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GAGGLE OF COCKS – Low Class Trendsetter
Brutti sporchi e cattivi. Ritornano i Gaggle of Cocks (nome che è tutto un programma) dopo "American Trash" e lo fanno in maniera sempre più ruvida e sguaiata. Ci fanno subito capire con le tracce iniziali ("Black Helicopters", "Guy Supreme" e la title track) che le coordinate sono sempre quelle, un hard rock a tinte sleaze debitore di gruppi come L.A. Guns e Guns 'n' Roses. Anche se a volte emerge una personalità più marcata e sembra quasi di sentire alcuni di quei gruppi che hanno reso storica un etichetta come la Amphetamine Reptile, basti sentire le migliori canzoni di "Low Class Trendsetter": "Caught Up in the Noize", "I Am the Warlock" e "Sex Music", degne dei Feedtime o dei Surgery.La mancanza di originalità del quartetto del Lower East Side (Freddy Villano al basso, Charles Ruggiero alla batteria, Pat Harrington alla voce e chitarra e Chris Geoercke – citazione testuale – "occasional guitar and full-time bad muthafucka!") non pregiudica la riuscita del loro secondo album. Una carenza che viene compensata dall'energia, dall'attitudine e dalla visceralità di "Low Class Trendsetter". Ovvia raccomandazione finale: play it loud! Giuseppe Aversano
GALLERY OF MITES – Bugs on the bluefish
Un gran bella sorpresa questi Gallery Of Mites! Sembra che ben cinque elementi che hanno militato o che militano tutt'ora nella fila dei Monster Magnet abbiano deciso di uscire dal semplice ruolo di comprimari del loro leader Dave Wyndorf e di dar vita a un progetto tanto ambizioso quanto ben riuscito: un gruppo di dieci elementi, forte della presenza di cinque chitarre soliste, con nomi altisonanti nell'ambiente stoner come Tommy Southard (Solace), Stu Gollin (Halfway To Gone), Jim Baglino e Mike Shweigert (Lord Sterling), Duane Hutter (Black Nasa), oltre ai mostri magnetici a cui già accennavo Jon Kleiman, Tim Cronin, Phil Caivano, Joe Calandra e Ed Mundell. Un biglietto da visita come questo già renderebbe appetibile il disco a chiunque abbia masticato un minimo di hard rock/stoner negli ultimi 6/7 anni, ma quando il CD viene inghiottito dallo stereo che comincia a sputar fuori pezzi come Exploded View e Headless Body non si può far a meno di cominciare ad impazzire e a commuoversi di fronte a tanta abbondanza di sano e genuino hard rock! In alcuni frangenti il trade-mark sonico dei Monster Magnet emerge riconoscibilissimo (New York To Peru o la title track), in altri momenti sembra che i Rolling Stones abbiano deciso di appesantire le chitarre, in altri ancora fa capolino il fantasma immortale degli Stooges. Nulla di nuovo, sia ben chiaro, ma molta tradizione portata al top con classe e sentimento per la buona musica; se questo non bastasse aggiungete l'ipnosi della psichedelica e stonata A Man Called Shit o la presenza della voce di John garcia in 100 Days e ditemi se non avete già l'acquolina in bocca per un piatto così succulento! Un disco che guarda indietro ai '60 e ai '70 per proiettare l'immortale hard rock nel nuovo millennio con un'energia e una freschezza irrinunciabili. Bokal
GANDHI’S GUNN – Demo 2007
Massiccio e corposo stoner rock da Genova con i Gandhi's Gunn. Giovane band nata da poco, i quattro ci sbattono in faccia con questa demo d'esordio sette bollenti tracce, tirate e senza tanti fronzoli. Hobo (voce), Scazzi (chitarra), Kabuto (basso) e Enrigua (batteria) suonano con passione e sano feeling, non saranno il massimo dell'originalità ma mai come in questo caso, chi se ne frega. Una mezz'ora di bagordi super heavy che scorre liscia come l'olio, un turbinio elettrico che prende da Unida, Clutch, Fu Manchu e Orange Goblin per restituirci cervelli in fumo e ossa in frantumi."Isolation" e "23 Bodies" sono canzoni esemplificative a tal proposito. Peccato solo per la registrazione che fa perdere vigore a composizioni altrimenti valide sotto tutti i punti di vista. Stesso discorso per i riff cavernosi, la ritmiche toste e le vocals graffianti di "Follow", "Drunkwalk" e "Crash". "West Memphis Tree" colpisce per la sua vena melodica che rimane subito stampata in testa (complice un break centrale di gran stile); "A Night So Long" miscela heavy rock e psichedelia segnalandosi come miglior song del dischetto. Cosa manca ai Gandhi's Gunn per emergere? Poco, giusto una produzione migliore e qualche esplorazione lisergica in più. Da segnalare che il cd si può scaricare dalla pagina Myspace del gruppo. This is heavy rock for heavy people! Alessandro Zoppo
GANDHI’S GUNN – The Longer The Beard The Harder The Sound
Che in Italia esista una florida scena stoner questo ormai lo sappiamo da tempo. Quello che molti non sanno è l'elevato livello qualitativo delle band. Gruppi che non hanno nulla da invidiare alle nuove leve internazionali che si cimentano in questo genere ed anzi spesso escono vincitrici nel confronto diretto. Un esempio lampante sono i genovesi Gandhi's Gunn.Ancora ci ricordiamo dell’ottimo esordio "Thirtyeahs" datato 2010 mentre adesso dobbiamo prendere nota di questo nuovo album il quale, pur non presentando grosse differenze stilistiche rispetto al passato, riesce a produrre nuovi segnali positivi specie se consideriamo la struttura dei brani e l'accresciuta capacità tecnica. Pregevole il lavoro ritmico (menzione particolare per il basso di Maso Perasso) che ben si interseca alla ruvida chitarra di Francesco Raimondi, vero elemento portante del sound del gruppo. Al resto pensa la voce potente e bluesy di Giacomo 'Hobo' Boeddu mai così calibrata ed efficace. Otto sono i pezzi di cui si avvale questo nuovo disco dal titolo inequivocabile "The Longer The Beard The Harder The Sound" che si abbeverano alla fonte della prima ondata stoner, quella per intenderci di Corrosion of Conformity, Fu Manchu, Clutch, senza dimenticarsi del metal trasversale dei Soundgarden. Da questi solchi escono colate laviche di rock'n'roll estremo (l'accoppiata iniziale "Haywire" e "Under Siege"), ballad blues con insospettati momenti di tensione che fanno pensare alla migliore stagione del grunge ("Flood"), brani più classicheggianti ("Red" e "Rest of the Sun"), attacchi psycho hard ("Adrift") e perfino un episodio (semi) strumentale che dopo un breve inizio sciamanico dimostra come la band sia definitivamente maturata proponendo una varietà di influenze tali da far invidia a molti (la conclusiva "Hypothesis"). Un grande disco per una band in continua evoluzione. Non perdeteli per nessun motivo al mondo in sede live. Il consiglio è d'obbligo. Cristiano Roversi
GANDHI’S GUNN – Thirtyeahs
Heavy rock for heavy people è il motto dei Gandhi's Gunn, giunti finalmente al disco d'esordio dopo un paio di demo che lasciavano ben sperare per il loro futuro. Ed in effetti proprio di musica pesante si tratta: lo stile del gruppo genovese è un heavy rock robusto e a tratti ossessivo, influenzato da grossi calibri dello stoner quali Orange Goblin, Corrosion of Conformity e Clutch. Dalla loro i Gandhies hanno una sezione ritmica coriacea (Maso al basso, Enri alla batteria), l'aggressivo lavoro di riff svolto da Scazzi e soprattutto la voce di Hobo, tra le migliori ascoltate in questo genere in Italia negli ultimi anni. Stentorea, avvolgente, capace di cambiare registro con scioltezza.Pezzi come "Overhanging Rock", "23 Bodies" e "Club Silencio" sono bordate dirette e massicce: il rock come viene suonato da chi ha passione e grinta. E soprattutto ci mette il cuore. Episodi più melodici ("Going Slow", "Lee Van Cleef") si alternano in modo sapiente, allo stesso modo delle incursioni lunari, notturne e psichedeliche di "Man of Wisdom" e "A Night So Long". C'è ancora qualcosa da migliorare per poter esplodere definitivamente (qualche ulteriore variazione e il totale distaccamento dal modello americano?), perché lo stoner spesso è associato ad una idea di musica stantia e ripetitiva. Proprio a band come i Gandhi's Gunn è affidato il compito di confutare questo assioma. Come si suol dire: gente con la barba il ciel l'aiuta. Alessandro Zoppo
GAS GIANT – Mana
La Danimarca si conferma paese di grandi ispirazioni psichedeliche e dopo l'exploit degli On Trial (il loro "Blinded by the sun" è già giudicato da molti come miglior lavoro dell'anno in ambito psychorock) ecco tornare in pista i Gas Giant, gruppo di stanza a København e attivo dal 1997, con alle spalle diversi demo, vari split (tra cui uno con i grandiosi We) e un disco d'esordio tra le migliori cose fatte sentire nel 2000 ("Pleasant journey in heavy tunes"). Il nuovo "Mana" esce in due versioni (la prima su cd ad opera della tedesca Elektrohasch, la seconda, edita su vinile dalla Nosoni Records, contenente una diversa tracklist e quattro brani in meno) e conferma quanto di buono fatto ascoltare nel lavoro di debutto: undici tracce di ribollente stoner rock condito di trame spaziali, intelligenti inserti acustici, fughe da capogiro e soprattutto una costruzione melodica tra le migliori nel genere. Merito in particolar modo della voce di Jesper, capace di donare preziose inflessioni armoniche al groove sprigionato dalle chitarre di Stefan e dalla sezione ritmica, composta da Thomas al basso e Tommy alla batteria. Stoner rock dicevamo, ma di quello tirato e mai banale, accostabile alle radici del sound targato Hawkwind, MC5 e Pink Floyd e molto vicino a fenomeni odierni come Monster Magnet, We e 500 Ft. Of Pipe. Dunque aspettatevi pezzi caldi come lava bollente, liquidi come acqua che sgorga incessante e tanto lisergici da aprirvi la mente per un trip intorno al cosmo… Nonostante sia un ascolto da vivere in toto, come un lungo, interminabile flusso, è senza dubbio la parte centrale del disco a sorprendere e convincere di più in quanto ad originalità ed efficacia: a partire dalla travolgente "Orange fender" fino alla psicotropa "Green Valley", passando per l'acustica title track e la magnifica "Dragons cave", melodica e possente al punto giusto, è un susseguirsi di emozioni unico e difficile da descrivere, l'unico modo per provare tali brividi è viverli e basta, senza compromessi…ovvio che anche il resto dell'album si mantiene su questi livelli: l'iniziale "There's one" apre con carica mesmerica al viaggio astrale di "Moonshake", "Not aman" sprigiona furore psichedelico da tutti i suoi pori, mentre "Back on the headless track" è un momento di alta scuola, dove rock e riflessione meditativa di fondono alla perfezione. Anche la parte finale non è da meno e così si susseguono il fuzz rock assassino di "Phantom tanker", la costruzione catchy di "New day rising" e il mantra conclusivo di "Safe heaven", oltre tredici minuti divisi tra ambient, space rock e psichedelia d'annata. Se siete in cerca di un sound fresco, possente, personale, retrò ma non troppo, i Gas Giant sono il gruppo che fa per voi. Ma fate presto, dischi come "Mana" non escono tutti i giorni… Alessandro Zoppo
GAS GIANT vs. WE – Riding the red horse to the last stronghold of the freaks
Dopo le loro galattiche (in tutti i sensi) prove, decidono di unire le loro forze nel 2001 due dei gruppi culto che tengono decisamente alta la bandiera dello space-rock mondiale, portandolo a livelli di assoluta eccellenza. Parliamo ovviamente dei danesi Gas Giant, che stanno ottenendo lo spazio che meritano solo negli ultimi anni, ma che sono stati tra i maggiori promotori del rinascimento psichedelico, con album del calibro di “Portals Of Nothingness” e “Mana”, e dei divini norvegesi We, adulati anche da gente del calibro di Chris Goss. Gli oltre tre quarti d’ora di questo fantastico dischetto sono democraticamente equipartiti tra le due formazioni, ed è un trip siderale di quelli che lasciano il segno, stante l’altissimo livello delle composizioni. I Gas Giant partono con il duro, fascinoso space rock di “Fire Tripper” e si confermano grandissimi nell’assemblare un’impenetrabile forma lisergica con una sensibilità rock di classe, che propone indifferentemente sia root-sound (Hendrix, Pink Fairies) che modernista robot rock, in una dimensione epica e stellare. Nei dieci minuti della seconda “Never Leave This Way” si mescolano i Kyuss più introspettivi e le fasi lunari dei Celestial Season, con lontane ascendenze floydiane, ma il tasso di personalità è veramente indiscutibile, ed il brano è da incorniciare. “Ride The Red Horse” parte felpata per concentrarsi in una serie di gorgheggi hard-garage, ritorna introspettiva e pacata per progredire poi in un crescendo lisergico, una costruzione che può ricordare in qualche maniera gli articolati On Trial di “S.K.U.N.K.”. L’incipit dei We è affidato a “Last Stronghold Of The Freaks”, e bastano poche note ad incoronarli: la chitarra space-progressive di Dons dipinge scenari introspettivi e sconfinati come nessun altra, su cui come al solito la voce di Felberg ci fa viaggiare oltre la materia condensata abbattendo ogni ostacolo dimensionale. Un brano di rara bellezza. Le fasi soliste sfumano sulla seguente “Raven”, un altro brano magico, a livello dei migliori Masters Of Reality, visto che Dons si supera assumendo le sembianze di un Robert Fripp colpito da raptus spaziale. “The Trip” (undici minuti) è magistrale: un andamento soft-rock è la base di lancio per l’arte psichedelica dei quattro musicisti, che aggrovigliano i loro strumenti di un’elettricità neurolettica, fino allo schizoide intermezzo centrale di sitar, per poi ridistendersi in una traiettoria planare in cui incorporiamo con estrema naturalezza le forze della gravitazione, variabili a seconda dell’altitudine, in uno stravolgimento delle leggi fisiche, fino a tornare esattamente al punto di partenza in posizione eretta. Roberto Mattei
GEA – Bailamme generale
Il terzo album è sempre quello della svolta nella carriera di un artista. Assunto base che pare non scalfire le convinzioni dei Gea, giunti al traguardo di “Bailamme generare” dopo gli ottimi “Ruggine” e “Ssssh…blam!”. Un album il nuovo che presenta qualche sostanziale novità rispetto al passato: cambio di bassista (la new entry è Roberto Pietrobon), cambio di etichetta (da Santeria a Il Re Non Si Diverte), la presenza di Giulio Favero che ha registrato il disco al Blocco A di Villa Del Conte e l’ha mixato al Red House di Senigallia. Una garanzia per chi suona rock in Italia. E i Gea non fanno affatto eccezione, confermandosi con un disco intenso, tosto al punto giusto, intricato come al solito, fresco e salutare.Roberto e Benny picchiano forte, ritmiche sghembe messe al servizio di Steo, che è sempre il solito istrione: voce dolce, a tratti acida, spesso frenetica come i riff della sua chitarra e le parole che compongono i suoi (sempre intelligenti) testi. Un rock spigoloso (“Via, andare”, “Style”), venato di blues notturno (“Indaco”), a volte pop e rarefatto (chi ha detto Motorpsycho??). La bellezza folgorante di “Aquarello” procede di pari passo con le languide atmosfere di “Agro o dolce?”, il sax che ci pugnala al cuore in “Svizzera rossa” tiene testa alla forza trainante di “Mr. Fantastico”, un pugno in faccia a quella che è l’Italia di oggi. Are you climbing up? I’m just going on… e così come iniziata la scalata finisce. Con l’esaltazione al femminile di “Fomne”, prima che un nuovo viaggio ricominci. Sempre che non ci perda nel bailamme genere. Alessandro Zoppo
GENEROUS MARIA – Command of the new rock
Mai prendere troppo sul serio le rockstar soprattutto se sono in rapida ascesa come i Generous Maria, svedesi di nascita ma con il rock a stelle e strisce nel sangue, autori di questo folgorante debutto sull’altrettanto sorprendente Lunasound. I ragazzi di Goteborg sanno decisamente come manipolare la corrente adrenalinica che scaturisce da un riff hard ed incanalarla dove è più opportuno. Di pezzi di bravura rock questo album è pieno, basta allungare le orecchie e lasciarsi catturare dalle sfuriate elettriche ad alta velocità di Big Shiny Limo e dalle tentazioni stoner’n’roll di All Units are Out, brano tra i più completi e sorprendenti del lotto grazie ad un intermezzo elettro-acustico in crescendo che spezza un incedere schiacciasassi. L’aurea dei Kyuss aleggia in più punti ma i Generous Maria sono bravissimi a togliersi le castagne dal fuoco virando verso un approccio stradaiolo (Anchorage & Quito) o boogie-blues (Firebug), comunque sempre intelligente e musicalmente gagliardo, come la lunga conclusione strumentale di Bridge Out of Time compresa di reprise. E a dimostrazione che il ventaglio di soluzioni è infinito quando c’è creatività, la doorsiana Soulflight si svolge pigra, ideale colonna sonora di un infuocato tramonto californiano, appena lambito dall’immancabile fender rhodes di sottofondo. Un plauso speciale va alla camaleontica voce di Goran Florstrom che si adatta a qualsiasi registro, si distende elastica, allarga le sillabe finali (All Good Things), come insegna il maestro Iggy Pop ed aveva imparato molto bene Layne Stailey. Dopo aver ascoltato ‘Command of the New Rock’ possiamo davvero rendere grazie alla generosità della Maria. Francesco Imperato
GENEROUS MARIA – Command of the new rock (Reissue)
Avevamo già avuto modo di parlare dei Generous Maria qualche anno fa, in occasione dell’uscita di “Command of the new rock”, debutto ufficiale della band svedese. L’allora label del gruppo era la Lunasound Recordings, mentre oggi questa nuova edizione del disco esce per la belga Buzzville Records, etichetta sempre più agguerrita e specializzata in sonorità heavy psych. Questo dischetto offre infatti l’esordio dei Generous arricchito di quattro bonus tracks che rendono il piatto veramente ghiotto.Quanto alla band e al disco in sé, non c’è in realtà molto da aggiungere. Basta leggere la recensione presente nel nostro database e lasciarsi trasportare dalle onde sonore create dal quintetto di Goteborg, capace di giostrare la propria proposta sui registri più disparati. Dallo stoner focoso di “Big shiny limo” e “All goods things (must come to an end)” al torbido rock’n’roll di “All units are out” e “Dumdum bullet”, passando per i sobbalzi street rock di “Anchorage & quito”, il boogie intriso di blues di “Firebug” e la psichedelia suadente di “Soulflight” e “Ashram of the universe”. Tutti episodi degni di nota che hanno fatto di “Command of the new rock” uno dei dischi stoner più sfaccettati degli ultimi anni. Dunque meritano ulteriore interesse i quattro pezzi aggiuntivi presenti su questa nuova versione del cd. “Crawl back in” e “Daddy rattlesnake” fanno parte del 7” autoprodotto “Crawl back in” ed evidenziano uno stile robusto, muscolare, teso ma sempre con gusto. Hard rock tendente allo stoner con un gran lavoro ritmico e la solita, istrionica voce di Goran Florstrom ad accompagnare il tumulto eccitante dei riff. “Devil’s blood” è invece un gran episodio groovy rock, tratto dal doppio 7” “Tungt Svenskt” edito dalla Game Two Records. A chiudere il lavoro (di cui sottolineiamo anche il bellissimo artwork targato Malleus) ci pensa “Wild child”, altra mazzata presente originariamente sulla compilation “Snake Oil Supercharm”, uscita su Sleazegrinder Records. Un antipasto molto succulento in attesa del nuovo lavoro targato Generous Maria, previsto per la fine dell’anno. O anche una buona occasione per chi si era fatto sfuggire “Command of the new rock” e potrà così scoprire questa ottima band. Alessandro Zoppo
GENGHIS TRON – Clock of Love
Progetto alquanto estremo e pazzoide questi Genghis Tron, nuovo prodotto del catalogo Crucial Blast. Nei cinque pezzi che compongono il loro Ep d'esordio troverete quanto di più bizzarro vi sia capitato di sentire: le note promozionali parlano di strani incroci tra il metal estremo dei Painkiller e il synth-pop degli Erasure, o dei Brutal Truth in compagnia di Africa Bambaata o Depeche Mode… Effettivamente è proprio questo il contenuto del CD: metal estremo con voce urlata/straziata, chitarre ultra-metallose e basi di drum-machine impazzita che sfociano all'improvviso in rilassate atmosfere synth-pop come nei primi tre pezzi; ascoltando il primo minuto di Laser Bitch sembra proprio che il pezzo sia uscito da qualche band eighties e se nessuno ve lo facesse notare pensereste davvero di essre al cospetto di un vecchio brano dei Depeche Mode, con l'unica particolarità che poi esplode tutta la rabbia dei Nostri. Rabbia che si impossessa pure del ultimo capitolo del loro breve lavoro, dove drum-machine e synth sembrano veramente in preda all'anarchia più assoluta.Un altro capitolo alquanto "disturbato" da parte della sempre più estrema Crucial Blast, forse difficile da affrontare ma sicuramente curioso, sicuramente in giudicabile! Bokal
GEORGIAN SKULL, THE – Mother Armageddon, Healing Apocalypse
Lo sludge torna a ruggire tramite i Georgian Skull, quartetto poco raccomandabile proveniente da Toronto – Canada. Il loro esordio “Mother Armageddon, Healing Apocalypse”, uscito su Scarlet, sembra una versione più cattiva delle band della Lousiana, Down in primis. Sarebbe però riduttivo nei confronti del gruppo semplificare il contenuto di quest’album con tale affermazione. Perché se è vero quanto abbiamo appena detto, occorre comunque riconoscere al combo la capacità di scrivere canzoni. E di questi tempi non è poca cosa. Ad esempio l’iniziale “Final Days Of Doom” è un brano (quasi) strumentale piuttosto angosciante ben costruito su un’intelaiatura tipicamente doom (ovviamente) . “Demon Cripper” e “Hearts Burning”, hanno tematiche dai risvolti terrificanti ed un cantato selvaggio (quello di Al Bones chiamato “The Yeti”, di nome e di fatto..) che rasenta il death, così come la blueseggiante “Possessed Obsessed”, forse il brano che si avvicina maggiormente ai Black Sabbath più ossianici.Oltre alle citate influenze vengono altresì in mente anche gli Entombed, in particolar modo quelli di “Wolverine Blues”, non solo per la musica ma anche (e soprattutto) per i temi trattati. Il pezzo migliore risulta essere probabilmente “Smoking Your Exorcism” che si avvale anch’esso di temi orrorifici e dove i “consueti” Down (come già accennato, presenti un po’ ovunque) danno a braccetto a sonorità più classic metal stile anni ottanta. Due parole per il bellissimo art work realizzato da Vince Locke, già all’opera con i Cannibal Corpse. In definitiva un gruppo che, pur non inventando nulla, fa comunque la sua parte ed i brani nel complesso si lasciano ascoltare bene. Lo scopo è stato raggiunto. Cristiano "Stonerman 67"
GHOST – Infestissumam
"Infestissumam" è il secondo album degli svedesi Ghost, attesi al varco dopo la qualità e il successo del debutto "Opus Eponymous". Apriamo subito una piccola parentesi: da subito l'anonimo quintetto è stato inserito in quel calderone che per comodità tutti chiamano "70's doom". Del resto i nostalgici di quegli anni (che si ergono sempre a saputelli della materia) appena sentono un organo e delle tastiere, non attendono un attimo a sentenziare che un gruppo dei giorni nostri guarda esclusivamente ai Sixties/Seventies. In realtà i Ghost appaiono piuttosto come una versione riveduta e corretta dei Mercyful Fate, e se date un ascolto attento alle loro composizioni e non vi fermate all'etichetta appiccicata addosso ai nostri di "followers" degli anni 70, vedrete che vi sarà possibile avvertire questa stessa sensazione. Detto questo, "Infestissumam" non sbaglia un colpo, e rispetto a tutto il resto della "ciurma" ad essi avvicinata, i Ghost non hanno una, ma due marce in più. Un disco che riesce ad essere "melodico" e di facile presa nonostante l'aura gotica e orrorofica che aleggia onnipresente in ogni suo brano; cori gregoriani, organi sconsacrati, hammond antichi e synth catacombali sono un continuo amalgama con chitarre heavy che elaborano riff ed atmosfere che riecheggiano sovente il mito danese citato prima, e la voce suona tanto mefistofelica quanto melodica. L'esempio perfetto di quanto detto è la quinta traccia, "Ghuleh / Zombie Queen", un'unica canzone divisa in due parti dove la prima è una macabra ballata nera seguita dalla seconda poggiante su un catacombale horror metal. Le altre chicche sono poste in conclusione dell'album, con la doppietta "Depths of Satan's Eye" (Mercyful Fate al 100%) e la gotica "Monstrance clock", che chiudono in un cerchio sabbatico un album candidato alla top ten annuale. Marco Cavallini
GHOST N’ GOBLINS – Gn’G EP
Ciò che colpisce tanto del primo brano nel player è il gran riff, seppure derivativo, retto da un basso alla Lemmy nel periodo Motorhead più cazzuto (diciamo alla ‘Ace of Spades’) ed una bella voce raschiata e urlata, ma nello stile di Fu Manchu o Kyuss. I Ghost N' Goblins non sono una band stoner nella sua accezione purista, perché mischiano anche elementi heavy metal, rock'n'roll, musica veloce, ruspante e divertente. Un bel trio di origine sarda, composto da Tony Garcia (voce e chitarra), Fabio Garau (basso) e Stefano Lorico (batteria), provenienti dall’isola di Sant’Antioco, in provincia di Cagliari. Tra l’altro, il cui pseudonimo è un omaggio alla voce del deserto per antonomasia, suona anche con i Steeljaw (band inglese, tra il grunge, l’hard rock e roba alla Corrosion of Conformity e Down), e con i Dusteroid, con cui ha avuto la possibilità di aprire il concerto inglese dei Colour Haze.Ciò che più di tutto stupisce è che i G N'G siano nati nel settembre 2007 e nell’ottobre 2007 avessero già pronto un promo con cinque brani, per un totale di 16 minuti e 15 secondi. Certo, i palati più esigenti diranno: ma questa roba è vecchia, sa di già sentito!. E grazie, però è stoner, rock'n'roll in pienissimo stile Seventies tirato e selvaggio, fresco e al tempo stesso rovente come il deserto. Chi ha detto che è necessario avere un messaggio o una missione? Non è sufficiente fare rock? Lo scopo della band, il cui nome è un omaggio al titolo del vecchissimo platform arcade, è appunto quello di divertite, magari facendo scapocciare l’ascoltatore, offrendogli un cocktail saporito e dissetante, a base di Queens of the Stone Age, Fu Manchu, Kyuss, Motorhead e Orange Goblin. Non vogliono svelarvi nessun mistero, perché si tratta di musica già scritta, ma suonata col cuore e con la passione: ingredienti fondamentali, che spesso non si trovano in alcuni generi che stanno prendendo il sopravvento attualmente, per chi ama il rock. Non c’è trucco e non c’è inganno, nessuno di loro tre si spara pose o interpreta un personaggio, ma sono semplicemente tre ragazzi che suonano quello che piace a noi e a voi, cari lettori e "seguaci" di questo spazio sulla rete… Yeah, we can fly. Yeah, one more time. Gabriele "Sgabrioz" Mureddu
GIANNI URBANI – #Musicastocastica
Gianni Urbani è una pepita d'oro nel panorama underground della musica psichedelica italiana. Dismessi (fino a quando? O, meglio, per sempre?) i panni di chitarrista nei Joe Maple, licenzia un'autoproduzione di rilevante bellezza a nome "#Musicastocastica", venti minuti scarsi per sette tracce, quasi che la necessità di esprimersi risenta del concetto fondamentale di sintesi. Il quadro che si nasconde dietro ad un nome così originale è quello della resistenza, delle barricate, della guerriglia ruspante. Ovviamente è un transfert per individuare le proprie mappe emotive/emozionali più che incitamenti alla rivolta vera e propria: se c'è una rivoluzione in atto, un segno di disobbedienza, una scoperta di libertà, questa è tutta interiore, come percorso unico e perciò individuale.
Più di un accenno alla melodia, coprendo lo stile dei Motorpsycho che va da "Demon Box" ("#Flop Art") a "It's a Love Cult" ("#Souvenir"), emerge dallo stile compositivo di Mr. Urbani. A questo si affianca uno stile chitarristico originale che marca il suono delle sei corde nella ricerca dell'effettistica giusta per ogni circostanza (divertente e straniante al tempo stesso la giostra prodotta nell'ultimo pezzo, "#Cosa"). Nel mezzo tutte le influenze del nostro (Mammoth Volume, QOTSA, Anekdoten, e perché no, Joe Maple) vengono riscritte e risputate in maniera sapiente: a volte geniale ("#La violenza"), a volte speciale come nel caso di "#Lupi a valle", che tenta e riesce a fare il crossover del crossover, mescolando in un'unica pozione l'alternative dei Novanta, il grunge e la chitarra di un certo Johs Homme. Chapeau. L'unico neo risulta l'abuso di stop and go, che vanno a trovare tutti i pezzi, in alcuni casi anche più di una volta. Ma è irrilevante. Quello che emerge è il talento di Gianni che riesce a crescere nella solitudine dei suoi spazi. Voluti, cercati e trovati, dunque preziosissimi. Eugenio Di Giacomantonio
GIANT BRAIN – Plume
I Giant Brain sono un gruppo di Detroit, formato da Andy Sutton, bassista (nonchè ideatore di questo progetto con il fratello Al) e dal chitarrista Phil Dürr (Big Chief). Questo “Plume” è il loro esordio, targato proprio 2007, nel quale ai due musicisti si aggiunge una serie di turnisti e aiuti vari.L’idea di base è spiegata molto chiaramente dagli stessi musicisti: The Giant Brain sound like Krautrock as played by Detroiters. What if the Stooges played Guru Guru covers? Or if BMWs were built by the UAW?. Quindi ecco musica kraut suonata in maniera più grezza e potente... Anche desertica aggiungiamo. Un disco strumentale di 5 tracce per quasi 50 minuti. La base di tutto sono sicuramente i Neu!, ma anche gli Amon Duul, e questa base viene impolverata dalla sabbia del deserto, levigata dal vento che scorre fra le dune. Si respira la stessa atmosfera delle prime Desert Sessions, dei dischi degli Orquiesta del Desierto e più in generale di tutti quei progetti che hanno come obiettivo quello di trasmettere con la musica le immagini del paesaggio desertico. Basta prendere il primo pezzo, “Ausgesetzt”, musica ripetitiva in pieno stile Neu!, basso palpitante sopra una veloce batteria a cui si aggiunge una chitarra acida che disegna melodie in piena libertà, a tratti morbide e fugaci, a tratti molto più irruente. “Die Festzeit” sembra un pezzo degli Earthlings?, un gruppo che qualche hanno fa aveva già provato ad unire kraut ed elettronica con il desert rock. Ad ascoltarlo vi ritroverete cullati fra suoni sereni e allegri che provengono da un po’ tutte le parti, mai intenti a spaventarvi e cogliervi alla sprovvista, in mezzo ad una divertente ma rilassata jam strumentale in acido. “Looper”, nonostante i suoi 12 minuti di lunghezza, è un’altra cavalcata desertica veloce e allegra, fortemente ritmata, sulla quale gli strumenti aumentano, si accumulano, fino a raggiungere un’orchestra di suoni guidata da un lunghissimo assolo di chitarra. Di parole se ne conteranno 10 in tutto il disco, sono gli strumenti a comandare, specialmente la chitarra acida e psichedelica di Dürr. La monumentale “Krauter” vede una ossessiva linea di basso attorno alla quale si odono improvvisazioni di vari strumenti, dall’onnipresente chitarra solista a percussioni impazzite, fino al formarsi di un muro sonoro che si abbatte con violenza sull’ascoltatore. È questo l’unico pezzo in cui si respira un atmosfera più oscura e cattiva. Molto più leggera e psichedelica è invece l’ultima traccia, “Der Amerikanische Albtraum”, la più semplice del disco ma forse la più bella, con una melodia suggestiva e affascinante e una struttura molto più simile a quella di una normale canzone (anche nella durata). “Plume” è disco che di innovativo ha poco o nulla, tenendo conto che i nomi a cui si appoggia il sound dei Giant Brain sono delle leggende e che l’esperimento kraut + desert rock è già stato portato a buon successo da altri. Ciò che lo rende un disco da ascoltare sono le immagini mozzafiato che riesce ad evocare, la sua bellezza ed armonia nell’insieme che lo rende un disco di facile ascolto e scorrevole anche per i meno avvezzi a queste sonorità, senza mai dover scendere in musiche scontate e prevedibili. Insomma un disco da ascoltare senza analizzare, pensando soltanto a sognare e viaggiare. Petauro
GILVIAN – Gilvian
Gilvian è l'acronimo dietro al quale si cela Roberto Ferrario, musicista pugliese e mastermind dietro il progetto. One man band che debutta con questo album omonimo autoprodotto, che si avvale della produzione di Enrico Zavalloni. Lo stesso Ferrario definisce Gilvian un improbabile incrocio tra Kyuss, Depeche Mode e Puscifer. Al di là di paragoni con nomi noti, e probabili o meno miscelanze di generi, quello cui ci si trova di fronte a conti fatti è un album di indie rock con connotazione elettronica. Tutto verte principalmente sulla chitarra e le linee vocali, a volte riuscite a volte meno, accompagnate da un'algida drum machine e da uno scarno synth. Gli episodi validi non mancano (soprattutto "Gulty Room", "Cold Mantra" o "Swing", ottima cover dei Japan) e la produzione risulta impeccabile, ma quello che traspare lungo i 55 minuti scarsi di durata è la mancanza di una linea guida, di un'idea da portare avanti. Troppo spesso ci si perde in parti che fungono da mero riempitivo o si paga dazio ai numi tutelari, con il risultato di una mancata originalità e incisività. Sono molti, forse troppi i rimandi ai Puscifer e A Perfect Circle e non è pervenuta l'intenzione stoner. Dal marasma insomma esce fuori ben poco, nonostante le collaborazioni con Per Øyvind Stene ed Elisabeth Endresen degli Zoo Lounge e lo stesso Zavalloni di Mondo Cane. Un disco prolisso e confuso, dove a farla da padrone è la quasi totale mancanza di inventiva. Giuseppe Aversano
GIÖBIA – Introducing Night Sound
Le lunghe spire della psichedelia non risparmiano di certo neanche lo stivale, e se a nord delle Alpi è tutto un fiorire di esperienze space-psych-fuzz, valide formazioni trovano ragione di esistere anche alle nostre latitudini. Preambolo necessario perché sarebbe davvero un delitto a sangue freddo non supportare i Giöbia, splendido combo milanese (attivo dal 1994, dopo lunghi anni indipendenti fatti di happening psych, folk e musica elettronica) che incide su Sulatron. La proposta dei nostri è perfettamente in linea coi principali gruppi dell'heavy psych continentale, ma con delle caratteristiche personali che li rendono assai appetibili e difficilmente omologabili in un qualsivoglia calderone. L'avvio di "Introducing Night Sound" è affidato alla title track, un richiamo dallo spazio profondo incastonato tra shoegaze, space rock e neo-psych anni '90, tema che sarà uno dei maggiori fili conduttori per tutto l'album. L'ipnosi oscillante di "Can't Kill" sembra trovare il suo fulcro tra sonorità inglesi e kraut rock, mentre "Karmabomb" è un evocativo e pacifico mantra perso nel cosmo. Altri brani mirabili sono "A Hundred Comets", che richiama Bevis Frond, Spaceman 3 e Dead Meadow, e "Orange Camel", sospinta da un irrefrenabile magnetismo notturno. "Are You Loving More" mostra il lato psyche pop della strega del giovedì (questo grosso modo il significato del criptico moniker), che lascia spazio ai violetti riverberi spiritati di "Electric Light" e di "No One to Depend On". Per concludere, nell'ultima "Silently Shadows" rispuntano anche le vecchie radici folk sopra citate, impantanate però in una scura melodia lisergica ai confini quasi della new wave. Roberto Mattei
GLASSPACK, THE – Bridgeburner
Una vita ai limiti, dominata dalla nevrosi e dalle abitudini dislettiche, che sbeffeggia l'ipocrita linearità del quotidiano, permettendoci di osservare azioni in accelerato stop-motion, in un ribaltamento sfocato dei principali sistemi di riferimento: questo è in sintesi il nuovo album dei Glasspack, tra i migliori rockers radicali attualmente in circolazione. Detta così si potrebbe pensare alla solita orgia di feedback, riff minimali e cavernosi, alternanza di tempi pachidermici ad altri esasperati, il tutto appositamente concepito per vomitare alienata frustrazione; piuttosto, questi elementi sono sicuramente contenuti nei brani degli invasati americani, ma il tasso creativo è molto alto, a tratti stupefacente, e unito alla loro drogata foga rende questo disco imperdibile. Le chitarre sono sanguinosamente metropolitane, fissate da una ritmica dalla notevole potenza, fantasia e precisione, su cui si agita una parte vocale che riecheggia sia il primissimo Wyndorf di "Snake Dance" che i Ministry di "Psalm 69", e l'album si sviluppa tra sonorità fangose e ultra-psichedeliche, una specie di bel ceffone da accusare inebriati. "Twenty Five Cents" è un regolamento di conti, il dazio da pagare per uscire vittoriosamente martoriati dopo aver devastato mezzo quartiere, così come "Barn Party" sfiora il parossismo con quella tachicardica chitarra noise. " Oil Pan" sembra nata dalla fusione degli hard-rockers di trenta anni fa con gli Oneida, e irresistibile è la dissacrata formula rock di "Gimme Shelter", che dimostra di come i Glasspack ci sappiano fare anche lo stoner urbano. Dopo " Hydroplane", uno strumentale di due minuti in bilico tra hardcore e metal, viene "Hairsoup", che partendo da un incedere iniziale Sleep/Church Of Misery lascia spazio a spettacolari progressioni space-noise acidissime, con l'iterazione mega-ipnotica della voce effettata, per poi tornare al circolare giro di basso su cui continua il loop delle chitarre: fottutamente grande. Da far invidia agli Shellac più sperimentali, ma sempre radicalmente stoner, è invece "Lil’ Birdie", e dobbiamo piegarci alla vorticosa "Bridgeburner", una specie di boogie-rock futuristico in cui, più che la destrutturazione tanto cara al post-rock, sembra trionfare una forma psycho-rumorista straripante. La conclusione viene con un altro strumentale, "Peepshow", ed è un arco trionfale heavy-psych, di quelli che erigevano gruppi fantastici e ignobilmente sottovalutati come Core e Red Giant. Roberto Mattei
GLEEMEN – Oltre… lontano, lontano
Fa un certo effetto sfogliare le fotografie interne del booklet di questo "Oltre… lontano, lontano" dei Gleemen, dove ammiriamo quattro giovani freak lungocriniti con lo sguardo dolce e tante aspettative nel cuore. È il 1970, anno d'oro per la musica hard & heavy, e i nostri, dopo il singolo "Lady Madonna", escono con il primo LP omonimo di lunga durata e di lì a poco cambiano denominazione diventando Garybaldi e focalizzando il loro suono verso un prog tout court. Riprendendo i fili recisi dalla storia i fondatori dei Gleemen recuperano, con l'aiuto di giovani musicisti (formando un ensamble di ben 14 elementi!) le trame abbandonate in quegli anni mettendo insieme 10 pezzi pensati a lungo e realizzati oggi. Tutto è un continuum, una voglia di non dimenticare chi siamo e cosa abbiamo fatto: persino la copertina ricalca il mostro fantastico divoratore di belle arti, contro cui si battono i nostri. Il sapore espressivo che ne esce fuori è puro flower power ("Canzone dei cuori semplici") mescolato a un suon hard/blues di matrice Santana/Hendrix con una spensieratezza nei testi (…e un orologiaio è di buon umore / e regala a tutti il tempo per fare all'amore da "Il venditore di palloni") simile all'allegro squadrone beat che percorreva l'Italia nei mid Sixties con la voglia di cambiare le regole del gioco. Certo il suono si è fatto più ciccione e la produzione gode (?) dei progressi del tempo, ma la sensazione che trasuda ogni nota delle composizioni è pura genuinità. È vero che quando Bambi Fossati imbraccia la sei corde si ha un'ispessimento ulteriore ("Skizoid Blues" e "In una stanza"), ma il mood generale del disco è compatto anche quando gli episodi virano verso l'acustico ("Il venditore di palloni") e si arricchiscono di archi e violini caldi come miele colato. Alla fine dell'ascolto si percepisce esattamente che lavori come questi sono qualcosa in più di semplici incisioni su vinile: sono veri e propri atti d'amore, verso una comunità, un modo di sentire, un modo di esprimersi. Come recitano le parole poste a chiusura del booklet: "Tutti coloro che amano, sono geni" (Evgenij Evtusenko). Lunga vita ai Gleemen e a tutti gli eroi senza patria e senza bandiere. Eugenio Di Giacomantonio
GLINCOLTI – Glincolti
La Go Down Records non smette mai di stupire. Realtà indipendente che accoglie da buon padre di famiglia reietti stoner, garage, psichedelia, rock'n'roll e ritorni vintage ai 60 e 70, stavolta vira verso un progetto che sorprende per stile e attitudine. Parliamo di Glincolti, "indigeni locali veneti" che da un paio d'anni compiono scorribande musicali sul territorio nazionale. Nati nel 2007 per volontà di Alessandro Tedesco (chitarrista, ex OJM) e Roberts Colbertaldo (batteria), debuttano nel 2009 con l'autoproduzione "Visti & Imprevisti" e giungono nel 2011 alla formazione definitiva che include Alberto Piccolo (chitarra), Alessandro Brunetta (sax, organo, armonica) e Andrea Zardo (basso). "Glincolti" è il loro secondo album e vede la collaborazione prestigiosa di Enrico Gabrielli (Calibro 35, Afterhours, Mariposa) al flauto traverso, organo, clarinetto basso e percussioni. Il risultato è un calderone colorato, magmatico e libidinoso dove confluiscono funk acido, progressive, rock blues fumoso, fusion iper cool e country psichedelico. In brani superbi quali "Relitto fantasma", "Spettinati" (ospite alla chitarra Federico 'Jek' Iacono) e "Condotta zero" sembra di ascoltare un'insolita jam tra Weather Report, Perigeo, Rory Gallagher, Napoli Centrale, John Mayall e Area. Bizzarro, dal fascino a dir poco seducente. I modi psych e gentili di "Colpetti" si scontrano con quelli oscuri, quasi apocalittici di "Apatia metropolitana"; "Cavalli di razza" gioca tra slapstick e western, divertendo e rilassando come "Un pomeriggio da naturalista", passaggio clumsy e stiloso in cui Carlos Santana (già evocato nei tramonti sonori di "Sud America") si materializza chitarrista di Deodato. O special guest dei Goblin, fate un po' voi. Tredici brani che scorrono avvolgenti, melodici, sorprendenti, coraggiosi. Glincolti sono un'autentica rivelazione: musica ideale per alzare il didietro dal divano e iniziare a muovere il piedino. Alessandro Zoppo
GLITTER WIZARD – Hollow Earth Tour
A sentire "Mycelia" sembra un gruppo classico sparato nel nostro presente dal lontano 1971: una epic love pussy song alla maniera dei Deep Purple! I Glitter Wizard, in giro dal 2009 e visti nel 2014 al Tube Cult Fest di Pescara (dove hanno dimostrato di essere sempre pronti a festeggiare), sono una band speciale che ha centrifugato le proprie influenze in un cocktail irresistibile. Proto metal, vaghi accenni glam, schizopatie zappiane, cafoneria epic: tutto insieme appassionatamente. E poi c'è l'ospite d'onore che tenta di tenere le parti coese: l'hammond di Doug Graves che in "Scales", cortocircuito speed metal, cerca e riesce a dare prova della sua fantasia e della sua bravura.
Che i Glitter Wizard si divertano e facciano divertire con la loro musica si avverte da tutte le parti, come quando in "Fungal Vision", in pieno naufragio heavy, sparano un solo di sax che neanche il buon vecchio Fausto Papetti... O come in "Stoned Odissey", perla moroderiana che fantastica su horror spaziali, almeno a giudicare dal mood. Loro lo chiamano Pink Metal e a noi sta benissimo così, anche perché il termine calza a pennello. Le band di riferimento possono essere T-Rex e i recenti Danava e Valient Thorr, ma non sono fratelli gemelli; tutt'al più cugini di secondo grado che si rivedono solo alle feste. Quando si arriva a "Sightseeing with Admiral Byrd", chitarra acustica, synth e flautino in una bolla space Hawkwind, davvero si giunge a pensare che possono fare di tutto. Ed infatti lo fanno! In un album come "Hollow Earth Tour" c'è qualsiasi cosa e sopra tutto la fantasia al potere. Alla larga ortodossia musicale, benvenuta mente aperta; allucinata da funghi, spore o acido lisergico, non fa niente. Purché aperta. Eugenio Di Giacomantonio
GLOW – Gone, but never forgotten
La potremmo chiamare New Wave of European Doom. Una nuova scuola, oscura e possente, che parte dalla Svezia (leggi Witchcraft), passa per l'Olanda (Toner Low e Heavy Lord ne sono i portabandiera) e toccando l'Italia (attenzione ai Doomraiser) arriva in Spagna. Per la precisione a Madrid, capitale iberica dove i Glow muovono i primi passi dal 2001, sulle ceneri di una precedente esperienza a nome The Tempter (evidente tributo ai maestri Trouble). Il 2003 è l'anno del primo disco, "Living on borrowed time", il 2005 porta cambi di line up ed un nuovo, definitivo lavoro: "Gone, but never forgotten".Quando le note di "Stone circle" iniziano ad esplodere dalle casse dello stereo, un intero universo 'sabbathiano' apre le sue porte. È evidente quanto sia stata determinante l'influenza di tutto il cosmo doom per i Glow, a cominciare da Black Sabbath e Pentagram per giungere a The Obsessed, Trouble e Cathedral. E sono proprio questi ultimi i riferimenti più diretti di brani groovy e ossianici come "Frustrated song" e "Rush", nei quali le chitarre di Charly e Juan si scatenano in riff e soli dannatamente cinerei e coinvolgenti. Prezioso è il sostegno ritmico di Miguel (basso) e Ricky (batteria), così come le vocals di Ralph, evocative e sofferte come richiesto dal genere (l'interpretazione su "Bleeding hands" è da manuale). Insomma, il songwriting dei Glow scorre liscio e senza intoppi, si abbevera alla fonte sacra del doom ("Seasons" è un inno da idolatrare all'infinito, con quel suo tappeto d'organo da brividi) e non disdegna puntatine in territori più coloriti come quelli hard psych di "Oxigen". Mentre "Godfish" (di cui è presente anche il video) piazza la zampata catchy grazie ad un chorus che difficilmente uscirà dalla vostra mente. Infine, a ribadire passione e integrità, troviamo come degna conclusione l'ottima cover di "Living backwards", uno degli episodi più celebrati e riveriti del repertorio targato Saint Vitus. Dovuto tributo per chi non fa mistero della propria vocazione: DOOM ON! Alessandro Zoppo
GOATESS – Goatess
Il progetto Goatess nasce un po' per gioco nel 2009: Chritus e Niklas danno il via ad una formazione nella quale divertirsi nei ritagli di tempo, nei fine settimana per lo più. Col passare del tempo il gruppo assume sempre più forma sino a divenire band vera e propria; circa un anno fa viene assunto il nome Goatess, ispirato dalla musa Goatess Doomwych, artista col gusto occult e doom. Il combo nel frattempo si esibisce in alcune date live, specie nella natia Svezia, cui si aggiunge la partecipazione all'ultima edizione dello storico Doom Shall Rise. Registrano così la prima demo "Song King One", preparazione all'esordio omonimo sulla lunga distanza. Il quartetto è capitanato da Chritus Linderson – autentico guru del doom psych svedese, basti ricordare l'illustre curriculum: Count Raven, Saint Vitus, Terra Firma, Lord Vicar – cui si aggiungono alla chitarra il co-fondatore Niklas, Findus al basso e Kenta alla batteria. L'album si apre con "Know Your Animal" e subito veniamo avvolti da un alone di misticismo dal sapore antico: guidati da un riff ipnotico e delicato, la song fa assaporare varie sfumature e dimostra quanto i Goatess siano maestri nel nascondere e far ricomparire le proprie intenzioni. È subito grande musica con Chritus che con il suo cantato evoca a tratti un novello Chris Cornell sporcato dal nasale vocalizzo di Ozzyana memoria, rinverdendo anche certi momenti del Liebling piu istrionico. Ma è 100% Chritus: il nostro è davvero in gran forma e cavalca l'heavy fuzz di Niklas. Immaginate i primi Soundgarden in preda a visioni mystic doom derivate dal peyote. Con "Alpha Omega" la band si misura con sonorità meno dilatate e più heavy, Kim Thayil sembra comunque essere una delle maggiori ispirazioni per Nilkas. Il sound è ora sofferto, ora arioso e di nuovo dolente: ne scaturisce una song che in certi frangenti richiama gli Acrimony ma anche Naam e Las Cruces, fermo restando il marchio Goatess e di nuovo un immenso Chritus che non smette di sbalordire grazie all'efficace e straziante vocalizzo. "Ripe" è un momento tra i più heavy e doom dell'album; con "Full Moon at Noon" la band rende omaggio all'heavy acid rock dei 70's ed è un altro grande tassello, song intensa e dannatamente psichedelica. "Oracle" è una suite divisa in due parti: la prima è un'evocativa semi-ballad d'altri tempi, dal sapore space rock, dove mondi antichi e lontani dalla natura ignota si manifestano a noi; nella seconda, il pesantissimo riff ci trasporta in un futuro prossimo dove l'inquietudine regna sovrana. Questa traccia è un memorabile atto di heavy psichedelia e acid doom, forse la canzone più ispirata dell full lenght. La band che ha fatto proprio lo slogan "Evil should not sound that good" ce ne da ampia dimostrazione: heavy!!! Arriviamo alla già nota "King One", grande brano nella classica tradizione stoner doom con rimandi a Sleep e OM, che si avvale comunque della grande voglia di esplorare da parte dei quattro. Sono soprattutto i ricami psych di Niklas a rendere il tutto avvolgente, con menzione particolare per la sezione ritmica che nell'arco di tutto l'album svolge un gran lavoro ma è qui che trova l'apice dell'oscuro ma essenziale ruolo. Degna chiusura di questo straordinario esordio è "Tentacles of Zen", enfatica summa di un viaggio che si conclude come era iniziato tra mistero, misticismo e grande musica. I Goatess ci hanno donato un diamante dai molti colori, destinato a brillare con grande lucentezza. Il combo erroneamente presentato come doom act in realtà si muove nell variopinto mondo psichedelico tra heavy psych e stoner doom con rimandi all'acid rock e allo space. Insomma, il doom c'è ma è dilatato nell'acido. A Stoccolma è nata una nuova stella: welcome Goatess. Antonio Fazio
GOATESS – Purgatory Under New Management
Correva l'anno 2013 e salutammo con un certo entusiasmo l'esordio degli svedesi Goatess. Leggenda narra che il secondo album di una band sia la vera prova del fuoco, specie se il debutto è un disco riuscito. Recentemente passati dalle lande nostrane nel tour di supporto a questo "Purgatory Under New Management", il gruppo registra una defezione importante: il bassista Findus sostituito da Peter, avvezzo a sonorità doom grazie ad una delle sue formazioni di provenienza, i Void Moon. Allora, i Goatess si presentarono in quel di Lecco con la rinnovata line-up, che include oltre al citato Peter i soliti Chritus, Niklas e Kenta. Per la cronaca, fu una prova di grande impatto da parte dei quattro. Tornando all'album in questione, gli svedesi denotano una maturità compositiva notevole.
Il lavoro segna un'evoluzione decisa rispetto al pur lodevole esordio, a differenza del quale la band scandinava mostra una maggiore personalità e una forte consapevolezza. È evidente sin dalle prime note di "Moth to Flame", brano strutturalmente cadenzato ed ossessivo che apre le danze con uno stoner doom old school condito da vaghi richiami agli Sleep che furono. La title track è uno dei picchi dell'album, una canzone che avvolge e strazia, sembra dare respiro ma è mera illusione perché l'oscura psichedelia che la pervade colpisce nuovamente, senza alcuna via di fuga.
"Murphy Was an Optimist" è tra i momenti più heavy: in fondo lo stesso Murphy non può essere così ottimista colpito da simile lisergia… "Crocodilians and Other Creepy Crawling Sshh…" è un grande omaggio alla psichedelia pesante, brano notevole e variopinto, mentre con "Shadowland" i Goatess virano verso sonorità dal taglio metal, oltre ad essere l'unico episodio che schiera due voci con Niklas che duetta con Chritus. È il giusto preludio al riffone di "Silent War", stoner doom dal sapore antico e maestoso, e alla meravigliosa cavalcata epic heavy psycho doom "Wrath of God". La chiusura è affidata a "Good Moaning", degna conclusione (seppure il refrain non brilli come in altri episodi) di un grande ritorno: in questo secondo e positivo album, i Goatess rispondono egregiamente e senza paura ad ogni quesito, non ripetendo il già caldamente elogiato esordio ma facendo un gran passo in avanti. Antonio Fazio
GODMACHINE – Generator
Arriviamo con un certo ritardo su questo promo dei Godmachine (no, non gli autori dei capolavori "Scenes from the second storey" e "One last laugh in a place of dying"), ma mai come in questo caso l'errore si tramuta in pregio. La band di Bolzano non esiste più in quanto tale, ora ha nome Slowtorch e a breve avremo loro materiale nuovo di pacca da ascoltare. Nel frattempo inganniamo l'attesa con questo dischetto di quattro tracce più una succosa anticipazione di quello che sarà il nuovo sound del gruppo.I quattro brani del vecchio promo sono molto godibili, si accostano a certe sonorità metal crossover che ad altre heavy psych ma essendo ben scritti ed eseguiti scorrono via che è un piacere. Buona la voce di Sebastian (sia quando è aggressiva, sia quando è calda), compresse e trainanti le ritmiche (Themo - basso - e Felix - batteria -), bollenti e groovy le due chitarre (Bruno e Peter). L'originalità non è ai massimi livelli ma un pezzo roccioso come la title track potrà fare la felicità di molti. Come se Metallica, Disturbed, Black Label Society e Corrosion Of Conformity andassero a braccetto senza eccessive forzature. Lo conferma anche "Gun", con i suoi riff belli pieni e delle vocals ruvide che rimandano al reverendo Marilyn Manson. "Endorphine" ha un piglio dark molto romantico, inevitabile pensare ai Type 0 Negative, soprattutto per i toni usati da Sebastian. Mentre "Godmachine" vira verso trame industrial, pur perseverando (a ragione) sulla compattezza di ritmiche e chitarre. Ma ciò che ci fa ben sperare è "Go down in style", traccia conclusiva che ci presente la nuova incarnazione della band, gli Slowtorch. Peter è passato alla voce, Bruno è rimasto l'unica chitarra e sono entrati in line up Andrea (batteria) e Roberto (basso). Il suono si è fatto più spigoloso, decisamente robusto. Pensiamo all'eclettismo dei Clutch e alla potenza degli ultimi Orange Goblin. C'è puzza di zolfo, sudore e benzina insomma. Le premesse non possono che essere allettanti. Alessandro Zoppo
GODWATT – Senza redenzione
I Godwatt Redemption tornano sulle scene con due importanti novità: il cantato in italiano e l'abbreviazione del nome in Godwatt. Diciamolo subito, la scelta dell'italiano risulta essere non felicissima per vari motivi. Primo tra tutti, quel senso della melodia che la nostra lingua trasmette e che indebolisce l'idea musicale di base, l'heavy super rock che il trio ciociaro ha saputo sino ad ora proporre in maniera egregia. Stilisticamente il sound non ha subito grossi mutamenti: la proposta è ancora heavy guitar oriented e la band sotto il profilo tecnico mostra di aver fatto grossi passi in avanti. Resta tuttavia un senso di incompiutezza in fase di scrittura, poiché i tre non riescono a staccarsi da quella staticità che già in passato ne aveva frenato in parte l'ascesa. L'attesa svolta sembra non portare grossi benefici all'economia della formazione: se "Senza redenzione" fosse stato il loro album d'esordio ne avremmo sicuramente parlato in altri termini. Purtroppo questo nuovo lavoro non sembra reggere il confronto con i due precedenti, sebbene il gruppo ci metta senz'altro grande passione in ciò che fa.I Godwatt suonano piuttosto bene, ma a mancare in questo lavoro sono le idee. Manca quell'urgenza selvaggia che aveva contraddistinto l'esordio ed il loro stralunato psych doom'n'roll lascia spazio ad uno stoner desert doom di alta qualità tecnica ma di scarso spessore. Insomma, quel senso di già sentito con evidenti riferimenti a Kyuss, Dozer, Sleep, Acrimony. Ed è un peccato considerata la potenzialità della band, stranamente non espressa al meglio. Sul piano prettamente strumentale il trio ha decisamente fatto un gran balzo in avanti; la formula prevede il massiccio uso di fuzz overdrive, wah wah e heavy riff e la sezione ritmica è portentosa. Peccato per l'uso del cantato in italiano che indebolisce l'heavy psych del combo facendolo apparire alternative, perlomeno sul piano vocale. Dopo due esaltanti album, i nuovi Godwatt falliscono in parte la prova del tre: voto 6, di stima, per i ragazzi. Antonio Fazio
GODWATT REDEMPTION – The Hard Ride of Mr. Slumber
Heavy superrock, è questa la proposta dei GodWatt Redemption, giunti nel 2008 all’agognato disco di debutto dopo la buona e giusta gavetta fatta di demo e concerti. Il trio di Frosinone si fa apprezzare in questi nove brani per la carica dinamitarda di scrittura ed esecuzione e per la sincerità d’approccio. Insomma, anche quando si va verso altre tendenze e sonorità, ascoltare un disco rock (auto prodotto, è bene sottolinearlo) così tirato, curato ed intenso è sempre un piacere. Non mancano i difetti, propri dell’opera prima: alcuni suoni (soprattutto quelli di batteria) che mancano d’incisività; il restare fissi sulla proposta senza ‘osare’, magari sul versante doom psichedelico; la scelta di una cover in chiusura (‘Highway Star’, Deep Purple of course) che per quanto resa densa e soffocante (stile Cathedral) forse poteva essere evitata per lasciar spazio ad un altro brano proprio.Detto dei nei, a vincere sono però i pregi. Brani come la strumentale title track, la successiva ‘Black Hole’, la lunga, monolitica e paralizzante ‘Pachiderma’ rendono giustizia a Moris (chitarra, voce), Andrea (batteria) e Mauro (basso). Che fanno del bagaglio d’influenze (Black Sabbath, Cathedral, Kyuss, Black Label Society) un punto essenziale dal quale partire. Piacciono molto i riff corposi di chitarra (Gaz Jennings e Zakk Wylde hanno insegnato molto), le vocals pulite ed essenziali, le ritmiche corpose e trascinanti. Non mancano alcuni guizzi rock’n’roll, altre aperture psych (bellissima la coda di ‘Seventeen Ways to Get a Trip’ e il magma psicotico di ‘Silence’), alternate in maniera saggia a bordate stoner quali ‘Burning the Mountain’ e ‘Death Generator’, veri inni da strada che puzzano di fumo e benzina. È questa l’attitudine dei GodWatt Redemption: se finisce la birra, passiamo al Campari. Let’s ride the slumbering doom machine! Alessandro Zoppo
GODWATT REDEMPTION – The Rough Sessions
Dopo i consensi ricevuti con l'ottimo esordio "The Hard Ride of Mr.Slumber", i GodWatt Redemption tornano in pista con "The Rough Sessions", secondo full-length ancora una volta autoprodotto. I nove brani dell'album faranno la gioia degli stoners più drogati e dei doomsters più incalliti. Sotto un'unica bandiera il power trio laziale riunisce le più disparate influenze: heavy psichedelia mutante ed infernale, doom rock visionario e scellerato, bagliori Seventies da sbronza in una comune hippie. Nonostante l'impianto DIY, la registrazione non ne risente. Anzi. L'unico limite è semmai una certa staticità nelle composizioni, che alla lunga ne appiattisce la potenza distruttrice. Moris (voce, chitarra), Mauro (basso) e Andrea (batteria) sono musicisti eccellenti, pompano i volumi e se ne fregano delle mode. L'impatto è totalizzante ed è questo ciò cui la band pare puntare.Lo dimostrano brani come "The Meeting - Cult of Magic Eye" e "Hands of Zelda", tributi viventi ai signori delle tenebre Cathedral. "Last Fright (for the Unholy)" e "Paths of Oblivion" sono pura psichedelia oscura, liquida e groovy, mentre "Cobwebs" e "Circles" virano sullo stoner rock versione carrarmato, tra Kyuss e Black Label Society. "Three Open Doors" impone il groove al comando dell'universo; "Brainsane" è biker blues doom come hanno insegnato i Goatsnake a generazioni di tracannatori di birra; "Psychotria High" è una cavalcata strumentale che profuma di zolfo e marijuana. Insomma, dall'ascolto di questo disco se ne esce sudati e vogliosi. Sedetevi comodi in poltrona, mettete su "The Rough Sessions" e iniziate il viaggio. Unica raccomandazione: whiskey e sigari pronti all'uso. Il Giglio di Veroli non è mai stato così marcio. Alessandro Zoppo
GOLDEN PIG ELECTRIC BLUES BAND – Golden pig electric blues band
Seattle è da sempre terra di grandi promesse, a partire dagli anni '60 fino all'esplosione del periodo grunge. Dopo un periodo di notevole flessione oggi sembra che qualcosa stia ricominciando a muoversi, grazie soprattutto ad agguerrite formazioni che si dibattono nei meandri oscuri dell'underground. Proprio dalla "Emerald city" ci arriva il primo full lenght della Golden Pig Electric Blues Band, gruppo che a dispetto del nome non è una big band ma un terzetto che propone uno stoner doom venato di blues e sapori psichedelici. I nove brani che compongono questo dischetto non brillano certo per originalità (gli stilemi di Black Sabbath e Pentagram si fanno sentire eccome…), ma riescono a colpire nel segno attraverso un songwriting ispirato e un piacevole gusto per la melodia. Joe (chitarra) e Jerome (batteria) si alternano alla voce, ma se il secondo piace per i suoi toni sognanti e quasi ipnotici, il primo lascia leggermente a desiderare a causa di una staticità fin troppo eccessiva, specie nelle iniziali "Born again" e "Vol. IV" (se non è un tributo ai Black Sabbath questo…). La formazione è completata da Eric al basso, propulsore ritmico capace di donare una marcia in più insieme ad un drumming altrettanto dinamico. Tuttavia è negli episodi più liquidi che i tre mostrano la loro vena migliore: due perle come "Lightyears" e "Prophecy of doom" (registrata dal vivo) si agitano tra scosse "sabbathiane" e fraseggi psichedelici, cavalcate elettriche e vibrazioni paralizzanti. Intelligenti sono anche gli inserimenti d'armonica in "Some violet" e "Old man of the woods", brani dove le parti vocali richiamano alla mente le visioni fumose dei dimenticati Naevus mentre l'aggressività di chitarre e ritmiche paiono prese in prestito dagli Orange Goblin. Come primo passo non è male, la Golden Pig Electric Blues Band dimostra carattere e voglia di fare. Personalizzando la propria proposta riusciranno di sicuro ad uscire da un sottobosco che a poco a poco si sta sempre più infittendo. D'altronde la cover di "Tomorrow never knows" dei Beatles è un segno evidente di proiezione verso il futuro con un occhio costante al passato… Alessandro Zoppo
GOLDEN PIG ELECTRIC BLUES BAND – Hitchhicking to Oblivion
Provengono da Seattle e ci avevano ben impressionato nel 2003 con l’omonimo disco d’esordio. Parliamo della Golden Pig Electric Blues Band, power trio che torna a deliziarci con un misto di stoner, doom, hard classico, blues e psichedelia. “Hitchhicking to Oblivion” è dunque il secondo lavoro, uscito sempre sulla propria Heavy Hermit Records. Un cd che ci riporta a sonorità e sapori antichi, esoterici e affascinanti. Jerome (batteria, voce), Joe (chitarre) e Eric (basso) conoscono bene la materia, scrivono pezzi che scorrono via tosti e piacevoli, eseguono il tutto con la giusta perizia tecnica ed il dovuto groove. L’autostop verso l’oblio riesce per loro e per noi ascoltatori, ammaliati da un sound così variegato.Il disco si può dividere in due parti di cinque brani ciascuna. La prima è molto oscura, lavora sull’impatto e l’atmosfera, macinando buio e durezza, ombre e toni minacciosi. L’influenza di Black Sabbath, Pentagram, Spirit Caravan e Naevus la fa da padrona. Nonostante l’inizio acustico della title track, “Funeral Wizard” è una mazzata raggelante ravvivata solo nel finale da un’apertura ariosa. Gli oltre sette minuti di “The Longhair” sono un trip notturno in un fitto bosco, “Grown Old” accelera di poco i ritmi allentando la tensione, “The Basilisk” è l’ennesima dimostrazione psych doom suonata con piglio e determinazione (l’inserto di armonica è delizia per le orecchie). Di qui in poi il disco cambia, l’oscurità lascia spazio alla luce. Fa da ponte per le due ‘sezioni’ del lavoro “Apehanger Messiah”, riff torbido che scuote le viscere fin nel profondo. “Born to lose, nothing to prove” è un inno da dropout: melodia appiccicosa, slide torrida e hard blues da highway polverosa. “The Finger” prosegue su questa stessa strada con il suo solare southern rock, “Carry On/Questions” è il tributo della band agli anni ’70, meravigliosa cover da un classico del repertorio di Stephen Stills (periodo CSN&Y, riascoltate “Déjà Vu” per favore). Il viaggio si conclude con i dodici minuti di “Electric Wind”, chitarre ‘sabbathiane’ in bella mostra e un hard ancestrale che lascia un profondo senso di inquietudine. Davvero un gran bel disco “Hitchhicking to Oblivion”. Lunga vita al maiale d’oro! Alessandro Zoppo
GOLDEN VOID – Berkana
I Golden Void hanno qualcosa di classico. Sarà che il buon Isaiah Mitchell, smessi i panni di chitarrista in cerca di salti mortali che indossa negli Earthless, scolpisce nel granito riff seventies memorabili, o sarà la componente femminile di Camilla Saufley-Mitchell (sua moglie, già negli Assemble Head In Sunburst Sound) a dar spazio alla componente dolce, ma sta di fatto che "Berkana" si presenta come un classico senza tempo. Anche la voce richiama da vicino le tradizionali ugole chiare dell'hard rock del passato, Dave Coverdale in primis, ma senza calcare la componente epica, risultando più leggera, soave.
Si parte con "Burbank's Dream", unico pezzo (insieme a "I've Been Down") che strizza l'occhio agli stoner addicted attraverso i primi piani della chitarra, il resto prosegue tra le rivisitazioni grunge di "Astral Plane" e i richiami American roots di primissimo livello ("The Beacon"). C'è anche qualcosa che evoca la giovinezza dei nostri come la sintesi tra punk e rock di "Silent Season", forse il pezzo più d'impatto dell'intero lotto che non sfigurerebbe in heavy rotation nelle radio americane. Insomma, alla fine del dischetto, si ha la sensazione di ritrovarsi in un ambiente famigliare, dove le persone si conoscono e riconoscono da vicino e ci fa piacere passare del tempo con loro. Tutto qua. E non è mica poco. Eugenio Di Giacomantonio
GOLDEN VOID – Rise to the Out of Reach
Dopo lo splendido debut album dello scorso anno i Golden Void licenziano un sette pollici in tiratura limitata a 700 copie per il Record Store Day 2013. Con un'impronta da registrazione in sala prove, troviamo sul lato A "Rise to the Out of Reach", un saliscendi dal sapore western/surf/desert con un magnifico chorus a doppie voci e con la chitarra protagonista aggraziata. Sul lato B ecco "Smiling Raven", una gemma strumentale dove le sei corde di Isaiah Mitchell si fanno più presenti donando al pubblico la migliore composizione del gruppo, trasferendo sui solchi quell'energia tipica della jam live. Da non perdere al Roadburn 2013, in mezzo al marasma grandguignolesco messo in piedi da Jus Osbourne. Eugenio Di Giacomantonio
GONGA – II Transmigration
I Gonga sono una bella realtà proveniente dalla Terra d’Albione. Per la precisione vengono da Bristol, patria dei Portishead e guarda caso incidono per la Invada, etichetta di proprietà del chitarrista Adrian Utley.Dopo varie vicissitudini sono entrati a far parte della band Peter Theobalds (ex Akercocke) al basso e solo recentemente anche Matt Williams alla voce sostituendo il dimissionario Joe Volk (ma nell’album vi è ancora la sua presenza). Con questa nuova formazione il gruppo ha suonato di spalla agli Orange Goblin e si appresta ad iniziare un nuovo tour ed una nuova vita. Il nuovo disco, “II Transmigration”, esce dopo ben quattro anni dal suo omonimo predecessore. Quello che sorprende di questo lavoro non sono tanto le influenze bensì come il gruppo riesce ad amalgamarle; si va da una forte dose di psichedelia ad un potente e marcato heavy rock blues e buon ultimo la presenza di un doom bitumoso. Esaminando i brani, a volte vengono in mente alcune cose dei Ramesses (Knight thyme, Wytch Hande) altre ancora i Pink Floyd flirtare con i Kyuss e certe litanie doom (la bellissima Sandstorm). Loro sono comunque fondamentalmente un gruppo stoner che cerca di ampliarne i confini; non mancano infatti riferimenti ai QOTSA più melodici, soprattutto in Stethogeo e The Greaser. Un gruppo che, nonostante tutto, dimostra di avere una certa personalità; la conclusiva “La Pique” lo testimonia facendoci sentire un po’ tutto quello che i ragazzi sanno fare molto bene. Possiamo pertanto affermare che nel complesso si tratta di un lavoro sicuramente riuscito. Provate ad immaginare se Josh Homme e soci avessero fatto di recente un disco del genere… Cristiano "Stonerman 67"
GONZALES – Hell drive
Punk rock'n'roll al fulmicotone quello dei Gonzales, formazione che nasce nel 2004 sulla spinta di Marquee Monn (chitarra), B. (basso), Mark Simon Hell (chitarra) e Pam Christensen (batteria), tutti già attivi in formazioni locali quali Cosmogringos, Stillicidio, Ohuzaru, Nab e Berlusconi SS, gruppi divisi tra impegno crust hardcore e spensieratezza garage psichedelica.Ciò che ci propone "Hell drive" è dunque un concentrato di punk, rawk'n'roll adrenalinico, garage e hardcore. Parti miscelate alla perfezione, servite da una produzione sin troppo grezza (un po' di pulizia in più non avrebbe fatto male) ed unite per un risultato piacevole e divertente. Ma attenzione, i Gonzales ci aggiungono ampie dosi di impegno militante, evidente leggendo le lyrics di pezzi granitici e veloci come "Authority abuse" (grande chorus!) e "Pain in the ass (for Silvio B)". Ovviamente c'è molto altro. C'è il rock'n'roll grezzo, venato di garage e tirato a mille di "Dark mood", "The mourners appear (Shout your rahe)" e "Waves of luxory", trainato da chitarre roventi, ritmiche che pestano senza sosta e vocals incazzate che creano un concentrato di energia allo stato puro. Ma c'è anche il punk rock tosto e rabbioso, capace di alternare velocità allo stato brado ("Da gangsta") e furia pacata, decisamente ragionevole ("Loose thoughts", "Venice 2004"). Insomma, i Gonzales ci sanno fare e con la loro miscela di Zeke, GG Allin, Hellacopters e Social Distortion pur non inventando nulla di nuovo ci deliziano per una buona mezz'ora. Ora la palla passa al palco, dal vivo i cinque promettono scintille. Alessandro Zoppo
GOOD THE BAD, THE – From 001 To 017
Allora, è il 15 agosto e siete imbottigliati in autostrada con 30/35 gradi e un sole che scotta. Oltre l'aria condizionata quale rimedio? I The Good The Bad, ovvio! New school surf & flamenco si definiscono, ma qui c'è della pazzia allo stato brado. Composti da Manoj Ramdas al basso (The Ravonettes, SPEkTR), The Adam alla chitarra (The Setting Son, The Aim) e Johan Lei Gellett alla batteria (Henrik Hall, Kira and the Kindred Spirits), il gruppo esordisce nel 2007 con questo "From 001 To 017", mezz'ora sana e spensierata di garage surf psichedelico. Non c'è da meravigliarsi visti i precedenti dei tre. E visto il luogo di provenienza, Copenhagen…Mood dannatamente sixties, brani brevi e compatti, in prevalenza strumentali, se si esclude qualche linea vocale sulla nona traccia. Canzoni che non hanno nomi, solo numeri, come in una jam spensierata su una spiaggia d'estate. È questa l'essenza di The Good The Bad, tenere alto uno spirito energetico, dilatato, frizzante e vitale. Il disco si assapora tutto d'un fiato, bello fresco e senza tanti fronzoli. Inutile citare un episodio piuttosto che un altro, sappiate solo che vi capiterà di assaggiare pura surf music, garage irriverente, bollenti passaggi di organo, atmosfere latine e influssi western che paiono presi di sana pianta da uno score di Ennio Morricone. Strano che questo album non sia uscito su Bad Afro perché la cosa non ci avrebbe sorpreso. Alessandro Zoppo
GOOD WITCH OF THE SOUTH – Turn
Un'altra mazzata al panorama stoner rock europeo viene assestata dalla Germania: questa volta il merito di ampliare la gamma di band intelligenti e dedite a questo particolare genere va ai Good Witch Of The South, cinque ragazzi la cui immagine bonaria ed inoffensiva (guardare la foto all'interno del cd per credere…) cozza contro la potenza e l'originalità della musica proposta. Ci troviamo infatti al cospetto di un rock che si colora di stoner, punk, sludge e doom in eguale maniera, facendo prevalere alla resa dei conti uno stile personale, melodico ma al tempo stesso dannatamente corrosivo. Già attivi dal lontano 1996 con il progetto Dampfmaschine, passati attraverso diversi ep ed un'intensa attività live al fianco di ben più note realtà come Atomic Bitchwax, Dozer, Gluecifer e Karma To Burn, queste simpatiche canaglie sono riuscite nell'intento di produrre un disco essenziale, d'impatto, asciutto ma mai banale, condito di brani dal gran tiro che centrano sempre il bersaglio senza mai strafare o risultare ripetitivi. I Good Witch Of The South hanno le idee chiare e lo dimostrano piccoli gioielli come l'intrigante "Anybody knows" e la dinamica "Becky slater", preziose schegge che pagano dazio ai Queens Of The Stone Age con le loro armonie contorte e le loro deviazioni robotiche. L'iniziale "Did it", la nervosa "Neva" e la travolgente "Bog war" chiamano in causa tutta l'irruenza punk che caratterizza gli episodi isterici dei QOTSA e dei Mondo Generator di Nick Oliveri, mentre la scaltrezza della band esce allo scoperto in tutto il suo splendore quando su trame ipnotiche e dall'incedere possente si innestano delle vocals cupe ed evocative, a metà strada tra Jim Morrison e Glenn Danzig ("El camino"). Ma non è ancora finita: tanto per rimarcare la vena multiforme che rende così ricco il loro songwriting, nella seconda parte del disco compaiono momenti sludge come "Spill the wrecking crew" e "Bloodbath", tracce marce e "sudate" che si tingono del marchio di fabbrica targato Down e Eyehategod. "Sweed" invece si abbevera alla fonte del garage noise, per poi introdurre con furbizia le sorprese conclusive: "Through the havoc" mischia agilmente psichedelia, punk e metal con la versatilità propria dei Clutch, la strumentale "Deaf metal theme" saluta l'ascoltatore (non prima della divertente e rumorosa ghost track…) con riff circolari e stranianti deviazioni elettroniche. "Turn" è un disco da vivere istante per istante, a volume elevato e senza mai una pausa. "By the time the road fell apart, we're turning in, hit the gas and start"… Alessandro Zoppo
GORILLA – Rock Our Souls
Quando il rock brucia l’anima. Una passione che divora, lacera carni e provoca ossessione. Sembra questo il sottile filo conduttore della carriera dei Gorilla, agguerrita band inglese che si è fatta conoscere nel 2001 con il convincente debut omonimo e ha scosso appassionati e non con il bellissimo secondo disco ‘Gimme Some Gorilla’ (2005). Lavoro che rimane il migliore del trio, perchè il nuovo ‘Rock Our Souls’ (uscito su Go Down Records) si piazza un gradino sotto rispetto al precedente. In questo caso Johnny (voce, chitarra), Sarah (basso) e Billy (batteria) optano per soluzioni più dirette, conferendo all’album un sound ‘rudimentale’, dannatamente vintage, anche troppo in alcuni casi.
GORILLA MONSOON – Damage king
Quattro pazzi innamorati dei Black Sabbath provengono dalla Germania e si aggirano per l’Europa intera, il loro nome è Gorilla Monsoon. Un paio di demo dai titoli eloquenti per tastare il terreno (“Deflowered world” nel 2001, “Demonstrating heavyness” nel 2003) e ora il debutto sulla lunga distanza. “Damage king” è un disco che mantiene le promesse che crea: 50 minuti di puro, devastante, massiccio doom metal, ricco di groove e potenza.Jack ha una voce capace di adattarsi a molteplici contesti: growl quando c’è da aggredire, intense variazioni melodiche quando occorre modulare atmosfere diverse, urla forsennate quando va costruita una cappa sonora oscura e minacciosa. Monolite le cui fondamenta sono gettate da una sezione ritmica quadrata e compatta (Chirs al basso e il temibile Drumster alla batteria) e soprattutto dal riffing di Phil, vero maestro cerimoniere e gigante di pietra che guida dall’altro il Gorilla. È dalla sua chitarra che partono le coordinate del sound del gruppo: riff titanici come quelli che trainano la strumentale iniziale “Declaration of damnation”, “Delay priest”, la title track e “Heavier than Europe”, manifesti di un suono cinereo e plumbeo, non solo doom ma venato anche di hard e sporcizia sludge. Il tutto impreziosito da una produzione che spacca le casse dello stereo per incisività e ‘pulizia’. “Final salvation” e “Death revolution” aggiungono lentezza ed ulteriore esasperazione sotto un cielo carico di pioggia, “Down song” e “War to the wimps” sono mazzate sludge doom’n’roll da headbanging perenne. Insomma, un armamentario che mette in mostra qualità davvero elevate. Insieme a Doomraiser, Suma, The Gates of Slumber e Heavy Lord quanto di meglio stia offrendo la nuova generazione cresciuta a pane e Saint Vitus. Nel nome del DOOM! Alessandro Zoppo
GRAILS – Deep Politics
I Grails avevano dato il meglio di se stessi nell'ep "Take Refuge in Clean Living". E lo avevano fatto sintetizzando in soli cinque brani quanto espletato dagli inizi di carriera in dischi affascinanti (e spesso incompiuti) come "Burden of Hope", "Redlight", "Burning Off Impurities" ed i tre volumi di "Black Tar Prophecies". "Doomsdayer's Holyday" era stato un ulteriore passo in avanti; l'esperienza di "Black Tar Prophecies vol. 4" ("Self-Hypnosis" resta uno degli apici compositivi della band di Portland) ha invece condotto a questo nuovo gioiello, "Deep Politics".I Grails sono una bande à part. Se The Cinematic Orchestra interpreta l'ossessione della psichedelia cinematica come ribaltamento di prospettiva (prendi una colonna sonora, la destrutturi con l'elettronica e la ripassi a suon di soul e jazz), i Grails elaborano la materia così come uscita dal genio creativo dei grandi compositori per il cinema. Immaginate Ennio Morricone, Bruno Nicolai, Armando Trovajoli e Piero Piccioni alle prese con un ensemble acido e sfrontato. Che ha vissuto lo splendore degli anni 60, la creatività esplosiva dei 70, il riflusso degli 80, la nuova ondata di exploitation e nichilismo dei 90 e l'approccio strumentale e post dei 2000.
Dalle ariose aperture di "Future Primitive" all'oscurità di "All the Colors of the Dark" è un brivido immediato: come Sergio Martino e le iniziazioni esoteriche di Edwige Fenech. Il tutto con una perizia strumentale invidiabile ed i consueti arrangiamenti struggenti. "Corridors of Power" attraversa l'elettronica gentile e vellutata per lanciare la sinfonia morriconiana della title track, una vera e propria apoteosi, delizia per cuore e cervello. All'impasto strumentale generatore di tale avvincente maelström contribuiscono ulteriori, imponenti tasselli. Il piano sinuoso di "Daughters of Bilitis". L'approccio ironico di "Almost Grew My Hair" (David Crosby che fa a cazzotti con Terry Riley in uno spaghetti western). Il climax emotivo di "I Led Three Lives" (il culmine in un crescendo pinkfloydiano da pelle d'oca). Il finale toccante di "Deep Snow", avvio acustico che si scioglie in aperture acido sinfoniche sbalorditive (è qui che emerge in modo evidente la collaborazione con il compositore Timba Harris). Metti una sera a cena con i Grails? I giorni del cielo si apriranno e grazie a loro anche noi, per un attimo, potremo diventare Intoccabili. Alessandro Zoppo
GRAND MAGUS – Iron Will
Ragazzi, se è contemplato il revival 70’s tanto in voga, anche il giusto tributo agli 80’s non deve sorprendere, e i Grand Magus abbracciano fieri questa branca. Strano a dirsi per una band che agli esordi era devota alla decade precedente - ‘Grand Magus’ (2001) e ‘Monument’ (2003). Il primo discreto heavy blues, il secondo vero e proprio capolavoro di stoner/doom epico e muscolare. Poi qualcosa accadde, nonostante la militanza di JB negli Spiritual Beggars, la virata dei maghi delle foreste svedesi muove verso sonorità maggiormente care all’heavy metal propriamente detto, in un buon connubio di vecchie e “nuove” influenze. Con ‘Wolf’s Return’ (2005) si intravede ciò che diventerà poi chiaro e trasparente tre anni più tardi con ‘Iron Will’, disco oggetto della recensione odierna.Heavy Metal sanguigno e genuino, dall’incedere epico e maestoso, con il marchio di fabbrica dei Grand Magus ben distinguibile dal suono corpulento e dalla voce inconfonbibile di JB. Il disco inizia con ammalianti note di mandolino che spalancano le porte ad un mondo affascinante per cui “Like The Oar Strikes The Water” rappresenta il biglietto d’ingresso. “Fear Is The Key” è irruenta, spavalda, sublime nelle cavalcate di maideniana memoria, tuttavia ben equilibrata, con un ottimo rallentamento centrale e una godibile sovrabbondanza di groove. La titletrack è fiera, invita a non arrendersi davanti a nulla, e tutti i problemi vi sembreranno meno insormontabili dopo averla sviscerata e fatta vostra. Un carillon vichingo ci avvisa che l’argento si è trasformato in acciaio, e il risultato è udibile in “Silver Into Steel”, estrema ode all’epic metal senza fronzoli, con melodie a metà strada tra Bruce Dickinson ed Eric Adams. Si, a volte vengono alla mente gli albori dei Manowar, i fasti gloriosi di “Battle Hymns”, ma non è finita qui. Gli elementi doom e bluesy sono accantonati ma mai del tutto dimenticati, tant’è che riaffiorano a piccole dosi in “The Shadow Knows” e più prepotentemente nelle buone “Self-Deceiver” e “Beyond Good And Evil”. Chiude in maestosità “I Am The North”, omaggio alla loro terra, in un orgoglioso grido di appartenenza tipico delle popolazioni del nord. I Grand Magus sembrano aver trovato una strada che, per quanto battuta possa essere, conduce dritta a casa. Gli amanti del metal più classico possono gioire e procurarsi immediatamente questo disco ad occhi chiusi, i rockers meno spocchiosi potrebbero trovarlo perlomeno piacevole. Certo, i fasti di “Monument” sono irraggiungibili, ma questo ‘Iron Will’ lo sento anche più personale del tanto elogiato debut-album. Se la strada intrapresa è questa, l’importante è che continui ad essere innevata. Davide Straccione
GRAND SOUND HEROES – Fuel
"This album is against stupid people... and if you are listening this it means you are not!". Si presentano così i Ground Sound Heroes, nuova scoperta di casa Go Down Records. Altra formazione che nasce nel nord est italiano e si rivela con un potente, roccioso concentrato di rock'n'roll, stoner e hard dalle reminiscenze 70's. "Fuel" è il loro esordio e in una mezz'ora scarsa ci regala ottime sensazioni: una vecchia Camaro che corre forte in piena Death Valley. Ecco, i GSH sono ideali da ascoltare in auto, finestrini abbassati, occhiali da sole e nessun limite di velocità."Miüra" è una opener col botto: rock grezzo e tirato, come hanno insegnato in epoche diverse MC5 e Hellacopters. "Number" odora di southern e stoner bollente (mentre la voce di Vannijoe ricorda vagamente quella di Glenn Danzig), "Desert in a drop" azzecca un chorus che si stampa in mente sin dal primo ascolto. "C'mon kill me" catapulta in pura estasi seventies, con piglio punk e volumi selvaggi. "Serious in the forest" vira su una forma oscura di psichedelia pesante, la conclusione è affidata invece a "Formula", altro bolide di rock fumoso e sporcaccione. Davvero un debutto promettente questo "Fuel". Attendiamo fiduciosi i Grand Sound Heroes alla prova del full lenght. Alessandro Zoppo
GREAT DAY FOR UP – God loves a sinner
Avevamo già avuto modo di apprezzare i Great Day For Up nel debutto “Ready rock”, disco nel quale i quattro di Albany erano riusciti ad amalgamare un genere tutto loro, frutto di stili diversi come il metal, il noise, il jazz e lo stoner. Ora la band torna a farsi sentire con una nuova line up (troviamo alla batteria Jared Krak, alla voce Michael Diaz e alla seconda chitarra Jay Sunkes) e questo cambiamento in seno alla formazione sembra aver dato una sterzata decisiva al sound proposto. E’ molto difficile classificare la musica dei Great Day For Up: rispetto all’esordio la formula si è fatta più lineare e meno contorta, ma senza perdere un minimo della bravura in sede di composizione che caratterizza i nostri. Molto banalmente potremmo definire i sette brani di “God loves a sinner” heavy rock, ma anche in questo caso sarebbe un torto nei confronti di una band che ha un songwriting elaborato ma mai troppo cervellotico e soprattutto la grande dote si saper unire in modo semplice potenza tuonante e grandi melodie. Lasciamo dunque che sia la musica a parlare e facciamoci travolgere dall’onda di pezzi stupendi come l’opener “Golden arms”, un paio di riff tirati e carichi di groove accompagnati da un chorus catchy dannatamente coinvolgente! L’accoppiata di chitarre Jay Sunkes/Mike Vitali funziona alla perfezione, alternando a passaggi distorti di scuola Helmet (“Bubbles”) un sorprendente dinamismo che richiama in più punti Queens Of The Stone Age e Foo Fighters (basta ascoltare le atmosfere stordenti della bellissima “Below” per rendersene conto). L’istinto contorto rimane evidente in episodi isterici quali “Hangin on a rope” e “Rescue the worms” (caratterizzate comunque da un appeal decisamente orecchiabile…), mentre la conclusiva “Siempre’” dopo un avvio di stampo rumorista apre nuovi orizzonti psichedelici che spingono in direzione Monster Magnet. Gran bella mazzata questo “God loves a sinner”, se dalla musica di oggi cercate qualcosa di realmente eccitante buttatevi sui Great Day For Up, non ne rimarrete delusi… Alessandro Zoppo
GREAT DAY FOR UP – Ready rock
Albany, New York. Terra di conquiste musicali eccellenti, terra soprattutto di azzardi e sperimentalismi. Proprio da questo background nasce la proposta sonora dei Great Day For Up, band alla prima uscita sulla lunga distanza dopo la militanza dei vari membri in gruppi seminali della scena newyorkese come Handsome e The Spitters. Una musica dalla classificazione difficile, quasi impossibile, vista la varietà di temi e umori impressi: l'approccio è estremo, la struttura delle composizioni quasi progressiva, i cambi di tempo e le continue variazioni di tono spiazzano e sorprendono. Le chitarre di Mike Vitali sono fluide e contorte, il cantato di Michael Langone poliedrico, mentre le sezione ritmica (David Lahaie al basso e Terry McCoy alla batteria, a tutt'oggi sostituito da Jared Krak) spezza e ricompone ciò che resta di una destrutturazione sonora stravagante e a tratti paradossale. Quanto detto è espresso alla perfezione da un brano come "Crash landing" che unisce le varie anime della band: in tre minuti viene sintetizzato tutto il discorso che nelle altre dieci tracce è analizzato e scomposto fino ai minimi termini. L'iniziale "X", le atmosfere assurde di "I've got a plan" (simili per certi versi a quelle schizoidi dei Mr. Bungle) e la pesantezza percussiva di "Television" indirizzano verso una forma deviata di noise metal di scuola Helmet. "Hit" e "Chess fiend" spostano invece l'obiettivo sulle sonorità malsane dei Clutch, arricchite da preziosi stacchi al limite del jazz. Ma tutto ciò non basta: "In this circle" e "Coming home" deviano verso lidi funky e dub, impreziositi anche da melodie a presa rapida. Un atteggiamento sperimentale e avanguardistico degno dei migliori Primus aleggia inoltre su "Ghost cycle", "Cash money" e la conclusiva "Future shock", dove break jazzati e innesti tribali si mischiano a riff acidi ed obliqui. Un inizio folgorante, non c'è che dire. Tanto coraggio andrebbe come minimo premiato e sponsorizzato. Se ciò non dovesse accadere consoliamoci pensando di avere tra le mani una band pazza e devastante come poche. Di sicuro Frank Zappa sarebbe fiero di loro… Alessandro Zoppo
GREEDY MISTRESS – Your Shoes, My Tongue
Un immaginario in pelle, frustini e piacevole sottomissione. È questo il circo nel quale si esibiscono i Greedy Mistress, giovane band milanese già conosciuta per la partecipazione all’interessante compilation ‘7 Inches of Nefarious Rock n' Roll’. ‘Your Shoes, My Tongue’ (titolo e copertina eloquenti) è il loro esordio sulla lunga distanza. Percorso affrontato a colpi di punk’n’roll devastante, quello che da Black Flag, Negative Approach e Poison Idea arriva fino ai vari GG Allin e Antiseen. I quattro riportano in auge anche la grande tradizione hardcore italiana, quando gruppi del calibro di Raw Power, Negazione, Kina e Indigesti spopolavano in Europa e negli States. Unendo però questo sostrato ad una gustosa sensibilità rock’n’roll, marcia e cazzona al punto giusto.Abbiamo così pezzi feroci e veloci come schegge (“Apocalyspe Now” e “No Holes Left”, giusto per citarne un paio), alternati ad altri cadenzati e altrettanto sudici (“Just a Love Song”, il finale dell’inno “Latex Way”). Il tutto condito con deliziosi sample che fanno da interludi, tratti da vari trash cult movies della sexploitation come Emanuelle – perché violenza alle donne, La bestia in calore, Le notti del terrore e Rivelazioni di uno psichiatra sul perverso mondo del sesso. Insomma, ‘Your Shoes, My Tongue’ è un eccitante e vizioso mix di divertimento e nichilismo (“I Don’t Give a Fuck About the World” è esemplare a tal proposito), ideale per tutte le situazioni. Dal party alcolico al sesso sadomaso, dalla rivolta urbana allo scherzetto a vostra mamma che vi chiede l’ultimo cd di Claudio Baglioni. I Greedy Mistress vi accompagneranno tosti e baldanzosi in una mezz’ora di doveroso, scorretto punk show. Alessandro Zoppo
GREEDY MISTRESS /EASYGIRLS – Greedy Mistress / Easygirls
Un quarto d’ora secco per due gruppi, quattro pezzi a testa. Visti i nomi coinvolti e la durata di questo disco, non si può che capire come il punk e l’hardcore siano ancora vivi e vegeti. Così attivi da prenderci a calci nel culo nel tempo opportuno. Greedy Mistress e Easygirls uniscono le forze e la prima uscita targata Average Man Records è uno split che gli amanti di Black Flag, Negative Approach, GG Allin, Circle Jerks e Antiseen non possono farsi scappare.I Greedy Mistress li conosciamo grazie all’esordio del 2007 ‘Your Shoes, My Tongue’. I brani qui presenti non fanno che confermare quanto di buono proposto allora: punk’n’roll tagliente e aggressivo, scorretto e voglioso di baldoria e divertimento. “The Girl Next Door” spalanca le porte di un inferno fatto di sesso e peccato, “Johnny Deep Throat” possiede un groove dannato che coinvolge al primo ascolto. “White Minority” è una scheggia impazzita che omaggia la bandiera nera issata da Greg Ginn, “I Love Livin’ in the City” ricorda a tutti che l’oltraggio al pudore Lee Ving lo praticava con i Fear già ai tempi di “The Record”, anno di grazia 1982. Gli Easygirls sono invece una rivelazione proveniente da Milano. Rozzi, sfacciati, potenti, ci vomitano addosso rabbia e depravazione, come dimostrano le eloquenti “Milan Hates” (un inno per tutti i ‘lumbard’ che si rispettino) e “Revenge”. Sorrette dalla voce lasciva e alcolica di Razor Boy, autentico mattatore del gruppo. Le cover portano su direzioni sorprendenti. Se “Wasted” tributa in maniera doverosa i Black Flag dello storico esordio ‘Nervous Breakdown’, “Warsaw” ricorda a tutti che prima del post c’era solo il punk e i Joy Division di ‘An Ideal for Living’ erano tanto viscerali quanto estremi. Un dischetto da custodire questo diviso tra Greedy Mistress e Easygirls. Per capire che l’hardcore di oggi passa da qui. Alessandro Zoppo
GREEN SASQUATCH – Demo 2005
La scena stoner doom romana si fa sempre più folta e aggiunge l'ennesimo tassello ad una schiera di band già ricca. Parliamo dei Green Sasquatch, quintetto ormai attivo da qualche tempo, ma giunto solo ora allo scoglio demo. Il dischetto è composto di due brani, due matasse fumose di stoner sludge doom, come hanno insegnato maestri del calibro di Electric Wizard, Goatsnake e Bongzilla.Colpisce subito il lavoro svolto dalle due chitarre di Alfonso e Valerio (membro anche dei Doomrasier), grasse e sature fino all'eccesso. Mentre le vocals pulite ed evocative del singer bilanciano l'aggressività delle ritmiche. Tutto fila liscio insomma, tranne qualche piccolo particolare da aggiustare in futuro: innanzitutto la registrazione, poi la varietà dei brani. Insomma, qualche variazione in più non farebbe male… Per ora godiamoci comunque le chitarre monolitiche e le accelerazioni di "The silence forge" e soprattutto il groove di "Tale of an insane prisoner", composizione che lancia i Green Sasquatch nell'empireo delle stoner doom band italiane. Riff caldi come il sole di agosto, dinamiche ritmiche lente ed infernali, una voce passionale e ben impostata che sa molto di Pete Stahl. Cosa manca ancora ai cinque ragazzi romani? Suoni più definiti e qualcuno che creda in loro. A quel punto un contratto discografico sarà cosa fatta… Die, you, bonobo bastard! Alessandro Zoppo
GREENHAVEN – Southbound
Devono succederne di cose strane a Phoenix, in Arizona. Almeno a quanto si legge dalle avventure alcoliche dei Greenhaven, band che prende il nome proprio da un quartiere di questa ridente cittadina statunitense. E come ben si sa l'immaginario della sbronza si lega alla perfezione con il rock. In questo caso i fiumi di birra ingurgitati partoriscono un sound che il gruppo stesso definisce come un incontro/scontro tra MC5 e Saxon. Ascoltando il 7" dei Greenhaven si ha proprio la sensazione di scarsa lucidità dovuta ad una forte bevuta. In realtà più che sul metal o sul rock grezzo i quattro (Bill alla batteria, Jay alla chitarra, Dave al basso e Matt alla voce) si buttano a capofitto su un heavy rock molto fisico e sudato, a metà strada tra le sonorità ruvide dei Clutch e l'irruenza di Zakk Wylde. Due pezzi sono pochi per farsi un'idea definitiva, ma l'energia che sprigionano i dieci minuti del cd destano impressioni a dir poco ottime. Il primo brano è "Southbound" (di cui è presente anche un divertentissimo video), bella mazzata veloce e trascinante, dal tiro melodico e con assoli ficcanti. Peccato solo per una scarsa corposità nel complesso del suono. L'altra traccia, "Supernature", è invece una sorta di acid doom sabbathiano interpretato con toni ossianici e rabbia soffocante. Spiritosi ed irriverenti, i Greenhaven sono una lieta sorpresa che renderà ancora più devastanti le vostre calate etiliche. Li attendiamo al varco del full lenght per completare la sbronza. Alessandro Zoppo
GREENLEAF – Nest of Vipers
Si rimane sempre sorpresi quando la somma delle parti produce molto di più della semplice aritmetica. E quando le parti sono groove, Seventies guitar, Southern Comfort e il risultato sono i Greenleaf, la sorpresa è ancora più piacevole. Nati dalla mescola di elementi di Dozer e Demon Cleaner e negli anni aperti a collaborazioni con Oskar dei Truckfighters e Peder dei Lowrider, si erano perse le tracce dall'ultimo "Agents of Ahriman", uscito nel 2007. Ora la Small Stone è pronta al rilascio del nuovissimo "Nest of Vipers", album che cattura la band in stato di grazia dato che si è prodotta una sintesi perfetta di stoner e psichedelia evoluta.L'uno/due/tre iniziale è da manifesto: intro dal sapore "Meddle" e massicci riff di natura post QOTSA, legati a ritmiche basso e batteria direttamente ripescate dalla pozione Mel Schacher/Don Brewer di Gran Funk Railroad memoria. Una goduria. Forma e Sostanza. In poco più di dieci minuti rispolverano le influenze hard di 30 anni donando un suono unico alle nuove generazioni. Con "Tree of Life" (omaggio a Terrence Malick?) il viaggio torna a farsi introspettivo, ma è questione di attimi perché "Dreamcatcher" torna a sondare l'immaginario Fu Manchu solo come gli originali sanno fare. Si risente l'eco space di tastiere intergalattiche nella bellissima "At the Helm". Un pezzo che non fa rimpiangere la dipartita dei confratelli Mammoth Volume. Che dio li abbia in gloria. Noi ci consoliamo con i loro eredi più prossimi. West Coast e chiatarre acustiche da falò in riva al mare ci portano le "Sunken Ships" all'orizzonte; anche questo è un brano straordinariamente costruito, bilanciato com'è tra hard da bere tutto d'un fiato e intermezzi prog/sabbattiani. "The Timeline's History" ci riporta quando la storia la scrivevano i duelli tra i solos di chitarra e quelli di basso, e la batteria faceva da combustibile per tirare avanti, avanti e avanti sempre, ancora... fino allo stordimento dei sensi, e qui, persi into the void, arriva la title track, moltitudine dei nostri peccati. Otto minuti pieni di flower trip, con Per Wiberg, ex Opeth, a trovare rifugio psych nelle tastiere, bellissime e magniloquenti per esaltare al massimo l'idea di conpenetrazione dell'ignoto anche quando tutto intorno a noi è nero pesto. Se fossero nati nella metà dei Sessanta, i Greenleaf avrebbero potuto aprire per i Cream senza sfiguare e con la mente sono sicuramente ancora da quelle parti, dispersi tra un Woodstock in acido e un live all'isola d i Wight, lanciando strane frequenze distorne nell'etere, giunte fino a noi, oggi, anno domini 2012. (Heavy) Rock save your sinful souls, brothers! Eugenio Di Giacomantonio
GREENLEAF – Secret alphabets
Dopo il convincete debutto “Revolution rock” uscito qualche tempo fa, tornano a deliziare le nostre orecchie i Greenleaf, progetto parallelo ai Dozer portato avanti da Tommi Holappa (chitarra) e Fredrik Nordin (voce), sempre in compagnia di altri illustri personaggi della scena stoner svedese come Bengt Backe (basso), Daniel Lidén (batteria) e Daniel Jansson (chitarra). Rispetto alle sonorità delle band madri però in questo caso siamo di fronte ad un disco di puro hard rock psichedelico: gli episodi smaccatamente stoner e di stampo kyussiano sono ridotti all’osso (non stonerebbero su un disco dei Dozer la trascinante “10000 years of revolution” e la cadenzata “Black black magic”) per lasciare spazio a pezzi ricchi di groove settantiano, dove le atmosfere retrò delle chitarre si sposano alla perfezione con ritmiche elastiche ed un raffinato gusto per la melodia. A partire dal mid tempo di “Witchcraft tonight” fino al riff in stile AC/DC della conclusiva “No time like right now” è tutto un susseguirsi di cavalcate fumose, sapori southern, svisate bluesy, assoli passionali e costruzioni sonore spontanee e dal gran tiro. Un brano come “Never right” sembra uscito dalla penna dei Kiss, le allucinate “The combination” e “The spectre” trascinano su ipnotiche lande psichedeliche, “One more year” si addentra nel lato oscuro della nostra mente, mentre “Masterplan” possiede un non so che di orientale che dona un tocco di mistero ad un piatto di heavy rock già ghiotto. Chi ama Dozer, Demon Cleaner ed in generale tutta la nuova ondata svedese apprezzerà di sicuro questo disco, a maggior ragione perché mostra un lato inesplorato delle band suddette; agli altri consigliamo comunque un ascolto, nei quaranta minuti di “Secret alphabets” di carne al fuoco ce n’è davvero tanta… Alessandro Zoppo
GRU – Mesaline Sunrise Demo EP
Gli oscuri e gelidi arpeggi da anonima periferia industriale dei 10 minuti di "Mescaline Sunrise part 1" rendono già una buona idea di questo primo demo autoprodotto dei modenesi Gru, trio di low-fi/post rock psichedelico, che prova ad attingere all'attuale post-psichedelia, al math-rock e al 'vecchio' suono noise degli anni 80/90, tra liquide progressioni e farraginosi ponteggi di una scrittura enigmatica, seppure non eccessivamente impenetrabile.Ci sono molti spunti interessanti, dati soprattutto dai volumismi space della chitarra di Gil e l'incessante lavoro della sezione ritmica, che aiutano a volgere lo sguardo oltre le plumbee, gigantesche e opprimenti conurbazioni metropolitane, però il tipo di registrazione (valida nei momenti riflessivi) fa perdere purtroppo di efficacia e profondità ai riff 'post-progressivi' che avrebbero valorizzato a dovere i brani. Detto questo non siamo di fronte a materiale da cestinare: "Eupala Roop's Hotline" ha un flavour western e post rock che affascina l'ascoltatore sin dalle prime battute, e lo stesso si può dire di "Perry Mason vs. Space Derrick", influenzata da Hovercraft e Comets on Fire, dotata di interessanti innesti rumoristico/industriali (rigorosamente analogici !) grazie al chitarrismo schizoide e al moto perpetuo batteria-basso. Le evocazioni redentrici di "Mescaline Sunrise part 2" potrebbero soddisfare molti amanti dei Pelican 'retrodatati' verso i June of 44, anche se forse il pezzo è un po' interrotto sul più bello. I Gru sono un gruppo da seguire, manca solo ancora un'ulteriore crescita compositiva, lo stile e le sonorità non plagiano per fortuna nomi troppo noti, e se la tecnica dei tre è asservita al momento ad un linguaggio estremamente essenziale, potrebbe avere sviluppi futuri e riservare delle soddisfazioni ad un certo tipo di pubblico. Roberto Mattei
GRUMBLING FUR – Glynnaestra
Benvenuti nella discoteca intergalattica dei Grumbling Fur. Moloch nato nel 2011 per volontà di Alexander Tucker, Daniel O'Sullivan (Guapo, Mothlite, Miasma & The Carousel of Headless Horses, Aethenor, Ulver), Antti Uusimaki (Mothlite, Panic DHH), Jussi Lehtisalo (Circle, Pharaoh Overlord) e David Smith (Guapo, Miasma & The Carousel of Headless Horses, The Stargazer's Assistant), nel corso degli ultimi due anni il progetto ha cambiato pelle e mutato forma. I soli O'Sullivan e Tucker tengono le redini di questo Exquisite Corpse e ci donano 13 canzoni che ad un primo ascolto stupiranno non poco. Chi si aspetta lo sghembo psych folk di Tucker, l'acid rock dei Circle o l'ipnotismo In Opposition dei Guapo, dovrà subito ricredersi. E genuflettersi dinanzi alla sapienza creativa dei due autori. Permangono folli astrazioni in bilico tra rumorismo psichedelico, sperimentazione e avant-pop (l'iniziale "Ascatudaea", il trip percussivo di "Alapana Blaze", le vibrazioni droniche di "Cream Pool", le folate soniche di "The Hound"). Resistono le tendenze melanconiche e pastorali del buon Alexander (le note sospese di chitarra e cello nella title track, la delicata ballata "Clear Path", gli archi minacciosi di "Harpies"). Ciò che sorprende è un'apertura verso beat elettronici e tenue synth pop, quasi ad ascoltare un mix intrigante e tenero di Depeche Mode, Coil e Brian Eno. Per credere, basta far scorrere "Protogenesis", l'avvolgente "Eyoreseye", l'anthemica "The Ballad of Roy Batty", le sublimi "Galacticon" (una delle canzoni più belle ed intense dell'intero 2013) e "Dancing Light", il proto trip hop della conclusiva, mistica "His Moody Face". Glynnaestra è divinità generatrice di benessere psicoattivo e astrazione mentale. Ormai duo puramente British, i Grumbling Fur ci donano la loro electro-gnosis, risvegliando la nostra anima digitale in questo assurdo mondo materiale. Alessandro Zoppo
GUARDIAN ALIEN – Spiritual Emergency
Etno jazz? Afro fuzz? Tribal trance? Innamorati dell'universo stile "noi bianchi sappiamo sonorizzare la Santeria meglio dei neri" riscoperto da band come Goat e i nostrani Al Doum & The Faryds? Siete impazziti all'ombra dei totem dei Master Musicians of Bukkake e non trovate più pace? Pensate che Kabawata Makoto stia cercando e cercando e cercando il riff perfetto? A voi è dedicato il progetto Guardian Alien: una combriccola di freak innamorati dell'indicibile soprattutto in fase di composizione. "In an Expression of the Inexpressible", diceva qualcuno. Alla terza prova con "Spiritual Emergency" (è vero!), mettono insieme pattern incredibili, accostando post noise, sperimentazione, drone e percussivismo spinto in botte da un minuto o da venti. Partiamo con una dissimulazione, "Tranquilizer", che con i suoi ritmi serrati e samples sporchi (9 minuti abbondanti) è esattamente la cosa più lontana per restare calmi. Seguiamo. "Mirror" e "Vapur" insieme accoppiano tre minuti. Dissonanze prima, congas alla Kodo poi. Andiamo avanti. Oltre. "Mirage" è sunn 0))) nelle zone di "White" con qualcosina in più. Il finale è un'odissea, il ritorno mai più ritorno, il mare in tempesta. "Spiritual Emergency" è lunga più dei quattro pezzi finora ascoltati e, una volta venuti a capo dei 20 minuti e 41 secondi, ci si accorge che potevano fare uscire un disco solo con la title track. L'esperienza fa tornare in mente un altro gruppo italiano che vibra delle stesse emozioni, i Trans Upper Egypt. Andateli a cercare per i vostri riti pagani da cameretta e fate vostre le parole del custode alieno: "Full disclosure: we've been here all along". Tutto succede qui ed ora. E nulla più. Eugenio Di Giacomantonio
GuM – Vol. 2
Segnatevi il nome dei GuM, quartetto formato da Boss, Grr, Ambash e Ivan, perchè dopo Stoner Kebab e La Cuenta la Toscana ha partorito un altro gigantesco leviatano sludge-doom, che al pari del Dagon di lovecraftiana memoria emerge dall’esordio su demo di “In A Black Hole” per martoriare la nostra psiche col suo secondo capitolo.La monolitica apertura di “Fire” – costruita su riff alla Sleep/Cavity, e contenente progressioni simili ai primi High On Fire – funge da apripista ad un album molto più vario di quanto non si possa credere. Passiamo (trapassiamo sarebbe il caso di dire!) infatti tra le abominevoli, tormentate, “Water”, “Die Witch Die” e “Please Don’t Bite Me”, brani dal suono saturo e smisurato, concepiti con rigore logico, che possono rievocare i wizard del periodo Come my Fanatics/Dopethrone e in parte i Celtic Frost dell’ultimo “Monotheist”, eseguiti con un esoterico, stregonesco feeling, tipico degli album più riusciti di questo genere. Un sound marchiato da ossessiva pesantezza che riesce però abilmente a conservare fluidità, per un risultato complessivo malvagio e competente. Notevoli pure lo stoner-doom nichilista e cremato dagli amplificatori di “Suffocated By My Life”, il rituale di iniziazione che pervade la magnifica “The Hellborn Sinners” - pezzo dal groove pazzesco, a tratti lirico - e il putrescente dinamismo di “Run Away”, esorcismi in musica di tutte le scatenate corti del male! I riferimenti a Burning Witch, Cyruss, Weedeater, Cavity, Bongzilla, Nightstick sono evidenti, ma i GuM hanno personalità da vendere, e terminato l’ascolto si è come reduci da un’esperienza post-mortem, o se volete da un viaggio nella più innominabile nefandezza… Vol. 2 merita nettamente di essere stampato da un’etichetta ufficiale. Roberto Matte

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