‘All’, come dice la parola stessa, è la summa del pensiero ‘haziano’, perché fonde e miscela quello che è stato fatto in precedenza, ma al contempo è caratterizzato da un’aria nuova, da nuovi elementi e nuovi incastri e incesellature, che prima avevamo sentito raramente. Oltre ad un artwork che è spartano ma elegante e fortemente artistico nel suo nucleo essenziale del termine, ‘All’ è la conferma di come i Colour siano capaci di soddisfare, senza mai tradire. Convince la strada che i tre stanno percorrendo da qualche anno a questa parte, la vera anima dei Colour Haze è data dalla capacità di mischiare i fluidi colori sulla tavolozza e dipingere incantevoli paesaggi, tra l’onirico ed il descrittivo.
COLOUR HAZE – Colour Haze
Per i Colour Haze era difficile ripetersi dopo un lavoro complesso e magniloquente come "Los sounds de krauts". Un lavoro che per la sua grandezza andava annoverato sullo stesso piano dei capolavori del rock psichedelico. Impresa titanica dunque. Ma a Stefan e ai suoi compagni di viaggio (in tutti i sensi…) Manfred e Filip le cose sembrano riuscire con una facilità incredibile.Dopo un mastodontico colosso psych è infatti il momento della riflessione, del ripiegamento sul proprio essere. Il disco che viene fuori è sincero, davvero sentito: parte dalle stesse basi del suo predecessore (un misto di stoner kyussiano, kraut rock, hard blues e classica psichedelia) per affermare ancora meglio la personalità di uno dei gruppi migliori dell'attuale panorama heavy psych. "Colour Haze" vive sull'alternanza di momenti di quiete e furiose esplosioni lisergiche, gioca su riff e guitar solos travolgenti, si placa nell'equilibrio di soavi melodie vocali, quando sembra affondare nel rock più sfrenato capovolge i ritmi con tocchi soffici, jazzati, che riportano ad una dimensione umana particolarmente intensa. Soli sette brani che bastano per forgiare un sound magmatico, coinvolgente, ruspante, complesso ma pur sempre diretto. Lo dimostrano l'iniziale, stupenda "Mountain", melodica e astratta, la successiva "Tao nr. 43" (perfetta miscela di stasi mesmerica e deflagrazioni elettriche) o la magica "Love", fusione emotiva e riuscita di jazz rock e stoner sound. Altrove emergono momenti particolari per la band tedesca: pensiamo all'esercizio heavy jazzato di "Di del it" o alla parentesi acustica di "Solitude", delicato break a base di sole voce, chitarra acustica e pianoforte. Dove riescono meglio i Colour Haze è però nelle lunghe e fantasiose jam psichedeliche. "Peace, brothers & sisters!" lo dimostra appieno nei suoi 22 minuti conditi di chitarre sfrenate, ritmiche ora sfumate ora rabbiose, robuste accelerazioni e pause di ampio respiro. Un vero e proprio inno contemporaneo, che riportando alla migliore tradizione hard dei '60/'70 ci fa riflettere su quanto il bisogno di pace e libertà sia diventato fondamentale al giorno d'oggi. Dopo tale sbornia non poteva che esserci conclusione migliore di "Flowers": brano elettroacustico (il cui incipit ricorda vagamente "Space cadet" di kyussiana memoria…) acido e articolato, tenero eppure spigoloso, pieno stile Colour Haze insomma. Se non avete ancora ascoltato questo disco fatelo presto perché potreste perdere un lavoro eccelso, eclettico e poetico. Stefan, Mani e Filip formano una band stupefacente, pura delizia per chi ancor oggi sa apprezzare le atmosfere uniche del rock d'antan. Alessandro Zoppo
COLOUR HAZE – Ewige Blumenkraft
Tre è davvero il numero perfetto…in tre erano nell’Experience di un certo Jimi Hendrix, in tre erano i Cream, i Grand Funk, Alvin Lee con i suoi Ten Years After…e oggi, in tre sono i Colour Haze, che direttamente dalla Germania riprendono proprio da dove questi mostri sacri del rock avevano lasciato. Visto il riscontro ottenuto dall’ultimo “Los sounds de Krauts” è d’obbligo andare a rivedere il passato di questi folli ambasciatori psichedelici. Anche perché i loro precedenti dischi sono talmente belli che ogni valutazione può sembrare tendenziosa…dopo aver messo per la prima volta “Periscope” nel lettore faticherete non poco per farlo uscire e la stessa cosa succederà con “Ewige blumenkraft”! Ma andiamo con ordine. Il gruppo si è formato a Monaco nel 1994, sebbene l’attuale line-up sia attiva dal maggio del 1995 e ha sfornato in totale cinque dischi, intraprendendo una meravigliosa avventura sonora che (fortuna nostra…) continua tutt’oggi. “Periscope” è il terzo album della band teutonica, uscito originariamente nel 1999, poi remixato e ristampato dalla MonsterZero Records: si tratta di un qualcosa di veramente eccezionale…i Colour Haze sono tra le migliori espressioni dell’heavy psichedelia europea e nei loro brani emerge subito la totale devozione nei confronti dei gruppi fondatori del genere, mitigata ovviamente da sapori e colori originali, pezzi di bravura che esplodono rifrangenti e cangianti. Ciò che balza subito all’orecchio è una presenza spesso ingombrante in questo genere, cioè il fantasma di un gruppo dal nome Kyuss, ma qui c’è davvero poco per cui accusare di plagio: le composizioni sono sempre fresche e genuine, frutto di un lavoro personale e mai spudoratamente derivativo, prendete ad esempio l’iniziale “Always me”: l’influenza di John Garcia e compagni è inevitabile ma c’è una tale partecipazione, un tale entusiasmo, una tale bravura che non può essere taciuta, pochi riescono a scrivere un brano dove il fuzz delle chitarre sposa alla perfezione delle vocals delicate e una sezione ritmica pulsante come poche. La mente del gruppo è senza dubbio Stefan Koglek, vocalist ma soprattutto chitarrista immenso, il suo modo di suonare è passionale, sporco a dovere, carico di feeling, insomma, un qualcosa di veramente magico, ma non va assolutamente dimenticato l’apporto fondamentale di Mani Merwald alla batteria, sempre preciso e instancabile, e Philipp Rasthofer al basso, collante perfetto per il suono sprigionato dalla band. “Antenna” riporta alla mente ciò che si sentiva per le strade quando il circo kyussiano abbandonava la città, si tratta infatti di nove minuti di un’intensità incredibile, spesi tra atmosfere rilassate e inserti vocali che si gettano in un precipizio oscuro, molto vicini alle melodie dei Soundgarden del periodo “Badmotorfinger”, mentre “Pulse” preme molto di più sull’acceleratore facendoci rivivere i fasti del blues per un sole rosso…la produzione, ad opera dello stesso Stefan, è secca e slabbrata, ma è una scelta voluta, una specie di necessità per chi predilige la passione alla tecnica e cerca sempre di comunicare delle sensazioni vibranti attraverso la propria musica, come accade con “Sun”, altri nove minuti di heavy psichedelia al quadrato, caratterizzati da un inizio cadenzato e pachidermico che si evolve in linee melodiche e svisate chitarristiche dalla bellezza accecante, per poi sfociare in vocals più pacate, che ci portano nel bel mezzo di un deserto, stesi a contemplare l’incompiuto, quell’infinito che ognuno di noi si porta dentro… ”Periscope” e la successiva “Periscope (Breit Return)” hanno entrambe come comune denominatore un incedere ipnotico, cioè quel senso di vera e propria trance che solo un genere come questo sa emettere, evidente nel primo caso nel basso di Philipp, avvolgente come non mai, e nel secondo nel trascinante andamento che il pezzo assume, tra il martellare di Mani dietro le pelli e la furia di Stefan alla sei corde. Concludono il disco i dodici minuti di “Transmitter”: un incipit dilatato, caratterizzato da parti vocali a dir poco perfette, apre la via ad un delirio mesmerico, un esplodere di wah-wah e distorsioni finali meraviglioso e trascinante…un autentico capolavoro! Dopo l’uscita di questo disco i nostri non sono certo rimasti con le mani in mano, anzi, hanno pubblicato il loro quarto album (l’altrettanto favoloso “Co2”, disco altamente consigliato) e poi “Ewige blumenkraft”, capitolo fondamentale perché segna un’evoluzione decisiva da punto di vista sia tecnico che compositivo. L’indirizzo intrapreso segna un deciso avvicinamento alla dimensione più strettamente psichedelica, quindi lunghissime jam acide, ampio spazio all’improvvisazione e l’affrancamento dal modello kyussiano che prima si faceva sempre pressante. Lo dimostra la track d’apertura, “Freakshow”, breve, concisa, così essenziale da rimanere subito impressa nella mente con il suo refrain accattivante e coinvolgente. “Almost gone” ha un riff iniziale incandescente che poi si coagula con delle melodie in stile Queens Of The Stone Age (non dite mai a Stefan che il suo stile ricorda quello di un certo Josh Homme…) sorrette da una sezione ritmica in autentico stato di grazia, mentre con “Smile 2” si iniziano a varcare i confini più marcatamente psichedelici, dove i Monster Magnet incrociano i Natas in una sorta di deserto astrale che lascia trasparire un’atmosfera opprimente, determinata da vocals “ululanti” che supportano con i loro “yeah” tutto il corpo del brano, davvero psicotropo…la successiva “Outside” è però la song meglio riuscita, soprattutto per merito della chitarra liquida che domina in lungo e in largo creando un vorticoso giro di emozioni, e per le lyrics di Stefan…”i think i saw the truth tonight, with your eyes in her eyes”…è il bagliore che emerge da tanta astrazione, dalla capacità di creare musica dalla magnificenza così spiccata, la colonna sonora ideale per le proprie elucubrazioni mentali, unicamente insolita eppure così familiare. Con “Goddess” viene riportato in carreggiata l’aspetto più narcolettico dello stile Colour Haze, cioè quel cadere sotto i colpi di una chitarra straripante e di melodie decisamente orecchiabili, così come in “House of rushammon” viene privilegiata la componente acida, in questo caso totalmente devota a visioni mistiche che prendono corpo in un brano che parte soffuso e termina in un crescendo incandescente esaltato da uno splendido assolo di Stefan (in questo caso si riconosce uno stile che sta tra Hendrix e Santana). “Reefer” è un pezzo anthemico, potrebbe essere il manifesto di questo modo di suonare, sia per il testo (davvero favoloso…) sia (soprattutto…) per il suono desertico sprigionato dai tre ragazzi, che in “Freedom” vanno a ripescare un vecchio brano del 1973 dei misconosciuti Buffalo, rendendolo in una veste jammata dove predomina una certa libertà di azioni e movimenti, evidente nel guitar-work debordante che trascina in un limbo dove la nostra mente viene stordita sotto i colpi di un macete e poi rilassata con qualche sedativo… Questa stessa cadenza ossessiva e soffocante viene resa alla perfezione in “Smile 1”, esempio di come sia possibile miscelare sapientemente Spacemen 3 e Kyuss lungo un’onda adrenalinica che trascina nel gorgo dell’oblio…il compito di chiudere il disco spetta ai venti minuti di “Elektrohasch”, summa del desert rock targato Colour Haze: fraseggi quasi interamente strumentali, melodie chitarristiche vellutate e al tempo stesso aggressive, divagazioni estemporanee, fughe ritmiche, un riff circolare dall’andamento febbricitante nel bel mezzo, insomma, tutto ciò che rende una composizione un vero e proprio evento sonoro. Dunque, non ci si può esimere dal fare i complimenti a questi tre piccoli geni, che pur non inventando nulla di così innovativo, sanno come far suonare i loro strumenti con passione e devozione, rappresentando una delle migliori espressioni del panorama stoner del vecchio continente. Un unico consiglio: accattatevilli! Alessandro Zoppo
COLOUR HAZE – Los sounds de krauts
Primo capolavoro del 2003. Ecco il termine giusto per definire la nuova fatica discografica dei grandiosi Colour Haze. Non nascondo una certa predilezione per il gruppo capitanato dal mitico Stefan Koglek (a fatica sono riuscito a levare dal lettore i precedenti "Periscope" e "Ewige blumenkraft"…), ma senza mezzi termini non esito a definire i Colour Haze il gruppo heavy psych per eccellenza. Questo "Los sounds de krauts" si struttura come un doppio disco nella migliore tradizione anni '70, diviso in quattro facciate per undici brani dalla bellezza indescrivibile. Psichedelia, kraut rock, stoner e hard settantiano si mischiano senza soluzione di continuità in un cocktail lisergico e mellifluo che rende il suono del gruppo tedesco unico e facilmente riconoscibile in una marea di band che suonano tutte allo stesso modo. Come al solito prevalgono le lunghe jam acide e distorte, perfetta colonna sonora per un party a base di marijuana e lsd: il primo lato del disco vede la presenza di "I won't stop", "Roses" e "Zen", tre perle dalla durata media di sette minuti, melodiche nel cantato, ossessive nella sezione ritmica (sempre i soliti Mani Merwald alla batteria e Philip Rasthofer al basso) ma soprattutto travolgenti e flippanti nella chitarra di Stefan, autentico mattatore a suo agio tra partiture liquide ed altre più ruvide. In "Zen" compare anche un piano Fender Rhodes e si sfiorano vette di perfezione formale assoluta… Il secondo lato si apre con "Plazmakeks", lento mantra psichedelico che porta alla liberazione dei sensi attraverso improvvise accelerazioni e bruschi ripiegamenti. Con "2+7" i Colour Haze propongono un episodio diverso: si tratta infatti di un brano lineare, breve e diretto, sempre ipnotico ma molto accattivante, nella migliore tradizione dei Queens Of The Stone Age. "Sundazed" invece è un altro colosso nebuloso e onirico dove è l'improvvisazione a farla da padrona imprigionando le nostre menti in un vortice senza uscita di suoni e colori. "Where the skies end" è il primo tassello del terzo lato, momento conciso che riassume in una trama di basso e di chitarre effettate la filosofia del trio tedesco: espandere la percezione dell'ascoltatore, cura portata a perfetto compimento nell'esplosione umorale di "Weltraummantra", quasi venti minuti oltre ogni limite corporeo che esplorano con tocchi delicati gli angoli nascosti della psiche umana. L'ultima facciata vede nel muro rumorista al limite del noise di "Other side" il preludio per "Overriding", altri diciotto minuti che si pongono come vetta assoluta del disco: ultimamente non avevo mai sentito qualcosa di così sublime, un insieme di riff e wah-wah inaciditi, cavalcate sature arricchite da un organo caldo come il sole, vibrazioni stonate e un cantato melodico così soave che fa di questa jam un must imprescindibile. Così, quando arriva "Schlaflied" a chiudere questo favoloso trip, ci si risveglia da un lungo sogno e (purtroppo…) si torna alla realtà. E' sempre più raro trovare una band di questo calibro nel panorama musicale di oggi: i Colour Haze sono l'esempio perfetto di fuoriclasse dello stoner rock, un gruppo con estro, fantasia e soprattutto tanta carica psichedelica…cosa aspettate allora? Join the ride! Alessandro Zoppo
COLOUR HAZE – Periscope
Tre è davvero il numero perfetto…in tre erano nell’Experience di un certo Jimi Hendrix, in tre erano i Cream, i Grand Funk, Alvin Lee con i suoi Ten Years After…e oggi, in tre sono i Colour Haze, che direttamente dalla Germania riprendono proprio da dove questi mostri sacri del rock avevano lasciato. Visto il riscontro ottenuto dall’ultimo “Los sounds de Krauts” è d’obbligo andare a rivedere il passato di questi folli ambasciatori psichedelici. Anche perché i loro precedenti dischi sono talmente belli che ogni valutazione può sembrare tendenziosa…dopo aver messo per la prima volta “Periscope” nel lettore faticherete non poco per farlo uscire e la stessa cosa succederà con “Ewige blumenkraft”! Ma andiamo con ordine. Il gruppo si è formato a Monaco nel 1994, sebbene l’attuale line-up sia attiva dal maggio del 1995 e ha sfornato in totale cinque dischi, intraprendendo una meravigliosa avventura sonora che (fortuna nostra…) continua tutt’oggi. “Periscope” è il terzo album della band teutonica, uscito originariamente nel 1999, poi remixato e ristampato dalla MonsterZero Records: si tratta di un qualcosa di veramente eccezionale…i Colour Haze sono tra le migliori espressioni dell’heavy psichedelia europea e nei loro brani emerge subito la totale devozione nei confronti dei gruppi fondatori del genere, mitigata ovviamente da sapori e colori originali, pezzi di bravura che esplodono rifrangenti e cangianti. Ciò che balza subito all’orecchio è una presenza spesso ingombrante in questo genere, cioè il fantasma di un gruppo dal nome Kyuss, ma qui c’è davvero poco per cui accusare di plagio: le composizioni sono sempre fresche e genuine, frutto di un lavoro personale e mai spudoratamente derivativo, prendete ad esempio l’iniziale “Always me”: l’influenza di John Garcia e compagni è inevitabile ma c’è una tale partecipazione, un tale entusiasmo, una tale bravura che non può essere taciuta, pochi riescono a scrivere un brano dove il fuzz delle chitarre sposa alla perfezione delle vocals delicate e una sezione ritmica pulsante come poche. La mente del gruppo è senza dubbio Stefan Koglek, vocalist ma soprattutto chitarrista immenso, il suo modo di suonare è passionale, sporco a dovere, carico di feeling, insomma, un qualcosa di veramente magico, ma non va assolutamente dimenticato l’apporto fondamentale di Mani Merwald alla batteria, sempre preciso e instancabile, e Philipp Rasthofer al basso, collante perfetto per il suono sprigionato dalla band. “Antenna” riporta alla mente ciò che si sentiva per le strade quando il circo kyussiano abbandonava la città, si tratta infatti di nove minuti di un’intensità incredibile, spesi tra atmosfere rilassate e inserti vocali che si gettano in un precipizio oscuro, molto vicini alle melodie dei Soundgarden del periodo “Badmotorfinger”, mentre “Pulse” preme molto di più sull’acceleratore facendoci rivivere i fasti del blues per un sole rosso…la produzione, ad opera dello stesso Stefan, è secca e slabbrata, ma è una scelta voluta, una specie di necessità per chi predilige la passione alla tecnica e cerca sempre di comunicare delle sensazioni vibranti attraverso la propria musica, come accade con “Sun”, altri nove minuti di heavy psichedelia al quadrato, caratterizzati da un inizio cadenzato e pachidermico che si evolve in linee melodiche e svisate chitarristiche dalla bellezza accecante, per poi sfociare in vocals più pacate, che ci portano nel bel mezzo di un deserto, stesi a contemplare l’incompiuto, quell’infinito che ognuno di noi si porta dentro… ”Periscope” e la successiva “Periscope (Breit Return)” hanno entrambe come comune denominatore un incedere ipnotico, cioè quel senso di vera e propria trance che solo un genere come questo sa emettere, evidente nel primo caso nel basso di Philipp, avvolgente come non mai, e nel secondo nel trascinante andamento che il pezzo assume, tra il martellare di Mani dietro le pelli e la furia di Stefan alla sei corde. Concludono il disco i dodici minuti di “Transmitter”: un incipit dilatato, caratterizzato da parti vocali a dir poco perfette, apre la via ad un delirio mesmerico, un esplodere di wah-wah e distorsioni finali meraviglioso e trascinante…un autentico capolavoro! Dopo l’uscita di questo disco i nostri non sono certo rimasti con le mani in mano, anzi, hanno pubblicato il loro quarto album (l’altrettanto favoloso “Co2”, disco altamente consigliato) e poi “Ewige blumenkraft”, capitolo fondamentale perché segna un’evoluzione decisiva da punto di vista sia tecnico che compositivo. L’indirizzo intrapreso segna un deciso avvicinamento alla dimensione più strettamente psichedelica, quindi lunghissime jam acide, ampio spazio all’improvvisazione e l’affrancamento dal modello kyussiano che prima si faceva sempre pressante. Lo dimostra la track d’apertura, “Freakshow”, breve, concisa, così essenziale da rimanere subito impressa nella mente con il suo refrain accattivante e coinvolgente. “Almost gone” ha un riff iniziale incandescente che poi si coagula con delle melodie in stile Queens Of The Stone Age (non dite mai a Stefan che il suo stile ricorda quello di un certo Josh Homme…) sorrette da una sezione ritmica in autentico stato di grazia, mentre con “Smile 2” si iniziano a varcare i confini più marcatamente psichedelici, dove i Monster Magnet incrociano i Natas in una sorta di deserto astrale che lascia trasparire un’atmosfera opprimente, determinata da vocals “ululanti” che supportano con i loro “yeah” tutto il corpo del brano, davvero psicotropo…la successiva “Outside” è però la song meglio riuscita, soprattutto per merito della chitarra liquida che domina in lungo e in largo creando un vorticoso giro di emozioni, e per le lyrics di Stefan…”i think i saw the truth tonight, with your eyes in her eyes”…è il bagliore che emerge da tanta astrazione, dalla capacità di creare musica dalla magnificenza così spiccata, la colonna sonora ideale per le proprie elucubrazioni mentali, unicamente insolita eppure così familiare. Con “Goddess” viene riportato in carreggiata l’aspetto più narcolettico dello stile Colour Haze, cioè quel cadere sotto i colpi di una chitarra straripante e di melodie decisamente orecchiabili, così come in “House of rushammon” viene privilegiata la componente acida, in questo caso totalmente devota a visioni mistiche che prendono corpo in un brano che parte soffuso e termina in un crescendo incandescente esaltato da uno splendido assolo di Stefan (in questo caso si riconosce uno stile che sta tra Hendrix e Santana). “Reefer” è un pezzo anthemico, potrebbe essere il manifesto di questo modo di suonare, sia per il testo (davvero favoloso…) sia (soprattutto…) per il suono desertico sprigionato dai tre ragazzi, che in “Freedom” vanno a ripescare un vecchio brano del 1973 dei misconosciuti Buffalo, rendendolo in una veste jammata dove predomina una certa libertà di azioni e movimenti, evidente nel guitar-work debordante che trascina in un limbo dove la nostra mente viene stordita sotto i colpi di un macete e poi rilassata con qualche sedativo… Questa stessa cadenza ossessiva e soffocante viene resa alla perfezione in “Smile 1”, esempio di come sia possibile miscelare sapientemente Spacemen 3 e Kyuss lungo un’onda adrenalinica che trascina nel gorgo dell’oblio…il compito di chiudere il disco spetta ai venti minuti di “Elektrohasch”, summa del desert rock targato Colour Haze: fraseggi quasi interamente strumentali, melodie chitarristiche vellutate e al tempo stesso aggressive, divagazioni estemporanee, fughe ritmiche, un riff circolare dall’andamento febbricitante nel bel mezzo, insomma, tutto ciò che rende una composizione un vero e proprio evento sonoro. Dunque, non ci si può esimere dal fare i complimenti a questi tre piccoli geni, che pur non inventando nulla di così innovativo, sanno come far suonare i loro strumenti con passione e devozione, rappresentando una delle migliori espressioni del panorama stoner del vecchio continente. Un unico consiglio: accattatevilli! Alessandro Zoppo
COLOUR HAZE – She Said
A quattro anni da "All" e dopo un periodo di gestazione durato quasi due anni, tornano i paladini dell'heavy psych, i Colour Haze. Un ritorno quanto mai necessario in un momento storico nel quale si sprecano epigoni del gruppo guidato da Stefan Koglek. "She Said" è stato composto e registrato tra il 2010 ed il 2012 in collaborazione con Roman Bichler, Tim Höfer e Marco Neuman, in totale devozione analogica presso il famigerato Colour Haze Studio di Monaco. Ai consueti compagni di viaggio Mani Merwald (batteria) e Philipp Rasthofer (basso) si aggiungono le presenze illustri di Christian Hawellek (Fender rhodes), Ben Esen e Robert Schoosleitner (percussioni) e dell'Ellern Quartett, le cui partiture sono state arrangiate da Martin Homey e Georg Weisbrodt.Una complessità che si riflette in un disco fiume (quasi 82 minuti), che abbatte i limiti della stessa psichedelia per affondare le mani nella jam psicotropa, nell'ariosa stratificazione progressive, nel riff rock sfrenato, nella ruvidità onirica del classico hard stoner. I Colour Haze hanno uno stile unico e riconoscibile, maturato nel corso di una carriera più che decennale. È soprattutto questo il loro grande merito. Nella title track posta in apertura sembra di ascoltare Carlos Santana in pieno acido lisergico, nel gioco di "This" c'è tutto l'amore per la sperimentazione e la libertà creativa, nell'emozionante "Transformation" si vibra sulle corde di un suono che esplode in mille colori. Si chiama psichedelia e i Colour Haze ne sono maestri indiscussi. La seconda parte dell'album ha qualche calo, tuttavia sembra piuttosto un eccesso d'amore verso la materia trattata. Perché quando partono le calde e fragorose onde di "Breath", i riff incandescenti di "Slowdown", le vibrazioni fuzz jazz di "Stand In…" e "Rite", gli inserti acustico orchestrali di "Grace", il sorriso spunta sul volto e la grandeur acida è assicurata. Mutevole per fisionomia e struttura, "She Said" non supera in bellezza capolavori del calibro di "Colour Haze" e "Los Sounds de Krauts". Tuttavia è una boccata d'aria fresca: il trip che il trio è capace di produrre è davvero una liberazione da ogni male possibile. She said your reality is not determined by what you see, but by what you look out for... Alessandro Zoppo
COLOUR HAZE – Tempel
La ricerca della conoscenza è un tema che ha affascinato migliaia di pensatori per tutta l'esistenza umana, senza mai giungere a conclusioni definitive e partendo dalle ultime conquiste per giungere a quelle successive, in maniera graduale e metodica. Allo stesso modo vi sono arrivati i Colour Haze, che con ‘Tempel’ (Tempio) firmano il loro settimo lavoro in studio e confermano la grandezza di una band che, anno dopo anno e jam dopo jam, si è ritagliata uno spazio personale e degnamente meritato. ‘Tempel’ è probabilmente il disco che marchia a fuoco il nuovo corso del trio proveniente da Monaco, perché definisce i limes tra vecchia e nuova produzione, in maniera alquanto decisa ed univoca: è un nuovo stile, che pur essendo già presente dall'uscita di ‘CO2’ è andato affinandosi in questi ultimi sei anni e qui trova la sua dimensione effettiva. Tutto è magico e “praghese”, a partire dall'idea di scegliere come titoli degli elementi e dei quid che rimandano la mente a quella Praga di Oro e Nebbia che fu grande sotto il regno di Rodolfo II: Acqua, Fuoco, Mente, Tempio, Oro & Argento, Terra, Oceano e Stratofarm (una fattoria in cui coltivano chitarre elettriche?).L'ondata psichedelica e settantiana inizia subito con intenzioni bellicose, mettendo a ferro e fuoco cervello e sensi nella bellissima e immensa “Acquamarina”. Che insieme alla magnifica e senza tempo title track sono le due perle del disco: una lunghissima jam psichedelica, figlia di Hendrix e dei Blue Cheer ed imparentata con i Kyuss, che non potrebbe essere figlia di nessuno se non dei Colour Haze. Il tocco jazzato ed esuberante di Manfred Merwald riesce ad altalenare, in maniera tecnica ed elegante, tra sfuriate hard rock e momenti di puro mantra acido. “Fire” vede concentrata tutta la seducente e prorompente forza del fuoco, che allo stesso tempo sconfigge l'oscurità e ci fa entrare nel mondo della ragione, così come è capace di devastare e distruggere, inesorabile, tutto ciò che incontra. La canzone ha anch'essa due anime: quella fluttuante e rilassante, con Koglek che si diletta a cantare in falsetto in alcuni punti, ed un'anima carica di groove e tiro, possente e sconquassante come le onde in tempesta che si infrangono, muoiono e rinascono come una liquida Araba Fenica, sugli scogli delle alte coste di Dover. “Mind” è la più settantiana e easy listening del lotto: grandissimo giro di basso, ottimo ritornello e punto di contatto con la tripletta iniziale di ‘CO2’, notevolissimo infine l'assolo di Hammond, suonato dal bravo Christian Hawellek, che ci delizierà nuovamente in “Gold & Silver”. Il resto del disco si dilunga su tonalità psichedeliche ed arabeschi intricati, con vene progressive, senza mai strafare pur mostrandosi come il vento del deserto: soffia inesorabile e lentamente, come tutte le cose di valore, compie la sua opera di erosione di piramidi e di civiltà scomparse. O come la corrente acquatica, che lavora come scultrice di pari livello di Fidia il greco, le sconfinate coste del globo, dando loro forma e mutandone l'aspetto, ammorbidendolo e aggraziandolo. E se questo disco fosse come la natura, maestosa padrona del mondo quando l'uomo non era uomo, ma scimmia? E se ci sbagliassimo e questo disco fossimo noi, con tutte le nostre particolarità e illusioni? Con le nostre idee ed emozioni? Difficile rispondere, molto più semplice far partire il play e godersi questo Tempio. Gabriele "Sgabrioz" Mureddu
COMA WALL + UNDERSMILE – Wood & Wire
"Wood & Wire" è lo split EP che unisce in sei tracce il sound monolitico degli Undersmile e il loro alter-ego acustico Coma Wall. I primi tre brani vedono protagonisti i Coma Wall con il loro "doom folk" interamente acustico suonato con banjo e percussioni, un sound dal sapore intimo che riporta alla mente quelle sessioni in voga nell'era grunge grazie agli MTV Unplugged, in cui si respirava quell'aria depressivo-riflessiva che immortalò glorie quali Alice In Chains e Nirvana. È soprattutto lo spirito di Layne Staley a rivivere nel sofferto vocalizzo delle singers Coma Wall: a tratti risuonano echi dell'esperimento Mad Season e si colgono influenze che vanno da Leonard Cohen a Mark Lanegan, dai 16 Horsepower a Nick Cave.Con gli altri tre brani si torna alla band madre, gli Undersmile, che propongono una sorta di sludge doom con forti connotati depressive. Un sound monolitico, heavy, slow e female fronted, che risulta particolare grazie ad alcune influenze che rimandano a Flipper, Swans e Babes In Toyland, il tutto unito alla pesantezza tipica dello sludge doom ed al particolare e straziato uso delle voci delle due cantanti, che talvolta risulta essere persino delicato. Gli Undersmile sono una realtà interessante perché pur muovendosi in territori ampiamente editi, riescono a dare una personale lettura ed un'impronta riconoscibile al proprio sound. La line-up delle due band è composta dalle chitarriste e cantanti Hel Sterne e Taz Corona-Brown e dai loro rispettivi partner Tony McKibbin alla batteria ed Olly Corona-Brown al basso. Lo split è edito da Shaman Recordings in una versione limitata a 500 copie in vinile color porpora traslucido. Antonio Fazio
COMACOZER – Astra Planeta
Ai ragazzi dei Comacozer da Sydney, Australia, piace rinchiudersi dentro la loro sala prove, fumare una quantità innominabile di bong e jammare fino allo sfinimento. "Astra Planeta" è il loro primo album lungo e segue di tre anni la prima demo autoprodotta, intitolato didascalicamente "Sessions". Si sono accasati presso Headspin Records, che in tema di Blow Your Mind la sa lunga con cavalli di razza quali Elder, Eternal Elysium, Siena Root, Sula Bassana e Sun Dial, ma i nostri – Rick alla chitarra, Andrew alla batteria, Rich al basso – non sfigurano affatto con la loro raffinata espressione artistica.
Inserito il dischetto di cinque pezzi nel lettore, l'aria è invasa da una coltre distorta e macilenta di watt, eppure... eppure il tono sembra pacificato, ieratico, quasi yogico. Sarà merito del ritmo, lento, a tratti lentissimo, ma tanta distorsione produce più serenità che altro. Una somma completa e miracolosa di Los Natas, Liquid Sound Company e Øresund Space Collective. "The Mind That Feeds the Eye" è esemplare nello snocciolare effluvi wah-wah al servizio di una trama delicata. Nel solco è la seguente "Navigating the Mandjet", che osa in direzione oriente riportando a casa sapori speziati.
Le ultime e massicce "Illumination Cloud" e "Hypnotised by Aphophis" chiudono l'album con minutaggi importanti di otto e undici minuti. La prima pare uscita dritta dritta dalla mano di John Perez inside the acid temple, tanto è perfetta la sovrapposizione tra le due band nel modo di gonfiare un pezzo dai ricami iniziali all'esplosione di space effect all'acido lisergico. Una goduria pazzesca. L'ultima rimane un po' congelata nello spazio che si auto disegna, facendo risultare eccessivo il minutaggio dadicato, ma poco importa: "Astra Planeta" risulta essere un eccellente album di modern psych for acid hammerheads. Eugenio Di Giacomantonio
Comacozer – Kalos Eidos Skopeo
Giocato tutto sul contrasto piano/forte il nuovo album “Kalos Eidos Skopeo” degli australiani Comacozer è un four pieces di tutto rispetto. Si viaggia che è un piacere, sperduti nello spazio profondo, dove ogni suono diventa liquefatto e segue la sua tangente a velocità costante. Si ha la sensazione che qualcosa di misterioso possa aggredirci e l’attesa (e la speranza. verrebbe da dire) che questo accada è il pathos impresso nell'ascoltatore. Non sempre in un modo solo può avvenire l’evento: come diceva il sommo Mario Brega “sta mano po esse piuma e po esse fero”, così la band adotta registri diversi de fero e de piuma. “Nystagmus” viaggia al ralenti senza ferire, creando una ridondanza enorme su pochissimi elementi non violenti e riesce ad astrarsi dal concetto di canzone tout court, diventando generatore di suoni puri. Questo avviene dopo “Axis Mundi”, dove è successo tutto il contrario e si è conosciuto Atlante che sapientemente tiene sulle sue spalle l’intero (dolore del?) mondo. Riporta ai miti greci anche “Nystagmus”, quasi un ballo tradizionale dell'Ellade antica adagiato su sapori al THC ed abuso di Retsina. La cosa più interessante, ambigua ed affascinante dell’intero lotto. Si conclude con “Enuma Elish”, libro appartenente alla tradizione religiosa babilonese, prossima all’Om come concetto e come band: un fiorire di scintille wah wah sopra un cuore di basso Cisneros. Prendere tempo, perdere tempo. Dedicarsi senza paura alla scoperta dei propri demoni interiori. Non tutto quello che facciamo è destinato ad avere un valore. Ecco “Kalos Eidos Skopeo”: scienza antica targata 2017. [caption id="attachment_6028" align="aligncenter" width="640"]Comacozer Comacozer[/caption]   Eugenio Di Giacomantonio
COMATOSE VIGIL – Not a gleam of hope
Beh, certo che quando ti arriva un CD con una grafica completamente grigia e il nome dell’etichetta significa “marcia funebre” non credo bisogna essere dei geni per capire che tipo di musica si andrà ad ascoltare. I Comatose Vigil sono un duo proveniente dalla fredda e lontana Russia e, ovviamente, sono l’ennesimo gruppo dedito al funeral/depressive doom. Un gruppo che esplora il lato più doloroso e mortifero del suono doom; tempi lentissimi e gelide atmosfere caratterizzano le quattro songs (per una durata di circa un’ora, ormai gli standard del genere sono questi) di “Not a gleam of hope”.Che dire? Intanto che tutte le canzoni, esaurito il loro iniziale fascino si trascinano troppo stancamente nel loro cammino. Ovvero, che se i primi 5 minuti esaltano, i restanti 10/15 annoiano, e parecchio. “Suicide grotesque” e “Cataracts” ne sono l’esempio lampante, risultando eccessivamente schiave delle consuete e, diciamolo, pallosissime orchestrazioni di fondo e inoltre rovinate anche da alcune parti vocali assolutamente inudubili per quanto siano effettate. Gradevole è invece “Mirrors of despair”, echeggiante le cose più lente e tristi dei My Dying Bride. Avrete capito che un disco, pur apprezzabile, come “Not a gleam of hope” sia esclusivamente riservato ai malati del genere. Marco Cavallini
COMETS ON FIRE – Blue Cathedral
L'attrazione profonda, quasi patologica, per tutto ciò che "puzza" di vecchio fa sorgere il bisogno di scendere nello scantinato e riesumare l'apparecchiatura vintage, sepolta sotto una coltre infinita di polvere e rimasta a dormire un sonno durato anni luce. In condizioni simili di aridità creativa, davanti ad una strada senza sbocchi, l'unica cosa che resta da fare è gettare le sonorità contemporanee alle ortiche, fare marcia indietro e mettersi sui sentieri battuti dagli antenati: il viaggio a ritroso nel tempo, fatto con spinta e mezzi giusti, non conosce più un tempo specifico ma disintegra-frulla-e-ricompone i pezzi, nel suono di quelli che si chiamano Comets On Fire.Da questo big-bang nasce un disco come "Blue Cathedral", saturo di richiami a colonne portanti come Hawkwind ed Amon Duul II. Uno dei casi meno gestibili di anarchia sonica: il titolo già manifesta che la ricerca dell'originalità a tutti i costi non è stata tra le loro intenzioni (Blue Cheer + Cathedral), ma fornisce le motivazioni per fare musica con lo scopo principale dello sfogo. Quello che troviamo nel disco è un piccolo compendio del rock psichedelico, dove sono liberi di agitarsi (senza rivoltarsi nella tomba per essere stati plagiati) gli spiriti della Jimi Hendrix Experience, dei Pink Floyd, dei primi lisergicissimi Monster Magnet (quelli sprofondati nel mare d'effettistica che portavano i neuroni ad autocombustione), ed altri che la memoria attenta saprà rintracciare. Quello che però fa la differenza non è da ricercare tanto nelle sonorità a cui si rifanno, quanto nel piglio decisamente istintivo e furioso di chi affonda le radici nell'underground noise e garage rock.
La fortissima indole jammistica del gruppo (dove si trova a scorrazzare anche Ben "Six Organs of Admittance" Chasny) riesce a formare dei buchi neri in cui si viene risucchiati, e l'orgia cosmica a cui si giunge verso la delirante fine di "Whiskey River" dà la certezza di aver toccato picchi soddisfacenti di eiaculazione cerebrale (simile a quello che succede nei psico-naufragi dei Mars Volta). Il tema di "Whiskey River" viene successivamente reso sottoforma di polvere interstellare, proveniente dai lontani corrieri cosmici: qui l'acustico riesce a ritagliarsi un breve spazio nel caos e il tono si fa meditativo, per un attimo dopo la tempesta – inconfondibile è il tocco di Ben Chasny. Sebbene in questo disco, precedente al più educato e ripulito "Avatar", la cura sui singoli suoni non sia presente proprio per non intaccare quel grezzissimo acido candore che sprigionano, già si tentava comunque qualche episodio come "Pussy Foot the Duke" che metteva in primo piano un gusto per la melodia tradizionale e una struttura reminiscente del prog dei 70, elementi molto più valorizzati in "Avatar". In fin dei conti, la realizzazione di questo album non ha altra pretesa che suonare la musica che ha nutrito la giovinezza dei componenti dei COF, e se ricercare strade nuove per alcuni stili non ha senso, l'unica alternativa possibile è tuffarsi nel passato a caccia dei tesori ancora intatti che hanno lasciato i pirati dello space rock in eredità a chi vorrà scovarli. Paolo "Neon Born"
CONFESSOR – Unraveled
I Confessor sono tornati. Un tragedia li ha riportati tra noi. La morte del chitarrista Ivan Colon li ha riuniti in un concerto celebrativo; non ho mai compreso appieno i perché della sparizione dalla scena metal della band americana, ed ero ancora più meravigliato del perché non fossero idolatrati nei quattro angoli del globo. In pieno fermento death, i Confessor stupivano con composizioni capaci di mescolare sonorità innovative con la voce cristallina ed affascinante del cantante Jeffreys che si muoveva con nonchalance su estensioni altissime. Non si trattava di doom, né di death, né di alternative, almeno non in senso tradizionale. Una voce schizoide e ritmiche serrate, e molto dovuto all'eccezionale drumming di Stephen Shelton, un vero manico dei tamburi. Qualcuno li definì 'il metal del futuro', e devo dire che finora la profezia non si avverata. Dopo gli eccellenti full lenght e un mini titolati 'Condemned', gli americani si sciolsero nel 1994 e ora sono tornati. La seminale band (citata tra gli altri anche da Phil Anselmo, Mike Ammot, Nile e Lamb of God) dà alle stampe questo materiale, una interessante virata verso sonorità doom alla Saint Vitus/Trouble/Cathedral/Black sabbath, un doom settantiano di grande impatto e spessore sapientemente miscelata con la grande tradizione Confessor. Un bel programma, non c'è che dire. "Cross the bar" esordisce con un riff tellurico alla Cathedral che stende il povero ascoltatore e spiazza chi ricorda pezzi come "Condemned" e "Collapse into Despair", tratti dall'LP di esordio. "Until tomorrow", "Wigstand" "Blueprint soul" "Sour times" "Strata of fear" faranno la gioia di doomster old-school, capaci di colpire dritti al cuore in maniera mai banale, i vocalizzi di Jeff hanno perso le estensioni più alte ma guadagnato in pathos, stesso dicasi della batteria. Signori, ecco come si può fare doom metal classico ma con originalità, evitando di risultare ampollosi o insabbiandosi in schemi triti e ritriti. Troviamo eco dei vecchi Confessor in "The downside" e "Hibernation", mid tempo tracks con Shelton in gran spolvero, e ne vale davvero la pena, credetemi. Non si butta quanto di buono si è costruito in passato; i Confessor sono un bene prezioso da preservare accuratamente. Col cuore, io sostengo la loro causa. E mi unisco ai Confessor nel ricordare Ivan Edward Colon. Gale La Gamma
CONSCIOUSNESS REMOVAL PROJECT – Do You Ever Think It’s the End of the World?
Il terzo disco del poli-strumentista Antti Loponen, sempre a nome Consciousness Removal Project, può essere interpretato come diretta filiazione degli ultimi, controversi anni nel cosiddetto "post-metal". Il finlandese compone, suona e produce tutte le tracce, con l'ausilio Artturi Mäkinen alla batteria e di un pugno di validi collaboratori.Per quanto si possa ritenere (e spesso non a torto) che la fantomatica "scena" non stia esprimendo nulla che sia degno di menzione, il nostro solleva dubbi su tale asserzione e riesce a scrivere brani che rasentano la perfezione: atmosferici, malinconici, ispessiti da arrangiamenti incisivi. Il titolo e la copertina sono cupi ed evocativi. I testi delineano, con disarmante linearità, una condizione di negatività senza speranza. Il minutaggio è elevato, ma l'ascolto non ne risente: sono evitate con maestria le ridondanze o i vuoti creativi che spesso affliggono le proposte emerse in seguito alle prime, influenti ondate. Se poi si considera che si tratta di una auto-produzione, il presente "panegirico" trova la sua ragione di esistere. "The End of the World", dopo l'intro strumentale e una voce filtrata, rapisce con un semplice arpeggio di chitarra ed esalta con un sapiente svolgimento à la Cult Of Luna (anche se la voce e l'apertura dal sentore settantiano prima del finale sono lontane anni luce dagli svedesi). "The Reclusive Road" si apre con uno spoken word introdotto da un sintetizzatore e seguito da un sassofono che ricorda i primi Callisto, poi l'autore inizia a intonare le liriche e si percepisce lo spettro di Aaron Turner in versione "pulita" (in particolare, quello del sottovalutato di "In the Absence of Truth"). "The Ship" avvolge tra i suoi chiaroscuri, raggiungendo un apice emotivo nella seconda parte con il lamento di una voce femminile cui segue, a breve distanza, un rincorrersi di belluine urla maschili. Nonostante i dovuti paragoni compositivi con i gruppi succitati, ciò che conta è che il songwriting continui a manifestare qualità, preparando l'ascoltatore a "Hibernate": nobilitato da un decadente violoncello, il vero vertice del disco. Alla fine del conclusivo "Permanently", la prima reazione è di ripetere l'esperienza ab initio. In definitiva: un ascolto obbligatorio, soprattutto in virtù del fatto che è possibile scaricare l'intero album all'indirizzo: http://consciousnessremovalproject.bandcamp.com/album/do-you-ever-think-its-the-end-of-the-world. Un'attitudine da supportare. Una delle migliori uscite di quest'anno. Raffaele Amelio
CONTEMPORARY NOISE SEXTET – Ghostwriter’s Joke
Uno dei migliori dischi del 2011 arriva dalla Polonia e porta inciso il nome di Kuba Kapsa. Pianista ispirato dalla tradizione cinedelica del tempo che fu, ha fondato il Contemporary Noise Quintet con il fratello batterista Bartek. "Pig Inside the Gentleman" (2006) e "Theatre Play Music" (2008) sono stati i primi due episodi della discografia, seguiti dall'allargamento dell'ensemble che diventa Contemporary Noise Sextet con "Unaffected Thought Flow" (2008) e "November Note" (2010). "Ghostwriter's Joke" possiede tutte le caratteristiche per convincere chi ama il buon cinema e la buona musica: uno stile elegante e al tempo stesso energico, brani strumentali che musicano un film che non c'è, una ispirazione infinita che lambisce la psichedelia colorata e "inoffensiva" degli anni Sessanta. Un mélange di influenze e pulsioni, che vanno da Cinematic Orchestra e Esbjörn Svensson Trio alle migliori esperienze jazz rock e fusion dei Seventies, su tutti Billy Cobham, Stanley Clarke e Mahavishnu Orchestra (e perché no, con un po' di orgoglio italiano, Perigeo, Area e Napoli Centrale).Dall'introduzione in crescendo di "Walk With Marylin" (è vero che gli uomini preferiscono le bionde?) si passa all'impatto free di "Morning Ballet", pura ascesa del groove da brass esaltata da soli di chitarra isterici e ficcanti. "Is That Revolution Sad?" è trainata da nervose note di piano che lanciano le trame fitte dei fiati: sembra di rivivere gli score di Piero Umiliani, Armando Trovajoli e Franco Micalizzi in una insolita (e piuttosto inconsueta) variante ethio esteuropea. Curioso. E ammaliante come non mai. "Old Typewriter" odora di inchiostro e sigarette, puro jazz da stanza fumosa che fa il paio con "Chasing Rita" («Tutti gli uomini si innamorano di Gilda, ma si svegliano la mattina dopo con Rita»), groove che sale al cielo e fughe scattanti di tromba e sax replicate dalle sei corde di Kamil Pater. "Norman's Mother" si insinua nella testa come il tarlo che divora il buon Bates ed esplode in una sezione di fiati che alterna dilatazioni psichedeliche e stratificazioni dissonanti: per l'unica volta usare il termine noise assume senso. Il finale è affidato a "Kill the Seagull, Now!", brano scritto in origine per la pièce "Il gabbiano" di Anton Chekhov diretta da Agnieszka Lipiec-Wróblewska. Jazz rock orchestrale, di ampio respiro, sognante e meraviglioso. Di amletico c'è poco o nulla nella musica del Contemporary Noise Sextet. Kuba Kapsa e soci hanno classe da vendere e la certezza di una coolness autentica. Un plauso alla Denovali Records perché si dimostra ancora una volta etichetta poliedrica e di grande qualità. Alessandro Zoppo
COOTERS, THE – Punk Metal
È una vera e propria dichiarazione d'intenti il titolo del nuovo disco dei Cooters. Punk metal, furia adrenalinica concentrata in dieci pezzi, punk sfacciato e dai contenuti sì divertiti e senza pretese ma con un collegamento critico diretto alla realtà degli Stati Uniti di oggi. Satirici ed oltraggiosi, The Cooters non sono così banali come può apparire (questo è il loro terzo lavoro e a breve ne uscirà uno nuovo, intitolato "Chaos or bust"): è sempre una buona sorpresa trovarsi dinanzi ad un gruppo che vive e suona punk ma non si fossilizza su una sola forma canzone. Certo, qui non c'è grande originalità o un album che rimarrà nella memoria. In questo senso con uno sforzo maggiore qualche pretesa in più la si poteva sostenere. Magari facendo leva sull'aiuto dell'amico John Sinclair, mica uno qualunque...Ma intanto non pensiamo a cosa è rimasto fuori, godiamoci una mezz'ora abbondante di riff al fulmicotone, vocals rabbiose, soli schizzati e crude ritmiche. "The gooch", "Life like", "Wheels in motion" macinano punk rock tirato e 'caciarone', diretto e senza tanti fronzoli, con frequenti inserti hard e heavy metal, rallentamenti e veloci riprese. In "Society sets the stereotype" e "Okolona!" i tempi si fanno compressi e ci si avvicina alla rabbia metropolitana tipicamente hardcore in stile Dead Kennedys/Gorilla Biscuits. Ma non c'è solo punk o hc. Rimangono comunque intelligenti variazioni sul tema, come nei casi di "Carpetbaggers" (quasi una versione scarnificata dei Primus), "Crusty" (punk misto al rock viscerale dei Clutch più una dilatazione psych nella parte centrale), "Kill them with kindness" e "The redneck slut from hell" (brani emocore appoggiati su testi deliranti) e "Woo lord!" (sorta di hair punk metal ottantiano). In coda al dischetto troviamo anche il video di "The gooch", realizzato in povertà di mezzi ma rabbioso, sincero, appassionato ed onesto. Proprio come sono i Cooters. Punk e metal al tempo stesso. Alessandro Zoppo
COOTERS, THE – The moon will rise again
Ma quanto sono folli questi Cooters! Il loro secondo cd (purtroppo recensito con notevole ritardo rispetto all’anno d’uscita, il 2002) si presenta subito come un prodotto fuori da ogni canone e logica: artwork al limite del trash, nomignoli di discutibile gusto come Judas Cooter (il batterista Mike Namorato), Raw Cooter (il chitarrista Gentry Webb) e Neutre Cooter (il bassista Newt Rayburn), e un sound che spiazza dal primo all’ultimo pezzo. E già, perché questi tre pazzi provenienti dal Mississippi mischiano con grande disinvoltura e perizia tecnica generi tra loro distanti come il metal, il jazz, il noise, il garage, lo stoner ed il punk, il tutto unito ad un’ampia dose di simpatia e attitudine “cazzona” che non guasta mai. Si potrebbe sintetizzare il loro disco attorno ai due pezzi centrali della tracklist: “Soul food” ha un groove devastante e tanti cambi di tempo e d’atmosfera che richiamano alla mente il lavoro schizzato dei Primus; “Dare to defy” procede lenta e ambigua per poi esplodere in crude deflagrazioni sonore che sembrano uscire da un disco dei Clutch. Il resto del cd invece è basato su pezzi più brevi ed esagitati, prevalentemente strumentali e incentrati su riff taglienti o bizzarrie varie (una malata conversazione telefonica presente in “Unclaimed forniture” ne è ottimo esempio). Vocals urlate ed animalesche appaiono di tanto in tanto (“Purge”, “Punch yer neighbor”, “The Cooter theme”), mentre ciò che colpisce per tutta la durata del dischetto è la maestria dei tre nel saper fondere così facilmente vari stili senza provocare bruschi contrasti o accozzaglie senza alcun senso. Tanto coraggio e un carattere così sarcastico vanno premiati, con tanta gente che si prende troppo sul serio al giorno d’oggi band come i Cooters sono ventate d’aria fresca… Alessandro Zoppo
CORE OF THE EARTH – Loadstone
I Core Of The Earth hanno una passione sfrenata per i Melvins e "Loadstone", loro primo disco, lo dimostra in pieno. Undici brani che rimandano molto alle sonorità slabbrate e mefistofeliche di King Buzzo e soci, sia nella costruzione dei brani (alternanza completa di schegge impazzite e lunghi monoliti darkedelici) che nelle singole prestazioni (le ritmiche possenti di basso e batteria, il groove selvaggio delle chitarre, la voce cavernosa di Bailey). Tutto è giocato su questa alternanza e nonostante il rischio della deriva spersonalizzante il trio del Colorado ci delizia con un lavoro riuscito e senza sbavature.Certo, al prossimo colpo vogliamo una maggiore personalità compositiva, ma come primo passo ci accontentiamo. Eccome se ci accontentiamo… Pezzi come "Labrador", "Above" e "Cadaver dog" (magnifica la sua coda psichedelica) sono classici brani in stile Melvins, in particolare del periodo "Houdini", "Stoner witch", "Stag". Grezzi e diretti, tosti come il granito e dolorosi come un pugno in piena faccia. Altrove ("Grimaldi", "Chain", "Swan") emergono invece matasse fumose ed avvolgenti che virano verso territori doom, tanto da tingersi di nero e andare a toccare gli oscuri materiali creati da Saint Vitus ed Electric Wizard. Uno spettro sonoro da esplorare con più cura in futuro. Anche perché le capacità ci sono e lo dimostrano alcuni intermezzi quali "Voci dal profondo" e "Ripshine": psichedelia oscura, trascinante e suadente, che si esprime in forma strumentale e concede qualche pausa per far respirare durante l'assalto continuo che il resto di "Loadstone" rappresenta. Duri, potenti, determinati: i Core Of The Earth hanno tutte le carte in regola per fare bene. L'importante è non cadere nel rifacimento di se stessi o nella ripetizione pedissequa degli stilemi creati da altri. Le premesse non ci inducono a tale riflessioni, anzi, ci fanno sperare in una nuova, grande band. Alessandro Zoppo
CORROSION OF CONFORMITY – America’s volume dealer
“America’s Volume Dealer” chiude molto bene la trilogia dei C.O.C. (se escludiamo l’ottimo “Blind”, album della svolta verso sonorità hard ’70, ancorché filtrate da un rifferama thrash/hardcore), dopo i primi due capitoli “Deliverance” e “Wiseblood”, dischi seminali nella storia dell’hard rock novantiano. A dire la verità “AVD” è uscito con molto ritardo rispetto ai tempi attesi, in quanto i rockers del North Carolina non seppero capitalizzare i buoni successi ottenuti (dal vivo e su vinile), proprio quando si trovavano ad un passo dal riconoscimento di massa. Questo è avvenuto per qualche bega interna (forse per l’anatema di Karl Agell, poi cantante dei Leadfoot, estromesso da Keenan dopo le registrazioni di “Blind”), per una certa crisi compositiva, per gli impegni in progetti paralleli come i Down, e soprattutto perché nella seconda metà del decennio il rock più viscerale non fu ritenuto sufficientemente appetibile dalle grosse case discografiche, che hanno visto in sonorità più “moderniste” (termine che mi lascia molti dubbi) investimenti più convenienti. D’altro canto lo spessore artistico dei C.O.C. non è stato messo in discussione dalle nuove generazioni stoner e southern rock, che li hanno acclamati come un gruppo fondamentale al pari di Kyuss e Lynyrd Skynyrd! L’opener è affidata a “Over Me”, un brano al 100% Corrosion of Conformity: fraseggi possenti alternati ad altri più pacati, ma sempre al servizio della costruzione melodica e sotto continua pulsione ritmica, in cui la voce di Pepper dà il meglio. Già questa canzone descrive ottimamente lo stile del disco: riff hard rock a là Mountain/Ted Nugent con sonorità che piegano sia verso il grunge che l’heavy-psych, il tutto condito da un piacevole retrogusto sudista. Si nota subito come pur trattandosi di un album potente, vitale ed energico, ci sia minore foga rispetto ai precedenti. Inalterato rimane il loro spirito ribelle e critico verso una certa America ipocrita e bigotta, anche se più riflessivo e maturo. Abbastanza riuscita “Congratulations Song”, efficace nel coniugare i Metallica di “Black Album” e “Load” con gruppi come i Raging Slab, risultando però uno dei brani più deboli della discografia dei C.O.C.. Splendida invece la ballata sudista “Stare Too Long”, veramente degna dei Lynyrd Skynyrd del terzo/quarto album senza ricorrere ad alcun plagio. Con “Diablo Blvd.”, più cadenzata, e soprattutto “Doublewide”, che alza il livello con un buon equilibrio tra hard rock e grunge malinconico, torniamo piacevolmente ai riffoni elettrici. “Zippo” è un improvviso sussulto, perché tra parti heavy-blues e chorus fantastici, finalmente si riprovano le emozioni di “Albatross” e “King of The Rotten”. Puro Hard-Blues che vive di luce propria è pure “Who’s Got The Fire”, con parti soliste e break ritmici che ricordano al meglio i giganti dei ’70. “Sleeping Martyr” parte più sommessa, con un feeling da baita sonnolenta del Sud, per poi alternarsi a esplosioni sabbathiane, risultando piuttosto affine a certe cose dei Down, ma senza inflessioni sludge. Il suono poi diventa molto fuzzato in “Take What You Want”, pur non raggiungendo gli estremi dei Fu Manchu, in quanto si tratta piuttosto di un solido brano rock, con parti vocali e chitarristiche più accessibili. Un'altra semi-ballata del Sud, stavolta con andamento elettrico, è “13 Angels”, davvero molto ipnotica e avvolgente, che non sfigura per niente di fronte agli episodi migliori di Metallica e Soundgarden. Chiude “Gittin’ It On”, molto sullo stile aggressivo di “Wiseblood”, ma con un tenore qualitativo inferiore, causa qualche fraseggio Bay-Area di troppo. In definitiva alla fine dell’ascolto si rimane più che soddisfatti, ci sono molti alti e qualche basso, i Corrosion sono sinonimo di classe e groove, e riescono pure stavolta a convincere nettamente; pur non essendo questo il loro capolavoro, si può dire che l’album contiene canzoni di livello ragguardevole. Roberto Mattei
CORROSION OF CONFORMITY – Blind
Pepper Keenan è uno degli artisti meno acclamati degli ultimi anni: chitarrista di grandissimo livello, grande voce, carisma da vendere ed uno stile inconfondibile. Grazie al progetto Down è riuscito a riprendersi un po’ di quella gloria che avrebbe sempre meritato, ma solo perché nei Down ci sono altri fenomeni come Phil Anselmo e Kirk Windstein, per non parlare di Jimmy Bower e Rex Brown. Sgt. Pepper's Keenan sembra più il nome del figlio di una coppia nella quale lui è un fan dei Tool, mentre la moglie è beatlesiana fino al midollo; ma in realtà si tratta solo di un soprannome divertente ed ironico che hanno affibbiato al chitarrista della North Carolina. Dal 1983, anno di fondazione dei COC, l'evoluzione e la lungimiranza hanno caratterizzato il volto della band, che come serpente, faceva la muta e cambiava pelle, non per adeguarsi ai tempi, ma per un'esigenza personale di gusto e rinnovamento.Gli esordi come band fortemente hardcore punk ("Eye for an Eye", 1983 per la No Core Records) con Eric Eyche, poi lo spostamento verso un crossover ibrido tra hc punk e thrash metal, fino al primi anni 90. Nel 1991 pubblicano questo "Blind", dove ci troviamo di fronte ad un disco che fonde il thrash metal di scuola californiana (San Francisco Bay) con quello che negli anni '90 sarà definito stoner metal. È un lavoro poliedrico, in anticipo sui tempi e che, nonostante tutto, non ha mai ottenuto l'accoglienza che avrebbe meritato, e lo stesso discorso si veda per i dischi successivi: "Deliverance" (1994) e "Wiseblood" (1996). Forse perché qualcuno è solito dire che in questo disco i COC si siano rifatti troppo ai primi Metallica? In effetti la voce di Karl Agell molto spesso si confonde con quella di James Hetfield, ma se pensiamo che quest'ultimo era e rimane un grandissimo amico di Keenan e suo estimatore, nonché sarà guest in "Wiseblood" (nel brano "Man of Ash"). Così come potremmo dire che i suoni dei four horseman dal "Black Album" in poi risentono di una certa vena thrash-southern presente nei Corrosion, che rimane il loro marchio di fabbrica. Ma in "Blind" ci sono avvisaglie anche di un certo sludge, che verrà approfondito nei dischi successivi, e sarà uno dei leit motif degli assoli di Keenan nei Down. Ci sono alcuni pezzi che ogni amante del rock duro dovrebbe mandare a memoria, e recitarli come se sgranasse un rosario: "Vote with a Bullet", "Dance of the Dead", "Mine Are the Eyes of Gods". E attenzione, ricordatevi che ascoltare i Corrosion senza leggere i testi, riduce tantissimo il piacere e la comprensione del gruppo, che è sempre stata una band controcorrente, feroce antagonista del sistema americano quale si presente in tutti i suoi eccessi e dissoluzioni. Ha sempre criticato ferocemente il sistema capitalista, il modo di fare politica spesso sporco e rovinato dal danaro e dalle intimidazioni, il razzismo soprattutto negli stati del sud. Certo, sono della Carolina, ma questo non vuol dire che debbano per forza essere d'accordo con quanto proclamavano le teste di cazzo incappucciate del KKK ("Break the Circle"). Il metal tecnico, la grande capacità di Keenan come chitarrista, una straordinaria creatività fanno da contrappeso al desiderio di ripudiare la guerra come strumento di offesa, alla scelta dell'individualismo, perché solo in questo l'uomo è finalmente libero di scegliere con la propria testa, puntando il dito verso condizionamenti esterni e preferendo i momenti di riflessione (come nella strumentale e incantevolmente placida "Shallow Ground"). La qualità e la quantità sono qui: racchiuse in 53 minuti di grande musica, spesso dimenticata, spesso sottovalutata. Gabriele Mureddu
COSMETIC – Sursum Corda
Cliccando su google alla ricerca di gruppi italiani shoegaze/dreampop abbiamo scovato questo giovane terzetto, i Cosmetic, del quale “Sursum corda” è il debutto ufficiale, edito grazie al supporto della Tafuzzy Records. Sorvolando sulla copertina (veramente brutta) ci ritroviamo ad ascoltare un discreto lavoro di rock psichedelico/alternativo cantato in italiano, dove il gruppo abbraccia più campi e soluzioni sonore all’interno della propria proposta.L’iniziale “Acacia rosa” presenta tutte le caratteristiche tipiche dello shoegaze, con chitarre fuzzate atte a coprire (anzi, sommergere) il cantato appena percettibile di Bart (anche chitarrista). Gradevole è “Il declino” e davvero bella “Meglio così” (ottimo il basso), molto languida ed easy listening: una song difficile da dimenticare una volta ascoltata. La conclusiva “Forti in tutto” è una lunga ballata psichedelica con chitarre circolari ideali a fare da sottofondo ad una tenue atmosfera che accompagna alla conclusione dell’ascolto. Il gruppo può e deve migliorare, le capacità ci sono e qualche canzone è già più che meritevole. Dategli una chance. Marco Cavallini
COSMIC BROTHERHOOD OF RA, THE – Rendevous with the living wisdom
Il culto di Ra, divinità solare simbolo di rinascita e rigenerazione, rivive nella musica dei Cosmic Brotherhood Of Ra, entità nata nel 2001 per volere di Erik ‘Anubis Re’ Schroeder (synths, farfisa, sax, voce), accompagnato in questa avventura da John Farley (chitarra), Troy DeAngelis (batteria, percussioni), Brian Kowalski (basso, flauto) e Dustin Kreidler (sax, chitarra, tastiere). Il gruppo oggi si è assestato con l’ingresso in line up di Mike Wojik (batteria, percussioni, didgeridoo) e John Holowach (chitarra, basso, farfisa).Il materiale proposto in “Rendevous with the living wisdom” è un vulcano in continua e costante eruzione. La band elabora con grande intelligenza e personalità svariate influenze, che partendo da Pharoah Sanders, Hawkwind e Pink Floyd arrivano a Ornette Coleman, John Zorn e Ozric Tentacles, passando per Gong, King Crimson e Popol Vuh. Un orizzonte sconfinato insomma, dove (free) jazz, hard rock, space, funk e psichedelia si rincorrono senza alcuna sosta. Il tutto condito da una sapienza strumentale sopraffina e da una forte ironia di fondo. Le cinque parti che compongono la title track sono schegge composte di free jazz cosmico (Sun Ra docet) e placide stasi: lame taglienti, frammenti di meteoriti che illuminano il cielo e generano tempeste cosmiche. “Into the halls of Amenti” è un fiume in piena, lo scorrere del sax caldo e corposo di Erik dona brevi incursioni in lisergici paradisi della mente. “The seeming isness of the was” è jazz psichedelico che governa il caos, elemento di (auto)distruzione per celebrare la morte del pianeta e la nascita di un nuovo mondo, mentre “The children of the rose” è una lunga cavalcata psichedelica, un vortice sonoro che provoca capogiro. “The bee’s knees” coniuga il groove della fusion e un riff dannatamente ‘sabbathiano’, “Wearing a bamboo suit in a forest of pandas” suona come un affascinante e oscuro rituale galattico che rende grazia ad antiche civiltà scomparse da millenni, “Ride the comet” è percorsa da una sottile vena pop, “(And all our) Dreams fall into sand” si concede alle dolcezze della ballata psichedelica. Una eterogeneità che rende il disco scorrevole e al tempo stesso astratto. Non caso le conclusive, brusche “Space dragon” e “The other side” ci riportano sul pianeta terra con un paio di schiaffoni hard space psych assestati in pieno volto. Solo così il viaggio può ricominciare, ancora ed ancora… Alessandro Zoppo
COSMIC WHEELS – Cosmic Wheels
Tribalismo e chitarre funamboliche: l'esordio dei fratelli Marrone, Paul già dietro le pelli dei fantastici Radio Moscow e Vincent alla sei corde, ci fa rivivere il tremolio avuto al primo ascolto degli Atomic Bitchwax. La genesi di questo debut album dei Cosmic Wheels è davvero strana. I due vanno in studio nel 2007, un anno dopo che Dan Auerbach ha messo le mani sui pezzi dei Radio Moscow e fa uscire l'omonimo primo album sotto la sua produzione, via Alive Records, e in una sola mandata registrano dei demo rimasti in cantina fino al 2015, quando Gabriele della Heavy Psych Sounds Records decide di pubblicarli così come sono.
Dieci pezzi strumentali buttati giù di pancia che, tra citazioni di riff storici ("Untitled 4" e "Untitled 6") e divertimenti vari dati soprattutto dalla gran voglia di suonare sfornano un sound ricco, fresco e ammaliante come solo i progetti completamente genuini sanno trasferire. Qua e là qualche tocco di keyboards, un paio di brani cantati ("No One Knows Where They've Been", "12 O'Clock Groove Street") che ci riportano dritti nel triennio 68/70 e il gioco è fatto. Certo manca quell'unità progettuale che solo le band affiatate, che hanno suonato molto insieme non solo in sala prova o in studio, riescono a restituire, ma il risultato lascia al palo molti esordi di tante stoner bands. Non c'è neanche una componente compositiva che si possa chiamare tale. Qui ci sono due fratelli che decidono di divertirsi suonando. Prendere o lasciare. Di sicuro gli amanti del High Volume Retro Rock non dovranno lasciare. E noi con loro. Eugenio Di Giacomantonio
COSMOTRON – Demo Ep
Lo spaventoso positrone che permetteva di osservare i mesoni al di fuori dei raggi cosmici, battezza l'ennesima bestiale creatura ultra-stoner proveniente dalla toscana, che in fatto di Moloch sonori in questi ultimi anni sta facendo davvero sul serio (Stoner Kebab, Mathians, Gum, Ghost Empire, ma anche Cervix e Quiet in The Cave). La voce di Marcus, la chitarra di Mr-T, il basso di Dave e la batteria di Zven danno vita ad un pazzesco wall of sound psichedelico, che scaturisce da un overdose di energia cinetica impartita a Kyuss e Monster Magnet, generando una versione snaturata e meccanica del classico desert rock.I tre pezzi dell'omonimo demo lasciano senza fiato: in "Strange Gods", Sons of Otis, Roadsaw e Kyuss vengono induriti ed espansi all'inverosimile, ma sicuramente citare i soliti nomi è riduttivo, visto che la ricerca dei Cosmotron nell'ampliare i limiti di studiata violenza sono efficacissimi, senza deviare in generi confinanti come sludge o doom. "Speedway Race" è già un pezzo degno di un ottimo debutto, e mi si passi il termine, parlerei di nuclear-stoner; inoltre "Low Rider" ad essere cattivi potrebbe far impallidire certi manierismi ad opera una decina di anni fa dei quasi omonimi svedesi. Il fatto poi che i Cosmotron mantengano anche linee vocali e chitarre acide dalle linee melodiche perfettamente intelligibili e aderenti alla tradizione stoner/desert rock, seppure inserite in uno scenario trasfigurato da amplificatori in ipersaturazione, non fa che rendere maggiormente credibile la proposta del quartetto, che mantenendo queste premesse potrebbe davvero realizzare un esordio da ricordare. Roberto Mattei
Cpt. Kronos – Green Fairy
Alti, ben piazzati, capelluti (tranne uno) e barbuti (tranne una), i finlandesi Cpt. Kronos sono la creatura di Antero Pertamo, il quale alcuni anni or sono s'è incaponito di raggrumare una band per convogliarvi la grande passione per i film horror e il doom. Vi pare già da subito una storia trita? Be', noi siamo qui a valutare il prodotto, mica le premesse… Se non che il primo aggiunge ben poco alle seconde. In altre parole, ci troviamo in terreni familiari ai frequentatori di Perkele, segnati da riff pentatonici e ritmi incalzanti, talvolta colpiti da una sferza metallica; ora un groove che ricorda gli Orange Goblin prima maniera (vedi l'opener "Green Fairy"), ora una doppia cassa che spinge verso lidi più propriamente hard 'n' heavy ("Mountain of the Dead"). Fin qui niente di male, sia chiaro, però i nostri mancano di sfondare la barriera dell'anonimato e finisce che, dei quasi venti minuti di musica, sul palato rimane poco. Se questo è l'effetto sortito dall'EP (al quale ha fatto seguito un "Live in Studio" nel 2017), viene da chiedersi come se la caverebbero sulla lunga durata. Tuttavia non è da escludersi a priori che con un po' di perseveranza e determinazione possano fare il balzo in avanti e approdare a una proposta più accattivante: questo "Green Fairy", in fin dei conti, non ha nulla di intrinsecamente sbagliato o goffo, è soltanto poco ispirato. Quel che ci vuole è che i Cpt. Kronos prendano piena coscienza delle loro capacità e si dedichino pazientemente a svezzare il songwriting. Morale della favola: promossi con riserva. [caption id="attachment_6006" align="aligncenter" width="640"] Cpt. Kronos[/caption]   Davide Trovò  
CRASH AND BURN – Sick again
Il movimento di riscoperta del rock'n'roll sembra non avere mai fine ed ecco allora arrivare da Allston, Stati Uniti, un'altra band capace di prendere a calci in culo tutti coloro i quali accusano di sciacallaggio commerciale tale genere. Trattasi dei Crash And Burn, band accasata presso l'agguerrita indie label Traktor 7. Il disco di debutto "Sick again" è un concentrato di pura potenza adrenalinica dinamica e coinvolgente fino al midollo. Il loro rock'n'roll grezzo e selvaggio si riallaccia alla scuola scandinava oggi tanto in voga (in primis Hellacopters e Psychopunch) ma nel sound di questi quattro pazzi risuonano echi presenti e passati: una certa attitudine stradaiola è presa in prestito direttamente dai primi Guns'n'Roses, i riff ruvidi e sanguigni sono mutuati dal rock rabbioso dei Motorhead, mentre le atmosfere alcoliche e tirate giungono direttamente dalla grande tradizione degli Ac/Dc. Tuttavia non mancano dinamici inserti punk, evidenti in alcune ritmiche veloci e folli (opera di Brandan Jones alla batteria e Jeffrey Artiaco al basso) e nella voce sguaiata di Billy Brown, autentico trascinatore del gruppo. E' impossibile restare fermi ascoltando brani compatti ed incisivi come la tripletta iniziale "Crazy and stupid", "Last night" e "Go down" o la trascinante "Check's in the mail", autentici razzi che esplodono all'impazzata e colpiscono subito nel segno. "Graveyard shift" e "Gettin' all bad lievtenant" evidenziano invece una decisa impostazione punk debitrice nei confronti di Black Flag e Social Distorsion, dove la chitarra di Phil Goldenberg si lancia in riff assassini e affilati come lame. Certo, l'immediatezza è la carta vincente dei Crash And Burn, ma non si tratta di un assalto senza capo né coda: alcuni momenti rivelano eccellenti quanto insospettate capacità in fase di songwriting. Lo dimostrano pezzi come "Sick again", assai più modulato rispetto alle corrispettive schegge rock'n'roll, "Uglier every day", caratterizzato da una melodia azzeccata in pieno, e soprattutto "Come on down", favoloso tassello dove rock, soul e r'n'b si mischiano alla perfezione attraverso inserti di armonica e piano elettrico. Un disco onesto e spontaneo questo "Sick again", capace di coinvolgere e scatenare dal primo all'ultimo secondo. Ascolto obbligato per chi è in cerca di una mezz'oretta di sex, drugs and rock'n'roll. Alessandro Zoppo
CREAM – Fresh Cream
1966. La date è importante, se non fondamentale per capire come il rock, nel giro di 4 anni, cambierà totalmente diventando principe ed assoluto imperatore dell'universo musicale, relegando jazz e blues al ruolo di meri subalterni. Il rock incendia e prende fuoco, come cantava Jimi Hendrix in "Fire", lui che di fuoco se ne intendeva come un piromane della scala musicale, un firestarter degli assoli che erano incandescenti come la sua strato sul palco di Woodstock nel 1967.Nel 1966 non avevano fatto ancora la loro comparsa a livello mondiale alcuni dei maggiori esponenti del rock: Morrison e Manzarek stavano ancora sulla spiaggia di Venice Queen, Robert Plant cazzeggiava in UK, Lemmy imparava ad usare il basso nei suoi Hawkwind, Blackmore studiava nuovi assoli e John Michael Osbourne diventerà presto famoso col nome di Ozzy. In quegli anni Dylan era il dominatore incontrastato, c'erano Cash e i Beatles, gli Stones e i Blues Magoos: tutta gente che aveva a che fare, chi più chi meno, con il blues. E "Fresh Cream" è formalmente un album di blues revival: ha la struttura, la durata delle canzoni, i pezzi e le cover di grandi bluesman. E poi ci suona Eric Clapton, che usciva da due esperienze illuminanti come quelle con Yardbyids e Bluesbreacker di John Mayall, che gli avevano fruttato il titolo di enfant prodige del blues rock, mentre a Londra i muri erano coperti dalle scritte Eric Clapton is God. Capirete bene che ci troviamo di fronte ad un gruppo eccezionale, uno dei migliori power trio che abbiano mai deciso di deliziarci con buona musica, se non fosse per il fatto che la loro influenza sui decenni a venire è immensa, e gruppi meno famosi inizieranno già ad emularli sin dal 1968. In tutto, dal basso di Jack Bruce, una delle voci più spettacolari degli anni '60, alle ritmiche di Ginger Baker, il primo vero drum-hero della storia, colui che fu capace di trasformare uno strumento da semplice accompagnatore a co-protagonista: basta ascoltare "Toad", un autentico delirio di batteria. Ci sono anche quattro cover, riarrangiate e rimescolate negli assoli e nella dinamica: "Four Until Late" del maestro dei crossroads Robert Johnson, "Rollin' and Tumblin'" di Muddy Waters, "Spoonful" di Willie Dixon, "I'm So Glad" di Skip James e la ballata tradizionale "Cat's Squirrel". Si tratta dunque di un disco a metà strada tra il tributo dei grandi del blues e canzoni nuove, catchy, tra il blues e l'acid rock, che nasce proprio in quegli anni con le esibizioni dal vivo dei Cream. L'aria che si respira è una continua esclation di felicità, emozione, senso di libertà e voglia di vivere ("I Feel Free", "N.S.U. ", "I'm So Glad", "Wrapping Paper"), nonostante vi siano anche dei brani di pure e semplice sofferenza blues, accompagnati da riff eccezionali, voci e armoniche spettacolari, una batteria posseduta come se fosse la magia negra del voodoo a prendere il controllo degli arti di Baker e costringerlo a suonare la musica del diavolo. Questo è uno dei capolavori del rock, per importanza e bellezza, non esistendo un punto in cui la qualità cali o sia minore rispetto agli altri. Undici brani, undici perle che si incastonano nell'arazzo arabesco intrecciato dal rapsodo Clapton e dal cantante Bruce. Gabriele "Sgabrioz" Mureddu
CREEPJOINT – Kill the head
Un misto di psichedelia, elettronica e atmosfere rarefatte è quanto ci viene proposto dagli stravaganti Creepjoint. In realtà non si tratta di una band alle prime armi ma del progetto messo in piedi da Tim Harrington, ex membro di Masters Of Reality, The Bogeymen e Master Frequency and His Deepness, il quale con la collaborazione di Scott Schimpff (The Frogs), Bobby Budd (Lovelorn) e Andy Walton (Wallmen) ha dato vista a questo interessante dischetto d'esordio composto da nove tracce. Psichedelia dicevamo, in effetti quanto fatto ascoltare richiama innanzitutto gli stessi Masters Of Reality, ma tenendo in considerazione quanto fatto in passato dai Pink Floyd dell'era Syd Barrett e ai giorni nostri da Flaming Lips e Dead Meadow. Visioni bizzarre e arrangiamenti strampalati quindi, conditi da frequenti inserti elettronici (la malata ma simpatica "Billy Goat" ne è un perfetto esempio) e melodie beatlesiane (l'acustica "Pieces of Tommy"), il tutto giocato sull'onda di un eclettismo a volte eccessivo ma alla fine dei conti ben oltre la sufficienza. Le chitarre acide di "Kill the head" ricordano le ambientazioni solari e lisergiche dei migliori Dead Meadow, "Whyte hot" potrebbe trovare benissimo posto sul prossimo lavoro dei Queens Of The Stone Age, mentre "Jihad" condisce la sua armonia di rumori psicotropi e folli. Per il resto "Black" stordisce con i suoi ritmi paranoici, "Earthbound sister" unisce alla perfezione riff sabbathiani e partiture mesmeriche, e "Krynoutloud" colpisce nel segno con il suo appeal "piacione" e le sue melodie spensierate. Un biglietto da visita niente male questo "Kill the head", viatico consigliato a tutti coloro i quali cercano dalla musica sensazioni forti e soprattutto fuori di testa. Alessandro Zoppo
CRIMSON DAWN – In Strange Aeons
I Crimson Dawn sono un gruppo lombardo-veneto-romagnolo nato nel 2005 per volere di Dario Beretta, collaudato chitarrista grazie ad una quasi ventennale esperienza coi power metallers Drakkar. Insieme a Emanuele Rastelli, altro chitarrista e polistrumentista proveninente dai Crown of Autumn (dediti a suoni melodic death gothic), e con l'innesto di Marco Stancioiu dietro le pelli, la band licenza una demo autoprodotta di tre tracce che mostra quale direzione prendere. Risultato: un epic doom di buona fattura ma che risente inevitabilmente di una scarna produzione, oltre che di convinzione e coinvolgimento labili da parte dei nostri, i quali abbandonano presto il progetto. Arriviamo al 2008 e Dario decide di riprendere il discorso interrotto. Questa volta lo fa in maniera più decisa, reclutando dapprima Luca Lucchini (batterista di Verona con un passato negli epic doomsters All Soul's Day), poi Alessandro Reggiani Romagnoli al basso, Emanuele Laghi alle tastiere e Antonio Pecere alla voce (apprezzato cantante del metal italiano in bilico tra power progressive, epic e thrash grazie ad esperienze in band quali Betoken, Deimos, Rapid Fire, Sigma e Komady). Nel 2009 i Crimson Dawn partecipano con due brani alla compilation "Force of Glory" della label coreana Infernal Kaos Production. Con la formazione finalmente assestata ed un rinnovato entusiasmo, la band persegue lo scopo fino a giungere a quello che è l'album d'esordio, "In Strange Aeons". Titolo che induce verso visioni ancestrali e album che mette in mostra una innegabile qualità tecnica, unita ad una ricercatezza nei suoni oltre che ad una produzione di prim'ordine. Sul piano sonoro ed emotivo, i sei si collocano in quella corrente che oggi appare old fashion perché strizza l'occhio agli 80, in leggera controtendenza considerato l'attuale trend 70's oriented. Musicalmente il sound dei Crimson Dawn è epic doom con influenze che vanno dai classici del genere quali Candlemass, Solitude Aeturnus, Solstice, Doomsword, Thunderstorm, ad alcune gemme oscure come Cirith Ungol e Warlord. L'epic doom dei Crimson Dawn risulta ricco di spunti: l'influenza sabbathiana che pure è presente (a chiudere i giochi ecco una cover di "Over and Over") sembra ricondurre ai Sabbath dell'era Tony Martin. Altra band che ha influenzato il sound dei nostri sono i Rainbow del periodo Ronnie James Dio; altrove affiorano anche echi dei primi Queensryche e dei primissimi Manowar e sprazzi di hard progressive oscuro stile Biglietto per l'Inferno. In sostanza "In Strange Aeons" è un album ben scritto, ben suonato e dai diversi risvolti, indirizzato ai metal fan, ai doomsters più aperti e avvezzi a suoni sfaccettati, poco appetibile ai puristi del doom old school tradizionale poiché è assente l'elemento acid 70's. Consigliato in particolare agli amanti del genere: quelli che ad esempio hanno apprezzato i maltesi Nomad Son, coi quali Dario Beretta e soci sembrano avere diversi punti di contatto. Insomma, i Crimson Dawn sono un ottimo ensemble: sanno di non avere inventato nulla ma cià che fanno lo fanno con passione, per se stessi e per chi apprezza queste sonorità. Antonio Fazio
CRISALIDE – Crisalide
Crisalide nasce a Pisa agli inizi del 2001 dalla volontà di Riccardo (chitarra) e Matteo (voce) di trasporre in musica riflessioni, vita quotidiana, amicizia, passione, emozioni. Ben presto si delinea una precisa identità concettuale e sonora, resa stabile dall'ingresso in formazione di Erica (basso) e Sandro (batteria). La Crisalide può nascere e diventare finalmente farfalla. Dopo "In me in te" (prima emissione, anno 2003), i quattro brani presenti su questa nuova demo ne sono testimonianza.Il sound della band si agita tra i sentimenti più disparati. C'è una base di fondo diretta discendente delle sonorità di Seattle. C'è una vena lisergica che vive sottopelle. Ci sono l'urgenza del rock italiano più aggressivo e (r)umori oscuri provenienti da insospettabili influenze indie e post rock. È un songwriting abbastanza ispirato dunque, che scorre senza intoppi ed è messo al servizio di una buona tecnica. Unici appunti vanno alla freddezza un po' troppo chirurgica delle chitarre e ad alcuni suoni fin troppo secchi della batteria. Ma è un versante sul quale si può lavorare con pazienza e tranquillità, considerando che siamo appena al secondo promo. Per ora rimangono quattro canzoni che offrono spunti e stimoli davvero interessanti. "Muori (dolore libero)" è una scheggia indie noise che si muove in cerca di liberazione. "Sottovuoto" possiede un certo feeling oscuro e sottilmente psichedelico che non può non far pensare ai Tool, mentre "Ruvido" è rock ispido, servito da un azzeccato chorus e scosso da un break centrale molto dilatato, dall'alto gradiente lisergico. "Solitudine rumorosa" chiude il dischetto con il suo indie rock malinconico e decadente, che in certi frangenti (quelli ipnotici e riflessivi) ricorda vagamente i CSI. Forte e al tempo stesso onirica, passo dopo passo Crisalide è pronta per volare liberamente. Alessandro Zoppo
CROWBAR – Broken Glass
Vetri rotti, frammenti di melodie frantumate dai riff esplosivi e venefici di Kirk Windstein. Una sassaiola di note, grancassa, bordate di basso ed una sezione ritmica deflagrante come un bombardamento al napalm nelle risaie del Vietnam durante gli anni '70. Ma qui la cavalleria dell'aria è rappresentata dalla ferocia e dal clima di martirio sonoro che scaturisce dal disco: veloce nella sua staticità di derivazione doom, mordente nel suo ritmo martellare derivante dall'hardcore dei Black Flag, patologico come la chitarra dei primi Melvins, legato alle proprie radici come il southern della Lousiana: in una parola, sludge.Salubre quanto può esserlo una palude dell'Alabama, il Mardi Gras sonoro è pronto a partire ed appestare la stanza con il suo spettacolo di freaks: annuncia l'apertura delle danze il capocomico, l'arlecchino dalle tonalità pesanti e volgarmente potenti di "Conquering", che si dichiara pronto ad annichilire ogni forma di resistenza, anche la più piccola. Il drumming forsennato e cazzuto come una grandinata torrenziale, la voce che urla e sbraita concetti nel puro stile sludge, creando, valorizzando, premendo l'acceleratore fino in fondo e facendo salire di giri quel mezzo anfibio corazzato chiamato Crowbar. "Like Broken Glass" è l'esatto modo in cui ci si sente, tra assoli curati, vibrazioni abrasive e sporche che hanno fatto scuole, ed il suono di un gruppo come i Down deve tutto ai Crowbar. "Wrath of Time Be Judgement" ti apre come un piede di porco (da qui il nome del gruppo), facendo perno sul tuo sterno, ti scoperchia la cassa toracica ed infila dentro quella bomba al neutrone di "Burn Your World". La testa ti scoppia, ma il cuore ha bisogno di altre scariche di adrenalina, intervallate dall'assunzione di sostanze dopanti per non sentire la fatica, lisergiche proteine ed amminoacidi a base alcolica, come "Can't Turn Away From Dying" e "Reborn Thru Me", dove l'incedere massiccio del doom lavico e oscuro di Pentagram, Saint Vitus, Trouble e Black Sabbath si confonde con la derisione e lo scherno del blues più malato, di una chitarra rocciosa e killer come la voce. Un disco che racconta lo sludge ed uno dei capolavori del genere, assolutamente irrinunciabile anche perché in 38 minuti è capace di prendervi e girarvi la pelle. Avviso: dopo averlo ascoltato andrete in giro come il manichino di esplorando il corpo umano. Gabriele "Sgabrioz" Mureddu
CROWBAR – Lifesblood for the downtrodden
Ritorno col botto quello dei Crowbar. "Lifesblood for the downtrodden" è il loro nuovo disco dopo un'attesa che per gli amanti della band americana si stava facendo davvero spasmodica. Stavolta il mentore Kirk Windstein rivoluziona la formazione ma non l'assetto di base del suo progetto: picchiare duro e lento, battere ai fianchi ed imprimere potenza inaudita ai colpi.Lo stratagemma funziona alla perfezione ma questa volta la componente che viene accentuata è quella più malinconica ed oscura. Lo sludge doom del gruppo di New Orleans resta infatti muscolare e possente, anche se sono certe melodie notturne e decadenti a balzare subito all'orecchio. Merito di una accentuata ricerca vocale e del lavoro delle chitarre, affilate sì ma con un gusto spiccato per la circolarità e le armonie. Il risultato (splendido ovviamente) lo si può ascoltare in pezzi come le sentite "Coming down", "Fall back to zero" e "Dead sun", piene di rabbiosa e soffocante disperazione. O nella conclusiva, acustica "Life's blood", episodio davvero particolare nella discografia dei Crowbar. Altrove è invece il classico marchio di fabbrica di mr. Windstein a prevalere, ad esempio nella doppietta iniziale formata da "New dawn" e "Slave no more" o nella plumbea "Moon", brani prodighi di riff ciccioni e grondanti groove da tutte le note. Mentre "Angels wings" e "The violent reaction" sono ciò che resta del sostrato hardcore dal quale la band proviene. "Lifesblood for the downtrodden" si conferma quindi come un valido disco, un'istantanea dei Crowbar targati 2005 sincera e passionale. Speriamo solo di non dover attendere altre quattro anni per un nuovo lavoro di Kirk, la sua impronta nel panorama musicale odierno è quanto mai necessaria… Alessandro Zoppo
Cruel Experience – Lives of Ugly Demons
I Cruel Experience sono realmente LOUD. Attenzione: non rumorosi, bensì "Lives of Ugly Demons"! Alla maniera dei Morlocks di "Submerged Alive", a cui assomigliano per attitudine e sporcizia e non direttamente per il sound. A proposito, com'è il loro sound? Un mix di punk, garage, fuzz e immondizia varia. Hanno un cantante che praticamente vomita e impreca come un Iggy Pop sballato di acido di batteria. Sono a cavallo di quel ponte affascinante e misterioso che porta dal post punk fine Settanta alla New Wave inizio Ottanta (vedi "Bite the Light"). Dal vivo la band di Lucca avrà sicuramente un aspetto minaccioso e la loro musica esploderà in maniera più riuscita. Ma anche dall'ascolto del dischetto (dura una trentina di minuti circa) si hanno delle belle soddisfazioni. "Bad Moon" per esempio: una canzone che è talmente affascinante da ricordare un'altra luna, quella morta dei Dead Moon, formazione seminale di Fred Cole, born loser per antonomasia, celebrato solo da un pugno di rockers più fedeli. Poi, i due colpi in faccia di "Help Me Wizard" e "Seven Years", alle quali bastano poco meno di tre minuti per prenderci per il culo: la prima con un punk urticante dal piglio quasi noise (potrebbe piacere ad una etichetta come la Goodbye Boozy Records di Gabriele Di Gregorio, specializzata in questo tipo di nefandezze); la seconda con un arpeggio vicino ai CCCP per farci quello che gli pare e diventare una ballata stagnante e romantica. Ai ragazzi piace divertire e divertirsi. Al rock and roll serve altro? [caption id="attachment_6024" align="aligncenter" width="640"]Cruel Experience Cruel Experience[/caption] Eugenio Di Giacomantonio
CRYSTAL SYNN – Chemical thirst
Avete presente Steve Hennessey, il cantante dei canadesi Sheavy? La sua voce è stata spesso definita un plagio vivente nei confronti di quella di sua maestà Ozzy Osbourne. Beh, chi ha usato questo paragone rimarrà allibito ascoltando l'ugola di Fred Mayoros, cantante dei Crystal Synn… E' davvero incredibile la somiglianza con la timbrica e l'espressività del caro vecchio "madman"! Sgombrando il campo da questi aspetti, dobbiamo dire che il promo d'esordio di questi Crystal Synn non è affatto male, anzi. Cinque brani di grande heavy rock molto influenzato dal metal classico, soprattutto nel riffing affilato e graffiante della coppia Dan Chrzan/Ed Hermann. Precise anche le ritmiche (opera di Joe Cucito alla batteria e Tony Mayoros al basso), a supporto degli intrecci tra le due asce e la voce di Fred. Ovviamente sono i Black Sabbath il punto chiave per interpretare il sostrato sonoro dei cinque, specie quelli del periodo "Sabbath Bloody Sabbath" / "Sabotage". Altri spunti vengono invece dal metal roccioso e luciferino dei Judas Priest e dall'hard rock epico dei primi Rush, il tutto rielaborato con cura e la dovuta passione. Un bel mix insomma, che contribuisce a creare un sound forte e molto coinvolgente. La registrazione sporca e poco a fuoco fa perdere impatto alle composizioni, ma non mordente. A cominciare dai riff trascinanti di "Misery" (caratterizzata anche da un memorabile chorus) fino ad arrivare all'accelerazione forsennata della conclusiva "Seventh seal", il pezzo più metal oriented di tutto il dischetto. Nel mezzo troviamo invece il groove quasi stoner di " Decadence" (vocals "ozzyane" ancora sugli scudi…), le atmosfere dark di "Chemical thirst" e l'hard rock deluxe di "Hypocrite", compendio impeccabile di sonorità '70s. Levigando alcuni aspetti negativi, in particolare su suoni e produzione, i Crystal Synn potranno di sicuro dire la loro nel panorama hard & heavy odierno. Li aspettiamo al varco del disco ufficiale. Alessandro Zoppo
CUDA – Hellfire
Ormai sono quasi due anni che aspetto con ansia il ritorno dei Cuda, band americana che con un unico mini cd di quattro pezzi ha saputo condensare in una formula ben precisa uno stoner rock voluttuoso e potente. Approfitto dunque dell'occasione per parlare di "Hellfire", dischetto edito ormai da un anno per la sempre attiva 12th Records. Ciò che spicca subito è la presenza in formazione di due membri degli hemp-freak rockers Bongzilla, anche se in quanto a sonorità siamo su coordinate parzialmente diverse: della band madre rimane solo l'atmosfera fumosa e satura di distorsioni, mentre i punti di riferimento sono ravvisabili nei padri Black Sabbath (rivisti in chiave ovviamente estrema) e negli zii Kyuss, rielaborati in maniera più incattivita e slabbrata. Evidente in proposito è l'iniziale "Orange army", pura energia "stonata" tirata e selvaggia, grezza e minimale pur conservando dei momenti dilatati (la coda dal taglio kyussiano ad esempio) ed una linea melodica intrigante e appiccicosa. Le chitarre di Spanky e Gunner (anche vocalist del gruppo) sono ovviamente l'elemento che primeggia, essendo pompate di groove e fuzz a dismisura, ma un ruolo non marginale lo ricopre anche la puntuale e granitica sezione ritmica, Cooter Brown al basso e Nuge alla batteria. La durata delle songs è molto lunga (in media sui sei minuti) e ciò rende ancora più ipnotiche le composizioni, come accade in "Raven bitch", dove gli amplificatori disegnati in copertina (splendido come sempre il lavoro della Malleus...) esplodono in un vortice semi strumentale maledettamente trascinante, impreziosito dalle vocals di Gunner solo nel finale, allucinato e zeppo di accelerazioni mozzafiato. La successiva "SRF" è una vera e propria cavalcata di chitarre fuzz che si inseguono a velocità folle senza un attimo di tregua, preludio di quanto accade nella conclusiva "Hellfire": lo spirito degli Sleep risorge per un attimo innalzando il vessillo del doom più lercio e cadaverico…ma non è tutto, perché un incipit del genere si scontra subito con riff intensi, rapidi e ripetitivi, prima di una serie di assoli al fulmicotone che chiudono in modo egregio un disco massiccio e senza compromessi. Come ovvio non si tratta di nulla di particolarmente nuovo all'interno del genere, ma ciò che si apprezza è soprattutto una dinamicità ed una vulcanica capacità d'esecuzione che pochi gruppi ormai conservano. E sinceramente non è roba da poco… Cuda, vi prego: tornate presto! Alessandro Zoppo
CULT OF LUNA – Eternal Kingdom
L’ottetto di Umeå (città che ha dato i natali agli immensi Meshuggah), pur se in attività da poco meno di 10 anni, dà alle stampe il quinto lavoro (se si escludono uno split con gli Switchblade e due 7 pollici, uno dei quali composto da due cover di Smashing Pumpkins e Unbroken), come sempre via Earache. Due anni sono trascorsi da “Somewhere Along the Highway”, album che confermava la loro volontà di affrancarsi dalle sonorità sludge/Neurosis-oriented dei primi due dischi (l’omonimo del 2001 e il capolavoro “The Beyond”, del 2003) per prediligere un approccio più “liquido” e definibile come una commistione di post-core e attitudine doomy al post-rock, a partire dall’acclamato “Salvation”, pubblicato nel 2004. Se quest’ultimo segnava un reciso cambiamento di coordinate stilistiche, il nuovo “Eternal Kingdom” serve a chiarire che il nuovo ibrido costruito con perizia negli ultimi anni è, per ora, una sicura strada. Il piglio mostrato dai ragazzi, anche in sede live, non fa altro che suffragare questa interpretazione: il labor limae attuato con sempre maggior consapevolezza dei propri mezzi serve, appunto, ad affinare gli spigoli degli ultimi due album (evocativi e cattivi ma con qualche elemento di ripetizione nelle strutture, ridondanze non tediose ma forse evitabili in ambito di composizione, pure se in effetti si sarebbe corso il rischio di perdere il mood ossessivo che tanto giovava ai dischi in questione).Il lavoro di produzione contribuisce ad esaltare questo taglio più diretto, per quanto ci troviamo di fronte a brani lunghi, complessi e ancora una volta caratterizzati da soluzioni intelligenti: l’elemento di principale novità è proprio la cura per i dettagli e le sfumature, invece della ricerca esasperata di cupezza e lentezza. Dal punto di visto lirico, il disco è un concept ispirato dal diario di un malato di mente, imprigionato per aver ucciso sua moglie: a quanto pare, il manoscritto è stato ritrovato dalla band nello studio di registrazione, ricavato da un carcere dismesso. L’artwork, invece, è un coacervo di strane simbologie (ad esempio, il gufo è un simbolo chiave della massoneria: rappresenta il dio babilonese Moloch, venerato da diverse sette e in particolare dall’influente Bohemian Club). Il trittico iniziale è fenomenale. Ad aprire è “Owlwood”, dalla cifra stilistica simile agli ultimi lavori ma con una coda strumentale che può ricordare alcune intuizioni del seminale ‘Kollapse’, parto dei mai troppo compianti Breach. Seguono due vette del disco: la tracklist, quasi epica (ovviamente il termine è da prendere con le molle) e “Ghost Trail”, che potrebbe essere considerata la nuova “Finland” in quanto a capacità di suscitare emozione, soprattutto per la delicata parte strumentale prima dell’esplosione finale. L’interludio “The Lure”, suggestivo e quasi cinematografico, introduce un nuovo dittico di brani di spessore: “Mire Deep” e “The Great Migration”, che si fregiano di arrangiamenti molto intriganti e mutevoli gradazioni cromatiche. Il secondo strumentale “Osterbotten”, speziato di elettronica e anch’esso con sentori riconducibili alle atmosfere dei Breach, fa da apripista a “Curse”, brano intenso e ben calibrato. Il delicato intermezzo “Ug’n” introduce “Following Betulas”, conclusione del disco: un brano che riepiloga quanto di buono espresso e che si concede un finale quasi da fanfara (!). In definitiva si tratta di un ottimo ritorno per un gruppo che ormai si staglia fiero e consapevole dei propri mezzi nella cangiante scena delle ibridazioni post-post (hardcore, rock, sludge): una “certezza”, si spera, anche per gli anni a venire. Raffaele Amelio
CUT – Annihilation Road
I Cut sono una bomba. Ne hanno dato prova recentemente, durante il live organizzato da Internos a Teramo. Un power trio che non lascia indifferente. Niente basso. Solo due chitarre al vetriolio a cui si aggrappano le voci sbiascicanti di Carlo e Ferrucio, autentici animali da palco. La loro ultima prova discografica "Annihilation Road" è una sintesi del miglior rock senza fronzoli. One two three four dei Ramones nell'estetica e un cuore post blues, alla Jon Spencer Blues Explosion, nei contenuti. Tutto centrifugato da menti cresciute a Fugazi e Quicksand. Una bomba appunto.
L'uno/due iniziale è puro impatto rock'n'roll. La title track apre il disco e in meno di due minuti ribadisce che pelli battenti e tre accordi salveranno il mondo. Una tastiera si inserisce nel finale per stemperare la corsa ma non c'è niente da fare: "Strange Kind of Feeling" affonda il colpo ancora più duramente. "Awesome" ci lascia un po' respirare con una ritmica sorprendentemente new wave: gli Strokes dovrebbero piangere per non aver mai scritto un pezzo del genere. Un giro dal vago sapore ipnotico/orientale apre "She Gave Me Water": bellissima e crudele. Ammalia prima, ti sputa in faccia dopo. Stop and go da infarto puntellano il ritmo sincopato di "All Our Dues", vero e proprio omaggio all'esplosione blues che predicava il reverendo Jon sin dagli anni Novanta. «Vedo la luce! VEDO LA LUCE!», esclamava il buon John Belushi nel cult film The Blues Brothers. È ciò che chiedono politicamente i Cut con "The Light": black, blue, red, o white non vi crediamo più, è l'ora di sapere la verità, vogliamo vedere la luce. L'acme della potenza è stato raggiunto: in termini di aggressività non si può chiedere veramente di più. Dalle sciabolate di scimitarra, i Cut, da ora in poi, procederanno in punta di fioretto e sarà comunque un bel sentire. Si balla con le successive "Summertime", "I Don't Mind" e "Someone Else's Life", veri e propri inni a lasciarsi andare, muovere il corpo, parlare con gli dei e mettersi in contatto con l'universo, come ha detto qualcuno. "Misfits" è doveroso omaggio alla seminale band omonima, mentre "Smash the Playground" rende attoniti per il bel lavoro di chitarre dissonanti. Gioiellino di elaborata scrittura filo Blonde Redhead è "Feels Alright" e bellissima appendice è "Soul Fire", un incrocio tra Sonic Youth meno intellettuali e le reminiscenze del rock di inizio Ottanta. È doveroso precisare che i riferimenti in questo caso sono utili per costruire una mappa emotiva più che riferire la cifra stilistica dei Cut, tanto è genuina e originale la loro scrittura. Un commiato nascosto con "Trouble (Clockwork Blues)" e i conti, improvvisamente, tornano! Il blues, madre di tutte le musiche che ci piacciono, è stato omaggiato con doveroso rispetto.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando la band si esibiva nelle bettole bolognesi in formazione a cinque, come una family allargata, presentando l'esordio "Operation Manitoba", e tanti sono stati gli sforzi fatti da Carlo (Gamma Pop Records, la mitica Phonoteca, mecca imprescindibile per gli studenti fuori sede desiderosi di scoprire qualche chicca musicale introvabile) per portare avanti il verbo del Rock che questo paese proprio non vuol sentire... Ma se il percorso ha portato fino alla sintesi perfetta di passione e belle canzoni che risulta essere "Annihilation Road" significa che la rotta intrapresa è stata quella giusta. Plauso alla Go Down Records che ha pubblicato il disco e in alto i bicchieri per brindare lunga vita ai Cut. Eugenio Di Giacomantonio
CYCLONE 60 – Smash hits
Gli anni '70 ritornano di prepotenza quando le note di "Don't know" iniziano a girare nel nostro lettore cd. Artefici di questa stupenda esperienza sono i Cyclone 60, trio americano che con "Smash hits" ci invita ad un vero e proprio tuffo nel passato. Il periodo ripercorso con passione e gran feeling è quello a cavallo tra i '60 e i '70, il momento aureo della storia del rock. Hard, psych, blues: è questo il flusso cui siamo sottoposti. I Cyclone 60 elaborano il tutto con intelligenza e bravura. Ok, qui non c'è nulla di particolarmente originale, i suoni sono vintage, ma se tutti i dischi che escono oggi fossero scritti in questo modo…
CYRUSS – Hate Songs
Otto canzoni d’odio! E’ racchiuso nel titolo l’essenza del disco, secondo lavoro per la sludge band viennese, dopo il buon Hate/Human (recensito su queste pagine http://www.perkele.it/recensioni/cyruss-hatehuman.htm). L’intento di picchiare duro rimane, così come l’odio contro il sistema e contro l’umanità tutta, questo disco è un calcio sui denti. Le coordinate musicali restano immutate, sospese da qualche parte tra Iron Monkey, Bongzilla ed Eyehategod, condite con la solita buona dose di attitudine hardcore. La costruzione dei pezzi è semplice e diretta, la registrazione in presa diretta accentua l’attitudine in-your-face del trio austriaco, il sound generale è buono anche se non eccellente. “Why Dance When Falling” apre le danze, in maniera cadenzata e fangosa, con riff grassi e voce che squarcia l’aria intorno. Tutto il disco procede in maniera accattivante ma senza troppe pretese, tra stoner marcio, doom sgraziato, leggere variazioni punk ‘n roll (“The Owner Of The Shit”) e sporcizia varia (ed eventuale).Questo è il Misanthropic Stoner Sludge dei Cyruss. Davide Straccione
CYRUSS – Hate/human
È una forte sensazione di nichilismo ciò che si prova ascoltando “Hate/human”, disco d’esordio degli austriaci Cyruss. Umori veicolati dal disgusto che la band di Vienna sembra provare per il sistema politico sociale attuale, retaggio di una cultura hardcore d.i.y. e senza compromessi. Le radici hc sono molto evidenti nella proposta dei tre (Alfred - voce, chitarra -, Klaus - basso - e Fruden - batteria -), filtrate da un amore sviscerale verso i padri Black Sabbath.Ovvio che il risultato sia una sorta di stoner sludge core (‘brutalized stoner rock’ lo definisce il gruppo) che prende come modello gentaglia del calibro di Bongzilla, Iron Monkey e Eyehategod. Riff plumbei dunque, bilanciati da furiose accelerazioni, bruschi rallentamenti e groove a tonnellate. Nulla di originale o innovativo, d’altronde ai Cyruss interessa picchiare duro e porre le basi per esprimere i propri concetti sul mondo di oggi. Song come “Hate/people” (che riff assassino!) e “The leaders get overthrown” sono emblematiche a tal proposito. Certo, manca ancora il guizzo vincente, quel quid che rende le composizioni fluide e dinamiche, ma le premesse per fare bene ci sono tutte. Soprattutto se in futuro i tre approfondiranno certi lati melodici (le chitarre di “I hate the sun” ad esempio) e altri più cerebrali (le atmosfere intricate e oscure di “Any bastard you hate”). Per ora recepiamo e diffondiamo il messaggio: love (sludge) music, hate fascists. Alessandro Zoppo

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