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FAITH – Sorg
A meno di un anno di distanza dal debutto tornano gli svedesi Faith. Il loro primo lavoro “Salvation lies within” era caratterizzato dall’ottima fusione del doom classico con elementi di stampo progressive e ciò che ne usciva era un sound sì lento e pesante, ma anche arioso e mai monocorde. Diciamo subito che se avete apprezzato quel disco, adorerete immediatamente questo nuovo “Sorg”: i Faith hanno infatti mantenuto integra la loro identità, andando a migliorare ulteriormente il proprio lato tecnico compositivo.Rispetto al debutto, questo nuovo lavoro vede la maggiore presenza di un sottofondo orchestrale (quasi onnipresente), il quale dona un tocco drammatico/maestoso alle composizioni; dall’altro lato si nota una certa vena ‘70s rock, grazie a canzoni molto articolate, con frequenti cambi di ritmo ed atmosfere/umori, dove il trio mette in mostra le proprie abilità tecniche. In certe occasioni il termine di paragone potrebbero essere le cose più heavy ed oscure dei Dream Theater (quelli di “Awake”, per intenderci), ma fortunatamente i Faith non cadono nel tranello dell’autocompiacimento e le canzoni scorrono senza annoiare (provare ad ascoltare le ottime “Emotional retarded” e “Winter” per credere). Volendo etichettare il gruppo in poche parole si potrebbe usare il termine ‘doom prog’, ma voi non state troppo a menarvela con le definizioni e acquistate “Sorg” per quello che propone: grande musica. Marco Cavallini
FAKIR THONGS – Habanero
I Fakir Thongs ci tengono a fare al meglio le proprie cose. Ce ne accorgiamo sin dall'aspetto di "Habanero": confezione digipack con poster interno dove da un lato abbiamo una sexy mangiatrice di fuoco e dall'altro tutti i testi dei brani. Il loro stoner rock è genuino e sanguigno come la terra da dove provengono, l'Emilia Romagna (dato il grande numero di band di questa zona si potrà parlare in futuro di New Wave of Emilia's Heavy Psych) e punta dritto verso l'America, affiancandosi al lavoro che hanno fatto in questi anni gruppi come Fireball Ministry, Dixie Witch e Ironboss, ma non esclusivamente. A tratti emerge la fascinazione verso il crossover dei Novanta con ambienti à la Tool ("Seven" e "Through the Chimney") e qualche reminiscenza grunge, soprattutto nel modo di usare la voce del bravo Alessio Cortelloni.
Ma il concept di "Habanero" è interamente espresso dall'accoppiata energia e sudore: "Pouring Water" con un riff di chitarra in cortocircuito e il ritornello irresistibile, "Storm" che minacciosamente apre il disco e "Nothing Really Happens", che sfida i Queens of the Stone Age sullo stesso campo da gioco. C'è anche il tempo per un finale spensierato, frutto di una jam strumentale, "Domus de Janas", che ci lascia con un velo di malinconia negli occhi, come un abbandono troppo repentino in un momento di totale coinvolgimento. The World is Yours. Eugenio Di Giacomantonio
FALL OF THE IDOLS – The Seance
Diciamo la verità, quanti dischi doom sono usciti negli ultimi tempi di cui possiamo dire veramente bene? Direi pochi. E quando dico doom, intendo nella sua forma più classica ed opprimente quindi non contaminato da altri generi come ad esempio lo sludge, il postcore o lo stoner. I Fall of the Idols rappresentano un’eccezione.Nati in Finlandia, il loro esordio è datato 2006 ed era quel “The Womb of the Earth” dove il gruppo iniziava a tessere la propria tela verso un heavy doom poi portato in parte a compimento con l’attuale “The Seance”. Come detto, la base non cambia ma cambiano le chitarre (che sono diventate tre) creando un muro sonoro non indifferente ed il contenuto, che si è appesantito non di poco, probabilmente dovuto al fatto della loro provenienza. Il cantante Jyrki Hakomaki possiede un timbro vocale che lo fa avvicinare ad un Lee Dorrian più acerbo ma non di meno espressivo; si è parlato di Dorrian ed allora non si possono non citare tra le influenze un gruppo come i Cathedral. Ne è l’esempio un brano lento e sofferto come “Cathedral of Doom”(un titolo, una garanzia). Non si discosta molto anche la monumentale “Nosophoros”, forse il pezzo migliore della raccolta posto in apertura mentre risultano senz’altro interessanti anche “The Conqueror Worm” e “At the Birth of the Human Shadow”.I brani sono in media molto lunghi magari non particolarmente ricchi di idee (ma il doom si sa non si pone facilmente a cambiamenti) però in grado di tenere l’ascoltatore in uno stato di attenzione per tutta la durata del disco. Ottimo l’artwork curato nuovamente da Albert Witchfinder (ex leader dei compianti Reverend Bizarre) per un album che comunque viene consigliato ai doomsters incalliti e a coloro molto aperti mentalmente. Non tragga in inganno il voto (che in ogni caso è buono) ma è fatto volutamente poiché sono convinto che i nostri possano dare e fare in futuro ancora di più. Cristiano "Stonerman 67"
FALLOPIAN DUDES, THE – Demo 2004
Sembrano davvero dei gran simpaticoni i Fallopian Dudes, con i quali ci scusiamo innanzitutto per aver recensito con colpevole ritardo la loro prima demo, risalente ormai al 2004. In questo momento i ragazzi sono al lavoro su nuovo materiale, noi speriamo vivamente che la qualità sia la stessa dei quattro brani qui presenti, perché se così fosse un contratto discografico non glielo toglierebbe nessuno. Stoner rock'n'roll con i fiocchi è infatti la proposta dei quattro (Dan e Jason - chitarre -, Matthew - basso e voce -, Logg - batteria -), abili nel miscelare tutti gli ingredienti necessari per una ricetta a base di velocità, giusta carica melodica, grinta e durezza.Nulla di realmente originale in effetti, ma la freschezza dei pezzi invita ad un continuato e ripetuto ascolto. Merito di un sound che ricalca le gesta di Fu Manchu, Kyuss e Gluecifer ma lo fa senza essere spudorato e con una grazia a tratti sorprendente. A partire dall'iniziale "Waiting for my queen", una sorta di versione 'speed & gentle' dei Goatsnake. Mentre "Emo song" si rifà allo stoner scandinavo, tutto melodie catchy e riff groovy tirati a lucido. "F**k" sprigiona invece un impeto tipicamente hardcore, tanto da ricordare le sonorità tanto care a Black Flag e Rollins Band. A chiudere il lavoro ci pensa infine "Gravity", la composizione più derivativa del lotto (Kyuss, Slo Burn e primi Queens Of Stone Age fluttuano inesorabili…) ma altrettanto ruspante e genuina. Se i Fallopian Dudes hanno aperto alcuni shows per Corrosion Of Conformity e Clutch una ragione c'è. Scaricate la demo dal sito del gruppo e ve ne farete un'idea. Siete avvisati… Alessandro Zoppo
FANGE – Poisse
Dalla ridente cittadina di Rennes arriva il trio francese dei Fange, composto da Baptiste Gautier-Lorenzo alla batteria, Benjamin Moreau alla chitarra ed effettistica e Jean-Baptiste Lévêque alla voce. Debuttano con "Poisse", un devastante quanto granitico EP dall'abbondante durata di 30 minuti. "Grêle Molle" è un opener di tutto rispetto grondante sangue con riff massicci eseguiti da una chitarra ultra distorta, che tra feedback e droni – assistita da uno screaming tanto lancinante quanto disturbante – aggredisce l'ascoltare e lo lascia senza un attimo di tregua. Neanche il tempo di riprendere il fiato che parte "Cloches Fendues", con il suo incedere iniziale sinistro e inquietante per poi sfociare in una sfuriata sludge/doom nella migliore scuola Eyehategod. "Ammoniac" parte subito con una sfuriata crust per poi giocare di break e ripresa del riff portante. "Suaire" parte con droni, feedback e campionamenti, accompagnati da una batteria marziale che preludono alla deflagrazione del pezzo. Segue "….", intermezzo che richiama la Diamanda Galas di "The Litanies of Satan", una sorta di esorcismo sepolto sotto tonnellate di rumorismo. Chiude "Lucifour" con un riffing assassino che qui si esprime nella sua forma più riuscita e uno screaming tombale a coronare il tutto. Nulla da dire, debutto ineccepibile questo dei Fange. Sulla scia dei già citati Eyehategod, degli Electric Wizard o di entità più borderline come Accept Death, Rabbits o Burmese si inserisce il trio francese sciorinando prepotenza e cattiveria e con un sound possente, compatto e disturbante. Giuseppe Aversano
FANGS OF THE MOLOSSUS – Fangs of the Molossus
Gruppo toscano diviso tra Firenze, Sesto Fiorentino e Montecatini, i Fangs of the Molossus si formano nel 2011 e trovano stabilità negli ultimi mesi. La formazione è composta da Acid King Khanjia (voce e chitarra), Amp Zilla (chitarra e space fx), Count J. Vendetta (chitarra e space fx), Daemon Nox (basso) e Iako (batteria). Con nomi e monicker così "minacciosi" giungono all'esordio e si propongono tra le rivelazioni italiane in ambito heavy psych space doom. I cinque, provenienti da disparate precedenti esperienze anche lontane tra loro, si amalgano alla perfezione dando vita ad un onirico viaggio sonoro che tocca meandri oscuri, la psiche contorta, la sofferenza interna ed una sorta di esoterismo fantascentifico. Il sound della band tocca da una parte il mistero e l'ignoto, dall'altra manifesta consapevolezza dello strazio e della sofferenza. L'heavy psych doom dei Fangs of the Molossus è avvolgente: un macigno che non ti dà respiro, ti concede attimi riflessivi prima di finirti. Lo stile della band chiede dazio all'ascoltatore, ne pretende il sangue come esplicitamente ricordato nel turbine space doom "I Drink Your Blood", ti rammenta gli errori (e gli orrori) perpetuati dalle nostre antiche stirpi con la visionaria ed occulta "O Fera Flagella", fiero omaggio alla scuola obscure rock nostrana. In verità l'album si apre con "Caligula" ed è qui che il già citato esoterismo fantascentifico si enuncia. Le influenze sono diverse: certamente gli Hawkwind così come i Black Sabbath, ed il brano "Cult of the Witch Goddess" ne dà notizia. Ma è possibile rintracciare anche i Loop (ed il loop stesso) nel dna della band, come gli Electric Wizard sembra abbiano in qualche modo influenzato la scrittura dei nostri, che non rifiutano certo di ignorare l'impronta lasciata da Jacula e Antonius Rex specie nel ricamare oscure trame. Da ricordare l'amichevole partecipazione di Ain Soph Aour e JC Chaos, rispettivamente bassista/cantante e chitarrista della black metal band italiana Necromass nei brani "I Drink Your Blood" e "Dead King Rise". È possibile che gli Spacemen 3 e gli Sleep così come Paul Chain siano degli altri riferimenti per i nostri... L'esordio dei toscani ribadisce l'ottimo stato di salute raggiunto dall'heavy psych doom italiano: la terra degli antichi etruschi ci consegna un manoscritto dalla lacerante propagazione. Antonio Fazio
FARFLUNG – 5
Una delle più belle e riuscite incarnazioni del verbo Hawkwindiano sono i Farflung, band attiva dal lontano 1992 e in grado di pubblicare un disco più bello dell'altro. Corteggiati dalla nostrana Heavy Psych Sounds Records che dal 2012 invita la band per split album di prestigio (ricordiamo quello dell'anno scorso con i Fatso Jetson), pubblicano quest'anno un lavoro completo a proprio nome, cosa che non accadeva dal 2008 con "A Wound in Eternity", segno che i ragazzi, oltre ad essere attanagliati da una creativa indolenza, pubblicano solo quando hanno voglia di farlo. "Proterozoic" sicuramente ha qualcosa da dire ad un certo Josh Homme, che viene sfidato nel suo stesso rifframa, ma in maniera più scanzonata, come dei redivivi Man or Astro-Man? applicati alle espansioni della psichedelia.
Lo stesso odore di Desert Sessions si sente in "044MPZ" e "We Are 'E'" dove, nella prima, una coda acustica rievoca la sensazione di jam registrata e, nella seconda, la voce cibernetica ricorda il cazzeggio che circolava in quei giorni al Rancho de la Luna, ma anche certi ultimissimi White Hills robotizzati. Altro stile compositivo risulta essere lo space rock tout court di brani come "27th Sun", "Dismal Jimmy" e "The Retreat": qui il ritmo rallenta con battiti sotto la soglia di vita riuscendo a far provare all'ascoltatore fughe escapiste senza bisogno di additivi esterni. Ma tutti i pezzi alla fine riescono in quest'intento, grazie anche agli innesti massivi di synth che donano alle composizioni una leggerezza antigravitazionale.
Insieme a Fatso Jetson, Yawning Man, Earth e Goatsnake, i Farflung sono una di quelle band genuine e preziose che stanno riscrivendo da un quarto di secolo il verbo della musica heavy psych. Raccogliendo meno di colleghi noti, ma con una dignità artistica molto superiore. Eugenio Di Giacomantonio
FARFLUNG + BLACK LAND – Split LP
Amanti della psichedelia, dei paesaggi desertici, smokers incalliti, come si usa dire, qui c'è pane per i vostri denti. Lo split fra i Farflung, autentici ricercatori dello spazio, da Los Angeles, e i capitolini Black Land è uno di quei patti di sangue che si stipulano tra fratelli. A fornire il supporto ci pensa la BloodRock Records, succursale della Black Widow, che ormai è sinonimo di qualità, avendo pubblicato una serie di uscite una più bella dell'altra (una tra tutte il terzo album dei Burning Saviours "Nymphs & Weavers", heavy doomsters da Orebro).Qui si parte con i Farflung ed un riff puro Stooges di "Orbital Decay" , bellissimo opener che mette in chiaro una cosa: psichedelia non è solo fare infinitamente lo stesso riff fino a quando non viene snaturato. Psichedelia è ricerca, astrazione e sperimentazione. Lo si intuisce al settimo minuto quando gli Hawkwind si impadroniscono del pezzo dilatandolo verso orizzonti cosmici. A seguire "Tubalcain" sembra essere presa a forza dal prossimo volume delle Desert Sessions (a proposito, quando Mr. Josh Homme si deciderà a tornare a Rancho de la Luna per registrare qualcosa di nuovo?) tanto racchiude d'improvvisazione la stessa costruzione del pezzo. Quando tocca ai Black Land la musica, se possibile, si fa ancora più spessa. Con la mini suite di un quarto d'ora di "The Ecstasy of Awakening" i saliscendi e i contrasti si fanno più evidenti e nello stesso tempo più morbidi. Dopo il lungo intro analogico (oltre 5 minuti) adatto a farci entrare in punta di piedi nei viaggi interstellari, la batteria di Nicola introduce il battito motorick della navicella spaziale. Echoes dallo spazio profondo sembrano le voci di Willer. Non tutto è progettato nell'espressione aggressiva della chitarra, anzi. Si tende a lavorare sulla lunga distanza, costruendo impressione dopo impressione il climax espressivo. E, come nei film western che la lunga trama diegetica viene tessuta solo per farla esplodere in una manciata di minuti del finale, così l'estasi del risveglio si apre verso il dodicesimo minuto con il wah wah e le sovrapposizioni di canto e controcanto, per poi sparire subito dopo, lasciando dietro di se una coda mozzata di netto. Psichedelia è ricerca, astrazione e sperimentazione. Aggiungiamo anche bellezza delle composizioni e sensibilità della materia e avete il quadro perfetto dello split LP in questione. Only for Electric Warlords! Eugenio Di Giacomantonio
FATSO JETSON – Idle Hands
I Fatso Jetson sono una grande famiglia. Adesso nel vero senso della parola, dato che il buon vecchio Mario Lalli ha piazzato in pianta stabile suo figlio Dino alla seconda chitarra. Il ragazzo ha preso molto dal padre, soprattutto il modo di elaborare un suono e uno stile chitarristico che non trovano eguali. Le canzoni seguono sempre quell'amabile andamento scanzonato e gioioso. Come "Royal Family", appunto, che ci fa tornare alla mente la meglio gioventù delle Desert Sessions, quando un joint ed il piacere di stare tra amici erano motivi di divertimento. Ma è sempre il registro stilistico dei Fatso a dettare legge, come nella bellissima e groovotica "Wire Wheels and Robots", opener che vive di una tensione costante. A detta dell'autore, "Idle Hands" è stato un album difficile da concepire e partorire, pensato e composto in un momento duro della propria vita, in cui solo alcuni buoni amici (Mathias Schneeberger, produttore del disco) e i famigliari (il già citato Dino e la figlia Olive Zoe, che canta in metà delle tracce) sono riusciti a non far rimanere con le mani in mano la più grande pietra portante di quello che oggi conosciamo come desert rock.
In altre occasioni, qualche sorpresa fa capolino nel magma crudele e delizioso, come in "Seroquel" (yawningiana nel midollo, d'altronde gli Yawning Man restano l'altro gruppo di Mario) e nel semi spoken world ubriaco e molesto di "Portuguese Dream", che vede alla voce il primo ospite della parata, Sean Wheeler. Il resto procede tra altissimi livelli espressivi e nell'identità originale creata dai nostri con le bermuda da surfer ("Then and Now"), i capelli lunghi da freak ("48 Hours") e il giubotto di pelle da punk robotico ("Last of the Good Times"). Sembra che i Fatso Jetson si siano accasati in Italia (pubblica la Heavy Psych Sounds Records di Roma) a giudicare dall'amore, ricambiato, che il nostro paese dedica a questa bella grande famiglia. D'altra parte ben più di un elemento fa pensare che soltanto casualmente i Lalli si siano trovati a vivere in America: il sangue di Mario vibra per il Belpaese. Eugenio Di Giacomantonio
FATSO JETSON – Live at Maximum Festival
I Fatso Jetson in Italia si sentono a casa. Sarà il richiamo del sangue (Mario Lalli è un'accoppiata nome e cognome che non lascia dubbi sulla provenienza anagrafica) o sarà l'atmosfera giusta e il cibo buono a fare la differenza. Fatto sta che i sentiti ringraziamenti e le battute tra un pezzo e l'altro sono sintomi che la band è a proprio agio al Maximum Festival organizzato a Treviso da Max degli OJM in una edizione, la sesta del 2013, che insieme ai Fatso ha visto protagonisti i cugini Yawning Man e i Vibravoid. La natura di jam band è evidente sin dalle prime note: dilatando e contaminando un primordiale blues elettrico con panorami desert e rifferama psichedelico i Fatso guardano alla musica con gioia e divertimento. Fosse un mondo più giusto dovrebbero avere il conto in banca del signor Josh Homme. Ma i nostri hanno scelto un'altra strada, quella di essere servi solo della propria espressione artistica. Punto. E dal vivo i risultati si sentono. Eccome. Riescono a dare vitalità a pattern meccanici e volutamente robotici con una sana dose di cazzeggio vocale e con chitarre assassine sempre sul filo di saltarti addosso ("Flesh Trap Blues"). Anche nei momenti più pacati riescono a essere sinuosi come serpenti ("Bored Stiff") e ad ammaliarti come una bella donna. Sanno essere psicotici e aggressivi ("Nightmares Are Essential", "Too Many Skulls") sia nello strumentale che non, e riescono a materializzare l'orgia di watt a cui i Queens of the Stone Age devono restituire più di un debito ("Salt Chunk Mary", "Orgy Porgy" e "Magma", bis che chiama in causa un altro gigante a nome Masters of Reality). Gli otto pezzi che troviamo nel disco vengono pescati da tutto il loro repertorio discografico ricordandoci che la loro prima apparizione risale al 1995 con l'album "Stinky Little Gods", edito dalla sempremerita SST Records. Come dire: siamo nati grandi e resteremo tali. Per sempre. Tutta Forza signor Lalli! Eugenio Di Giacomantonio
FATSO JETSON / FARFLUNG – Split
È l'umiltà la qualità migliore dell'individuo. Con umiltà Mario Lalli ha costruito una carriera lunga circa trent'anni. Dagli Across the River fino a Fatso Jetson e Yawning Man, il buon Mario ha prestato il suo talento in maniera silenziosa, costruendo, di fatto, le fondamenta del desert sound. Poi qualcuno ne ha goduto e ci si è arricchito. Non Mario e compagni. Loro continuano a scrivere belle canzoni e a lavorare nel ristorante di famiglia, inaugurato nel 1952. Del resto, di tutto il resto, non gliene può fregare di meno. È ora di tornare in pista con i Fatso con un album nuovo? Bene, ci si chiude in sala e si sfornano 10 pezzi uno più bello dell'altro ("Archaic Volumes", 2010). Moltissime band da tutte le parti del mondo ci invitano per uno split? No problem. Non ci si dà arie da padre fondatori e si dividono i solchi con ammiratori e fratelli di sangue (Fireball Ministry, Herba Mate, Oak's Mary, Yawning Man).
Ultimo in ordine di tempo è questo split con altri born loser eccellenti come i Farflung, band seminale nel dare senso alle parole space rock americano. Due pezzi per band, un lato per ognuno ed il gioco è fatto. "Taking Off Her Head" è di una bellezza incantevole. Un riff à la Brant Bjork (dobbiamo ammetterlo: anche fuori dalle pelli il buon Brant ha il suo stile unico) introduce un pezzo che gronda Desert Sessions e incroci di chitarre micidiali. Mario si mostra incantatore. Sia con la chitarra, sia con la sua voce, che nei ritornelli raggiungono uno spleen che appartiene solo ai Fatso. L'altra gemma, "Flesh Trap Blues", ha un titolo ingannatorio perché col blues ha davvero poco a che fare. Sempre la chitarra è il sound generator. Qui assume fraseggi dark/occult/prog velenosi. Se vi dicessero che è un'outtake dei Sir Lord Baltimore del 1971 ci credereste. Anche se poi, alla fine, tutto brilla nella luce emanata dai Lalli's Brothers, come nel delirio finale.
I Farflung percorrono i loro solchi nella maniera più congeniale: prendi gli Hawkwind e fottili dentro una camera iperbarica kraut. Stavolta la copula è più dolce, ammantata da piccoli tocchi di piano nella prima parte di "Jettisoned in the Rushes... Phase One" e sprofondata nell'hard psych nero ed impenetrabile di "Igneous Spire", dove i motori tornano a ruggire e sembra di sentire in lontananza l'eco di Nik Turner. Good. Dicevamo di come l'umiltà sia la qualità migliore dell'individuo. In senso allargato è l'elemento indispensabile per costruire una reputazione di ferro, soprattutto nel rock. Fanculo a tutti i marchettari da pose social e fisici asciutti. La buona musica si scrive in silenzio, lontano dai riflettori. Eugenio Di Giacomantonio
FATSO JETSON + HERBA MATE – Early Shapes
La Go Down fa le cose per bene. Innamorati (e chi non lo è?) della Lalli's Family, Leo e Max piazzano questo split nuovo di zecca che vuole dimostrare come l'esplorazione sia la componente principale del mondo musicale del nostro Marione. Tornati a casa dopo il tour italiano che li ha visti partecipare alla sesta edizione del Maximun Fest di Treviso, i Fatso Jetson si sono chiusi in studio a Los Angeles sotto l'occhio amorevole dell'amico Mathias Schneeberger (già con loro in "Cruel & Delicious" del 2002, ma anche presente in diverse Desert Sessions e in cabina di regia con QOTSA, Mondo Generator, Masters of Reality e Mark Lanegan: in una parola il suono dello stoner rock americano!) ed hanno forgiato 3 pezzoni micidiali. Riflessvi. Dondolanti. Evocativi come canti di sirene. Abbandonando, per un attimo, la componente hard/surf/blues, si sono lasciati cullare nel mare calmo del THC. Ed hanno chiamato alla festa lo stesso Mathias con il suo Rhodes Paino, Adam Harding e la sua chitarra e una (sorpresa!) voce femminile di Abby Travis in "Long Deep Breath". Il risultato è un continuum spazio temporale che in quarto d'ora ci fa viaggiare alle porte di Orione. Imbattibili. Genuini e garanzia di qualità.
I nostrani Herba Mate non sfigurano per niente al confronto. Diciamo che sono più ortodossi e che il loro kyussismo, pur non essendo brillante come i Los Natas o jazzato come i Color Haze, risulta piacevole all'ascolto. Quei suoni sono legge e quando vengono introdotti in "Desert Inn I" tutti i die hard kids si ritroveranno i benvenuti nella Sky Valley. Alessandro è bravissimo con la voce, calda e abrasiva, che ricorda proprio quella di Marione nello stile sussurrato. Ermes ed Andrea fanno un lavoro eccellente. Hanno passione, tecnica e cultura dell'argomento. Come quando ti piazzano una versione fulminante di "Way Down" dei Core (chi li ricorda? Progetto che ha dato i natali ai più famosi Atomic Bitchwax) che è una dichiarazione di appartenenza netta. Tutto un attimo prima di sfumare nel vento caldo del secondo episodio di "Desert Inn", che ci lascia con gli occhi semichiusi e la mente rapita da chissà cosa.
Lontani eppur vicini. Quando la germinazione è buona i frutti sono sempre dolcissimi. A scapito di cultura, società, estrazione sociale e scarto generazionale. Good Vibrations is the law! Eugenio Di Giacomantonio
FELLER BUNCHER – 203040
I francesci Feller Buncher sono un trio power rock di stanza a Parigi. Sono attivi da un anno e hanno inciso un EP di cinque pezzi autoprodotto, dal misterioso nome "203040". Antoine, Guillaume e Raphael, rispettivamente basso fuzz e voce, chitarra e batteria, hanno fatto della musica pesante il loro migliore mezzo d'espressione. La cattiveria sprigionata da "Minotaur" è pari a quella dei Grand Magus nel loro periodo metallico migliore, così come "Last One" è pura epica di marca Spiritual Beggars. Nel loro sound c'è qualcosa di tipicamente nordeuropeo, arcigno e vichingo, che parte dall'heavy metal e va a finire in altri territori limitrofi della musica pesante in generale.
Mastodon, Melvins, Isis, Red Fang, Kylesa, Neurosis e Melvins sono i numi tutelari che hanno sfondato le orecchie ai nostri e non solo. La finale "Doppelganger" potrebbe essere la giusta visione di una band stoner nel mezzo delle foreste norvegesi anziché nel caldo del sole del deserto, così come l'iniziale "Le Chiffre" è puro attacco frontale alla maniera degli Hermano del buon vecchio John Garcia. Tutto scorre liscio sotto il cielo dei Feller Buncher: non resta che aspettarli alla prova del primo album lungo per vedere se riusciranno ad essere una nuova band di riferimento nel panorama europeo. Eugenio Di Giacomantonio
FIREBALL MINISTRY – The second great awakening
E riecco il reverendo J. Rota e la sua accolita di predicatori della Church Of Rock’n’Roll, stavolta sotto l’ala della potente Nuclear Blast. I cliché di un meta-genere alieno come l’heavy rock di derivazione settantiana ma già portatore di alcuni semi proto-metallici (Judas Priest in primis) ci sono tutti a cominciare dalla copertina e dal titolo altisonante. E qui tocca a voi starci oppure non mettere neanche il cd nel lettore. E’ una scelta radicale che può, forse, farvi apprezzare il disco per intero o giocarci a tiro al piattello appena alla metà. Mi immolo io per voi. King e The sinner ci catapultano subito dentro l’essenza dei Fireball Ministry: un crogiolo di heavy rock a volte metallizzato nell’attitudine più che nel sound vero e proprio. Come dei Grand Funk Railroad capitanati da un clone di Ozzy che si porta tatuato addosso una americanità muscolare e macha, una spiritualità d’accatto rintracciabile nei ritornelli di Master of none o in tutta Daughter of the damned. Qualcosa insomma irresistibilmente tamarra e sporca che solo gli americani possono partorire con tanta leggerezza e spavalderia. I Fireball Ministry snocciolano le loro coordinate già nei primi sei pezzi, il resto sembra già sentito e scorre senza grosse sorprese. Anzi annoia un po’. Si va dal buon boogie metallico di Rollin’on alla profondità di Maidens of Venus a episodi sinceramente mediocri come In the mourning o He who kills. L’edizione europea contiene Dark descend come dignitosissima bonus track. Quella americana ne contiene un’altra. Piccola considerazione in calce: alcuni dei pezzi qui presenti erano già usciti nell’ep ‘FMEP’ edito nel 2001 su Small Stone. La band ha deciso di reinciderli. Questo unito a quanto detto sopra giusto per darvi maggiori coordinate sull’effettivo valore di The Second Great Awakening. Francesco Imperato
FIREBIRD – No. 3
Finalmente i Firebird tirano fuori l'anima, mettono da parte la potenza, le dimostrazioni di tecnica rock-blues, in parte anche il groove, e mostrano cuore e sentimenti. Mi viene da immaginare che Bill Steer (ex Napalm Death e Carcass, un periodo che oggi è lontanissimo) abbia davvero composto queste canzoni in totale raccoglimento, come raffigurato in copertina. Si sente. Sarà anche grazie alla nuova formazione - Roger Nilsson al basso (The Quill e Spiritual Beggars) e George Atlagic alla batteria - qui Steer predilige toni meno aggressivi che in passato, una vena di soul bianco mai così in evidenza e più in generale un feeling solare che rimanda ancora una volta a Free e Cream. Sentite quanto fila liscia e vellutata Tumbling Down, complice anche un arrangiamento di organo di gran classe, o come si possa suonare del classico hard rock settantiano senza alzare troppa polvere (Station). Vi ritroverete ad accompagnare con le mani la freschezza degli accordi di Hard Hearted, complice una delicata linea vocale e l'armonica a bocca di Steer. Se non avete mai sentito i Firebird, noterete quanto particolare sia la voce di Steer, molto 'bianca' ma calda, mai fuori dalle righe, notevolmente pacata rispetto a quella di altri suoi colleghi (e per questo motivo a mio avviso necessitava di un pelino di volume in più), di una estensione limitata ma congeniale alla delicatezza di questi brani. Gli anglosassoni direbbero 'it fits'... insomma ci sta dentro, alla grande. In una scaletta che ospita anche due momenti energici come Stoned Believer e End Of The Day e il boogie zeppeliniano in Dream Ride , Long Gone è la canzone del compromesso, ficcante e morbida, seguita dall'episodio meno interessante, Off The Leash. Infine, Friend, atterraggio morbido di un lavoro fresco e raffinato. Ciò che mancava al precedente 'Deluxe' erano proprio la leggerezza di una scrittura che travalicasse i confini del rock settantiano di seconda mano, cosa che è invece l'ossatura di No. 3. Felicità! Ecco il disco hard rock con cui trascorrere questa caldissima estate. Francesco Imperato
FIRESTONE – Stonebeliever
I Firestone sono un gruppo proveniente da Orebro, Svezia, e tornano alla ribalta con un nuovo ep dopo il già eccellente debutto "Mexicon". In apparenza il loro modo di suonare stoner rock mette leggermente in imbarazzo: la loro formula ricalca in ogni parte il sound di band che ormai hanno fatto la storia del genere, Fu Manchu su tutti. E allora via con fuzz guitars debordanti, accattivanti melodie, ritmiche serrate e groove assatanato. Tuttavia (e con grossa sorpresa…) ascoltando i quattro brani che compongono il cd questo eccesso di derivazione non si percepisce per niente: i Firestone sono dannatamente coinvolgenti! Le chitarre di Oskar e Anders macinano riff su riff, il basso di Kristina e la batteria di Andreas pompano pura energia e la voce di Mattias si dimostra capace di variare a seconda dell'occasione. Inoltre non c'è solo stoner nel loro suono, ma anche influssi del buon hard rock settantiano, della psichedelia degli anni '60 e del moderno rock'n'roll di marca scandinava. Tutto ciò viene dimostrato chiaramente dai primi tre pezzi: "Nigel Mansel", tributo al grande pilota di formula uno, è una cavalcata stoner che viaggia su frequenze folli e incontrollate, "Stonebeliever" si fa apprezzare grazie ad una melodia azzeccata in pieno e a chitarre debordanti che poi lasciano posto senza soluzione di continuità a "Kaleidoscope eyes", macigno che si agita violento tra fuzz pachidermici e ritmiche ossessive, fino a trovare quiete in un finale da brivido, caratterizzato da un'atmosfera liquida ed acustica. Il meglio però i Firestone lo lasciano alla fine: "Experience '79" è una lunga ballata psichedelica che pur non disdegnando inserti pesanti e cadenzati si crogiola tra melodie languide, frequenti accenni jazz e visioni mesmeriche. Si direbbe dunque che il compitino è stato eseguito senza sbavature. Ma sarebbe di sicuro troppo riduttivo: artwork e produzione sono eccellenti, le capacità compisitive altrettanto, manca solo un pizzico in più di personalità che con il tempo non mancherà certo di giungere. Cosa aspettare allora? Diventiamo tutti dei "stonebeliever"… Alessandro Zoppo
FIVE HORSE JOHNSON – The last man on Earth
Nella vita ci sono cose che raramente tradiscono: il rock dei Five Horse Johnson è senza dubbio una di queste. Il quartetto, proveniente da Toledo, Ohio, torna alla ribalta con il nuovo “The last man on earth” e ci propone l’ennesimo disco di sano e robusto retro rock: tanta grinta e tanto sudore messi al servizio di brani diretti e coinvolgenti, tosti e spumeggianti, da perfetta colonna sonora in un party dall’alto tasso alcolico. Le influenze dei Five Horse Johnson giungono direttamente dall’hard rock degli anni ’70: Mountain, ZZ Top, Aerosmith, Lynyrd Skynyrd, Black Oak Arkansas sono solo alcuni dei punti di riferimento di una band che punta al divertimento, alla passionalità, al calore che soltanto il vero rock sa trasmettere. Nulla di nuovo dal punto di vista stilistico, dunque, ma non è certo quello che ci si attende da un disco del genere. Qui troverete un miscuglio di boogie, southern e blues che vi farà scuotere e sbattere, condotto alla grande dalla voce roca e graffiante di Eric Oblander, che da quanto si può sentire durante le sessions di registrazione deve essersi sgolato molti litri di bourbon… Brani come l’iniziale “Cry rain” o la torrida “Three at a time” sono veri e propri inni all’alcol e al cazzeggio, costruiti sulla corposità della base ritmica (Steve Smith al basso e Mike Alonso alla batteria) e sul gran lavoro operato alla chitarra da Brad Coffin, il quale si diverte a rispolverare riff e giri dal groove tipicamente settantiano. Inserti d’armonica caldi come lava bollente impreziosiscono “Soul digger” e “Yer mountain” di sapori bluesy davvero azzeccati, mentre è in casi come “Cherry red” e “Sweetwater” che la band pigia sull’acceleratore trascinandoci su binari dove è il rock’n’roll più selvaggio a farla da padrone. E proprio a suggellare questo discorso che punta al recupero di un certo tipo di sonorità (ovviamente senza mai puzzare di naftalina…) ci pensa “B.C. Approved”: “B.C.” sta per “Boogie Coalition” e l’esame è superato a pieni voti con totale benedizione da parte del professor Greg Strzempka, direttamente dalla cattedra dei Raging Slab… “The last man on earth” è un disco come raramente se ne sentono, spontaneo, vitale, grezzo. Proprio per questo l’ascolto è d’obbligo… Alessandro Zoppo
FIVE HORSE JOHNSON – The No.6 dance
Non fatevi ingannare dai luoghi comuni, la melma verdastra delle paludi del Mississippi non è poi così orripilante come sembra. Anche io la pensavo così prima di restare invischiato nelle malsane atmosfere di The No.6 Dance da cui invece sono uscito rinvigorito e pimpante. Questa nuova prova della band americana Five Horse Johnson arriva dopo due anni da ‘Fat Black Pussycat’ e rivela un piglio rock blues maggiore di quanto non era stato fatto nell’album precedente riuscendo a unire le vibrazioni scardinanti di Aerosmith o Led Zeppelin (Gods of Demolition e Lollipop sembrano out-takes del secondo album ) con la passione dei vecchi ZZ Top. Niente di nuovo sotto il sole per carità ma quest’album va visto nella sola prospettiva di rock nudo e crudo senza nessuno prefisso davanti. I FHJ non mancano occasione di provocare brividi caldi usando ogni mezzo necessario: una caldissima armonica che getta alcol su un groove infuocato come quello di Silver o che rimargina le struggenti ferite blues aperte da Hollerin’, le scorribande di hammond che arricchiscono il boogie-rock di Shine Around, in pieno spirito Lynyrd Skynyrd, e ancora le steel guitar con tanto di slide e voce grattata dall’abuso di superalcolici sono alcune delle tradizionali ma sempre efficaci frecce a disposizione di ‘The No.6 Dance’ che colpiscono duro e senza fronzoli. Menzione speciale spetta alla space suite Odella, nella cui semplicità è racchiuso il senso di questo disco, e alla riproposizione apparentemente fuori luogo di It Ain’t Easy scritta da Ron Davies per l’album ‘Ziggy Stardust’ di Bowie. Ora, con enorme contentezza, mi appresto a svolgere l’ingrato compito di scrostare la viscida ed appiccicosa fanghiglia che ha preso campo sullo stereo e minaccia di estendersi ovunque. Francesco Imperato
FIVE HORSE JOHNSON – The Taking of Black Heart
"The Taking of Black Heart" è la settima fatica dei collaudatissimi Five Horse Johnson, edita da Small Stone Recordings. Il disco suggella i diciassette anni di carriera della band. Il quintetto di Detroit latitava dal 2006, anno d'uscita di "The Mystery Spot" e Jean-Paul Gaster (Clutch) curava la sessione ritmica. Già incrociatasi in precedenza, con la partecipazione di Oblander (voce e armonica) nel progetto Clutch, la storia delle due formazioni finisce per intrecciarsi nuovamente data la permanenza alla batteria di Mr. Gaster e per l'acquisto del produttore J. Robbin."The Taking of Black Heart" è un disco dall'approccio blues, ben amalgamato con sonorità stoner, southern rock e country western. I botta e risposta (armonica/chitarra, armonica/voce) di "The Job" e "Keep On Diggin", dimostrano da subito quanto il blues sia una componente trainante per i Five Horse Johnson. Songs quali "Mexico" e "Smash & Grab" disegnano scenari polverosi, dove le vibrazioni country e southern spadroneggiano. "Beating in My Hand" rivela il lato più raffinato della band. Le canne d'organo di J. Robbin esaltano e riempiono di spiritualità un groove già di per sé sensuale, mentre "You're My Girl" ospita le corde vocali di Robin Zander (Cheap Trick), riproducendo un sound a metà strada tra Zeppelin e Guns N' Roses. La corsa della FHJ coach termina con una 'black' blues ballad: "Die in the River". Nonostante il disco non offra grandi novità dal punto di vista musicale e per lunghi tratti possa sembrare monotono e ripetitivo, raccoglie in sé qualità indiscusse quali esperienza, stile, istintività e anima: tutto ciò che contribuisce a rendere "The Taking of Black Heart" un disco di spessore. Enrico Caselli
FIVE WHEEL DRIVE – Demo 2003
Dopo un periodo di stasi in cui nessun gruppo emergente si è avvicinato alla materia stoner rock questo demo cd dei milanesi Five Wheel Drive è come una boccata d’ossigeno per un panorama che cominciava ad essere fin troppo statico, basato sempre sui soliti sei o sette nomi di riferimento. Certo, i cinque pezzi proposti dalla band non inventano nulla di nuovo, ma almeno mostrano tutta la volontà di emergere e la grinta di ragazzi con i Kyuss nelle vene e i Fu Manchu nel sangue… Stoner rock nella sua più fulgida espressione quindi, di quello ribollente e tirato all’inverosimile, giocato sulle chitarre corrosive di Alberto e Diego, sorretto dalla base ritmica di Mario (batteria) e Simone (basso), ma soprattutto incentrato sull’ottima voce di Francesco, il quale si cimenta senza paura su tonalità graffianti e validissimi approcci melodici. C’è da dire che la produzione non è il massimo ed un paio di episodi lasciano a desiderare (“Living in a green room” risulta troppo piatta e monocorde, “Sympathy for the hot sun” eccessivamente statica e priva del guizzo vincente), ma nel complesso il risultato promette bene per il futuro della band. I pezzi che infatti convincono di più hanno mordente e personalità da vendere: “Over the dune” unisce melodia e potenza in un cocktail altamente tossico, “Coming free” dona tocchi boogie ad un tappeto stoner indemoniato e ciclopico, la conclusiva “For miles away” è una cavalcata forsennata con uno stacco finale talmente groovy da levare il respiro… Un biglietto da visita che dunque fa ben sperare per il gruppo e per la salute della “presunta” scena stoner tricolore. Che sia la scossa giusta per svegliare le nuove generazioni dal torpore odierno? Alessandro Zoppo
FIVE WHEEL DRIVE – Five wheel drive
Dopo averli conosciuti grazie al demo e all'intervista rilasciata a Perkele qualche mese fa,i Five Wheel Drive tornano alla carica con il loro primo full lenght cd uscito su etichetta V2. La band si riconferma come una delle più interessanti proposte in campo stoner tra quelle presenti nel nostro territorio italico. Come avevo gia sottolineato nella recensione del loro demo, i 5WD sono in grado di realizzare un sound che trae sì ispirazione tra i "guru" dello stoner immortale,ma sempre senza scivolare nell'effetto fotocopia. Tra le escursioni sonore delle loro canzoni si riconoscono i tocchi magici dei grandi maestri dai quali sono fedeli discepoli, ma certamente si può affermare che la mitica macchina di colore verde ha solo funzione trainante per queste 5 ruote... loro sanno benissimo marciare anzi volare a tutto gas da sole! Il viaggio attraverso le lande assolate di un immaginario deserto parte alla grande con la carica esplosiva di "Bemused", song dal ritmo tipicamente stoner con chitarre roboanti e voce grintosa, perfettamente miscelati con la giusta dose di base ritmica martellante al punto giusto. Segue "Living in a green room" (già presente sul demo) con riff, effetti sonori e melodie che strizzano l'occhio al sound stradaiolo dei Fu Manchu...sole sabbia e strade infuocate. La terza traccia "Black Star Ballad" è una affascinante miscela di stoner e blues, con il ritmo cadenzato tipico dello sporco padre del rock e la potenza vibrante e sensuale caratteristica della musica del deserto. Seguono "Over the Dune" e "4 Miles away" entrambe presenti sul demo che ha preceduto il cd. La prima citata è ..mi sia concesso dirlo, la mia preferita in assoluto ..forse perché l'avevo ascoltata dal vivo per la prima volta e mi aveva colpito immediatamente per la sua carica, energia e forza trascinante....eravamo a Bergamo ma per un attimo la campagna lombarda si è trasformata nel deserto californiano... Le stesse immagini che si visualizzano nella nostra mente ascoltando "4 Miles Away" .. polvere e distese senza fine...chitarre rombanti e base ritmica pulsante che rallenta e riprende velocità senza fermarsi. Il viaggio prosegue senza soste e ci ritroviamo ad affrontare il desiderio di bruciare intensamente con il sound rovente di "Pleasure to Burn" grazie all'ottimo impasto vocale di grande effetto e alla musica che fa da sfondo mentre osserviamo il paesaggio sfrecciare attorno a noi come in un film di Walter Hill... Come in ogni film d'azione fatto di fughe nel deserto e inseguimenti e duelli all'ultimo sangue, ecco arrivare inevitabilmente il momento di...uccidere! Ecco pronta "Someone to Kill" che stizza l'occhio al garage blues che qualcuno produceva dalle parti di Detroit e che ogni rocker con le palle non può ignorare. Il nostro viaggio sta per concludersi...i chilometri che abbiamo macinato sono davvero tantissimi, abbiamo necessità di una sosta. Questo non significa che il disco ha un calo di qualità...nossignori. Una sosta nel senso lato del termine...un momento di "riflessione sonica" grazie alla bellissima traccia strumentale di "My Room is full of Sand", pochi ma intensi minuti che ricordano i QOTSA più "sperimentali" di "R". Solo un attimo ai lati della strada per riprendere fiato e via.. il viaggio riprende...ancora più veloce per guadagnare tempo.. Il ritmo ritorna incandescente con il sound grezzo e trascinante di "A Motor Inside".. una song che davvero sembra essere posseduta da un motore indemoniato, con chitarre tipicamente r'n'r e un ritmo cadenzato. L'orizzonte che fino ad ora ci appariva inesistente, tra sabbia e cielo si sta lentamente profilando ai nostri occhi.. eccoci arrivati. La canzone che chiude questa corsa attraverso le dune è "Like a Dead Man" un altro omaggio ai grandi padri del garage e dello stoner.. per correre veloci ci vuole una ottima miscela di carburante...tutto detto! Il viaggio termina qui... le 5 ruote ci hanno portato lontano e fatto correre a forte velocità...anche se solo in modo virtuale, ma che importa? Ciò che conta è quello che band come i 5WD ci sanno trasmettere. Potenza, energia e voglia di dimostrare che il deserto possiamo anche crearcelo qui.. basta crederci e volerlo intensamente! Stefania "The Stoner Witch"
FLATTBUSH – Smash the octopus!
Nelle Filippine, nei lontani anni ’60, un gruppo di studenti formò una band chiamata Flattbush, collettivo che esprimeva attraverso la musica popolare ed il rock il dissenso verso forme intolleranti di dittatura diretta ed indiretta. Oggi, a quasi 40 anni di distanza da allora, il nome Flattbush torna in vita grazie alla caparbietà dei fratelli Arman e Riko Maniaco, i quali in compagnia dei metal freaks Ray Banda e Bradlee Walther ci illustrano le condizioni di vita degli immigrati filippini negli Stati Uniti condendo musica ed attivismo sociale. “Smash the octopus!” è il loro album d’esordio e se già dal booklet si intuisce quale sia il messaggio lanciato dal punto di vista ideologico, i tredici pezzi che compongono il disco si muovono su territori al limite tra il metal estremo ed il crossover: si potrebbe parlare di una versione grind dei Faith No More, una sorta di jam allucinata tra Mike Patton e i Napalm Death…non a caso, leggendo meglio tra i credits, si scorge il nome dell’ex FNM Billy Gould dietro il banco di produzione. Un proposta molto forte, quindi, che unisce i tempi tiratissimi del grind e dell’hardcore con chitarre affilate e contorte aperture vocali. I frequenti cambi di tempo inseriti qua e là denotano capacità tecniche più che buone, mentre quel che ancora manca è una maggiore versatilità in sede compositiva, difetto che rende le tracce sin troppo simili l’una all’altra. Per il resto la furia distruttiva di brani come “Kontra’tado!”, “Batas militar” o “Death squad” (intervallati da samples tratti da “The Golf War documentary”) ben esprime i contenuti corrosivi del disco, un’invettiva contro la leadership politico-sociale statunitense che minaccia ed emargina. Badando solo alla musica e senza voler entrare nel merito delle posizioni espresse, i Flattbush si dimostrano quindi un gruppo particolare e molto incazzato, che però ha ancora bisogno di maturare per trovare un proprio stile. Per il momento il loro debutto un ascolto, anche di sfuggita, lo merita… Alessandro Zoppo
FLEET FOXES – Fleet Foxes
Vengono da Seattle ma non sembra. Ascoltando il debutto omonimo dei Fleet Foxes – uscito lo scorso anno su Sub Pop – pare di rivivere le magie della California psichedelica o del folk cantautoriale. E invece parliamo di una band giovanissima, formatasi nel 2006 e alla sua prima uscita dopo l’ep "Sun Giant". Il tempo si è fermato a ristagnare in un limbo in cui si riscopre il pieno senso della Natura. La purezza di colline imbiancate di neve, il cinguettio degli uccelli, un tramonto che accarezza placido il volto durante un gelido inverno. Fiabe che si alimentano e raccontano di un suono fermo agli albori. Se si dovesse parlare di influenze, i Fleet Foxes si metterebbero a ridere scandendo i nomi di Simon & Garfunkel, Byrds, Crosby Stills Nash & Young, Beach Boys. O pensando a fenomeni odierni del calibro di Iron and Wine e Grizzly Bear.Il loro disco sconta ancora qualche ingenuità (melodie che spesso si rincorrono statiche nel corso dell’album), senza tuttavia esserne carico. Perché il fascino esercitato dai cinque è innegabile e appare trasversale. Sorprende come la stampa di settore li abbia lanciati presso il grande pubblico. Che forse si troverà spiazzato dinanzi a brani magnetici e sognanti come "Sun It Rises", "He Doesn’t Know Why" o "Meadowlark"; alla copertina, ricalcata da I proverbi fiamminghi di Pieter Brueghel; al meraviglioso video realizzato da Sean Pecknold per "White Winter Hymnal", un’animazione in stop motion che delizia occhi e orecchie. Cullati da soavi intrecci vocali, bucoliche chitarre acustiche e sinuose note di pianoforte, affrontiamo il viaggio dei Fleet Foxes da menestrelli alla ricerca di una nuova Frontiera. Guidati dalla simpatica sfrontatezza di questi ragazzi, interpreti – nelle loro parole – di un «pop barocco, musica da film immaginari». Alessandro Zoppo
FLEVEN – The Wreck Of You
Si può realizzare un disco che coniughi sound post-Qotsa (ossia indurendo debitamente lo spazio lasciato da Homme e soci) con il grunge (e derivati) mantenendo coesione e ponderando il groove al punto giusto? La risposta è affermativa se a farlo sono i Fleven, uno dei gruppi di punta della Uk Division (Soul Of The Cave, Illogo, Inkarakua, Lost Moon, giusto per rimanere tra gli italiani) che col primo album sembrano già pronti a sbaragliare i troppi indecisionismi che minano la linea di fuoco tra "duro" stoner rock e alternative.Difatti "The Wreck of You" lascia pochi dubbi al riguardo, e fa intendere come i Fleven preferiscano produrre un variegato caterpillar senza tanti fronzoli: complice magari anche l'eccellente produzione, l'ascolto non lascia decisamente tregua. Evidentemente i Fleven hanno alle spalle anche ascolti di nuovo metal, stante la continua ricerca dell'impatto in questi 40 minuti, nei quali l'energia esecutiva è accompagnata da sofisticate melodie; non parliamo di prog-psych, ma il risultato è decisamente molto buono, e anzi per il gruppo laziale si potrebbero spalancare orizzonti più vasti e immaginifici. Per il momento va benissimo così: l'apertura è per "Peyotl", durissimo trance rock allucinato con numerose, fluide variazioni e chorus vincenti; lo stile rimane quello Qotsa/Foo Fighters ma l'aggressione sonica è nettamente spostata verso uno stoner d'assalto, e stessa sorte trova "A Crack in The Room", ben strutturata e dinamica, con gran lavoro della ritmica. "Mr. Marmalade" salpa con un riff serpeggiante per poi incanalarsi in un angoscioso trip stoner/grunge potente e oscuro, e in "Learn To Listen" il pesante clangore iniziale viene poi sviluppato nel solito devastante pezzo con le vocals acide di Skammy che danno il valore aggiunto. "Sinister Inc." fuga i dubbi sulle radici hard del gruppo, che ripudia scappatoie verso il rock di maniera quando si tratta di produrre brani accattivanti, e "Be A Slave" potrebbe essere un pezzo sintomatico dell'era successiva all'uscita di "Songs For The Deaf" (sempre considearandone il lato heavy). "The Wreck of You" condensa un po' tutte le caratteristiche di quest'omonimo platter: sospensioni ritmiche in avanscoperta per dare spazio a vocals post-grunge, racchiuse in un'armatura stoner che esplode con livore e melodie quasi progressive. Se togliamo la grassezza delle chitarre, "You Won't Understand a Thing" è legata allo storico grunge, però è efficace nell'aprirsi una sua direzione senza impantanarsi, e "Throw Me Down" è decisamente debitrice dei Qotsa, ma emerge per il tocco personale e la combattività che i Fleven impartiscono all'esecuzione. Infine in "Stop It" si chiama in causa anche la violenza dello stoner metal, Motorhead e Mondo Generator, tanto per chiarire che "The Wreck of You" non doveva finire con una ballata sinfonica. Quest'album è un'incudine rock e i Fleven sono decisamente superiori a troppi derivati e ibridi: una bella lezione. Roberto Mattei
FLOORIAN – What the buzzing
"What the buzzing" dei Floorian è un disco da assaporare a seconda delle situazioni e dei propri tempi. Un ascolto frettoloso o poco attento potrebbe farcelo liquidare in un attimo. Troppo lungo, troppo statico, troppo noioso. Approfondendone gli aspetti ed immergendosi nelle sue atmosfere sognanti si scopre invece uno splendido universo.I Floorian sono artefici di puro rock psichedelico: il loro immaginario è segnato dalla grande opera di band quali Pink Floyd, Tangerine Dream, Spacemen 3, Bevis Frond, Dead Meadow. Ma la scrittura e l'esecuzione sono così personali da far subito dimenticare influenze o riferimenti. "What the buzzing" è frutto di un percorso che inizia alla fine degli anni '80, si spinge fino al 2002 (anno in cui la Drigh Records pubblica la prima versione del disco) e arriva ai nostri giorni, quando la Bomp decide di ristampare l'album con l'aggiunta di due brani. L'asse fondante della band è formato da Todd Fisher (chitarre) e John Godshalk (basso, voce), ai quali si aggiungono, come in un grande trip party, Bill Spiropoulos (tastiere, chitarre), Larry Durica (batteria), Alex Lee Mason (chitarre, tastiere), Phillip Park (chitarra), Keith Hanlon (batteria), Rob Jarrett (percussioni) e Tabitha Kelley (voce). Un collettivo allargato che rimanda alla tradizione freak dello sperimentalismo e della kosmische muzik. Le vibrazioni che emana il lavoro sono infatti impregnate dello spirito libertario ed innovatore del kraut, dello space rock e della psichedelia californiana. Solo pochi frammenti (le iniziali "Or so they say" e "Descend", il monolite intriso di fuzz "Symptoms alone", la lisergica e 'barrettiana' "Alt. 11") esplodono in accecanti fiammate acid rock, nella migliore vena di Quicksilver - ieri - e Dead Meadow - oggi -. Altrove prevale una vena atmosferica ("Overruled"), minimalista ("Heavium" evoca lo spettro dei Velvet Underground), sottilmente oscura, al limite della drone music ("Auravine") e a tratti mistica, dal piglio folk ("Aether spill", "Waiting for it"). La sottile linea che attraversa tutti e 70 i minuti di durata è dunque una tensione ipnotica, che trova sfogo in loop, chitarre ed effetti davvero stranianti. Una scelta che ha il suo definitivo compimento nella conclusiva "Somic", sogno che si trasforma in musica. Occorre un giusto approccio per affrontare un disco del genere. Una volta trovata la chiave adatta vi si spalancheranno le porte per il mondo dei Floorian, un microcosmo dove la parola d'ordine è una sola: psichedelia. Alessandro Zoppo
FOG IN THE SHELL, THE – A secret north
Intorno a “A secret north” si sprecheranno le definizioni più disparate. Post rock, math rock, indie noise e chi più ne ha più ne metta. Per una volta lasciamo da parte le etichette e godiamoci uno dei migliori gruppi che l’Italia ci ha offerto negli ultimi anni. The Fog In The Shell hanno sfornato un primo lavoro dove tutto è così perfetto da lasciare imbarazzati. Si ha l’impressione che i quattro (Federico, Luca, Marco e Stefano) abbiano ascoltato molto Mogwai, Isis e Motorpsycho. La lezione del rock emotivo e malinconico insomma. Piacevoli ossessioni che ritornano in un sound oscuro ed afoso, non certo distaccato ma sicuramente contorto ed ambiguo. Già l’artwork in stile Stephen O’Malley crea uno strano senso di disagio. Il proseguo conferma questa linea e richiede ripetuti passaggi per essere assimilato in pieno. La forma canzone va infatti a farsi benedire e lascia il posto ad un flusso costante di emozioni e sentimenti notturni, aspri, tanto piacevoli quanto soffocanti. Se l’iniziale “The river” sembra una rielaborazione contemporanea dei Velvet Underground (con quel manto psichedelico interrotto solo da un’armonica deviata), la meravigliosa “Rain” e “I can’t be the chaos, they can be the structure” sono The Fog In The Shell al 100%. Composizioni lunghe, da assaporare a cuore aperto, giostrate su lentezza atmosferica e crude deflagrazioni che all’improvviso sconquassano l’aria. Il senso è quello di una privazione, come un temporale estivo, come la fine di una relazione amorosa o la morte dopo la vita. Distorsioni, soffici arpeggi, rari interventi vocali: ecco la chiave utilizzata. Grimaldello che si rivela vittorioso sotto tutti i punti di vista. I passaggi acustici di “Livings’ dreams are deads’ lives” e “Toward the crimson eye”, uniti alla strumentale “A man escaped”, rendono ancora più appetitosa e suggestiva la proposta di questi quattro ragazzi che non hanno timore di niente e di nessuno. “A secret north” è un disco di una intensità incredibile. Quaranta minuti che sembrano non finire mai: come in preda ad un piacevole incantesimo, il risultato conseguito è un sogno fatto ad occhi aperti…anzi, spalancati. Alessandro Zoppo
FOOZ – Fooz II: space is dark… it is so endless
Dopo averci fatto assaporare le gioie per troppo tempo celate degli straordinari Yawning Man, la spagnola Alone Records recupera l'ennesimo gioiello nascosto e dà alle stampe questo secondo capitolo dell'avventura dei Fooz. Band di Alicante, che purtroppo ha cessato di esistere dopo quattro anni d'attività. Questa operazione della Alone Records si pone dunque sia come un tributo che come una tesi compilativa di tutto il materiale composto dai quattro (Ignacio Fuentes - voce -, Juan Angel Gomez - chitarre -, Andrés Lizon - basso - e Pablo Banon - batteria -). Il cd si compone infatti di 16 brani: i sette che facevano parte del primo disco del gruppo (uscito nel 2001), tre bonus tracks inedite e sei pezzi acustici che dovevano formare un nuovo ep, mai edito a causa dello scioglimento della band.Ed è proprio in queste prime sei tracce acustiche che si può apprezzare ciò che abbiamo perduto: splendidi acquarelli dipinti a colpi di chitarre, percussioni (suonate da Hector Bardisa) e organo hammond, fughe romantico psichedeliche che rimandano ad un immaginario ancestrale, da origine dei tempi. Temi come quelli di "Mine", "Smoke is over", "Earthwind" e la stupenda "Flower's on me" (tutti episodi che ritroviamo in versione elettrica nel disco d'esordio) sono escursioni campestri in territori placidi e rilassanti, anche quando emergono scorie lisergiche che minano la linearità del cammino. Non a caso aprono e chiudono la fase acustica due cover, "Space is deep" e "Astronomy domine", originariamente a nome Hawkwind e Pink Floyd, due influenze che insieme a quelle di Black Sabbath, Captain Beyond, Ozric Tentacles e Monster Magnet determinano il background dei Fooz. Sostrato che viene fuori nei sette brani che componevano l'esordio degli spagnoli, caleidoscopio di space e acid rock, stoner e heavy blues, personale nella scrittura e nell'esecuzione, con ampi passaggi acustici (meravigliosi quelli di "Mine"), synths ultraterreni e caldi tappeti d'organo. "Earthwind" e "Cool guys" sono puro space rock da volta terrestre, "Alone you stand", "Merely a number (clouds of words)" e "Smoke is over" sono stoner rock 'sabbathiano', melodico e tirato a lucido per l'occasione, mentre la conclusiva "HiFooz/Mixhole masterdoom" è una bizzarra sperimentazione che unisce la follia di Syd Barrett con armonie 'beatlesiane' e umori kraut. Quanto alle tre ulteriori tracce, se "Leaf tale" e "There is a place" ribadiscono la capacità dei Fooz nel destreggiarsi con abilità tra gli impervi sentieri dell'heavy rock psichedelico, bisogna soprattutto sottolineare la bellezza di "Flower's on me", delicato scorcio psych rock che non può far altro che farci rimpiangere la bravura di un gruppo come i Fooz. Ci auguriamo che questo "Space is dark…" serva soprattutto a far luce su una realtà così intrigante. Alessandro Zoppo
FORGOTTEN TOMB – Negative megalomania
Si dice che il terzo album sia quello della piena maturità e spesso quello dello svolta; per i Forgotten Tomb questo discorso vale col quarto, nuovo album “Negative megalomania”. Un disco che pur non intaccando la vena oscura e il tipico stile del gruppo (basato su porzioni arpeggiate e linee chitarristiche di memoria Paradise Lost/Katatonia) vede il quartetto esplorare nuove vie per esprimere il proprio mal di vivere, un disco che potrebbe lasciare l’amaro in bocca ad alcuni fan della band ma al contempo catturare nuovi adepti al culto della Tomba Dimenticata.Per gli estremisti sarà difficile accettare la piacevole sorpresa dell’inserimento del cantato pulito e sofferto di Herr Morbid, uno stile che ricorda quello dei singer dell’area grunge/southern doom (in particolar modo quello di Dox degli Acid Bath). Rispetto agli album precedenti si nota un feeling rock che attenua l’atmosfera mortifera anche nelle porzioni più doom; l’ottima “No rehab (final exit)” ne è l’esempio lampante, una song che avanza lentissima e che nella seconda parte poggia su arpeggi sinistri alternati a tremendi riff. La title track ha un andamento ‘rolleggiante’ ed accattivanti refrain uniti a momenti chitarristici di scuola The Cult/Sentenced, mentre “The scapegoat” è uno splendido pezzo dall’andamento cadenzato e dal sapore southern doom, basato su nostalgici arpeggi accompagnati da un cantato pulito (immaginate una versione drammatica dei Down). La conclusiva “Blood and concrete” è la song più legata alla produzione passata della band, con fragorosi mid tempos (notevole il lavoro della sezione ritmica) squarciati da granitiche sfuriate black (ottime le linee di chitarra). “Negative megalomania” è un album che non rinnega nulla dello stile della band; la malinconia aleggia ad ogni nota e secondo dell’album, è semplicemente espressa attraverso nuove soluzioni sonore, soluzioni che espandono il raggio d’azione del quartetto piacentino. Nulla del pessimismo di fondo è andato perso, così come la capacità di Herr Morbid e soci di affliggere l’ascoltatore attraverso meste riflessioni sulla propria misera esistenza. Marco Cavallini
FORSAKEN – Iconoclast
La prima cosa che balza all’occhio guardando il cd dei Forsaken è senza dubbio la curiosa provenienza: l’isola di Malta. Ma dall’artwork si carpiscono anche altre preziose informazioni: ci troviamo al cospetto della classica doom band appassionata delle sonorità mistiche e maestose di colossi come Candlemass (l’influenza più lampante…) e Solitude Aeternus. Tuttavia non si tratta di un gruppo alle prime armi: i Forsaken sono attivi dal lontano 1990 e le quattro tracce presenti in questo dischetto (tutte dalla durata piuttosto lunga) lo dimostrano. Eccellenti doti compositive, ottima tecnica strumentale e soprattutto una certa perizia in sede di songwriting che li rende personali e mai banali sono i punti di forza. Convince la voce di Leo Stivala, che si orienta su canoni passionali e non altisonanti come quelli dell’archetipo Messiah Marcolin. Rocciose e possenti sono le chitarre di Sean Vukotic, supportate dal gran lavoro della sezione ritmica (Albert Bell al basso e Simeon Gatt alla batteria) e dai ricami ariosi delle tastiere di Mario Ellul. L’inizio affidato a “Where angels have fallen” mette subito le carte in tavola: riffoni sabbathiani tendenti al metal per un monolito di puro doom urlante. L’inserimento di vocals femminili dona alla successiva “Via Crucis (The way of the cross)” un’aura gotica che ben si sposa con i giri suadenti delle tastiere e il chorus ammaliante che vi ritroverete a canticchiare subito dopo il primo ascolto. “A martyr’s prayer” è costruita invece su complessi cambi di tempo e d’atmosfera a volte troppo fini a se stessi: se l’intenzione è quella di creare una certa tensione drammatica, l’immediatezza ne risente. Chiude il lavoro “Wither the hour”, altro macigno doom dove giocano una parte importante i giri lugubri di tastiera, le chitarre arcigne e la voce teatrale di Leo, una conclusione degna di quanto fatto ascoltare in precedenza insomma. I Forsaken potranno essere una piacevole sorpresa per tutti gli ascoltatori e i fan accaniti della musica del destino. Ma soprattutto meraviglia come anche dal mediterraneo giungano proposte di tale livello qualitativo…da incrementare! Alessandro Zoppo
FORTY MOOSTACHY, THE – Demo 2004
Direttamente dal nord est italico, e precisamente da Vicenza, ecco arrivare a noi i Forty Moostachy... interessante trio che si propone come stoner band, ma perfettamente in grado di dimostrare sin dal primo ascolto che non di solo stoner si tratta… anzi... tutt'altro!Il sound proposto dalla band ha basi stoner con forti influenze blues, garage e psych. Una musica potente e scarna (sono solita affermare che le band migliori sono composte da tre elementi... essenziali ma micidiali!), ma allo stesso tempo poliedrica e multiforme, che strizza l'occhio ai grandi del desert rock ma anche ai padri storici della psichedelia acida e del punk primordiale. Ecco venir fuori nomi illustri come Blue Cheer e Stooges, tanto per citare un paio. Nomi ai quali occorre inchinarsi doverosamente oppure omaggiarli come fanno i tre ragazzi vicentini: con la propria musica. I F.M. producono un suono personale e decisamente coinvolgente. Sanno attingere allo stoner ma senza cadere nel pericoloso errore dell'effetto fotocopia. Prendiamo ad esempio la voce: è importante sottolineare che ho tirato un sospiro di sollievo nel constatare che essa non è ispirata da Garcia (come spesso accade) e questo è un altro punto a favore della band! Luca, che oltre a cantare si occupa anche della parte chitarristica, ha una voce davvero bellissima: potente e "sporca", di impostazione blues. Anche quando si esibisce nelle tonalità più alte non perde il proprio pathos, anzi conserva sempre la propria forza e passionalità. Ma torniamo alla musica! I F.M. sanno creare una miscela esplosiva in grado di trasmettere visioni di sabbia e metropoli di cemento, tra il Rancho de la Luna e la Motor City di Iggy e MC5, il tutto accarezzato da visioni acide e ipnotiche di viaggi in mondi dispersi nello spazio. Chitarre dal suono polveroso e base ritmica pulsante e incisiva dietro alla quale stanno la bassista Gio e il drummer Nesh, che completano in modo davvero egregio la line up. Tra le note biografiche e le info che ho raccolto sulla band, vorrei citare due elementi degni di nota, almeno per me sono tali e non posso che considerarli particolari essenziali per il mio giudizio nei loro confronti. Il primo: hanno avuto il grande onore di suonare come opening act per i grandissimi Natas durante la loro data a Padova! Secondo: durante i loro concerti i F.M. sono soliti riproporre la cover di A God in a Alcove degli altrettanto grandissimi Bauhaus...! … cosa da non sottovalutare affatto, intanto perché dimostra un background di tutto rispetto, una mentalità musicale a 360 gradi ed estremamente eclettica (cosa importantissima!). Non posso non dire che la cosa ha destato la mia ammirazione e perché no, commozione… dal momento che i Bauhaus hanno avuto un posto di grande rilievo nel mio passato musicale (mi sia perdonata la nota autobiografica!)! Il demo apre i giochi con “The Man in the Car”, brano dall'atmosfera polverosa e assolata, con chitarra dal ritmo cadenzato tipicamente blues. Graffiante e sensuale, con basso e batteria pulsanti come il sole sulle dune infuocate. Un micidiale cocktail di stoner, psichedelia acida e garage blues… alcolico e fumoso come un wiskey bar su una higway in mezzo al nulla. Segue “Man after Man”, dal ritmo più veloce che ricorda il punk blues malato e sporco dei grandissimi e mai abbastanza citati Gun Club di J.Lee Pierce (R.I.P), soprattutto nell'assolo di chitarra centrale rallentato . sempre grande la voce e sempre indispensabili gli interventi sonori di Gio e Nesh (in una band a tre è riduttivo definire la base ritmica "un supporto"... essa acquista un ruolo da protagonista). Chiude alla grande “The Man is Running Fast”, altro brano dal ritmo cadenzato, dalle tonalità cupe e ipnotiche. La voce qui da’ il massimo. Demoniaca e urlata, sa arrivare alle orecchie ma anche dentro le viscere. Ricorda a tratti il vocalismo sofferto e micidiale dell'indimenticabile Layne Staley degli Alice in Chains, senza dubbio una delle voci più belle nel rock. Concludendo, il demo è sicuramente ottimo e ne consiglio l'ascolto soprattutto perché i tre ragazzi dimostrano preparazione tecnica e amore per ciò che fanno e tutto quello che ha influenzato il loro stile. Resta, a questo punto, la curiosità di vederli nella ideale dimensione di ogni rock band che si rispetti... sul palco! E sono certa che dal vivo sanno donarci momenti di grande emozione, energia e brividi r'n'r! theStonerWitch
FORTY MOOSTACHY, THE – Three Rooms, Some Songs, The Show And a Suitcase Full of Bones
È giunta l'ora del disco di debutto per i vicentini The Forty Moostachy, traguardo raggiunto dopo una serie di ottime esibizioni dal vivo e una demo che già bastava per convincerci sulla qualità del progetto. Luca (voce, chitarre), La Giò (basso) e Nesh (batteria, tastiere) sfornano undici canzoni per 50 minuti di grande rock, non solo stoner. Certo, i riferimenti sono quelli (Kyuss, Queens of the Stone Age, Karma To Burn) ma qui dentro dimora di tutto, dal blues al garage, passando per psichedelia, folk, vibrazioni desertiche e quel suono alternative che tante band ha formato durante gli anni '90.Si viaggia a velocità sostenuta quando partono le note di "Dead Man in the Bathroom", cifra stilistica significativa del trio: potenza, melodia, costruzione sghemba e ammiccante. Schema che permea anche le bellissime "The Pupil", "Jimmy the Cat" e "Pink Little Toffee", brano conclusivo che se fosse cantato da John Garcia diventerebbe immediatamente nuovo inno stoner. "Where Is the Man?" e "Rouge Foulard" sono strumentali belle grezze e trascinanti, che ammaliano con un sound teso, voluttuoso e vibrante. "Made of Bones" colpisce per le sue ritmiche sincopate, "The Man Is Running Fast (reprime)" spezza invece l'atmosfera con il suo mood acustico da Texas durante l'estate, un motel nel bel mezzo del deserto, birra fresca e voglia assoluta di libertà. Così come "The Man in the Car (Reprise)", che inquieta con note sinistre di pianoforte e dei coretti tanto innocenti da apparire assassini. D'altra parte di cosa stiamo parlando, bastano tre stanze, un pugno di canzoni, uno spettacolo, una valigia piena di ossa e il gioco è fatto. Alessandro Zoppo
FREDDY DELIRIO – Journey
Oggetto curioso questo "Journey" di Freddy Delirio. Registrato presso l'FP Recording studio nel 1992, l'album vede la luce dopo venti anni sotto forma di raccolta che include un paio di soundtrack per il film horror "The Darkest Night", una canzone live "Ecstatic Music" e un videoclip come bonus. Ed è proprio horror sound la lingua parlata in questa mezz'ora di musica ispirata a "...images, colours and emotions, putting myself into the magic world of sound through progressive, rock, ecstatic and classical music". Mr. Delirio, all'anagrafe Federico Pedichini, è il compositore, l'arrangiatore e l'esecutore di tutti i pezzi, destreggiandosi tra tastiere, basso elettrico e batteria elettronica. Il risultato è prossimo alla colonna sonora del film "Demoni" (1985) di Lamberto Bava, composta da Claudio Simonetti, tastierista dei Goblin, a cui il nostro deve più che una semplice influenza.La suspence viene fuori alternando gentili atmosfore ambient ("Dreamland") a sincopate cavalcate progressive da batticuore ("Witches' Sabbath", "Lucifer Seats à Droite", "Flashover") e non mancano piacevoli eccezioni dal sapore neoclassico come "Casanova", definita dallo stesso autore un rondò, "Celtic Memory" ed il trittico finale "Desire", "Scarlet" e "Starlight", vicine a certe evocazioni nordiche delle prime uscite di Enya. Alla fine dell'ascolto rimane in bocca un sapore agrodolce perfettamente diviso tra il plauso verso un'artista che ha deciso con questo lavoro di mostrare solo una sfaccettatura della sua arte (il nostro si diletta di regia e suona con Death SS e H.A.R.E.M.) e il rimpianto di non aver ascoltato un'opera completa, compatta e armonica in ogni sua evoluzione. Se il buon sangue non mente (Federico assomiglia in maniera impressionante ad un giovane Lee Dorrian!) avremo modo di ascoltare qualcosa di entusiasmante nelle prossime espressioni artistiche di Freddy Delirio. Eugenio Di Giacomantonio
FROZEN PLANET….1969 – Lost Traveller Chronicles – Volume Two
Frozen Planet....1969 sono un trio di stanza tra Sydney e Canberra che ci delizia il palato con questa mezzora abbondante di heavy psych meets instrumental stoner space jam. Difficile dire qualcosa di nuovo a proposito che non sappia di autoreferenzialità o, peggio ancora, di citazionismo, ma i nostri riescono a metterci dentro qualcosa di caratteristico. Sarà quel guizzo assassino della chitarra, sempre in primo piano, sempre killer, sempre modulata tra effetti che la rendono irriconoscibile a tutti gli effetti (!).
I 4 lunghi brani, inframezzati con altrettanti siparietti più brevi, riescono a modulare l'onda lunga di band come 35007, Oresound Space Collective, Colour Haze e Los Natas senza calare nel solco del già sentito. Non c'è quella stratificazione del suono che parte da alcuni elementi per crescere ed arricchirsi nello svolgimento della composizione. Si parte subito dal nocciolo (e questo è un bene) nei pezzi più massivi, ma anche in quelli più riflessivi (e questo è un male). Nel momento in cui si drizzano i peli della schiena nel viaggio cosmico interstellare, il dito brutale del fonico porta a zero i volumi del mixer. Non si capisce bene perché abbiano accostato questi due elementi in contrasto. Forse perché la sintesi è sempre la via migliore per sfuggire al rompimento di balle.
Comunque sia, Lachlan, Paul e Frank ci sanno fare e danno esempio lampante di come debba suonare un trio dedito al sacro culto della jam. Dal vivo, supponiamo, faranno scintille à la Earthless. See you in Italy soon, dudes! Eugenio Di Giacomantonio
FROZEN, THE – Zero
Tagliano il traguardo del quarto lavoro i Frozen (se si considera anche il materiale registrato nel 2000 a titolo “First snow”), band austriaca attiva ormai dal 1998. Quanto proposto nel nuovo “Zero” è la logica prosecuzione del discorso iniziato in passato e oggi portato avanti con forza e coerenza: siamo al cospetto di un heavy dark rock plumbeo e decadente, incentrato su ritmiche possenti (create da Gerhard Peter al basso e Tom Zochling alla batteria), chitarre graffianti (opera di Tom Koller) e sulla voce profonda ed evocativa di Dennis Pauholzer, che dona un tocco malinconico al tutto con le sue melodie dolci e suadenti. Quattro i brani proposti che si fanno apprezzare per brillantezza e convinzione, l’unica pecca è un’eccessiva tendenza al manierismo che a volte può lasciare interdetti. Per il resto gli elementi per far bene ci sono tutti, a partire l’iniziale “Shine in black”, episodio che a dire il vero si distacca dal resto del materiale: il pezzo infatti è costruito su un riff quasi stoner che fa da contrappunto alla maestosità delle parti vocali, ruffiane ma mai fastidiose, anzi… La successiva “Leviatate” è il primo marchio distintivo del gruppo, si tratta di una classica dark song notturna, romantica e zuccherosa, in bilico tra gli Him (il che non è necessariamente negativo…) e i recenti Sentenced. Gothic rock che si ispira a Type O Negative e ultimi Tiamat è invece “Feelings are dead”, altro tassello molto ben riuscito, soprattutto nei ricami delle chitarre e nel mood lirico che permea la composizione. La ballad “Disappear” termina l’avventura in modo soffice e sognante, non parliamo di “love metal” ma ci siamo molto vicini… Se avete voglia di staccarvi per un attimo dalla vostra musica preferita per immergervi in territori oscuri e passionali The Frozen sono la band che fa al caso vostro. Rispetto a molta spazzatura che c’è in giro al giorno d’oggi una chance la meritano di sicuro. Alessandro Zoppo
FU MANCHU – California crossing
Sette album sulle spalle, dodici anni di onorata carriera, line up in continuo mutamento ma i Fu Manchu rock’n’rollano ancora come poche band americane. I muri di fuzz e le distorsioni ultraheavy degli esordi (almeno fino al terzo, consigliato ‘In Search Of’ ) sono ora un ricordo lontano e se il precedente ‘King Of The Road’ aveva deluso i fans di vecchia data, con questo nuovo album la band di Scott Hill sembra aver ripreso lo smalto di una volta. In questa occasione siede al banco regìa Matt Hyde, già al lavoro con gente dal suono inconfondibile come Porno for Pyros e Monster Magnet, e il tocco si sente. California Crossing scivola lungo undici tracce letteralmente viaggianti a rotta di collo tra istantanee in fortissimo odore di America senza con ciò appiattirsi sullo stereotipo sonoro da band mtv usa-e-getta. Le idee in questo disco non abbondano, bisogna ammetterlo, le canzoni sono semplici e dirette, tutte con un buon piglio, e mai (troppo?) scontate. Il cordone ombelicale con il precedente lavoro si mantiene con un paio di teenage rock songs come Hang On e Thinkin’Out Loud, sinceramente minori rispetto a brani di altra pasta come Bultaco che ospita Keith Morris dei Circle Jerks alle voci, Separate Kingdom e la stessa title-track, tre esempi in cui i Fu Manchu mantengono inalterato il loro marchio di fabbrica. Impossibile per finire non citare la strumentale sabbatthiana The Wasteoid, di certo il pezzo più inatteso dell’album con tanto di assolo di batteria dell'inconfondibile Brant Bjork nel bel mezzo. Le assolate highways sono interminabili e finiscono per assomigliarsi tutte ma chi almeno una volta non vorrebbe lasciarsi andare al puro piacere di avere vento in faccia, una mustang decappottabile sotto le mani ed una strafiga al lato? Niente facili promesse ma solo un consiglio, ascoltatelo ‘California Crossing’, ritroverete un band sulla buon strada del recupero definitivo. Francesco Imperato
FU MANCHU – Daredevil
Magari domani esci di casa. Ti investono e muori sul colpo. Magari il tuo vicino si dimentica il gas acceso, tu accendi una candela ed esplodi. Magari stasera ti fai il bagno, scivoli nella vasca e ti spacchi la testa sul bidet. Magari ti spara un pazzo per strada. Magari vai in banca ed un malvivente ti uccide per far capire agli altri che non scherza. Magari bevi una coca cola e c’è dentro la stricnina. Magari un coglione si accende una sigaretta mentre tu fai benzina. La vita può essere distrutta in qualsiasi momento da un colpo di sfiga. Non guardare il telegiornale pensando sempre che capita agli altri, potrebbe capitare anche a te. Domani. Fra un’ora. Adesso. Che sfiga. E tu stai a perder tempo pensando a cosa sarebbe meglio per il futuro, a cosa è più giusto o saggio fare? Ti dispiace fare una qualsiasi cosa, ma lo fai perché un domani penserai “ho fatto bene”. E se non c’è un domani? Eh?La saggezza può rivelarsi solo un enorme contenitore di stronzate. Vivi la giornata e programma il futuro in base a quello che vuoi oggi, non scegliere cosa vuoi oggi in base a quello che credi migliore per il futuro, perché oggi ci sei, domani non si sa. Lo sappiamo tutti che è così, sono concetti tanto veri quanto abusati, talmente triti e ritriti che li dimentichiamo. Per paura di sbagliare, per paura di fare errori, per la paura di fregarcene di tutto e fare come ci pare, per la paura di andare da soli verso il rischio non seguendo le regole del quieto vivere. Chi vive quieto, si diverte meno, e chi muore presto dopo aver vissuto quieto - se esiste qualcosa dopo la morte - sicuramente si uccide di rimorsi. Ma ce ne scordiamo, lasciamo perdere, siamo troppo pigri per rischiare, meglio non pensarci e seguire la solita routine. Mai rischiare per qualcosa che, sì ci piace, e magari anche tanto, ma è troppo complicato da portare avanti. L’entità suprema che governa le nostre vite ha creato l'hard rock nei ‘70 per ricordarci che dobbiamo vivere, e nei ‘90 l'ha dotato delle distorsioni e del suono pieno che gonfia le casse per non farci smettere. E noi dobbiamo solo ricordarci di dargli un ascolto ogni tanto, per ricordarci che la vita è breve e bisogna godersi le cose quando ci sono e non pentirsi di non averlo fatto quando sarà troppo tardi. Dobbiamo ricordarci di sentire per ricordarci di ricordare. E sbattercene altamente del resto. Sei arrivato alla fine ancora vivo? Buon per te, ma durerà poco. How high? Like a thrill-ride! Pier ‘porra’ Paolo
FU MANCHU – Go for it – Live
Ma quanti live album hard rock e metal sono usciti in questi cinque mesi?? Gli hard-stoners Fu Manchu, scaricati dalla Mammoth records per le scarse vendite di 'California Crossing' approdano alla 'mamma' Spv e per testare il terreno - leggasi anche recuperare i tanti fans delusi dall'eccessiva pulizia e mancanza di mordente del precedente album - mettono sul mercato questo doppio live che cattura l'energia stradaiola della band californiana. Ottima mossa, anche se due cd dal vivo sono effettivamente troppi: i Fu Manchu non sono i Judas Priest, voglio dire, non hanno un repertorio talmente 'mitico' da giustificare un'opera così monumentale. Secondo appunto da fare: dell'anima psichedelica che all'inizio caratterizzava Scott Hill e soci qui non troviamo praticamente traccia avendo la band preferito puntare tutto su quell'hard rock diretto e groovy che fa comunque parte del loro dna. Un approccio 'in your face' che alla fine stanca. Due cd così non si riescono a reggere per intero. Peccato perché la prova è di per sé buona, con Scott Reeder in grandissima forma dietro la batteria e uno Scott Hill la cui voce migliora pezzo dopo pezzo. I Fu Manchu meritano anche un suono meno pulito che possa trasmettere la reale 'botta' che riescono a dare sul palco. E poi, vista la lunghezza del disco, sarebbe stato più intelligente scegliere una scaletta meno monotona. Questo live è il primo passo falso della band in quasi dieci anni di carriera, anche se, ci scommetto, sono stati determinanti le scelte dell'etichetta. Ritengo che i Fu Manchu devono essere ascoltati in un concerto vero e proprio. Lo stesso titolo lo suggerisce: andateli a vedere dal vivo, appunto, e tralasciate questo disco a meno che non vogliate avere tutto, ma proprio tutto, di loro. Francesco Imperato
FU MANCHU – In search of..
Il Ciobar ha rotto. I maglioni a rombo anni '70 pure. Il soft jazz vicino al camino pure. Ma sta iniziando la bella stagione. Il 21 marzo è vicino, non lasciarti trovare impreparato.Se il freddo ti ha gelato la voglia di divertirti, se hai messo la chitarra in cantina e ora ti rilassi con il canto dei delfini di un cd new age, se stai già pensando di metter su famiglia e ritirarti nella valle degli orti a fare zuppe di farro e ceci per i tuoi nipotini, questo è il cd che fa per te. Sei ancora giovane, ricordatelo sempre. Scapotta la macchina, se è una berlina usa la mola. Strappa il tuo maglione, o regalalo a tuo nonno, e metti su una bella camicia hawaiana. Vendi i cd new age e fatti una bella pera di rock'n'roll spensierato e cazzeggione, questo è il cd che fa per te. Guarda la copertina, che cosa ti ispira? Dì la verità: pensi che hai ancora tanta gioventù da bruciare. Che ti frega del mutuo, della rata della station wagon, del progetto che devi consegnare fra un mese e stai ancora decidendo il formato della carta, del braccialetto che devi regalare alla tua donna per l'8 marzo? Il Messico è più vicino di quanto pensi, questo è il cd che fa per te. Lascia che sia il rock'n'roll ad indicarti la via, fatti prendere dalle schitarrate distorte e dal wah-wah, dai muri di fuzz e dalle sfuriate di batteria. Sano rock di altri tempi ripreso come si deve fare nei nostri. Molla tutta quella gente che vive come zombi fra casa-strada-ufficio-strada-spesa-casa. Tu hai il rock'n'roll. Tu hai capito, loro no; o forse stai per capire, ma non hai questo cd, ma io non smetterò di ricordartelo, questo è il cd che fa per te. Hai presente quando metti quel cd che ti piace tanto, e ti piace perché è vario, ci sono le tracce rock e le ballate, va bene per tutte le stagioni no? No. Sta iniziando la bella stagione, ci vuole un cd che al massimo abbia una chitarra un po' più pulita, le ballate lasciale per la valle degli orti, tu stai andando in spiaggia, tu hai la camicia hawaiana, non il maglione a rombi, ricordatelo. Hai tutto quello che ti serve, ti manca solo il cd. Quindi, ricapitoliamo: la macchina ce l'hai; la ragazza pure (altrimenti piglia quell'amica che ti guarda sempre strano); qualche coltivatore di piante esotiche lo conoscerai; quindi: Gas, ass and grass... go with the Fu! Pier Porra Paolo
FU MANCHU – No one rides for free
Meno di mezz'ora è il tempo che occorre ai Fu Manchu per ritagliarsi uno spazio di grande visibilità all'interno della scena stoner rock. Siamo agli albori del movimento, in parte revavilistico, in parte innovativo, che poi si ramificherà e sarà costellato da centinaia di gruppi amanti del suono dei '60 e '70. È inutile parlare di stoner senza andare a pescare i Kyuss: è infatti merito del buon gusto del batterista Brant Bjork, che decide di produrre questi 4 ragazzotti del sud California, amanti di skate, donne, muscle cars, van e pick up. Inizialmente non si sarebbero dovuti chiamare Fu Manchu (nome di un personaggio della letteratura cinematografica, noto per la sua efferata malvagità ed interpretato da attori come Boris Karloff e Peter Sellers, una sorta di genio del male in stile Fantômas di De Funes), ma Virulence e suonavano hardcore punk. Tra batti e ribatti abbiamo i vari avvicendamenti nella composizione del gruppo che decide di mollare i Black Flag e buttarsi sull'hard rock acido e graffiante di mostri sacri quali Blue Cheer e Hendrix, con un orecchio riverso anche al Detroit rock di Stooges e MC5. Lo ripetiamo: è imprescindibile ascoltare stoner senza conoscere questi quattro artisti, quindi se dovessero mancarvi rimediate in fretta, o non siamo più amici.La vecchia amicizia con l'hc punk si intravede nella durata del lavoro e di singoli pezzi, ma per il tipo di suono adottato è stoner al 100%. I Fu Manchu rappresentano quella scuola stoner meno affascinata dai passaggi lisergici e dalle suite psichedeliche (come invece accade per Kyuss, Monster Magnet, Los Natas) ed invece punta su riff energici, secchi, vibranti e veloci, così come i giri di basso sono un continuo turbinio di potenza e giri carichi di groove, la batteria è sincronizzata e carica di effetti che faranno parte di un bagaglio cultural musicale che si porteranno dietro molti gruppi a venire, come i Nebula o i 7Zuma7. Infatti Ruben Romano userà costantemente un certo tipo di suono (lo troveremo anche del drumkit di Bjork o di Castillo nei QOTSA), ossia una sorta di campanaccio da 8", in contemporanea a crash e rullanti: è uno degli elementi che differenziano i grandi gruppi dai seguaci. Seppur si tratta di sole otto tracce di breve durata, sono presenti tutti gli elementi che poi verranno sviluppati e messi a fuoco gradualmente nei dischi successivi, sino a giungere al capolavoro del 1996, "In Search of…". Riff alla Hendrix, potenza alla Blue Cheer, cantato cadenzato e ritmato come quello di Scott Hill, che diventerà uno dei marchi di fabbrica dei Fu Manchu, per non parlare della coinvolgente e massiccia produzione alla chitarra, soprattutto quella solista del grandissimo Eddie Glass (il quale poi formerà i Nebula). Glass è costante nel rendimento per tutto il disco ed è capace di buttare giù melodie in maniera incessante, passando dal fuzz più marcio, al vibrato, al bending per poi ricorrere all'effettistica tipicamente vintage anni '60 (wah wah su tutti). Non c'è un punto di riposo in tutto il disco, il tiro è micidiale e altissimo dal primo all'ultimo brano: dall'apripista "Time to Fly" all'ultimo brano "Snakebellies" è un continuo alternarsi di velocità e frenesia, dettata dalla continua e spasmodica ricerca dell'adrenalina, l'amore per le corse in autostrada come metafora di vita: osare sempre, fermarsi mai. È un ricambio generazionale che vede i suoi maestri di vita in Russ Mayer, Jack Kerouac e Supercar, vivendo al massimo e con il piede sull'acceleratore. L'unica traccia, se vogliamo, fuori posto è "Free and Easy (Summer girls)", ballad surf, molto soft e acustica, melodica e divertente. Quindi allacciate le cinture, scaldate il motore, mettere un braccio fuori dal finestrino e partite sgommando, it's time to fly!!. Gabriele “Sgabrioz” Mureddu
FU MANCHU – The action is go
Neve, minghia quanta neve. No, non ci vado, che ci faccio? No no, tu vai eccome, vieni con me ti accompagno io, e rimani lì se passa qualcuno. Beh, andiamo. E un’ora e due ore e tre ore, che palle però! Ah... ma c’è la 500. Già, la 500, piccola, instabile, senza esp, senza assetto, gomme lissie lissie, una trappola. Perfetta cazzo, perfetta. Bello, bellissimo il piazzale, 4 cm di neve intatta su di un piazzale di asfalto liscio, e continua a nevicare. Bellissimo cazzo, stupendo, come diceva Jerry Calà: è tanto che aspettavo un occasione così... aahhh.Cosa metto? Beh, ovvio, stoner. Macchina, voglia di correre, stoner, embè! Kyuss? Naaah, troppo psych. Karma To Burn? naaahhh, ci vuole la voce. Los Natas? naaah, troppo drogati. Cazzo, che palle, restano sempre loro in queste occasioni, sempre solo loro, uff, inizio quasi a rompermi le balle. Ma no ma nooo, coma fai a romperti le balle del buon vecchio Saverio Collina? Come si fa? Beh, che famo, Saverio più Edoardo Vetro? Boh, minchia, li sò a memoria… dai dai, facciamo Saverio, Roberto, Bradipo e Bjork (Il primo che dice la pornonana, lo investo). Certo, Edoardo alla chitarra era un’altra cosa, però cacchio pure Roberto in questo lavoretto lo fa andare il big muff, e poi scusa, Bjork. Vai vai, ok ok, vada per lui, eccolo qua, vai vai, sì sì, è lui. Cinquantacinque minuti e trentacinque secondi in pieno scazzio sulla neve, controsterzi, freni a mano, testacoda, giravolte... e spinelli. Embè. Minghia quanta neve, minghia quanto divertimento, minghia quanto voglio bene a Saverio Collina, minghia. Gas grass & snow... porco cane, devo assolutamente chiamare Ass: “Oh, ci vieni a lavoro da me? Dai dai, c’è la neve sul piazzale! Dai dai dai dai, dai!” “Ma tu c’hai le pigne nel cervello, ma secondo te mollo il lavoro per venire a fare la cogliona con te? Ma quando cazzo crescerai?”. MAI. Pier ‘porra’ Paolo
FUCKVEGAS – Demo 2004
Ed eccoci qui a parlare nuovamente dei Fuck Vegas. Per chi non lo sapesse si tratta di un trio comasco (oggi ridotto a duo, Andrea voce e chitarra e Francesca basso, vista l’uscita dalla band del batterista Ramon) che si era fatto notare l’anno passato con un interessante demo di debutto. Oggi tornano a martoriare i nostri padiglioni auricolari con un nuovo dischetto di tre pezzi che marchia ancora più a fuoco lo stile del gruppo. Indie psych? Heavy noise? Definitelo come vi pare, l’essenziale è capire che questi ragazzi ci sanno fare e hanno tutte le qualità per ambire ad un contratto discografico. Un’attitudine lo-fi costruita su ritmiche secche e poco rifinite, sul cantato aggressivo di Andrea e su chitarre acide, furiose, fastidiose come zanzare (nel senso buono eh…). Ovviamente tre brani sono pochi per emettere un giudizio ma quanto ascoltato fa capire che in questi semi germoglieranno succosi frutti. L’iniziale “Fu” è un grunge noise sfrenato, tra Nirvana e Mudhoney, ideale per fragorose esibizioni dal vivo come colpo d’apertura. La successiva “I didn’t mean it…it’s a crime” si basa su un riff assassino e sulle urla forsennate di Andrea. In molti punti si ravvisa una certa influenza mutuata da One Dimensional Man, garage noise infetto di blues sparato a volumi disumani. E’ comunque questo il miglior esemplare del lotto ed il punto su cui lavorare in futuro. Ultimo tassello è invece “You fall alone”: batteria e basso che si insinuano pian piano, morboso giro di chitarra, esplosioni e ronzii vari e vai con una serie di vocals tra lo stanco ed il debosciato. Come antipasto non c’è male, attendiamo impazienti un lavoro completo. Speriamo solo che i Fuck Vegas trovino presto un batterista che abbia la pazienza di sopportarli… Alessandro Zoppo
FUCKVEGAS – Fuckfuckvegas
Parlare di prodigio nostrano può apparire azzardato quanto coraggioso, ma trovandosi davanti ad un album come 'Fuckfuckvegas' qualche parola a riguardo vale la pena di spenderla. Il turbinio sonoro dei FuckVegas, fiorente e promettente quartetto lombardo, affonda le proprie radici in un sound che volge l'orecchio a sonorità di stampo 'seattleiano', ben condito da elementi stoner, noise, doom e addirittura elettronici. Ma andiamo in ordine. Bastano trenta minuti scarsi suddivisi in sei tracce per permetterci di capire che la band ci sa fare, senza troppi fronzoli o presunzioni (tant'è che ai nostri baldi giovani poco importa l'essere etichettati in un genere definito), l'intento è quello di fare buona musica e la vera soddisfazione sta nel fatto che pare sia quello l'effettivo risultato.L'esordio si apre ronzante, stridente e accattivante con l’efficacissimo riff di 'Fu' che ben indirizza verso la direzione che l'album prenderà lungo il percorso e poco ci vorrà ad accostarli alle sonorità in stile Fu Manchu, grezze e bollenti, fedeli al torrido clima desertico della California. I ritmi si dilatano poi nella più languida 'You Fall Alone' composta da sfuriate sporadiche e voce dapprima flemmatica e poi acida, aspra e urlante. L'ottimo lavoro alla batteria cadenza il tutto con vigore possente, l'energia non manca e scorre lungo le vene fino a 'Drop a Line' e oltre, che tanto richiama le crepitanti sonorità alla QOTSA e vede alla chitarra Giulio Favero, già noto come bassista de Il Teatro degli Orrori e chitarrista dei One Dimensional Man. L'album si divincola e continua a fuggire, stavolta rincorrendo suoni addirittura elettronici che si amalgamano follemente a cambi di ritmo ben connessi tra loro, lasciando sgusciare linee di basso precise ed impertinenti: è la volta di 'The Real Show', la quale funge da apertura alla suite di 10 minuti, vero fulcro dell'album. '3 Years Hold', partendo da un gioco di parole si addentra in un viaggio psichedelico e desertico, strizzando l'occhio a un doom stoner con i fiocchi che mai stanca od appiattisce gli animi. Basso e batteria si inseguono in desideri sonori, in una ricerca morbosa, tra la quale trova spazio anche la chitarra con linee naturali e talvolta paranoiche, degne di una signora traccia che mai appare lunga o esagerata. Ma non è finita qui, usciti dal tunnel allucinogeno i quattro pensano bene di darci l'ultima botta con 'I Didn’t Mean It… It’s a Crime' nella quale sbuca una chitarra di matrice noise che, come nella traccia d'apertura, si rivela efficace, diretta e stabile. Non è un caso che spesso gli album come questo si scoprano per caso, sta di fatto comunque che i FuckVegas hanno centrato il bersaglio e questo è già abbastanza per accreditargli la fiducia meritata, nella speranza che questa buona musica continui ad uscire dai loro amplificatori, evolvendosi e ricercando ciò che, speriamo, venga colto con l'entusiasmo dovuto. Annet
FUEL FROM HELL – Fill You Up With Five Star Gasoline
Immaginate un miscuglio di AC/DC, Hardcore Superstar, Hanoi Rocks, Danzig, sleaze, scan rock e Detroit sound. Il risultato è "Fill You Up With Five Star Gasoline", esordio sulla lunga distanza dei rockers nostrani Fuel From Hell. È da precisare la provenienza perché E.K Krawall (voce), Dam Littmanen (chitarre, voce), Steve Eighteen (chitarra), Max Velvet (basso) e Andy T.N.T. (batteria) di italiano hanno ben poco. A cominciare dal proprio immaginario, tutto auto veloci, Jack Daniel's, belle ragazze e - ovvio - sano hard rock'n'roll. Di quello che si apprende dagli anni '70, passa per Mötely Crüe e compagnia cotonata nel decennio successivo e arriva sano e salvo fino ad oggi grazie a gente come The Hellacopters e Mind of Doll.Undici brani che non inventano nulla di nuovo, sono grezzi e ruspanti al punto giusto, suonano come un tributo ai bei tempi che furono (su tutti "Vampira (Call of the Wild)", "Heartbreaker" e "Ain't Nobody"). In mezzo a tanto, godurioso e fracassone rock trovano posto anche un avvio funk che fa pensare a tutt'altro ("Manhattan Showtime 1979"), una semi ballad come "She's Like a Drug" e un potenziale hit da classifica del calibro di "Spinning Wheel". Sembra Hollywood e invece è Trieste. Se volete rivivere atmosfere del genere, i Fuel From Hell fanno proprio al caso vostro. Take me down to the paradise city, where the grass is green and the girls are pretty… Alessandro Zoppo
FULL TREBLE, THE – Louise Market
Bello fresco, ispirato e frizzante il primo demo dei Full Treble, trio lombardo che si presenta con un’incendiaria proposta di urticante rock americano (Henry Rollins, Mondo Generator), melodic harcore e striature garage che inzuppano gustosamente l’appeal generale che si respira lungo tutto il dischetto. Che l’esecuzione sia calibrata a dovere si capisce subito dall’opener “Welcome To The Land”, tirato r’n’r che decolla dopo pochi istanti con riferimenti a Dead Boys, Hellacopters e Dwarves.“Hello J” e “Redwood St.” sono dei rodeo stoner-punk di poco più di 2 minuti ciascuno, ma danno la dovuta mazzata, e immagino che mietano parecchie ‘vittime’ live, mentre la menzione d’onore va alla lunga “955”, gran pezzo che trasuda energia da ogni nota e che riassume focosamente tutte le peculiarità del gruppo: garage rock a go-go soprattutto quello post 77, straripante hardcore, e addirittura ombre dei Warrior Soul d’assalto nelle aperture psychopunk! Bella ragazzi! Roberto Mattei
FUNERAL – From These Wounds
I Funeral sono tra quelle poche band che hanno ragione nel suonare quello che suonano. Provenienti dalla fredda Norvegia, sono tra i pionieri del cosiddetto funeral doom e sono attivi dal 1991. Da quel lontano anno è successo di tutto: tanti demo a tirature bassissime, mini cd, alcuni album degni di nota come “Tragedies” del 1995 e “In fields of pestilence grief” del 2002, diversi cambi di line-up, la scelta di optare per una voce femminile - ne cambiano tre nel corso degli anni - e tutt’ora ci risulta essere la prima doom band ad aver intrapreso questa strada. Ma due tragedie arrivano rispettivamente nel 2003 e nel 2006, il primo anno segna il suicidio del bassista/compositore Einar Frederiksen, mentre nel secondo il chitarrista Christian Loos viene trovato morto nella sua casa in Norvegia.Tuttò ciò sconvolge la band nel profondo, ma non ne intacca la vitalità, e con una nuova line-up, tornando alla voce maschile, ci regalano un album di infinita bellezza. Ed è proprio la voce di Frode Forsmo una delle sorprese di questo “From These Wounds”. Sempre sobrio e puntuale, oscuro narratore dell’incombente destino. Ma tutto il resto non è da meno: ritmi lenti e disperati, mai un accenno di speranza, tastiere soavi e pregne di dolore, chitarre evocative e funeree; tutto ciò che serve è qui. Sette brani per quasi un ora di durata, vi accompagneranno nelle vostre notti più buie. “This barren skin”, con i suoi cori angelici posti in apertura, colpisce subito per carica drammatica ed emotiva, con un refrain dalla bellezza incommensurabile, di quelli che scavano dentro. Difficile trovare brani qualitativamente bassi, soprattutto per gli amanti di certe sonorità. La bellissima “The architecture of loss” ricorda in diversi punti i migliori My Dying Bride, e regala atmosfere da processione funebre dalle sulfuree melodie orchestrate dall’ugola di Frode. Alcuni richiami anche ai Katatonia e ai Candlemass più introspettivi - rispettivamente nelle ottime “Vagrant God” e “Pendulum” - soprattutto sotto il profilo chitarristico. “From These Wounds” è un album maiuscolo, per una band che dopo tanti anni e troppe difficoltà, ha finalmente l’opportunità di avere la visibilità che merita. Davide Straccione
FUNERAL MARMOORI – Volume 1
Nell'universo di gruppi doom e post doom italiani i Funeral Marmoori dovrebbero occupare un posto di rilievo. Non solo perché hanno saputo aggiornare la lezione di Cathedral, Pentagram e Saint Vitus (il chitarrista/cantante Giulio deve amare molto un'icona come Wino) in un sound moderno, ma soprattutto perché hanno saputo guardare alla tradizione eccezionale del prog italiano Anni 70, cogliendone i migliori frutti. Fanno venire in mente i Metamorfosi di "Inferno" per la tensione emotiva che riescono a scolpire riff dopo riff; le Orme per l'uso acido e in primo piano delle tastiere; i The Trip di "Caronte" per la colata di pece nera che avvolge l'ascoltatore. Tutto ciò nella sostanza. Nella forma "Volume 1" è un susseguirsi di riti mortali eseguiti al chiarore pallido della luna, che iniziano con un vero e proprio funerale di anime morte e finiscono con l'invito a seguirle nell'oltretomba.Il punto focale del lavoro esplode in "Drunk Messiah", quasi sette minuti posti al centro dell'album dove si alternano slow tempo catturati dal combo di Lee Dorrian e furiosi contrasti dall'improvvisa accelerazione. Notevoli. Altro pezzo ricco di pathos è "Black Rooster", nel quale emergono trame delicatissime e ricche di armonia generate dal Farfisa di Nadin, vera deus ex machina delle intuizioni più azzardate della band. Il corteo funebre termina con l'invito di "Come With Us", vero canto delle sirene con fantasie progressive/avvelenate che attanagliano corpo e mente, distruggendo ogni possibilità di opposizione. L'appennino tosco/emiliano si sta dimostrando pian piano la terra dove si alimentano maggiormente le volontà di rinnovamento della tradizione con gruppi come Gum, Caronte, ed ora Funeral Marmoori. Bisognerà tenere d'occhio questa zona se si vorrà descrivere in un futuro prossimo la mappa dell'occult rock italiano A.D. 2000. Eugenio Di Giacomantonio
FUNGUS – The Face of Evil
Musica atavica e sognante. Un cammino di ricerca dentro se stessi a cercare il significato delle cose più profonde. Il rapporto dato dalle giornate buie dell'esistenza per realizzare il proprio destino. Questa è la faccia del male, l'ombra della luce, nei dominii della preesistenza. Al terzo album i liguri Fungus si presentano con un lavoro che cerca di intraprendere il viaggio verso la mappa emotiva del'uomo del nostro tempo: "…una creatura meravigliosa che si è fermata a guardare una vetrina, ma che si sta rendendo conto che ha un appuntamento con se stesso" (dall'intervista esclusiva che potete leggere qui: http://athosenrile.blogspot.it/2013/09/fungus-face-of-evil.html). Il grado emozionale è altissimo e il coinvolgimento in queste trame oscure, eppur pacifiche, è dato soprattutto dalla bravura di Dorian, il cantante, che nella title track e in "The Great Deceit" impugna la materia heavy per ampliare il senso di profondità uditivo. E ci riesce benissimo. La band al seguito, bravissima, è attenta a ricamare arabeschi Canterbury nel pathos temporale floydiano. La distorsione, ad esempio, è dosata con tale parsimonia che intuiamo un atteggiamento di ricerca soprattutto nelle sospensioni piuttosto che premere sull'acceleratore.
Il dialogo esistente tra tastiere, chitarra e trame melodiche è costruito su equilibri dinamici e i ragazzi hanno assorbito talmente bene la materia rock che le contaminazioni tra hard, prog, folk e psych risultano prive di confini materici. "The Key of the Garden" è esemplare nel tramutare in oro hard seventies la paglia folk. La successiva "Share Your Suicide Part III" è quasi sigla da Twilght Zone (o meglio Ispettore Derrick, per quel theremin che riporta subito alla mente l'ignoto malato), mentre "Requiem" si abbevera dalla stessa fonte dei Witchcraft seppur con soddisfazione diversa. "The Sun", a sorpresa, non è epilogo a battito cardiaco lento, bensì nuovo inizio, una fenice in festa hammond e flauto che dopo un intro da ballad esplode nei colori del giardino dell'Eden. Mirabili, puntuali e precisi. Da sempre Black Widow è sinonimo di garazia. Blood Rock segue a ruota. Se aggiungiamo una vena DIY che scorre nelle nostre band in fase di registrazione, produzione e immagine coordinata, fra 30 anni si dovrà parlare per forza delle rock band italiane di questo periodo come noi parliamo oggi di PFM, Banco, Osanna, Orme, Rovescio della Medaglia e via di seguito. Di questo ne siamo sicuri. Eugenio Di Giacomantonio
FUNNY DUNNY – Things Have Changed
E' stato forse solo nel 2005 con l'omonimo Ep che i Funny Dunny hanno acquisito rinomanza fra gli appassionati e la stampa di settore, ma in realtà la storia del combo irpino - totalmente consacrato al garage sixties - parte almeno dieci anni prima, quando Giulio Laudadio (basso) e Renato Reduci (chitarra) danno libero sfogo a tutto il loro amore per il garage rock, il rock'n'roll, il rhythm'n'blues, il soul e la psichedelia, dapprima coi classici del periodo (Pretty Things, Rolling Stones, Seeds), poi addentrandosi nella scoperta dell'underground con i vari Shags, Mascots, Renegades, Wipers, Chocolate Watchband. Successivamente hanno palesato interesse per i revival garage e punk anni 80, attraversando anche fasi di instabilità nella formazione, ma questo non li ha certo fermati nella loro costante attività, quando finalmente la line-up si stabilizza, oltre che su Giulio, sui chitarristi Renato Pagliuca e Marcello spinella, il batterista Bruno Di Falco e il cantante Sal (gia' coi The Bulletz).Il full-lenght su vinile "Things Have Changed" dà forma compiuta al totale retro-trip che scaturiva dal mini precedente, proponendo 11 infiammabili pezzi: vengono risuonati i cavalli di battaglia "Lost Love", "Eastern Girl" e "Hey Boy", e alle due cover ("Talk Talk" dei Music Machine e "Stroll on" dei The Burlington Express) si aggiunge quella dei The Zipps, "Kicks & Chicks", oltre alle nuove "Mirror", "No Triad", "Mr.Lamp", "Things Have Changed" e "Tiny Fairy". L'attitudine e il feeling sprigionato è neanche a dirlo rimarchevole, tanto che questo platter risulta perfettamente fuori dal tempo e fa la barba a tante sciocche produzioni senz'anima attuali, moderniste e siderurgiche; i brani sono mediamente molto tirati, corposi e iridescenti quanto basta, e i Funny Dunny offrono un paradigma sonico del garage-psych più puro, quello pre-hard rock intinto di acido, con gia' alle spalle le pastoie del beat e che a suo modo poteva considerarsi la pietra filosofale di un'epoca. Aprite la bellissima copertina e ascoltatelo di getto, come si faceva una volta tra luci glitterose, silhouettes femminili e orgasmi rock'n'roll, alla fine se ci pensate cosa dovrebbe offrire di più? Roberto Mattei
FURIOUS BARKING – Theory Of Diversity
C’era un tempo in cui colossi oscuri e contorti come Voivod e Dark Angel dettavano legge. Era la seconda metà degli anni 80 e dischi quali ‘Killing Technology’, ‘Darkness Descends’, ‘Nothingface’ e ‘Leave Scars’ rivoluzionavano i canoni del thrash metal con sapori brutali e cibernetici, un tecnicismo formale portato allo spasimo e tematiche aggressive di critica sociale e fuga dalla realtà. Idee trasposte in musica da band misconosciute eppure gloriose come Atrophy, Forbidden e Infernal Majesty. Erano gli anni della presidenza Reagan, in Italia trionfavano scudi crociati e garofani pigliatutto, prima che lo tsunami Mani Pulite azzerasse il panorama esistente. Angoscia condivisibile da esprimere in aggressione sonora. È in questo contesto che si sviluppa il progetto Furious Barking, cinque ragazzi di Ascoli cresciuti a pane e metallo. Come dei Razor cancellati del loro lato divertito ed immersi in pieno voivoda, Francesco (chitarra ritmica), Giorgio (basso), Fabio (chitarra solista), Massimo (batteria) e Rob (voce) danno vita ad un caos controllato e incandescente.Tra citazioni da Sean S. Cunningham e nascosto esoterismo, i cinque avviano il progetto nel 1988 e dopo l’ep ‘De-Industrialized’ e una serie di demo, giungono nel 1992 al debutto ‘Theory of Diversity’. Disco rimasto per ben sedici anni nel cassetto causa scioglimento del gruppo, riportato alla luce dall’interessamento della Punishment 18 Records e dal rinnovato interesse di Rob e Francesco. È dunque un piacere gustare questo prodotto di repertorio, che nonostante gli anni non suona mai stantio o demodé. Otto brani che colpiscono dritti alla gola, ascoltando i quali si capisce bene – oltre Amebix, Prong e Dystopia – da dove abbia attinto buona parte del novello, cosiddetto post core. Otto rasoiate dai riff affilati e apocalittici, a partire dalla doppietta iniziate formata da “Decompression State” e “Always from Inside”. “The Last Stop Is Mortuary” gode di agghiaccianti rallentamenti doom e vocals paralizzanti, “Lives in Incubator” ha un tocco claustrofobico che gela il sangue rispetto alla complessità di “Every Indetermination Is Complete”, brano introdotto da splendidi intrecci acustici. “Homo Superior” e “Which Theory” giocano tutto sulla velocità violenta e senza compromessi, mentre la conclusiva “Way of Brutality” è l’epitaffio ad un mondo che ha annientato differenze e complessità. La colonna sonora del disfacimento post industriale odierno. Alessandro Zoppo
FUZZY DUCK – Fuzzy Duck
Il primo ascolto dell’unico album omonimo dei Fuzzy Duck lascia assolutamente sorpresi: mai ci si sarebbe aspettati una musica così affascinante e coinvolgente, oltre che suonata impeccabilmente.

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