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HAIEETA – Mvemjsun(p)
Super stoner rock dal Kildare, Irlanda. Loro sono gli Haieeta, nome quasi impronunciabile così come il titolo del loro ep d'esordio, "Mvemjsun(p)". Disco nato dalla passione di cinque amici per la birra e la buona musica, in questo caso quella resa gloriosa da colossi come Kyuss, Slo Burn e Orange Goblin. Un sound corposo e potente dunque, giocato sulle ritmiche possenti di Niall (batteria) e Brian (basso) e sulle chitarre infuocate di David e Colm. Ciò che non convince in pieno è la voce di Donal, roca e aggressiva in stile Ben Ward, spesso in difficoltà quando si tratta di modulare forza e melodie.
HAINLOOSE – Burden state
Gradito ritorno quello degli Hainloose, a tre anni di distanza dal debutto “Rosula”. La band tedesca incide sempre per la Elektrohasch di Stefan dei Color Haze e non delude le aspettative di chi aveva apprezzato il disco d’esordio. “Burden state” non brilla certo per originalità (non è questa la dote cardine degli Hainloose) ma soddisferà la sete di stoner che attanaglia la gola dei fruitori del genere. I punti di riferimento non cambiano: restano il sound magmatico di matrice Kyuss/Corrosion Of Conformity, il fuzz rock di ispirazione Fu Manchu e una torrida vena southern mischiata a brillanti barlumi psichedelici. Per il resto il songwritnig di Haris (voce, chitarra), Daniel (batteria) e Rico (basso) piace perché più vario e sfaccettato che in passato, dinamico e groovy nelle giuste dosi.L’iniziale “Recipe”, “Disconnected” e “M.O.H.” sono classici brani heavy psych, tosti e quadrati, ideali per correre veloci lungo strade assolate e polverose. È altrove che si respira un’aria diversa, ad esempio nelle due parti in cui è divisa “Broken dams” (ottimo l’inserimento delle percussioni e le divagazioni lisergiche), nella melodia a presa rapida che caratterizza il chorus di “Maryland” o nelle atmosfere notturne che impregnano “Cold water”. “Proud of my doom” e “Barricades and barrels” trasudano blues da ogni nota, mentre “Chernobilly” è una strumentale dal taglio southern che scuote e fa vibrare. Gli Hainloose hanno finalmente messo a frutto le qualità già palesi nel loro debut album. “Burden state” è il classico disco necessario per dar respiro ad un genere come lo stoner rock. Alessandro Zoppo
HAINLOOSE – Rosula
Stefan Koglek, oltre ad essere la mente dei grandiosi kraut freaks Colour Haze, è anche il fondatore di una nuova label heavy psichedelica, la Elektrohasch Records. Prima emissione di questa realtà tedesca è il disco d'esordio degli Hainloose, band nata nel 1999 come Kinch e ora tornata in pista con un nuovo nome e tanta voglia di far scuotere teste. Infatti non c'è cosa migliore che ascoltare questo dischetto se si cerca un po' di musica trascinante e gustosa: parliamoci chiaro, lo stoner proposto dal gruppo non inventa nulla di nuovo, ricalca fedelmente le sonorità di Corrosion Of Conformity, Kyuss e Fu Manchu, ma ha una grinta ed una carica di livello elevatissimo, dote non facile da trovare al giorno d'oggi. Sono soprattutto le chitarre di Haris (anche egregio vocalist) e Mario a dare quella spinta decisiva che fa volare i dieci brani del disco ben oltre la media, grazie ai loro riff indiavolati e ai fuzz bollenti che sgorgano dalle loro sei corde. Ovviamente la base ritmica (Sead al basso e Daniel alla batteria) svolge il suo compito alla perfezione, scandendo le giuste dinamiche di un suono pastoso, caldo, ricco di passione e divertimento. In più, qua e là compare anche un tocco blues che ben si amalgama con pezzi così infuocati. Esempio lampante ne è "Ladies first", cavalcata dove sembra di ascoltare i Kyuss alle prese con una cover di Steve Ray Vaughan… Ma in realtà è in brani come "Rampadampa", "Hula-hop" e "Hooray" che gli Hainloose danno il meglio di se stessi, proponendo melodie che si stampano direttamente nel cervello e un groove micidiale impresso in una invidiabile quanto semplice forma canzone. Senza dimenticare la conclusiva "Rains of july", dove il mecenate Stefan (anche produttore del disco) fa la sua comparsa alla chitarra impreziosendo il tutto con il suo tocco svisato e psichedelico. Cosa chiedere di meglio ad un disco di debutto? Forse un pizzico di originalità in più, ma quando c'è così tanta voglia di spaccare senza eccessive pretese, beh, album come "Rosula" sono i benvenuti… Alessandro Zoppo
HALF MAN – Red herring
La bio degli Half Man è travagliata quanto quella di pochi altri gruppi. La band svedese si è formata nel 1987 ma solo nel 1999 ha esordito con un disco autoprodotto, "The Complete Field Guide for Cynics". La sua uscita suscitò sorpresa ed interesse perché suonava rock come nessun altro disco di allora, più orientato nel ricreare il muro sonoro alla Kyuss che nel rielaborare con personalità la tradizione sempreverde dell’ heavy psichedelic blues.Agli Half Man si interessarono diverse etichette ma la spuntò l’italiana Beard of Stars che licenzia ora il secondo Red Herring per la gioia degli amanti dell’ hard rock intriso di blues e arricchito di sfumature psichedeliche e prog. Rispetto a "The Complete….” il sound si è fatto più roccioso e definito, molto più in linea adesso con le sonorità dei Cream e dei Free, (quindi brillantezza e pulizia che non vanno a discapito dell’impatto, niente distorsioni troppo ‘grosse’ e cupe), i riff sono quelli standard del rock ma suonati con una freschezza che spazza via immediatamente qualsiasi odore di muffa. La prova sta in brani come Pigs in Space, incentrata su un classico riff (e che riff!) rock cadenzato e pesante (fondamentali in questo come in tutto il disco sono il basso egregiamente distorto e la batteria puntuale), sviluppata con parte centrale schiettamente progressive e finale tirato. L’anima blues viene prepotentemente a galla con Sugar Mama che avrebbe fatto arrossire di invidia la regina Janis Joplin quanto a soulness, e con i due minuti a cappella del traditional Same Thing On My Mind dove la voce di Janne Bengtsson da la prova definitiva di aver imparato molto bene la lezione di robuste ugole soul quali David Coverdale e Leslie West; le evoluzioni psichedeliche della strumentale Departed Souls e il sapore freak di Willy the Pimp by Frank Zappa, qui perfettamente ricreato da una acida armonica a bocca, chiudono questo assaggio di parole che consiglio siano seguite dall’ascolto, che è cosa più importante. “Red Herring” quindi conferma la band svedese come uno dei migliori act europei nel loro genere e lascia un segno nell’evoluzione dell’heavy blues del nuovo millennio. Francesco Imperato
HALFWAY TO GONE – Halfway to Gone
E’ proprio vero che il terzo disco è il banco di prova fondamentale per una band. Ne sanno qualcosa gli Halfway To Gone, alfieri di quel sound possente e sudicio definito southern stoner. Insomma, la grande tradizione di Lynyrd Skynyrd, Blackfoot e Raging Slab riletta e filtrata con chitarre asfissianti e ritmiche da cardiopalma. La strada aperta dagli Alabama Thunderpussy e oggi rappresentata al meglio da Dixie Witch, Puny Human e Five Horse Johnson. C’è da dire che i precedenti lavori dei tre ragazzacci del sud (“High five” e “Second season”) non avevano convinto del tutto. Il nuovo lavoro, dal programmatico titolo omonimo, spazza via ogni dubbio. Sono il caldo torrido e l’umidità della paludi le atmosfere richiamate alla mente dall’ascolto. Una birra ghiacciata e via, siamo catapultati nel bel mezzo della campagna statunitense. Lou Gorra, basso e voce della band, veste i panni del padrone di casa: lo immaginiamo come un fiero esponente della working class sudista, aspetto rude ma un cuore d’oro. La sua voce è roca, aggressiva e suadente, sa far esaltare e toccare le corde dell’animo allo stesso tempo. I suoi compagni non sono da meno: Dan Gollin svolge il lavoro sporco alla batteria, Lee Stuart si divide tra riff assassini e assoli dinamici. Le grandi emozioni partono sin dall’iniziale “Turnpike”: un brano che in quanto a carica ed impatto melodico non è secondo a nessuno. “Couldn’t even find a fight” e “Burn em down” sono assalti in pieno stile Motorhead, mentre la matrice prettamente southern viene fuori in frangenti brillanti come la devastante “Slidin’ down” e la morbosa “Good friend”, con tanto di incandescente armonica a bocca. La strumentale “His name was Leroi (King of Troy)” unisce chitarre lisergiche e ritmiche melmose, lo stesso tocco di psichedelia che trova ampio spazio nella delicata “The other side”. Hanno sensibilità e passione gli Halfway To Gone e lo dimostrano in almeno altri tre momenti: la convincente cover di “Black night” (tributo ai titani Deep Purple), la commovente ballad a base di slide “Out on the road” e le vibrazioni blues jazzy della conclusiva “Mr. Nasty time”. Immersi in una palude, si riesce a malapena a respirare. Ecco la sensazione che provoca l’ascolto degli Halfway To Gone. Strana e soffocante quanto volete ma dannatamente piacevole! Alessandro Zoppo
HAND OF DOOM – Live in Los Angeles: Black Sabbath Tribute
Ripeschiamo una piccola chicca per tutti gli amanti del Sabba Nero: questo album edito nel 2002 per Idaho Music è la fedele riproposizione di un live degli Hand of Doom, cover band dei Black Sabbath con la particolarità di vedere dietro al microfono Melissa Auf Der Maur (ribattezzata Iron Man per l'occasione!!), bassista già nelle fila di Hole e Smashing Pumpkins e dalla promettente attività solista con all'attivo due pregevoli album. Il concerto propone una scaletta che va a pescare tra alcuni dei classici della band di Ozzy e soci, spicca nel mucchio una pompata "War Pigs", una divertente "Paranoid" (riproposta fedelmente, non nella versione ultra slow proposta da Melissa nei suoi concerti solisti) e una splendida ed accorata "Changes". Decisamente fuori misura e completamente stonata (in tutti i sensi) la carrambata di Nick Oliveri in "The Mob Rules", e pare quasi vedere il buon R.J. Dio scuotere benevolmente da lassù il testone riccioluto, un po' come si fa con un figlio un tantinello scemo a cui si vuole comunque bene. Tra il serio ed il faceto un dischetto simpatico, per nulla prescindibile, ma senz'altro particolare. Davide Perletti
HANGNAIL – Ten days before summer
Stoner rock in vago stile Orange Goblin, non a caso label-mates (la Rise Above di Lee Dorrian) e connazionali degli Hangnail: tuttavia i diversi esiti del successo delle due band rispecchia i limiti dell’esordio che ci apprestiamo ad illustrare. L’album nella sua ora abbondante di durata, alterna con scioltezza momenti di doom rockeggiante e costanti rallentamenti melodici tra psichedelia e space rock. Il cantato di Harry Armstrong innanzitutto non soddisfa: quell’ibrido indeciso e a tratti sguaiato tra Chris Cornell e John Garcia poco si sposa con le discrete intuizioni strumentali della band. Tuttavia le canzoni non brillano per particolare personalità (i riff sanno troppo di già sentito), puntando con più convinzione sul fattore del coinvolgimento. E non sempre funziona.Quindi non tragga in inganno l’apparente dinamismo nei cambi d’umore di “Ten Days Before Summer” poiché, tirando le somme, su 8 canzoni difficile trovarne qualcuna veramente memorabile. Nemmeno quando il gruppo si gioca la ‘carta’ del cantato femminile nell’orientaleggiante “Side/Slide” e nella trascurabile acustica “4:28”. Più convincente l’indiavolato trip di kyussiana memoria in “Keep On”, o il richiamo ai migliori The Quill nel riff scatenato di “Sun Quake”. Si salva in corner anche il tributo ai Sabbath di Master Of Reality, la conclusiva “One Million Layers B.C.”. Però se si escludono isolati episodi, alla lunga può stancare lo schema canonico usato dagli Hangnail che dopo 2-3 chorus decidono sempre di fermarsi con scialbi excurus melodici, sinceramente troppo anonimi per far elevare il livello medio delle canzoni. Una nota nel booklet dice: Recorded in Ten Days Before the Summer of 1999… Forse era meglio pensarci qualche mese prima di registrare, che dite? Giacomo Corrad
HARMFUL – Sanguine
Gli austriaci Harmful sono ormai al quarto full lenght ma probabilmente quasi nessuno in Italia li conosce (me compreso!). Va subito detto che il gruppo si presenta con un sound compatto e graffiante che denota una certa esperienza in sala di registrazione e una certa perizia strumentale maturata probabilmente sui numerosi palchi calcati dalla band. Il loro mix di grunge, alternative rock melodico e spruzzate stoner qua e là (soprattutto su alcune scelte sonore) può essere di ottimo impatto sul pubblico che cerca qualcosa di non estremo ma comunque più pesante di gruppi alternativi, per capirci, alla Placebo. Le canzoni condensano spesso rabbia e melodie alquanto malinconiche portando a volte ad una certa ripetitività, unico neo del disco in questione, ma capaci di definire uno stile molto personale che trova nel pezzo di apertura Open End uno dei massimi vertici del CD. Belli anche altri pezzi come Overfed, che parte abbastanza melodica e tranquilla chiamando in causa addirittura un cantato alla Police, per poi scatenarsi nel fragore delle chitarre distorte del ritornello. Ho trovato un pezzo come Custom Gold abbastanza debitore (almeno in alcune sue parti) nei confronti dei Nirvana, un po’ stralunato ma deciso nel suo incedere: un altro dei momenti che ho particolarmente apprezzato. Un buon CD indicato a tutti gli orfani del grunge che non disdegnano aperture melodie ed atmosfere spesso malinconiche, proposte naturalmente con la potenza e la produzione tipiche del rock moderno più pesante. Bokal
HARVEY MILK – Life…The Best Game In Town
Per chi ancora non li conoscesse, gli Harvey Milk vengono da Athens, Georgia, ma non sono come i Rem…Formatisi sul finire degli anni ottanta, di strada ne hanno fatta parecchia non riuscendo però (forse volutamente) ad ottenere molti consensi e di conseguenza, rimanendo sempre nell’ombra.E da questo probabilmente ne hanno tratto giovamento. Ora quando tutti li davano per dispersi tornano a sorpresa con un album nuovo di zecca intitolato Life…the best Game in Town e la formazione allargata a quattro elementi grazie all’apporto di Joe Preston (ex Melvins, Thrones) alla seconda chitarra. Ed il primo pensiero ascoltando quest’album va proprio ai Melvins, quelli prima di Houdini per intenderci. Ma c’è dell’altro. Molto altro. In alcuni casi sembra perfino di sentire i ZZ Top andare a braccetto con alcune sonorità tipiche della SST (mitica etichetta americana degli anni ’80 fondata da Greg Ginn). Altre volte si nota un certo lirismo post rock associato ad una sinistra teatralità tipicamente “sudista”. Non mancano schegge di (post) grunge, noise, hardcore e perfino classic metal il tutto servito in un cocktail estenuante e violento eppure melodico e ragionato. Inutile parlare dei vari brani poiché sono tutti imprevedibili e perciò maggiormente degni di nota. Dall’iniziale “Death goes to the Winner” alla conclusiva stralunata “Goodbye Blues”, verrete rapiti da un rock assolutamente personale e, permettetemi di dire, fuori dal tempo ma perfettamente in grado di ottenere l’effetto desiderato anche ai giorni nostri. Ne viene fuori un disco ostico, questo si, ma possiamo affermare tranquillamente che “dentro” questo lavoro ci sono vent’anni del miglior rock underground a stelle e striscie. In definitiva appetibile per molti, probabilmente non per tutti. Cristiano "Stonerman 67"
HAWKIND – Space Ritual
Un giorno, tuo figlio ti chiederà come è venuto al mondo. Potrai parlargli di cavoli, api, fiori & polline... oppure...Potrai ricordagli che in giardino impazza un torneo di palla avvelenata, e, quando ti avrà sprigionato le balle dalla morsa con cui le attanagliava, potrai goderti questo doppio cd. Ma rimane tua moglie. Un ostacolo ancora più invalicabile. Ma tu, che mica ti fai fregare come un pivello, gli farai capire che siamo nel ventunesimo secolo. Come? Beh, semplice, Internet. Gli tiri fuori il suo vibratore modello fist fuck appena ricevuto da oggettisessuali.com e la vedrai eclissarsi sorridente verso la camera da letto. Ora e solo ora, potrai goderti questo doppio cd. Ma andiamo con ordine; allora: a te sta sulle balle il face-painting. Ok, nulla da dire, ma se il face-painting ce l' ha una tipa con la quinta che balla lisergica in topless sopra il palco? Aahh, ti piace il face-painting. Tu odi i freakketoni. Va beh, stanno sul cd, non escono mica a chiederti sigarette e cartine che ti stressano le tasche. Ora che hai eliminato i pregiudizi, ora che sei convinto di potercela fare, ora e solo ora... manca la corrente. Mi dispiace, ti sei perso uno dei migliori cd live sul mercato, rock psichedelico di prima maniera, quando i sintetizzatori avevano le dimensioni di un reattore nucleare, quando se non eri perso nell'iperspazio non salivi sopra il palco, quando tutto, e dico tutto, profumava di betulle in fiore e salsa e patchuly e vetiver. Che cd che ti sei perso, che pirla che sei. Pier Porra Paolo
HEADS, THE – Everybody Knows We Got Nowhere
Per invertire una rotta non necessariamente bisogna fare tutto il contrario di quello che si è sempre fatto, si può ottenere lo stesso risultato facendo le stesse cose, ma modificandone la forma facendo capire a chi è diffidente che malgrado faccia bene ad esserlo, potrebbe anche non aver visto tutti i lati di una determinata questione, persona, argomento, genere musicale. In questo determinato caso: genere musicale. Stoner rock o acid rock o psych rock moderno da molti additato come semplice e banale revival '70. Intendo gente come Monster Magnet, Kyuss, 35007, The Heads. In questo determinato caso: The Heads.Nascono in Europa: patria della psichedelia elettronica. Crescono influenzati dal kraut e dallo psych inglese ma contemporaneamente coltivano una forte passione per quello più pesante di natura americana. Esordiscono negli anni in cui il revival di certe sonorità tanto care ai vari Hawkwind, Quicksilver, Hendrix e gentaglia connessa si stava affacciando sulla scena musicale mondiale con i gruppi sopra citati, ma i nostri non hanno molta fortuna, o forse non ci hanno creduto abbastanza e rimangono in ombra. Il loro errore di partenza è stato fare troppo revival senza pensare che i tempi moderni avevano e hanno bisogno sempre di qualcosa di nuovo, anche solo in minima parte. Il 'già sentito' è un ostacolo difficile da superare in un periodo in cui tutto o quasi è stato esplorato. Le loro uscite si dividono in quintalate di singoli ed ep che poi vengono sistematicamente raccolti insieme per creare album, difficile risalire alla loro discografia ufficiale. Grande revival certamente, nulla da dire su questo ma purtroppo sorge spontaneo un 'già sentito', e chi era già diffidente si auto conferma di essere nel giusto. Ma per nostra fortuna, e per nostra intendo di noi che non ci fermiamo alle prime apparenze, si sono decisi a fare sul serio. Questo non è altro che l'ennesimo loro album creato riunendo pezzi di vari ep, alcuni addirittura di quattro anni prima ma questa volta non fanno un semplice best of: vogliono invertire la rotta. E non fanno tutto il contrario, su 16 pezzi sono inseriti dieci precedentemente pubblicati ma modificati aggiungendo materia sonora a cariole, mettendoci impegno, facendo vedere che in testa hanno bel altro di un banale revival. Hanno in testa di far vedere come la psichedelia sia un genere senza fine, più ne metti e meglio è, i suoni non bastano mai... dajje ggiù de brutto fratè. 2000: "Everybody knows we got nowhere". Il disco che incarna l'idea di psichedelia. Tempeste interstellari, sovraincisioni al limite del multitraccia, esagerazione, totalità, ipertrofia-distorta, carta vetro per la corteccia cerebrale, seghe a nastro per neuroni, pantografazione di centri nervosi, macine per materia grigia: campionamenti ambient dal rumore marino a quello del vento inseriti sotto (o sopra, impossibile dare una posizione) chitarre acide e distorte all'inverosimile, uno sopra l'altro sino ad arrivare ad un impasto sonoro che per essere decifrato in ogni minima parte ha bisogno di essere ascoltato centinaia e centinaia di volte, per non dire migliaia. Come tutte le cose migliori per capirlo bene bisogna andarci a fondo, non ci si può fermare ad una prima impressione o a un approfondimento sommario; le cose buone vanno studiate in ogni minimo dettaglio per poter dire di averle capite nella loro totalità. Può piacerti un lato di qualcosa ed un altro può farti vomitare, ma se non riesci a trarne la somma esatta di ogni lato, allora sei in alto mare. Non un ritornello, non un riff lasciato da solo per più di 20 secondi, nulla di facile in questa composizione: tutto maledettamente complicato ed esagerato al limite, più di così poco si può fare; e se si fa di più si cade nel rumore assoluto. La crema, o il nocciolo, o il nocciolo cremoso della questione è che si fermano là: precisamente alla linea di confine, dondolano sul precipizio e sa la ridono di gusto, un equilibrio degno di un trapezista. Impossibile delinearne un ritmo, o segui la batteria o segui la distorsione della prima chitarra, o della seconda, o della terza, o del basso, o del synth numero uno o due o tre oppure fai a caso. Lo ascolti una volta alla settimana, ed ogni volta segui qualcosa di diverso. Prima di aver ascoltato per bene questo disco ci metti un anno: un disco che non finisce mai, come i lecca-lecca di Willie Wonka. Totale, impareggiabile. Una pecca ce l'ha: è fuori stampa, e non li becchi neanche se ti spari in un coglione davanti a Simon Price, per cui tante grazie a Rocky. Feed your Heads. Pier "porra" Paolo
HEAT – Heat
Nuova band proveniente dalla sempre florida scena stoner tedesca, i berlinesi Heat esordiscono quest'anno con l'omonimo album per la piccola etichetta Electric Magic. Le frequentazioni passate dei membri del gruppo forniscono già un biglietto da visita di tutto rispetto: tra i componenti della band figurano ex membri di Grandloom e Hara-Kee-Rees e soprattutto Richard Behrens, bassista nonchè produttore, attualmente in formazione con gli acclamati Samsara Blues Experiment.Adorate l'heavy psych blues dei Graveyard? Vi ha conquistato lo stoner doom degli Elder? Bene, il sound degli Heat potrebbe stare nel mezzo, meno blues e più sabbathiani dei primi, meno "heavy" e più hard rock blues rispetto ai secondi: uno stoner di ottimo livello, ben fatto, di chiara marca Black Sabbath e che strizza l'occhio a certo hard blues alla Jerusalem o Blue Cheer e a tante altre bands di quei gloriosi anni. Niente di scontato comunque, la loro musica non è mera riproposizione, sia chiaro. Anzi, tutto molto gradevole e sorprendentemente "fresco". I primi cinque brani dell'album sono di media durata e tra di essi spiccano l'iniziale "Daymare", otto minuti di sulfurei riff stoner rock, "Warhead", pezzo ugualmente tirato anche se con marcate venature blues, "Hamelin" e "Old Sparkly", ottime accelerate stoner molto coinvolgenti e accattivanti. La sesta traccia che chiude il disco, "Ending Aging", è un'autentica perla, pezzo memorabile di oltre 15 minuti: una prima metà di puro esaltante blues, lento decadente e con un cantato molto ozzyano; una seconda parte costituita da una vera e propria cavalcata sfrenata nei territori heavy psych. L'esordio degli Heat è un album che, per gli amanti del genere, è d'obbligo avere. Alessandro Mattonai
HEAT LEISURE – III & IV
Sapevamo che la fiamma che arde dentro ai cuori dei fratelli Carney splende di una luce squisitamente sperimentale. Ne sono dimostrazione gli ultimi lavori dei Pontiak dove, a trame hard/psychedelic, si interlacciano sconfinamenti in territori "altri". Poi, se si è proprietari di una fattoria in Virginia isolata dal mondo sia fisicamente che concettualmente, è facile chiamare gli amici dei Guardian Alien più qualche altro junkie e dare fuoco alle idee più freaky. Tutto questo risponde al nome di Heat Leisure. Che come stranezza non ha niente da invidiare a nessuno. Si manifesta al mondo con "I & II", voi direte primo album. Sbagliato. "I & II" è un video (da guardare su: http://vimeo.com/51020183) girato in un giorno, dal pomeriggio alla sera, al di fuori della fattoria dei nostri, e si presenta come prima pubblicazione a tutti gli effetti. Si montano gli strumenti e alè via di jam spassionata. Mitici.
Segue questo "III & IV", album vero e proprio sotto l'ala benevola della sempremerita Thrill Jockey. Due pezzi. "III" è un monologo di Ken Babbs che introduce alla spettinata di watt e ampli tipica dei Pontiak in forma piena. "IV" è più dolce, riflessiva. Più kraut. Voci femminili ed effetti a bobine analogici con tutto il corredo di malfunzionamenti, difetti ed accidenti vari. Molto piacevole. Simile, alla fine, ad un'invocazione sciamanica. Cosa succederà in futuro? Nessuno lo può sapere. I nostri affermano che la successiva manifestazione degli Heat Leisure può andare su pittura, scultura e Dio so sa cos'altro. Rimaniamo sempre all'erta. Sostanze alla mano. Eugenio Di Giacomantonio
HEAVY LORD – The holy grail
Olanda, terra dei sogni. È ormai tornata la visione orange, l'esplosione di una musica forte e magmatica, che trova nei Paesi Bassi uno dei suoi territori d'elezione. Se però negli anni '90 era stata la psichedelia heavy di fantastiche band come 35007, 7Zuma7, Beaver e Celestial Season a farci esaltare, oggi sembra esserci un cambiamento di rotta. Non più stoner tirato e lisergico ma doom sì psichedelico, ma anche dannatamente ossessivo e pesante.Dopo la sorpresa Toner Low torniamo infatti a meravigliarci con gli Heavy Lord, il cui nome è tutto un programma. Un possente dio del doom che nulla concede al lato peccaminoso e onirico dell'Olanda ma inonda le nostre orecchie di un suono feroce, titanico, gigantesco. Vengono in mente gli Electric Wizard, gli Sleep, qualcosa degli Yob. Ma è giusto per dare delle linee di percorso, perché l'abilità dei quattro è davvero elevata. Se non fosse per qualche pecca nelle parti vocali e per la registrazione a volte poco incisiva, qui ci sarebbero già tutti i presupposti per una band da amare e osannare. L'incipit funereo della title track è qualcosa di malefico, un assaggio per prepararci al viaggio che ci attende. "Dopesmoking days" è la prima perla: heavy doom stordente, ad alto voltaggio psicotropo, dominato dalle chitarre mastodontiche di Jeff e Wes e da una suadente melodia vocale che si insinua subdola nel cervello. Stesso schema usato per "Baphomet's march", andamento soffocante che si imprime in mente fin dal primo ascolto. "Magician of black chaos" è invece psycho sludge doom da panico metropolitano, le ritmiche accelerano (ottima la coppia formata da Steve - basso - e Wout - batteria -) e le nostre residue speranze di salvezza vengono sepolte sotto una coltre di riff funerei e feedback angoscianti. "Gods of doom" è l'omaggio agli dei del destino, un brano da amare come si fa con una "Funeralopolis" di memoria Electric Wizard. Passaggio conclusivo verso i 22 minuti di "F.T.S.S.", consacrazione/immolazione al sigillo nero del DOOM, un percorso di salvazione che passa per il martirio, dove le vocals lancinanti del sacro cerimoniere Steve (direttamente dai Thee Plague Of Gentleman) sanciscono la definitiva fine di questo buio trip. Attenzione a dove mettere le mani, la materia degli Heavy Lord è bollente e pericolosa. Come raccomandato dalla band stessa, Heavy Lord plays ULTRA LOUD. Alessandro Zoppo
HEDVIKA – The Evidence of Absence
La Grecia che non ti aspetti. Sì insomma, ultimamente se ne parla piuttosto spesso del paese ellenico, non di certo per ciò che concerne la sua scena musicale. O più di preciso il post-metal. Gli Hedvika, gruppo greco capitanato da Dimitris "Spoon", è questo che suona. Lo fa anche piuttosto bene e il disco di debutto "The Evidence of Absence" ne è la prova. Nulla di originale, sia chiaro, ma ciò che spicca sono le atmosfere, il quasi romanticismo che si riscontra nei loro pezzi.L'album si apre con "Collapse", monolite che sfiora i dodici minuti. Un arpeggio etereo e sognante introduce il pezzo che si incupisce fino a sfociare in una aggressiva cavalcata che ci conduce al finale. Segue "100000 Years" dove a farla da padrone sono le trame romanticheggianti eseguite da basso e chitarra che precedono la catarsi del brano. "The Ocean Below", così come "Last Glare", sono intermezzi ambient a tinte spaziali di buona fattura, seppur non così rivelanti al fine dell'opera. Ed ecco che arriva "Enceladus", l'apice del disco. Le chitarre tendono all'infinito, si dilatano e lasciano spazio a un growl che arriva dritto dagli abissi siderali. La batteria trascina la parte centrale sino alla chiusura finale. Un pezzo degno dei migliori Isis. "Void / No Void" si avvale di un interessante giro di basso e del solito valido lavoro alle chitarre. "Shape of Nemesis" chiude il disco muovendosi verso lidi più groove oriented. Ottimo disco di debutto questo degli Hedvika, che al primo lavoro dimostrano già una notevole dose di personalità e un buon livello compositivo, sopratutto per ciò che concerne il lavoro delle chitarre. Giuseppe Aversano
HELA – Broken Cross
Gli Hela sono un quartetto iberico proveniente da Elche, nati dallo scioglimento dei The Sand Collector, già autori nel 2011 di "Lord of the Sun", heavy psycho doom con cantato in spagnolo. Della precedente esperienza restano tre componenti, cui si è aggiunta la vocalist Isabel Sierra. Rispetto ai Sand Collector, gli Hela scrivono le proprie canzoni in inglese, mentre immutata resta la proposta musicale: heavy psych doom, rivisto con diverse influenze post rock & doom e sprazzi di sperimentalismo. I quattro, pur non denotando particolare attinenza alla sfera occult, possono essere annoverati in quella schiera di formazioni female fronted che comprende nomi quali Jex Thoth, Blood Ceremony, Jess and The Ancient Ones e Devil's Blood. Oltre alla presenza e alla voce di Isabel, i quattro appaiono piuttosto attratti dall'esoterismo e dalle arti del mistero, a partire dal nome. Secondo la leggenda norrena, Hela era una dea portatrice di morte e raffigurata con la parte superiore come figura dalla rara bellezza mentre la parte inferiore vedeva un cadavere in putrefazione dal cattivo odore.Se i temi affrontati riconducono ad un'idea precisa di rock esoterico, la musica si sviluppa su manifestazioni di velata sofferenza ma grazie ad alcune aperture ariose di matrice psych, la tensione viene in parte allentata. "Broken Cross" è comunque avvolto da un visione cupa e doom; a dare poi un'impronta claustrofobica sono le influenze post rock. Nel complesso l'album mostra elementi di interesse, seppure è la staticità del songwriting a rallentarne l'ascesa, così come la stessa performance di Isabel, che ne esce per certi versi trattenuta. Insomma, questo disco è una prova nel complesso buona: si possono cogliere influenze che vanno dai Subrosa agli Arc of Ascent, rimandi ai Neurosis ma anche a Cathedral, Blood Ceremony ed ancora Candlemass, Anathema e God Is an Astronaut. Un mix di riferimenti anche distanti tra loro ma che gli Hela riescono ad inglobare bene nel loro post psych doom. Antonio Fazio
HELEN STELLAR – A prayer to myself
Questo disco farà la gioia di ogni cultore dello shoegazing rock, ma soprattutto di chiunque abbia voglia di emozionarsi attraverso le note della musica. Helen Stellar sono un trio americano e “A prayer to myself” è il loro debutto, o meglio è la raccolta degli EP’s pubblicati precedentemente dal gruppo. Shoegazing rock; sì, perché i nostri si muovono nelle coordinate dello shoegazing, ma senza perdersi nel vortice/magma sonoro caratterizzante il genere. Helen Stellar suonano a testa bassa, ma senza autoindulgersi, capito il senso? Le chitarre splettrate, i riverberi, i suoni a vortice ci sono eccome, ma il tutto è suonato con una determinazione fortemente rock, escludendo a priori ogni minimo senso di noia/ripetitività che talvolta caratterizza i gruppi dediti al genere.“Our secrets”, le accattivanti “Diane” e “Panic attack at breakfast” (dotata di un groove incredibile) sono gemme di vellutato rock psichedelico che sgorga dall’animo. Come non emozionarsi poi all’ascolto di “Popris” e la seguente “Flutterby”? Canzoni che spingono verso il lato lisergico dello shoegazing, esplorando lidi psichedelici dai quali una volta arrivati non si vorrebbe più tornare indietro. Una delle più belle sorprese d’inizio anno: è per gruppi e dischi del genere che vale davvero la pena di non avere mai voglia di fermarsi alla ricerca di nuove emozioni. Marco Cavallini
HELIODØME – Heliodøme
Con il nome preso in prestito da una casa futuristica a forma di cono rovesciato, i romani Heliodøme si autoproducono e pubblicano il primo lavoro omonimo. Il trio composto da Antonio, Roberto e Giorgio ha assorbito una grande quantità di musica alternative proveniente da più parti e da diversi spazi temporali (e questo è un bene) e tenta di trovare una sintesi alle idee che vengono sviluppate in sala prove. Si nota una forte vena melodica nel cantato di Antonio che evoca l'epicità di un certo Maynard Keenan, mescolata sapientemente con un stile di controcanto prossimo alla liricità del grunge ("Cold Fields"). Da parte sua Roberto libera la sua chitarra in frasi cariche di pathos che ricordano lo stile di James Iha con effettistica space/psych ("Albedo" e "Giza").
Altrove il risultato è più rustico e diretto, come nel caso di "World Is Falling", dove per un attimo sembra di tornare allo stupore provato dinanzi a "Green Machine", anno di grazia 1992, anche se, iniziando a conoscere e riconoscere i nostri, il finale cambia la direzione a favore di altri elementi à la Tool. Aspettando un finale dilatato veniamo colti di sorpresa con "As Above So Below", dove le carte vengono ridate e si gioca a fare la New Wave iperdistorta. Strano caso per un disco che con 38 minuti vorrebbe fare assumere un'identità definita al gruppo, ma tant'è! Il consiglio è sempre di osservare chi rompe le regole del gioco: aiutiamoli nel progetto MusicRaiser per la stampa e la produzione dell'album. Al seguente link trovate il modo di partecipare: www.musicraiser.com/it/projects/4822-stampa-e-promozione-dellalbum-heliodome Eugenio Di Giacomantonio
HELLBLOCK 6 – Burnin’ doom / Nuclear age
Immaginario horror esoterico e brutalità a quantità industriali sono le caratteristiche peculiari del suono che contraddistingue gli Hellblock 6, furioso power trio che con “Burnin’ doom” e “Nuclear age” è pronto a sconvolgere le vostre cellule cerebrali. Band composta da Anthony (batteria e voce), Greg (chitarra) e la bella Noelie (basso), i tre ci sputano addosso un fritto misto in cui potrete gustare saporite mazzate sludge, rallentamenti doom vecchia scuola, sfibranti pugnalate grindcore, divagazioni thrash e putridi riffoni southern. “Burnin’ doom” è il disco d’esordio, uscito nel 2002 sotto l’ala protettiva della WorldEater Records. Dieci soffocanti tracce ben prodotte ed eseguite, con una scarsa varietà compositiva rispetto al passo successivo ma animate dalla voglia di estremizzare su tutti i livelli l’aggrovigliata materia extreme metal. Si passa così da lerci e puzzolenti monoliti sludge doom (“Nothin’ to do”, “Burnin’ doom”, “Manhunt”, la splendida e terrificante “War between the worlds”) ad assalti a cavallo tra death, crust e grind (“Clean the sin with fire”, “Fuck off”), senza dimenticare le vecchie passioni hardcore (“Lime pit”, “Stingray”) e ceffoni rawk’n’roll demoniaci e luciferini come insegnano gli Entombed (“Drink to think”, “Wasteland”). Un debutto cattivo e scomodo dunque, che in qualche punto manca di una maggiore messa a fuoco ma già lasciava presagire successive delizie. Nel 2003 ha infatti visto la luce “Nuclear age”, notevole passo in avanti mosso dai tre assatanati: a dispetto di una registrazione fin troppo sporca che lascia un po’ l’amaro in bocca, i nove pezzi che compongono il disco godono di un maggiore eclettismo in sede di songwriting e di una malvagità sì istintiva, primordiale, ma meno fine a sé stessa e più ragionata. Prevalgono sempre le ferite mortali assestate a colpi di sludge (“Turned insane”, “Nuclear age”, “Coma”, la bellissima e mentalmente deviata “Blue sunshine/Cast down”), hardcore (“Go die”) e grind (“Damien”, caratterizzata da un ispirato e catacombale break doom), ma la gamma di armi viene ampliata da nuovi ed affilati strumenti di distruzione. “Lies of the eyes” mischia il death con una intro acustica piuttosto claustrofobica, la strumentale “Sunday” è uno stoner sabbathiano in piena regola che ci fa tirare fuori dalla cassapanca i pantaloni a zampa, “Oblivion” conclude la discesa negli inferi con un carico di psichedelia rilessa nella sua ottica più eccessiva. Un plauso quindi alla WorldEater Records per donarci una band così tosta e uno ovviamente agli Hellblock 6, tre pazzi che animeranno le nostre nottate più oscure e maledette… Alessandro Zoppo
HELLBOUND – Outlaws
Gli Hellbound sono come un buon bourbon: sgarbati, forti e ti lasciano un sapore gradevole. Con la band imolese non si scherza perché fanno un southern-heavy-hard-metal da sano headbanging in cui emergono influenze di gruppi come Down, Floodgate, Black Label Society ma con una voce più sludge che li avvicina a Kingdom of Sorrow e compagnia bella. Trame chitarristiche efficenti, ottima la sezione ritmica con batteria pulsante e basso con parti azzeccate. Dopo l'intro di banjo "The Sun Over the Fields", arriviamo subito alla serrata "Ride Free" e cavalchiamo verso il marciume, poi con "Grey" e "Outlaw" il sound si fa più dinamico ed escono fuori le melodie. Con la conclusiva, triste e riflessiva "Through the River" si finisce alla grande: pollice alto, dannazione! Luca "Fraz" Frazzoni
HELLIGATORS – Against All Odds
Nati nella capitale nel 2008, gli Helligators escono allo scoperto con il primo full lenght "Against All Odds" nel 2011 e sono subito mazzate sui denti. Whiskey, anfetamine, bettole di periferia. Sludge e metal. Pantera e Sourvein. La produzione è eccellente. I suoni sono potenti e precisi, merito della produzione di Luciano Chessa del Moon Voice Recording Studio di L'Aquila. Affini alla scena romana doom, i ragazzi mostrano molte affinità con Doomraiser, Camion, IV Luna e Black Land anche se si riconoscono elementi di songwritng vicini alla lezione delle band protodoom del Maryland: Iron Man, Wretched e Unorthodx su tutti, e questo sicuramente è un bel sentire.Una breve intro strumentale di "Goddam" (!) mostra il cuore southern che pulsa dietro alla coltre metallica. "Southern Cross" ribadisce questo mood con un mid tempo degno delle paludi di New Orleans e si procede sulla stessa scia con "Tattooed Killer", storia di amanti, all'inferno, tra sogni, tatuaggi e relazioni pericolose. Epicamente doom è la partenza di "Cruel" che deraglia poco dopo nella muscolosita' dei Down; densa come piombo tooliano è la bellissima "Kill the Monster", sorta di racconto in prima persona del cantante Hellvis che, abbandonando le sciabolate growl ci offre la migliore prestazione dell'intero disco. Un riff stoner introduce "Burn" un pezzo che dal vivo potrebbe non farvi tornare più a casa: immaginate i Clutch partiti per un viaggio spaziale verso la nebulosa grunge e sarete vicini a fluttuare per sempre senza deriva. Fantastico. Il finale col la title track, "Gimme a Break" e "Bloody Blue" ribadisce il concetto che il merito dei nostri è soprattutto quello di stemperare la parte heavy e grezza della faccenda in un manto melodico e spirituale: il notturno tra grilli e pianoforte è la giusta sintesi per chiudere un disco bello ed affascinante. L'Italia post stoner sta crescendo. Merito anche di gruppi come gli Helligators che reinventano la materia con gli elementi propri del southern e del doom. Unico consiglio da dare è quello di emanciparsi da certe affinità con i gruppi citati ed esplorare il proprio carattere creativo. Ma la stoffa c'è e si sente. Offrite loro un whiskey alla fine del concerto: noterete una genuinità rara di questi tempi e una vera passione in quello che fanno. From South, from Hell to Helligators! Eugenio Di Giacomantonio
HERBA MATE – A Desert Section
Un nuovo tassello si aggiunge al mosaico heavy psichedelico italiano: parliamo degli Herba Mate, nome ispirato alla tisana sud americana e formazione che nasce nel 2001 in provincia di Ravenna dalla voglia di Andrea (chitarra), Alessandro (basso, voce) ed Ermes (batteria) di sperimentare le forme dinamiche e fluttuanti del desert rock. Il risultato è questo “A desert section”, demo che fa davvero ben sperare per l’evoluzione dei tre. Ci troviamo al cospetto di un rock lisergico e visionario, influenzato dal sound dei vari Fatso Jetson, primi Queens Of The Stone Age, Brant Bjork, Yawning Man e Desert Sessions. Insomma, anche in Emilia Romagna c’è chi sente il deserto dentro e prova a darne forma sonora.Le quattro canzoni del dischetto scorrono via che è un piacere: ora morbide, ora aggressive, fanno viaggiare lungo sentieri aridi e polverosi. L’avvio affidato a “Desert inn part I” è un sabbioso affresco ‘kyussiano’, da circo che lascia la città… “En el aire” e “Galathina” si affidano a riff tosti e groovy per andare a poggiare su posizioni stoner rock più canoniche, mentre la conclusiva seconda parte di “Desert inn” è una lenta cavalcata verso orizzonti sconfinati, da assaporare su una auto che corre veloce lambendo rocce secolari e strade battute dal sole (rosso). Ottima band gli Herba Mate. Gustatevi “A desert section” seduti all’ombra di un albero o nella pace del vostro giardino. Ovviamente accompagnati da una tisana fresca… Alessandro Zoppo
HERBA MATE – The Jellyfish Is Dead and the Hurricane Is Coming
È sempre un piacere ritrovare gruppi che credevi "dispersi". In questo caso il riferimento è per gli Herba Mate, ottimo trio romagnolo che avevamo apprezzato nel 2005 con l'ep di debutto "A Desert Section". A cinque anni di distanza, con l'esperienza dei vari concerti macinati in giro, Andrea (chitarra), Alessandro (basso, voce) ed Ermes (batteria) tornano con il disco d'esordio, "The Jellyfish Is Dead and the Hurricane Is Coming". Sorprende innanzitutto la professionalità della confezione (per un album autoprodotto): gustoso packaging cartonato, disegni visionari di Mauro Sergio Neri da Silva, fotografie che riassumono tutto un immaginario.I nove pezzi del lavoro sono infatti la perfetta esemplificazione del modo di suonare quello che la stampa di settore ha definito desert rock. Gli Herba Mate peccano di personalità, perché spesso durante l'ascolto del disco aleggia lo spettro del "già sentito". Tuttavia è un difetto che gli si perdona, perché scrittura, esecuzione e produzione sono su livelli molto alti. Come dire: il sano genere che ribalta l'autorialità a tutti i costi. Dove i tre riescono meglio è nei passaggi strumentali stile Yawning Man, come nel caso della bellissima "Imargem". "Nicotine", "Bugs" e "Tres estrellas" variano il percorso spostandosi verso i sapori robotici delle "Desert Sessions", con un piglio maggiormente heavy e psichedelico. I brani cantati tendono invece verso il modello tradizionale di Kyuss e Queens of the Stone Age. Sempre con una connotazione italiana però, che rimanda ai migliori fenomeni tricolori di oggi ("Aragosta vs Panther " e "1 to 65" possono essere annoverate nello "stile italiano" di Zippo e Gandhi's Gunn) e di ieri ("Dos estrellas" è nervosa e scattante quanto le emozioni allucinate dei Vortice Cremisi). Un'attesa ripagata con fiducia dunque. Complimenti anche al progetto idea4usonly, collettivo di cui gli Herba Mate fanno parte, che raduna altre importanti realtà della zona e si propone di supportare le singole band e di organizzare eventi in campo musicale e artistico. Alessandro Zoppo
HERETIC’S FORK – Heretic’s fork
Gli Heretic’s Fork sono una doom band proveniente dal New England e attiva dal 2001. Questo cd omonimo è la loro prima uscita e dimostra quanto di buono sia presente nella scena del metallo oscuro di oggi. Il gruppo infatti non si limita a riproporre in modo sterile quanto fatto in passato dai padri fondatori del genere ma elabora la propria proposta in maniera personale e mai ovvia. Il doom degli Heretic’s Fork si abbevera sì alla fonte di Black Sabbath e The Obsessed (indicativi a tal proposito sono i riff catacombali di Ed e alcune parti vocali piuttosto evocative di Adam), ma mostra sempre un taglio originale, vario ed eterogeneo, evidente nella creazione di atmosfere oscure mai fini a sé stesse e nella dinamicità delle ritmiche (opera di Mark al basso e Dave alla batteria). L’avvio affidato a “Undifined” è abbastanza eloquente: si tratta di un dark sound molto acido, debitore nei confronti dei Soundgarden del periodo “Ultramega Ok”/ “Louder than love”. La successiva “Seed” ha invece un inizio liquido e psichedelico, per poi esplodere in un crescendo rumorista che trova la sua perfetta realizzazione in alcuni giganteschi riff in pieno stile Sleep. Se “Minus one” è un lugubre monolito caratterizzato da richiami “pinkfloydiani”, vorticosi tappeti di tastiere e cadenze marziali, “Sweet life” segue la scia avvolgente e cervellotica che contraddistingue il suono dei Tool, soprattutto nella voce di Adam, molto vicina a quella di Maynard Keenan. A porre il sigillo conclusivo ci pensano “Aphasinpersilence” e “Embedded”, brani legati tra loro che chiudono il dischetto in modo piuttosto sperimentale, trasportandoci in un gorgo infernale, quasi lovecraftiano, dove ambient e doom si uniscono senza soluzione di continuità… Gli Heretic’ Fork fanno la loro bella figura di fronte alle altre band emergenti nel grande calderone doom odierno: l’unico difetto è una certa prolissità d’esecuzione, con dei brani un po’ più asciutti avremmo già avuto tra le mani un esordio da incorniciare. Ma la strada da percorrere è lunga e le doti ci sono tutte, basta solo saper aspettare… Alessandro Zoppo
HERMANO – …Into The Exam Room
Stando alle note di presentazione presenti sulla copia promozionale di “...Into The Exam Room”, ci troviamo di fronte al lavoro più introspettivo ed emozionale mai prodotto dalla band californiana, un lavoro proveniente direttamente dal cuore, che testimonia la crescita e la maturità dei Nostri. Si prosegue verso i sentieri battuti dal precedente “Dare I Say”, album datato 2004, in cui l’elemento stoner iniziava a venir meno, lasciando sempre più spazio ad un ottimo rock fresco ma fedele alla linea. E non ci riesce difficile da credere, considerando la presenza della quale la band s’avvale dietro al microfono, ovvero Mr John Garcia (Kyuss, Slo Burn, Unida). Terzo capitolo della saga Hermano, un album fortemente sentito, questo è ciò che trasuda da ogni singola nota del disco, con l’inconfondibile voce del Maestro sempre al top della forma, dalla qualità cristallina sia nei suoi ululati di kyussiana-memoria, sia negli altri momenti, in cui fa spesso uso di soluzioni in falsetto.L’album è stato registrato in diverse romantiche location in giro per gli States: nel deserto californiano, vicino ai grandi laghi dell’Ohio, nel profondo sud della Georgia e nelle praterie del Kentucky. Ed è come se fosse possibile respirare tutte queste atmosfere differenti, in un modo o nell’altro: sentire il caldo torrido del deserto, la serenità nostalgica dei laghi, il brusio degli animali nelle praterie, e così via... Gli episodi più riusciti di questo platter sono, a mio avviso, “Left Side Bleeding” e “Hard Working Wall”, la prima imparentata direttamente col deserto, la seconda manifesto di una band capace di proporre dell’ottimo rock nel 2007 con la spontaneità di un tempo lontano, e con delle melodie emozionanti e coinvolgenti. Il disco può essere poi suddiviso in due parti: una aggressiva/andante ed una dolce/introspettiva. Nella prima parte compaiono la opener “Kentucky”, la groovy “Exam Room”, le trascinanti “Don’t Call Your Mama” e “At The Bar” e la polverosa “Our Desert Home”; la seconda parte è invece composta da canzoni prettamente soft, a partire dalla southern-ballad “Dark Horse II”, passando per la dolcezza elettrica di “Out Of Key, But In The Mood”, gli umori latini di “Bona-Fide”, l’acustica “At The Bar” e la conclusiva “Letters From Madrid”, breve congedo affidato ad un angelico coro, e nel quale fa capolino un ispirato assolo di chitarra. Forse l’unico vero limite di quest’album è la presenza di troppi momenti soft, ma d’altronde che si trattasse di un album introspettivo era già stato detto. Un lavoro che non cambierà la storia del rock, ma che si lascia ascoltare piacevolmente senza mai essere colpiti dalla skip-syndrome. Complimenti agli Hermano. Davide Straccione
HERMANO – …Only a suggestion
"Hey, Steve, ho visto che con gli Afghan Whigs picchi sulle pelli come un dannato, ti andrebbe di suonare qualcosa di esplosivo insieme ad altri tre folli di mia conoscenza?". Più o meno deve essere stata questa la proposta fatta da Dandy Brown (schizzato genio che abbiamo avuto modo di ammirare quest'anno alle prese con il folk-rock desertico dell'Orquestra Del Desierto) a Steve Earle per coinvolgerlo nel progetto Hermano. Da questo primo asse è arrivato poi il reclutamento di Dave Angstrom (chitarrista nonchè voce dei superbi Supafuzz), del giovane spaccatimpani Mike Callahan (ascia dei Disengage) e di un certo Mr.John Garcia, che tutti voi conoscerete come ugola d'oro di Kyuss, Slo Burn e Unida (se non fosse così alzate lo sguardo e cominciate a fuggire...). Solo dall'incontro di cinque menti così estroverse e mastodontiche poteva nascere un album del genere: "...Only a suggestion" è un disco pazzesco, merito della perfezione formale di tutti i brani presenti, otto schegge impazzite che in mezz'ora scarsa riescono ad abbattere la barriera del suono, a volare alto oltre l'infinito, a coinvolgere totalmente l'ascoltare che si ritrova immerso in un mondo catarticamente illimitato e senza alcun confine. L'Ohio River Valley dev'essere stata un'ottima fonte d'ispirazione per la band, riuscita nell'impresa di condensare in pochi attimi emozioni che nessun'altro saprebbe ugualmente distillare: l'iniziale "The bottle" è emblematica al riguardo, ricca com'è di chitarre piene di fuzz e distorsioni, ritmiche martellanti (per certi versi ho pensato ai Corrosion Of Conformity di "Deliverance"...) e vocals da brividi lungo la schiena, ma ormai Sua Maestà Garcia ci ha abituato ad emozioni del genere, come aspettarsi qualcosa di brutto dalla sua timbrica così calda e aggressiva? Le sonorità fanno viaggiare a mille lungo polverose highway dove il sole batte forte, l'ululato dei coyote ispira sensazioni raggelanti e il brusco sapore del peyote espande la mente fino a toccare paradisi placidi e lisergici...la successiva "Alone Jeffe" fonde alla perfezione il verbo "kyussiano" con alcuni frammenti melodici cari a certi Soundgarden, soprattutto nei lancinanti assoli delle due sei corde (Callahan è una vera e propria scoperta, Angstrom è invece un astro sempre più splendente...), mentre "Manager's special" è stoner rock all'ennesima potenza, un trip lungo i sentieri selvaggi solcati dagli Unida con dei dialoghi di chitarra acidamente pachidermici. "Senor Moreno's introduction" apre la strada a "Senor Moreno's plan", episodio di fuzz rock devastante condotto con illuminante maestria del drumming incisivo di Steve Earle, dalle intricate linee di basso di Dandy Brown e (come al solito...) dalla superba prestazione di Garcia dietro al microfono, un vero vulcano in preda ad eruzioni che toccano corde tanto emotive quanto trascinanti. Nonostante tutto questo splendore è la doppietta di pezzi seguente a segnare l'apice compositivo del disco: "Landetta (Motherload)" inizia con un incedere cadenzato capace di introdurre magistralmente il chorus stellare cantato alla perfezione da John, per poi concludersi in maniera dilatata e psichedelica tramite una coda melliflua, completata da un assolo di chitarra ficcante quanto basta; "5 to 5" è allo stesso modo un gioiello che brilla accecante, incanalando in appena tre minuti iniezioni di desert rock, hard settantiano e ritmi percussivi allucinanti, merito di uno Steve Earle in assoluto stato di grazia. Il finale spetta a "Nick's yea", track dai modi hendrixiani evidenti nelle chitarre infuocate di Mike e Dave, ma impreziosita a dovere dall'ugola mostruosa di John, dalla batteria sempre pungente di Steve e dal basso pastoso di Dandy...migliore conclusione non si poteva chiedere! E' inutile, quando cinque geni di tale portata si uniscono non può che venirne fuori un capolavoro e questo dischetto solo in questo modo può essere definito...non preoccupatevi, finito l'ascolto purtroppo ritornerete alla realtà, d'altronde è stata solo una suggestione, vero? Alessandro Zoppo
HERMANO – Dare I Say
Ascoltando di seguito il debut “…Only A Suggestion” ed il secondo album “Dare I Say” ci si accorge immediatamente della scelta fatta dagli Hermano e cioè un parziale abbandono delle atmosfere desertiche per virare verso un rock & roll decisamente piu’ diretto e ,in parte, sperimantale. Intendiamoci, il mio discorso riguarda gli arrangiamenti dei pezzi (ci sono molti piu’ assoli e le nuove songs hanno un ritmo decisamente piu’ incalzante), non i suoni.
HEZZAKYA – Drug Metal
Il titolo è tutto un programma per gli Hezzakya. Band canadese giunta all'esordio sulla lunga distanza con questo "Drug metal" che non mancherà di appassionare i fan delle sonorità più stordenti che esistono sulla piazza. In realtà avevamo già sentito parlare di loro qualche tempo fa, in occasione di una demo che non ci aveva proprio impressionati. La gavetta deve aver fatto bene ai cinque di Vancouver, capaci questa volta di mettere assieme dieci brani non certo memorabili ma coinvolgenti, ben scritti ed eseguiti. È certamente l'originalità ciò che fa difetto agli Hezzakya. Il loro stoner rock non inventa nulla di nuovo, prende a piene mani dal mondo di Kyuss e Orange Goblin, con una spruzzatina southern in più, in pieno stile Alabama Thunderpussy. Ma dobbiamo confessare che ascoltando questo cd non ci troviamo affatto in imbarazzo, anzi! La forza del gruppo è nella carica, nell'onestà di base. Che nel sound si tramuta nel giusto equilibrio tra un muro di suono impenetrabile, pause psichedeliche e azzeccate componenti melodiche. Non si può certo rimanere impassibili dinanzi alla coinvolgente "Spirit gun" (posta sapientemente in apertura), al groovy rock di "Bipolar" o all'intensità di "Alone in Texas" e "Weapon". La voce di Cam è un ruggito, capace però di puntare dritto al cuore. Così come gli intrecci delle due chitarre di Steiger e Sayad, sostenuti dalla possente base ritmica (Nat - batteria - e Gase - basso -). Ritmica che fa faville su "Broken horse", cavalcata stoner da far accapponare la pelle.Tutto funziona insomma, sia quando si picchia giù duro (l'ultrakyussiana "Mountain", la feroce "Darkness"), sia quando si pigia il tasto della dilatazione heavy psych ("Muted god") o quando riff a base di wah-wah scorrono via che è un piacere ("Killing Billy"). Gli Hezzakya si confermano dunque band di un certo calibro, l'ascolto di "Drug metal" è un vero piacere. Quando troveranno un livello compositivo più definito, avremo una nuova realtà pronta a dire qualcosa di importante e significativo nel panorama stoner odierno. Alessandro Zoppo
HIDDEN HAND, THE – Divine propaganda
Scott "Wino" Weinrich è un pezzo di storia del doom: fondatore di gruppi leggendari come The Obsessed e Spirit Caravan, per un periodo chitarra e voce dei doom master Saint Vitus, è tornato in pista prima in compagnia di Victor Griffin (per chi non lo sapesse ex membro dei Pentagram) nei Place Of Skull, ora con il progetto The Hidden Hand. "Divine Propaganda" è l'esordio di questa band, nella quale Wino è coadiuvato da Bruce Falkinburgh (The Field Machine) al basso e alla voce e da Dave Hennessy (Ostinato) alla batteria. Dietro tutto questo impasto quindi non può che esserci un monolito di heavy psych e doom ai massimi livelli, come solo Wino ci ha abituati ad ascoltare. Riff indiavolati, assoli al fulmicotone e ritmiche possenti (impressionante è il lavoro di Dave dietro le pelli!) si uniscono a testi che spaziano dalla denuncia sociale (una ferrea accusa ai mali della società odierna, leggi informazione televisiva e capitalisti guerrafondai) alla spiritualità mistica, espressa in pieno nei simbolismi dell'artwork e nella conclusiva "Prayer for the night", preghiera maya dedicata al dio della notte Hunab K'u. Nelle dieci tracce che compongono il dischetto si alternano dunque possenti colossi hard psych ("Sunblood", la commovente "The last tree", "The Hidden Hand", la meravigliosa cavalcata strumentale "For all the wrong reasons") e macigni doom opprimenti ed intricati ("Bellicose rhetoric", "Damyata", la "cathedraliana" "Tranquillity base", "Divine propaganda"), spezzati solo dall'irruenza punk di "Screw the naysayers". Insomma, un susseguirsi di stili e varietà sonori che mettono in evidenza, se ancora ce ne fosse bisogno, l'integrità e la grandezza di un personaggio come Wino. Non ci sono parole per descrivere la magnificenza di questo disco, fulgida espressione di un modo passionale e coerente di rappresentare la propria musica e la propria ideologia. Mai come in questo caso la frase fatta è d'obbligo: doom on! Alessandro Zoppo
HIELO NEGRO – Purgatorio Bar
C'è un bar, dai muri esterni sporchi e dall'intonaco cadente, con l'ingresso in legno massiccio, in un vicolo nella periferia di Punta Arenas. Il suo nome non compare nella guida Michelin, perché non è famoso né per i suoi cocktail a base di rhum o per la cucina tipica. Né tantomeno è rinomato per la sua posizione, visto che Punta Arenas è una cittadina situata nelle gelide lande della Patagonia, vicino alla zona del Chile. I suoi frequentatori abituali sono uomini e donne che hanno a disposizione tanto tempo per riflettere e cercare di comprendere, seduti su vecchie sedie in legno, con i gomiti poggiati su bisunti tavolacci polverosi. Qualcuno gioca a carte, qualcun’altro fissa in maniera spenta il proprio bicchiere dalla forma dozzinale, prima di spegnere una sete che non potrà mai essere spenta. Il nome di questo posto è Purgatorio Bar, ed ogni sera le assi del palco sono calcate da un gruppo autoctono, che conosce così bene gli avventori e le storie dietro certi volti, da aver pubblicato un disco che porta il nome del locale.Gli Hielo Negro sono in pista dal 1997, ma non hanno mai avuto una grande visibilità; ciò è dovuto al fatto che la loro proposta non è assolutamente originale o innovativa. Questo bisogna sottolinearlo per rispetto e dovere di cronaca, non avrebbe senso inventare qualità che non esistono nel disco. Tuttavia è un gruppo genuino, che ama il rock ed è ottimo per gli appassionati di stoner, doom e rock‘n’roll. È un ottimo lavoro per chi apprezza la scena sudamericana, perché qui troverà pane per i suoi denti, con i testi in lingua spagnola e atmosfere che sono molto vicine ad una band eccezionale come i Los Natas (“Arde la terra, sangre de lobo”), conditi ora da riff molto più doom, ora legati alla tradizione tipica dei Kyuss o dei Clutch (basta far partire “Kaos ahora”, per accorgersene). Uno degli episodi più interessanti e divertenti è sicuramente “Perro de la noche”, ottima miscela di stoner della Cordigliera e cadenza hardcore, oppure la canzone ultramotorheadiana “Bastardo”. In sintesi un disco che è come il purgatorio: un limbo dove ci sono sì momenti buoni, ma che non riesce ad emergere e rimane sempre, fluttuante e costante, tra l’anonimato della proposta e una certa godibilissima vena creativa. Ma non abbastanza per poter interessare qualcuno oltre il pubblico di nicchia. Peccato. Gabriele "Sgabrioz" Mureddu
HIGH ON FIRE – Blessed Black Wings
Sarà la centesima volta che il mio giradischi suona "Blessed Black Wings" e, ad ogni ascolto, ho sempre la stessa sensazione…quella che da un momento all'altro l'ascoltatore possa venire travolto da una gigantesca sfera di metallo nero, infuocata e lanciata a folle velocità.No, non sto esagerando!Il nuovo lavoro di Matt Pike, Joe Preston e Des Kensel è a dir poco superlativo! Il primo "The Art Of Self Defense" mostrava già una band con delle potenzialità immense, un po' acerba forse e molto legata alle sonorità tanto care agli Sleep.Con il secondo album "Surronded By Thieves" gli High On Fire decidono di iniziare a mollare il doom, andando a ricercare un genere più personale, a tratti tribale.Con l'ultima fatica "Blessed Black Wings" troviamo, finalmente, una band matura, realizzata, che dimostra di essersi saputa evolvere andando a cercare un posto sulla "mappa musicale" che nessuno aveva mai osato occupare fino ad ora. Questo album inizia dove "Surronded By Thieves" finiva, con il grandissimo Des Kensel impegnato a riprendere la sfuriata tribale che chiudeva la song "Razor Hoof".Già da questo particolare si riesce ad intuire che lavoro maniacale ci sia stato alla base della stesura di "Blessed Black Wings", sono particolari da non tralasciare quando si ha a che fare con la folle genialità di personaggi del calibro di Matt Pike e Co. L'album si apre con "Devilution" (titolo che, a mio parere, sintetizza appieno l'evoluzione stilistica intrapresa dai tre), un drumming furioso e tribale, una voce demoniaca ed urlatissima supportano i killer-riffs di Matt Pike in quest'ottimo pezzo intelligentemente scelto come "opener" del disco.Pezzo il cui intento è chiarissimo: shockare l'ascoltatore (con il brano più veloce mai composto da Pike) sin dal primo minuto per prepararlo al brutale devasto sonoro che seguirà! "Blessed Black Wings" è una scheggia e non c'è un 'attimo di respiro!I bellissimi stacchi acustici di "The Face Of Oblivion", di "Cometh Down Hessian" e di "To Cross The Bridge" sono piazzati in alcuni punti strategici del disco e servono a rincarare la dose, sottolineando ancora di più, l'estrema brutalità di questa magnifica opera targata High On Fire.Le melodie vocali della stupenda "Brother In The Wind" (uno degli episodi migliori del disco) di "Anointing Of Seer" e di "To Cross The Bridge" ci mostrano un Matt Pike nuovo, sperimentatore, che dimostra di aver raggiunto una maturità artistica non indifferente! Il disco si conclude con la strumentale "Sons Of Thunder".In questo brano, supportato da una batteria tonante e tribale, le furiose trame di chitarra ascoltate in precedenza vengono rimpiazzate da una serie ossessiva di accordi lenti che vanno, man mano, introducendo un lungo assolo di Pike che termina regalando all'ascoltatore un finale trionfante! "Blessed Black Wings" è un album colossale e dannatamente metal, il cui unico scopo è quello di distruggere tutto ciò che gli si presenti davanti. Il drummer Des Kensel polverizza letteralmente le pelli ed entra di diritto nel gotha dei migliori batteristi in circolazione.Kensel si distingue dai suoi colleghi, però, non grazie all'abilità di poter suonare qualsiasi cosa in mille stili diversi, bensì grazie alla sua brutalità nel percuotere i fusti.Brutalità che si fonde perfettamente sia con la matassa sonora creata dalle chitarre di Pike che con il groove immenso di Joe Preston, conferendo agli High On Fire un tiro del tutto unico, personale e micidiale! Matt Pike è un mostro!E' mutato parecchio dai tempi degli Sleep e con questo nuovo album è riuscito a creare la sua ennesima opera d'arte!Ci troviamo di fronte ad un genio che non ha alcun timore nel mettersi in gioco e la cui parola d'ordine è stupire! E con questo "Blessed Black Wings" mi ha stupito parecchio! Gli arrangiamenti dei pezzi, la cattiveria racchiusa nei riff e nei suoni di chitarra, ma soprattutto la voce!La ricerca della melodia, associata alla potenza sprigionata dalle corde vocali dell'ex Sleep, è qualcosa di incredibilmente affascinante e magnetico, ascoltare per credere! Il vero valore aggiunto di questi "nuovi" High On Fire è, però, Joe Preston.Apparentemente in penombra si dimostra,invece, il punto di forza di questa band conferendo ai pezzi di "Blessed Black Wings" un groove incredibile.Sicuramente l'esperienza maturata con i Melvins deve aver aiutato parecchio Pike e gli High On Fire a portare questo disco al livello che possiamo tutti ascoltare e percepire. Ultimo, ma non meno importante e fondamentale, il lavoro di Steve Albini, qui impegnato nelle vesti di producer/engineer e vero e proprio ingrediente segreto della miscela esplosiva High On Fire! Albini è stato in grado di creare un "wall of sound" spaventoso, contribuendo non poco nella riuscita di questo capolavoro! Se gli Sleep possono essere chiamati in causa come i padrini dello Stoner/Doom mondiale, abituiamoci a considerare gli High On Fire come i capostipiti di nuovo genere musicale che potrebbe essere etichettato come "Stoner/Metal"! "Blessed Black Wings" è già un "masterpiece". Da avere assolutamente!!! The Rawker
HIGH ON FIRE – Live from the Relapse Contamination Festival
La Relapse, si sa, è una delle migliori (la migliore?) etichette in ambito metal alternativo. Tanti gruppi sono passati per questa label e tanti ne hanno tratto giovamento anche e soprattutto per uscire dall’anonimato. Anche gli High On Fire di Matt Pike sono una di quelle band che ha usufruito di questo vantaggio ed ora la casa discografica (ri)mette sul mercato questo live originariamente stampato qualche anno fa in sole 200 copie.E noi, di fronte a tale operazione, ci alziamo in piedi e battiamo le mani poiché questo concerto al Contamination Festival ci permette di fare un salto indietro per capire come la band sia passata da un sound “post” Sleep al metal massiccio che ascoltiamo attualmente. In apertura è presente una potentissima “Blood from Zion” tratta da quel capolavoro che è “The Art of Self Defense”. Segue un’ottima “To Cross the Bridge” uscita nel 2003 e successivamente inserita nel micidiale “Blessed Black Wings”. Il resto pesca a piene mani da “Surrounded by Thieves”, altra importante opera del gruppo, con ben cinque brani. Citazione finale per la conclusiva cover di “Witching Hour” dei Venom, qui proposta in maniera assolutamente selvaggia. Forse non tutto è perfetto a cominciare dalla qualità del suono non proprio eccelso e la durata (appena trenta minuti); nel complesso si tratta di un importante documento per coloro (pochi ormai) che ancora non conoscono la band di Pike. Per gli altri un motivo in più per accaparrarsi questo disco e godersi della potenza di questo live. Cristiano Roversi
HIGHLIGHT – Demo, 2004
La Francia è sempre più terreno di conquista per il rock. Dopo aver apprezzato Carn, Low Vibes e Caldera è la volta degli Highlight, già noti nei circuiti stoner grazie alle due demo precedenti, entrambe del 2002. Oggi il quartetto transalpino torna in pista con un dischetto composto da quattro ottimi pezzi ed un video di "Salvation" che coglie la band durante una esibizione dal vivo.
HIGHWAY CHILD – Sanctuary Come
A distanza di un anno dall'esordio 'On the Old Kings Road', tornano i danesi Highway Child con un nuovo disco. 'Sanctuary Come' conferma il gruppo di Copenhagen come una delle promesse di casa Elektrohasch, etichetta sempre pronta a sostenere chi fa dei suoni retro il proprio pensiero. E i quattro non si tirano certo indietro quando si tratta di rispolverare composizioni imbevute dello spirito degli anni 60 e 70, melodie a presa rapida, aggraziati riff di chitarra e ampie dosi di rock psichedelico. Nonostante durante l'ascolto si abbia la netta sensazione che la vera dimensione degli Highway Child sia quella live, i dieci brani dell'album sono davvero gradevoli, tra doverosi "tributi" ai Beatles ("In the End", la title track), ondeggianti blues tinti di garage e soul stile Small Faces ("Once Is Once Too Much") e vellutati passaggi acustici ("Dead Girl").A colpire sono la bella voce di Patrick, delicata e pastosa, ed il lavoro di Paw alle chitarre, ottimamente sostenuto dalle ritmiche di Andreas (batteria) e Christian (basso). Sulla graffiante "Turn Me On" c'è persino l'ospitata del 'padrino' Lorenzo direttamente dalla casa madre Baby Woodrose, come a voler porre un legame stretto tra melodia e fuzz. Lo stesso filo rosso che ci accompagna tra i tocchi di Fender Rhodes di "When the Sun Burned the Ground" ed il riff selvaggio che marca a fuoco "You You You". "Take You Down" è un manifesto che coniuga alla perfezione Rolling Stones e The Stooges e prepara al gran finale di "Born On the Run", bozzetto acustico che si apre in una sorprendente ghost track, che ovviamente non stiamo qui a svelare. Come è stato detto in occasione della loro esibizione al festival di Roskilde, "a new rock'n'roll darling is born". È proprio il caso di confermarlo. Alessandro Zoppo
HOGNOSE – Longhandle
Assatanati, sporchi e deviati, con uno joint d’erba in bocca ed una bottiglia di whisky tra le mani. E’ più o meno questa l’immagine che si ricava dall’ascolto di “Longhandle”, nuovo lavoro dei texani Hognose, gruppo che fa della propria intransigenza sonora il suo punto di forza e al tempo stesso il suo limite. Qualcuno li ha definiti come un picnic tra i Black Sabbath ed i Butthole Surfers ma se si ascoltano con attenzione le 9 tracce di questo dischetto ciò che ne viene fuori è un sound sì rozzo e slabbrato ma mai fine a se stesso. Piuttosto la voce grezza e sguaiata, le chitarre sature e voluminose, le ritmiche secche ed incisive e una produzione polverosa e sin troppo ovattata ci indirizzano dritti verso una forma di fat & dirty stoner rock tanto cara agli ultimi Orange Goblin o ad alligatori sudisti come Alabama Thunderpussy e Throttlerod. A tal proposito basta spararsi a volume disumano il tris di canzoni iniziale (“Sneech”, “Get your hands off my neck” e “L.T.D.”) per rendersi conto della dimensione pachidermica che assumono le composizioni degli Hognose. Pesantezza certo connaturata allo spirito della band ma che come detto si rivela anche una asfissiante camicia di forza. Non che il disco sia malvagio, anzi, supera il livello medio delle uscite in questo campo, ma tanta violenza, un sound così ostentatamente senza compromessi rischia spesso di stancare. Fortuna che quando i ragazzi spingono il bottone del southern duro e puro (“Waxahachie”, “Black angus”) riescono a sfornare belle botte quadrate, coinvolgenti e dunque assolutamente degne di lode. Lo stesso discorso vale quando si apre qualche spiraglio d’aria nella fitte coltre di riff ciccioni partoriti (“Fountainhead”) o quando i tempi rallentano e per spezzare il ritmo fanno la loro comparsa vocals espressive e una focosa armonica (“Fourteen wide”). Se siete alla ricerca di una scossa possente e dinamitarda gli Hognose fanno al caso vostro. L’ascolto di “Longhandle” è un calcio in faccia (o nelle parti basse, come preferite…) che vi catapulterà in un locale malfamato di Austin. Per stomaci forti. Alessandro Zoppo
HOGWASH – AtomBombProofHeart
Evoluzione è la parola da tenere fissa in mente quando si parla degli Hogwash. Nati come heavy psych band (saranno in molti a ricordare il loro debutto “Fungus Fantasia“) ed indirizzatisi verso canoni più eterogenei e variegati (il precedente “Tailoring”), a distanza di due anni dall’ultimo lavoro tornano con il fatidico terzo album pronti ancora una volta a cambiare pelle. Lo stoner degli esordi è solo un vago ricordo, rimane ancora qualche accenno acido e psichedelico (il misto di sonorità sghembe e sapori anni ’60 della bellissima “Stock phrase” e la solarità lisergica della breve seppur intensa “To become”) ma la strada intrapresa è ormai un’altra. Nel sound dei nuovi Hogwash si affaccia lo spettro dell’indie rock, il suono è sempre analogico e passionale ma scaturisce da una sensibilità tutta nuova. Emerge l’amore per il lavoro svolto dai primi Karate o da altri gruppi come Black Heart Procession e Acetone. Kyuss e Motorpsycho sono stati solo un punto di passaggio…è però sbagliato cercare per forza paragoni: la personalità di Enrico, Roberto, Giuseppe ed Edoardo è immediatamente evidente, non c’è bisogno di tracciare parallelismi. A parlare ci pensano l’andamento sognante ed etereo della meravigliosa “Better so”, il mood malinconico di “Bribe”, l’emotività che trasuda dai microsolchi di “Sunday morning” e la dimensione onirica in cui ci trasporta “A murder”. Essenziali ma ricercati, diretti ma sofisticati, stravaganti quanto occorre (basta prendere come esempi la lunatica “Grin” o le prodezze folk di “Keys from the bunch”), questi sono i nuovi Hogwash. Ragazzi motivati e coraggiosi, profondi ed ispirati, aperti al cambiamento ma coerenti prima di tutto con se stessi. Gli amanti dei suoni più rividi storceranno il naso e si affretteranno a parlare di “tradimento”. Ma chi ha orecchio intuirà subito la bellezza di questo disco. Speriamo siano davvero in molti… Alessandro Zoppo
HOLY SONS – The Fact Facer
Emil Amos è la figura carismatica che affianca Al Cisneros negli OM. Il suo drumming potente ed evocativo è la misura con cui l'ascolto di "God Is God" e "Advaitic Songs" diventa esperienza mistica, spirituale. Qualcosa che trascende la realtà e ci proietta il mondi altri. Non proprio prossimo a questa visione della musica è il progetto Holy Sons, in cui il nostro salta a piè pari le pelli e si posiziona davanti al microfono con la chitarra a tracolla. Il suono che ne esce fuori è molto più leggero: distorsioni dosate con parsimonia e utilizzo non coatto dell'elettronica. Ballate per piano ed acustica che ci fanno affondare nelle amache della memoria – come potrebbero fare compagni di etichetta come Luke Roberts ("All to Free") – e non ci si risparmiano davanti al languore di alcuni sentimenti come in "Line Me Back Up".
Il mood in alcuni pezzi degli Holy Sons ci riporta a metà anni 90, ma non dalle parti di Seattle, piuttosto nei club fumosi di Bristol, dove giovani Massive Attack, in combutta con il geniaccio di Tricky, fumavano chili di hashish su bassi rallentati fino allo stordimento dei sensi ("Trasparent Power"). Pare che il mezzo sia lo stesso, anche se il risultato è molto diverso. Andando avanti con l'ascolto ce n'è per ogni genere: southern elegante ("Life Could Be a Dream", "No Self Respect"), blaxploitan avantgarde ("Long Days"), doom/grunge sperimentale ("Doomed Myself"). Eppure qualcosa che piace a Dio si trova: "Selfish Thoughts" è sulla via polverosa di Damasco, dove tra corde pizzicate alla maniera berbera emerge un clima ossianico sporcato da tinte noir à la Morphine. Che sia un semplice divertissement o un progetto in cui il nostro sta puntando espressamente per rilevare la sua visone delle cose, non è dato saperlo. Comunque, alla luce di quanto fatto finora, bisogna riconoscere in Emil una figura non allineata nella storiografia del rock americano. E tanto basta per farci togliere il cappello. Eugenio Di Giacomantonio
HORRORS OF THE BLACK MUSEUM – Demo
Prendono il nome in prestito da un vecchio horror movie di Arthur Crabtree gli Horrors Of The Black Museum, duo francese (Alienseed - chitarra, basso, batteria, synths - e Twylyght - voce -, in precedenza aiutati da Jérôme, Max e Stéphane, ora attivi con il progetto Eibon) nato dalle ceneri di Space Patrol e Garden Of Silence. Quanto proposto in questi tre brani è una particolare miscela di doom, gothic, dark, sludge e hard rock, ricco di molteplici sfaccettature che sorprendono per svariati aspetti. La voce di Twylyght è calda, oscura e pastosa, mentre la struttura compositiva delle tracce pur essendo complessa a volte risulta fin troppo scarna, (de)merito della natura stessa del gruppo.“The quiet earth” ha un classico andamento doom soffocante e apocalittico, bilanciato però da una soave melodia goth di chiaro stampo ‘80s. “Meia noite” aggiunge groove e grasso ai riff (oltre ottimi spunti dissonanti grazie al lavoro dei synths), andando nella direzione intrapresa nei loro ultimi dischi dagli Abdullah; la conclusiva “Deadbeat at dawn” è invece un pachiderma di stampo Saint Vitus/Electric Wizard, con la sola eccezione di vocals evocative ed un’atmosfera “noise” frutto di forti saturazioni elettriche. Gli Horrors Of The Black Museum sono un esperimento senza dubbio interessante, originale e caratterizzato da un certo fascino, ma ancora in cerca della sua forma più compiuta e definitiva. Alessandro Zoppo
HOT LUNCH – Hot Lunch
Hot Lunch è un quartetto che giunge da San Francisco, nato dalle ceneri dei Parchman Farm. Chiaramente quando si menziona la metropoli californiana nell'immaginario collettivo la mente non può che correre alla seconda metà dei 60's, una delle più grandi ed importanti epopee del rock. La psichedelia che proprio nella Bay Area si sviluppò grazie a nomi eclatanti quali Grateful Dead, Jefferson Airplane, Quicksilver Messenger Service e tanti altri che spesso giungevano da altrove ma finivano poi a Frisco, autentico epicentro della cultura hippie, dei mille colori, degli acidi e del rock lisergico.Gli Hot Lunch non possono essere definiti prettamente psych, pur incorporando elementi acidi nel loro stile. La band propone infatti un sound che sembra più vicino ad un altro storico periodo, ovvero il Detroit style che lanciò in orbita autentiche heavy stars quali MC5, The Stooges e Amboy Dukes. Altre formazioni che sembrano aver influenzato l'act statunitense sono certamente i Sir Lord Baltimore, i Cactus, i Grand Funk Railroad, i Blue Cheer ed in certi frangenti anche i Led Zeppelin. L'album fila via che è un piacere riff dopo riff, ed è il caso di dirlo: questo lavoro è un inno all'altare dei riff, ben sostenuti dalla sezione ritmica tritatutto, specialmente la batteria che sembra essere posseduta dallo spirito del compianto John Bonham. Gli Hot Lunch non inventano nulla di nuovo, ma ciò che fanno lo eseguono dannatamente bene e con una certa dose di onestà. La pretesa – se esiste – è quella di omaggiare e ringraziare le grandi band del passato. Consigliato quindi a chi ha i Seventies nel cuore ma anche a chi apprezza realtà odierne quali Kadavar, The Shrine, Admiral Sir Cloudesley Shovell e Amplified Heat. Per la serie: proto is the law!! Antonio Fazio
HOURVARI – Hourvari
Compagni di roster dei Deuil, i francesi Hourvari arrivano al debutto con questo EP omonimo. Edito in maniera indipendente nel 2011, grazie ai ragazzi della Lost Pilgrim Records il lavoro viene ridistribuito sotto la loro effige nell'aprile del 2013. Composto unicamente da due tracce di simile durata (poco sopra i 10 minuti), l'EP presenta subito una marcata personalità e unità di intenti. La prima traccia parte in crescendo con una batteria trascinante e uno screaming dilaniante, alterna stacchi aggressivi stile post-hardcore a parti più ambientali con un finale dalle atmosfere viaggianti. Un piccolo monumento alla disperazione. Segue "II", più riflessiva ed eterea. Tra gli arpeggi sognanti e la voce in clean del cantante si passa da parti strumentali accennate a intermezzi atmosferici, limitando la sfuriata catartica al finale. Notevole, veramente notevole il debutto di questi ragazzi francesi che in linea con i confinanti Amen Ra (di cui è palese l'influenza), propongono una sapiente miscela di sludge/doom e post-hardcore e ci regalano un debutto degno di nota. Giuseppe Aversano
HOUSE OF AQUARIUS – The world through bloodred eyes
La Svezia, si sa, è un paese all'avanguardia, sia per il grado di civiltà, sia per le bambolone che vi abitano di nome Hinga, sia per lo sviluppo economico e politico. Neutrali, biondi e amanti della buona musica, dato che la produzione dei '90 e del terzo millennio è invasa da gruppi e gruppetti provenienti dalle fredde terre della Scandinavia. Amanti di sonorità rudi e massicce, dal metal allo stoner, non a caso in quest'ultimo settore rappresentano uno stile ed una nuova età dell'oro: Dozer, Generous Maria, Truckfigthers e così via. Nel 2002 spunta in penombra il nome di questo gruppo: House of Aquarius. Quartetto che si professa amante dello stoner, del doom abrasivo e del blues psichedelico, sonorità inserite tutte nel disco d'esordio.Stupisce l'amore per tracce di una certa durata, e la capacità di mutare pelle durante i minuti della singola traccia. Ciò può essere letto in chiave positiva, come un calderone in cui confluiscono le influenze più disparate, passando da un attacco massiccio di coronarie ad un trip lisergico, dalla foga galvanizzante dei riff stoner alla monumentale e nichilista melodia doom. O in chiave negativa, come una mancanza di decisione nella strada da seguire, evitando di focalizzarsi su un aspetto dei '70 da sviluppare. Per chi scrive è tanto di guadagnato se registri nove brani, cercando di mischiare le carte in tavola, poi fate vobis. "Lord of Vernim" inizia in maniera infuocata, e nei primi minuti ricorda la brama di rock grezzo degli Spiritual Beggars, nonostante a metà dei 7 minuti e 31 secondi il panorama cambi paradossalmente in un atmosfera soft a metà tra il psych dei Los Natas più hendrixiani, la voce degli Alice In Chains di "Dirt" e la durezza dei Pentagram. "Rock n'roll Grandma and the KKK" invece è un pezzo sì rock'n'roll, ma sempre staccato dai canoni classici dei Led Zeppelin, perché richiama il doom dei Sabbath ed il modus agendi degli Alabama Thunderpussy. "Fear no evil" è una fusione tra "Little Wing" di Hendrix, i Sabbath di "Planet Caravan", il ritornello dei Monster Magnet di "Superjudge", con un basso che rende un mirabolante omaggio a Geezer Butler, un finale feroce ed un gran tiro. "Azteroid Zombiez" è probabilmente il pezzo più fottutamente veloce, tirato e stoner dell'intero album, molto accattivante e groovy. "Unholy" è un doom lavico e luciferino, dall'atmosfera epica, quasi un clima religioso di ricerca della redenzione, dovuto alle doti del cantante capace di cambiare registro senza sfigurare; nel finale assisterete ad un esplosione che ricorda Kyuss e Goatsnake. "Apes and blood" è la compattezza del doom, che produce un'aria viziata, maligna e satura, con voce trascinata; "Cosmic weed" è uno dei pezzi più belli e completi del full lenght: i fari puntano su un basso protagonista, mentre un muro di fuzz cesella le contro voci stoner metal, con un effetto che ricorda le urla strazianti di qualche animale impazzito. Le vocals sono carismatiche e hanno un timbro vibrante e potente, simile a tratti a quello di Cornell in "Badmotorfinger". "Nuclear Child" è blues, voce impostata ed impastata... "Don't believe the world, they say". Il disco si chiude con la lunghissima "Out of the hand of your god", grande ritorno della psichedelia dei primi Pink Floyd, dello space rock e dei riff in stile Hendrix, sebbene ci sia dentro anche dello sludge doom. L'urlo finale è degno del Phil Anselmo gasato e brutale. Gabriele “Sgabrioz” Mureddu
HOUSE OF BROKEN PROMISES – Death In Pretty Wrapping
Forse qualcosa si sta muovendo, o forse non ancora. Intanto qualcuno s’è giustamente stancato di stare con le mani in mano.In perenne attesa di qualche notizia dal fronte Unida, in particolare per la tanto vituperata mancata pubblicazione del nuovo album “For The Working Man” (si è quasi ai livelli dei patetici Guns’n’Roses, in quel senso), ecco che nel frattempo tornano a farsi sentire da Indio (California) gli strumentisti dello storico gruppo con un progetto nuovo di zecca. Per ora possiamo accedere soltanto a 4 canzoni, ma le premesse sembrano piuttosto positive. Arthur Seay (chitarra) e Michael Cancino (batteria) erano il cuore pulsante dell’epico “Coping With The Urban Coyote” e dopo 8 anni di silenzio forzato, coadiuvati dal basso di Eddie Plasciencia (già turnista con gli Unida), ripropongono con rinnovata melodicità quell’heavy rock a tinte desertiche che tanto ci aveva entusiasmato all’epoca. Unica pecca del lavoro pare la voce, ad appannaggio dell’ormai ex cantante Michel Keeth, sin troppo standardizzato e Nickelback-oriented per sposarsi al meglio con le sanguigne sonorità degli HOBP: per degli ascoltatori abituati al timbro magico di John Garcia (che continua quatto quatto a trastullarsi con gli Hermano) di certo non è facile solamente accettare i tentativi di ogni suo qualsivoglia successore/collega. A conti fatti, il primo assaggio non delude, ma il giudizio rimane temporaneamente sospeso. Ci è stato garantito tuttavia che in sede di full-lenght la band si trasformerà in un power-trio e alle vocals si alterneranno Arthur (non male le sue backing) ed Eddie. Inoltre ricordiamo la loro partecipazione ad uno split cd con i Duster 69, in uscita la prossima estate per Daredevil. Pare ci sia in anche in cantiere una futura collaborazione di Arthir e Mike con Jason Newsted, ex bassista dei ‘compianti’ Metallica. Giacomo Corradi
HUATA – Open the Gate of Shambhala
«We are a band from France, Britanny and our first EP is out now. We play Doom Stoner Satan, a loud and dirty music between the Electric Wizard and Black Sabbath, with dumb and loud riffs». Il comunicato sembra voler dire: noi siamo gli Huata e voi andatevene a fare in culo. Ad un primo ascolto, tale ipotesi sembra trovare un valido riscontro. Ebbene sì, loro sono gli Huata e ci mandano a fare in culo. Questi sacerdoti francesi della lacerazione fisica, con l'EP "The Gate of Shambhala", ci iniettano endovena litri di liquefame sludge stoner doom estremo oltre ogni misura. Il platter nella sua interezza (30 minuti di durata) straborda sporcizia in ogni dove, grazie soprattutto ad una produzione dannatamente lo-fi, alle soglie dell'udibilità. Growls micidiali e d'oltretomba, riffing di basso e chitarra ultra down-tuned e batteria mammoth. Date all'uomo di Neanderthal una Les Paul e lui vi suonerà come gli Huata. Sono primitivi, a volte essenziali, inverosimilmente sporchi e stonati come la tradizione stoner vuole. Tra le monumentali distorsioni di "Alchemist Reborn" e "Ratzinger Pussycat" (sentire il Santo Padre campionato nel bel mezzo di cotanto caos è un'esperienza unica), si fanno spazio anche accelerazioni heavy blues ed un appeal vagamente grunge, a rendere questo EP tutto fuorché monotematico e/o scontato. Come a voler rincarare la dose, posta alla fine del disco, troviamo "Rotten Dick", ovvero una delle massime consacrazioni sonore dello stoner doom. Esemplare nella struttura, efficace nell'intermezzo centrale, dove il mantra hypno-doom viene sostituito da un irresistibile riff stoner rock, e catacombale nella sua chiusura. Le influenze, che ve lo dico a fare, sono: Weedeater, Eyehategod, Electric Wizard e l'allegra combriccola del bong. L'album lo trovate in free-download nel myspace della band. Non fatevelo sfuggire per nessuna ragione... «We play loud because we got big bollocks». Damiano Rizzo
HUKEDICHT – United horror of rock’n’roll
Gli Hukedicht sono una band esordiente che giunge alle nostre orecchie da Winterthur, Svizzera, luogo non certo noto per il tipo di sound espresso da questa band: il gruppo infatti si cimenta in un punk’n’roll grezzo e divertente, adatto per far baldoria e sbattersi nel bel mezzo di un party dall’alto tasso alcolico…
HULL – Viking Funeral
Influenze vecchie e nuove, echi di epicità e “progressivo”, sono il mix letale con cui si presentano i newyorchesi (da Brooklyn) Hull, cinque ragazzi immersi fino al collo con la cultura nordica, nonostante il richiamo “southern” della loro proposta. Diciassette minuti di un’intensità inaudita, in cui l’unica traccia “Viking Funeral” è suddivisa in due parti, due “movement” legati da un composizione ad anello.La prima parte ci sovrasta con un thrash-doom d’annata (tra Hellhammer e Celtic Frost) dalle inflessioni sludge, ma lascia presto spazio a divagazioni più propriamente heavy prog che hanno nell’oniricità strumentale di Isis e Neurosis l’antecedente più facile da individuare. Il secondo “movement” inizia a sua volta con le tre (!) chitarre rievocanti un’ondeggiante atmosfera tra post-rock e psichedelia, per poi sfociare nuovamente su binari doom e thrash-core, ricordando da vicino le calde sfuriate dei primi Mastodon. Un prodotto breve ma estremamente variegato che ha permesso agli Hull di accasarsi presso l’indie label di NYC Family Business che farà uscire il debut full-length entro il 2007. Nel mezzo, numerose sortite live e palchi divisi con gentaglia del calibro di Boris, Grief (punto di riferimento costante del loro sound), Municipal Waste e The Sword. Segnatevi questo nome, forse in casa Relapse ci potrà essere spazio anche per loro. Giacomo Corradi
HUMAN EYE – Fragments Of The Universe Nurse
A scanso di equivoci dico da subito che considero gli Stooges uno dei più grandi gruppi della storia della musica Rock. Detto questo cominciamo a parlare degli Human Eye. Che vengono anch’essi da Detroit ma non sono il solito gruppo clone della band dell’iguana e pur avendo nel loro DNA una forte componente garage punk riescono ad essere ben diversi da un gruppo (post)stoogesiano come ad esempio i Vincent Black Shadow.Per chi non li conoscesse, gli Human Eye nascono nel 2005 per merito di Timmy “Vulgar” Lampinen (bassista della band), ex Leader dei Clone Defects ed iniziano la loro avventura partendo dall’omonimo album (rigorosamente in vinile) in cui potevamo trovare tracce di Sonics ma anche Oblivians, Pussy Galore ma anche Six Finger Satellite oltre a quanto già detto in precedenza. Questo nuovo disco “Fragments Of The Universe Nurse”, porta il gruppo a stravolgere lo Stooges sound post “Raw Power” inserendo effetti cosmici (Hawkwind?) e sonorità deviate alla Chrome, altra grande influenza della band. Ascoltando un brano come “Slop Culture” vi troverete d’un tratto a spaziare con la mente in un magma sonoro tra follia e sperimentazione finchè non si arriva alla fine. Ma poi si vuole immediatamente ripartire. Un pezzo come “Step Into New Dimensions” (che titolo!) sembra decisamente uscito dagli anni sessanta ma, siccome siamo nel 2008, improvvisamente spunta un synth che dà un tocco di modernità all’insieme. “Rare Little Creature” sembra ancora una volta un brano garage punk ma come se fosse suonato dai Butthole Surfers! E dopo la delirante “Salamander Soft Shoez”, la titletrack posta in chiusura mette in chiaro una volta per tutte il livello di pazzia di questi individui (a tal proposito, anche la copertina dell’album non scherza). A questo punto non voglio ripetermi ma se siete (stati) amanti di queste sonorità non potete fare a meno di dare un ascolto ad un disco del genere. Le sorprese potrebbero aumentare. Per quanto mi riguarda, uno dei lavori più folli che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi. Cristiano "Stonerman 67"
HUMO DEL CAIRO – Humo del Cairo
L'Argentina, si sa, è terra della pampa, del tango, delle Ande ma è anche la terra di una prolifica scena rock che sta muovendo scenari interessanti. Così, dopo i promettenti Poseidotica ed i più conosciuti (ed ottimi) Los Natas, giungono da quelle parti pure gli Humo del Cairo, un altro trio di belle speranze che si presenta finalmente al pubblico con questo omonimo esordio. A dire il vero sono in giro dal 2004, ma solo oggi sono riusciti a compiere il loro passo più grande grazie all'apporto della Meteorcity.Analizzando il disco nei dettagli diciamo subito che, nonostante le similitudini con i più famosi connazionali (compreso il cantato in lingua madre), gli Humo del Cairo sviluppano un'intelaiatura sonora che abbraccia vari elementi del pianeta psycho stoner blues. Pertanto ci troviamo di fronte le consuete scorribande kyussiane ("Panorama"), potenti cavalcate jammy alla Earthless ("Cauce"), momenti più rilassati di psichedelia progressiva circondati da pregevoli chitarre wah-wah che si vanno ad irrobustire verso la fine ("Nimbo") ed altri più anfetaminici (la traccia iniziale "A tiempo" e "Fuego de San Antonio"). Una mistura incandescente di Pappo's Blues, Santana, Jimi Hendrix e Tia Carrera. Menzione per la piramide egizia raffigurata in copertina che dà un tocco mistico che circonda il deserto ed il cerchio si chiude. Molto buono il lavoro ritmico, in particolare del basso di Gustavo Bianchi, sempre preciso e ficcante per un disco che piacerà sicuramente ai fan del latin stoner della prima ora. Devono migliorare ancora alcuni aspetti (leggi songwriting) ma le potenzialità ci sono ed il tempo è dalla loro parte. Buona la prima. Cristiano Roversi
HUMO DEL CAIRO – Vol.II
Ad un solo anno dall'uscita dell'omonimo debut album, il trio stoner argentino Humo del Cairo ha pubblicato nel 2011 per la piccola label Estamos Felices il secondo full lenght, intitolato semplicemente "Vol.II" ed assolutamente degno di nota. Se infatti il loro primo disco aveva costituito una gradita sorpresa per gli amanti dello stoner rock classico, quello crudo, desertico e polveroso – anche se fin troppo influenzato da sonorità kyussiane, tra Los Natas e hard rock acido – questo "Vol.II" sorprende per il deciso passo in avanti fatto dalla band, che nel frattempo ha provveduto al cambio di batterista.Mentre l'omonimo primo album era composto sì da buone canzoni ma pur sempre slegate tra loro e fin troppo debitrici nei confronti delle sonorità sopra citate, con questo nuovo lavoro gli Humo del Cairo diventano assolutamente riconoscibili, oramai titolari di una propria identità musicale, autori di uno stoner molto più diretto ma allo stesso tempo maggiormente equilibrato rispetto al passato, con brani sempre ben dosati e calibrati e che spesso vedono alternarsi potenti riff incandescenti e dilatazioni psichedeliche e strumentali ben inserite, il tutto accompagnato da un cantato – sempre in lingua spagnola – efficace e mai sopra le righe. Undici brani per complessivi 49 minuti di heavy psych: si parte con tre tracce – "Fe", "Los Ojos" e "Tierra del Rey" – tra le migliori dell'album, puro e tirato stoner dai riff taglienti che solo a tratti consentono delle pause strumentali psichedeliche; segue "El Alba", suddivisa in due parti, la prima sempre stoner, la seconda molto più dilatata ed accompagnata da un cantato assai ispirato. È poi la volta di "Crinas" e soprattutto di "Monte", gemma strumentale nascosta, brano davvero evocativo. Meno degni di nota sono i restanti quattro brani, ispirati ad un classico hard rock, tra i quali spicca comunque la sinuosa "Descienden de los Cielos". Finalmente possiamo dire "Sì, questi sono gli Humo del Cairo!"... e chissà quanta strada faranno ancora! Alessandro Mattonai
HUMULUS – Humulus
Elefanti e birre, questo dovrebbe già farci capire le passioni di Cristiano, Giorgio e Michael, ovvero gli Humulus. Stoner rock bluesone e spremute di luppolo fresche, tanto da aver scelto un birrificio artigianale come luogo per la loro photosession ufficiale. Musicalmente è in effetti un susseguirsi di riff dritti, in pieno classicismo stoner blues, che se da un lato non lasciano stupefatti per originalità, dall'altro meritano tutta la nostra attenzione in quanto concepiti ed eseguiti con competenza e sudore.È il caso di "Ghost Rider", in pieno stile Fu Manchu, delle roboanti "The Liar Priest" e "Gums", o della pachidermica e rappresentativa "Humulus", in cui la comparsa di un synth per nulla invadente (per mano di Iuri dei Mr. Bizarro) giova non poco al risultato finale, poco male che si tratti di un brano strumentale. Senza andare oltre confine, il lavoro degli Humulus ricorda un po' quello dei romani Black Rainbows e, in alcuni frangenti , è accostabile anche ai genovesi Gandhi's Gunn (ora Isaak). Un lavoro molto gradevole per i die-hard fans dello stoner rock, un po' meno interessante per chi cerca l'elemento sorpresa. Davide Straccione
HUTCHINSON – Bogey down Babylon
Una nuova proposta dalla Germania appoggiata dalla conterranea Daredevil Records fa capolino nel panorama stroner europeo. Un disco dalla lunga track list che si compone da incalzanti pezzi heavy rock che, dal punto di vista delle sonorità stoner, guardano più ai Q.O.T.S.A. che ai Kyuss, ma che abbracciano anche sperimentazione, divertissement elettronici e anche (ai mé!) hi-pop! Forse il punto debole di questo Bringing Down Babylon sta proprio nella troppo eterogeneità dei pezzi, visto che alcuni episodi sembrano delle parentesi a se stanti che non hanno poi molto a che fare con il resto della proposta e risultano slegati dal contesto. Va dato merito però al gruppo di avere un bel tiro e di riuscire in più di un’occasione a metter in piedi dei bei pezzi, non banali ed intriganti. Trovano spazio anche alcune ballate come Am I Still Part Of Me? o In The Mirror che contribuiscono a dare respiro alla raccolta mentre boccerei decisamente alcune incursioni nell’elettronica che con i pezzi hard rock proposti ci stanno come i cavoli a merenda. Forse una scaletta più compatta avrebbe potuto mettere in evidenza i pezzi migliori che (nonostante alcuni evidenti rimandi alla band di Josh Homme) ne avrebbero sicuramente guadagnato. Tutto sommato però la proposta è appetibile e merita almeno il vostro ascolto (per un anteprima www.myspace.com/hutchinsonde ) The Bokal
HYPNOS – Apple 13
Un altro colpo al movimento psichedelico viene assestato dall’agguerrita Beard Of Stars con la release del nuovo lavoro degli Hypnosis, “Apple 13”. Messisi in luce con il precedente “Medicine works like magic”, uscito nel 1999 su Acme Records, la formazione guidata da Laurence O’Toole, chitarra e voce della band nonché collaboratore di Gary Ramon nei Sun Dial (quest’ultimo presente sul disco in quattro brani e anche in qualità di produttore artistico), sforna dodici tracce che con lo stoner non hanno nulla a che vedere: qui siamo di fronte ad un puro e cristallino pop rock psichedelico, di quello sognante e zuccheroso che ha fatto la storia di gruppi come Beatles, Pretty Things, The Seeds e The Sonics. Insomma, il pop psichedelico tanto caro alla Bubblegum Music e ai Nuggets viene ripreso e filtrato attraverso le sonorità neopsych che gli stessi Sun Dial o altri gruppi storici come Bevis Frond hanno contribuito a plasmare. Ecco allora passare in rassegna splendide gemme “popedeliche” come “Boat keep sailing” (con i ricami di slide guitar di Ramon a rendere il tutto davvero magico), “Apple 13”, “Shivering sands” e “Headspace detonates”, brani basati su melodie cristalline, suadenti tappeti ritmici e morbidi giri armonici scossi solo ogni tanto da qualche fuzz guitar. O’Toole, mente creativa del disco, si avvale di musicisti di alto valore come Jason Pritchard, Reuben O’Toole, Alex Reed e Darren McFerran: è soprattutto quest’ultimo a rendere le composizioni articolate e dinamiche grazie al suo armamentario di tastiere vintage (piano Wurlitzer, organo, mellotron, harpsichord, moog) che danno una marcia in più a pezzi già di per sé ricchi e suggestivi. Ascoltare il raga rock di “Stargazer”, l’hammond liquido e commovente di “Do you love”, l’atmosfera fatata della superba “Hush little children” è un tuffo negli anni ’60, riletti però con abilità e graziosa maestria. Ad impreziosire il tutto ci pensano poi ballate rarefatte come “In a silver room” e “Over and over”, tracce che faranno esaltare ogni amante dei soffici suoni del passato. A questo punto il consiglio non può che essere quello di assaporare questo disco dal primo all’ultimo istante, facendosi stregare da questa magica “mela” così come successe a Biancaneve con quella della strega… Alessandro Zoppo
HYPNOS 69 – Legacy
«Com'è al di sopra, così è al di sotto; com'è sotto, così è sopra. Per realizzare il miracolo che chiamiamo il Tutto». Parola di Ermete Trismegisto, il grande sacerdote che portò la scienza iniziatica nell'antico Egitto. Ad aprire le porte della nostra conoscenza ci pensano gli Hypnos 69, fenomenale band belga tornata alla ribalta dopo una pausa durata quattro anni. Era infatti dal 2006, anno di pubblicazione di "The Eclectic Measure", che il quartetto non incideva nuovo materiale. Merito dunque alla sempre coraggiosa Elektrohash Records, che crede con immane tenacia nelle meraviglie di questo quartetto. D'altronde è difficile resistere al fascino emanato dai precedenti lavori, un mix eclettico e variopinto di progressive, psichedelia, space e heavy rock. Calderone di sensazioni che ha reso esaltanti "Timeline Traveller" (2002), "Promise of a New Moon" (2003) e "The Intrigue of Perception" (2004)."Legacy" non vede intaccata di un milligrammo la qualità complessiva degli Hypnos 69, impegnati in un tour de force di oltre 70 minuti: sette brani che formano un album aperto e chiuso da due suite di ispirazione mastodontica. L'iniziale "Requiem (for a Dying Creed)" si muove su tre direttive che esaltano tutta la genialità in fase di scrittura ed esecuzione di Steve Houtmeyers, cervello pulsante della band. Come per i diciotto minuti della conclusiva "The Great Work", un piccolo capolavoro che attraversa i procedimenti dell'opus alchemicum con traiettorie ora delicate ora aggressive, esaltanti ed imprevedibili. Nel mezzo, trovano posto le variazioni psycho progressive mutuate da King Crimson, Van der Graaf Generator, Pink Floyd (quanto dal new prog o da fuoriclasse come Motorpsycho e Anekdoten) di "An Aerial Architect", "The Empty Hourglass" e "Jerusalem". Un operato quasi naturale per un collettivo di tale qualità. Il flauto che squarcia delicato le trame di "My Journey to the Stars" e il bozzetto romantico, acustico e disilluso di "The Sad Destiny We Lament" sono ulteriori dimostrazione di classe e fertilità compositiva. Immaginiamo gli Hypnos 69 in un ipotetico freak festival con Astra, Big Elf e Diagonal. Sarebbe davvero il ritorno del Re Nudo. Alessandro Zoppo
HYPNOS 69 – The intrigue of perception
Sempre attenta al panorama underground e a getto continuo nelle uscite, la Elektrohasch di Stefan dei Colour Haze raramente sbaglia sul piano della qualità. Lo conferma questa ennesima produzione, “The intrigue of perception” degli Hypnos 69. Band belga con due dischi già all’attivo (“Timeline traveller” e “Promise of a new moon”), nata come power trio (Steve - chitarre, voce -, Tom - basso, tastiere -, Dave - batteria -) ed evolutasi in quartetto con l’ingresso in line up di Steven (sax, hammond, mellotron). Un’aggiunta che ha arricchito la verve del gruppo, nell’eterogeneità dei suoni quanto nello spettro sonoro proposto. È da poco uscito il nuovo lavoro “The electric measunre”, dunque ne approfittiamo per analizzare il loro percorso precedente.Gli Hypnos 69 sono dei veri istrioni, amano spaziare nei generi senza mai fossilizzarsi su una sola/solida struttura. Passano con agilità dal progressive allo space rock, dall’heavy psych al classico hard rock, con calma, naturalezza, nessuna confusione. E lo fanno risultando anche discretamente originali, aspetto che in un campo così vintage risulta fondamentale. Lo si intuisce fin da subito, quando il sax tagliente di “The endless void” apre le danze. Una versione acid rock dei King Crimson che scuote e stuzzica la fantasia. Gli scenari ruvidi eppur sognanti che aprono brani come “Third nature” e “Twisting the knife” sono altra prova di grande duttilità, così come la splendida melodia che contraddistingue un piccolo gioiello del calibro di “Good sinner, bad saint”. Pink Floyd, Gong, Monster Magnet, Motopsycho sono alcuni dei riferimenti principali dei quattro, attenti però nel non varcare mai la soglia sottile che divide esecutori impersonali e appassionati musicisti che hanno davvero qualcosa da dire. La title track ce ne dà prova definitiva: una mini suite divisa in quattro parti che fa esplodere tutta la creatività degli Hpynos, capaci di travolgerci di colori ed umori magnifici, alfieri di una nuova psichedelia progressiva che in realtà non è mai morta dentro e fuori di noi. Le spinte lisergiche che chiudono “Absent friends” sono l’ennesimo viaggio in un vortice d’energia che evoca antiche sensazioni mai sopite. Hypnos, il dio del sonno e del subconscio. 69, segno di equilibrio e stabilità. Un sogno che si materializza grazie alle note di “The intrigue of perception”. Alessandro Zoppo
HYPNOTIC HYSTERIA – Feed on Me
Compaesani di El-Thule e The Infarto, Scheisse!, gli hYPNOTIC hYSTERIA (questa è la forma grafica con cui amano firmarsi sul web) sono un quartetto che ripropone delle sonorità che hanno spopolato negli ultimi trent'anni, ma con un marcia in più rispetto al solito compitino revival di formazioni che, misteriosamente, hanno raggiunto il successo. "Feed on Me" è piacevole, scorrevole, con melodie che rimangono impresse e qualche potenzile singolo da classifica (i primi due brani, per esempio). Questo è merito di uno studio attento del particolare, dagli arrangiamenti alla tecnica messa in campo dai quattro ragazzi di Bergamo. Infatti il background musicale dei nostri spazia dal grunge al progressive, passando per il metal e l'alternative metal. Su questa base si staglia la presenza di uno stoner dalla matrice fuzz evidente, di cui la title track ne rappresenta in pieno lo spirito.Gli hYPNOTIC hYSTERIA sono dotati tecnicamente e molto bravi a creare colorati intrecci tra chitarra e linee di basso accattivanti, con una sezione ritmica solida e magnetica. La prestazione vocale è all'altezza, abile nello spaziare dalle note dei grandi cantanti grunge a cambi di tono, fra sospiri stretti tra i denti e passaggi d'autore. Disco saturo di spunti e di momenti d'atmosfera, in cui viene sempre assicurato un ritornello destinato a piazzarsi sulla vostra playlist mentale. Riffing che nella coinvolgente "Inside Your Mouth" ricordano i Tool, per poi ibridarsi di psichedelia ed atmosfere indiane nella magica "New Dehli". "Vaniloquentia" è un intermezzo strumentale breve, ma con qualche venatura doom. "I Can't Hear You" e "Betrayal" sono galvanizzanti, soprattutto nella chiusura in crescendo della prima. Un disco della maturità compositiva e dalla cura maniacale del particolare, ma senza che i suoni risultino plastificati e dunque finti. Un disco dai suoni selvaggi, pronto ad azzannare alla gola, esaltante e carico di groove. Bravi e convincenti, il 2010 ha un altro disco che potrebbe finire in classifica. Gabriele 'Sgabrioz' Mureddu

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