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S.I.M.B. – Monday Superblues
«Satan is my bitch...». Bastano pochi secondi dell'iniziale "Intro (The Cave)" per avere conferma che la scelta dell'acronimo S.I.M.B. come nome della band non poteva essere più azzeccata: "Monday Superblues", debut album edito da Ozium Records, è un'autentica cloaca luciferina, sporca, intrisa di fango e maleodorante in cui il quartetto proveniente da Amsterdam propone un stoner sludge al fulmicotone, granitico, tirato e putrido, miscelato a sonorità di chiara matrice metal in stile Type O Negative e Life of Agony.Il disco, prodotto da Joy Z (ex Life of Agony, manco a dirlo) si compone di sette brani più la bonus track finale, tutte di breve durata (tre/quattro minuti circa) ed intensisime, contraddistinte da riff rocciosi e consistenti, una sezione ritmica precisa e potente ed un cantato marcio e alcolico, per uno stoner sludge putrido e sudato che coinvolge e… convince: sì, convincente perchè, pur non inventando niente di nuovo, i S.I.M.B. sfornano un album godibilissimo, breve e senza fronzoli, vissuto e sudato, di quelli che non possono non piacere agli stoners, con suoni e strutture che talora richiamano l'alternative/gothic metal di Peter Steele ed altri e che, sapientemente amalgamate, vanno ad arricchire un prodotto altrimenti troppo piatto e monotono. Degli otto brani meritano menzione particolare la già citata iniziale "Intro (The Cave)", "Demon Lover" – introdotta dalla sexy e provocante voce femminile «Oh yeah, feels good... real good» –, "Mind of God", il brano migliore e più originale ove aleggia l'ombra scura di Steele, "If You Just Try", autenticata cavalcata in puro stile Type O Negative, e la canzone che dà il nome al gruppo, "Satan Is My Bitch", autentico marchio di fabbrica e dichiarazione d'intenti, sorta di mix tra hardcore, stoner e gothic metal. E con i cui versi non resta che chiudere la recensione: «Step aside you're in my way… This will be your last mistake… You will end up in a ditch, 'cause Satan is my fucking bitch». Alessandro Mattonai
SABIANS, THE – Shiver
Il 1991 fu l'anno di uscita di "Volume I", opera d'esordio di una band del North Carolina chiamata Sleep. Il futuro fu molto roseo per quei ragazzi: i loro successivi lavori "Holy Mountain" e "Jerusalem" sono diventati dei capisaldi dello stoner rock e del doom più corrosivo, fondamentali ed influenti per generazioni di musicisti. Tuttavia, subito dopo l'uscita del primo lavoro, il chitarrista Justin Marler abbandonò il progetto per ritirarsi in un monastero ortodosso russo alla ricerca della propria spiritualità. Conclusa l'avventura Sleep, Matt Pike ha proseguito riscoprendo le proprie radici metal con gli High On Fire mentre gli altri membri (Al Cisneros e Chris Hakius) hanno vissuto un lungo periodo di stasi. A sorpresa, lo scorso anno, Marler, dopo sette anni di pausa mistica, è tornato in pista proprio in compagnia di Hakius e coadiuvato da Patrick Huerta (chitarra) e Rachael Fisher (basso) ha dato vita ai The Sabians. "Shiver" è il secondo capitolo della loro saga dopo il debutto "Beauty for ashes" e focalizza ancora di più l'attenzione su una particolare forma di rock complessa ed elaborata: chi si aspettava una riproposizione dello Sleep sound rimarrà profondamente sconvolto… La proposta dai Sabians infatti è un hard rock strutturato ed emotivamente intenso, eclettico e maturo, giocato sull'alternanza di svariati stili e registri: se l'iniziale "Sixteen-forty" strizza l'occhio allo stoner, brani come la splendida "One by one", "Sweet misery" e "Bullet" ricordano il mood contorto ed oscuro dei Tool, mentre "Cold black river" è un gioiello di folk rock dal sapore orientale. Tra arrangiamenti progressivi ed una complessità di fondo che stupisce in pieno, emergono canzoni ricche di pathos come "Numb" (la cui struttura da ballad viene completamente stravolta da ruvide sterzate elettriche) e la psichedelica "Cannibal machine". A sorprendere ci pensano anche le atmosfere notturne di "Spiders and flies" e i riff sabbathiani di "Broken circle", atto di chiusura di un disco che coinvolge dal principio alla fine. I Sabians sono quanto di più lontano si possa immaginare dall'universo malato degli Sleep, ma i fan del doom acido non disperino: "Shiver" è un concentrato di qualità ed intensità dalla classe immensa. Alessandro Zoppo
SAINT VITUS – V
Forse nessuno meglio dei Saint Vitus riesce a trasmettere con tanta chiarezza l’essenza del doom in una sola nota. Il loro suono, compresso, grezzo, potente e sgraziato penetra nelle meningi e blocca all’istante l’anima nella gabbia che il destino avverso ha preparato per ognuno.La Southern Lord ci regala un ristampa di lusso di questo grandissimo disco del 1990, lusso sia per la qualità della masterizzazione, sia per il packaging (essenziale ma ben fatto) sia per una piccola perla extra: il video del primo concerto dei Vitus con Wino. Registrato a Palm Springs nell’86 in una palestra con pubblico giovanissimo seduto per terra e inconsapevole del pezzo di storia che si trovano davanti, conservato per tanti anni da Scott Reeder, questo filmato in bianco e nero ci da un assaggio (5 canzoni) dello spirito immenso di questa band. Wino spiritato, Dave incurante, il tutto per una platea non propriamente interessata al feedback e al wha schizzafrenico che imperversano fra gli avanzamenti sabbatthiani. Parlare poi del disco in se è quasi imbarazzante, anthem come I bleed black e Living Backwards non hanno bisogno di presentazioni, nella loro accidiosa potenza riescono a rapire anche orecchie non abituate al doom. Ma il cuore dell’album è e rimane la serie di 3 strazianti pugni nello stomaco a metà disco, Patra (petra) è l’emblema di quel tocco di Dave Chandler che toglie il respiro ad ogni nota; in Ice Monkey riaffiora la rabbia perennemente repressa di Wino e Jack Frost rimane anche a distanza di anni una delle marce doom più annichilenti di sempre. Ormai abituati alla densa lentezza ci si trova spiazzati con la chiusura infuriata di Angry Man e Mind Food, pezzi in cui i Vitus si sfogano e lasciano andare strizzanod l’occhio anche all’hardcore d’annata. Una delle pietre miliari del doom metal, in cui due degli uomini che più hanno impersonificato questo genere danno il massimo. Dischi del genere sono capaci di attanagliare la mente e lo spirito. Federico Cerchiari
SALICE CRIED – Rain Dollar$ From The Sky
I Salice Cried si formano a Napoli nel 2005 e dopo la classica trafila di registrazioni, esibizioni live e prove su prove giungono nel 2007 all'esordio auto prodotto sulla lunga distanza. 'Rain Dollar$ from the Sky' il titolo di questo lavoro composto da quattordici brani scritti e suonati da Woodstock (voce, chitarra), Jaca (basso) e Luysz (batteria). I tre ragazzi hanno capacità e passione, tuttavia c'è molto da migliorare per poter aspirare a lidi più elevati. Innanzitutto la registrazione, a tratti davvero scadente. In secondo luogo la personalità, poiché spesso l'alone del già sentito prende il sopravvento sui singoli brani. Una maggiore sintesi avrebbe reso di sicuro maggiore giustizia. Scelta dei brani che andrà valutata meglio in futuro.Per ora rimangono episodi isolati tra i quali si scorgono comunque ottimi spunti. Il mood generale del disco si assesta su un rock sporco e slabbrato, che prende dal grunge dei Nirvana, dalla follia dei Mudhoney e dei Melvins (attenzione al palese plagio di "Dream of Life"), dall'indie noise di Sonic Youth e Jesus Lizard e dallo stoner post kyussiano. Dove i tre riescono meglio è proprio nell'esplorazione di sentieri originali, come nel caso di "Rain Pixel Dead from the Sky" e "Sleep Bitter Fruit" (pezzi che poggiano su riff belli tosti, tirati e cattivi) o nei rallentamenti dal taglio sabbathiano di "Sludge Fear". "Afterglow" dona la dovuta ripresa di fiato con un quieto intermezzo acustico ed è una delle poche varianti di un dischetto che per il resto risulta sin troppo monocorde. C'è bisogno di lavorare sulle sfumature e sui suoni perché le capacità ci sono. Sarebbe uno spreco enorme non sfruttarle. Alessandro Zoppo
SALICE CRIED – The Big Stoner Machine
Attivi già da un decennio e con una lunga militanza fatta di lavori autoprodotti e di incessante attività live, il nome dei Salice Cried non è certo nuovo ai frequentatori del sottobosco italiano. Il trio campano rilascia dunque "The Big Stoner Machine", un ruvido concentrato di rock pesante influenzato dai suoni abrasivi degli anni 90, dai quali, oltre al classico stoner, emergono influenze di Helmet, Melvins e il grunge più urticante. Un approccio genuino e senza fronzoli, che risalta nell'ipnotica apertura di "Kebarab", song capace di alternare partiture orientaleggianti con riff taglienti e trascinanti. Successivamente "Freedom", "Black Limbo" e "Drunk Horse" riescono nell'intento di scuotere e incitare grazie al loro approccio quasi hardcore. Nella seconda parte emerge gradualmente lo spettro dei Sabbath, estratto quasi da una soluzione muriatica altamente pericolosa: troviamo infatti due mazzate come "Godsun" e "No", che i Salice Cried dimostrano di arricchire con interessanti chiaroscuri. Da menzionare anche la movimentata "Rec02" coi suoi mortiferi cambi di tempo. Un disco per teste acide, ma non solo. Roberto Mattei
SALT OF THE EARTH – The purity of oblivion
Una delle migliori rivelazioni di questo 2004. I Salt Of The Earth con il loro secondo promo entrano di prepotenza nel gotha del doom grazie ad una proposta cupa e granitica, spessa ed impenetrabile. Il leader Rick si divincola tra chitarra e voce con sopraffina bravura, Paul (basso) e Sean (batteria) picchiano duro macinando arcigni slow tempos.Era da tempo che non si ascoltava un gruppo tanto bravo appena all’esordio (e ancora in fase demo). Qualche illuminato boss discografico dovrà per forza accorgersi di loro. Pur non essendo degli innovatori, la personalità ai tre ragazzi non manca affatto. Il loro doom imbastardito con l’hardcore richiama alla mente Sleep, Saint Vitus, Melvins e Slow Horse. Qualcosa di tremendamente agghiacciante, sporco e mefistofelico. Quattro sono i brani e la durata totale è di 35 minuti. Questo dato parla chiaro. Composizioni lunghe ed articolate che contribuiscono a creare un’ambientazione narcolettica e ossessiva. L’immagine mentale che ricorre ascolto dopo ascolto è quella di una civiltà in piena decadenza, vittima dei propri errori e condannata all’estinzione. Il disfacimento progressivo ha come colonna sonora “The purity of oblivion”. Nelle strade deserte risuonano i riff paralizzanti della title track mentre “Not of this earth” è la fuga mentale da un mondo che implode. Doom e psichedelia che si fondono per dar vita ad un paradiso cerebrale dove tutto assume una connotazione più profonda. “The gods and the dead” è espressione della rabbia e della frustrazione suburbana. Ci viene sbattuta in faccia una matassa incandescente nella quale vocals evocative convivono con parti opprimenti e fasi groovy. L’incombenza del destino si compie con “Under the influence of the moon”, 14 minuti di doom incontaminato dove dalle fitte coltri della foresta dell’equilibrio rispunta il fantasma della Cattedrale: terrificante, lento, straziante. Ma maledettamente sublime. “sunlight fades as the nightmare begins the time has arrived for man to pay for its sins greed and treachery has finally taken its toll and now it's too late to pray for your soul” Alessandro Zoppo
SAMAVAYO – Death.March.Melodies!
La Germania aggiunge l'ennesimo tassello al proprio mosaico stoner con il debutto ufficiale dei Samavayo, band di Berlino in giro dal 2000 e già con un paio di uscite alle spalle (il 10" "131" e l'EP "Songs from the drop-outs"). "Death.March.Melodies!" conferma la verve di Marco (chitarra, voce), Behrang (voce, chitarra), Stephan (batteria) e Andreas (basso, voce), autori di un lavoro tosto e ben realizzato, incentrato su un sound caldo e pastoso, ottimamente scritto e suonato. Certo, i margini di miglioramento ci sono tutti (soprattutto se si pensa al songwriting, che potrebbe essere senza dubbio più personale), ma l'esordio dei Samavayo è un album fresco e coinvolgente che si lascia ascoltare con molto piacere.Lo spettro dei Kyuss aleggia prepotente in diversi episodi, soprattutto in "Love sick" e "Let 'm 'c", che si segnalano comunque per essere brani granitici e dal gran tiro. Mentre "Fucking light" è una pausa acustica in pieno stile "Space cadet". "Nut so" e "Uneva" sono perfetti razzi targati Unida, heavy rock robusto e grasso, esaltato dalla voce di Behrang, degno emulo di Nostro Signore John Garcia. Ma non c'è solo questo in "Death.March.Melodies!". Ci sono anche pezzi forti, canzoni nelle quali il classico stoner rock si mischia ad un sorprendente impeto rock'n'roll, lasciando trasparire influenze provenienti dal più classico hard psych di matrice '70s. Su tutti svetta "Red end", potenziale hit da classifica se solo fosse supportata da un video ben girato e da un adeguato battage pubblicitario. Ci sono il groove asfissiante dell'iniziale "Heavy song" (un nome un programma) e le melodie coinvolgenti di "Monster", composizione in cui la scrittura dei Samavayo fa eccezionali passi in avanti. Insomma, in questo disco c'è molta carne al fuoco. A volte la macchina sbanda e perde di vista un aspetto importante (leggi personalità), ma quando le cose girano questi quattro ragazzi tedeschi dimostrano di saperci fare. Attendiamo il prossimo lavoro sperando di essere di nuovo travolti e finalmente sorpresi. Alessandro Zoppo
SAMAVAYO – Soul Invictus
Per evitare dal principio sillogismi cornuti andrò a ritroso: questo album merita un 7, pieno. "Soul Invictus", titolo sacrale di ricordanza liminare a metà tra Oriente e Occidente, è l'ultimo lavoro della band tedesca Samavayo – attiva ormai da parecchi anni – uscito per la Setalight Records nel 2012. Il disco è composto ufficialmente da dieci tracce – più qualche bonus track tra vinile e download – che spaziano nel territorio minato del rock/metal più progressivo (n.d.a. quando uso il termine progressivo mi riferisco all'accezione più vintage del termine, non ai cori di castrati tanto in voga negli anni '80) che desertico. Tutte le canzoni sono strutturate in maniera armonica, la sezione ritmica si incastra nelle melodie vocali creando una rete solida su cui le chitarre scivolano, con nonchalance (in questo è accurata la scelta dell'incipit). La seconda parte dell'album è calda. Dopo un inizio algido, preciso ma con mancanza di pathos (in principio "Mad Machine", à la Maiden) le strutture si ammorbidiscono, l'orecchio si abitua. L'ascolto di "Soul Invictus" non è diretto. Il suono è moderno, questo è chiaro dalle prime battute: sonorità aperte ("Corrosive", "You're Killing Me"), si dispiegano rendendo la successione dei brani una sorta di scala verso una più sentita riflessività tra le frequenze ("Roozhaye Roshan"). Sebbene non abbastanza sporco per i miei personali gusti (anche se su "Got the Blues" un brivido di piacere mi ha scosso, dal primo ascolto, risalendo per la schiena) e a volte tendenzialmente ammiccante – lasciatemi dire un po' paraculo – "Soul Invictus" merita un ascolto attento. Non vi aspettate qualcosa da poter mettere su come colonna sonora easy della giornata. Le costruzioni chiedono un'attenzione particolare, per non chiudere tutto al terzo brano. Nota di merito: non è facile riuscire a incorporare influenze così diverse senza diventare citazionistici. Nota di demerito: i Samavayo devono accendere il fuzz. A fronte di tutto ciò ho precisato in testa che il disco merita un 7 pieno. Per non incappare in errori di lettura.
Brano consigliato: "Torture of the Guns". Brano caldo: "Got the Blues". Brano mistico: "Roozhaye Roshan".
E beccatevi il video di "Nightmare": www.youtube.com/watch?v=a2ek1pO4UfU In fede, S.H. Palmer
SAMSARA BLUES EXPERIMENT – Live at Rockpalast
In attesa che i Big Snuff Studios di Berlino sfornino il nuovo "Waiting for the Flood", previsto per novembre 2013, i Samsara Blues Experiment lanciano "Live at Rockpalast", resoconto dello show avvenuto nell'ottobre del 2012 per il noto canale televisivo tedesco WDR. Uscito sotto Electric Magic Records, creatura dello stesso Christian Peters, il disco si compone di nove tracce che danno vita ad un'ora e venti minuti di puro distillato Samsara. La tracklist, costruita cogliendo i frutti migliori di "Long Distance Trip" (soprattutto) e "Relevation & Mystery", ha un movimento circolare che prende le mosse da "Singata Mystic Queen". L'incipit completamente strumentale introduce al viaggio, sfociando con naturalezza e senza interruzioni di sorta in "Hangin' On the Wire". Marciando sotto la pressa sonora di "Army of Ignorance" e oltrepassando le melodie allucinate di "For the Lost Souls", si arriva al torrido spartiacque temporale "Into the Black". Ora i periodi si dilatano: songs devote alla psichedelia come "Center of the Sun" e "Double Freedom" prendendo a braccetto le vibrazioni blues-jazz di "Outside Inside Blues", scorrono tra gli strati del suono e componendo quasi quaranta minuti di live. A chiudere il cerchio infine, in versione acustica accompagnata da sitar e synth, è nuovamente "Singata Mystic Queen". Quest'ultima, introdotta in una seconda fase di registrazione in studio, chiude marchiando a fuoco il sigillo di qualità SBE. "Live at Rockpalast" ha il sapore di una consacrazione: l'esecuzione perfetta e una registrazione live di spessore, contraddistinguono un disco che si affaccia sul mercato in edizione limitata (solo 500 copie) ma sempre disponibile in HD su WDR Fernsehen. Enrico Caselli
SAMSARA BLUES EXPERIMENT – Long Distance Trip
Dalle ceneri dei Terraplane al blues cosmico dei Samsara Blues Experiment. Il percorso di Christian Peters giunge finalmente a compimento con il primo album ufficiale della sua nuova creatura, fatta crescere in compagnia dei sodali Richard Behrens (basso), Thomas Vedder (batteria) e Hans Eiselt (chitarra). Inserti di sitar, organo e synth ampliano e arricchiscono la proposta della band berlinese, alle prese con un heavy psychedelic rock dalle tinte spirituali e libertarie. Dopo due demo uscite tra il 2008 e il 2009, 'Long Distance Trip' consacra i Samsara tra i nuovi paladini della psichedelia hard europea. Sei brani che dimostrano dinamismo e sapiente costruzione strumentale. Percorrono i sentieri polverosi e crudi dei 70 e guardano spesso e volentieri altrove (lo stoner rock, il doom, il kraut, il progressive).Capacità che si fanno valere quando si parte con una jam magica, l'avvio liquido e avvolgente di "Singata Mystic Queen", e si prosegue con una bordata heavy del calibro di "Army of Ignorance". Riff che rimangono in testa sin dal primo ascolto e lunghe suite come "For the Lost Souls" e "Center of the Sun" che rimandano all'immaginario psichedelico per eccellenza, quello che va dai Pink Floyd all'Experience di Jimi Hendrix, dagli Hawkwind agli Sleep, fino ai Farflung e ai Colour Haze. La validità dei Samsara risiede anche nel saper variare registro: Christian ad esempio non ha una voce memorabile, tuttavia sa modularla alterandola ai riff e ai soli più dilatati. "Wheel of Life" è un'altra dimostrazione di forza, un delicato ed emozionante bozzetto acustico che precede il gran finale, i 22 minuti di "Double Freedom". Una jam che avrebbe fatto commuovere persino Jerry Garcia, un autentico viaggio tra profumi d'incenso, gorghi profondi di fuzz, illuminanti percorsi di conoscenza e consapevolezza. È proprio vero: «these KRAUTs know how to ROCK and mesmerize!». Alessandro Zoppo
SAMSARA BLUES EXPERIMENT – Waiting for the Flood
Il finire del 2013 ha visto l'uscita di un buon numero di chicche heavy psych e stoner in tutta Europa. L'invasione lisergica è ormai un dato di fatto, tocca che ascoltatori e soprattutto addetti ai lavori ne prendano atto. Tra questi album ad alta gradazione psicotropa rientra indubbiamente "Waiting for the Flood", ultimo lavoro dei Samsara Blues Experiment. Edito da Electric Magic / World In Sound, label di proprietà di Christian Peters (cantante e chitarrista della formazione berlinese), il disco è composto da quattro lunghe tracce, brani ispirati e articolati che rispecchiano una tradizione vintage, rintracciabile anche nell'ondeggiare corposo dei riff e nel background sonoro costituito da un saggio impasto di sitar e atmosfere fortemente psichedeliche. "Shringara", posta in apertura come a voler subito stordire con i suoi 13 potenti minuti di fuzz ben dosato, è l'apripista perfetto per un disco che ha indubbiamente un compito piuttosto arduo. Il debutto dei Samsara ("Long Distance Trip", 2009) fu un'esplosione di psichedelia e onde sonore, stessa sostanza maneggiata con acida e chimica visionarietà dal successivo "Revelation & Mystery" (2011). Andare avanti da questo punto di partenza non sarebbe apparentemente un processo evolutivo così automatico. Eppure i ragazzi sono riusciti a fare quell'ulteriore, doveroso passo, senza strafare e nel contempo senza ripetersi troppo. Lo dimostrano la liquidità blues della title track, le estrose sfumature (dal dark al funk passando per doom e mid-tempo avvolgenti) di "Don't Belong" e l'overdose provocata dall'esotica e spaziale "Brahmin's Lament". Ovviamente i marchi di fabbrica della band sono tutti lì, ma questo stilema compositivo è attinente al 100% al genere proposto. Insomma, "Waiting for the Flood" è un lavoro da promuovere a pieni voti e con estrema dignità. L'alternanza di chimica espressiva e distorsione sacrale è garantita. Alessandro Zoppo
Samsara Blues Experiment – One With the Universe
Love is possible. Così è scritto alla fine delle note di copertina di “One With the Universe”, ultimo lavoro del trio berlinese dei Samsara Blues Experiment. Riassestata la line up dopo che il vecchio bassista Richard Behrens ha deciso di dedicarsi completamente al lavoro di tecnico del suono (tra l’altro è proprio lui che ha registrato e mixato l’album al Big Snuff Studio), Christian, Hans e Thomas hanno dovuto riequilibrare il proprio sound intorno al concetto di power trio. La cosa sembra aver avuto ottimi risultati e come ammette lo stesso Peters, è stata la cosa migliore che potesse capitargli. Nel mentre, tra il penultimo album della band “Waiting for the Flood” del 2013 e quest’ultimo, il nostro ha dato corpo e sostanza all'altro suo progetto di ethnic & synthesizer improvisations (come ai vecchi tempi del Krautrock) and otherwordly music a nome Surya Kris Peters e questa influenza interviene nelle cinque trame di “One With the Universe”, soprattutto nell'utilizzo del Fender Rhodes o di altre keyboards. Si parte con “Vipassana”, il pezzo più aggressivo dell’intera discografia della band, addolcito solo nella parte finale con trame synth dal notevole effetto psicotico. “Sad Guru Returns” è strumentale con l’eccezione del sample di Sadhguru Jaggi Vasudev che ci parla di meditazione. La successiva “Glorius Daze” è puro vortice stoner rock con un ritornello irresistibile mentre la delicata title-track è quasi un bolero desert rock rallentato, tra dune di sabbia e miraggi mistici. Come ammette lo stesso Peters è costata molta fatica allineare le varie parte del pezzo, tanto da stargli dietro un anno e mezzo. La conclusiva “Eastern Sun & Western Moon” è, come recita il titolo stesso, un incontro tra estremi: da una parte l'intro doorsiano ci porta davanti a lune oniriche; dall'altra i duelli/duetti tra chitarra e keys sono proprio caldi come il sole d’oriente. I Samsara Blues Experiment senza troppo clamore stanno dando vita ad una discografia importante: peccato lasciarsela sfuggire. [caption id="attachment_6020" align="aligncenter" width="640"]Samsara Blues Experiment Samsara Blues Experiment[/caption]   Eugenio Di Giacomantonio  
SANCTA SANCTORUM – The Shining Darkness
Sancta Sanctorum non sono altro che la naturale evoluzione del progetto Witchfield. Vi partecipano infatti personaggi storici del calibro di Thomas 'Hand' Chaste, Danny Hughes e, udite udite, Steve Sylvester per quello che potrebbe essere una nuova reincarnazione dei mitici Death SS. Non si deve però pensare ad una semplice riproposizione del suddetto gruppo. Qui si spazia tra doom, hard, progressive ed anche un tocco di elegante psichedelia fine anni Sessanta inizio Settanta, il tutto ovviamente filtrato attraverso una spiccata personalità.I punti di riferimenti sono i soliti ed immancabili Black Sabbath ma anche Hawkwind, Blue Cheer, Black Widow e soprattutto High Tide. Le macabre danze si aprono con lo psycho doom "The End Is Near" per poi proseguire con la spettacolare "Black Sun" dove sembra realmente di essere tornati ai fasti dei primissimi Sabbath. È la volta poi della bellissima "Nothing Left at All" con le spettrali tastiere che si alternano alle chitarre magnificamente. Non male come trittico iniziale. Steve canta come un sacerdote indemoniato prossimo al delirio, in particolare nell'horror doom "Master of Destruction". La parte più progressiva dell'album esce in brani come "Desperate Ways", "Bread of Tears" e "No Expectations", grandi esempi di come si possa rileggere abilmente il passato tenendo d'occhio il presente. La chiusura viene affidata alla solenne "When You Die", ennesimo connubio tra musica heavy e psichedelia di stampo prog, veramente un degno finale. A proposito, gli ospiti non sono finiti. Vale la pena menzionare, Mario 'The Black' Di Donato (chitarra nella sublime e già citata "Black Sun" e in "When Hopes Are All Gone"), BJ dei romani Doomraiser (basso in "Desperate Ways") ed inoltre Ilario Supressa e Paolo Montebelli. Citazione d'obbligo anche per lo stupendo artwork (ad opera di Steve) che richiama l'immaginario degli anni Sessanta/Settanta. Un disco quindi assolutamente impedibile per tutti coloro attratti da queste sonorità. Purtroppo di questi album ne escono sempre troppo pochi. Conviene approfittarne. Cristiano Roversi
SANTERIA – House of the dying sun
La definizione di southern tribal rock che è stata appioppata ai Santeria è qualcosa di assolutamente limitante. Giunti al terzo disco dopo l'omonimo album d'esordio e il live "Apocalypse, La.", la band di GhostTown, Louisiana, compie un autentico miracolo nel panorama sonoro odierno: sfuggire ad ogni definizione attraverso una musica senza limiti e senza regole. Proprio tale eterogeneità è la carta vincente di questo "House of the dying sun", piccolo scrigno che possiede tanti contenuti e svariate sfaccettature, tutte vincenti. Già la formazione del gruppo dice molto in quanto ad originalità: due batteristi (Krishna Kasturi e Rob Rushing), un basso (Jay Guins), un chitarrista (Tony Primo) e soprattutto la presenza del leader Dege Legg, che si alterna tra voce, chitarra e piano. Tale impianto non poteva che produrre un sound avvolgente e variegato, che spazia con disinvoltura tra generi e stili diversi. La provenienza geografica (il sud degli States) si fa subito sentire nell'iniziale "High & rising" o in "MorningFall", due brani cadenzati e compatti che mettono in mostra l'amore spassionato nei confronti delle loro radici southern rock, Lynyrd Skynyrd in primis. Tuttavia è solo un punto di partenza e non di arrivo: l'attenzione infatti viene catturata da alcune power ballads come "Deathtrip", "Daddy's bad girl" e "Strung out on a dream", dove l'approccio hard rock viene stemperato da un gusto melodico sempre in primo piano, condito da inserti acustici e vibrazioni psichedeliche. Ma neanche questo basta perché quando i Santeria spingono sull'acceleratore vengono fuori delle perle come "Wrong end of the day" (fusione perfetta di Led Zeppelin e Soundgarden…) e la magnifica "Cain's way", pezzo che potrebbe benissimo essere eletto come odierna "All along the watchtower" …tuttavia non finisce qui: la matrice originaria della band è il blues e allora via con la malinconica "Laredo", con il delta blues di "Hellbent woman blues" o con le fumose atmosfere di "Main man", che mescolano heavy blues e Seattle sound (nei riff sembra di ascoltare gli Stone Temple Pilots…). Ma per confermare tutta questa bravura occorreva il colpo di genio, che i Santeria riescono facilmente a tirare fuori dal loro magico cilindro con un finale titanico e imponente: i venti minuti di "Zixox" uniscono psichedelia, hard rock, visioni dark e inflessioni tribali che ci portano direttamente sulle rive di una palude della Louisiana. "House of the dying sun" è un grande disco: songwriting impeccabile, capacità tecniche eccelse, originalità spiazzante, feeling travolgente...cosa chiedere di più? Mi raccomando, non fateveli scappare… Alessandro Zoppo
SARDONIS – Sardonis 7”
In questi ultimi anni il Belgio sta proponendo al mondo intero una nutrita schiera di doom metal band di notevole fattura, dai Pantheist ai Unitl Death Take Over Me passando per i Serpentcult fino a giungere a realtà minori ma pur sempre degne di nota per gli appassionati. Da oggi bisognerà aggiungere questo duo dedito ad uno sludge/doom metal granitico e marcio al punto giusto e racchiuso in questo ''7 rilasciato dalla sempre attenta Electric Earth Records. Quattro sono le tracce che compongono questa realease, totalmente strumentali (usando solamente chitarra e batteria) e ben strutturate al punto che sembrano reggersi perfettamente senza soffrire minimamente la mancanza della voce, e questo non è certo un fatto di poco conto.Come dicevo poc'anzi i Sardonis si dedicano ad uno sludge/doom metal, ma non certo di quello oscuro e parossistico che lascia l'ascoltatore senza scampo; il loro sound appare invece dinamico nelle soluzioni e a tratti molto accattivante: come se nel preparare queste songs si fossero innavvertitamente mischiate delle gocce di sano rock'n roll e qualche vago sapore thrash metal, e il che non guasta di certo la resa finale. Le parti lente più che alternasi a quelle più veloci si fondono con esse, creando una progressione evocativa e trascinante come nella iniziale Nero D'Avola e nella conclusiva Sick Horses, dove il roccioso suono delle chitarre crea spettacolari giochi di viscerali chiaroscuri. Interessanti anche le tracce mediane, seppur leggermente sottotono: Skullcrusher AD permeata da forti reminescenze stoner, e la marcissima killer-song MOR. In attesa del full-lenght attualmente in lavorazione, direi che questo antipasto smuove la curiosità verso questo particolare duo che ci mostra come si può fare dell'ottimo sludge anche con una formazione ridotta all'osso, alla White Stripes per intenderci. Interessanti, ricordatevi di loro al momento giusto. Daniele "Born Too Late"
SASQUATCH – IV
Mi piacciono, sì mi piacciono: "IV" è uscito già da qualche mese dandoci il tempo di entrarci nel sangue, facendo felici nostalgici e non. Le coordinate dei Sasquatch sono una voce che la fa da padrone su un muro sonoro, musica molto melodica ma d'impatto e con una produzione impeccabile. Si parte bene con "The Message" e "Eye of the Storm", che pur proponendo sonorità attuali mi riportano ai bei tempi dei gruppi olandesi di fine anni '90 come i Celestial Season; in "Sweet Lady" sono sempre loro ma con una spruzzata bluesy anni '60; il resto del disco prosegue all'insegna del groove sfrenato come in "Money" e "Corner", e le più dilatate e pregne "Smoke Signal" e "Drawing Flies". Per gli amanti dello stoner melodico è un ascolto obbligato, in questo campo con la Small Stone non sbaglia mai. ENGLISH VERSION (Translated by Isadora Troiano) Do I like them? Yes, I do. "IV" is out since a few months now and it gave us the time to enter our bloodstream, making nostalgics and non nostalgics very happy. Sasquatch's trademark is a voice that literally rules over a wall of sound, a very melodic one but at the same time strong and with an impeccable production. "The Message" and "Eye of the Storm" are a great opening that, although presenting an up-to-date sound, take me back to the good times of the late '90 Dutch bands like Celestial Season; in "Sweet Lady" you can still hear them but with a pinch of late '60 bluesy sound; the rest of the record goes on with all the sing of a wild groove as in "Money" or "Corner" and the more swollen and full "Smoke Signal" and "Drawing Flies." This is a must-listen for every lover of melodic stoner, Small Stone cannot be wrong in this field for sure. Luca "Fraz" Frazzoni
SATELLITE BEAVER – The Last Bow
Nuova nazione da tenere sott'occhio? La Polonia. Ora non più baluardo del solo metal estremo, ma anche di psichedelia, pesante. È polacco l'Asymmetry Festival, sono polacchi i Blindead, sono polacchi i Belzebong, ma cosa più importante, sono polacchi i Satellite Beaver. Ricevuto il loro disco durante una recente visita a Varsavia – città nella quale i tre castori risiedono e dettano legge, "The Last Bow" è davvero una piacevole scoperta.Venti minuti scarsi di stoner rock genuino, condensati in 4 tracce strabordanti groove e adrenalina. L'incipit di "Pershing" è di quelli che hanno fatto scuola, di quelli che farebbero sogghignare i Karma To Burn. Anche "Way Before" resta fedele ad un concetto di rock'n'roll da strade polverose, mentre "Urania" e "Roadtrip" mostrano il lato più torvo del trio di Varsavia, quello più austero, riflessivo, psichedelico, e senza dubbio quello più maturo. Per intensità e sentimento, vengono alla mente in più di un'occasione i Celestial Season di fine Anni 90, ma i polacchi possiedono una loro personalità che sanno e devono gestire egregiamente. "The Last Bow" è un EP che non rinnova il genere, ma che lo alimenta nel migliore dei modi – con riff di chitarra potenti, una sezione ritmica vigorosa, ed una voce calibrata a meraviglia – lasciando praticamente mai nulla al caso. Una delle rivelazioni dell'anno appena concluso si chiama Satellite Beaver. Davide Straccione
SATORI JUNK – Doomsday
EP d'esordio per Satori Junk, nome che sembra un gioco di parole visto che è composto da una parola giapponese dal profondo significato spirituale (secondo il buddismo zen) e da un vocabolo inglese che indica rifiuto e/o rottame, quasi a voler contrappore i due aspetti. La band è un quartetto che giunge dall'hinterland milanese e rivolge le proprie attenzioni al doom e allo stoner. L'eloquente e magari anche non originalissimo titolo è "Doomsday", il che lascia suppore una visione apocalittica ed alienante nemmeno troppo inconscia.Il sound dei quattro è essenzialmente doom con risvolti psych sludge. Si inizia con "Monsters", brano che appare essere un fiero omaggio ai primi Black Sabbath. Nel proseguio la song denota un gusto acido che fa pensare agli Electric Wizard, davvero heavy e low. Un appunto va alla prova di Luca, singer che non risulta essere particolarmente incisivo. Con "The Green Beautiful (I. Abduction, II. Birth, III. Consacration)" la band sposta il tiro virando inizialmente verso forme di traditional doom, salvo poi far rivivere lo spettro di Electric Wizard, Sleep e dello sludge primordiale degli Eyehategod. Un brano questo che mostra l'ala più riflessiva del gruppo ed un parziale miglioramento dell'aspetto vocale. "Blessed Are the Bastards" si muove sulle stesse coordinate dei precedenti brani con un approccio più groove ed un taglio maggiormente sludge. Chiude il lavoro "Lord of the Pigs", che risulta essere il momento più doom dell'EP. L'uso di un synth emulatore di moog dona un tocco psych al sound della band. Nel complesso i Satori Junk ci consegnano un onesto EP che chiaramente non può aggiungere nulla a quanto il genere abbia già detto e fatto. Tuttavia i ragazzi mostrano di poter trovare spunti interessanti. Un EP dignitoso dunque, che poggia su alcune idee rivedibili ma mostra anche come la strada intrapresa sia quella giusta. Se sulla bilancia aggiungiamo tanta passione e voglia, le cose potranno di sicuro migliorare. Consigliato a coloro che non ne hanno mai abbastanza di un sound derivato da Sabbath, Saint Vitus, Sleep, Electric Wizard, Eyehategod et simili. Antonio Fazio
SATURNIA – Muzak
La Elektrohasch di Stefan Koglek si butta sullo space rock e ci propone “Muzak” dei portoghesi Saturnia, affascinante progetto che gravita intorno alla figura carismatica di Luis Simões (autentico mattatore che si divide tra voce, chitarre, basso, batteria, flauto, hammond, synth ed effetti vari). Insieme a lui operano Francisco Rebelo (piano elettrico, organo, synth) e in veste di ospiti João Alves (chitarra acustica) e Flapi Simões (flauto). Tuttavia per comprendere in pieno come suona questo disco basta notare la presenza di due guest d’eccezione: nella luminosa, obliqua “Organza” il flauto è suonato dal mito Nik Turner (stay high!), nel lungo trip esotico di “Syrian” le parole che sentite sono evocate dal maestro del mondo Gong Daevid Allen.Il materiale presente sul cd è stato scritto tra il 2003 e il 2005, d’altronde i Saturnia (fusione tra il pianeta Saturno, la farfalla Saturnia e i Saturnialia, riti di cambiamento, esaltazione della libertà assoluta) nascono nel 1996 e hanno alle spalle tre dischi (l’esordio omonimo del ‘99, “The glitter” del 2001 e “Hydrophonic gardening” del 2003). Evidente quanta esperienza, fantasia e naturalezza ci sia in queste composizioni, capaci di contaminare lo space con il prog e l’avanguardia, la psichedelia con nuove sonorità electro trance. Una ricerca anche spirituale, che aleggia prepotente durante l’ascolto. “Mindrama”, “Aqua” e “Nipple” echeggiano i primi Pink Floyd imbevendoli di fitte trame romantiche, progressioni cosmiche e languide melodie; “Kite” dipinge passaggi acustici ed eterei, con una vena elegiaca che riporta addirittura a certe musiche da film firmate Ennio Morricone; “Infinite chord” è una splendida cavalcata interplanetaria, una invocazione alle divinità che regolano la vita e il caso. Dove però Luis osa di più è in “Analepsis” e “Utterly luminescent”, magiche divagazioni tra psichedelia classica, kraut, progressive ed elettronica. Mentre nel caso di “Hedge maze” le ritmiche si animano e vocals sussurrate preludono ad un viaggio nei meandri della nostra mente. Un disco davvero entusiasmante “Muzak”, avventura sonora che ci trasporta in un mondo dorato. Nella definizione del suo stesso autore, è questa la psichedelia per il ventunesimo secolo. Alessandro Zoppo
SAUTRUS – Kuelmaggah Mysticism: The Prologue
Di nuovo in Polonia, tra le nuove rivelazioni dell'est europeo in campo stoner. Originari di Danzica (in lingua autoctona Gdańsk) e alimentati dalle acque gelide del Mar Baltico, i Sautrus sono un quartetto fondato nel 2010, che propone uno stoner rock venato di grunge, metal e blues claustrofobico. La formula di Weno, Michał, Adrian e Arek è classica e talvolta prevedibile ma fa della contaminazione la speranza più grande. Al di sopra del tipico riffing stoner blues si staglia una voce che devia da ogni pronostico, parecchio ancorata a retaggi Maynardiani di scuola Tool, ma che ben si adatta al metal sabbioso dei polacchi. Influenze secondarie sempre sul piano prettamente vocale sembrano provenire da Witchcraft e Fall of the Leafe, generando un mix insolito e molto gradevole.I riff più bluesy avvicinano i Sautrus alla coppia Down/Corrosion of Conformity, mentre quelli più evocativi suggeriscono una chiave di lettura grunge, sebbene a livello di songwriting ci sia ancora del lavoro da fare. Tuttavia si intravedono parecchie soluzioni interessanti, a partire dal groove contagioso di "Motheria" fino all'ipnosi tribale di "The Blackest Hole". Insomma, di carne al fuoco ce n'è tanta, ora sarà compito dei Sautrus renderla succulenta e aggiungere i giusti condimenti. Davide Straccione
SautruS – Anthony Hill
A distanza di 3 anni dall'ultimo disco "Reed: Chapter One", i polacchi SautruS tornano in scena con un nuovo lavoro, "Anthony Hill", targato Pink Tank Records. Il quartetto di Danzica, fondato nel 2010, ha certamente raggiunto una nuova maturità rispetto al passato. La contaminazione, cifra stilistica connaturata alla band fin dalle origini, mostra qui un nuovo equilibrio. A sovrastare ritmiche ora serrate, ora distese e quasi evanescenti, è ancora una volta la voce limpida di Weno Winter, col suo inconfondibile timbro alto e pulito, adesso improntato ad un songwriting intelligente e cosciente di se stesso. Il resto è una pioggia di suoni acidi, scanditi da poderosi riff di chitarra che, se a tratti sono pronti a trasformarsi in cavalcate di stampo decisamente heavy metal ("Good Mourning", "Shotgun"), nel complesso restano legati ad uno stoner rock venato di più arcaiche istanze psichedeliche ("Cats on the Fence"). Non mancano momenti di respiro acustico ("The Way"), e neppure inaspettati quanto interessanti cambi di tempo ("The Fungus") destinati a tuffarsi nell'ondeggiante e melodioso brano finale. Come il titolo stesso suggerisce, "When the War Is Over" vuole essere una chiusa melodica, antitetica rispetto all'aggressiva traccia iniziale del disco. In questo modo il lavoro, oltre a dimostrarsi eclettico e ricco di influenze, si fa ciclico e ben strutturato. [caption id="attachment_6010" align="aligncenter" width="640"]SautruS SautruS[/caption]   Valeria Eufemia  
SAVIOURS – Into Abaddon
I Saviours vengono da Oakland e, con il passare del tempo, sono diventati una presenza importante nel panorama del cosiddetto “nuovo metal”. Diciamo subito che con questa seconda prova hanno compiuto un deciso passo avanti rispetto alla precedente uscita. Innanzitutto il loro intento è quello di “contaminare” il metal con le forme più classiche del rock, un po’ come hanno fatto in tempi recenti i Bible of the Devil. Possiamo affermare che il risultato è riuscito.Se andiamo ad esaminare i brani, ci si imbatte in un epic metal a volte molto violento che, in certi casi, ricorda gli High on Fire. In altre circostanze si odono assoli tipicamente classic rock ed anche una certa vena southern. Vale la pena segnalare alcune cavalcate martellanti come Narcotic Sea o Cavern of Mind dove sembra di sentire i Mastodon più prog scontrarsi con gli Iron Maiden dei tempi d’oro. Anche la titletrack si mantiene su queste coordinate mentre Mystichasm risulta essere il brano più feroce rasentando la follia degli Slayer. Forse i brani finiscono con l’essere un po’ monotoni con poche variazioni sul tema ma chi ama questo tipo di sonorità non può tirarsi indietro. Promossi a pieni voti. Cristiano "Stonerman 67"
SCANDALOSI PLEASURES – 3
Sono davvero un gruppo tosto questi Scandalosi Pleasures: in giro sin dal 1998 e con una corposa attività live, arrivano al nuovo promo con una rinnovata voglia di spaccare grazie al loro garage punk frizzante e viscerale. Ramones, Hard-ons, Radio Birdman, Misfits, Weirdos e, perché no, i nostrani Senzabenza possono essere identificati come fonti d’ispirazione per i cinque. Tre pezzi veloci e schizzati, cantati in italiano, con una produzione scarna ma essenziale per questo tipo di sound, giusta marcia in più per conferire la dovuta sporcizia al lavoro di chitarre, basso e batteria. Erik, Andrea, Fabio, Ermanno e Ramon sanno dove colpire e mettono tutta la loro energia punk in piccole schegge dal marcato retrogusto pop. “Ciò che non siamo” è eloquente a tal proposito: 2 minuti di garage secco e ruspante, con simpatiche vocals e un chorus azzeccato piazzato nel posto giusto al momento giusto. “Graffito” ha la stessa immediatezza e identica struttura, ancora una volta con il refrain da cantare a squarciagola sotto la doccia. La conclusiva “L’onda” rinuncia alla rapidità a tutto spiano e privilegia un approccio più “cazzone”, tra il ribelle ed il divertito. Peccato solo che i brani siano così pochi… Comunque sia, in attesa di un lavoro maggiormente corposo, siamo felici che in questo genere non si segua sempre la scia di gente discutibile come i Blink 182. Gli Scandalosi Pleasures sono qui a dimostrarcelo. Alessandro Zoppo
SCARECROW – Deadcrow
Giungono dalla Finlandia gli Scarecrow ma è come se vivessero in New Jersey in un grande baraccone animato, pieno di zombie, vampiri, licantropi e zucche di Halloween. “Deadcrow” è il loro debutto, con alle spalle una doverosa gavetta fatta di ep, 7”, 12” e split (in compagnia di Lucien e Sex Sex Sex). Quanto si ascolta in questo album è, neanche a dirlo, un horror punk alla Misfits/Samhain, condito con una impalcatura metal, tendenze hardcore e la quasi totale assenza di impatto melodico (se non nel punk’n’roll festaiolo e ubriaco di “Don’t open the cemetary gates” e nelle sotterranee, pestifere armonie di “Earth is dead”).Grim (basso), Jack (voce), Samsam (batteria) e Ruho (chitarra) si divertono a creare un immaginario lugubre e tenebroso, come nei migliori splatter o da festa di paese. Si sale sul carrozzone e il divertimento è assicurato. Il loro è un punk spinto fino all’eccesso, non a caso le ritmiche picchiano durissimo sfiorando il metal, i riff sono taglienti come lame e le vocals di Jack urlate fino all’inverosimile. Se ci si aggiunge una sana dose d’ironia (con titoli simpatici e di spirito come “Scumdogs” e “Dead & happy”) il gioco è fatto. Nulla di particolarmente originale (anzi…) ma un ascolto spassoso e ‘fanciullesco’. Con una personalità più spiccata e una maggiore concentrazione nella stesura dei brani (12/13 canzoni sono davvero troppe anche se il disco non supera i 40 minuti...) gli Scarecrow potranno levarsi molte soddisfazioni, soprattutto placando la fame di chi ha nostalgia del Danzig dei vecchi tempi. Alessandro Zoppo
SCAT – La Vita Regolata Dal Caso
La band Italiana si presenta autoproducendo un lavoro molto curato, a partire dall'artwork ricercato della confezione del CD fino ad arrivare alla cura e all'ottimo gusto degli arrangiamenti. Frutto di un collettivo di artisti indipendenti questo disco risulta essere un alquanto sorprendente esempio di raffinato prog-rock italiano, dove nulla sembra essere lasciato al caso. Ottime prestazioni vocali, perizia tecnica strumentale adeguata al progetto e buoni inserimenti di fiati che danno spessore e brillantezza ai pezzi.Sicuramente un lavoro per palati fini, attenti alle sfumature e pronti a lasciarsi conquistare leggere ma avvolgenti fughe strumentali, come nella bella Asteroide. Di tanto in tanto filtrano tentazioni psych-space, come nella conclusiva Come Alluminio Tra I Denti, altre volte la band guarda più al prog d'oltremanica che al background nazionale, e queste per il sottoscritto non possono che essere note di merito. Lavoro sicuramente riuscito ed interessante che merita la vostra attenzione, almeno quella di coloro che sanno apprezzare raffinatezze di questo tipo. The Bokal Il fatto di definirsi una post rock band gioca molto a sfavore dei torinesi Scat. Non per motivi legati alla propria proposta, ma perché in questo modo il gruppo limita in partenza il proprio raggio d'azione. Certo, post rock vuol dire tutto e niente. Tuttavia lo spettro sonoro che si attraversa in "La vita regolata dal caso" fa pensare a tutt'altro. Gli Scat hanno alle spalle una lunga esperienza, un bagaglio tecnico non indifferente e una serie di uscite (quatto demo in tutto) che culminano nell'auto produzione di questo full lenght. La base per fare bene quindi c'è. Peccato che la carne al fuoco sia davvero troppa e in quasi un'ora di durata ciò che rimane impresso è molto poco. La carta vincente è senza dubbio quella free jazz psichedelica, che fa di "Asteroide (riflessione rabbia ponderazione)", "90/00" e "Il posto delle cose" tracce isteriche e sperimentali, trainate dal nervosismo delle ritmiche (Adriano al basso e Corrado alla batteria) e dell'accoppiata suadente di sax (Mirko) e piano (Angelo). Da sottolineare è anche il lavoro alle chitarre di Fabrizio, poco presente ma sempre pronto quando è chiamato in causa. È invece da rivedere la forma canzone vera e propria, il songwriting cantautoriale che rende pezzi come "Epica", "Ro Jai Ju" e "Il se" canzoni ben eseguite ma nulla più. Ed abbiamo anche qualche perplessità sulla voce di Anna: brava tecnicamente, bel timbro, ma a volte fuori luogo in tale contesto. Quando gira al meglio è nell'astrattezza visionaria della ghost track. Dove gli Scat si esprimono al massimo è dunque altrove. Nell'elaborazione fusion lisergica come detto. Ma anche nei frammenti post rock di derivazione Mogwai e Godspeed You Black Emperor!. Lo dimostra la conclusiva "Come alluminio tra i denti", lunga elaborazione sonora che sa essere (volutamente o meno) notturna, delicata, soffusa, ruvida, minimale. E questo è un lato da approfondire per poter evolversi e maturare. I mezzi a disposizione ci sono tutti. Alessandro Zoppo
SCOFF – Reverse universe
Un basso, una batteria, un microfono e una chitarra nel bel mezzo del deserto. Si presentano così gli Scoff, band messa sotto contratto dalla sempre attenta Daredevil, ormai simbolo di garanzia quando si parla di stoner rock e affini. E il gruppo tedesco (Zacki - voce e chitarra -, Michi - basso -, Malte - batteria -) si pone proprio su questa stessa scia: stoner ruvido e possente, ben scritto ed interpretato. A caratterizzare la loro proposta c’è però una forte vena melodica che rende le composizioni fresche e frizzanti. Brani come “Sickstill”, “Nemesis”, “Something strips the silence” si stampano nella mente sin dal primo ascolto, merito soprattutto della bella voce di Zacki e di una costruzione sonora che privilegia l’armonia al puro impatto.Certo, non mancano mazzate devastanti, come nel caso dell’intro iniziale o di “Atacama”, bordate strumentali che non possono non rimandare al magico universo dei mai troppo compianti Karma To Burn. Altrove invece (“Luna”, “Stone breed”, “Take a deep breath”) viene fuori una certa devozione per Corrosion Of Conformity e Metallica, mentre non sono disdegnate puntatine in territori pacati, languidi e notturni (“Avaron’s crate”, “Nathan’s poem”), così come strizzate d’occhio all’alternative e al Seattle sound (“Pororoca”, “Sold me a mirage”). Tutto scorre liscio insomma. L’unico difetto lo si può riscontrare nell’eccessiva durata del disco, perché in 15 brani non sempre i tre riescono a mantenere lo stesso grado d’intensità. Peccato veniale, il pregio della sintesi lo si guadagna soltanto con tempo ed esperienza. Per ora non abbiamo timore nel dire che insieme a gente come Duster 69, Rotor e Hainloose gli Scoff tengono viva e sempre più attiva la scena stoner tedesca.. Alessandro Zoppo
SEA DWELLER – Underwater Town
Fortunatamente anche in Italia esistono band che dedicano la loro passione allo shoegaze/dreampop e nonostante si contino sulla punta delle dita ciò non può che far piacere a tutti i fans della musica nostalgica per eccellenza. I Sea Dweller sono un quartetto romano e dopo aver pubblicato un breve promo omonimo di due pezzi nel 2006 giungono alla seconda release con questo "Underwater town".Bella la confezione a cartoncino (limitata a 100 copie numerate a mano) che c'introduce nel mondo sonoro della band. Quattro canzoni nelle quali emerge l'amore dei nostri per gruppi come My Bloody Valentine, Slowdive, Ride, Pale Saints e tutte le formazioni che sul finire degli anni '90 pubblicarono gemme indimenticabili. Proprio ai due mostri sacri del genere i Sea Dweller sembrano trarre la maggiore ispirazione, in quanto i quattro appaiono un incrocio fra il feedback e l'irruenza dei My Bloody Valentine e la malinconica dolcezza degli Slowdive. Nascono così bellissime canzoni come l'iniziale title track, la seguente "Every Inch" e, soprattutto, il gioiellino "She Whispers", in assoluto la canzone più bella del cd. Chitarre a vortice, dolci arpeggi sospesi nel vuoto, il doppio cantato sommerso dalle note (quello femminile è praticamente inudibile) rappresentano ciò che ogni fan di questo genere vuole ascoltare. Non ci resta che consigliare caldamente l'ascolto e l'acquisto a chi in tutti questi anni non ha mai smesso di abbassare lo sguardo. Marco Cavallini
SECOND GRAVE – Second Grave
Ad alcuni fa un po' sorridere – o peggio storcere il naso – la definizione trend affibbiata a generi ritenuti più o meno sacri ed underground quali il doom e lo stoner. La realtà è davanti a noi a dimostrarcelo: da ogni dove e a ritmi impressionanti spuntano fuori gruppi dediti ai suddetti suoni. Positivo o negativo che sia (dipende da e con quale punto di vista si analizza il fenomeno, perché di fenomeno oggettivamente si tratta), i Second Grave calzano a pennello a quest'analisi. La band nasce nel 2012 e nell'arco di pochi mesi debutta con un EP di doom metal dalla chiara matrice stoner. La qualità è di ottima fattura: bagaglio tecnico di tutto rispetto, qua e là delle buone idee, ma con quel déjà vu che fa pendere l'ago della bilancia. Dato questo non trascurabile, seppure l'economia della formazione di Boston non ne risenta.La formula è di quelle ampiamente utilizzate ma con un alto livello qualitativo e la line up comprende personaggi non nuovi negli ambiti stoner doom. La frontwoman Krista Van Guilder, nonché chitarrista ed artefice di tutti i testi, fu la fondatrice dei Warhorse, straordinaria formazione doom del Massachussets, con i quali realizzò i primi due demo. Al basso figura invece Dave Gein, attualmente nei Black Pyramid. Il sound proposto è doom con forti richiami allo stoner ed anche al metal, ricco di reminescenze occult affini a Witch Mountain (con cui hanno diviso spesso il palco) e a Mourn, Jex Thoth e Hands of Orlac (gruppi female fronted che la vocalità di Krista richiama alla memoria). Per altro con i nostrani Hands of Orlac gli americani condividono l'influenza NWOBHM, non primaria ma sicuramente presente nel loro Dna. Insomma, i Second Grave hanno realizzato un piccolo gioiellino, perché l'EP è molto valido, imbevuto com'è di doom, wah wah, armonie vocali ed un retrogusto che ben si incaglia nel disegno ricamato dai quattro. E poco importa se la proposta risulta già nota... Accattivante! Antonio Fazio
SEID – Creatures of the underworld
Li abbiamo amati alla follia quando dal nulla, anno 2002, venne fuori un inaspettato gioiello come “Among the monster flower… again” (se non lo conoscete correte subito a procurarvelo). Dopo quattro anni di snervante attesa e la parentesi del progetto Bomber, tornano finalmente i cinque extraterresti capitati per caso a Trondheim, un gruppo di folli marziani che ha scelto come nome Seid. Titolo del secondo lavoro “Creatures of the underworld”, piccoli mostri che popolano un mondo di fantasia, colorato e immaginifico come un quadro di Hieronymus Bosch. E multiforme, variegata, assurda, ironica è la loro musica, un patchwork dove si incontrano/scontrano culture, idee, tradizioni diverse.Lo spartiacque “Opus vulgaris” divide un disco composto in due parti, sezioni ideali che tengono comunque insieme uno stile, fatto di psichedelia, hard rock, folk e progressive, stavolta preponderante rispetto al debutto. L’iniziale “Café Lola” dice già tutto: struttura caotica con coda balcanica, roba da manicomio musicale. La title track ha toni dark che spiazzano e una folle fuga giocosa (sembra di ascoltare i Mr.Bungle all’inferno…), “Swamp doom” una melodia che incanta e diverte. “The evil gnome” è una tempesta di hammond e vocals cosmici, la psichedelia toccante e soave di “Dragons & demons” è una mossa da maestri che riesce soltanto ai fuoriclasse. “Do as you’re told” apre la seconda fase dell’album: esplosioni fluorescenti come se i Deep Purple fossero stati sempre sotto lsd, tanto quanto la favola lisergica che “Moonprobe” mette in musica. “Starla’s dream” è un sogno ad occhi aperti, di ‘beatlesiana’ memoria e filtrato da una sensibilità tutta progressive, con sapienti tocchi di sax a tinteggiare fini tessiture astrali. “Flight towards the sun” è il sigillo conclusivo, una cavalcata strumentale tra space e acid rock, sempre con quel tono onirico che rende il sound dei Seid una fiaba viva e pulsante. Se si aggiunge che sul disco è presente anche il video di “Meet the spacemen” - spassoso e dissacrante - si comprende come l’acquisto di “Creatures of the underworld” sia assolutamente necessario. Alessandro Zoppo
SEIZURE – Demo Ep
Si sta facendo numeroso il numero di band cresciute negli ultimi anni sulla scia di act seminali come Tool, Neurosis, Pelican, Isis, che hanno rivisto le sonorità post metal inondandole di psichedelia sofferta e oscura, e a questa regola non si sottraggono i Seizure, che pur possedendo tutte le caratteristiche del settore, presta però attenzione anche a striscianti ricerche melodiche e compositive; in questo il gruppo romano è debitore del combo di Keenan e Jones, ma ha il merito di non appiattirsi su formule abusate, e anzi possiede un ispirato groove che lo pone sopra la media dei cloni.“Blackwards” è esemplificativa, coi suoi riff serpeggianti, voce tooliana e ispidi break ‘evoluti’; forse l’introduzione di alcune esplosioni oniriche avrebbero esaltato il pezzo, ma suppongo sia una precisa scelta del gruppo, visto che la tecnica del quartetto è di livello decisamente buono. Stesso discorso per “Feverish”, pezzo dal grande impatto emotivo, con incessante lavoro ritmico-percussivo, grossa mole di riff macinati da Jacopo (che passa dal post-psych fino ai limiti dell’half thrash) e voce in bella evidenza di Daniele L’ondeggiante “This One” chiama in causa anche gruppi troppo in fretta dimenticati come Pist.On e Floodgate, che in anticipo sui tempi operarono una apocalittica mutazione delle sonorità alternative metropolitane in doom acido e vetroso, e la disperata “Coward” è il degno epitaffio dal flavour progressivo: ancora Tool, dura psichedelia e quel tocco di personalità che non guasta, grazie anche alla registrazione ben realizzata ma non iperprodotta, che dona quel fascino underground che come in questi casi andrebbe sempre preservato. Un inizio più che promettente. Roberto Mattei
SERENITY – Serenity
Vengono da Ivybridge i Serenity, un piccolo paese nella zona di Devon. Deve essere una zona molto umida e piovosa dati i riferimenti musicali che nutrono l’immaginario di Alex (chitarra, voce), Paul (chitarra), Ant (basso) e Jon (batteria). Forte è infatti l’eco della scena di Seattle (Pearl Jam e Soundgarden su tutti), con tutti i pregi e i limiti del caso (feeling e ottime melodie da una parte; un sound non proprio originale dall’altra). Ma i quattro hanno incamerato anche suggestioni provenienti dall’heavy rock, dal metal e dall’alternative, per un risultato che non brilla certo per personalità ma lascia ben sperare per il futuro della band.Il risultato è dunque questo ep di quattro brani, caratterizzati da una produzione eccellente e da una ottima tecnica individuale. Lo dimostra subito l’iniziale “Wild west shootout”, tosta e catchy quanto basta per scaldare l’atmosfera. “Letters and diaries” alterna riff carichi di groove a sentite melodie (fin troppo ‘sofferte’…), mentre “Let love” potrebbe entrare di diritto in classifica grazie al suo refrain accattivante (i Muse hanno fatto scuola). “Hey radio” sfodera chitarre heavy e ritmiche serrate per un finale che rispecchia la ‘missione’ dei Serenity: “big songs with big riffs, a lot of melody and a punk rock heartbeat”. Alessandro Zoppo
SERGEANT HAMSTER – Sergeant Hamster
Verrebbe da dire, ascoltando i Sergeant Hamster, che nella calda Sicilia si possa riconoscere l'ideale controparte italica di quella California dove, negli anni '90, imperversavano Kyuss, Fu Manchu e Slo Burn. Ma sarebbe poco onesto, riduttivo, perché i nostri superano con successo il limite di questa facile analogia. Come? Con una tenacia non comune a tante formazioni stoner contemporanee; con la volontà di ampliare il sound desertico di – ahinoi – ben due decenni fa, e ora recuperato – spesso con troppa opacità – da band di ogni dove; con una ricerca che va a pescare dritto dritto alle origini della psichedelia pesante: l'acid blues dei Blue Cheer, lo space rock degli Hawkwind, il proto-doom dei Black Sabbath, il tutto amalgamato da un piglio adrenalinico non lontano dal punk, ma forte di una perizia strumentale indiscutibile.
E ora facciamo un passo indietro, a ripercorrere le nascita della formazione. Il nucleo originario di Giorgio Trombino (chitarra), David Lucido (batteria), Silvio "Spadino" Punzo (basso) e Simone Trombino (voce), formatosi a Palermo nel 2007, forgia nel corso di un paio di anni un demo e l'EP "Star Messenger", prima di arenarsi a causa della defezione del batterista. Tuttavia, avendo già scritto sufficiente materiale da poter incidere un full-length, dopo alcuni anni di stasi, i rimanenti decidono di scrollarsi il torpore di dosso, reclutando Claudio Mangiapane e procedendo così alla registrazione dell'album omonimo per Tone Deaf Records.
Dall'arrembaggio chitarristico dell'opener "Space Duke", solcando le acque limacciose della doomeggiante "Supergiant", sino ad approdare tra rombi di tuono alla conclusiva "Far and Gone", "Sergeant Hamster" dischiude il potenziale di una band che sa quello che vuole, capace di inglobare nel proprio songwriting elementi che vanno dallo space rock al grunge, riuniti sotto l'insigna dello stoner di impostazione anni '70. Fra il riffing fuzzoso e blueseggiante, trovano spazio anche gli attacchi serrati di "Up in Smoke" e "Rebel Sleep", nonché l'interlocutoria strumentale dalle tinte fantascientifiche "Subversive Intermission", ispirata ai panorami spaziali musicati da Joe Meek. I Sergeant Hamster si ritagliano quindi un posto di assoluto rilievo nella scena underground della Penisola, che ha sempre meno da invidiare alle realtà centro e nord-europee: non resta che consigliare l'ascolto a tutti gli amanti dell'heavy psych e augurare ai nostri un florido proseguimento di carriera. Davide Trovò
SERGEJ THE FREAK/DEVILLE – Split
Corposo split CD comprendente due giovani formazioni svedesi quali Sergej the Freak e Deville, qui impegnate con 8 brani ciascuna a mostrare tutte le proprie potenzialità e capacità. Una buona vetrina per due formazioni che in precedenza non hanno avuto modo di farsi notare se non per una serie di demo, split ed alcune partecipazioni in compilation del settore e quindi con una proposta decisamente ridotta. In questa sede invece entrambe le band possono far sentire la propria voce in maniera ben considerevole. Cominciano i Sergej The Freak autori di uno stoner rock sostanzialmente prevedibile e incanalato su standard fin troppo consolidati del settore, gradevoli all’ascolto ma lontani ancora dal poter offrire una proposta entusiasmante e soprattutto personale alle orecchie dell’ascoltatore. Le cose cambiano in parte con i Deville, i quali, pur senza stravolgere ed allontanarsi eccessivamente dal sound di chi le precede, riescono ad aggiungere alla propria musica un groove ed una carica molto coinvolgente e convincente. Poco importa in questo caso se i richiami a QOTSA o Kyuss sono spesso evidenti, seppur rivestiti di una maggior pesantezza e carica sonora, quello che conta è che i Deville riescono la dove i Sergej The Freak si fermano invece, ovvero nel proporre un sound sì classico ma al tempo stesso intrigante, essenziale ma vincente. Nell’ottica di un’ideale confronto tra le due band, i Deville si meritano certamente qualcosa in più, anche se per entrambe le band è lecito aspettarsi qualcosa in più in un prossimo futuro. Witchfinder
SERPENT VENOM – Carnal Altar
Un accordo d'organo si dipana come misteriosa caligine dallo stereo. La batteria fa la sua entrata, il passo lento e pesante. Nel buio pulsa un orrore sconosciuto, pochi istanti di tensione e dall'oscurità stessa fuoriescono possenti chitarra e basso, colpendo al volto in un turbinio di polvere. Non c'è più nulla da fare, ormai è troppo tardi: il sacrificio all'Altare Carnale è cominciato. L'album si apre così, trascinando l'ascoltatore in una cripta d'incubo, ove regnano il doom e l'occulto.Blue Cheer, Black Sabbath, Saint Vitus, High Tide, H.P. Lovecraft, Mario Bava: questi alcuni dei nomi citati nella thanks list di "Carnal Altar" e che parlano chiaro sui territori in cui si muovono gli inglesi Serpent Venom. Sette i brani in cui si articola il disco, sette salmi esoterici, sette allucinazioni in cui lo spirito dei Black Sabbath incontra le lugubri atmosfere gotiche delle produzioni cinematografiche Hammer. Il riffing ossessivo è partorito dalla mente del chitarrista Pete Fox (ex Olde Crone), spalleggiato dalla massiccia sezione ritmica formata da Paul Sutherland (Blood Island Riders) alla batteria e Nick Davies al basso. Sul compatto sostrato strumentale si leva la voce di Gaz Ricketts (ex Sloth), nel cui cantato ipnotico risiede senza dubbio uno dei punti di forza del quartetto. Dall'apertura affidata alla title track sino all'epilogo "The Outsider", passando per le ottime "Blood of Serpents" e "Conjuration", ogni singolo brano contiene in sé tutti gli elementi che contraddistinguono il sound della band: l'incedere rallentato, i riff acidi ed il litaniare di Ricketts inscrivono una spirale di visioni terrificanti nel cervello succube del senziente, il cui respiro è preservato da ben dosate variazioni ritmiche. Senza ricorrere a uno spettro sonoro eccessivamente ampio, "Carnal Altar" si presenta come un lavoro maturo e consistente, tanto da poter essere annoverato tra le migliori uscite in quest'ambito degli ultimi anni, e fa dei Serpent Venom uno dei gruppi più valevoli della rinverdita scena classic doom britannica, al fianco di Wounded Kings e Witchsorrow. Assicurandoli al proprio roster, la tedesca The Church Within Records (Lord Vicar, Orchid, Sigiriya…) dà ulteriore prova di essere un'etichetta di assoluta rilevanza nel panorama underground europeo e non solo. Inchinatevi all'altare… Davide Trovò
SERPENTINA SATELLITE – Nothing To Say
Altra band col botto dal Sudamerica (dopo i campioni Los Natas e i più recenti Ira de Dios): è l'ora dei Serpentina Satellite, peruviani, formati nel 2003 e giustamente elogiati dalle cronache psych del globo. Nel 2004 c'era stato l'EP "Long Play" e pochi mesi fa è uscito "Nothing To Say", ennesima impressionante odissea Space che catapulta il combo di Lima tra i primissimi posti del gotha cosmico, ed è una delle attuali label-bibbia della psichedelia, la tedesca Trip In Time, che ne cura l'edizione e la distribuzione. La loro è una fantastica rilettura delle epopee psych degli anni '60 e del posteriore ritorno di fiamma sotterraneo nei nineties, in una sorta di eterna autocombustione che sfida il ciclo di Carnot, posizionandosi il più lontano possibile da trend e sensazionalismi tanto da risultare praticamente assente sulle riviste specializzate.Sideralismo e pulsioni paniche sono assolutamente indistinguibili e innalzano il genere trattato dal gruppo ai livelli che gli compete, e questo debutto sulla lunga distanza è da considerare tra gli album migliori del novello space rock. Da aggiungere che la registrazione è effettuata con scrupolo al Perplex Tonstudio di Walldorf (Guru Guru, Embryo, Kraan), quindi potete facilmente immaginare la qualità del sound sprigionato, ovvero una coagulazione delle diverse Ere Lisergiche resa da un lavoro di editing analogico superbo e splendidamente atemporale. Gli atavismi di "Nueva Ola" propagano le onde nell'universo prodotte dalla sorgente di una voce femminile, e il tribale lavoro di percussioni accompagna una sospensione mista di 35007 e suono dei tardi sixities, riempiendo il volume sensoriale di una costante ed eterea tensione. In "Nothing To Say" il pesante riff stoogesiano d'apertura si dilata in una cavalcata Hawkwind/Spaceman 3 dai perforanti acidismi, inoculati all'equipaggio della navicella fino allo smarrimento della rotta. "The Last drops" - vorticosa e solenne - risente di Vibravoid, Simon House e Guru Guru, e dissolve perpetuamente gli arabeschi creati dal grosso lavoro congiunto dei riff e della solista, mentre l'estremo garagismo dronico di "Madripor" riporta ai primissimi Monster Magnet, Acid Mothers Temple e Ash Ra. Lo spettacolo definitivo però i Serpentina Satellite lo riservano negli oltre 23 minuti di "Kommune 1", nella quale la scultura space rock si arricchisce di multivariazioni psych ad effetto: andature sostenute e senza tregua che solcano un grosso arco stellare delimitato da Litmus e Farflung, passando per Barrett, Embryo e durissimo kraut-sound, in un susseguirsi di dilanianti anti-climax e enjambement musicali, tra polvere shoegaze e materia lisergica dall'alto peso specifico. Roberto Mattei
SESTA MARCONI – Ritual Kamasutra Kitsch
L’Italia del destino è sempre più folta ed agguerrita, in particolar modo quella del centro Italia, con il suo nucleo magmatico nella Città Eterna, sede operativa fra gli altri anche dei Sesta Marconi. In realtà la storia della band ha inizio nel lontano 1999 nella fredda Campobasso, poi il destino ha fatto il resto spostando tutti a Roma, dove finalmente il progetto ha potuto prendere forma seriamente. Il primo promo della band (Black Soul Star) risale al 2003 e mostra una band innamorata degli anni ’70 ma piuttosto statica e manieristica. Passano gli anni e i Sesta cominciano a rallentare e ad ispessire il proprio sound, a conoscere i principi attivi della psichedelia, a migliorare la resa live, a maturare.Anno di grazia 2008, “Ritual Kamasutra Kitsch” è finalmente pronto; la rivoluzione ha inizio! Attenzione, non è rivoluzionario il sound qui presente, ma la crescita esponenziale della scena heavy-psych italica, nella quale questo nuovo tassello va ad inserirsi. Doom rock mascolino, spirali spaziali, heavy metal e rock ‘n roll in dosi terapeutiche, tutto questo e molto altro in “Ritual Kamasutra Kitsch”. Il dischetto in questione si apre con “Retrogradio”, breve prologo non-musicale che punta il dito in maniera elegante contro religione, politica e buoncostume made in Italy (incluso Padre Amorth che espone il nesso tra Harry Potter e Satana). La musica scorre fluida e viva, tra l’incedere epico ed inesorabile dei Candlemass - nella maestosa “In Gloom” - e la jeaux de vivre dei Cathedral - sia nella ottima “Skeletons Party” che nella spassosa titletrack. Gradino più alto del podio per la superba “LSWD” (acronimo di Life Sucks Without Drugs), brano in cui confluisce tutto il meglio dei Sesta Marconi: riff impetuosi, cambi di tempo e di umore, voce evocativa ed abrasiva al punto giusto. Un lavoro completo e genuino, dalla musica all’artwork, sinomimo di passione e sacrificio. Ancora una volta gli italiani hanno fatto centro. Davide Straccione
SETTING SON, THE – In a certain way
Appetitoso assaggio del disco di prossima uscita questo “In a certain way”, 7” e cd singolo che ci introduce il progetto The Setting Son. Si tratta di un nuovo colpaccio in casa Bad Afro, opera del ‘solito’ Lorenzo Woodrose (batteria, voce) e di Sebastian T. W. Kristiansen (voce, chitarra, organo), accompagnati per l’occasione da Adam Olsson dei The Aim (chitarra, voce) e Marco Burro dei The Untamed (basso). Date le premesse è ovvio su quale genere ci troviamo: un garage rock colorato e psichedelico, melodico ma mai zuccheroso, graffiante quanto basta per rimandarci alla grande tradizione dei ‘60s e alle rielaborazioni odierne.La title track è trainata da un riff secco e da un refrain contagioso, un brano che immaginiamo incendiario dal vivo. “I’m a loser” poggia invece su un organo bollente e su eteree melodie ‘beatlesiane’. Insomma, un antipasto che ci fa ben sperare per questa succulenta sorpresa targata Bad Afro. Alessandro Zoppo
SETTING SON, THE – The Setting Son
La Bad Afro qualche tempo fa aveva anticipato l’uscita del debutto omonimo dei The Setting Son con il minicd “In a certain way”. Un paio di canzoni che ci avevano fatto pregustare ciò che assaporiamo ora con questo full lenght: 14 brani per poco più di mezz’ora di frizzante e colorato garage rock’n’roll. Quello perso e poi ritrovato nelle pepite celate tra i “Nuggets”. E quello riportato in vita nel sound di On Trial e Baby Woodrose.Non a caso questo lavoro esce su Bad Afro Records. The Setting Son è infatti il progetto di Sebastian T.W. Kristiansen, giovane musicista che spinto dalla passione per il suono ruvido, melodico e lisergico degli anni ’60 ha dato vita a questa simpatica creatura. In tale occasione Sebastian si divide tra voce, chitarra e organo ed è accompagnato da ospiti d’eccezione: Adam Olsson (The Aim) alla chitarra e alla voce, Marco Burro (The Untamed) al basso, Lorenzo Woodrose (Baby Woodrose) alla batteria e alla voce, anche produttore del disco. Un album che mantiene le premesse create: musica che diverte, composta e suonata per e con passione. Spensieratezza retrò rintracciabile nelle melodie zuccherose di “In a certain way”, “I love you” o “Laughing again”. Tra vocals morbide e sinuose, chitarre frizzanti, ritmiche inarrestabili e un organo infuocato, si fanno spazio episodi più tirati e acidi come la title track e “I’m down”, dove l’atmosfera si fa decisamente drogata. Ma la varietà non manca di certo, perché in altri passaggi (“Winter turned to spring” su tutti) si percepisce anche un mood malinconico, d’altri tempi. Come accade quando il flauto di Sigrid Inderberg accende “Desperate soul” di un amore disperato. Insomma, “The Setting Son” non è certo un cd indispensabile, da custodire con gelosia nella vostra collezione. Si tratta piuttosto di un ascolto piacevole e rasserenante, un campionario di sonorità vintage che magari vi spingerà a riscoprire i fasti di un passato fin troppo misconosciuto. E ciò è senza dubbio merito del buon Sebastian. Alessandro Zoppo
SEXTODECIMO – Promo 2003
In attesa dell’ep di debutto che uscirà tra non molto su Hanging Out With The Cool Kids Records, tornano a spaccare le nostre sinapsi i Sextodecimo, band britannica che si candida ad occupare un posto di lusso nel cuore di ogni fan dello sludge. Rispetto al demo del 2002, infatti, i cinque ragazzi inglesi inquadrano meglio la loro proposta e sfornano due pezzi davvero tosti: sludge doom lercio e deviato, debitore soprattutto nei confronti dei padrini Iron Monkey, non solo per la provenienza geografica ma anche per un alone nero e perverso che avvolge le composizioni. L’iniziale “Split condom blues” è una scheggia sparata a velocità folle, con le solite vocals vomitate e i riff tritati che fanno molto hardcore. Anche le ritmiche sono forsennate e trovano respiro solo in alcuni break plumbei dettati dalle chitarre. “King hiss” invece è il classico monolito sludge dalla lunga durata (oltre i 7 minuti) che si apre e si chiude con sfuriate demoniache mentre nel mezzo è caratterizzato da oscure pause psichedeliche che fanno sprofondare in uno stato di angosciosa sospensione. Al momento due pezzi sono pochi per poter emettere un giudizio definitivo, toccherà quindi attendere l’uscita del mini d’esordio. Per ora possiamo ammettere con certezza che con una registrazione migliore che dia maggiore impatto ai suoni potremmo essere di fronte ai nuovi Iron Monkey… Alessandro Zoppo
SGT. HAMSTER – Promo Rehearsal Demo
I Sgt. Hamster nascono come vera e propria valvola di sfogo per l'amore verso la psichedelia desertica e sabbathiana, e sono formati da Giorgio (chitarra e tastiere, già con i grindsters Haemophagus), David (batterista dei crustecores Close To Collapse), Spadino (basso) e Simon (voce), questi ultimi due provenienti da esperienze alternative-psych e surf a nome Echovein e Urania, tutte formazioni di un certo spessore espresse dal sottosuolo palermitano.Questo promo di quattro pezzi è la prima prova in sala di registrazione che dovrebbe anticipare il futuro full-lenght, e se le premesse rimangono queste possiamo sicuramente avere fiducia nei Sgt. Hamster: è una registrazione grezza, ma ripulita il più possibile nei limiti dell'autoproduzione, di ottimo stoner con escursioni nel doom psichedelico, quanto di più viscerale insomma il rock duro possa offrire. Si parte nella maniera migliore con "Leaving This Body": riffone ciclopico del bravo Giorgio tra Corrosion, Down e Sabbath, abile a drogare un pezzo ghiacciato/paludoso influenzato sia dalla scuola scandinava (Lowrider, vecchi Dozer, Freedom Bleeder) che da quella southern di Dixie Witch e Gideon Smith. "Mountains Rising From The Sea" è invece fottutamente doom, tra Pentagram, Trouble, Oversoul, Iron Man e Las Cruces; alla prima bellissima parte mortifera segue un'accelerazione mesmerica e infuocata, nella classica tradizione del genere. "Lifesick" si rituffa poi nel versante più hard-psych con energiche incitazioni alternate a tastiere, quasi a ricordare una versione crusty dei vecchi Spiritual Beggars e Soundgarden, e "Elusive Visions" ha un andazzo sospeso tra doom, desert rock e una spruzzata di Misfits, anche se forse è il pezzo che andrebbe elaborato meglio. Manca di migliorare il livello di produzione e affinare di poco qualche soluzione in fase compositiva, ma il groove e la passione che strabordano fanno passare in secondo piano questi fattori. Roberto Mattei
SGT. SUNSHINE – Black Hole
The power of the black hole. Un buco nero che spaventa, affascina e inghiottisce. È la musica di Eduardo Fernandez-Rodrigues ed i suoi Sgt. Sunshine, collettivo dalla storia a dir poco affascinante. Eduardo è infatti nato a Cuba (suo padre è stato il costruttore della radio che Ernesto Guevara utilizzò durante gli anni della rivoluzione), nel 1994 si è trasferito a Stoccolma, ha intrapreso l'avventura artistica con i Rooster e nel 1999 ha fondato l'attuale band. Inizi soliti con concerti e demo, culminati nella pubblicazione del primo disco omonimo, anno 2003 su Abstract Sounds. Giunge ora il momento di ‘Black Hole’, album atteso in modo spasmodico da chi stravedeva per l'esordio dei tre. Debutto che in realtà ci aveva lasciati abbastanza perplessi, perché si trattava di un lavoro sì interessante ma piuttosto nebuloso e incompiuto.Sensazione che si ha anche ai primi ascolti di questo nuovo cd. Mai lasciarsi prendere dalle prime impressioni, è sempre sbagliato. I dieci pezzi che compongono ‘Black Hole’ ci donano infatti un gruppo motivato e preparato, che 'gioca' con generi e archetipi del rock duro. Heavy psych, stoner, fuzz, alt rock. Una scrittura che sorprende per agilità e sveltezza, capace com'è di passare dalle trame sghembe, progressive di “Music Sweet Master” e “Tell me” alla psichedelia dilatata e dal mood latino di “Sun Tree”, “Monte Azul” e “Mar Borrascosa”. Attraversando la jam tosta e spaziale (“Overload”), strambe bordate acide (“Old Man”, “Hidden Propaganda”) e delicati, incredibili passaggi acustici (meravigliosa “Go out fishing”). Eduardo (chitarre, voce) è coadiuvato per l'occasione da Robin Rubio (batteria) e Michael Mino (basso): tre musicisti eccezionali, che si ritrovano alla perfezione e dimostrano quanto feeling ci sia tra loro, nella libertà di suonare ciò che viene dal profondo del proprio cuore. Alessandro Zoppo
SGT. SUNSHINE – Sgt. Sunshine
Curiosa storia quella di Eduardo Fernandez-Rodrigues: nato a Cuba (suo padre costruì addirittura una radio per Che Guevara durante gli anni della rivoluzione…) ma residente dal 1994 a Stoccolma, preso da un impeto creativo ha messo in musica le sue idee ed il suo estro dando vita prima ai Rooster, poi (dal 1999 per l’esattezza) i Sgt. Sunshine. Solo oggi giunge all’esordio con la sua band nella quale svolge un ruolo fondamentale destreggiandosi (e anche in modo egregio…) tra voce e chitarre. Ecco dunque vedere la luce il debutto di questo terzetto (la line up è completata da Par Hallgren al basso e Kricke Lundberg alla batteria) dedito ad uno stoner rock che pesca a piene mani dall’hard rock psichedelico di fine anni ’60/inizio anni ’70. Tanto per fare qualche nome potremmo dire Blue Cheer, Jimi Hendrix e Led Zeppelin da una parte, Fu Manchu e Atomic Bitchwax dall’altra. Lunghe fughe lisergiche quindi, territorio dove Ed dà sfogo alla sua abilità chitarristica tra fuzz e wah-wah ottimamente supportato da una sezione ritmica precisa e ben oliata. Detta così gli ingranaggi sembrerebbero funzionare tutti, ma in questo dischetto purtroppo c’è qualcosa che non va: le song stentano infatti a decollare, la sufficienza è raggiunta in pieno ma i Sgt. Sunshine non aggiungono nulla di nuovo a quanto in questo genere non sia già stato finora detto. Magari il loro obiettivo è proprio quello di riesumare il sound degli anni ’70, ma così si corre solo il rischio di risultare statici e monocordi. Pezzi come la latina “Rio Rojo” e la cavalcata strumentale “Fedra” sono tra i pochi guizzi di un disco che per il resto si lascia tranquillamente ascoltare ma non lascia quel quid che lo avrebbe reso distinguibile dalla marea di proposte simili che affollano il genere. Non è certo una stroncatura (anche perché il groove prodotto dai tre è notevole), ma solo un invito a fare di meglio in futuro. Capacità e grinta ci sono, manca solo un po’ più di lucidità in sede di songwriting. Li aspettiamo fiduciosi alla prossima prova… Alessandro Zoppo
SHAPE OF DESPAIR – Shape Of Despair
Questo non è il nuovo album degli Shape Of Despair, ma la ristampa dei demos (datati 1998) con l’aggiunta di un’inedita bonus track registrata apposta per l’occasione. La nuova “Sleeping murder” prosegue il discorso dell’ultimo album “Illusion’s play” e conferma la band finlandese come uno dei gruppi di punta della scena depressive, abili come pochi nel dare un maestoso tocco funereo alle proprie composizioni. Le demo tracks (provenineti da “Alone in the mist” e dal promo 1998) finiranno poi su “Shades of night descending” e “Angels of di stress”, rispettivamente primo e secondo album del gruppo scandinavo. Qui suonano comunque in versione differente (ancora più fredde se possibile) rispetto a come le abbiamo conosciute, specialmente la lunga “In the mist”, non poco differente dalla versione apparsa poi su “Shades of night descending”. Chi segue da sempre i Shape Of Despair non esiterà quindi a procurarsi questa raccolta, indicata comunque (data la qualità delle canzoni) a chi ancora non conosce la band finlandese. Un disco per i fan ma non solo. Marco Cavallini
SHED – Red Rodeo
Semplicemente tutto ciò di cui avrebbe bisogno il rock e (più in generale) la musica d’oggi: spontaneità, passione, nessun artificio di sorta.Parliamo di Shed, scanzonato progetto musicale nato nel 2004 dal sottobosco di Norfolk County, in Ontario (Canada). Brodie Lodge (chitarra e voce) e Durrie Lodge (batteria) sono padre e figlio e hanno registrato in presa diretta live dalla loro “casetta sperduta in Canadà” (come testimonia la copertina). Mancano i fiori di lillà, ma abbonda uno scorrevolissimo blues rock contaminato da cadenze country e intriso di sfiducia punk: immaginiamoci uno spassoso ibrido tra il più grezzo Bob Dylan, i Ramones, Jon Spencer e un poco sobrio George Thorogood. “Red Rodeo” è grande groove, assoloni scalmanati e “qualcosa da dire”: tre quarti d’ora a battere il piedino e con in faccia stampato un ghigno malefico. Cosa chiedere di più? Giacomo Corradi
SHEPHERD – Lament
Altra uscita vincente in casa Exile On Mainstream: questa volta, dopo aver affrontato le varie sfaccettature dello stoner e del rock'n'roll, si passa al doom, quello duro e puro che ha posto le sue radici negli anni '70, ha fatto scuola negli anni '80 ed è stato riportato alla luce nel corso dell'ultimo decennio. A pagare dazio ad un genere ormai immortale ci pensano i berlinesi Shepherd, quartetto che sotto la benedizione del mito vivente Scott "Wino" Weinrich (la cui frase "I'm happy that there are bands like these guys, keeping the spirit alive. Shepherd rocks! A real killer!" campeggia nel booklet del cd) sforna un dischetto contenente sette lunghe tracce di doom cinereo e torrenziale. C'è subito da mettere in chiaro una cosa: qui dentro non troverete nulla di innovativo o di geniale, l'obiettivo dichiarato del gruppo è quello di suonare nel modo più vecchio possibile, rispettando i canoni stilati da gente del calibro di Black Sabbath, Saint Vitus, Candlemass, The Obsessed e Pentagram. Obiettivo pienamente riuscito visto il sound cupo ed evocativo riesumato dalla band, alle prese con litanie funeree dall'alto contenuto depressivo. Già a partire dallo splendido artwork (corpi crocifissi, cimiteri e paesaggi spettrali, quasi in continuità con l'ideologia cristiana dei maestri Trouble) si percepisce il feeling oscuro che permea tutte le composizioni, caratterizzate da chitarre lente e corpose che si sposano alla perfezione con una sezione ritmica fragorosa e l'impatto declamatorio delle vocals. Brani come l'iniziale "Healing" e la tenebrosa"Suburban boogie" chiamano in causa l'operato dei Cathedral attraverso parti vocali che fanno scattare subito nella mente i suoni distruttivi di Lee Dorrian e soci, mentre un macigno come "Times" sembra un tributo a Bobby Liebling e i suoi Pentagram. I padrini Saint Vitus sono invece evocati dall'andamento asfittico di "Black faced witch", martellamento incessante che culmina in una coda acustica da brivido. L'assalto continua con "Sleepless": intriganti intrecci vocali si adagiano su un wall of sound impressionante, pura essenza doom elevata all'ennesima potenza… "The art of being lost" pare uscire da "Sun meditations" degli ormai sciolti Neavus, dimostrazione che anche la matrice del doom tedesco è presente nel background degli Shepherd. L'epilogo infine è affidato alla lunghissima (oltre 11 minuti) "The coldest day/The story of the holy drinker": la prima parte alterna urla disperate, squarci melodici, rumori maligni e improvvise accelerazioni, la seconda conclude il tutto in bellezza tra chitarre acustiche, percussioni, parti recitate e sussurri inquietanti. "Laments" è un disco dal sapore antico, bello proprio perché intelligentemente retrò. Shepherd, i nuovi profeti dell'estetica decadente. Alessandro Zoppo
SHEVIL – Legalize fuzz legalize murder
Nuovi doomsters crescono. Stavolta tocca alle calde zone del sud sfornare una promettente formazione, gli Shevil. Storia relativamente breve, fatta di passione, voglia di suonare in giro e ovvia registrazione di questo promo composto da sette brani. Come coordinate siamo in pieno stile stoner doom, un sound rabbioso, soffocante e acido che si situa a cavallo tra lentezza, groove e psicosi. Potremmo citare Cathedral, Acrimony, Acid King, Electric Wizard… elenco inutile, perché chi suona e chi ascolta questo genere sa quali sono i punti di riferimento. Ciò che importa è sottolineare la bontà delle composizioni e la vitalità degli Shevil.C’è ancora molto da smussare - la registrazione, l’incisività di alcuni suoni, una maggiore voglia di osare in fase di scrittura -, componenti che rendono brani come “Satanique boogie” e “Doom-armada” ancora acerbi. Difetti giustificabili, anche perché bilanciati da pezzi quali “Reach the void” (melodia azzeccata su una base davvero tosta), “La danse apocalyptique” (heavy psichedelia ad alti livelli) e la conclusiva “Mufflers”, dal groove mozzafiato. Sono buoni musicisti Mussel (basso), John (batteria) e Miroslav (chitarra, voce). “Legalize fuzz legalize murder” lo dimostra in pieno. Attendiamo ulteriori segnali dal pianeta popolato da Satana, droghe e riff'n'roll. Alessandro Zoppo
SHININ’ SHADE – Sat-Urn
Terzo lavoro per i parmigiani Shinin' Shade, dopo un album ed un EP a cui va aggiunta una demo del 2009. La band è una delle più radiose realtà del nostro paese grazie ad alcune caratteristiche che li hanno posti all'attenzione generale: innegabili sono infatti le capacità tecniche dei ragazzi e un'intelligenza compositiva che gli permette di non cadere mai nell'ovvio. Altro punto a favore dei cinque è la continua ricerca sonora che evidenzia un background di tutto rispetto, a dispetto della giovane età media. Inoltre hanno saputo diligentemente distaccarsi da quella corrente occult doom female fronted tanto in voga, grazie alla varietà del sound che risulta ricco di elementi e temi sfaccettati.Rispetto al recente passato gli Shinin' Shade hano optato per un indurimento del suono con conseguente aumento della vena doom. La formula risulta quindi più oscura, senza far venir meno l'approccio progressive così come alcuni ricami di matrice psych. La scrittura della formazione emiliana è ampia e non sempre inquadrabile in un unico contesto: nel disegno dei cinque confluiscono l'heavy doom, la psichedelia dopata, il progressive, il dark, sprazzi di jazz rock e qualche bagliore metallico. Questo agglomerato permette al gruppo di non ripetersi, rendendo anzi la propria proposta ricca di spunti. Abbinando sapientemente le influenze che derivano dai 70's a quelle moderne e unendole in un mix che risulta attuale e contemporaneo, gli Shinin' Shade hanno dato prova delle loro indubbie qualità anche in ambito live grazie a diversi show in giro per la penisola. Certamente il fiore all'occhiello della Moonlight Records, con "Sat-Urn" ci donano un grande album. Ignorarlo sarebbe un errore madornale, poiché come suggerisce il nome del combo, siamo senza alcun dubbio al cospetto di un'ombra luminosa. Antonio Fazio
SHITFIRE – It runs deep
La definizione stoner doom sta molto stretta agli Shitfire, band americana che dietro un artwork piuttosto brutto cela numerose rivelazioni. Innanzitutto una complessità compositiva non indifferente (se solo trovassero qualche soluzione melodica in più sarebbero già dei mostri). In secondo luogo una capacità d'esecuzione che spiazza per dinamismo, compattezza ed eterogeneità. Perché gli Shitfire partono dal classico riff cupo di stampo 'sabbathiano', ma sanno evolversi in trame intricate e possenti, sempre sorprendenti e mai banali.C'è un po' di tutto in "It runs deep". Ci sono la forza del doom, l'aggressività dell'heavy psych, un certo manto depressive dark, il disagio dello sludge core. E arma non da poco, c'è quell'urgenza sia fisica che cerebrale che band come Mastodon e Neurosis hanno introdotto al mondo metal intero. Jay (voce e chitarra), Roddy (chitarra), Alan (basso) e Mike (batteria) sono bravi nel miscelare con la giusta grazia questi elementi e nel tirar fuori autentiche sassate come l'opener "River rails" e l'avvolgente "The shiv". La sezione ritmica gioca un ruolo fondamentale nel sostenere il lavoro affilato e ossessivo delle due chitarre, anche quando i toni si abbassano ed emergono gioielli cinerei quali "Catapult" e "One hitter" (psych doom di prima scelta) o "Walchucks", i cui break psichedelici sono godimento assoluto per le nostre orecchie. La gabbia delle classificazioni svanisce dinanzi ad una band del genere. Forti di una tecnica che permette di variare spesso e volentieri tema e registro sonoro, gli Shitfire valicano nuovi orizzonti ed aprono interessanti prospettive. Alla prossima uscita potremo avere un gruppo ancora più maturo ed innovativo. Avanti così. Alessandro Zoppo
SHOVELHEAD – Red sky horizon
“Red sky horizon”, secondo full length edito dagli Shovelhead, è il classico disco capace di soddisfare i gusti dei palati più differenti: ciò che infatti troviamo nel nuovo album del trio proveniente dal New Jersey è un misto di generi e stili che spaziano dall’hard rock anni ’70 al sound di Seattle, passando per la psichedelia e l’indie rock. Quanto fatto sentire da Sha Zaidi (basso), Mike Scott (batteria) e Jim LaPointe (chitarra e voce) è altamente convincente, in questo dischetto convivono sonorità tra loro distanti e al tempo stesso complementari. Si passa agilmente dall’hard rock in stile Screaming Trees (quelli del periodo “Uncle anesthesia”/”Sweet oblivion”) di “Crop duster”, “Moon shine blind” e della title track a jam acide caratterizzate da riff quasi stoner e svisate blues (basta prendere come esempi “Uncle Jesse” e la conclusiva, romantica “Amazing grace”). In quest’ultimo caso è come se il passato rappresentato da Cream e Allman Brothers Band incrociasse il cammino intrapreso oggi da Chris Goss con i suoi Masters Of Reality…un trip altamente visionario, ne converrete! Altrove invece troviamo episodi più particolari e variegati, segno della enorme abilità compositiva del gruppo e della positiva vena che anima tutto il disco: “Bottom” ad esempio ha un inizio letteralmente rubato ai Motorhead (è identico a “Ace of spades”!) ma poi si scioglie in un fiume lisergico dove è l’improvvisazione a regnare sovrana; “The weight” è pura psichedelia dilatata, perfetta colonna sonora per una lunga scorribanda onirica; “Bastard” si abbevera alla fonte rumorosa e garage dei Mudhoney. Insomma, in “Red sky horizon” ce n’è per tutti i gusti: gli Shovelhead si rivelano una band capace e volenterosa, ormai pronta al grande balzo. Cosa aspettate a dar loro una chance? Alessandro Zoppo
SHOVELHEAD – Spitting Oil
Terzo disco e terzo centro per gli Shovelhead. Il secondo album ‘Red Sky Horizon’, edito nel 2003, evidenziava già ottime doti di scrittura ed esecuzione. Ora la band (Jim voce e chitarra, Mike alla batteria, Sha al basso) prosegue il proprio percorso sonoro con questo ‘Spitting Oil’, lavoro che farà la felicità di chi ha il rock classico nel cuore. Rispetto all’uggiosità da Seattle sound della precedente uscita abbiamo infatti un sound più schietto e verace, tremendamente calato nel mood hard psych dei ‘70s. Come se dal presente i tre abbiano fatto un tuffo al passato per pescare il meglio del loro retaggio. Quanto Blue Cheer, Budgie, l’Experience di Jimi Hendrix e Leafhound hanno insegnato a intere generazioni di musicisti.Lo dimostra in pieno la prima parte del cd. La doppietta iniziale formata da “Lost in the Desert” e “The Burning” pigia forte sull’acceleratore del groove, mentre le successive “The Mission” e “Ghost in Time” dilatano i propri orizzonti verso fatate sponde psichedeliche. Basso e batteria viaggiano spediti e carichi, la chitarra di Jim si libera in volo quando la sua voce non ci aggredisce selvaggia. Attenzione però, qui non parliamo di stoner rock: qui è in ballo una attitudine davvero seventies, che esce fuori da ogni microsolco di questo album. L’assolo di batteria di Mike in “The Calling” e le sensazioni da jam mozzafiato di “18 Years” sono eloquenti a tal proposito, così come l’acid rock visionario della conclusiva “Chateau of Silling”. Ci piace tantissimo questa macchina bollente che sputa olio. Immaginiamo gli Shovelhead come degli operai del suono, intenti a recuperare quella vena autentica, sporca, dannata, reale che manca a tanta musica di oggi. Alessandro Zoppo
SIDEBURN – IV Monument
I Sideburn sono un quartetto stoner proveniente dalla Svezia, attivo già dalla fine degli anni Novanta e che nell'ottobre 2012 ha pubblicato per la Transubstans Records il quarto album in studio intitolato "IV Monument", a testimonianza di quanto sia sempre più fiorente e sviluppata la scena stoner in terra svedese (e scandinava in senso lato) negli ultimi anni."IV Monument" è un album roccioso e solido, costituito da nove tracce di medio/lunga durata per quasi un'ora di stoner rock arricchito di influssi metal, hard rock e talora blues, dove le tipiche strutture stoner, contraddistinte dal susseguirsi di riff di chitarra granitici e incalzanti e da una sezione ritmica dall'incedere martellante, lasciano spazio a brevi progressioni tipicamente metal o ad inaspettate e talora efficacissime frenate spesso accompagnate da caldi assoli blueseggianti. Già al primo ascolto si capisce che i Sideburn sono dotati di una gran tecnica, tanto nelle chitarre che nella sezione ritmica, ma a colpire è anche la voce del cantante Morgan, assolutamente degna di nota e che può richiamare un R.J. Dio o un Danzig od altri interpreti ancora della scena metal, una voce tirata e graffiante nelle parti più stoner e veloci ma anche calda ed avvolgente in quelle più melodiche e riflessive. Dei nove brani che costituiscono l'album degni di nota sono "Fire and Water", dal sinuoso incedere sabbathiano (ovviamente i Black Sabbath sono il riferimento di base per l'album, e non potrebbe essere altrimenti del resto) e dal suono grezzo e sporco, "Tomorrows Dream" con l'assolo finale di chitarra caldo e coinvolgente, "The Saviour", forse la canzone più prettamente stoner dell'intero disco, e soprattutto "Crossing the Line", la gemma dell'album, contraddistinta da una prima parte molto blues e melodica e da una seconda in crescendo sempre più tirata dove ad una gran bell'assolo chitarra ne segue uno originalissimo di batteria che chiude il brano. "IV Monument" è davvero un ottimo lavoro, affatto noioso e ripetitivo e che, nonostante non brilli per originalità, scivola via gradevole: uno stoner rock che guarda al passato ma che assolutamente suona piacevolmente attuale e fresco. Davvero un buon ascolto! Alessandro Mattonai
SIDEBURN – The Newborn Sun
Non avevamo notizia dei Sideburn dal 2002, anno di uscita di "Trying to burn the sun", salvo poi apprendere dal loro sito che alcuni pezzi di questo album erano già stati incisi su demo nel 2003, che lo stesso demo era in vendita ai loro concerti, che nello stesso anno hanno cambiato batterista.Insomma la gestazione di "The Newborn Sun" è stata molto lunga e accompagnata dalla ricerca di una nuova etichetta dopo i servigi della italiana Beard Of Stars. Ma come suonano oggi i Sideburn rispetto all'esordio? Ovviamente molto più maturi, il mix di Black Sabbath e Kyuss con voce tra Danzig e Cult è molto meno accentuato a favore di un rock di stampo seventies con influenze di ampio respiro, dai Led Zeppelin agli Uriah Heep, da certa scuola Spiritual Beggars e Grand Magus a brevi incursioni "prog". Anche stavolta niente di innovativo, è vero che il ventaglio si è allargato molto e non ci sono pezzi davvero brutti ma manca ancora quel songwriting di spessore che possa sostituire degnamente la mancanza di originalità. Gli svedesi sono sinceri, danno l'impressione di volercela mettere tutta e sparano cartucce di diverso tipo.Pezzi come "I am a king", dove aleggia lo spirito degli Spiritual Beggars su riff duri e puri accompagnati da un ottimo hammond e da una batteria dinamica in grande spolvero, o "Farmer Joe" altrettanto massiccia ma più ispirata ai primi Grand Magus, mostrano il lato muscolare dei Sideburn, complice una produzione che esalta benissimo il muro di chitarre. Il trittico "When The Day Dies"-"A Piece Of Shade"-"Another Day In The Blue" invece si muove in delicato equilibrio tra le rock-ballad dei Led Zeppelin e melodie vocali perfettamente bilanciate tra il vigoroso e il dolce. E a proposito della prestazione vocale di Jani Kataja, la sua voce è molto più ispirata nei momenti puramente melodici dove il cantante svedese ha la possibilità di aprire tutto il suo talento piuttosto che in quelli grintosi. La band fa sempre gioco di squadra ma più volte nei momenti non puramente strumentali si ha l'impressione che è la voce a tirare il carretto. Band che bisogna ripeterlo è tecnicamente molto preparata, in grado di tirar fuori dei numeri di grande qualità strumentale, come nella coda prog di "The Sun Will Love You". Doveroso anche citare un pezzo come "Top Of The World", orientata invece su territori flower-power cari agli On Trial, per far capire quanto ampio sia il bacino presente e passato da cui attingono i Sideburn in "The Newborn Sun", un buon album che però ancora paga troppo pegno ai modelli di riferimento e che non vive di luce propria. Francesco Imperato
SIDEBURN – Trying to burn the sun
Alla già ricca schiera di gruppi heavy psych svedesi (Roachpowder, Grand Magus, Half Man e Mammoth Volume) si aggiungono ora i giovani Sideburn. Già dall'aspetto esteriore questo debutto acquista punti per l'ottimo artwork di copertina e booklet ma, quel che è più importante, il contenuto non delude. I riferimenti sono nei Blue Cheer, Unida, a tratti Orange Goblin e, con mia sorpresa, anche Cult. La band di Ian Astbury si sta in effetti rivelando un punto di riferimento per molte band dell'universo stoner orientate ad un approccio più selvaggio e raw'n'roll ed i Sideburn di Rainmaker e Doin' Fine non mancano di riprenderne l'andamento anthemico. Il disco diventa accattivante man mano che la track list scorre toccando la lunga e ossessiva discesa verso il centro del sole di Trying To Burn The Sun per poi purificarsi al suono di Sweet Love Of Youth, melodiosa ballata da hippie all'ultimo stadio con una coda di 'santaniana' memoria. In mezzo c'è lo spazio per brani di livello più che discreto così ricchi di spunti da poter essere approfonditi nei prossimi tre dischi che mi auguro il gruppo farà. Ed il difettuccio di questo album sta proprio qui: alla lunga l'eterogeneità è controproducente perché, non essendo accompagnata da tocchi di genio puro, da l'impressione di una band che non mette bene a fuoco ciò che vuole. Perfettamente coscienti che non tutte le ciambelle riescono subito con il buco tondo, sin da ora conveniamo che i Sideburn possono rivelarsi degli ottimi 'panettieri', basta soltanto attendere la giusta lievitazione. Francesco Imperato
SIENA ROOT – A new day dawning
Avevamo avuto già modo di apprezzare gli svedesi Siena Root in occasione del loro “IV”, disco autoprodotto nel 2003 e pieno zeppo di vibrazioni hard psych nella migliore tradizione anni ’70. Eravamo dunque certi delle grandi qualità di questi quattro ragazzi di Stoccolma, dediti al recupero totale di quelle calde e pastose sonorità che hanno fatto la storia del rock.È la Rage of Achilles a farci gradita sorpresa dando alle stampe questo “A new day dawning”, quasi settanta minuti di finissimo hard rock settantiano, tredici brani che non inventano nulla di nuovo (ma chi cerca qualcosa di innovativo da un gruppo del genere?) ma hanno carica e spessore compositivo di alto livello. Il groove dei pezzi è immane, le fiammanti chitarre di KG West trasudano umori hendrixiani, le ritmiche (Sam Riffer al basso, H Forsberg alla batteria) si muovono sinuose tra i tappeti di organo e piano rhodes di Oskar Lungstrom e vocals ruvide dal chiaro timbro blues. Led Zeppelin, Free, Deep Purple, Blind Faith, Atomic Rooster, Pink Floyd, Spooky Tooth, Uriah Heep, Hard Stuff: queste sono le coordinate. Quattro dei brani presenti sono ripresi dal lavoro precedente: si tratta delle derive psych di “Trippin’”, del rock blues di “Above the trees” (la lezione di David Coverdale è preziosa per il buon Oskar), dell’eclettismo sonoro a cavallo tra hard, psichedelia e progressive che anima “Roots” e della conclusiva “Into the woods”, magico miscuglio di psych rock, prog e folk. Ma le altre composizioni non sono certo da meno. Si viaggia sui binari dell’hard rock più sinuoso e melodico (“Coming home”), si passa per il boogie ed il rock selvaggio (“Shine”, “Words”), si approda all’estasi heavy psych con “Until time leaves us again” e “Rasayana”. Insomma, “A new day dawning” è un trip in pieni anni ’70, da assaporare in totale libertà, fisica e mentale. Insieme a Svarte Pan, Abramis Brama e Qoph i Siena Root si aggiungono a quella schiera di band svedesi dedite al restauro dell’immaginario più puro e genuino del rock. Un sound che non può non stuzzicare tutti i fan dello stoner. Consigliatissimo. Alessandro Zoppo
SIENA ROOT – Far From The Sun
Hard rock, psichedelia, blues, progressive. Era difficile ripetersi dopo un avvio incoraggiante ("A New Day Dawning", 2004) e un secondo album bellissimo come "Kaleidoscope", uscito nel 2006. I cambi di line up (soprattutto l'abbandono della vocalist Sanya) e le elevate aspettative non hanno affatto intaccato la qualità e la grazia dei Siena Root, uno dei migliori gruppi attualmente in circolazione. "Far From the Sun" è il loro nuovo album, edito dall'attenta Transubstans Records, etichetta costola della Record Heaven che ci sta regalando ottime vibrazioni (in catalogo Abramis Brama, Burning Saviours, First Band From Outer Space, Graveyard, Svarte Pan, Lucifer Was). E proprio in questo filone i Siena Root si inseriscono. Un hard rock acido e imbevuto di atmosfere d'antan, capace di rievocare quello spirito libertario e colorato che gli anni '60 e '70 ci hanno lasciato in eredità.Nove tracce che sono un tributo a quel tipo di sound, senza mai risultare stantio o demodé. Ritmiche in fiamme, esplosioni di Hammond, riff tirati a lucido, vocals melodiche e vigorose. L'unico neo è la perdita di centro di alcune composizioni (la conclusiva "Long Way From Home" ad esempio, eccessiva nei suoi barocchismi), tuttavia "Far From the Sun" scorre forte e senza alcun intoppo. "Dreams of Tomorrow" è un avvio folgorate, hard rock a cinque stelle che prende da Led Zeppelin, Leafhound, Captain Beyond, Mountain e Uriah Heep con personalità e convinzione. "Waiting For the Sun" è una delizia per le orecchie che si muove solare tra Oriente e Occidente, "Time Will Tell" e "Two Steps Backwards" intensi macigni dal groove forsennato. Così come "Wishing For More" e "The Break of Dawn", quest'ultima una vibrante strumentale che declina i Jethro Tull in salsa heavy psych. Spiccano per le trame elaborate la travolgente "Almost There" e la meravigliosa "The Summer is Old" (brano cardine del disco), lunghi pezzi che esaltano le capacità tecniche ed esecutive di Sartez (voce, chitarra), KG West (chitarra, organo), Sam (basso) e Love (batteria). Quattro freaks che si muovono delicati in un universo volgare come quello di oggi. Possibile che siano stati congelati per 35 anni? Alessandro Zoppo
SIENA ROOT – IV
I Siena Root sono un quartetto proveniente dalla Svezia, da Stoccolma per la precisione. Il loro “IV” potrà essere una vera sorpresa per tutti coloro che amano le calde sonorità degli anni ’70: si tratta infatti di una torrida miscela di hard rock e psichedelia, con qualche tocco progressive indirizzato nella migliore tradizione della scuola di Canterbury. Giusto per fare qualche nome potremmo dire Deep Purple, Uriah Heep o Vanilla Fudge, ma è solo una indicazione parziale perché il sound della band è sempre fresco e molto personale. Tutto si basa su un uso caldo e pastoso dell’organo hammond (dietro cui siede Oskar, anche egregio singer) che si sposa alla perfezione con le chitarre a volte rocciose a volte sognanti di KG Westman. Completano la line up Love alla batteria e Sam Riffer al basso, sezione ritmica sempre lucida ed impeccabile. Ed è proprio su questo vivace amalgama che si basa la bravura dei quattro, abili a passare dalle atmosfere oniriche dell’iniziale “Trippin’” (titolo abbastanza eloquente…) a quelle più bluesy di “Above the trees”, con la voce di Oskar che ricorda la vena soul del miglior David Coverdale. “I don’t care” è invece un episodio di heavy psych rock dove organo e wah-wah si fondono per creare un’eruzione di suoni davvero coinvolgente. “Roots” ritorna alle sonorità delicate assaporate in apertura e per la sua versatilità espressiva (un saliscendi di deliziose emozioni tra psichedelia, blues e progressive) si posizione senza dubbio tra le migliori cose fatte sentire nel disco. La successiva “Jungle funk station” è una fuga strumentale in tipico stile anni ’70 che prelude alla conclusione affidata a “Into the woods”: otto minuti di grande magia durante i quali si alternano psych rock, prog e folk in maniera altamente suggestiva. Una ponte ideale tra passato e presente quello costruito dai Siena Root, per oltrepassarlo non occorre far altro che chiudere gli occhi e perdersi nel loro mondo fatato, sarà un viaggio davvero entusiasmante… Alessandro Zoppo
SILENT HILL – Silent Hill
Un'altra lieta sorpresa nella scena doom italiana. I Silent Hill sono un quartetto proveniente da Roma e questo loro omonimo debutto non fa che confermare la qualità delle nuove leve nostrane dedite alla musica del destino.Un disco, questo "Silent Hill" dove a canzoni di stampo classic doom come le iniziali "October 41" e "Cold Frontiers" (vicina a certe cose dei Solitude Aeternus) fanno da contraltare delicati interludi poggianti su atmosfere ovattate (su tutti la sognante "Interlude to Criteria"). "Solemn Bird" è invece un pezzo che starebbe benissimo in un album dei Down e mostra come i nostri sappiano anche pestare duro quando necessario. La summa del disco e dello stile dei nostri è però la conclusiva "Criteria", che nei suoi nove minuti alterna fasi doom a possenti porzioni mid tempo per poi dissolversi in un gran lavoro di synths e tastiere che si dissolvono infine nel silenzio più assoluto. Detto che la voce del cantante Chris Rotten echeggia non di rado quella del maestro del doom italiano Paul Chain (fatto abbastanza curioso, dato che il pesarese ha sempre rappresentato un riferimento musicale, ma quasi mai vocale), non resta che fare i complimenti al quartetto, sperando che questo debutto sia solo il primo tassello di una lunga carriera. I mezzi ci sono, quindi avanti così, ragazzi. Marco Cavallini
SIMIO – Chaos vs. order
Messico, luogo mistico, terra di confine, ambientazione ideale per la fuga, dal caos della metropoli come dal disordine della mente… Messico, laboratorio ideale per una musica che valica i limiti, fisici quanto psichici, ostacoli imposti dal rigore della società moderna… Pensieri del genere e quant’altro di alterato e visionario vi viene per la testa potrebbero essere il senso di questo “Chaos vs. order”: “potrebbero” perché l’opera dei Simio non ha mai fine, il trio messicano (composto da Alejandro Hernàndez alla chitarra, Fernando Benìtez alla batteria e Victor Jerèz al basso) getta in musica le suggestioni e la dilatazione dei paesaggi messicani partorendo un lavoro totalmente improvvisato, una lunga matassa psichedelica strumentale e senza nome, solo cinque tempi che scandiscono il dipanarsi delle vibrazioni sonore. Un trip che si richiama all’acid rock degli anni ’60, alla psichedelia dei primi Pink Floyd, alle saturazioni heavy dei ’70 e alla riscoperta tutta britannica del suono psicotropo intrapresa da gente come Bevis Frond e Outskirts Of Infinity nelle Acid Jams. E proprio di una lunga, interminabile jam si tratta, un viaggio allucinato tra ritmiche tribali, percussioni ossessive, fughe di basso e chitarra, echi che si rincorrono e svisate stonate nel migliore stile psichedelico. Viene in mente una dimensione arcaica, quasi preistorica (non a caso all’interno del cd è presente un’immagine tratta dalla parte iniziale di “2001: Odissea nello spazio”…), un’esplorazione della natura umana nella sua condizione più istintiva, non ancora socializzata, dove la lotta per la sopravvivenza rivive sotto forma di feedback soffocanti e distorsioni di chitarra da far girare la testa… Insomma, una riscoperta dell’essenza umana in una dimensione desertica e assolata che tutti dovrebbero compiere. Magari sotto l’effetto del peyote sacro degli indiani Huichol… Alessandro Zoppo
SINEZAMIA – Senza fiato
Dopo gli EP "Fronde" (2007) e "Sacralità" (2009), i mantovani Sinezamia hanno debuttato nel 2012 con l'esordio "La fuga". All'inizio del proprio cammino il gruppo appariva come una delle più interessanti realtà underground indicate per i nostalgici della Wave italiana ottantiana (con richiami ai primi Diaframma e Litfiba). Oggi, dopo "La fuga", le influenze Wave sono appena percettibili, sovrastate dal muro di suono tipicamente hard rock da subito evidenziato dall'irruenza della pregevole traccia d'apertura, "Ghiaccio nero". Probabile che ciò sia dovuto al fatto che la maggior parte dei brani sono composti dal nuovo chitarrista Federico Bonazzoli e dal bassista Marco Beccari, provenienti da ambiti hard rock/metal. Residui echi dei Litfiba si avvertono esclusivamente nel cantato di Marco Grazzi, simile a quello di Pero Pelù. Ascoltando più volte l'album viene alla mente un gruppo ed un album storico datato 1985: The Cult, "Love". Specialmente nelle tracce più rock e dinamiche come le mitiche "Nirvana", "Rain" e "She Sells Sanctuary". Le tastiere sono sacrificate nel risultato finale del suono, un peccato perché quando viene dato loro il giusto spazio compositivo vengono fuori i brani migliori, come la cadenzata "Nella distanza", la dinamica "Ombra" o la misteriosa "Venezia", legame col passato del gruppo sia a livello di songwriting (presente nel precedente EP "Sacralità") che di sonorità e atmosfere. A circa un anno di distanza dall'album, i Sinezamia sono tornati nel 2013 con l'EP "Senza fiato", contenente due nuove canzoni. Una scelta inusuale per questi tempi, in cui i gruppi mettono on line ogni singola nuova nota composta di modo da darla in pasto agli amici (ormai è dura definirli fan). I due nuovi brani proseguono la linea tracciata da alcune song del disco precedente, indurendo ulteriormente alcuni arrangiamenti, lasciando le tastiere di Carlo Enrico Scaietta come unico legame verso la Wave italiana degli Ottanta sulla quale il gruppo aveva posto le sue basi originarie. Molto bella in particolare la title track (si notano i notevoli progressi di Marco Grazzi alla voce), traccia davvero efficace nell'alternanza fra l'ombrosa atmosfera delle strofe iniziali e l'energica melodia dell'azzeccato refrain. La versione CD è limitata a 200 copie numerate. Marco Cavallini
SIR PSYCHO – Demo 2003
Nuove realtà rock crescono anche in un panorama desolante come quello campano e la prova ne è questo demo dei casertani Sir Psycho. Nati come cover band, Fabio (voce), Luca (chitarra), Mauro (chitarra), Angelo (basso) e Dino (batteria) sono in giro ormai da diversi anni e si esibiscono regolarmente in numerosi locali della loro zona. I sei pezzi presenti su questo demo mostrano una band in forma, capace di variare registro a seconda delle circostanze: il loro è un rock molto orecchiabile (un difetto può essere riscontrato proprio nello scarso peso dato alle chitarre in fase di registrazione), decisamente alternative, che si ispira a fenomeni come Pearl Jam, Stone Temple Pilots, Incubus e gli ultimi Red Hot Chili Peppers. Le vocals sono sempre ben bilanciate tra slanci romantici e pause malinconiche, così come la costruzione dei brani è elegante e mai sopra le righe. Gli episodi migliori sono senza dubbio “Inside” e “Instinct”: la prima ha un refrain che rimane appiccicato in testa a partire dal primo ascolto, la seconda invece ha un andamento nervoso e frenetico alternato ad una melodia sottile e suadente. Ma anche gli altri momenti del demo si fanno apprezzare, seppur non sempre con la stessa efficacia: “Old shape” presenta il solito contrappunto tra parti vocali riflessive e chitarre delicate, “Gone” ha un riff portante che si scioglie subito in atmosfere pacate, decisamente autunnali e meditative. “In my dream” è una ballata acustica che non si riduce ad essere melense ma si concede una buona dose di passione e fantasia, mentre la conclusiva “Magic” ritorna senza sforzarsi troppo su sentieri più dilatati, dove scossoni emotivi si combinano alla perfezioni con indovinate vibrazioni funky. Nel complesso siamo di fronte ad un gruppo giovane e che ha davanti a se un futuro promettente. Il consiglio è quello di proseguire su questa strada, magari con qualche sterzata elettrica in più e una maggiore voglia di osare. Alessandro Zoppo
SIX ORGANS OF ADMITTANCE – Ascent
Se il 2012 è l'anno di fine e nuovo inizio, Ben Chasny chiude il proprio ciclo artistico con una perfezione unica. "Ascent" è per Six Organs of Admittance la summa ideale di un percorso iniziato oltre dieci anni fa, ai tempi di opere come il primo disco omonimo e "Nightly Trembling", proseguito con una sfilza impressionante di album solisti (mai un abbassamento di livello, necessario specificarlo) e svariati progetti in bilico tra psichedelia elettrica e trance meditativa quali Comets On Fire, August Born e Rangda. "Ascent" rimette in gioco la spigolosità dei Comets On Fire (che si riuniscono per l'occasione) e grazie anche a Tim Green (Louder Studios) restituisce una complessità musicale avvincente.L'iniziale "Waswasa" è una goduria per gli amanti della psichedelia pura: un razzo lisergico dritto in faccia, chitarre che impazzano, ritmiche che seguono senza sbavature e vocalizzi mistici dal profondo. "Close to the Sky" è da pelle d'oca per la sua imbarazzante soavità, un gioiello di acid rock dolce come il miele e travolgente come un treno in corsa. "They Called You Near" si avvicina a quanto prodotto nel periodo da "Shelter from the Ash" a "Asleep on the Floodplain" – saliscendi raga folk su tappeti dronici – mentre "Solar Ascent" fa da traino ipnotico a "One Thousand Birds", altro capolavoro psych pinkfloydiano che avvinghia sinuoso come un serpente la sua preda. L'acustica "Your Ghost" riconferma Chasny come uno dei più grandi songwriter in circolazione, "Even If You Knew" scatena una furia iconoclasta su sentieri notturni e polverosi e prepara al gran finale di "Visions (from Io)", ballata spaziale sensuale e avvolgente. L'esplorazione di un nuovo pianeta è avvenuta. Non è la Terra, è il lato oscuro del sole. "Ascent" è la colonna sonora di questa eccitante, fantastica scoperta. E conferma Six Organs of Admittance nella cerchia delle maggiori psychedelic rock band esistenti. Alessandro Zoppo
SIX ORGANS OF ADMITTANCE – Asleep on the Floodplain
L'aria languida, dislocata, quasi oziosa di Ben Chasny non riflette molto la sua dedizione verso i Six Organs of Admittance (divenuti testimonianza della sua vita), i quali infatti abbastanza sommessamente e senza pompa compaiono dopo brevi anni da "Luminous Night", facendosi posto tra le uscite discografiche più emblematiche dell'ultimo periodo come "Angels of Darkness, Demons of Light I" degli Earth o, ancora più nel vicino, all'imminente disco dei Current 93 del suo amico David Tibet.Tutte le strade portano a Tibet si potrebbe dire, dimostrato dalle numerose, anomale collaborazioni passate dei Current 93, quando da un certo punto in poi del loro percorso segnato dal folk acido i destini di vari musicisti provenienti da stili apparentemente autonomi si sono incrociati, influenzandosi reciprocamente fino a legarsi tra loro in quella che si può chiamare la "Sacra Triade", composta da Current 93, Six Organs of Admittance e OM: la loro musica agisce in forme di spiritualità così uniche, così autentiche da trovare altrimenti espresse nella musica contemporanea, al di là dei generi. Dunque Chasny, per via dell'amore che nutriva nei confronti di un disco come "The Inmost Light" venne in contatto con Tibet e, probabilmente per un'ammirazione reciproca del lavoro altrui fu chiamato in causa per contribuire, tra i tanti ospiti di estrazione diversa, a portare alla luce le visioni gnostiche di "Black Ships Ate the Sky" e del successivo "Aleph... ", disco dove Tibet, forte dell'esperienza con Cisneros nel precedente split "Inerrant Rays of Infallible Sun", ne fu profondamente influenzato: un album dove lo spettro elettrico doom possiede i Current 93. Tornando a "Asleep on the Floodplain", uno dei lasciti sonori per i quali i Six Organs of Admittance hanno forse raggiunto la totalità espressiva e colto bagliori di eternità si trova racchiuso nella graduale crescita di droni e rumorismo ambient in "River of Transfiguration", che si ingigantiva fino a rompere ogni argine e annegare il fantasma della coscienza (in cui figura, non per casualità, Cisneros): quando la musica diventa mezzo d'introspezione più di ogni altra esperienza, atto di purificazione, medium che mette in comunicazione con gli aspetti più lontani e difficilmente raggiungibili della psiche e, inevitabilmente, porta ad una trasformazione colui che è immerso nell'ascolto. Quest'ultimo lavoro è ancora una volta il respiro che vive nel songwriting di Chasny il quale, fra semplicità e rispetto della tradizione folk-fingerpicking e ferite più profonde aperte dalla sperimentazione, si colloca nella dimensione dove il tempo scorre e ciclicamente si cristallizza. Questo non significa che gli episodi acustici più legati alla forma tradizionale, anche se forse più prevedibili, siano superflui, perchè in questo caso non potrebbe sussistere nemmeno la necessità di dilatare, slegare dal vincolo terreno le canzoni dalla diversa impronta, che neanche potrebbero esistere. Una condizione molto importante per la musica dei Six Organs of Admittance, e alla quale non si potrebbe dare molto peso, è quella di vivere i dischi nei loro contrasti e nei momenti opposti della giornata (dell'esistenza) comprendendo che, così come nella natura, la verità a cui si protende l'artista si attiene a leggi simili, come l'immutabile cambiamento delle stagioni (l'accettazione di questo principio era già sintetizzata nella traccia finale di "For Octavio Paz"). Trovare quindi quali siano le migliori canzoni (o meglio dire squarci, visto che sono più impressioni fugaci di un momento) è una questione puramente soggettiva, ma è da inaspettate voragini come "Brilliant Blue Sea Between Us" che si capisce la predisposizione di Chasny a sondare il suo passato: le onde riportano echi di esistenza sommersa, dove l'armonium di "Sleep Has His House" dei C-93 si reincarna in "Asleep on the Floodplain", dando al pezzo la struggenza cosmica. Ma è in "S/Word and Leviathan" dove Chasny si cala per intero nelle profondità dell'abisso, e il misticismo meditativo viene interamente a galla: un raga che può riportare la mente a "Crooked Axis for a String Quartet" degli Earth. Negli oltre dodici minuti micro-cosmici della traccia, uno degli zenith della intera musica di Chasny, è intrappolato il raccolto di una vita.
O my Son, yester Eve came the Spirit upon me that I also should eat the Grass of the Arabians, and by Virtue of the Bewitchment thereof behold that which might be appointed for the Enlightenment of mine Eyes. Now then of this may I not speak, seeing that it involveth the Mystery of the Transcending of Time, so that in One Hour of our Terrestial Measure did I gather the Harvest of an Aeon, and in Ten Lives I could not declare it. (Aleister Crowley, "De herba sanctissima arabica"). Neon Born
SIX RED CARPETS – Nightmare + Lullabies
Come cambiano i tempi: se ci trovassimo nei mid nineties i Six Red Carpets non avrebbero grossi problemi per diffondere il loro indie-psichedelico, e invece succede che riuniscono i due EP "Nightmare" e "Lullabies" in un unico album completamente scaricabile corredato di artwork, offrendolo a partire dall'autoproduzione.L'operazione del gruppo milanese va artisticamente a buon fine, perchè se è vero che il momento di gloria di questa parte del rock alternativo sembra aver oltrepassato il suo apice, altrettanto sinceri e degni di menzione sono i contenuti, a partire dall'intro brumosa di "The Waeaver Call". "Twenty Two an The Charm of Gravity" e "Here's to the Nightmare" sono spigolose/lineari versioni dei Sebadoh con una forte attenzione alle linee vocali, così come le colorate "Deep Down in Water" e "Bring Me Noise" lasciano trasparire - oltre ai Radiohead e i Motorpsycho meno hard - dei pastosi riferimenti alla psichedelia sixties. La sfuggente "Words Forgetting, Words Forgot", le varie "Fall Asleep", "Run Over Free" e "The Dream of Billy Kite" palesano l'influenza di Pavement, Kula Shaker, Gomez e Karate, mentre "Angel's Vanity" (con una linea vocale forse sottratta ai Police) è uno dei pezzi più incisivi, soprattutto quando i nostri optano per controllate burrasche chitarristiche. "Vanilla Scent" e "The Dream of Billy Kite" con archi, arpeggi, piano e arrangiamenti psych, non sono altro che godibilissime ballate underground, cento volte meglio di sterili iper produzioni metallose e/o post-alternative (parliamo sempre di quelle imposte dal mercato). Buon disco nel complesso. Roberto Mattei
SKANSKA MORD – Paths to Charon
Skanska Mord è il nome della band formatasi nel 2006 dalle ceneri dei Mothercake e dei più noti Half Man. Preceduto da un debutto di discreto successo che risale al 2010 ("The Last Supper"), ricompaiono sulla scena con "Paths to Charon", sempre per la Small Stone Records. Il sound è rimasto in pratica identico: un piede piantato negli anni '70 e l'altro tra i '90 ed il 2000. Si possiamo riconoscere influenze che abbracciano le sonorità dei Black Sabbath, Cactus e Deep Purple, passando per il grunge in stile Soundgarden e compagnia, fino a fondersi con sonorità stoner rock più recenti.Senza voler nulla togliere ad un disco di qualità, occorre precisare che per quasi tutta la durata delle nove tracce, ci si sente pervasi dalla sensazione di aver già sentito ogni pezzo. La particolarità sta nel fatto che a seconda di cosa vi sta suona nelle orecchie, sembra di cavalcare onde di una era musicale differente ma ben identificabile. Senza dubbio, non si può affermare che l'ultima sortita degli Skanska Mord sia entusiasmante o dai tratti innovati. Nonostante ciò segnaliamo comunque alcune tracce di particolare rilevanza come "Laggasen", una piccola perla dalle sottili influenze celtiche, "The Abassadeur" e la conclusiva "Rising". Il quintetto svedese, ha certamente i mezzi per fare meglio e per realizzare un'impronta musicale che sia riconoscibile nella folla del mercato musicale moderno. Promossi ma con riserva. Enrico Caselli
SKYWISE – Cold Cold Earth
Ossessive sfumature di grigio inquinano il nero degli Skywise. Il sound della band romana, giunta al terzo capitolo discografico ‘Cold Cold Earth’, muta pelle e si immerge nei meandri di un metal psichedelico contaminato dall’aura criptica e senza respiro del post core, etichetta di comodo usata per definire il magma partorito da titani come Neurosis e Cult of Luna. Il doom dalle vibrazioni stoner di ‘Morning Star’ (2001) e ‘Give the Devil His Brew’ (2004, uscito ufficialmente nel 2008) si fonde così con ritmiche sincopate, costruzioni sonore misteriose e un malessere di fondo portato alle luce dalle vocals esasperate di Francesco (anche al basso).Un cambio di rotta che premia il gruppo, a proprio agio con questo stile scuro, malinconico, apocalittico e suadente. L’iniziale “Ave Atque Vale” porta avanti un riff claustrofobico che penetra sottopelle con il suo fare incendiario. “Devil’s Bargain” gioca sulle atmosfere create da inquietanti synth, squarciate dalle chitarre monolitiche di Emiliano e dal drumming marziale di Ennio. Il crescendo conclusivo è un’esplosione che lascia davvero attoniti. E precede il breve momento di passaggio della title track e “But the Earth Was Hollow”: dieci minuti di spaventosa intensità, durante i quali l’aria si ferma e il centro della terra si spalanca sotto i nostri piedi. “Raise the Dead” chiude il lavoro riportando alle dense e fumose sensazioni stoner doom dei primi due album, un oscuro incedere che sembra evocare una liturgia di morte e resurrezione. Da ricordare un passaggio necessario: ‘Cold Cold Earth’ è auto prodotto dagli Skywise e può essere acquistato soltanto on line dal sito della band. Scelta coraggiosa, da premiare senza alcuna remore. Alessandro Zoppo
SKYWISE – Give The Devil His Brew
Abbiamo aspettato quattro anni ma ne è valsa la pena. Gli Skywise sono stati uno dei primi gruppi italiani a cimentarsi con le aspre e fumose sonorità stoner doom. Un pugno di demo, poi il folgorante "Morning Star", esordio edito nel 2001 da Daredevil Records. Passa il tempo e nel 2004 giunge la notizia del tanto atteso secondo album, "Give the Devil His Brew". Problemi personali e cambi di line up ne fanno però slittare l'uscita, tanto che il lavoro arriva alle nostre orecchie soltanto oggi. Tra l'altro tramite una forma distributiva particolare, poiché è possibile scaricare i due dischi dal sito della band. Tanta attesa non poteva che essere premiata perché questo dischetto riassume al meglio lo spettro sonoro heavy psycho doom.Ora gli Skywise sono un trio formato da Ennio (batteria), Francesco (basso, voce) e Emiliano (chitarra). Il tempo passato non ha comunque intaccato la freschezza di quanto proposto, bollente oscuro alcolico psichedelico e mefistofelico rock. Due song che rendono alla perfezione l'idea (e riprendono lì dove lasciava "Morning Star"): gli undici minuti della tenebrosa, flippata "Digging Our Own Grave" e gli otto della minacciosa "Magic Lanter", dominata da chitarre mastodontiche. Pigiano sull'acceleratore (direzione Orange Goblin) l'indemoniata "Lonely Ride" e la pachidermica "6 Devils", mentre l'iniziale "No Words to the (Sky) Wise" è una deliziosa strumentale carica di groove. "A.O.T.S.Q." cita divertita le regine di Josh Homme (primo periodo, ovvio), "A Fool's Warning" travolge con impeto drogato, la conclusiva "Into Thick Air" è trainata da un fuzz straniante e misterioso che lascia attoniti. "Give the Devil His Brew" è l'album che volevamo dagli Skywise. Ci auguriamo soltanto di non dover attendere altri quattro anni per il prossimo capitolo discografico (che si preannuncia più oscuro e maturo, in direzione Earth/Cult of Luna/Khanate). Non vediamo l'ora. Alessandro Zoppo
SKYWISE – Morning star
Vista la sempre più massiccia presenza di band stoner italiche è giusto tributare un forte riconoscimento anche agli Skywise, autori di un’abile miscela di stoner desertico e doom psichedelico per un'esplosione di cupe visioni e odori mesmerici. Il primo cd ufficiale del gruppo capitolino infatti, pur essendo uscito ormai 3 anni fa, presenta nove brani che brillano di oscura lucentezza, pezzi che avvolgono nel loro bagliore accecante e conducono verso una nuova dimensione sensoriale. Una valida produzione e una veste grafica essenziale ma davvero di ottimo livello fanno il resto. Si parte alla grandissima con “Rise from the ashes (404)”: una chitarra effettata all'ennesima potenza che svirgola subito in wah-wah saturi di elettricità apre il campo ad una sezione ritmica formato carroarmato, un panzer impazzito in piena corsa! L'atmosfera è quella prettamente heavypsichedelica, molto kyussiana ovviamente (soprattutto nel solo di chitarra...), ma sporcata a dovere da infiltrazioni spaziali rumoriste e cadenzate. Non c'è che dire, i quattro ci sanno fare, lo dimostra la compattezza del loro suono, mai monotono o monocorde e anzi aperto a molteplici sfaccettature stilistiche. “Mountains of the moon” ha la classica impostazione sabbathiana, evidenziata dai mastodontici riff di chitarra di Emiliano Giardulli ed Ennio Cecaro, ma subito viene fuori anche l'influenza distruttiva (nel senso buono del termine...) di grandi stoned freaks come gli Electric Wizard. Con “The darkest hour (morning star)” vengono in mente gli immensi e purtroppo poco rimpianti Acrimony: il bassone iperdistorto di Francesco Esposito e il drumming ossessivo di Francesco Buoniconti impattano contro i feedback delle due chitarre, per esplodere in un incedere trascinante che ti scuote fino al midollo. Le vocals di Francesco (il bassplayer) reggono bene la forte carica emanata dai Marshall, veri propulsori di energia stonata. Le tenebre ci avvolgono ancora grazie alla pesantezza di “My rotten kingdom”, espressione del lato granitico e plumbeo della band, brano che nella parte iniziale ricorda gli ultimi Candlemass e nell'assolo tutto tremolo e distorsione i grandi Natas. Con “Hellgate” siamo in pieno deserto, o meglio, in pieno inferno...il sole batte forte, il caldo è torrido e gli umori della musica riflettono bene questo stato d'animo: lo spettro dei Re di Palm Springs aleggia prepotentemente (il finale infinito alla “Supa scoopa and mighty scoop”...), ma le coordinate stoner sono rallentate ed espanse fino all'inverosimile, soprattutto nelle linee dinamiche del basso e della batteria, davvero tritaossa. “Beyond redemption” parte invece rilassata, ma non dà nemmeno il tempo di riprendere fiato che sbatte addosso tutta la sua gigantesca mole, frutto di una forte ascendenza hard psichedelica di matrice seventies e dell' heavypsych odierno. E’ una cavalcata continua, lungo strade bollenti, fino ad arrivare a “Earth 2012”, un missile lanciato in orbita spaziale, dove le chitarre si rincorrono lungo traiettorie tortuose e mirabolanti, rette in questo gioco da una batteria indiavolata, circolare, fatta su misura per il basso vorticoso e le vocals angoscianti. Un'atmosfera fumosa avvolge poi “The ghastly workshop of hiram kyram”, compendio di space rock psicadelico dagli intenti lisergici, ascoltare la parti vocali malatissime per credere...in questo caso la band crea un impatto terrificante, basato principalmente sulle chitarre invase di wah-wah, ma che si rende tale anche per l'apporto essenziale del moog suonato da Ennio. Chiude l'album “Farewell blues”, track registrata dal vivo, molto settantiana nei modi ma heavypsichedelica nella sostanza: la registrazione non è delle migliori, ma basta per farci intendere l'elevato coinvolgimento che il combo deve produrre dal vivo. Giunti alla fine posso senza dubbio affermare che dopo Acajou, Hogwash, Vortice Cremisi, That's all folks!, Ufomammut e Ojm un nuovo astro splende nel cielo dello stonerama italiano, quello degli Skywise. “…wait for the day to come, wait for the sun to shine, lay let your soul be calm, praise the morning star...” Alessandro Zoppo
SLEEP – Dopesmoker
Per chi ancora non lo sapesse, gli Sleep hanno rappresentato un fenomeno del tutto particolare nel panorama rock degli ultimi tempi. Attivi dal finire degli anni ’80, hanno debuttato nel 1991 con un disco devastante come “Volume One” (fu in questa occasione che venne coniato il termine stoner rock, in evidente relazione al loro consumo di droghe…), si sono confermati una inarrestabile macchina da guerra con il titanico “Holy Mountain” (1993) e hanno concluso la propria carriera con un monolito del calibro di “Jerusalem”, uscito solo nel 1999 su Rise Above dopo svariati anni d’attesa. Oggi la newyorkese Tee Pee Records riporta alla luce la versione originale del capolavoro dei tre stoned freaks di San Francisco in una confezione deluxe: digipack con splendidi disegni di Arik Moonhawk Roper, registrazione e mixaggio più dinamici e l’aggiunta di una bonus track, “Sonic titan”, registrata dal vivo con una band rabbiosa e “stonata” come al solito. Ovvio che per descrivere le sensazioni estreme che trasmette un’opera come “Dopesmoker” ogni parola può risultare fuori luogo: l’ode alla marijuana che gli Sleep hanno creato prende forma in un unico brano di 60 minuti, una colata bollente di acid doom divisa in 6 parti ma da assaporare tutta d’un fiato, in un unico, interminabile flusso. Solo penetrando nel profondo del disco si può capire come la London/Polygram, che originariamente doveva darlo alle stampe, si rifiutò di pubblicarlo… Matt Pike sottopone la sua chitarra ad un estenuante tour de force, i riff vengono macinati uno ad uno e distillati con una cattiveria ed un estro che ha del maestoso. Al Cisneros scandisce i tempi con il suo cantato ipnotico e le sue ultrasature linee di basso, mentre Chris Hakius è una furia indemoniata dietro le pelli. L’estasi mistica di “Dopesmoker” è un ascolto per iniziati, le orecchie non abituate ad un certo tipo di sonorità ne stiano alla larga: il pellegrinaggio esoterico della “Weedian people” verso la “riff-filled land” è scandito da tempi e cadenze ripetute all’infinito che producono uno stato di catatonia prolungata, scosso solo da assoli lancinanti e dilatazioni visionarie sottolineate dalla produzione del guru Billy Anderson. Un viaggio morboso, divinatorio e acido: non ci sono altri termini per descrivere “Dopesmoker”. Il capitolo conclusivo della saga Sleep è una realtà: finalmente è stata resa giustizia ad una band fondamentale per l’evoluzione dello stoner sound, epica, coerente e mai fine a se stessa come poche. Follow the smoke, Jerusalem… Alessandro Zoppo
SLEEPERS, THE – EP
Nascono nel 2001 ad Arezzo The Sleepers e dopo vari cambi di formazione ed una demo uscita nel 2003 approdano a questo ep di quattro pezzi, realizzato con la collaborazione del Sonar, locale di Colle Val d'Elsa. I quattro propongono un misto di grunge e stoner rock, molto roccioso nei suoni e a tratti malinconico nell'impostazione. Umori e sensazioni che partono dai cieli plumbei di Seattle, passano per le distese assolate della California e giungono intatte fino a noi. I riff e le ritmiche gonfie di "Mòlica" ne sono efficace dimostrazione."Sprismia" è un razzo sparato a velocità folle, il brano più stoner del dischetto (la memoria corre agli Orange Goblin), nonché il più riuscito per impatto, forza ed esecuzione. "Oleg" ha un piglio noisy che ricorda molto i Nirvana, con una divertente appendice pulp. La conclusione è invece affidata a "Pornochic", pezzo dal testo interessante ma troppo fiacco nella melodia e nell'alternanza di sfuriate, rallentamenti e parti dilatate per poter incidere a dovere. Hanno da lavorare su quale indirizzo intraprendere The Sleepers, perché molto spesso le loro composizioni lasciano un vago senso di indeterminatezza. Ma siamo agli inizi e queste ingenuità si perdonano senza problemi. Alessandro Zoppo
SLEEPY SUN – Fever
Gli Sleepy Sun sono sei ragazzi provenienti da San Francisco che si sono fatti conoscere nel 2009 con l'ottimo "Embrace" e grazie ai buoni risultati raggiunti, si sono guadagnati una collaborazione nell'ultimo disco degli Unkle ed hanno avuto in seguito l'opportunità di aprire concerti ad Arctic Monkeys e Mudhoney. Ma questo importa poco. Quello che conta realmente sottolineare è la straordinaria capacità del sestetto di riproporre quella magia degli anni Sessanta (e primi Settanta) in maniera estasiata, vorticosa, sorprendente.Si badi bene: riproporre non vuol dire copiare. Il gruppo riesce a scrivere canzoni intense e celestiali, ma sa passare da improvvise sterzate sonore condite da chitarre distorte a suoni soul acidi immersi in tenui allucinazioni oniriche. È il trionfo della psichedelia, quella di gruppi storici quali Jefferson Airplane, Quicksilver, Grateful Dead, Jimi Hendrix, Led Zeppelin e Velvet Underground. Da brivido l'intreccio di voci del cantante Bret Constantino e di Rachel Williams che ricordano un'altra band di spessore, i Black Mountain. Brani come "Open Eyes" e "Desert God" ci tuffano in un misticismo degno della summer of love degli hippie, mentre non mancano magiche atmosfere e sonorità acustiche dominanti ("Ringamaroo", "Ooh Boy"). Il meglio arriva dai sei minuti di "Marina" dove le linee di chitarra attraversano melodie di sognanti paesaggi bucolici e dai quasi nove di "Sandstorm Woman" - il brano migliore - che parte in maniera assorta, quasi un jazz blues da locale notturno, per poi esplodere fino al vertiginoso crescendo finale con il timbro della voce di Rachel che nel contesto si sposa a meraviglia. Avvolgente, affascinante, mistico, romantico, idealista, questo è "Fever", un lavoro che va gustato lentamente e che ci proietta in un mondo che sembrava lontano anni luce. Se spinge alla commozione, ci credete? Cristiano Roversi
SLIDESHAKER – Bones 7″ cd single
La Bad Afro si conferma etichetta instancabile e mai doma. Dopo aver dato alle stampe svariati split e full lenght (ricordiamo tra gli altri Baby Woodrose, Sweatmaster e Ghost Rocket), inganna l'attesa facendo uscire questo cd single dei finlandesi Slideshaker, nuova scoperta del rooster danese. Si tratta di una band proveniente da Kuopio, formatasi nel 2000 e con all'attivo diversi 7" ed un album di debutto ("Hotwired soul", edito nel 2003 dalla DBS). Ora la Bad Afro è pronta per la seconda uscita del gruppo (titolo "In the raw", data prevista febbraio 2006) e anticipa il piatto principale con questo ghiotto antipasto.Il trio abbonda infatti in spezie acide e succhi corrosivi, fondendo in un sound genuino la tradizione rock'n'roll, l'abrasività garage punk e simpatiche spruzzate soul bluesy. "Bones" sarà il primo singolo, brano grezzo e dalla cadenza sincopata, rallegrato da una sezione di fiati smaliziata e sbarazzina. "In the raw" (registrato con la collaborazione di Jurgen Hendlemeier, un passato con Flaming Sideburns, Sweatmaster e Baby Woodrose) ha invece un bel taglio blues e per essere una traccia che non andrà a finire sul disco è una prelibatezza succulenta. I caldi intarsi di armonica, le ritmiche secche, una chitarra tagliente, le vocals sentite di Heikki fanno di questa song un pezzo da novanta. Per noi ascoltatori e per la Bad Afro stessa, ci auguriamo che tutto il disco sia su questi medesimi livelli. Alessandro Zoppo
SLIVERS – Melon Juices
Gli Slivers si sono formati nel 2006, tre scalmanati compagni di scuola accomunati dalla passione per la musica elettrica dai ritmi indiavolati, e dopo la solita trafila di show ed esperienze concertistiche decidono di incidere l'esordio "Mellon Juices" per la propria fantomatica D.I.Y. Baracca del Suono, un album che pesca molto dalle suggestioni degli anni 90, riproposte con una vena surreale che fa perdere un po' la bussola all'ascoltatore.Sufficientemente dotati dal punto di vista tecnico, i pezzi dei nostri oscillano tra discreti brani rock'n'roll e altri episodi più sfilacciati e non proprio maturi, ma quello che conta in questo disco è senza dubbio la voglia di divertirsi e suonare il proprio materiale. Così ecco "Turn Around Fire" e "No Modern Kerouac", due scariche fuzzose che fanno un po' il verso ai Flamin Lips e al grunge, con allucinati rallentamenti e refrain direttamente estrapolati dal rock alternativo della scorsa decade. "Song About Nothing" oscilla tra un'uggiosa ballata americana e velocizzazioni punk (che sono predominanti nella seguente "Sporca"). Per il resto si prosegue coi duri indie punkoidi di "Strawberry & Potatoes", "Work in Progress" e "Kill Jimm(y) Vol.1", gli innesti folk e soul di "Alla Ricerca del Groove", la trasognata "Affinità e Divergenze tra il compagno gian..." con piacevoli melodie e chitarre alla Dinosaur Jr., fino all'ultima "Rock'n' Roll Heroes" che continua a far smuovere dalla sedia coi suoi ritmi. Le due bonus track sono la cabarettistica "Parigi" e la rumorosa "Metropolitan Violence", che non aggiungono molto a tutto il resto. Ancora c'è da migliorare, (soprattutto il mixaggio delle parti vocali, che risultano troppo alte), e il disco si perde un po' troppo in episodi superflui e poco incisivi, ed è un peccato perchè gli Slivers mostrano un'attitudine rock'n'roll tutt'altro che disprezzabile in più di un'occasione ("Turn Around Fire" è il pezzo più convincente in assoluto), strada che tirando le somme rimarrebbe la migliore da seguire. Roberto Mattei
SLOATH – Sloath
Terre aride e pareti rocciose. Nessuna oasi nei paraggi ed un senso costante d'infinito sullo sfondo. La front cover minimale di questo album parla chiaro e non rifugia alcun dubbio sulla proposta sonora del quintetto inglese Sloath, al debutto sulla lunga distanza.Un doom iper slabbrato ed asfissiante che si dipana in tre tracce dal peso specifico elevato. I tratti distintivi sono: sovradosaggio da saturazione. Ampli portati al limite umano della distorsione. Vocalizzi isolati, sottesi in tormente rock desertiche, e ciclicità stoner-psychedelica a velocità ridotta, mantenendo comunque un certo dinamismo tra un pezzo e l'altro. L'iter sonoro degli Sloath si sviluppa attorno a riff minimali di chitarra di "Earthiana" memoria ("Hex" per intenderci), stuprati a loro volta da dilatazioni a la Teeth of Lions Rule the Divine per un trip acido non indifferente, che vede nella conclusiva, infinita, "Please Maintain" il proprio vessillo stilistico (con aggiunta, nella parte centrale, di soluzioni "post"). Lungi dal definire questo albo originale e/o ricercato, ma 40 minuti e passa di puro stordimento "low pitch" di questo genere e fattura sono merce rara oggi giorno. Voi "stonati", concedetevi un giro. Damiano Rizzo
SLOW ORDER – Hidden Voices
Gli Slow Order sono tornati, e alla grande: dopo qualche cambio di formazione (nel precedente "Pyramid Toward Oblivion" avevano suonato Patrick Hultin dei Burst alla batteria e MPFM dei Choriachi alla voce) diventano un trio strumentale senza perdere un grammo della loro incisività e sfornano un album da ascoltare tutto d'un fiato. Piace subito l'evocativo titolo "Hidden Voices"; ottima la produzione; infine, essenziale, quando fai partire "Bokor's Call" ti entra dentro lentamente e massiccio come una flebo di whiskey e fango. Dopo il primo ascolto la sensazione è che sia rimasto qualcosa. Già alla seconda ripassata riconosci i pezzi. Alla terza, ti sembra di consocerli da una vita. Non è una caratteristica comune, affatto. Coordinate? Di sicuro i Karma to Burn per lo stile e i Black Sabbath per il riffing. Nei momenti più onirici aggiungeteci anche i Mystic Krewe of Clearlight. "Hidden Voices" è un disco dove i riff e la potenza la fanno da padroni, un disco dove i riff non vengono mai suonati una volta in più del necessario: uno ti sta catturando? Ecco che ne arriva subito un altro altrettanto bello. E questo tiene sempre alta la soglia di attenzione e goduria. Facciamola breve: volete otto pezzi infuocati per scapocciate selvagge? Cercatelo, ascoltatelo e non ve ne pentirete. Luca "Fraz" Frazzoni
SLOW TRAIN – Song of the day
Slow Train è un progetto nato nel 1995 dall’idea dei fratelli Daniel (batteria) e Marco Pennbrant (basso, organo). Dopo aver militato in varie british blues tribute band i due hanno assoldato il vocalist Stefan Paparo ed in seguito Andy Andersson (chitarra) per far prendere corpo ad un grande desiderio: ricreare l’atmosfera del rock più classico ed incontaminato, quello di fine anni ’60/inizio anni ’70 per intenderci. “Song of the day” è il loro esordio e vedere come data d’uscita il 2003 fa quasi credere di essere vittime di strani sbalzi temporali: lo stile del gruppo è infatti un totale tributo a nomi storici come Rolling Stones, Faces, Free e UFO, numi tutelari di un hard rock verace e frizzante, interpretato con energia e gran classe. In realtà tra tutte le influenze riscontrabili quella che emerge chiara ed incontrastata è soprattutto una: i Led Zeppelin. Il Dirigibile ha senza ombra di dubbio cambiato le vite di questi quattro ragazzi svedesi, forse solo da Kingdome Come e The Want avevamo sentito qualcosa del genere… La voce di Stefan è paurosamente simile a quella di Robert Plant (ascoltare “Pack my bags” per credere…), le chitarre di Andy ruggiscono come quelle di Jimmy Page, così come la sezione ritmica non smette un attimo di ricreare il feeling che la premiata ditta Jones/Bonham ha saputo plasmare (sentite la base basso/batteria della splendida “Love and war”, non vi ricorda una certa “Achille’s last stand”?). A questo punto si potrebbe obiettare che la proposta degli Slow Train è eccessivamente derivativa: in effetti è così, ma dinanzi a brani carichi e passionali come “Get out”, “You should better know” e “The season of fall” (con tanto di organo liquido ad impreziosire il tutto) poco importa, in tempi in cui il rock è sempre più una sgualdrina che si concede alle offerte del primo che passa dischi spontanei ed onesti come “Song of the day” sono i benvenuti. In definitiva, un compendio necessario per chi sbava ascoltando “Communication breakdown” ma anche per chi non conosce il significato della parola “rock”… Alessandro Zoppo
SLOWTORCH – Adding Fuel To Fire
Interessante primo full-lenght da parte dei bolzanini Slowtorch, band in circolazione dal 2005 sotto il nome di Godmachine. La proposta dell'affiatatissimo quartetto è uno stoner rock imbastardito e sudato all'inversosimile, metallizzato a dovere e che nel giro di venti minuti scarsi condensa tutto quanto ha da proporci, sparandocelo dritto sui denti senza troppi complimenti.Se nella bellissima "Rocket To Nebula" abbiamo a che fare con dello stoner senza compromessi, è nelle restanti tracce che la band sa districarsi in un continuo gioco di disintegrazione e ricomposizione delle proprie influenze, che vanno dai Kyuss ai Black Sabbath, dai Motorhead agli Entombed, il tutto unito a quella componente thrash metal che altro non fa che "gettare benzina sul fuoco" (come da titolo, of course). Micidiale il tiro di "Another One Down", dove alcune soluzioni chitarristiche possono ricordare addirittura i Pantera. "Roadkill" è pura follia adrenalinica imbevuta di metal e southern rock, davvero devastante. In "Sixwheeler" sembra di ascoltare gli Orange Goblin flirtare con i Goatsnake, e il risultato è da lasciare letteralmente senza fiato. Aspra e dalle ritmiche squadrate "Juggernaut" che procede speditamente ma senza dimenticare di ammiccare furtivamente ai Black Sabbath di Vol. 4. Come avrete certamente notato non è affatto facile stabilire a quali correnti in particolare i nostri si rifacciano, vista la notevole eterogeneità di influenze che i Slowtorch sanno mescolare a dovere. C'è comunque da dire che nel complesso l'album risulta davvero piacevole a livello compositivo e frizzante all'ascolto; forse alcune piccole sbavature ne inficiano il giudizio complessivo, che comunque rimane indubbiamente positivo. Daniele "Born Too Late"
SLUDGEFEAST – Virtua-Rock
Interamente ispirato nella grafica ai videogiochi per consolle di casa Sega, il nuovo album degli inglesi Sludgefeast si presenta come una doppia release, CD + DVD, nel primo dei quali troviamo un totale di 17 tracce a comporre l’album dal titolo “Virtua-Rock”, mentre il secondo è un insieme di riprese delle ultime passate esibizioni live della band in giro per l’Europa, passate alla storia col nome di Disastour. Andando con ordine, “Virtua-Rock” (il disco) è un concentrato decisamente compresso (17 tracce in 26 minuti) di garage fuzz di buona fattura e dall’attitudine decisamente efficace. Brani scarni ed essenziali conditi con tonnellate di distorsioni ultra fuzz (al limite quasi della sopportazione per i timpani più delicati), spesso strutturati su un paio di riff al massimo ma carichi di groove e di un’irriverenza garage, in particolare nel cantato di James, di tanto in tanto affiancato e sostituito dalla bassista Corin Duff, dalla timbrica fastidiosa e al tempo stesso coinvolgente. Completa la band il batterista James II, impegnato sostanzialmente in standard mid tempos e parti minimaliste di sostegno all’energia sprigionata in particolare dalla chitarra e dalle appena citate linee vocali. Parlando invece del DVD, di buona fattura ma sostanzialmente amatoriale e casereccio, possiamo dire che si presenta come una buona testimonianza di vita di una band come tante, tantissime altre, a livello undergorund, che cerca di portare avanti il proprio discorso e la propria musica tra mille difficoltà. Per gli amanti del garage rock più ruspante e di sonorità decisamente non convenzionali, sicuramente un buon prodotto, forse solo eccessivamente laconico per quel che riguarda i singoli brani nello specifico, ma comunque valido nella sua interezza. Witchfinder
SMALL JACKETS – Play at high level
Prima uscita in casa Go Down Records (nuova etichetta che ha edito anche “The light album” degli Ojm) e primo grosso colpo. Gli Small Jackets sono un gruppo strepitoso e il loro disco di debutto lo conferma in pieno. Hard rock’n’roll di grandissimo spessore per una band che formalmente è nata nel 2000 ma i cui membri sono ormai in giro da molto: il drummer Denny Savanas è impegnato da tempo con Paul Chain, il chitarrista David Piatto era negli storici Rebels Without A Cause, il singer Lu Silver è un ex Thee Hairy Fairies e il bassista Rob milita nei Sartana. Hard rock dicevamo e di pregevolissima fattura, ispirato a colossi come Led Zeppelin, Humble Pie, AC/DC, The Stooges e Grand Funk Railroad. Senza ovviamente dimenticare l’influenza dello scan rock di Hellacopters e Gluecifer. Quel che ne esce fuori è un mix agghiacciante per freschezza, spontaneità, vigore e potenza. Derivativo quanto volete ma coinvolgente dall’inizio alla fine! Trentacinque minuti che volano via in un batter d’occhio, proprio come trangugiare una birra ghiacciata in piena estate. Simile è anche la sensazione: godimento per il refrigerio e giramenti di testa per l’energia scaturita… Idealmente “Play at high level” può essere diviso in due parti, tra le quali fa da spartiacque “Extra miles”, furiosa strumentale in pieno stile Motorhead. Nella prima fascia troviamo brani goderecci, orecchiabili e libidinosi come l’iniziale, viscerale “Ranch’n’roll” e l’avvolgente “Tell me baby” (vi ritroverete a canticchiarla senza neanche accorgervene!). Stesso tiro travolgente vale per “I don’t know why” e “No more time”, brani caratterizzati dall’ugola versatile di Lu Silver (un incrocio tra Bon Scott e Mark Farner…il che è tutto dire!) e dalle fughe inacidite di chitarre e ritmiche. La seconda sezione continua a vincere e convincere: melodie azzeccate, chitarroni in primo piano e un groove che lascia a bocca aperta. Basta ascoltare l’aggressività soul di “Jones comin’ down” (ripresa dal repertorio dei Rebels Without A Cause), l’impatto in pieno regime AC/DC di “Stop this fucking bore”, le spore psichedeliche della ballad “If you stay” e i sapori settantiani della conclusiva, zeppeliniana “Let’s start playing”. “Play at high level” è un insieme di emozioni primitive che riporta ai vecchi tempi del rock e che fa degli Small Jackets un nome di punta della scena tricolore. Come si dice in questi casi… It’s only rock’n’roll but I like it! Alessandro Zoppo
SMALL JACKETS – Walking the boogie
Il sacro fuoco del rock arde nel cuore degli Small Jackets. Solo così possiamo spiegare la bellezza ruvida di un disco come “Walking the boogie”. Seconda prova della band dopo il già promettente “Play at high level”, Lu (voce, chitarre), Eddy (chitarra), Danny (batteria) e Rob (basso) hanno sfornato l’ennesimo gioiello (targato Go Down), un concentrato di hard, boogie e rock’n’roll che scuote dal primo all’ultimo secondo. Se solo il mercato discografico odierno non fosse così ottuso brani come l’iniziale “My surprise” o la travolgente “Heroes” sarebbero hit da vetta della classifica.Nella godereccia “Forever night” compaiono direttamente dal magico mondo Hellacopters ospiti del calibro di Nick ‘Royale’ Anderson e Robert ‘Strings’ Dahlqvist, segno che gli Jackets puntano alto, con tutti i meriti del caso. Lo dimostrano i soliti bolidi turbo rock (“Born to die”, “She don’t care”) ma anche gustosi sapori 70’s (la strumentale “Phoenix’s light”), venature funky soul (le fantastiche “If you don’t need” e “Leave me alove”, i cui chorus conditi di hammond sono qualcosa di assolutamente travolgente), malinconici scorci blues (l’avvio di “Maybe tomorrow”, la pausa acustica della sentita “Wintertime”). “Walking the boogie” è l’album ideale da assaporare ascolto dopo ascolto per capire (e spiegare) cos’è il rock’n’roll. Nessun calo, nessun cedimento: un pugno di canzoni che ti tirano per il collo, ti fanno muovere e riflettere. Ecco, questo è rock’n’roll. Alessandro Zoppo
SMOKING BIRD – Naughty little girls
La Spagna continua a sfornare fresche e agguerrite hard band: dopo i vari Amon Ra, The Punishers, Positiva ed Electric Riders è il turno degli Smoking Bird. Stavolta la rock city è Alicante e se altri gruppi puntano su stoner, doom o psichedelia qui abbiamo abbondanti dosi di sano hard rock. Questi quattro ragazzacci (Pablo - voce -, Ray - basso -, David - chitarre - e Ivan - batteria -) ci fanno vivere tre quarti d’ora di intrattenimento focoso e godereccio (copertina e booklet con belle ragazze semi nude, cd tigrato e testi provocanti sono un biglietto da visita eloquente).Così come diretto e senza tanti fronzoli è il sound della band, un rock che si divide tra i classici dei ‘60/‘70 (Rolling Stones, Led Zeppelin, Aerosmith, AC/DC), tentazioni sleazy (impossibile non riconoscere l’influenza di Slash nel tocco di David) e sfrenate impennate rock’n’roll ereditate da quell’immenso impero del riff sudicio chiamato The Hellacopters. Il risultato è un album frizzante, scanzonato, divertente, ideale per animare festini e viaggi in auto altrimenti noiosi. Un po’ quello che fanno i Drunk Horse con lo stoner o i Black Crowes con il rock tradizionale. Pezzi come “Cool ass”, “Rock n’ roll balls” e “The school” vanno sparati a volume elevato senza pensare troppo, basta far parlare il nostro corpo… “You gotta do it” si avvale di una bollente armonica blues, “Talkin’ about you” di una slide che fa tanto southern, “Maniac love” allunga i tempi e sfiora delicati lidi psichedelici. “Gimme buzz” aggiunge una isterica dose punk, “Mind your own business” è invece rock’n’roll sfrenato con il piano a dettare legge, la conclusiva “Movin’” un finale elettro acustico da consumare quando la sbronza è ormai passata… Alicante deve essere una città davvero calda a giudicare dal tiro di “Naughty little girls”. Un disco ideale per chi ha il fuoco del rock che brucia nelle viscere. Fire always works! Alessandro Zoppo
SNOWBLOOD – Being and becoming
Verde e nero sono due colori il cui intreccio crea spesso una sensazione di cupo disagio, tuttavia paradossalmente piacevole. Sfogliando il booklet di "Being and becoming", nuova fatica degli scozzesi Snowblood (dopo l'esordio del 2004 "The human tragedy"), questa inquietudine aumenta. E non solo per l'uso dei colori e delle sfumature, ma per una serie di foto e testi che esprimono disagio, allontanamento spontaneo dalla vita, voluta esclusione da una realtà troppo soffocante.La musica di David (chitarra), Luke (voce), Ewan (batteria) e Graham (basso) non poteva che rispecchiare questo immaginario. Seguendo le solite, stantie classificazioni, gli Snowblood andrebbero posizionati in quel calderone post-indie-qualcosa che non significa proprio nulla. Qui ci sono solo tanta ispirazione, calore e sentimenti che grondano dall'animo di quattro ragazzi annoiati/disadattati/perdenti. La cui poetica prende forma in visioni tanto sublimi da ammaliare fin dai primi ascolti, nonostante la complessità di base del prodotto (oltre un'ora di durata per brani della lunghezza media di 7/8 minuti). Gli intrecci di "Disappearance" e "Young" compongono una psichedelia ammaliante e dai tratti doomy, acida e riflessiva, ricca di passaggi suadenti e sfumature ipnotiche, nello stile lanciato da Isis e Pelican. "Aubade" e "Call off the search" partono invece come brani post rock, di ispirazione Mogwai, per poi tramutarsi in sfuriate psycho sludge che sembrano unire le visioni apocalittiche dei Neurosis al disagio metropolitano dei mai troppo compianti Iron Monkey (che vengono chiaramente chiamati in causa anche nella debordante "The year of the bastard"). La bellissima "Out of harm's way" è l'ennesimo tassello vincente di un lavoro che non smette mai di sorprendere: si tratta infatti di un brano che media una splendida melodia languida di estrazione Tool con una coda acid rock che vira verso lo stoner. "Black stars over Glasgow" (e il segmento conclusivo "Appearance") sigilla "Being and becoming" con quasi venti minuti di pura astrazione sonora, durante i quali si susseguono sussurri, feedback e ronzii drone, aperture lisergiche, folgoranti melodie e minacciosi rallentamenti. Un campionario di sensazioni tattili e timori primordiali. The search goes on Into the shadows There is no guide Only the dark Alessandro Zoppo
SO LONG COCK’S NAME – Donkey Cock
I So Long Cock’s Name possono essere accostati (per un fattori uditivi e per attitudine e mood) agli Eagles Of Death Metal. Il suono è molto simile, per cui si tratta di un garage rock’n’roll quasi sixties, con influenze delle prime vere rockstar quali Elvis e Chuck Berry, ma con un carica più incendiaria e festaiola. I So Long sono adatti per l’estate, per la spiaggia, per le gite in macchina ed i party in piscina. Si tratta di un duo, accompagnato da una drum machine, in cui la voce riprende lo stile tipicamente americano, anche in fatto di pronuncia e modi di porsi al microfono, così californiano se vogliamo. Rock’n’roll molto sudato, blues grezzo in cui conta poco la ricercatezza ed il lavoro di intaglio nelle forme, né tanto meno levigare l’alabastro. Si tratta di riff e accordi semplici, molto catchy, perciò orecchiabili: melodie che rimangono subito impresse e coinvolgono la testa ed il bacino dell’ascoltatore. Vi ritroverete in poco tempo pronti ad indossare un paio di occhiali da sole a goccia, farvi crescere i baffi da sparviero e provarci con qualsiasi femmina che vi passi a tiro, compresa la catechista di quando avevate 7 anni.Si passa dal rock energetico come un gatorade di “Black Bikini Babe”, “What a Girl”, “Pretty Animal” (con dei coretti molto groovy), ad una ballad seducente e quasi emotiva come “This Lullaby”, al tributo alla pornostar Catalina (crediamo sia quello il senso, perché non crediamo esistano poetesse di nome Jenna e Brianna) molto texmex, avendo sempre come guru spirituali Chuck Berry e Jesse ‘the Devil’ Hughes. È un disco di appena 40 minuti carico delle cosiddetto good vibs, il cui scopo è divertire nel pieno stile belushiano di Animal House. Toga, Toga, Toga!, inno che fa rima con ciò che amano di più i maschi, e non mi riferisco alla Biga. Cambiate la prima consonante con al settima lettera del nostro alfabeto. Volete un disco che vi scuota la mattina presto e sia tremendamente divertente, simpatico e frizzante? I So Long Cock’s Name fanno per voi. In più lo trovate gratis sul loro sito, disponibile in download. Che volete di più? Il sangue? (cit.) Sgabrioz
SOFA KING KILLER – Lust, crime and holiness
Sludge, ma con intelligenza. Brutali, ma con passione. E' così che potremmo definire i Sofa King Killer, band americana al debutto con un ep di quattro brani dopo svariati anni di gavetta passati a comporre musica finita in due demo ed in uno split edito dalla Tee Pee Records in compagnia dei Leecmilk. L'attività dal vivo con gente del calibro di Beaten Back To Pure, Earthride e Weedeater fa subito capire quali sono le intenzioni di questi cinque indemoniati: demolire le orecchie e le cellule cerebrali dell'ascoltatore con una miscela di sludge, stoner, hard rock e blues. E' proprio quest'ultima componente, unita ad una passionalità di fondo, che rende le loro composizioni vincenti. Immaginate gli Eyehategod che flirtano con i Led Zeppelin oppure la musica dei Corrosion Of Conformity cantata da un singer (il disumano Ryan Burgy) che pare abbia bevuto una tanica di acido ed avrete il perfetto risultato…già dall'iniziale "Die like an astronaut" si capisce che i Sofa King Killer non scherzano affatto: il groove avvolgente delle chitarre di Chris Chiera e Mike Burns impatta con il basso vulcanico di Paul Bartholet ed il drumming serrato di Brad Thorla, mentre intanto un pazzo con il microfono in mano emette le sue urla sguaiate. Una song annichilente, non c'è che dire. Proprio per questo la strumentale "Blues couch" dona un tocco di calma e pacatezza acustica (con tanto di organo…) che per certi versi ci confonde…come è possibile una cosa del genere? Si tratta di grande abilità compositiva, senza dubbio, tant'è vero che la successiva "CLE" ritorna a picchiare duro grazie a delle chitarre devastanti ma al tempo stesso melodiche e ad una coda psichedelica da brivido. Il compito di chiudere le danze spetta infine a "Burn the fields", oltre sei minuti di lenta e cocente rabbia metallica introdotta da arpeggi sinistri e conclusa da ronzii asfissianti. Se siete degli appassionati di gruppi come Mugwart, Iron Monkey, Alabama Thunderpussy e Molehill non potete certo farvi sfuggire questo "Lust, crime and holiness". Tuttavia l'ascolto è consigliato anche a chi ha della frustrazione interiore da sfogare in qualche modo… Alessandro Zoppo
SOFA KING KILLER – Midnight magic
Se amate le sonorità pastose, marce e torbide “Midnight magic” è sicuramente il disco che fa al caso vostro. I Sofa King Killer, dopo averci deliziato con il precedente EP “Lust, crime and holiness”, confermano la loro ispirazione ed il pieno delirio che la veicola. Dieci sono i brani che compongono il loro primo full lenght e dieci sono le mazzate che riceverete direttamente a casa vostra, tra la bocca dello stomaco ed il pieno volto! Southern sludge doom grezzo e focoso, suonato in modo ineccepibile e ricco di groove. Essenziale a partire dall’artwork, lo stile dei Sofa King Killer non concede tregua: quando pigia sull’acceleratore demolisce con furia, quando invece si apre al blues, all’hard rock, alle vibrazioni anni ’70 seduce con sguardo ammaliante. Il lavoro delle chitarre è finalizzato proprio a questo scopo. I killer riff di Chris Chiera si ammorbidiscono quando la situazione sembra farsi insostenibile e dalla sua magica sei corde vengono fuori suoni da delta del Mississippi. Le ritmiche di Paul Bartholet (basso) e Brad Teoria (batteria) lo seguono fedelmente, mentre la voce di Ryan Burgy è un impasto di whisky ingurgitato a litri, trachea prossima al collasso e reminiscenze hardcore. I quattro dell’Ohio non scherzano affatto, lo dimostrano bordate come l’iniziale “It’s fun to be the bad guy” (testo delirante!), l’assatanata “The god out of reach”, la mastodontica “No other path to pursue” o la ubriachissima “Holy bottle”, dal titolo più che esemplare. La passione e la potenza sprigionate sono ai massimi livelli. Come se in un motel deserto nel sud degli States si assistesse ad una jam (o ad una rissa?) tra Eyehategod, Down e Alabama Thunderpussy. Difficile stabilire chi ne uscirebbe vincitore… Insomma, tocchi di classe e frammenti di violenza si mischiano in maniera incontrollata. D’altronde non è da tutti scrivere brani così intensi e cattivi. Tanto che fanno la loro porca figura anche un paio di strumentali dannatamente coinvolgenti come “Killing people is easy” e “An ode to myself”. Schizzi di sangue sugli amplificatori e gradazione alcolica ai massimi livelli. Sono questi i Sofa King Killer, non c’è niente da fare. “Midnight magic”: “for those who love to live”. Alessandro Zoppo
SOILENT GREEN – Inevitable Collapse In The Presence Of Conviction
La storia dei Soilent Green parte nell’ormai lontano 1988 grazie a Glen Rambo, vocals e membro fondatore della band, ed è influenzata tanto dai Black Sabbath quanto dall’hardcore più truce ma anche da sonorità southern tipiche degli Stati americani del sud.Infatti, teatro dell’evento è New Orleans dove i nostri cominciano a muovere i primi passi nel 1995 con “Pussysoul” - uscito su Dwell Records - e a fianco di realtà importanti della zona come Eye Hate God e Crowbar. I SG ne divengono amici e nel frattempo riescono a firmare un contratto discografico con la Relapse, etichetta da sempre attenta alle nuove tendenze dell’alternative metal. Il meglio di sé viene dato dall’album “Deleted Symphony For The Beaten Down” del 2001 dove lo spirito blues della Lousiana viene veramente miscelato ad una furia sludge/core con qualche puntatina nel grind. Oggi la band ritorna con una line up completamente differente a causa dei gravissimi problemi avuti recentemente: il bassista Scott Williams è stato ucciso nel 2004 per cause misteriose mentre il mitico singer Glen Rambo è stato trovato morto durante l’uragano Katrina del 2005. Il nuovo album con Ben Falgoust alla voce (già nei Goatwhore) però non convince a pieno. Se la componente sludge non è andata completamente perduta, il doom southern che ne aveva caratterizzato gli esordi lascia spazio ad un grindcore/death iperveloce quasi fossero i Brutal Truth. Non che sia da buttare ma ne esce fuori un disco gelido che dà l’impressione di trovarsi di fronte ad un gruppo giunto “inevitabilmente al collasso” soprattutto per quanto riguarda le idee. Ed è un vero peccato perché se è vero che l’onestà dei SG non è mai stata messa in discussione, ci si aspettava un disco differente che invece propone solo pochi momenti di interesse. O forse siamo troppo esigenti? Cristiano "Stonerman 67"
SOLACE – 13
I Solace si affacciarono sulla scena doom-rock nel 2000 con ‘Further’, disco che riscosse tanti consensi per via di un sound nero e pesante. Senza dubbio un lavoro fresco e alquanto personale. Dopo tre anni la band del New Jersey esce (su Listenable in Europa, Meteorcity in Usa) con dei brani scuri e arrabbiati meno doomy del precedente e più aperti all'heavy-groove. Non sono tutti dei capolavori, lo diciamo subito, ci sono delle piccole cadute di tono qua e là, si usano dei clichè e degli sviluppi già sentiti, che fanno fare al disco un piccolo passo indietro rispetto al precedente. Sinceramente le aspettative sono state un po' deluse. C'è da dire anche che 13 non è assolutamente un lavoro che si fa piacere per forza, che ammicca. I primi ascolti avevano lasciato poco o niente, bisognava entrarci dentro più a fondo. Ai Solace riesce molto bene essere a pieno regime e di parti lente e sulfuree questo disco in pratica non ne ha. Loving Sickness/Burning Fuel apre bene. L'inizio è blues-rock, poi il pezzo accelera un paio di volte e si dimezza all'improvviso come due sberle vigliacche. Qui, c'è spazio per l'armonica. Indolence si segnala invece più per un bel solo di Wino (St.Vitus, Obsessed e Spirit Caravan) che per il resto; il leader maximo del doom moderno ha maggiore spazio in Common Cause ( lead vocals e chitarra) ma anche qui non brilla. È il suo registro pulito e la canzone troppo semplice e scarna che non convince, stride messa lì nella tracklist e con il mood dell'intero album. Da par loro, i Solace rifanno molto bene Forever My Queen dei Pentagram, altra icona del doom-rock moderno ma il brano è più rock settantiano che doom lugubre. Dove la band di Tommy Southard splende è nella avvolgente e granitica King Alcohol o nello stoner-rock di Sled Heavy. Entrambe ospitano Keith Ackerman ( ex Atomic Bitchwax) alla batteria e la differenza con il pur buon John Proveaux si sente. Keith suona secco e quadrato, preciso ed essenziale. Ma perchè non se lo mettono dentro?? Poi ci sono brani da prendere o lasciare come Around The Sun dove il cuore va da una parte e il cervello dall'altra, brani perfetti perchè trascinanti ( perchè è così che devono suonare) ma idee musicali nuove poco o nulla. C'è la voce di Jason però a dare un'impronta inconfondibile alla band. Potente, corposa, spesso al limite e tagliente. Rice Burner contiene ancora poche scorie di stoner trito e ritrito ma si risolleva in più punti con grande intelligenza. Chiude un'altra cover, With Time degli Agnostic Front. Sulle ghost tracks riserbo assoluto. I Solace dovranno aspettare forse il prossimo album per dimostrare in pieno di essere band matura e con una poetica autonoma. Su '13' ci sono diversi tracce disseminate qua e là ma i margini di miglioramento sono ancora ampi. Sul sito della Listenable ci sono un paio di mp3. Francesco Imperato
SOLD OUTS, THE – Demo 2006
I Sold Outs nascono come trio a Calw, zone di Stoccarda, nel 1998. A fondare la band Fabio Costa Miranda (voce, chitarra), Stefan Anders (basso) e Florian Rahtfelder (batteria), ai quali si aggiunge da un anno a questa parte Daniel Bosch (chitarra). Formazione che passa da tre e quattro elementi per dare maggiore potenza e vigore al sound del gruppo. Sonorità che si assestano su uno stoner rock roccioso ma melodico, nella migliore tradizione tedesca di band come Duster 69, Scoff, Ojo Rojo e Calamus.Matrice ‘kyussiana’ dunque, elaborata con tocchi rock’n’roll, una giusta pesantezza ‘metallica’ e armonie vocali che impreziosiscono il tutto. Ciò che ancora manca ai Sold Outs per fare il dovuto salto di qualità è una maggiore incisività nelle singole canzoni, unita ad una personalità più spiccata. Per il resto le quattro song presenti in questa demo funzionano egregiamente. “Hold me” è stoner abrasivo suonato con sudore e passione, “American fake” ha un frizzante piglio punk’n’roll, “Hier bei mir” predilige ritmiche schiacciasassi per un impatto devastante. Conclude il dischetto “Stratosphere”, brano registrato dal vivo in studio: ottima heavy psichedelia nella prima parte, chiusura acustica (molto in stile Queens Of The Stone Age) nella seconda. C’è ancora da lavorare ma i Sold Outs sono senza dubbio una promessa. La scena stoner tedesca continua ad essere viva, sfornando band giovani da tenere costantemente sott’occhio. Alessandro Zoppo
SOLENOID – Solenoid
Strana band questi Solenoid. Provengono da Genk, Belgio, e suonano insieme dal 2004. Questo cd di cinque brani è la loro prima produzione e ci offre un gruppo particolarmente originale nel rielaborare influenze e passioni diverse. C’è un po’ di tutto nei Solenoid: l’hard rock dei padri (Black Sabbath, AC/DC, Motorhead e Kiss su tutti), la furia punk più spietata e godereccia (Zeke docet), il metal puro e primigenio (Iron Maiden, Judas Priest, Saxon, Mercyful Fate, Manilla Road), il rock’n’roll scatenato e brillo (The Hellacopters, Supersuckers). Miscelato il tutto, si tratta ‘solo’ di scrivere ottimi pezzi e suonarli con tecnica e gran carica.“Angel spray” parte come un pezzo punk, tosto e melodico al punto giusto, per finire come un inno epico al dio Thor. “Down the dream” fonde un cantato alla Lemmy con venature speed e hard rock, mentre “Short but swell” è un imponente colosso metal dove Frenz (voce), Patrick (batteria), Maarten (basso), Roel e Arend (chitarre) si esaltano in progressioni, break e assoli micidiali. “Trash day” è un episodio rock’n’roll trascinante e diretto, la conclusiva “Young man” esalta i Solenoid condensando in 3 minuti tutta la loro filosofia: death to false metal, long live rock’n’roll! Alessandro Zoppo
SONIC FLOWER – Sonic Flower
Dal Giappone con furore! Dalla terra del Sol Levante una nuova creatura è sorta per portare in vita tesori nascosti e attuali proposte in campo heavy rock doom: si tratta della Leaf Hound Records, piccola ma agguerrita label che fa capo a Toreno Kobayashi, il quale con grande spirito di intraprendenza sta cercando di diffondere il verbo stoner anche nel paese asiatico. La prima uscita targata Leaf Hound è proprio il progetto Sonic Flower, band che vede nella propria line up Tatsu Mikami e Hoshi Takenori, rispettivamente basso e chitarra dei japanese doom masters Church Of Misery (ricordiamo che il loro "Master Of Brutality" è stato edito dalla Southern Lord). Dopo varie vicissitudini che hanno portato ad un cambiamento di formazione, il gruppo si è assestato con l'ingresso di Fukawa alla batteria e di Arisa alla chitarra solista, scelta coraggiosa visto che al suo posto doveva esserci un singer…scelta che però, tirando le somme, si è rivelata vincente: i quattro si scatenano infatti in brani strumentali vigorosi e travolgenti, carichi di groove e riff selvaggi che trasudano passione da tutti i pori. Ovviamente il genere è molto lontano dal doom perverso della band madre: nei sei brani che compongono il dischetto ci troviamo di fronte ad un fuzz rock che si ispira sia a sonorità anni '70 (Blue Cheer, Mountain, Jimi Hendrix e Cactus su tutti), sia a fenomeni odierni come Fu Manchu, Karma To Burn, Nebula e soprattutto Atomic Bitchwax. Il tocco blues di Arisa infatti chiama esplicitamente in causa il lavoro di Ed Mundell e soci, evidente in pezzi possenti e dinamici come l'iniziale "Cosmic highway" e la successiva "Black sunshine", distillati di energia allo stato brado dove i wah-wah corrono veloci e le ritmiche impazzano su effetti dall'impatto stordente. In "Astroqueen" e "Sonic flower" il groove delle chitarre sale a livelli davvero vertiginosi, complici un drumming assassino e degli assoli che si incrociano e si sfidano in duelli allucinanti. "Indian summer" è invece un episodio heavy psych liquido e visionario dall'incedere roccioso ma contenente un elevatissimo tasso lisergico, stemperato nella conclusiva "Goin' down", epilogo furioso di un disco pressoché perfetto che ha come suo unico limite una durata fin troppo breve (25 minuti). Le prossime mosse in casa Leaf Hound prevedono l'uscita di "Permanent brain damage", cult demo rematerizzato dei doomsters Blood Farmers, e le prime due releases ristampate su doppio cd dei Church Of Misery. Se queste sono le premesse ed tale è il livello qualitativo, beh, attendiamo i nuovi lavori targati Leaf Hound con enorme ansia… Alessandro Zoppo
SONS OF OTIS – X
Puro vortice sonoro. Un vuoto cosmico, X. Incognita, antro oscuro, sospensione della mente. "X" è tutto ciò che gli amanti dei Sons Of Otis attendevano da tempo, dalle matasse fumose di "Songs of worship" e del 10" "The pusher". Cover degli Steppenwolf che ritorna su questo nuovo lavoro, nella consueta trasfigurazione mistico spaziale tipica dei figli di Otis. Ken, Ryan e Frank, tre adepti del verbo più space psichedelico del versante stoner doom. Attivi ormai da dieci anni, girati tra il loro Canada e gli Usa, valicando confini, fisici e mentali. Dai tempi gloriosi di "Paid to suffer" e del capolavoro "Spacejumbofudge".Oltre la loro opera sono pochi gli spiragli che si intravedono. Oggi, sullo stesso, sublime livello, abbiamo soltanto Electric Wizard, Ufomammut, Acid King e Porn (Men Of). Ma i Sons Of Otis non si fermano certo. Avanzano minacciosi, demolendo le nostre barriere, ampliando a dismisura le nostre percezioni. L'arma è l'astrazione psichedelica, un continuo stato di trance indotto da ritmiche paralizzanti, una voce filtrata e cavernosa, dei riff di chitarra che penetrano la pelle e fanno male, tanto male… "Way I feel" è un pugno in faccia, sludge spaziale vomitato a tutto volume dagli amplificatori. "Relapse", "1303" e "Help me" portano alle estreme conseguenze il connubio psych doom: fuzz e distorsioni si rincorrono, echi provenienti da pianeti lontani ci conducono in una nuova dimensione planetaria. Pur poggiando su strutture compositive fisse e monolitiche, i Sons Of Otis conservano la gran dote di non annoiare, neanche quando le trame si fanno tremendamente ossessive. Un buon vantaggio lo dà anche il lavoro di Billy Anderson in fase di produzione e mixaggio. Tanto che i dieci minuti di "Eclipse", tutti feedback e fasi secche di batteria, volano alti sulle ali del drone doom più stordente. E i quattordici di "Liquid jam" (titolo programmatico…) sono il tributo definitivo a tutto ciò che è heavy e psichedelico. C'è poco da aggiungere: Ken, Frank e Ryan hanno partorito un nuovo gioiello, magico figlio delle volte celesti. Il vecchio nonno Otis sarà sicuramente contento… Alessandro Zoppo
SORROWS PATH – Doom Philosophy
Doom will never die. Un genere mai nato, mai morto. Sulle prime tre note, della prima canzone, del primo album dei Black Sabbath, si è costruito un non genere che oggi risulta essere tra i più contaminati. Schiere di band molto dissimili tra di loro, come Witchcraft, Cathedral, Sleep possono essere nominati insieme solo per l'ossessiva infatuazione dei riff di Lord Tony Iommi. E i Sorrows Path, al terzo album, fanno di questa infatuazione la loro ragione di esistere. Dalla terra che ha visto nascere Platone, Socrate e tutta la mitologia antica, spuntano fiori che di quella cultura portano evidenti tracce. La tragedia è nelle loro vene. La rappresentazione delle sventure umane è il concept con cui si sviluppa "Doom Philosophy", titolo che se non appartiene ad una band di Atene, non appartiene a nessuno.
Alla stessa maniera dei nostri Doomraiser c'è un'abbondanza metal. Anche se qui risulta ancora più pronunciata dai suoni della batteria (abuso di doppia cassa!) e dal suono delle chitarre. In sintesi c'è uno spostamento verso la NWOBHM a discapito dell'esplorazione psichedelica. Cosa che nel doom è ispessimento della tradizione. Quindi più ortodossia Candlemass e Trouble, meno espansione Electric Wizard. Prendere o lasciare. Ma non tutto è riff e sezione ritmica schiacciasassi. Il valore aggiunto della band è dato dai ricami negli arrangiamenti e dalla voce di Angelos Ioannidis, vero mattatore del proscenio. In un pezzo come "Everything Can Change", la commistione di questi due elementi fa la differenza. C'è anche qualche ombra orrorrifica à la Death SS (sarà l'uso dei synth?) e dei mid tempo in perfetto stile Eighties ("The King With a Crown of Thorns"). Ma il vero coup de théâtre è dato dalla conclusiva e messianica "Damned (O)Fish/L.S.D. (Life Sexuality Death)" dove, tra ritmi ostici e cambi di tempo, vengono snocciolati ventiquattro dogmi sulla pena di vivere (solo scritti, non cantati!). Eternal... this is the end of my Samsara... this is my Nirvana! Eugenio Di Giacomantonio
SOUL OF THE CAVE – Asphalt
Immaginate un gruppo che riesce a fondere in un composito corpus sonico l’alternative degli ultimi 15 anni (quello che hanno contribuito a rinnovare gruppi come i Qotsa, i Mars Volta e in precedenza Porno For Pyros e Smashing Pumpkins prima del loro restauro estetico), certo prog-crossover raffinato e multidirezionale (su tutti King’s X, ma pure le venature funky di Primus, Bad Brains e Living Colour), il noise rock degli eighties dalle controllate dissonanze punk-metal (dai Voivod ai Fugazi fino ai Sonic Youth), a cui vanno aggiunti consolidati archetipi grunge e non ultime piccole schegge di cervellotico (ma senza eccessi sperimentali) rock zappiano: ebbene state ascoltando il primo full-lenght dei Soul Of The Cave, che ci propongono un riuscito assalto all’arma bianca dotato di tecnica e fantasia, tra riff spericolati e mai troppo grassi, e che non smarrisce quel filo compositivo necessario in questi casi per risultare credibile entro un percorso definito e unitario. Rock moderno per dirla breve, ma nell’accezione di un ‘genere’ mutevole per antonomasia, eseguito con maturità e quel piglio focoso tipico di chi vuole raggiungere i propri obiettivi prestando attenzione alle evoluzioni musicali in continuo divenire.Energicamente ritmata, tutta basata sul contrasto tra caldi, durissimi riff stoner/crossover e continui sbalzi strumentali (sia funky che più propriamente rock-oriented) è la degna tempesta iniziale di “Toy” (e in seguito di “Turn To Dust”), ma un effetto ancora migliore lo offre la title-track: un epico hard tra Mars Volta, Qotsa e Fugazi, condita di tentazioni groove metal e desert rock! La carne al fuoco è molta, ma i Soul Of The Cave macinano questi ingredienti per servire un piatto bollente amalgamato dalla loro personalità, e la spiccata capacità di sintesi è l’arma vincente del quartetto, che punta sulla scaltrezza senza indugiare in citazionismi che troppo spesso sviliscono album di questo tipo. Niente male le varie “Money Game” (tra Red Hot Chili Peppers, System of Down e Monster Magnet), “Dead Dogs”, “Sensless” e “Girl”, brani dall’impianto tipicamente rock che godono di innesti nu-metal e melodie cyber voivodiane, vicini in gran parte al versante psych dei suoni alternativi. “Alien On Faces”insiste in quei territori che ibridano modernità e vecchio hard d’annata, una strada che i SOTC potrebbero fruttuosamente intraprendere in futuro, e riusciti sono pure i due episodi cantati in lingua madre, “Piove” e “Cloro”: la prima un bel rock sofferto dalle tinte grigiastre, la seconda complessa e ipnotica, con ottimi refrain psicotici, che non disdegna aperture progressive, jazz e noisy. “L’apice per il sottoscritto (e suppongo per queste pagine) è però raggiunto con la conclusiva “Yellow Glue”: fasi dadaiste indie lasciano spazio a melodiche, immaginifiche sferzate acid/space rock, che percolano serpeggiando tra le crepe bituminose di questo “Asphalt”. Non meravigliano i consensi di critica che i SOTC stanno riscuotendo, se potete fate subito vostro questo cd, un altro importante tassello del nostro underground. Roberto Mattei
SOUL OF THE CAVE – The Treatment
I Soul of the Cave si presentano in maniera molto professionale con un bel dischetto digipack, edito dalla New Sonic Records, corredato con un bel librettino di testi. Il loro vocabolario espressivo nasce dal'incrocio tra gli automatismi del paesaggio urbano e l'esplorazione del proprio intimo: il trattamento che ci propongono è quello di esplosione dei propri impulsi primordiali con un grido di rabbia. Profondità Smashing Pumpkins applicata al male di vivere Placebo, potremmo ipotizzare. E non si va tanto lontano da due queste band soprattutto nei primi tre pezzi dove si sente più di qualche eco indie/post. In aggiunta non c'è snobismo verso una concezione del rock in maniera pop (come lo si poteva intendere nei primi anni Novanta) e questo è un punto a loro favore in quanto denota una certa apertura mentale e una possibilità di attraversare la barriera degli aficionados."Friend Sheep" (titolo capolavoro!) è una bella mazzata che si contamina col Karate sound ed articolazioni da June of 44 velocizzati, a far da contrasto con l'introspettiva "The Present", riflessione agrodolce sulla propria esistenza. "My Sweet Deafness" sorprende con un ritmo sghembo e un fraseggio di chitarra trance/orientaleggiante dove Giovanni incastra laceranti sfoghi vocali in maniera esemplare. La successiva "Muddle" è la cosa meglio riuscita dell'intero lotto: un pezzo semi strumentale (eccezione fatta per il recitato a metà brano) che parte desertico, si arrampica verso altopiani spaziali e si deposita nella galassia Pelican/Isis. Il tutto decorato con synth ed effettistica vintage, tenuti a sorveglianza dei vari rallentamenti ed accelerazioni che riescono a creare un mini trip mentale. E qui che si dovrebbe affondare il colpo per le esplorazioni compositive che verrano. "Robin in Da Hood" (altro titolo notevole!) riprende il discorso appena interrotto e spiana la strada per la title track, altro brano sul mood post rock. Il finale di "Azathot" ingrossa i volumi con un riff crossover che gioca a contrasto con arpeggi delicati e la ghost track ("Scream") mantiene quello che il titolo promette. La dedizione e la passione sono evidenti così come la professionalità messa in gioco (David Lenci del RedHouse è coinvolto in un episodio e John Golden si è occupato del mastering oltreoceano). Ora, per fare il disco perfetto, bisognerebbe togliere qualche ripetizione di troppo e sondare strade adiacenti a quella intrapresa. I ragazzi sono svegli e noi siamo pronti per una gradevole sorpresa. Eugenio Di Giacomantonio
SOUL RACERS – Kill All Hipsters
I venticinque minuti che ci propongono i Soul Racers con "Kill All Hipsters" (titolo che da solo vale l'encomio!) sono piacevolissimi. Un hard rock spensierato che si macchia amabilmente di stoner e psichedelia alla maniera di band nordeuropee come Dozer, Lowrider e primi Spiritual Beggars, a cui il nostro Vincenzo sembra ispirarsi, per il naturale timbro di voce alla Spice. Al suo fianco la sezione ritmica pesta che è un piacere: due giovanotti dediti a frantumarvi i neuroni.
Il power trio, si sa, è la formula perfetta per non lasciare prigionieri. Ce ne accorgiamo in pezzi come la strumentale "Brown Song" che tra entrate a gamba tesa e falli di mano, porta a casa il risultato. Più articolato diventa il discorso nelle belle "Open" e "Space Line", dove il minutaggio si allunga e i colori della tavolozza espressiva si ampliano. La prima non perde un'oncia di cattiveria e cafonaggine con il riff in levare e polvere del deserto da mandare giù; la seconda, nel finale, è più riflessiva, come potrebbe essere riflessivo un mal di testa post sbronza. Alla fine vien voglia di continuare l'ascolto, ma ci dobbiamo accontentare. Come diceva un vecchio pezzo dei Velvet Underground, bisogna saper aspettare... Eugenio Di Giacomantonio
SOURVEIN – Black Fangs
Avevamo ormai perso le tracce dei Sourvein, band storica dello sludge, attiva sin dal lontano 1993. E così, dopo appena due album, una manciata di ep ed una serie di collaborazioni con gente del calibro di Grief, Bongzilla e Church of Misery, si rifanno vivi con un lavoro nuovo di zecca ed una line-up completamente rinnovata eccezion fatta per T-Roy, membro fondatore, leader e cantante, oltrechè ex componente dei mai dimenticati Buzzov-en."Black Fangs" non cambia di una virgola ciò di cui già si conosceva e questo potrebbe rappresentare un limite oppure essere una garanzia specie per i fan più incalliti del genere. Che è sempre quello: un blues corrotto e depravato miscelato alla faccia più feroce dell'hardcore, il tutto ovviamente rallentato dalle immancabili sonorità doom. Siamo pertanto dalle parti di mostri sacri quali Weedeater, Bongzilla e soprattutto Eyehategod, veri numi tutelari del gruppo. Inutile parlare dei brani; vanno ascoltati tutti d'un fiato, dal primo all'ultimo. Va segnalata invece la presenza di Dave Sherman (ex Wretched e attuale membro degli Earthride) che suona il basso come se al posto delle corde ci fossero delle liane accompagnando il rantolo fangoso e putrescente di T-Roy. Ricordiamo anche che fece parte della band pure una certa Liz Buckingham (ora in pianta stabile negli Electric Wizard) e che suonò nel bellissimo "Will to Mangle" dell'ormai lontano 2003. "Black Fangs" non è a quei livelli, ma se avete conosciuto ed amato questa band potete lanciarvi nell'ascolto senza esitazioni. Cristiano Roversi
SOURVEIN – Emerald Vulture
Una nuova creatura esce dall'oscuro mondo del doom, proponendosi come uno degli act più pesanti ed estremi del genere. Chiariamo subito le coordinate dicendo che ci troviamo dalle parti dei Burning Witch, dove suoni grevi poggiano su ritmiche medio-lente affiancate dalla voce sguaiata/urlata del singer (che in questo caso risponde al nome di T-Roy). 4 i pezzi proposti in una mezz'ora scarsa di musica all'interno della quale, com'era prevedibile, lo stile non muta più di tanto: forse è un po' questo il limite della band, rischiando di stancare si con una pesantezza un po' fine a se stessa sia, soprattutto, con lo stile vocale, visto che un certo tipo di cantato o lo si ama o lo si odia. Capirete quindi che sono un po' deluso da questa band, forse perché me la aspettavo un po' più incisiva e con qualche sorpresa in più, mentre si è rivelata alquanto prevedibile e un po' troppo monolitica nel suo modo di proporre i pezzi. Forse il momento migliore lo si vive con l'inizio l'ultra doom della conclusiva Heart of Ebon, anche se nel suo sviluppo si rivela solo un'altra versione dei tre pezzi appena sentiti prima e se si aggiunge che dopo circa tre minuti e mezzo si trasforma in un inutile e prolisso segnale di disturbo lungo una decina di minuti lascia un po' l'amaro in bocca.Solo per i fanatici del doom più estremo quindi, mentre per i neofiti sono sicuramente altri i dischi e i gruppi da scoprire prima di approdare a questo Emerald Vulture. The Bokal
SOURVEIN – Imperial Bastard EP
Possiamo annoverare i Sourvein tra i gruppi più importanti dello sludge doom senza esagerazioni. Attivi dal 1996 il gruppo, formato da T-Roy (ex Buzzoven) ha alle proprie spalle due full lenght, “Salvation” del 2000 e l’ottimo “Will To Mangle” di due anni dopo più una serie di ep e split (tra l’altro in compagnia dei Church Of Misery).E dopo “Emerald Vulture” del 2005 e “Ghetto Angel” di quest’anno completano la trilogia degli ep con questo nuovo “Imperial Bastard” in attesa di un altro lavoro sulla lunga distanza. Diciamo subito che la formula non è cambiata, quindi chi conosce il gruppo sa perfettamente la materia trattata in questi quattro brani della durata complessiva di diciassette minuti. Che partono ancora una volta all’insegna di uno sludge doom marcio e putrido con l’iniziale “I..Vigilante”. La voce è bestiale e raggelante e la musica non lascia scampo. Non muta lo scenario con la seconda traccia “Shipwrecked”, se possibile ancora più mostruosa della precedente. La titletrack è forse il pezzo più “misurato”, molto stoner e con qualche accenno southern mentre la conclusiva “Forhtwind” ci fa precipitare negli inferi dove la salvezza dell’anima è pura utopia. D’altronde è lì che finiremo tutti. Consigliato solo agli appassionati del genere. Cristiano "Stonerman 67"
SOURVEIN – Will to mangle
"All hail marijuana, cheap beer and Saint Vitus!". Con questo tipo di ringraziamenti i Sourvein mettono fin da subito le carte in tavola: il loro "Will to mangle" (secondo disco dopo l'esordio omonimo uscito su Game Two Records) contiene doom, doom e ancora doom, ma non nella forma classica in stile Candlemass, bensì in versione sludge contaminata da rigurgiti hardcore ed infiltrazioni rumorose e stordenti. Electric Wizard, Eyehategod e Bongzilla posso essere i punti di riferimento, ma è solo un mero appiglio: i Sourvein suonano sporchi e "sudati" come pochi, il loro sound è invasato, delirante, pesantissimo. Otto macigni asfissianti che uniscono aggressività, marciume e distruzione lungo tutto il loro difficile ascolto. Le chitarre di Liz sono mostruose, come se i Black Sabbath fossero usciti fuori di testa per il grind e una forma folle di southern core…per non parlare delle vocals schizoidi di T-Roy, il quale tortura le proprie corde vocali con urla sguaiate e sofferenti. Validissima si dimostra anche la nuova sezione ritmica, composta da Miguel al basso e Henry alla batteria, entrambi provenienti dagli Archie Bunker. Sentire i riff cupi di "Black sorlac" lascia sbalorditi: su un muro sonoro compatto come il granito Liz tira fuori dal cilindro delle parti melodiche da brivido, mentre intorno il caos continua la sua disumana devastazione. Colpiscono in pieno anche le distorsioni vulcaniche di "Bangleaf" (ancora una volta con delle parti cadenzate meravigliosamente terrificanti) e la sotterranea melodia di "Zeropath", bilanciata da un drumming pauroso. Allo stesso tempo sorprendono la decostruzione operata da "1% D.F.F.D." su ritmi e fuzz malsani e la depravazione espressa in musica dalla lercia "Sea merchant", ancora una volta incentrata sui riff vomitati dalla chitarra di Liz. Ma è tutto il disco a funzionare alla perfezione, complice anche la produzione di un guru come Billy Anderson… L'opera divulgativa della Southen Lord continua a pieno regime: extreme doom come raramente se ne sente in giro e i Sourvein sono di sicuro tra i suoi migliori esponenti. Alessandro Zoppo
SOUTHELL – Alcohol Fueled, Weed Inspired
Deserto, teschi, marijuana. Più emblematici di così si muore. Parliamo dei marchigiani Southell, giunti con "Alcohol Fueled, Weed Inspired" al prezioso traguardo del primo lavoro ufficiale. Un EP di sei tracce piuttosto fresco e godibile, dominato da una scrittura piana e lineare, che combina riff ciccioni a vocals abrasive, impatto hardcore a cromature metallose. I riferimenti sono i soliti quando si parla di southern sludge carico di groove: Down, Crowbar, Eyehategod, Alabama Thunderpussy e via marcendo. Tuttavia le canzoni dei Southell risultano abbastanza fresche, evitando il rischio noia al primo ascolto."Weedlust" e "Drowned" sembrano uscite dalla penna di Phil Anselmo e Pepper Keenan, specie per il lavoro delle due chitarre (Naso e Mich) e della voce di Strona, davvero convincente. "Overtaken" si concede delle aperture malinconiche che andranno approfondite, "Straight On" strizza invece l'occhio all'hard tipicamente Seventies. "Mind Trip" punta sull'escapismo psichedelico, mentre "The Lie" chiude i giochi con un sound palustre, rallentato e soffocante. Gli unici consigli per il futuro sono presto detti: definire ulteriormente la personalità in sede di scrittura ed evitare un album con un'identità d'immagine tanto amatoriale. Per il resto, il weed pass dà il segnale verde. Se cercate sonorità fangose e non troppo impegnative, i Southell fanno al caso vostro. High & heeavy till 2008, garanzia di qualità. Alessandro Zoppo
SOUTHERN GUN CULTURE / SUPER HEAVY GOAT ASS – Split
La Arclight Records è una neonata etichetta statunitense pronta ad invadere il mercato con uscite veramente toste. Opera prima di questa label è uno split diviso tra due band texane, i Southern Gun Culture e i Superheavygoatass: già da nome e provenienza si capisce quali siano le radici dei gruppi, ruvido e muscolare southern rock da una parte e lerce contaminazioni sludge dall'altra. Aprono le danze i SOUTHERN GUN CULTURE, trio con un disco già all'attivo ("Room 65") e qui presente con quattro brani asfissianti e fangosi. La matrice heavy southern rock viene infatti amalgamata con reminiscenze blues che rendono il tutto ancora più intenso e passionale: sembra di ascoltare un incrocio tra Lynyrd Skynyrd, ZZ Top e Dixie Witch…ma i SGC non sono solo questo: la voce di Danny G (anche chitarrista dal tocco pesante…) sa viaggiare su frequenze melodiche ed accattivanti (esempi lampanti ne sono l'iniziale "Martyr", caratterizzata da una linea vocale che ricorda addirittura i Jane's Addiction, e "Present", altra bordata ben bilanciata da un chorus suadente), mentre la base ritmica (Amber L al basso e Trent Parker alla batteria) regge l'urto con un impatto micidiale. Ma le capacità della band escono allo scoperto soprattutto in "Siddhartha", bomba strumentale che esplode tutta la carica di una realtà che si conferma tra le migliori in questo campo. Il drummer Trent Parker è anche l'elemento di congiunzione tra i Southern e i SUPERHEAVYGOATASS, in quanto è presente dietro le pelli anche con il gruppo che occupa la seconda parte di questo split. Le coordinate sonore non cambiano molto, siamo sempre di fronte ad un assalto di power southern heavy boogie, che in questo caso si tinge maggiormente di influenze stoner, come dimostrano autentiche mazzate quali "Green means go" e "Automatic". I riff di Russell Abbot e Derek Halfman sembrano uscire da fessure luride e malsane, il basso di Brent Beopple e il drumming di Trent alternano sfuriate assassine a parti cadenzate creando il giusto feeling sudato e godereccio che caratterizza questo tipo di sonorità. Nonostante siano all'esordio i Superheavygoatass dimostrano giusta attitudine, ottime capacità compositive e l'adatta dose di potenza per spaccare le orecchie di chi ascolta. In conclusione, si tratta di un acquisto obbligato per chi ha voglia di un viaggio sulle rive del Mississippi… Alessandro Zoppo
SPACE PARANOIDS – Demo EP
Avendo visto il deserto solo nei film di Sergio Leone, ci piace definire il nostro sound “Mountain Rock”… così introducono i loro pezzi gli Space Paranoids, gruppo piemontese sorto nel 2006, che ci offre il primo EP autoprodotto (tra l’altro abbastanza bene) contenente 3 brani del proprio repertorio: Space Queen, West Side e Green Heron, ossia classico stoner rock psichedelico.“Space Queen” è il pezzo più acido: introduzione liquida in crescendo che poi sfocia in ipnotico rock duro tipico del glorioso sound degli stoners degli anni ‘90, se escludiamo forse qualche venatura mutuata dai Pelican. “West Side” è un energico heavy fuzz che risente di MC5, Who e Blue Cheer con validi rallentamenti psych e “Green Heron” il pezzo più trippy: psichedelia acida che sfocia in una possente ‘epica dello spazio’ (non facile da imboccare, complimenti !). E’ chiaro che citare questi mostri sacri è un azzardo e si tratta di modelli ideali, ma tenuto conto che si tratta della loro prima prova, gli Space Paranoids non fanno brutta figura, anzi…in buona parte la tecnica e l’attitudine già ci sono, inoltre il gruppo sopperisce ai passaggi strumentali più difficoltosi ricorrendo a carica e convinzione; per certe cose mi hanno ricordato le prime incisioni di belle realtà italiane del passato, come 5Wheels Drive o Acajou, anche se rispetto a questi gruppi gli Space Paranoids sono dotati di propulsori space-punk che non guastano. Un gruppo che può essere una sorpresa, tenetelo d’occhio, i prossimi lavori si preannunciano alquanto interessanti. Roberto Mattei
SPACE PARANOIDS – The Eternal Rambler
"The Eternal Rambler" inizia con un canto sciamanico degno di Jim Morrison, che vuole evocare gli dei che abitano la montagna. Dopo il riuscito "Under the King of Stone" (condivisibile l'attrazione che provano questi ragazzi di Mondovì per i giganti rocciosi dietro di loro, tanto da definire il loro stile mountain stoner!), gli Space Paranoids tornano sul luogo del delitto con un nuovo album ricco di pathos e belle canzoni. Sebbene l'urgenza espressiva si sia fatta incalzante e i pezzi non durino più di due/tre minuti, le cose migliori si avvertono quando il THC fa il suo effetto. "Shaman Horse Drum" allunga il minutaggio oltre i 6 minuti e Simone e Andrea (voce e chitarra) tessono una ragnatela armonica finissima. Lo stesso vale per "Galaverna" e "Upon the King of Stone", dove la sabbia del deserto s'insinua negli arpeggi della sei corde in perfetto stile Gary Arce.
Questo non vuol dire che quando si preme sull'acceleratore i risultati non arrivino, anzi. "Green Ride", "Boletus Satanas" (il porcino non commestibile, per chi non è pratico di attraversate nel sottobosco), "Heretical Rambler" e "Post Avalanche Avenue" (stupenda e riuscita la sorpresa del trombone) riportano alla mente la meglio gioventù di Slo Burn, Truckfighters, Orange Goblin, 7 Zuma 7 e tutta quella pletora di band degne di portare alta la bandiera dello stoner post kyussiano. Ma liquidare gli Space Paranoids come meri epigoni del quartetto di Palm Springs sarebbe, però, riduttivo: in loro abita l'urgente desiderio di fare della musica una linfa vitale. Prima per l'anima, poi per le orecchie. I don't know where I will go / I only know where I belong on the Alps of the sea there's a place waiting for me. Eugenio Di Giacomantonio
SPACE PARANOIDS – Under the King of Stone
È un discorso che parla ai quattro elementi quello intrapreso dagli Space Paranoids nel loro "Under the King of Stone", meglio esplicitato nella foto interna del CD che descrive il «(...) rituale tributo alle aspre terre montane che ci circondano, picchi innevati, boschi impenetrabili, laghi cristallini, civiltà dimenticate.» Dell'Acqua (o flegma) è "Electric Rotor Crossroad", una scimanica ripetizione circolare che cerca nel continuo pronunciamento del ritornello una natura fluida e scivolosa. Come la bellissima "Dead Monk Mouth" che parte come un fiume in piena e finisce stemperandosi in ruscelli da paesaggio arcadico, gli stessi che troviamo in "Ordesa Sky Hunters", in chiusura del lotto, ottimo pezzo dall'armonia cristallina e dai bellissimi passaggi melodici.All'Aria (o sangue) appartengono la title track in apertura del disco che rincorre i Natas sullo stesso orizzonte desertico e "Black Salamander" che vede entrare una chitarra psych wah wah a destabilizzare il soffice tappeto jam blues. Cream e Pink Floyd saturati e buttati, appunto, all'aria. Dalla Terra (o bile nera) crescono i neri germogli di "Blind Cyrus" che con un ritmo stomp Seventies riporta alle mente i duelli riff vs vocals della migliore stagione hard prog. Ospite all'hammond Tommaso Fia che cerca di ammaliare con dolcezza il lamento della chitarra solista. "Goblin Called Haze" cerca il punto esatto dove le Frequenze del Decimo Pianeta si sono interrotte e le ritrova, attualizzandole. Manca il Fuoco (o bile gialla), ma l'elemento risiede in ogni espressione degli Space Paranoids, donando al disco quella qualità densa come lava che è lottare e credere nei propri mezzi per portare a compimento un progetto bello come "Under the King of Stone". Eugenio Di Giacomantonio
SPACE PROBE TAURUS – Black hole revolutions
E’ davvero incredibile come una band del calibro degli Space Probe Taurus non abbia ancora trovato un contratto discografico! Un 7” su Game Two Records nel 2001, la partecipazione a svariate compilation (tra cui la colonna sonora “I Am Vengeance” e “Blue explosion”, il tributo ai Blue Cheer edito dalla Black Widow) e l’ultimo, convincente promo “Snakefarm rituals” evidentemente non bastano per saggiare le qualità di un gruppo dall’alto potenziale tecnico ed esecutivo. A riconfermare la genuina vena che ispira i tre di Karlstad ci pensa ora l’ennesimo dischetto di 5 pezzi, al solito composto e suonato alla grande: heavy psych rock ai massimi livelli, accostabile soprattutto a quanto fatto ascoltare dai padrini Monster Magnet e dai figliocci 500 Ft. Of Pipe, passando attraverso l’operato dei colossi di Detroit, The Stooges e MC5. Ritmiche al cardiopalma, dunque, chitarre che viaggiano a velocità folli e vocals inacidite da pieno trip nello spazio. Basta l’inizio affidato a “Snakebirth” per rendersi conto di quanta carica e potenza fuoriesca dai microsolchi di questo cd: riff indiavolati, drumming selvaggio e una melodia astrale che ci trascina lungo i misteriosi sentieri del cosmo. I wah wah ed i fuzz si sprecano e cadono copiosi, come evidente nella successiva “Electric explosion”, rock’n’roll acido che ci fa scuotere e sudare insinuandosi nella testa come un loop magmatico. Le trame vorticose di “Into the hole” continuano l’assalto heavy psichedelico procurando forti sfasamenti spazio-temporali, mentre “Supersonic woman” paga dazio agli Hawkwind ricordando in più punti la seminale “Brainstorm”. A chiudere il lavoro ci pensa l’esaltante “Gravity rush”, altra mazzata visionaria giocata su parti vocali trascinanti e distorsioni esagitate. Non c’è alcun dubbio, gli Space Probe Taurus sono ormai pronti al grande salto, manca solo qualcuno che mostri interessi verso di loro. Voi intanto dategli una occasione e fidatevi di quanto scritto nel retro del promo: acid fuzzrock at it’s best! Alessandro Zoppo
SPACE PROBE TAURUS – Snakefarm rituals
Karlstad deve essere davvero una città incredibile: luogo di provenienza di stoner band come Lowrider, Souldivider, Sparzanza e Ozium è anche il posto che accoglie tre simpatici freaks come gli Space Probe Taurus. “Snakefarm rituals” è il loro ennesimo promo (e non si capisce affatto per quale motivo ancora nessuna label si sia accorta di loro…) dopo aver dato alle stampe un 7” su Game Two Records nel 2001 (“Insect city”) ed aver preso parte a “Blue Explosion” (il tributo ai Blue Cheer edito dalla Black Widow) con una travolgente versione di “Second time around” (tratta, per chi non lo sapesse, dal colossale “Vincebus eruptum”). In questo cd di cinque pezzi Sundler, Sjoberg e Eronen ci propongono un assatanato assalto sonoro che pesca in parte dal fuzz rock dei Nebula e soprattutto dallo space heavy rock dei primi Monster Magnet, quelli più roboanti, garage e astrali tanto per intenderci. Tanta grinta viene dunque messa al servizio di schegge lancinanti e veloci, melodiche quanto basta per scatenare un pogo infuriato nel bel mezzo del cosmo… L’iniziale “Levitation” è la piena dimostrazione di quanto detto: chitarre infuocate, vocals al vetriolo in perfetto stile Dave Wyndorf e assoli che si inseguono senza alcune sosta. “Molten love” ha un inizio dilatato che si placa subito per esplodere in un vortice di distorsioni e tremolii dal groove irresistibile, mentre “Blow” si avvale di una melodia perversa che si intreccia alla perfezione con un drumming veramente selvaggio. Chitarre tonanti continuano ad imperversare in “Catch the Poenix slowdown”, episodio che mescola vocalizzi filtrati alla Monster Magnet con fuzz giganteschi, quanto di meglio fatto ascoltare nell’intero dischetto. A chiude le danze ci pensa “Searchin’”, altro groviglio stoner rock dalle trame melliflue e dall’andamento garage. Tante buone vibrazioni continuano a provenire dalla Svezia e gli Space Probe Taurus non fanno eccezione: stoner all’ennesima potenza e per noi avidi di queste sonorità non può che essere un piacere… Alessandro Zoppo
SPACEMAN 3 – Taking Drugs To Make Music To Take Drugs To
Shoegazing. Movimento musicale di tutto rispetto, praticamente uno dei pochi salvabili dai penosi, ridicoli ed inutili anni ‘80. Spiegare cos’è lo shoegazing è esattamente come spiegare cos’è il grunge o cos’è lo stoner. Come nel grunge e nello stoner, nello shoegazing vengono inseriti gruppi che non hanno nulla a che fare l’un con l’altro. Esempio al volo: se qualche gruppo stoner avesse suonato negli ‘80 sarebbe stato uno shoegazer, e se qualche shoegazer avesse suonato a metà/fine ‘90 sarebbe stato stoner, se volete due nomi per buttare quanto appena detto sulla pratica: Spaceman 3 e On Trial. Tutto questo è positivo? Non saprei.Magari un appassionato della psichedelia americana ‘60 non ha mai sentito uno shoegazer perché credeva fosse un miscuglio punk-elettronico-‘80. Magari uno shoegazing-fan non ha mai sentito la psichedelia americana ‘60 perché credeva fosse roba vecchia e sorpassata mentre lui ascoltava roba moderna, lui ascoltava shoegazing (eh!). Forse alla fine dei conti tutti i gruppi facenti parte di entrambi i movimenti hanno perso dischi venduti e questo solo perché “noi” abbiamo il brutto vizio di creare generi ed etichette. Quando troviamo qualcosa di già fatto ma ripreso e perfezionato, ci viene male dire “fanno psichedelia USA ‘60 rimodernata nei suoni e mixata con delirio elettronico kraut rock (altro esempio su cui non mi posso dilungare, ma ce ne sarebbe da parlare), ma con un tocco di malinconia molto Velvet Underground e/o punk dark ‘80 a seconda dei casi (vedi sopra alla voce gruppi completamente diversi inseriti nello stesso movimento), però sono degli anni ‘80, non dei ‘60 quindi non si può più parlare di psichedelia dati i tempi blah blah blah.” Ci viene molto meglio dire “fanno shoegazing (punto)”. Semplice chiaro preciso, e di facile assimilazione. Chi se ne frega se un ignorante non capisce, anzi meglio, perché noi che “ne sappiamo” non possiamo permetterci di dividere il nostro sapere con gli altri, quanto siamo figosi, no? 1990. Jason Pierce (Spiritualized - Spectrum), Peter (aka ‘Sonic Boom’) Kember (Spectrum), le due menti pensanti del progetto, decidono che per gli Spacemen 3 è arrivato il momento del pane & nutella, dopo circa 8 anni passati come teste di serie n.1 (secondo alcuni sì secondo altri no, ma minimo sul podio li si mette) di questo benedetto shoegazing, è arrivato il momento di mollare. E come regalo ai fan (e a non figosi che ignorano le gran seghe mentali sopra discusse) pubblicano questo album di lati-B e rarità, una vera chicca con cui finalmente si possono levare un peso dallo stomaco e spiegare a tutti che stracazzo è ‘stò minchia di shoegazing (per loro ma non per tutti, ri-vedi alla voce gruppi che non c'entrano uno con l'altro): non è nient’altro che “Taking drugs to make music to take drugs to”. Mai letta una spiegazione con un così alto rapporto semplicità-contenuto. Lo stesso motto dei psychedelics’ rebels ‘60. Chiamiamo il revival con il suo nome, perché non c’è niente di male a fare revival, se lo si fa con enorme classe come in questo caso. Voto 7/10 sì, ma per un “rarities & B-sides” è un complimento con i controfiocchi Pier "porra" Paolo
SPARZANZA – Angels of vengeance
Con colpevole ritardo del sottoscritto mi giunge tra le mani a ormai due anni di distanza il disco di debutto degli svedesi Sparzanza, band formatasi nel 1996 e con all'attivo già uno split con i Superdice e alcune apparizioni in compilation varie, tra cui la mitica "Welcome to Meteorcity" e "The mighty desert rock avengers". Questo "Angels of vengeance" è l'esordio di un gruppo che pur non proponendo assolutamente nulla di nuovo ci offre nove tracce di potente e melodico groovy heavy rock che se da una parte pesca a piene mani nel Kyuss style, dall'altra risente anche di influenze rock'n' roll alla Hellacopters, di illuminazioni hard rock in stile Detroit sound (The Stooges su tutti…) e di spruzzate southern rock. Ciò che colpisce fin dal primo ascolto sono le parti di chitarra di Calle e David, davvero ricche di groove e fuzz sia nei riff che negli assoli, e la sezione ritmica, sempre corposa e trascinante, formata da Anders alla batteria e Johan al basso. Purtroppo l'unico punto debole è la voce di Fredrik, che pur essendo roca e possente risente di una certa staticità che molto spesso la rende piatta e monocorde. L'inizio del dischetto è tuttavia qualcosa di folgorante: l'iniziale "Velodrome home" e la successiva "Amanda" sono due gioielli che uniscono potenza vibrante, azzeccate melodie, alto tasso adrenalinico e una certa versatilità compositiva non indifferente. Allo stesso modo brani come "Crossroad kingdom" e "Coming home in a body bag" convincono in pieno pur ricalcando gli stilemi tipici dello stoner rock: la prima ha un refrain da brivido che rimane subito appiccicato nel cervello (in questo caso la voce di Fredrik ricorda addirittura quella di Danzig…), la seconda invece è caratterizzata da un andamento cadenzato che alterna parti dilatate e psichedeliche ad altre più tirate ed incisive, davvero ben miscelate. Menzione a parte merita anche una song decisamente particolare come "Logan's run", breve intermezzo zeppeliniano dove le chitarre si fanno liquide e fanno la loro comparsa delle percussioni che rendono il brano ancora più mellifluo. In mezzo a tali picchi si situano invece degli episodi nella media, nulla di male, ovvio, ma nemmeno qualcosa di grandioso. Parliamo della veloce "The sundancer", track dai riff al limite del metal, del classico stoner di "Black velvet sindrome" (presente sulla compilation "The mighty desert rock avengers") e delle conclusive "The desert son" (dove gli stilemi del genere vengono riproposti fin troppo pedissequamente, persino nelle liriche stesse…) e "Silverbullet", trascinante atto conclusivo (prima della ghost track presente in coda) di cui è presente anche il videoclip come traccia aggiunta al cd. Gli Sparzanza si confermano dunque come una piacevole realtà nel panorama stoner odierno, certo, con una personalità ancora maggiore avrebbero potuto sfornare già un capolavoro come esordio, ma le prospettive ci sono tutte per sperare che ciò accada molto presto… Alessandro Zoppo
SPARZANZA – Into the sewers
Agli inizi della loro carriera gli Sparzanza venivano descritti come un gruppo poco incisivo, che accumulava cataste di riff Kyuss/Fu Manchu su uno scarno tappeto garage-rock’n’roll, quasi fosse un escamotage per sopperire a lacune di personalità. Un’accusa rivolta a gran parte dello stoner scandinavo, se pensiamo all’ironia che aveva accompagnato i primi Dozer, o le immeritate bocciature che a volte hanno dovuto sopportare i vari Lowrider, Demon Clearer, Pawnshop (ma l’elenco è veramente lungo). Il passare degli anni ha invece dimostrato l’esatto contrario, visto che possiamo ormai dire che questi gruppi hanno creato una vera e propria scuola europea, emancipandosi splendidamente, e i migliori tra loro possiedono una fisionomia musicale che altri protagonisti dell’hard di questo decennio possono solo sognare. Così dopo una pletora di bellissimi dischi 2003 targati Dozer, Blind Dog, Awesome Machine, Mannhai, tocca agli Sparzanza completare quest’infuocato poligono con il loro “Into The Sewers”, un album che ridà perfettamente senso a parole come stoner e hard rock. Tutte le canzoni (e non è un termine abusato) possiedono un songwriting di livello eccellente, risultando caldissime, potenti e travolgenti, grazie ad una delle migliori registrazioni degli ultimi anni, e scorrono a meraviglia per merito di una grande voce capace di pilotare cori carichi di epos rock, di ricchissime e ispirate chitarre, e di una VERA sezione ritmica. Un album di questo genere è aperto alla perfezione da “Children Shouldn’t Play With Dead Things”, un fendente allo stomaco portato da un superbo heavy di ispirazione darkeggiante (nella traccia video viene anche reso omaggio ad un certo cinema gore-surrealista di stampo underground). Per “Into The Sewers” si potrebbero fare i nomi di Unida, Spiritual Beggars e Awesome Machine, ma sono dettagli, visto che gli Sparzanza sono perfettamente competitivi; “Pay The Price” e “Euthanasia” sono arricchite da melodiche tastiere psych e infuocate jam. Più bluesaggiante e articolata, ma sempre basata su cori misterici ed evocativi, risulta “Kindead”, mentre lo stile dei primi Sparzanza rivive nei mastodontici stoner di “Anyway”, “Son Of A God” e nell’hard/r’n’r di “Kings On Kerosene”, quest’ultima un oleoso inno all’automobilismo. L’hard-psych più sulfureo ed emotivo va ad appannaggio di un altro brano notevole, “Little Red Riding Hood”, e l’ultimo scossone senza tanti complimenti lo dà “Sparzatan”. Roberto Mattei
SPIDS NØGENHAT – Kommer Med Fred
«Veniamo in piace, siamo gli Spids Nøgenhat». "Kommer Med Fred", attesissimo secondo album della formazione danese, arriva a ben 12 anni da "En Markelig Kop Te". Con un nome preso in prestito da un universo acido a base psilocibina, il gruppo – nato nel 1998 come side project degli On Trial a cura di Lorenzo Woodrose, Henrik "Hobitten" Klitstøm e Morten "Aron" Larsen – torna sulle scene con un lavoro che farà la gioia di chi ama la galassia classica dello psych rock. Otto canzoni di pura acidità sonora, in un tripudio di fuzz e distorsioni, folate di synth, melodie magnetiche e sognanti, ritmiche rurali e primitive. Un progetto nato per gioco e per passione, perché è impossibile recidere legami naturali quando si cresce ascoltando insieme certa musica. Edito dall'ormai gloriosa Bad Afro, "Kommer Med Fred" vede gli Spids Nøgenhat andare oltre lo sciamanico sperimentalismo di "En Markelig Kop Te" (a suo tempo ignorato dalla critica). In questo nuovo disco ritorna in pieno lo spirito di On Trial e Baby Woodrose, complice l'ingresso in formazione di Anders "Moody Guru" Skjødt e Anders "Fuzzy Daddy" Grøn – sezione ritmica dei tempi di "Money for Soul" e "Love Comes Down". Chiaro dove andare a parare: rock psichedelico ai massimi livelli. Meno sperimentalismo e jam ipnotiche, più melodia a spasso per boschi, spiagge e campagne. L'attacco di "Mere Lys" suona chiaro: bastano una linea giusta di chitarra e la splendida voce di Lorenzo per chiudere gli occhi e sognare. "Lolland Falster" è l'inno della vera controcultura musicale degli anni Duemila, il ritorno alle radici. Che per l'occasione sono i paladini della scena hard psych danese dei primi Settanta: Alrune Rod, Røde Mor, De Fortable Spillemænd, Furekåben – omaggiati nella cover "Den Gennemsigtige Mand", otto liquidi minuti di brividi lungo il corpo. "Lever vi nu? " è fatata e malinconica, "Spids Nøgenhat i Græsset" emana mistero e ardore blues (la "Almost Cut My Hair" di Morten Aron?), "Jorden Kalder" ci accarezza il volto con pennellate acustiche che fanno sciogliere il cuore ed aprire la mente. "Vand, Brød og Te" è l'orgasmo: attacco vincente, affondo morbido nelle nostre carni e con un tuffo eccoci sciolti nel grembo materno della psichedelia. Il chorus è quanto di meglio scritto da Lorenzo negli ultimi anni. Pelle d'oca e applausi a scena aperta, non prima di affidare la conclusione al mantra "Fred". Concludete l'ascolto di questo disco e mettete immediatamente su "Far West" dei Master Musicians of Bukakke: il trip per il 2013 è servito. Lorenzo & Morten, qui a bottega vi si adora. Grazie alla vostra musica il mondo è un posto migliore. Alessandro Zoppo
SPIHA – Tooth helmet
Un nuova bomba psichedelica arriva a deliziare le nostre orecchie dalle fredde lande finniche: si tratta degli Spiha, band di Helsinki attiva sin dal 1999 che ruota intorno alla figura carismatica del singer Henry Lee Rock. La label danese Freakophonic Records ha avuto la brillante idea di dare fiducia al gruppo dando alle stampe questo “Tooth helmet”, che in realtà non è il vero e proprio disco d’esordio dei sei (il cui primo full lenght è “Egocreator”, edito dalla Low Frequency nel 2002) ma la ristampa vinilica del loro ep di debutto (uscito nel 2000 su Metamorphos) arricchita da quattro tracce dal vivo. Il genere proposto dagli Spiha è quanto di più esaltante un appasionato di sonorità psicotrope possa chiedere: ci muoviamo infatti su territori heavy psych, dove hanno il sopravvento fughe astrali, avvolgenti arrangiamenti stoner, melodie sempre ben in vista ed una certa varietà in sede di songwriting che in pochi possiedono al giorno d'oggi. L'inizio affidato a “Sheaster” è quanto mai emblematico: un assalto sonoro corposo e coinvolgente, un misto di vecchio (MC5) e nuovo (Monster Magnet) che lascia attoniti per bravura e dinamicità. La voce di Lee Rock è magnetica ed elettrizzante, le chitarre di Daemon P.A. Volume e Junza cesellano fuzz e wah wah a non finire, la sezione ritmica (English Bomber al basso e Ringo Deathstar alla batteria) crea un impatto micidiale, mentre a suggellare il tutto ci pensa il tocco di Mr.Ilectric alle tastiere, il quale dona sapori vintage e ancora più settantiani a composizioni già ricche. Lo dimostra un pezzo come “New beginning”: sulla stupenda costruzione armonica operata dalle vocals trova posto un organo hammond in stato di grazia, intervallato da bizzarri rumorismi, un simpatico handclapping e arpeggi di sitar. Solo con una buona dose di follia si possono mettere in piedi song così particolari...tanto per rimarcare questa vena infatti giunge il momento di “For rest”, riff stoner e melodia alla Queens Of The Stone Age che ci fa passare allegramente a “Heaven demon”, colosso spaziale che chiude il primo lato con ritmiche strampalate, distorsioni a non finire, un bizzarro scacciapensieri (!) e soprattutto montagne di groove! Il secondo lato come detto presenta i nostri in sede live: se la qualità della registrazione scade non poco, rimane inalterata la bontà dei brani proposti, tra i quali spiccano per intensità e potenza le schegge garage psych "Freedom fuel" e "I ain't the one". Per il resto "Egoreactor" e "Mau mau territory" chiudono il lavoro tornando su sonorità pastose e mesmeriche, molto epiche nell'incedere quanto acide nel loro disfarsi. "Tooth helmet" è stato una vera e propria sorpresa, anche se ormai è da non poco che la Scandinavia si conferma terra di grandi promesse. Gli Spiha non sono da meno e soddisferanno in pieno i padiglioni auricolari di tutti gli stone(d) addicted... Alessandro Zoppo
SPIRALISM – Chakras
Concetto-chiave di alcune dottrine religiose e filosofiche orientali, i chakra (dal sanscrito cakráh «ruota», «cerchio» o «disco») sono punti del corpo sottile in cui risiede l'energia divina, ovvero quei centri che sovrintendono alle funzioni intellettuali, emotive e spirituali. Sette i chakra principali e – non a caso – sette le canzoni che compongono il debutto degli Spiralism; sette, inoltre, gli anni che separano il concepimento dei primi riff dal parto discografico. Si capisce allora come il titolo del disco in questione rivesta una grande importanza nella visione estetica dell'ensemble finlandese. Spiega infatti Riku Kuukka (chitarra/voce) in un'intervista pubblicata da MetalBite: "Così come i centri di energia riflettono diversi aspetti della vita e degli esseri umani, le canzoni dell'album riflettono su diverse cose: a doverle scoprire è l'ascoltatore".
"Chakras", nei suoi 63 minuti di durata, offre un'esplorazione dentro e fuori il conosciuto per un sentiero di influenze che si accavallano come le onde di un mare magnum trascendentale. A guidare l'ascolto attraverso la caleidoscopica eterogeneità della proposta è una palpabile naturalezza di composizione. Gli Spiralism, con una perizia strumentale animata da sincera passione, tendono la mano nel mondo reale e ci invitano nel loro universo vorticoso, dove spiritualità e fisicità si confondono. A fianco di scenari astratti – luoghi intuiti, ma non visti da occhio terreno – troviamo concrezioni di granito insormontabili: chitarre siderali, percussioni dilatate e tastiere di sogno vengono spazzate da bordate di riff melmosi e ritmi forsennati, spesso all'interno di un singolo brano.
La varietà dello spettro sonoro rende una classificazione rigorosa (se mai fosse necessaria) del tutto impossibile. A voler fissare qualche coordinata, rimanendo allo stesso tempo nell'ambito della scena finlandese, possiamo dire che negli Spiralism emergono tanto lo sludge mefitico dei Demonic Death Judge quanto – e forse in maggiore misura – l'ecletticismo space/prog degli Hidria Spacefolk. Non a caso Sami Wirkkala, chitarrista di questi ultimi, partecipa in veste di produttore e arrangiatore, offrendo anche un contributo al synth, e il suo tocco risulta senz'altro appropriato. Da ricordare, infine, che "Chakras" è stato registrato nell'arco di due anni e il risultato dà prova di maturità e attenzione al dettaglio. Al momento la band è alle prese con la realizzazione del secondo capitolo; sperando non si facciano attendere troppo, li attendiamo al varco con grandi aspettative. E ora, miei cari, lasciatevi spiralizzare... Davide Trovò
SPIRIT CARAVAN – The last embrace
Se dici Spirit Caravan pensi ad una delle più belle realtà doom-rock di fine anni Novanta, autrice di due full-lenght albums, un ep, una manciata di sette pollici e partecipazioni a compilation. Non moltissimo in realtà (si sono sciolti nel 2002) se non che il nome è stato spesso identificato con il leader e chitarrista Wino Weinrich, un uomo che ha attraversato due decenni all'insegna del suono ossianico e ossessivo prima con gli Obsessed e i tre dischi con i Saint Vitus negli anni Ottanta, poi con Spirit Caravan e più recentemente con la breve parentesi nei Place Of Skulls e con il nuovo progetto The Hidden Hand. Un'icona del doom.Per chi ama queste sonorità questo doppio cd da l'occasione di ascoltare doom-rock increspato di psichedelìa settantina di ottima qualità e di avere del materiale fuori catalogo da anni con l'aggiunta di brani mai usciti prima. I due dischi usciti su Tolotta records sono stati ripresi quasi per intero (le canzoni mancanti sono state sostituite da analoghe tracce uscite per sette pollici in edizione limitata o in versioni differenti), manca solo 'Dreamwheel' perché comunque disponibile su etichetta Meteorcity/People Like You. Inediti che non sono per nulla riempitivi. Mentre The Last Embrace è un gioiello semiacustico posto in apertura al primo disco, Brainwashed invece si snoda con andamento 'mammoth' attorno ad una spina dorsale groovy. E che gli Spirit Caravan abbiano dato un contributo enorme anche allo sviluppo di sonorità stoner rock lo dimostrano pezzi come Healing Tongue da cui band come i Nebula hanno preso molta ispirazione. E' curioso che mentre i Black Sabbath negli ultimi venti anni abbiano cercato di virare, con qualità alterna, verso l'hard rock americano band come gli Spirit Caravan hanno raccolto il testimone del 'sabbath-sound' settantiano, quello cupo, crudo e asciutto, dal tempo cadenzato ma pronto a lanciarsi nel groove più caldo o a sciogliersi nella ballata psichedelica (Dead Love/Jug Fulla Sun), profondamente blues, e l'abbiano portato avanti fino a pochissimi anni fa. Wino e compagni sono spiriti liberi di scorazzare in lungo e largo i Seventies, liberi di fare accostamenti melodici e ritmici improbabili con una naturalezza che è arte allo stato puro (Melancholy Grey e Sea Legs su tutti), tenendo vivissima la fiamma della jam session. Per non lasciare nulla a metà Wino ha buttato dentro anche Last Sun Dance apparsa nel sette pollici a nome Shine (in pratica la stessa formazione, ha dovuto abbandonare il nome per problemi legali e chiamarsi Spirit Caravan). Il secondo cd esplora con più prepotenza il lato doom proto metallico. Da segnalare, Undone Mind, Find It - affascinante la voce di Wino 'in raucedine' - Black Flower, e Outlaw Wizard. Massimo rispetto! Francesco Imperato
SPIRITU – Spiritu
E ora il buon Jadd della Meteorcity è sceso in campo con un suo gruppo, gli Spiritu, qui al debutto con la produzione di Jack Endino (Soundgarden, Mudhoney, Nirvana). Il disco esce negli Usa per l'etichetta madre ed è licenziato in Europa per i tedeschi della People Like You. Ai primi giri, la band mi aveva lasciato un po' perplesso, c'era qualcosa che non andava, poi ho focalizzato: è il batterista, troppo leggero, poco rude e volgare nel suo approccio allo strumento. Abituati come siamo a sentire dei cavernicoli pestare sulle pelli, questo mi è subito sembrato molliccio, e lo penso tuttora. Comunque, i restanti tre funzionano molto bene nel mettere assieme uno stoner-doom abbastanza vario di matrice Monster Magnet. Le chitarre di fuzz e la voce grintosa e a tratti gracchiante di Jadd ( un po' Layne Stayley, un pò Sebastian Bach) sono le peculiarità che saltano subito all'orecchio. È nelle pistolettate di Clean Livin' che il nostro 'one man-label' dà il meglio di sé riuscendo a infondere corposità ad un brano già tosto. Altra prova eccezionale quella di Glorywhore, un concentrato di potenza realizzata alternando riffing grasso e fumoso. In mezzo, stacchi ficcanti e ripresa esplosiva degna dei migliori Kyuss. L'opera maxima si divide tra Z , che coraggiosamente apre il disco, e la finale Slump. Entrambe dei bignami desertici viaggianti sui nove minuti di durata. Sul finire gli Spiritu rendono giusto omaggio alla seventies cult band Sir Baltimore con Woman Tamer, una canzone-un giro che ogni adepto dovrebbe imparare subito assieme a quello di 'Lord Of This World' dei Sabbath. Se cercate delle buone novità di genere date un ascolto a questo disco, vi potrà catturare, e magari accoppiatelo all'ultimo dei Los Natas, uscita significativa sul lato dello stoner più psichedelico. Francesco Imperato
SPIRITUAL BEGGARS – Demons
Questo disco ha tutto.E' ben suonato, ha degli ottimi riff, una gran voce e delle belle canzoni. Avete presente quando ascoltando un disco pensate "...mmm....però questo poteva essere fatto meglio....quest'altro non è all'altezza del resto....."? Beh, qui lasciate perdere perchè questi 5 fricchettoni svedesi ci sanno fare davvero con i loro strumenti! Il gruppo è decisamente più tonico rispetto al loro recente passato e troviamo un Ammott particolarmente ispirato negli assoli: penso di non sbagliarmi quando prevedo che proprio alcuni di questi assoli dal vivo saranno dilatati e ci daranno tante soddisfazioni psichedeliche. Le coordinate sonore? Chi conosce già gli SB non avrà sorprese, ma per gli altri possiamo dare un più o meno di black sabbath vs deep purple (giusto due nomi per non sbagliare...) con suoni più grezzi e pesanti. Ma veniamo al dunque: dopo l'intro Inner Strenght sarete assaliti dalla mastodontica Throwing Your Life Away e vi sembrerà che i Rainbow stiano jammando con i Black Label Society (e questa è cosa buona e giusta). Poco dopo, il riff di One Man Army vi teletrasporterà nel 1972 sulla higway 45 su una plymouth barracuda rossa (se vi fermate in quel drugstore prima di Detroit mi prendete una t-shirt degli Steppenwolf?). Ogni tanto vi svegliate con i postumi della sera prima e vi accorgete che avete nostalgia dei caldi e confortevoli Purple di Coverdale? Curatevi con Through The Halls e starete subito meglio. Nei giorni di pioggia invece il dott.Fraz vi consiglia la dilatata Born To Die che è seguita da un'atmosferica reprise finale di piano ed archi. Con In My Blood decidono di pestare sul pedale della pesantezza e per l'occasione Ammott abbassa la chitarra in Sib ed il cantante evoca lo spirito del sempre amato Lemmy, mentre Elusive è un riuscitissimo incrocio tra la pesantezza dei migliori Spiritual Beggars e le melodie rockpop dei gloriosi anni '60. No One Heard chiude il disco con un'altra entusiasmante prova del cantante Christian Stöstrand che è davvero un piacere ascoltare nonostante non ci doni linee vocali memorabili in composizione: se vogliamo fare i pignoli ha uno stile molto classico e la non eccessiva personalità ci frena un po' dall'idolatrarlo, perché lo Spice dei primi 4 album era meno preparato ma decisamente più carismatico. Personalmente collocherei questo disco al terzo posto della loro discografia, dopo i capolavori Another Way To Shine e Mantra 3, perchè pur non avendo i picchi qualitativi di canzoni epocali come Monster Astronauts o Misty Valley è un ottimo disco da ascoltare tutto d'un fiato che placherà la vostra sete di sano hard rock: è uno di quei dischi che apparentemente possono sembrare nella media, ma poi s'insediano lentamente nel vostro subconscio per poi non lasciarvi più. I fan di questo gruppo saranno sicuramente soddisfatti,chi non li conosce può cominciare da qui: datemi retta, non perdetevi questo disco e se avete dei pantaloni a zampa d'elefante indossateli quando l'ascoltate. Fraz
SPITTIN’ COBRAS , THE – The Spittin’ Cobras
Sei brani semplici semplici per far muovere culo e piedino. Un po' di hard blues direttamente dagli anni '70, country quanto ne basta, Hellacopters da citare per dovere, melodie di stampo Black Crowes, spruzzate della Explosion di Jon Spencer e impennate di Honky e Daddy Longhead più southern e meno stoner. Miscelate il tutto ed avrete The Spittin' Cobras. Tre ruspanti ragazzi di Minneapolis che in questo esordio auto prodotto ci trascinano a colpi di whiskey e rock'n'roll in un mondo che pensavamo non esistere più. Quello dei saloon malfamati, della conflittualità selvaggia ma genuina, dello spirito musicale fatto con ragione e sentimento.Lo ammettiamo, ci sono simpatici questi Spittin' Cobras. Sia per il nome scelto che per i nomignoli che si sono dati. Chi suona la chitarra e canta diventa Howlin' Youngblood, passione e culto per i padri che si bruciano subito, il tempo di qualche bicchiere da buttar giù. Il basso pulsa, vibra come un dannato, si esalta come chi fa sesso dopo mesi e mesi di clausura. Coy Vance ne cura la resa. Alla batteria c'è invece The Bandit, maschera inquietante, novello prometeo che ruba il groove e ce lo dona con ritmo incosciente. "Burned", "Hounds of rock'n'roll" e "Get out now" sono manifesti programmatici, rock con le palle, che nulla inventa ma nulla pretende, solo buone vibrazioni e condivisione d'intenti. "Whore of the castle" odora di sesso e perdizione lontano un miglio, "Think twice" pesta con il dovuto gusto (la melodia appiccicosa non manca certo), "All out of ones" ha il riff giusto per conquistare la pollastrella seduta a fianco a voi… E se ciò non bastasse, la ghost track è un focoso blues che sembra uscito da un'incisione di Skip James del 1931, contenti? Poche storie, il rock'n'roll ha bisogno di gente così. Alessandro Zoppo
SPOILER – The return of King Sonic
Vocals trascinanti, chitarre infuocate ed un groove da levare il fiato. Ecco i semplici ingredienti che rendono un piatto molto ghiotto. Gli Spoiler si sono finalmente resi conto di essere dei gran cuochi e la ricetta questa volta funziona a meraviglia. Passato il periodo di transizione che ha portato all'esordio "Mud 'n' glitter", i quattro olandesi ci riprovano e finalmente assestano un colpo decisivo. "The return of King Sonic" è infatti il disco che potrebbe portare nuovamente allo scoperto le bellezze soniche che si celano nelle cittadine libere e peccaminose dei Paesi Bassi. Non solo perché nella band è presente al basso Arjen Rienks, ex 7Zuma7, quanto per la carica e la forza che trasuda dai microsolchi di questo cd. Una eruzione di possente hard rock deluxe, tirato a lucido ed interpretato con grandissima grinta. Va detto che gli Spoiler non sono certo il massimo dell'originalità, anzi. Ma sanno il fatto loro, coinvolgono e divertono come pochi e per un disco rock questo aspetto è essenziale. Lo dimostra in pieno l'iniziale "Dirty black shades": se fossimo ancora nel 1972 questo pezzo sarebbe in testa a tutte le classifiche! Ma dall'anacronismo si rifugge abilmente. Da un lato brani come "Geddon Manny's", "King Sonic" e "Leech" pagano tributo alla grande tradizione di Grand Funk, Frost, Montrose e Kiss (torrenziale hard rock di stampo americano dalle melodie contagiose). Su un altro versante momenti come "Caught" attingono a piene mani dal repertorio melodico, stralunato e fumoso, marchiato Queens Of The Stone Age. "The devil's ride" sembra addirittura un incrocio tra 7Zuma7 e Van Halen, mentre "El Hector" mischia Led Zeppelin e Soundgarden con toni pacati e soleggiati, prima di esplodere in un asfissiante turbine elettrico. Dove si osa di più è però in "Car keys", heavy song dal taglio West Coast con armonie "hommiane", in "Respect", psych ballad che ci sommerge di zucchero e funghetti allucinogeni, e nella devastante "Drivin' till sunrise", stoner rock dal grovve tremendamente avvolgente. Se questa estate la passerete in vacanza in Olanda non perdetevi l'occasione di vedere gli Spoiler dal vivo.. si preannuncia un live set a dir poco caloroso! Alessandro Zoppo
ST37 – The insect hospital
Chi ama la musica psichedelica è obbligato a spalancare le orecchie, il nuovo disco degli ST37 è quanto di meglio si possa trovare sulla piazza all’interno del genere. Se poi alla passione per le sonorità psicotrope unite anche un forte legame per il cinema allora “The insect hospital” fa proprio al caso vostro. Già, perché gli ST37, gloriosa band texana in giro ormai da più di un decennio (dal 1987 per la precisione) e nota nei circuiti underground per lavori eccellenti come “The invisible college”, “Glare” e “Spaceage”, hanno voluto omaggiare due grandissimi cineasti come Andrei Tarkovskij (regista sovietico autore di capolavori come “L’infanzia di Ivan” e “Stalker”) e Fritz Lang (uno dei mastri dell’Espressionismo tedesco). Tale tributo è una sorta di colonna sonora ideale per due film chiave dei suddetti autori, appartenenti entrambi al filone della science fiction: “Solaris” e “Metropolis”. Dunque quale migliore assetto sonoro poteva essere partorito se non uno space psych rock ossessivo e drogato, influenzato dai padrini Hawkwind, dal kraut rock di Amon Dull II e Faust, nonché dalle esperienze psichedeliche di Chrome e 7% Solution. Non mancano tratti ambient sperimentali, nell’elaborazione dei quali emerge l’amore dei cinque (i fratelli Joel e Carlton Crutcher, Dave Cameron, Mark Stone e SL Telles) per l’operato di Brian Eno. Un miscuglio non male insomma, sul quale si staglia l’immaginario fantascientifico della band. La prima fase del disco è come detto dedicata a “Solaris” di Tarkovskij e a differenza della seconda si presenta più varia e diversificata. L’iniziale, lunghissima “Solaris” è un misto di rumori sinistri e fughe astrali, l’impressione che se ne ricava è proprio quella di assistere al viaggio di un astronave su galassie lontane e di vivere sulla nostra pelle le materializzazioni dell’inconscio che confondono il protagonista del film, lo scienziato Kris Kelvin. I brani successivi invece mutano pelle e stile: “Land of treason” è puro post punk grezzo e fragoroso, “The portable insect hospital” è un passaggio parlato abbastanza inquietante, “Cold night for alligators” (cover di Roky Erickson, a cui il disco è dedicato) fonde dark wave à la Joy Division e space rock con attitudine stravagante, “Model had” è una soffocante jam marziana, “Seven deadly finns” chiude la prima parte del cd con un ruvido garage psych folle e divertito. La seconda fase, ispirata a “Metropolis”, è divisa in tre sezioni: “Intro/Main title/The Pleasure garden” avvia il trip con tappeti di tastiere ed effetti stranianti, basso, batteria e chitarra sono prima soffusi, poi allucinati, dipingendo magnificamente gli scenari squallidi della città sotterranea. “Yoshiwara’s/The workers revolt” è sostenuta in successione da ipnotiche linee di basso e di chitarra che ben rappresentano le fasi della rivolta collettiva che provoca l’allagamento dei quartieri dove vivono le donne e i bambini. “Burn the witch/Love theme (finale)” è il sigillo conclusivo: i momenti concitati del rogo dell’idolo creato dal dottor Rotwang ed il ricongiungersi dei due amanti Maria e John sono musicati con un alternarsi di atmosfere liquide e momenti lirici che chiudono l’opera con somma grazia. Vista la lunghezza (oltre i 70 minuti) “The insect hospital” si presenta come un disco ostico e complesso, soprattutto se ascoltato tutto d'un fiato. Tuttavia, una volta entrati nel loro mondo, sarete rapiti dalla forza vorticosa degli ST37. Altamente consigliato. Alessandro Zoppo
STAKE OFF THE WITCH – Flamingoing
Ragazzi, ci siamo! Non capita tutti i giorni di ascoltare una band italiana provvista di ottime capacità compositive, dedita all'abuso sonoro stoner e per di più NON fornita di un contratto discografico. I piacentini Stake Off The Witch cercano prepotentemente di evolversi staccandosi dal brodo primordiale nazionale e hanno tutte le carte in regola per riuscire nell'intento. Il nuovo demo, licenziato da poco, anche se appartenente all'anno scorso, ce li mostra in tutto il loro deflagrante potenziale. La prima traccia "FAIRY TALE" di influenze olandesi (Celestial season/Beaver) introduce in maniera quasi felpata, se mi passate il termine, a quello che a mio avviso rimane il nucleo interessante delle loro fatiche. Il sostanzioso dazio che i SOTW pagano ai QOTSA in occasione di "WHERE DO WE GO?" e "NO REGRETS" 100% Josh Homme handcrafted, ed in generale a tutto il disco è davvero pesante. Il primo pezzo si riferisce alla produzione più recente, il secondo rimanda direttamente al loro primo grande lavoro della band americana. Ma non si parla di plagio, ricordo agli fruitori più distratti che rassomigliare alla più geniale, prolifica e accattivante band dell'universo rockettaro oltre che stoner può solo rendere orgogliosi. Sono piacevolmente colpito! Restatene affascinati anche voi,e mi auguro che qualche intelligente oltre che avveduta casa discografica si fregi presto dei servigi dei SOWT. Gale La Gamma
STAKE OFF THE WITCH – Palace Court, Flat 19
Anche agli Stake-Off the Witch ha portato bene farsi le ossa in tour esteri, e presumibilmente le date con Regular John e Truckfighters hanno consentito ai quattro stoners emiliani di crescere e confrontarsi con lo stabile underground nordeuropeo, e il successore di Flamegoing (2006) lascia già presagire dal titolo la sua natura criptica e poco foriera di architetture classicheggianti.Difatti "Palace Court, Flat 19" si inerpica in territori noise rock che rimangono collegati allo stoner/psych grazie ad una parziale conservazione della circolarità dei riff e delle ritmiche, e forse questo ponte sonoro è l'interstizio a cui accedere per esplorare il falansterio noir edificato in quest'album. Le cose sono messe subito in chiaro dal wah-wah atonale in apertura di "Game Over" impiantato su riff molto ribassati, pezzo che dopo varie battute lascia spazio ad una lunga e radicale cavalcata garagista comandata dalla voce acida di Stefania, ricca di break ritmici e coda psych che potrebbe ricordare un incrocio tra Beaver e Sonic Youth. L'accoppiata "Pussy Cat"/"So Hard" presenta gli stessi sofferti ingredienti fuzz, vocals sinuose e gli strumenti intenti a controllare a dovere le scure eruzioni che emergono nei brani, evitando di fatto uno scorrere eccessivamente monolitico. La registrazione cruda - ma realizzata con competenza nel far emergere la natura lo-fi degli Stake-Off the Witch - caratterizza positivamente anche la title track, che impasta Oneida, Stooges e abrasivo heavy-psych. La seguente "Something Bad (In My Head)" è un brano ispirato e introspettivo, col gruppo che si muove con naturalezza nel dedalo rumoristico costruito su numerosi riff. C'è poi spazio per l'ipnotica e nera psichedelia di "1383" (sulla scia dei Sally del secondo album) e l'ultimo conturbante assalto garage noise (ma sempre filtrato dall'acid rock) di "This is Me", che chiude un album rabbioso e intelligente, lontano da refrain immediati e pure da rischiosi sperimentalismi, da cui il gruppo piacentino esce con una prova convincente. Roberto Mattei
STALKER – Stalker
Solitudine e confusione. Caldo soffocante, cielo grigio e nubi minacciose. Alternanza di chiaroscuri, condizioni e stati d’animo che si rincorrono nell’ascolto dell’ep d’esordio dei genovesi Stalker. Che sembrano quasi voler mettere in musica l’identità della propria città, industriale e di mare. I cinque pezzi che ci propongono sono un filo di ferro stretto alla gola. Neri come la pece, bui e minacciosi, trovano spiragli di luce soltanto nelle aperture lisergiche che una fuga dal mondo odierno ci fa immaginare.Inevitabile pensare a Neurosis e Isis ascoltando pezzi come l’iniziale, meravigliosa ‘Wave Your Hand Goodbye’, ‘Pollyanna’ e la sua appendice ‘A.L.I.C.E.’. Un nichilismo sfrenato placato da rallentamenti psichedelici di gran classe. La personalità c’è tutta dunque, perché la tendenza post core (anatema su chi ha inventato quest’etichetta) viene zigzagata grazie ad una furia smaccatamente hardcore e al marciume sonoro tipico dello sludge doom. I riff e gli intrecci creati da Mauro e Luca G. sono a dir poco apocalittici, come la marzialità ritmica di Michele (batteria) e Luca V. (basso). Il tocco finale lo donano le vocals disperate di Alberto, straziante menestrello di prossime apocalissi, alienazioni e improbabili scappatoie. Il groove forsennato di ‘Alpha Strategy’ resta impresso nella memoria sin dai primi ascolti, così come il finale affidato a ‘Falling Stones’, pietra angolare di uno stile rabbioso eppure rarefatto, che digrigna i denti e mostra i muscoli accogliendoti in un caloroso abbraccio. Da segnalare un aspetto importantissimo, il lavoro fatto dalla Produzioni Sante: grafica curata e packaging da urlo. Serve ancora qualcosa per convincervi all’acquisto? Alessandro Zoppo
STARCHILD – Starchild
Vengono da Waycross, in Georgia, gli Starchild e ci propongono un disco di debutto che rispetta tutti i crismi del doom psichedelico. Già noti negli ambienti underground per aver partecipato a svariate compilation (tra le altre il tributo ai Black Sabbath edito dalla Twin Earth Records), si confermano con questo album omonimo come una band rocciosa ed intelligente. Sia ben chiaro, gli Starchild non propongono nulla di così sconvolgente, ma il loro mood compositivo sa essere affascinante e soprattutto molto voluttuoso. Complice anche l'artwork firmato Malleus (in vero abbastanza al di sotto della media rispetto ai loro lavori), l'atmosfera che si respira lungo i quaranta minuti di durata del cd è satura d'elettricità e molto rarefatta. Il doom dei tre (Richard chitarra e voce, Kenneth basso, Frank batteria) ha ben salde le proprie radici nel sound dei padri Black Sabbath ma è sempre capace di aprirsi in contaminazioni heavy psichedeliche che richiamano alla mente il feeling onirico e dannato di gente come Spirit Caravan, Naevus, Sleep e Cathedral. Le vocals sognanti di Richard sono un efficiente mezzo da contrapporre a ritmiche lente e compresse e ai passaggi di chitarra viscerali e corposi. A dirla tutta però, il dischetto nella prima parte stenta a decollare: l'iniziale "The futurist" e la successiva "Wings" sono due song nella norma, abbastanza opache per non dire scialbe, doom che scalfisce ma non graffia. "Pearl" è un intermezzo acustico che serve ad introdurre "Freedom", altro pezzo onesto ma nulla più. Le cose cominciano a girare per il verso giusto quando si arriva alla traccia numero 5, "Eyes of fire": doom lisergico da alterazione cerebrale, un capogiro che colpisce per la portata devastante del riff e l'efficacia degli assoli. Il passaggio psichedelico di "God shaped hole" apre poi la strada alla mastodontica "First dawn", otto minuti di grande visionarietà musicale, un viaggio nei neuroni di un consumatore di LSD che si consuma tra urla strazianti, parti melodiche e dilatazioni jammate. A chiudere il trip ci pensa "Truth", altro lungo macigno di psych doom d'annata che conferma la bontà della band alle prese con composizioni più lunghe ed articolate. Facendo un media, se la prima parte del cd vale 5 e la seconda 7 gli Starchild raggiungono una piena sufficienza. Rivedendo qualcosa la loro prossima mossa potrebbe essere quella letale. Alessandro Zoppo
STARSLUGS – The Rite and the Technique
Un'idea kamikaze e suicida si trova dentro gli Starslugs: bombardare le orecchie degli ascoltatori fino a frammentarne qualsiasi punto di riferimento. Il Rito: trovarsi faccia a faccia in sala prove e vomitare le aberrazioni della modernità umana. La Tecnica: mettere a palla gli amplificatori, distorcere gli strumenti (basso, chitarra e voce) oltre la linea di tolleranza e rubare la beat/drums machine ai Suicide di vent'anni fa per far brillare dentro l'alta tensione. "The Rite and the Technique" raccoglie i precedenti EP del gruppo ("Gestalt X", "Fist", "Subhuman Cares") e descrive il feeling che corre tra Danilo Di Feliciantonio, Pierluigi Cacciatore e la Roland TR707.Un flusso continuo come loop cibernetico e spaziale cavalca le nove tracce dell'autoproduzione: qualcosa puzza di cimitero e Cure quand'erano tre ragazzi immaginari ("Sense of Tragic", "Justice"), altro ancora viaggia con un carico pop pregno di deviata melodia ("Betamax", "Body Hammer") e c'è l'ispida, sincopata e malarica asprezza di una post tutto che non riconosce nessun genitore ("Nuke", "Uranus", "Mishima", "Willie"). L'effetto alla fine è talmente dirompente e rinfrancante che riporta alla mente l'anno domini 2004, quando un gruppo come i Death From Above 1979 (un duo anch'esso, guarda caso) pubblica l'unico full lenght "You're a Woman, I'm a Machine". Sembrano avere la stessa ideologia i nostri terroristi teramani, anche se, laddove si promuoveva una declinazione di disco music, trova qui un concetto assolutamente rock. Fatevi un regalo: prenotate la vostra copia su www.starslugs.blogspot.com e regalatela a chi vi vuole bene. E se non basta andate a vedere gli Starslugs in giro per il Belpaese: li troverete sempre uguali e sempre diversi. D'altra parte la vita è un continuo cambiamento, in barba alla stasi della morte. Eugenio Di Giacomantonio
STASH – Six of the best!
Se siete alla spasmodica ricerca di un sottofondo musicale adatto a ravvivare le vostre serate alcoliche gli Stash sono proprio il gruppo adatto! Di provenienza britannica (East Sussex per la precisione), sono in giro dal 2001 e hanno già condiviso il palco con gente del calibro di Artwoods, Downliners Sect, Atomic Rooster, Mott the Hoople e The Inspiral Carpets. “Six of the best!” è il loro primo lavoro e mette in mostra una band dedita al più classico british rock, quello di Rolling Stones, Small Faces, Yardbirds e The Who tanto per intenderci. La registrazione lascia un po’ a desiderare ma le capacità compositive ci sono già tutte: a partire dalle iniziali “Down and dirty” e “Purely medicinal” è un susseguirsi di vibrazioni sessantiane come non se ne sentivano più da diverso tempo. La voce di Paul Mayhew è calda e trascinante, le chitarre di Jasper Vincent alternano partiture delicate ad assoli vivaci, la base ritmica (Oz Garvey alla batteria e Julian Hill al basso) regge il tutto con personalità ed eleganza. Tuttavia non è solo rock nel senso tradizionale del termine ciò che sprigionano le note degli Stash: un brano come “New blood” si abbevera alla fonte della psichedelica classica targata Beatles e Cream, “Everyone knows” si arricchisce di melodie e chitarre jingle jangle (una sorta di amalgama tra Byrds e Blues Magoose), “Alive on arrival” affonda le proprie radici nel rock blues, la conclusiva “Moonshine melody” è un episodio di country folk acustico dal sapore notturno e malinconico. Chi dalla musica pretende innovazione a tutti i costi stia lontano da questo dischetto. Gli altri, appassionati o meno di questo tipo di sonorità, diano una chance agli Stash, l’atmosfera da pub fumoso che la loro musica comunica colpirà di sicuro nel segno… Alessandro Zoppo
STEAK – Disastronaught
Gli inglesi hanno un particolare modo di interpretare la musica heavy psych. Prendiamo gli Orange Goblin: la loro miscela di biker rock, hard blues e primitive metal genera un sound efficace e di difficile emulazione, anche se rimangono evidenti le fonti da cui si abbeverano. Da Londra arrivano gli Steak che si presentano con l'EP autoprodotto "Disastronaught" e portano nel loro Dna gli stessi segni caratteriali dei Goblins che, mescolati ad una produzione "svedese", fanno della loro proposta, musica per organi caldi. Ma c'è dell'altro: un immaginario spaziale post apocalittico dove i protagonisti sono ridotti alla peggiore specie di umana decadenza. Pirati, assassini, approfittatori delle altrui disgrazie riempiono le storie di questo immaginario di decadi oscure.L'iniziale "The Butcher" presenta questo affettatore di carni alla ricerca di vittime designate. Le chitarre sono come stiletti e la voce slitta su pozze di sangue: una cosa alla Dozer impregnati di humor nero e violenza assassina. "Machine" e "Gore Whore" descrivono il percorso che parte da "Frequencies from Planet Ten" e naufraga in "Coup the Grace": ovvero l'appassimento delle visioni colorate della psichedelia a favore di una sintesi virata verso l'aggressività senza remore. "Fall of Lazarus" allarga la proposta verso le corde espressive di Spirit Caravan e The Hidden Hand; i Pentagram che incontrano gli Unida, con una voce che punta dritto verso The Obsessed ma non dimentica la lezione di John Garcia e Ian Astbury: Wino non avrebbe potuto fare di meglio. Il "Peyote" che gustiamo nel finale è quello delle morbidezze acustiche della doppia chitarra, un vero abbandono agli stati d'animo più riflessivi e rilassati. Un buon antipasto, non c'è che dire. I ragazzi credono in quello che fanno e curano nei dettagli ogni minima loro espressione artistica. Come la cover dal sapore Marvel che gioca con modelli tipici dei comics: altro segno di una visione più grande che una semplice raccolta di canzoni. Eugenio Di Giacomantonio
STELLA DIANA – Gemini
I napoletani Stella Diana tornano in scena a tre anni di distanza da 'Supporto colore' e lo fanno affidandosi al supporto dell'etichetta spagnola Siete Senoritas Gritando. Siamo sempre in campo shoegaze/dreampop, ma rispetto al pregevole lavoro precedente si nota un notevole indurimento degli arrangiamenti, dovuto soprattutto ad una maggiore dinamicità delle canzoni, poggianti su chitarre sature e distorte al limite del feedback space rock, mentre la sezione ritmica si muove frequentemente su pulsazioni di stampo new wave.Diciamo che se 'Supporto colore' si presentava come una carezza (coi sui toni spesso placidi e riflessivi), questo nuovo 'Gemini' è un ceffone in volto atto a ridestare i sensi assopiti nell'animo, come ben evidenziato dalle notevoli "Shohet", "Kingdom Hospital" e "Paul Breitner". Le dolci emozioni non mancano comunque, e fanno capolino nelle rarefatte "Caulfield" e "Happy Song"; indicato quindi ai fans del genere, ma comunque anche a tutti coloro che vogliano farsi "trasportare" dalle note. Marco Cavallini
STELLA DIANA – Supporto Colore
Nuovo gruppo proveniente da Napoli che conferma come anche in Italia esista un sottobosco di fan e band amanti degli immortali suoni shoegaze/dream pop. Stella Diana esordiscono per la piccola Seahorse Recordings e questo loro "Supporto colore" non potrà non regalare emozioni a chi si ciba di questa sonorità.L'iniziale "Johnny" è subito esemplificativa delle intenzioni del quartetto, poggiando sulle caratteristiche chitarre a vortice; la seguente "Neve" parte soffusa per arrivare poi ad un crescendo di notevole impatto ed intensità emotiva. Piacciono la malinconica "Stanze vuote" e la delicata, appena sussurrata "Sirena", mentre "Fall" col suo incidere movimentato "stona" un po' in questo disco dall'andamento placido, un album nel quale i nostri prediligono il lato "dreamy" dello shoegaze, cullando e non stordendo l'ascoltatore. La lunga e conclusiva "Marianne" con le sua atmosfere psichedeliche ed il cantato che si fonde ed immerge nelle chitarre è la degna conclusione di un album che lascia intravedere notevoli sviluppi futuri per questa giovane band comunque già interessante. Dategli una chance. Marco Cavallini
STEREOCHRIST – Dead river blues
Budapest non è certo un luogo di culto per le sonorità hard & heavy come lo erano e lo sono tuttora zone splendenti del calibro di Seattle, Londra, New York o Los Angeles. Tuttavia l’Ungheria aveva già mostrato una certa predilezione per il doom più ossianico grazie ai fenomeni del sottobosco Mood e Wall Of Sleep e oggi si conferma territorio d’oscura elezione grazie al disco d’esordio degli Stereochrist. Il loro “Dead river blues” è infatti un lavoro convincente, ben prodotto e realizzato, devoto non tanto al suono cupo e pessimista dei padri della musica del destino quanto alle variazioni sludge di Down, Crowbar e Acid Bath. In realtà rispetto a queste band i quattro (Péter alla voce, Kolos alla chitarra, Balàzs al basso e Tamàs alla batteria) accentuano una maggiore pulizia sonora, evidente nella registrazione cristallina che esalta la costruzione armonica dei brani e i ricami di chitarra e ritmiche. Questa ricerca melodica fa perdere un po’ in compattezza e varietà stilistica ma è ampiamente ripagata da canzoni ricche di pathos, brevi, secche e coinvolgenti. Non girano intorno all’argomento gli Stereochrist né perdono tempo in convenevoli, vanno subito al sodo sia quando si propongono di tirare botte da orbi (a tal proposito basta citare l’iniziale “Smack the sun” o la tellurica “All along the river”), sia quando giocano su melodie suadenti sempre azzeccate (meravigliose quelle che sorreggono l’impalcatura aggressiva di “Holosonic” e “Christ was an angry man”). E così, tra riff giganteschi di marca Zakk Wylde e vocalizzi strazianti di ascendenza Phil Anselmo, trova posto anche una ballata lisergica come “Supersorrow”, capace di addolcire l’animo del più bruto degli sludge stoners. I quaranta minuti scarsi di “Dead river blues” scorrono via che è un piacere, giunti alla conclusione dell’ascolto viene automatico premere nuovamente play sul lettore. Segno di buona riuscita per un prodotto consigliato a tutti gli appassionati di queste sonorità e non solo. Alessandro Zoppo
STEREOCHRIST – Live Live A Man (Die As A God)
C’era una volta una doom band in Ungheria conosciuta come Mood, dal loro split nacquero diverse realtà quali Wall Of Sleep e Stereochrist, quest’ultimi dediti a sonorità meno doomy e maggiormente southern, ai confini dello sludge, che molto hanno in comune con i Down della coppia Anselmo/Keenan. Anzi, la band sembra proprio essere la spudorata versione magiara del ben più noto act della Louisiana, ma ciò non toglie che ci troviamo di fronte ad un gran disco, potente e pieno di groove. Le influenze sono ovvie, oltre alla band dell’ex Pantera troviamo sonorità vicine ai Crowbar e ai Corrosion Of Conformity, ma senza mai scadere nel plagio vero e proprio. In fondo, a chi li accusa di essere troppo derivativi loro rispondono con i fatti, ovvero con dei pezzi validi, rabbiosi e dal giusto tiro.“Vox Christi” è una breve intro, evocativa e malinconica, che ci introduce ai prossimi 50 minuti di puro wall of sound. La rabbia di “Destroying ruins”, la potenza distruttiva di “Getting over seven years”, i riff dal sapore blues di “Eyes burn out” ed ancora le cavalcate di “Swamp inside” così come la furia metallica e le ottime melodie di “Awakening”. Potrei andare avanti così fino alla fine. Il bello di quest’album è che, nonostante la proposta poco originale, contiene dei pezzi grandiosi, nessun momento di sonno e nessuna caduta di stile. Ancora alcune importanti menzioni per la trascinante title-track, sinfonia di riff grassi e granitici e per quel gioellino di puro southern-sound che risponde al nome di “Good old way” in cui la voce di Dávid Makó ha la possibilità di distendersi a suo piacimento, ora su arpeggi suadenti, ora su toccanti e maestosi ritornelli, per poi finire su un finale devastante dove arriva quasi a ruggire, liberando tutta la furia di cui si fa menzione nella song. Certo, il singer ungherese segue le orme di Phil Anselmo, come timbrica ma soprattutto per il modo di usare la voce e per le melodie proposte, tanto vicini ai gorgheggi del collega statunitense, ma nella quale riesco a rintracciare una vaga vena di personalità. E’ grazie ad essa se nella conclusiva “Bury me in smoke” (ebbene sì, cover dei Down, vera e propria carta scoperta) riusciamo a capire di trovarci di fronte ad una cover, in quanto strumentalmente è praticamente identica all’originale. “Live Like A Man (Die As A God)”, edito dall’austriaca psycheDOOMelic records (Voodooshock, Orodruin, Mood, Reverend Bizarre, Wall Of Sleep, Penance, ecc…) è un disco consigliato a tutti gli amanti del genere, i quali non rimarranno affatto delusi, al contrario è sconsigliato a coloro che storcono il naso davanti a band derivative e poco innovative. Il disco è stato interamente registrato in Ungheria, nella sala prove della band, per un risultato eccellente, che ben cattura l’attitudine live della band, con un risultato assolutamente in-your-face! “Unleash the fury... and pain will drive you home”. Davide Straccione
STEVEN WILSON – Insurgentes
E alla fine arrivò l'ora del debutto solista di Steven Wilson. Non pago della sua creatura principale (Porcupine Tree) e delle tante collaborazioni di questi ultimi anni (Blackfield e No Man, solo per fare due nomi), l'artista inglese pubblica "Insurgentes", primo lavoro di una, forse, lunga carriera solista che camminerà in futuro a braccetto con quella del suo gruppo/progetto madre. Va subito detto che da qualche anno il nostro appare in stato di grazia, compositivamente e qualitativamente parlando; si pensi a dischi come "Blackfield I" e gli ultimi due Porcupine Tree, album di una bellezza assurda. A questa regola non sfugge neanche "Insurgentes", un disco che si potrebbe liquidare in poche parole definendolo come una sorta di Porcupine Tree in grigio, ovvero immersi in un mood dal taglio tipicamente dark (spesso dai toni ambient/industrial), dove comunque la luce appare di tanto di tanto, portando a galla delicate reminiscenze shoegaze/dreampop.La splendida iniziale "Harmony Korine" (della quale è visibile online il bellissimo video) è la summa di quanto sopra detto, aprendosi su delicati arpeggi di chitarra accompagnati da riverberi ambient di sottofondo per poi esplodere all'altezza del coro, dove un cantato alla Sigur Ros diventa un tutt'uno con il wall of sound tipico dello shoegaze. "Abandoner" e la lunga "Salvaging" proiettano verso lidi dark, con le loro rarefatte porzioni ambient che s'incastrano a meraviglia con liquide chitarre psichedeliche dai toni decisamente neri. Impossibile non segnalare la poetica bellezza di "Veneno Para Las Hadas", uno dei più migliori brani shoegaze/dreampop concepiti in questi ultimi anni: se gli Slowdive si riformassero oggi suonerebbero molto probabilmente così. Dopo la scossa d'energia data dall'ottima "Only Child" (una cavalcata psych rock che si stampa in tesa dopo il primo ascolto), "Get All You Deserve" e la title track concludono l'album con toni sommessi, pacati e poggiano la loro essenza su grandi lavori di pianoforte ed orchestrazioni di sottofondo, oltre che sul delicato cantato di Wilson. Un album oscuro, meditabondo e malinconico "Insurgentes", pervaso tuttavia da quel sottile senso di speranza e dolcezza che ha il pregio di esaltare ancora di più i momenti bui e, al contempo, di lasciare aperta una finestra che illumini, tenuamente, l'atmosfera. Vivamente consigliato. Marco Cavallini
STINKING LIZAVETA – III
I tempi dilatati sono vitali per gli Stinking Lizaveta giunti al terzo episodio di una discografia iniziata nel '94 con '..hopelessness and shame', proseguita nel '97 con 'slaughterhouse' e arricchita nel 2001 con 'III'. Anche a noi qualche volta piace prendercela comoda e solo adesso ci accingiamo a recensire questo disco licenziato dalla Tolotta di Joe Lally dei Fugazi.
STONE IN EGYPT – The dying free ep
L’Olanda è terra di varie specialità: l'erba del vicino e quella del negozio sotto casa, i cibi fritti e strafritti, ultimamente è specialità olandese anche la rinascita dello stoner/doom.Nella schiera di giovani band che rilanciano la via Orange dello stoner si aggiungono questi Stone in Egypt, band che sa precisamente cosa ci vuole per suonare del sano rock sabbatthiano. In questo ep che esce per l'etichetta gestita dall abnd stessa sono riassunte molte lezioni di musica che ci arrivano dal passato: riffing desertico, vocalizi e aperture in pieno stile doom e qualche concessione melodica. L'ep parte con la canzone omonima "Dying free", ritmi sostenuti e un'aura vagamente southern per un pezzo che trascina i capelli su e giù, e come ciliegia sulla torta un'inaspettata quanto ben amalgamata cavalcata doom che si trascina fino all'ultimo secondo. Poco tempo per riposare le orecchie e parte "Concrete Hole", stessa ricetta con l'aggiunta di un sentore grunge (per un'attimo rivivono gli Alice In Chains dei tempi d'oro) e di un cantato massiccio ma ubriaco. Di sicuro il pezzo più riuscito di questo dischetto, in cui si alternano alla guida southern, grunge zozzo, mazzate di potenza doom e stasi psichedeliche. Si passa la metà dell'ep ed ecco la sorpresa: "Time vs Wine". Canzone melodica dalle atmosfere melanconiche, echi di ballate progressive e ripartenze che rimandano l'orecchio a jesus and mary chain e underground '90 in genere. Una dimostrazione di grande apertura mentale nel comporre, ma da unire meglio con il resto della proposta visto che questo pezzo sembra uscire da tutt'altro gruppo. La conclusione di questo lavoro è affidato a un'altro pezzo in pieno mood sabbathiano, marziale e cupo riffing che trasuda spirito. Un'altra bella sorpresa dalla nazione europea stoner per eccellenza quindi, con l'augurio che riescano a fondere tutte le loro ispirazioni in modo più omogeneo, magari seguendo la lezione dei loro vicini On Trial. Federico Cerchiari
STONED JESUS – The Harvest
Non c'è due senza tre, ed ecco che l'eccentrico trio ucraino esce nuovamente allo scoperto con un nuovo full-lenght. Dopo "First Communion" (2010) e "Seven Thunders Roar" (2012) targati rispettivamente Solitude Production e Moon Records, l'ultimo album degli Stoned Jesus si avvale della produzione autoctona dell'etichetta ucraina Інша Музика (in traduzione: Altra Musica). Rispetto alle precedenti esperienze – più marcatemente "psichedeliche" e ricche di evidenti venature doom – questo disco mette in campo sonorità assai diverse, segnatamente più deboli e non del tutto equilibrate, anche al costo di deludere gli affezionati del genere. Già dalla prima traccia "Here Come the Robots" – uscita come singolo nel 2014 – si fa evidente lo "strappo" rispetto alla precedente stagione. I riff grezzi e veloci si tingono di inaspettate sfumature garage punk, seguite da una linea vocale a tratti piatta e ridondante, destinata a diventare quasi fastidiosa nel pezzo successivo, "Wound".
Le cose cambiano notevolmente quando si arriva al minuto 6.32: l'attacco di "Rituals of the Sun" è una scarica di suoni lenti e ribassati che rimanda alla violenza apocalittica degli Electric Wizard o dei primi Witchcraft. Se l'inizio della traccia successiva, "YFS", crea l'illusione di una continuità con il brano precedente, ecco che basta poco per restare delusi. Ancora una volta la linea vocale si dimostra inadeguata rispetto all'energico portato della strumentazione. A chiudere l'album troviamo, infine, due brani assai diversi tra loro: "Silkworm Confessions" – in cui si fa palese la discrepanza tra sonorità heavy rock poco controllate dal punto di vista vocale e tendenze stoner doom risalenti ai lavori precedenti – e "Black Church", pezzo che, invece, avvalendosi di un sound acido e distorto, rappresenta una chiusa perfetta che riesce a far recuperare al disco alcuni punti in extremis.
Al di là del controcanto e del basso distorto che a tratti prende piacevolmente il sopravvento, risulta certamente d'impatto l'ingresso inaspettato delle tastiere: una marcia funebre si innalza imponente, per poi sfumare gradualmente nell’indistinto del silenzio. Tuttavia, al di là alcuni brillanti passaggi, nel complesso "The Harvest" non soddisfa: troppe le spaccature interne che impediscono all'insieme di risultare coeso e decisamente troppo fiacchi i brani più estesi, certamente non all'altezza degli album precedenti. Valeria Eufemia
STONED MACHINE – Demo
E con sommo piacere che ricevo il demo dei Stoned Machine, una ghiotta occasione per tastare il polso della scena stoner emergente nostrana. Le note biografiche in mio possesso (scarne, a dire il vero, tanto da spingermi a cercare approfondimenti sul loro sito ufficiale) individuano in quel di Ravenna la loro base operativa e nel"lo stoner (noto anche come desert rock), parecchio imparentato con un certo doom rock (attenzione: non Doom Metal... Candlemass & C. c'entrano poco e nulla!) inglese... vedi Cathedral, Orange Goblin… (cito testualmente dal loro sito)" le loro influenze musicali. In realtà di desert in questo compatto ed onesto manifesto da loro rilasciato se ne avvisa poco. E' sicuramente di stoner quello di cui si parla, con una discreta influenza di band come Nebula, 7 Zuma 7 e Unida. Buon rock dunque, e non necessariamente statunitense. Le strutture di buon impatto emotivo si basano su pochi riffs, ma buoni, heavy, calienti, sapientemente dosati e impreziositi da guitar solos di buon gusto per coinvolgere l'ascoltatore ed intervallati da ritornelli melodici di buona fattura.Il pezzo che preferisco è "Human regression" anche se, ripeto, il lavoro scorre compatto e lineare senza grosse sbavature. Sinceramente questa è la formula di stoner che mi aggrada parecchio ma è anche il limite del lavoro. A mio avviso, suonando in questo modo si impone necessariamente che i riffs siano di assoluta qualità, gli arrangiamenti, le capacità strumentali, voce inclusa, di grande livello. Senza nulla togliere a Igor (batteria), Filippo (basso), Mauro (chitarre, cori) e Luca (voce), l'esperimento è riuscito in parte. Sicuramente positivo il giudizio, ma per avere delle chance a livello internazionale e per emergere sono necessari maggiori e ben più corposi sforzi. Ci vorrebbe una produzione migliore e diversi arrangiamenti. Ma la base di partenza è buona, e il tutto fa ben sperare per futuro. Attendo fiducioso la prossima release degli Stoned Machine. Hasta luego, gringos! Gale La Gamma
STONEDUDES / ROTOR / DRIVE BY SHOOTING – Between Evil and Peace Tour 2005
Bellissima iniziativa questo vinile della Nasoni Records che ospita tre tra le migliori realtà del panorama heavy psych tedesco. Stonedudes, Rotor e Drive By Shooting, band di base a Berlino, si dividono questo disco con un brano a testa sul primo lato e una mega jam sul secondo, tutti insieme appassionatamente. L'occasione è data dal tour che i tre gruppi stanno tenendo assieme in questo periodo, in giro per il loro paese d'origine.Abile la Nasoni ad approfittarne e fare uscire un vinile tanto appetitoso. Molto belli risultano infatti sia i singoli pezzi che la jam finale. Aprono le danze i simpatici Stonedudes con "Lightspeedproof stereo", composizione abbastanza singolare che mescola stoner, indie rock e una certa attitudine minimalista e smaccatamente lo-fi. Esperimento riuscito in pieno. Tocca poi alla rivelazione Rotor, da poco sul mercato con il nuovo lavoro, il secondo della loro carriera. "V'Ger" è un brano strumentale molto valido, psichedelia heavy che sconquassa e travolge, con un occhio ai Los Natas ed uno ai Colour Haze. Alla fine risultano proprio loro i migliori del lotto. Chiudono il lato A i Drive By Shooting con "Jimmy, Jonny, and you", ipervitaminica scheggia che unisce rock'n'roll, fuzz e vibrazioni punk. Anche loro promossi a pieni voti. Il lato B presenta invece "B.T.C." (ossia "Black To Comm"), composizione degli MC5 mai registrata su un disco ufficiale e qui riproposta dalle tre band simultaneamente per rendere omaggio ad uno dei più grandi gruppi della storia del rock. I quindici minuti dell'esecuzione scivolano via fluidi e piacevoli in uno scorrere di ondate psych hard rock che lasciano un forte giramento di testa. Questo vinile è assolutamente consigliato, esperimento che ha pochi rivali nel mercato odierno. Soprattutto se si considera che ne esistono poche copie, in edizione limitata: 400 per il classico disco nero, 100 per il disco colorato. Affrettatevi! Alessandro Zoppo
STONEFLOWERS , THE – The stoneflowers
Non so quanti pezzi abbiano sinora composto gli Stoneflowers, ma a giudicare dai tre presenti nel loro omonimo demo (la quarta traccia è “Out Of Focus”, mega-classico dei Blue Cheer) c’è da giurare che i loro show siano un’apoteosi elettrica!Quello che trasuda dai solchi è uno stoner rock anni 90 impregnato fino al midollo del miglior rock di Detroit, una formula che suonata con questa attitudine lascia poco scampo. Subito un riff di marca 7Zuma7/MC5 e poi un frenetico assalto heavy compattissimo e scorrevole in “Run’n Yourself Runnin’”: bastano due minuti per tastare la consistenza del gruppo del chitarrista Matteo Rosin (già all’opera con i prog-thrashers Bleed In Vain). Da rimarcare anche l’eccellenza della sezione ritmica (Stefano, basso e Simon, drums), e soprattutto della voce metropolitana e trascinante di David. Ancora meglio “Human Gods” che assimila, alla perfezione oserei dire, tutti gli stilemi dei giganti dello stoner rock come Kyuss, Core, primi Spiritual Beggars: cavernosi giri hard di basso, riff monolitici e ispirati, break distruttivi e solismi psych di grande effetto. Con la terza “Two days (And Another One)” ricostruiamo invece un ponte tra la capitale del Michigan e il contemporaneo Nord Europa, dato che al potente rifferama si accompagna uno scatenato hammond, con David che interpreta con sicurezza e personalità. Molto lo-fi e inacidita la cover dei leggendari stoners di Frisco, con tutto il gruppo che si abbandona a improvvisazioni lisergiche. Certo che finito il dischetto si capisce proprio perché gli Stoneflowers partecipino con Small Jackets, Thumb, OJM, e gli inglesi Gorilla, allo Stoner Rock Festival di Abano di fine marzo… L’avevamo accennato a proposito dei mai troppo rimpianti Acajou (ormai da considerare dei maestri ante-litteram) e adesso ne abbiamo un’altra conferma: il Veneto è la capitale stoner del Sud Europa. Roberto Mattei
STONEGARD – Arrows
Il rock scandinavo è alla ricerca di nuove forme d’espressione. I norvegesi Stonegard seguono questa tensione e con il loro “Arrows” piazzano un disco d’esordio che fa davvero ben sperare. La produzione di Daniel Bergstrand (già all’opera con In Flames e Meshuggah) rende i suoni nitidi e cristallini, focalizzando l’attenzione sulla potenza della voce e l’aggressività delle chitarre.Gli Stonegard sembrano seguire l’intenzione intrapresa dagli El Caco di “Solid rest” e “The search”. Ma se questi ultimi partendo dallo stoner hanno indirizzato il proprio tiro verso suoni crossover e catchy, i nostri sembrano invece aver dietro le spalle un solido background metal. Il risultato sono 10 brani in cui vengono esplorate svariate sfaccettature di un universo sonoro ampio e multiforme. L’intro “Ghost circles” lascia subito spazio alla sfuriata dai sapori new thrash della title track, stessa sensazione che si percepisce ascoltando la violenta “The white shaded lie”, con un occhio sempre attento alla melodia. “At arms lenght” e “Resistance” ricalcano proprio le gesta degli El Caco, con vocals sentite, sterzate alternative e riff in bella evidenza. Altrove (“Hunter”, “Triggerfinger”, “Barricades”) il magnetismo heavy dello stoner incrocia il groove degli ultimi Metallica partorendo un heavy rock teso e accattivante. I toni soffusi e notturni di “Goldbar” e “Darkest hour” pongono fine ad un viaggio avvincente e avventuroso. Gli Stonegard si rivelano una band giovane ma agguerrita e intelligente, capace di comporre in modo complesso e al tempo stesso immediato. Dote non da poco nel mercato discografico odierno. Alessandro Zoppo
STÖNER KEBAB – Chapter Zero
La carne è ben cotta, non è certo agnello o montone, ma uno spiedo verticale a base di riff ad alto tasso di colesterolo, ritmiche asfissianti e volumi monolitici che le spezie psichedeliche addolciscono solo in parte. Il kebab è buono abbastanza, viene da Prato ed è condito di droga, ironia e divertimento, se si pensa che nasce dalle ceneri dei Gulu Locus. Giusto un filo di spessore in più (leggi durata del disco) e sarebbe il piatto dell'anno.A servirlo sono questi quattro ragazzacci che si dilettano con un stoner rock ultra heavy, come ci avevano abituato gli OJM di "Extended playing" e "Heavy", appunto… Basta prendere i Kyuss e la loro maledetta ossessività heavy psych, abbinarli alle matasse di 7Zuma7 e Orange Goblin, aggiungere un pizzico di cattiveria metallica di stampo Helmet (o Unsane, o Kung Pao, fa lo stesso, l'importante è che ci sia del marciume…). Sembra facile ma non lo è affatto. Anche il puro cazzeggio ha un prezzo da pagare. Ma ad avercene di gruppi così. "Cop song" è fuzz e psichedelia godereccia a tutto spiano, è la canzone che gli Orange Goblin non scrivono più dai tempi d'oro di "Frequencies from Planet Ten". "Amazing Aurakaria" rilegge i Fu Manchu in chiave heavy blues, aggiungendo la giusta dose di ruvidità (soprattutto nelle vocals slabbrate). "The march of the yellow lizard" spacca timpani e cervello con il suo andamento mastodontico, cupo, lisergico. Sembra quasi che i Vortice Cremisi abbiano trovato un valido corrispettivo… Ma "Saint George" ci smentisce subito dopo con la sua slide assassina e una serie di riff e melodie a rapida presa. Degno antipasto prima della conclusiva "Stoner Kebab" (viscido stoner sludge che leva il fiato ed aumenta la fame) e della fantasiosa ghost track, improvvisazione psichedelica dal gran fascino. No christians, no posers, no rockstars… We want more Stoner Kebab! Alessandro Zoppo
STÖNER KEBAB – Imber Vulgi
Ebbene si, ci troviamo nuovamente in Italia. Sembrava impensabile fino a qualche anno fa, eppure la musica del deserto unitamente a quella del destino sembra continuare a fare proseliti in lungo e in largo per lo stivale. Tuttavia il nome degli Stöner Kebab non è nuovo ai nostri lettori, né tantomeno agli stoner/doom maniacs nostrani, ma con “Imber Vulgi” ci troviamo al cospetto di un lavoro maturo e coraggioso, che pone il four-piece toscano tra le migliori band nell’ambito della psichedelia pesante italiana.Gli Stöner Kebab amano osare, come dimostrato chiaramente da questo “Imber Vulgi”, unico brano dalla durata di 33 minuti e 32 secondi, una lunga litania che ingloba la psichedelia malata e la passione per le sonorità slabbrate di cui sopra. Chitarre laceranti e sezione ritmica pulsante, alle quali danno manforte divagazioni acustiche, effettistica lisergica varia, armonica a bocca, sitar, dissonanze acide e soluzioni vocali devianti ed ossessive ma ricche di fascino. Un kebab delizioso e ricco di ingredienti dunque. Le influeze toccano gli Sleep così come gli Electric Wizard passando in rassegna anche gli Orange Goblin e gli Entombed della fase death ‘n roll, il tutto reinterpretato in maniera sublime e con una spiccata personalità. Una raccomandazione: teneteli d’occhio! . Davide Straccione
STÖNER KEBAB – Simon
E con "Simon" sono quattro i tizzoni incandescenti eruttati dagli Stöner Kebab, band generalmente nota per appartenere al versante "estremo" dello sludge doom. In realtà oltre al verbo sabbathiano inacidito e brutalmente appesantito da scorie melmose, i nostri hanno sempre inoculato estranianti passaggi progressivi e psichedelici estratti dalle primitive sonorità lisergiche di seconda metà anni Sessanta, tanto da risultare stimolanti all'ascolto anche a chi non è per forza rassegnato al puro massacro sonoro. Va detto ovviamente che nel gruppo è viva un'anima moderna che racchiude alienate esperienze noisy, però la sintesi operata mostra un'abile conoscenza della materia trattata, e questo permette di assaporare una proposta bilanciata e ben riconoscibile. L'album è una delle varianti del concept su un ipotetico messia guidato da Lucifero in un onirico viaggio all'interno della mente umana, il cui scopo è quello di accendere gli istinti reconditi che albergano nei singoli individui. Un tema forse tipico di certa iconografia di genere se vogliamo, ma che l'abilità e la bravura degli Stöner Kebab riesce a rendere credibile e interessante. La prima "Saint Lucy" è esemplificativa in tal senso, tra fasi sospese, riff mastodontici, nere cavalcate e vocals sfuggenti che danno un senso di derealizzazione 'tangibile' e concreta. Quali che siano le intenzioni del quartetto toscano, il tutto gira a pieni giri senza frammentazioni di sorta, come dimostrano "Mad Donna", malefico brano d'assalto intelligente e creativo, e "My Cold Jackson", abilmente giocata su diabolici contrasti atmosferici. Il sitar che apre la lunga "Sex Sex Sex" non tradisce i presagi di un brano buio e rabbrividente, che però dopo qualche minuto subisce una melodica metamorfosi occult-prog, per poi essere nuovamente squarciato da riff stordenti, in un'ottima sovrapposizione. "New Evil Through Evil" è un altro strutturato killer che penetra le carni del malcapitato posseduto di turno, mentre probabilmente l'apocalisse demoniaca si sublima nelle note senza ritorno di "The Monster". Roberto Mattei
STÖNER KEBAB – Super Doom
«Sono i Black Sabbath, Super Doom. Un piccolo souvenir del tuo pianeta natale. Non ho badato a spese per farti sentire a casa tua!». Attenzione, sta per arrivare in città un nuovo supereroe. È Super Doom, l'aitante e baldanzosa maschera che cela la vera identità degli Stöner Kebab. Con un nome così, era inevitabile arrivare al terzo disco con un titolo, una copertina ed un immaginario del genere. Dopo "Chapter Zero" (2005) e "Imber Vulgi" (2007), il gruppo toscano tira fuori dall'armadio il vestito da sera di Jor-El e ci consegna un disco che è un'autentica goduria per chi mastica doom e psichedelia heavy.In queste sette folli tracce c'è dentro di tutto: i riff nero catrame dei Black Sabbath; l'hard psych come gli anni 70 hanno insegnato; deviazioni progressive (di senso); il blues da bettola che flirta con il 'nuovo' metallo. Complici gli azzeccati inserti di synth e armonica, "Super Doom" sviscera malvagità e groove da tutti i solchi. La vecchia foresta si spalanca con "Tom Bombadil", macigno che fonde metal, blues e stregoni elettrici. "Viverna" apre le sue possenti ali per volare verso quelle terre scoperte da Mastodon e Baroness, "Iron Tyrant" fa invece della strategia cibernetica il suo valore aggiunto. Parlano italiano le bellissime "Astronavi domani" (inutile specificare di cosa sia la cover) e "Ibuki", extreme heavy southern lento e congelato come un ralenti di Sam Peckinpah. "New Church" è stoner assatanato ed evocativo che prepara all'assalto della conclusiva title track. Dieci minuti nei quali sviscerare il connubio perfetto di doom e psichedelia, riff laceranti e sitar cosmici, Clark Kent e Lex Luthor. «Gradisce un bicchiere di Vinum Sabbathi?». «Certamente. Bevo sempre quando volo». Alessandro Zoppo
STONER KINGS – Fuck the world
Nonostante uno dei nomi più brutti in circolazione, gli Stoner Kings tornano a farsi vivi dopo l’esordio “Brimstone blues” uscito nel 2002. Il nuovo “Fuck the world” è un lavoro ambizioso, nel quale la band ripone ampie aspettative. Ottima produzione infatti, artwork di lusso e una serie di ospiti d’eccezione: Alexi Laiho dei Children Of Bodom, Marco Hietala dei Nightwish, Pasi Rantanen e Nino Laurenne dei Thunderstone, Eero Kaukomies dei Gamma Ray e altri ancora, tutti divisi tra backing vocals e guitar solos.In effetti il sound degli Stoner Kings - a dispetto del nome - risente di influenze disparate. Se brani come “Mantric madness”, “Stem the tide” o “Burn you to ashes” spingono sul versante dello stoner groovy e roccioso (ma pur sempre melodico), episodi quali “Doomsday sunrise” e “One of the sane” virano verso soluzioni hard’n’heavy decisamente sleaze e pompose. Immaginiamo che nel background del gruppo finlandese ci siano di sicuro Motley Crue e Skid Row, così come il tiro selvaggio dei Black Label Society di Zakk Wylde. Non a caso le chitarre di Shank si concentrano su riff ‘ciccioni’ e possenti, esaltati dalle ritmiche quadrate di Blackie (basso) e Crash (batteria). La voce di Starbuck (singer canadese, oltre che noto campione di wrestling) è tosta e stentorea, proprio ciò a cui si pensa guardando il suo fisico. Questa epica da moderni gladiatori viene fuori in pezzi come “Cyclone (the sky is falling)” e “Angel weed”, quest’ultima contraddistinta da un oscuro taglio ‘sabbathiano’ niente male. Altrove ritorna l’heavy stoner sound più granitico (“Heavy mushroom daydream” ricorda molto i Generous Maria, “Black lotus” è impreziosita dalle intriganti vocals di Tanja Kemppainen dei Soulgrind), mentre “Sweet misery” è un focoso e vibrante heavy blues, la song meglio riuscita dell’intero album. Insomma, “Fuck the world” è un disco sicuramente piacevole ma non essenziale. Aspettiamo gli Stoner Kings alla prossima uscita con qualcosa di ancora più incisivo, perché le potenzialità ci sono tutte. Alessandro Zoppo
STONEWALL NOISE ORCHESTRA – Vol. 1
Se dovesse ancora capitarvi un domani di rispondere, e non a parole, alla fatidica domanda “che cos’è lo Stoner Rock” postavi dal solito amico interessato ma neofita, al fianco dei mostri sacri quali Kyuss, Monster Magnet e Fu Manchu, da oggi avete una nuova valida risposta da proporre in alternativa: fategli ascoltare il debut album degli Stonewall Noise Orchestra.Dicendo ciò non c’è ovviamente l’intenzione di innalzare la giovane formazione al livello degli illustri nomi sopra citati, ma solamente la consapevolezza che la band svedese ripropone in questo “Vol. 1” tutti gli standard più classici del genere in maniera tale da poterne rappresentare quasi un manifesto. Nati dalla fusione tra Demon Cleaner e Greenleaf, gli SWNO si propongono come devoti e appassionati interpreti di quel sound energico, grintoso e fortemente retrò che ha fatto la fama di un genere in continua evoluzione e mutamento. Lontani però da ogni moderna tendenza, soprattutto da quella scandinava, gli SWNO danno alla luce un disco assolutamente dedicato allo stoner rock più intransigente e di vecchia scuola, con una forte matrice hard rock che prevale decisamente su quella psichedelica, qui accennata solo in alcuni brevi episodi, e su quella ‘jammistica’, a favore di brani ben strutturati, solidi e corposi nei propri essenziali ma avvincenti riff, caratterizzati da un sound caldo ed avvolgente, decisamente prevalenti rispetto alle sporadiche lead e assoli di chitarra. In tutto quello che così descritto potrebbe sembrare del puro e semplice manierismo di buona fattura, la band ci mette decisamente del suo, azzeccando praticamente tutti e 10 i brani qui proposti, grazie a melodie immediate e gustose, ad un’ispirazione davvero sbalorditiva e a un generale lavoro davvero di alto livello. E poco allora importa se il cantato più volte si avvicina ad un pericoloso ma quanto mai piacevole incrocio Wyndorf/Ozzy o se quel riff in principio sembra essere eccessivamente intuitivo o banale e pare ricordarne almeno altri dieci, quello che conta è che gli ascolti di questo “Vol. 1” non si lasciano certo desiderare e ogni volta un piacevole senso di soddisfazione si fa strada e si consolida nell’ascoltatore. Da oggi quando non saprete, per il classico imbarazzo che spesso si prova di fronte alla propria personale discografia, che disco ascoltare alla ricerca di qualcosa di veramente classico, oltre ai soliti capolavori metteteci pure gli Stonewall Noise Orchestra e non avrete alcun pentimento per tale scelta. Witchfinder
STOOGES, THE – The Stooges
Correva l’anno 1967. James Newell Osterberg (alias Iggy Pop), i fratelli Ron e Scott Asheton e Dave Alexander formano a Detroit un gruppo rock e decidono di chiamarlo The Stooges. Due anni dopo i quattro riescono ad ottenere un importante contratto con la Elektra che ne pubblica l’esordio, affidandosi per la produzione nientemeno che a John Cale dei Velvet Underground.
Stranger in My Town – Vol. I
Lo straniero nella mia città ha il passo lento e lo sguardo torvo. Mosso da strane pulsioni, ha la testa piena di viaggi strumentali al termine dell'universo conosciuto. Allan, Isacco, Marco ed Enrico lo muovono con i fili del tocco di classe e dello schiaffo in faccia. Un po' come si fa con i cagnacci indisciplinati. "Vol. I" è il primo disco autoprodotto dagli Stranger in My Town nel settembre 2016 dopo due anni di gavetta, concerti e sacrifici. Miscela sapientemente l'amore che hanno i nostri verso il desert sound psichedelico alla maniera di Brant Bjork, Colour Haze e Causa Sui, con un approccio hard post Kyuss. Anche se qui abbiamo alcune robustezze heavy alla maniera dei Pelican di "Australasia", come nell'iniziale "Cicada". Il tocco che fa la differenza è quello della chitarra solista di Allan: un guitar hero che non cerca il funambolismo a tutti i costi ma che vuole riscaldare l'audience con il cosiddetto tocco soulful. Non che il resto della band sia da meno, sia chiaro, ma quando la musica ha quella sospensione tipica per dare spazio alla parte melodica della solista si sviluppa una piccola magia ("Terra"). C'è anche una gradita sorpresa cantata, grazie all'ospite d'onore Matteo Perego che presta le sue lyrics e la sua ugola a "Dry Eye", ma non ci allontaniamo tanto dai pezzi che abbiamo sentito finora, segno questo di una identità molto ben definita. Ma se volete sentire il brano dovete andare sulla pagina Bandcamp della band, perché nel disco ufficiale c'è solo, inspiegabilmente, la versione strumentale. Una buona band con ottime soluzioni strumentali che segna il suo percorso in maniera originale e compiuta. Questo è il focus attorno al quale ruota il concetto Stranger in My Town. [caption id="attachment_6015" align="aligncenter" width="640"]Stranger in My Town Stranger in My Town[/caption]   Eugenio Di Giacomantonio
STUMM – I
Il nome della casa discografica è già di per sé un presagio: Aesthetic Death è infatti l’etichetta che tanti anni fa ebbe il coraggio di pubblicare i primi dischi dei mostruosi Esoteric, facendo così conoscere al pubblico il loro allucinante doom lisergico. Oggi le cose non cambiano poi tanto. Questi Stumm sono un terzetto finlandese e fin dall’iniziale “Chokehold narcosis” è chiarissimo il genere da loro proposto, un doom lisergico suonato ad una lentezza/pesantezza estreme. Per dirla subito in breve, i nostri possono essere descritti senza problemi come la versione finlandese degli Electric Wizard, né più né meno. Il suono è pressoché identico ai lavori più heavy del trio inglese (ovvero il mitico trittico “Come my fanatics”, “Supercoven” e “Dopethrone”) ed il tutto è poi suonato e proposto in una versione ancora più marcia e slabbrata, allacciando così il trio finnico allo sludge, anche per lo stile vocale sofferto/disumano del cantante/chitarrista J. Mattila.Un suono cavernoso e rumoroso all’inverosimile, che in più di un occasione s’immerge nel drone/industrial, tanta è la sua staticità, compressa in ultrasaturi riff. Tutte le canzoni (quattro, per oltre 35 minuti di musica) avanzano con la leggerezza e la delicatezza di un mammut, non mostrando comunque variazioni sul tema, ed in fondo questa è la caratteristica e la “bellezza” di questo genere. Qui non si cercano possibili vie d’uscita, anzi dubitiamo che se ne abbia la voglia: chi suona/ascolta questo (sotto)genere doom chiede solo di essere stordito/annientato dall’ossessiva pesantezza/lentezza/ripetitività dei riff. Quindi, o siete completamente persi (diciamo pure schiavi) nello stile e nel suono Electric Wizard e affini, oppure statevene il più possibile alla larga da questo disco. Il voto dato dovrebbe farvi capire da che parte stiamo. Marco Cavallini
SUITE – Prima del vero
Un paio d’anni fa mi arrivo un demo di un gruppo chiamato Suite, tutt’altro che aggressivo e nemmeno catalogabile alla voce “rock”, pregno com’era di una sorprendente eleganza pop che mi aveva colpito e che non me la sentivo di lasciare nel dimenticatoio, pur se abbastanza estraneo gli usuali ascolti dei frequentatori di questo sito. Ora mi ritrovo a parlare dello stesso gruppo, accasato ad una etichetta che crede in loro, maturato sia a livello compositivo che nell’uso dei suoni. Limitarsi a parlare di pop-rock sarebbe estremamente limitativo vista la qualità e la varietà proposta: la band non si accontenta di azzeccare alcune melodie orecchiabili (cosa che riesce benissimo in più di un’occasione) ma va alla ricerca di sonorità che guardano piacevolmente al passato per attualizzarle in modo esemplare. Tra una traccia e l’altra si insinuano infatti atmosfere care a certo prog-pop inglese e ad una vaga vena psichedelica che gioca a nascondersi fino alla fine del disco; alcune chitarre leggermente aggressive, una adeguata prestazione vocale ed arrangiamenti di spessore completano il quadro. The Bokal
SUITE – Suite Ep
Comincio col dire che non siamo di fronte ad una nuova emissione stoner e/o derivati, ma mi trovo tra le mani un promo Ep di.. (indie) pop italiano! I bolognesi Suite mi hanno inviato questo promo chiedendomi di recensirlo per Perkele, mi son sembrati simpatici e determinati e così eccomi qui a parlarvi di un disco (per me) alternativo ai consueti ascolti. I sette pezzi che compongono il lavoro sono stati registrati molto bene e professionalmente tra Dicembre 2003 e Aprile 2004 e vedono una formazione schierata a 4 che alterna l'utilizzo dei classici chitarra-basso-batteria a strumenti più ricercati il che dona una certa varietà al sound dei nostri. Il cantato ovviamente è in italiano, ma la cosa che sorprende è che non ci sono paragoni diretti con il nostro pop (se non con alcune cose indie) ma mi trovo costretto a guardare oltre manica per trovare delle affinità artistiche e delle possibili fonti d'ispirazione. Nei limiti dei miei ascolti nel genere forse può sembrare scontato arrivare al paragone con gli eterni Beatles, o meglio, arrivare al paragone con tutte quelle band che hanno come punto di riferimento i 4 di Liverpool. Questo vuole essere un complimento, visto gli ottimi intrecci sonori intessuti dai Nostri e le linee vocali mai invadenti e mai troppo scontate. Ho apprezzato molto il pezzo d'apertura e anche la Stanza, impreziosita da un piano Rhodes; vi dirò poi che l'andatura e le melodie retrò di Anna (Divano e Tivvù) mi hanno fatto pensare ai Motorpsycho di Let Them Eat Cake, che gli arrangiamenti dei pezzi sono sì ricercati ma mai pesanti da digerire e che nel complesso il lavoro ha poche cadute di tono. Credo che se il pop italiano di un certo livello suonasse più spesso come questo ep me lo andrei ad ascoltare più volentieri, ma forse sono il solito utopista.. Complimenti ai Suite! Bokal
SUN AND THE WOLF – Salutations
Richiami allo shoegaze più evoluto. Fumi narcolettici e ritmi relax con un forte richiamo alla melodia. Nati da dei Jesus and Mary Chain più sdolcinati e cresciuti con Brian Jonestown Massacre, Black Rebel Motorcycle Club e Soundtrack of Our Lives, i Sun and the Wolf confezionano un prodotto delicato e convincente. Registrato al Voxton Studio di Berlino, "Salutations" vede in formazione ex membri di The Have, band neozelandese che ha riscosso un leggero successo commerciale grazie ad alcuni passaggi televisivi nazionali che hanno fruttato ben tre inviti al SXSW di Austin, Texas e due album di lunga durata. Dalla ceneri prettamente retro garage della band che li potevano avvicinare ai loro compaesani The Datsuns, il frutto che abbiamo nelle nostre mani oggi è qualcosa di leggermente più orientato verso ascolti più ampi.
"Settle Down" conferma la capacità di Brodie White e Peter Mangan di creare trame convincenti con le chitarre; con "Into This Mess" l'affondo verso il raga rock dei Sessanta è completo e "Never Sorry" ci propone genuine relics lennoniane che non smorzano la dolcezza che pervade l'intero lavoro. Le voci sono spesso sussurrate e non forzano mai la mano in direzione dell'aggressività. Spesso gli arrangiamenti ricorrono a delicati tocchi di effettistica retro come gli assoli rovesciati di "All We Need" o i suoni in loop nell'intro di "The Fisherman" che dimostrano assoluta accuratezza in ogni fase di realizzazione del disco. Anche se le radici non sono del tutto smorzate come emerge dalla robusta "Why Are We Not Fading". Alla fine della fiera "Salutations" si dimostra essere un disco completo e maturo. Non una festa del secolo, ma un piacevole party tra amici. Eugenio Di Giacomantonio
SUN OF WEAKNESS, THE – Trompe l’oeil
Arriva il momento del debut album per i The Sun Of Weakness, grazie all’interesse della sempre più intraprendente My Kingdom Music, etichetta ormai leader nella pubblicazione e promozione di certe sonorità. I loro precedenti tre demo cd avevano sempre ottenuto ottimi voti da ogni rivista (cartacea o web) ed oggi, ascoltando “Trompe l’oeil” se ne comprende in pieno il motivo. “Trompe l’oeil” è infatti un bellissimo album di ethereal gothic metal (mai termine è più appropriato), un disco che farà la gioia di quanti sono rimasti orfani degli Anathema del periodo “Alternative 4”/”Judgement” (per molti, anzi diciamo pure tutti, l’apice della carriera dei fratelli Cavanagh).Canzoni come “Floating deserts“, “Just one world”, “In alarm” (un trittico iniziale da paura!), la splendida “Chemical frustration” e la dolcissima “Hysterical mystake” (quante band gothic negli ultimi anni hanno scritto una canzone di tale intensità emotiva?) sono quanto di meglio si possa chiedere ad un gruppo che ha scelto come proprio cammino stilistico quello di far convivere la malinconia del suono gothic con la dolcezza della musica eterea; tanti gruppi ci hanno provato in passato con risultati altalenanti, oggi ci riescono con una maestria fuori dal comune questi cinque ragazzi di Civitavecchia che sembrano aver assorbito nel proprio DNA la maestria dei grandi nel sapersi districare in questo (sotto)genere musicale. Un gruppo, i The Sun Of Weakness, capace di ammaliare fan del gothic dai toni progressive (Opeth, Novembre), così come gli ascoltatori dei Porcupine Tree, gruppo dedito a miscelare soluzioni prog in un contesto dal mood malinconico/psichedelico. Avvicinatevi a“Trompe l’oeil”senza indugi e preparatevi ad assorbirne il duo contenuto: un etereo vortice di malinconiche emozioni. Marco cavallini
SUN RIDER – Fuzz Mountain
I Sun Rider da Dordrecht, Olanda, sono un perfetto e riuscito connubio tra l'heavy metal psichedelico degli Orange Goblin e il songwriting Seventies di gruppi come Radio Moscow, Blues Pills e gli ormai defunti Prisma Circus. I sette pezzi di questo "Fuzz Mountain" macinano riff su riff senza cedimenti. Hanno un qualcosa di classico che potrebbe riportare alla mente (e ai gradimenti diffusi) Wolfmother e Rival Sons, se non fosse per l'ugola infuocata di mr. Philippo (!) che con ferocia non fa concessioni alla melodia. I primi tre pezzi sono letteralmente infuocati.
Avete presente la mina che vi è scoppiata in testa al primo ascolto di "Frequencies from Planet Ten"? Bene, i Sun Rider riescono a riproporci la stessa magia. E con "High Priestess of the Moon" ritroviamo un calore ZZ Top a grana fine. Le corde si allentano verso "Deep Space Blues" che, come suggerisce il titolo stesso, è un viaggio al termine dell'universo in bassa battuta. Il finale di "Roadking" e "Escape to Fuzz Mountain" prevede l'ultimo sprazzo di urla ferine e il rituale magico dell'abbandono. Sitar e incenso introducono l'ultima galoppata in perfetto stile chitarristico di Josh Homme e il rito acclamatorio verso la fuzz mountain è concluso. Forse è un po' esagerato ma è coerente che, come dicono le loro note introduttive, Sun Rider actually brings something new to the table. Eugenio Di Giacomantonio
SUN ZOOM SPARK – Saturn Return
Avevamo già apprezzato i Sun Zoom Spark in occasione dei due volumi "Transmissions from satellites", esperimenti di psych jam condotti da Eric Johnson (voce, chitarre) in compagnia del fido Steve Goetz. Ora la creatura di Johnson torna a farsi viva con materiale nuovo di zecca, affidato ad una rinnovata formazione (Bobby Hepworth - tastiere -, Brian Maloney - basso e sax -, J Ratcliff - batteria -) e registrato nel corso del 2004 a Tucson, Arizona. Base operativa da sempre fertile per la mente del compositore statunitense, che stavolta muta le coordinate del proprio sound.Le scorribande psichedeliche trovano infatti freno in composizioni secche e ragionate, divise tra focoso hard blues ("Dixie cups and valentines"), torride armonie soul ("Iner space trajity", in cui riff e cantato rimandano al microcosmo 'rollingstonesiano' di metà anni '70, con la sola variante legata ad ariosi e psichedelici tappeti di sitar e tastiere), corrosivo garage rock ("Daughter of the twilight") e genuine intuizioni pop ("You bury me"). Certo, l'acid rock non è del tutto messo nel cassetto, ma torna a farsi vivo in maniera compressa, come se fosse una delle tante componenti che vanno a formare il suono targato Sun Zoom Spark. Un sound che mantiene comunque i suoi punti fermi, la propria identità. E lo fa quando affronta la psichedelia languida e romantica di "Glow like starshine", "The fool" (cover dei Camper Van Beethoven) e "All I have left of you", tracce perfette per uno scenario da cielo stellato in compagnia della ragazza dei nostri sogni. D'altronde questa vena intima e romantica fa capolino anche in "Well of souls", bellissima divagazione strumentale che profuma di notte e deserto, con chitarre dilatate, hammond, fisarmonica e sax a creare un'oasi di piacevole stasi. Ma queste atmosfere si ripetono in "Silent hearts decline your invitation" e nella title track, rock lisergico scandito dai riff possenti delle chitarre e dagli inserti di synths, che ricordano Phish e Thin White Rope per impatto, senso della melodia e voglia di viaggiare sulle note senza tanti pensieri. La libertà più visionaria ritorna invece in "Long days journey into tonight", psichedelia strumentale di taglio Pink Floyd/Quicksilver/Ozric Tentacles, davvero di altissimo livello: ritmiche pacate, chitarre liquide e piano rhodes, fughe acide ed un senso della jam in piena pace mentale. Mentre il passaggio elettronico di "Nocturnum" funge da trampolino di lancio prima della conclusione affidata a "Hideaway", grande hard rock'n'roll zeppeliniano da gustarsi con un buon drink a portata di mano. Davvero un bel disco "Saturn return". Se si considerano i Sun Zoom Spark un diversivo rispetto all'impegno dei Black Sun Ensamble, la genialità di Eric Johnson acquista punti su punti. Alessandro Zoppo
SUN ZOOM SPARK – Transmissions from satellites volume one
E’ davvero originale l’idea che hanno avuto Steve Goetz e Eric Johnson, alias Sun Zoom Spark: registrare ore ed ore di jam improvvisate solamente con basso e batteria e poi fare uscire due dischi con le stesse ritmiche ma curati in modi diversi da ognuno dei due. Questa piccola saga ha avuto dunque inizio con il primo volume, curato da Johnson, il quale oltre che alla batteria si diletta con chitarra, flauto, moog e percussioni. Ciò che ne viene fuori è un sound magmatico e astratto, puro rock psichedelico che ricorda le fasi più stralunate di Outskirts Of Infinity e Bevis Frond (non a caso lo stesso Nick Saloman ha paragonato il groove sprigionato dalla band alle esperienze passate di vecchie glorie psych come The Yellow Pages e The Hook). Ma i Sun Zoom Spark non sono certo i primi arrivati, sono ormai in giro da una decina di anni e le esperienze accumulate (ad esempio la collaborazione con i Black Sun Ensemble di Jesus Acedo) si fanno sentire. Rock astrale e jam in piena libertà d’espressione sonora, costruzioni progressive e parentesi ambient, le fughe si susseguono l’una dietro l’altra (“El corazon”, “Hey Steve, can you run fast?”), con chitarre che passano dal garage (“Donwtown”) allo stile hendrixiano (“Valley of the shadow”) fino ad essere affilate e taglienti (“Over the mountain”). Le atmosfere oniriche di “Blues for the shifting sands” fanno davvero volare, tanto quanto i sapori latini di “Soul patch”, mentre i delicati inserti di flauto in “Zolla” e “Rock you” conferiscono un tocco lieve al tutto. Poche le parti cantate (ironiche quelle presenti in “King of the hip hop swing”, allucinate quelle di “Just like the sunset”), ciò che predomina è la voglia di improvvisare e perdersi in fumose jam dove l’unico canovaccio da seguire è quello scritto nella propria mente. Un bel trip questa prima parte del nuovo esperimento targato Sun Zoom Spark. Non ci resta che aspettare in trepida attesa il secondo capitolo firmato Steve Goetz per vedere fin dove arriva la verve libertaria che anima questi signori musicisti… Alessandro Zoppo
SUNN O))) – Black One
Nell'oscurità si può nascondere qualsiasi cosa, voci senza padrone, lamenti lontani, perfidi rumori di paura, silenziose minacce. L'oscurità cancella le cose, si prende aria e spazio, nel buio crea le forme di incubi e dolori. Questo Black One fà la stessa cosa: l'aria vibra per diventare oscura ossesione. Mai titolo fu più preciso.Il tutto inizia con "Sin Nanna", i primi versi della notte si avvicinano per l'alba dell'oscurità in un claustrofobico pezzo black ambient. Poi entrano i riff rallentati e ripetitivi, in pieno stile Anderson/O'Malley, accompagnati questa volta dal growl di Malefic (blackster da Xasthur e Twilight), da urla di dolore e da una chitarra che con note alte e veloci rende all'orecchio il senso di una instancabile macchina di tortura. Segue "Cursed Realms (Of The Winterdemons)", stravolta cover degli Immortal in cui lente aperture di chitarra e sinth si alternano a ipnotici rumori sincopati; dieci minuti di drone sotto ad una pelle ambient. Drone che ritorna nella pura veste Sunn O))) per i tre pezzi che seguono: "Orthodox Caveman", "Candle Goat" e "Cry For The Weeper". Lunghe progressioni opprimenti ben mescolate alle atmosfere di cattiveria e paranoia della prima metà del disco, che viene chiuso con una breve ripresa del black ambient iniziale, introduzione per una lunga e pesantissima conclusione che toglie ogni speranda di un "quiet ending" dopo una notte di oscurità e paura. In fondo a questa esperienza si può tranquillamente affermare che non c'è bisogno di ascoltare questo disco nel mezzo della notte per apprezzarne le atmosfere maligne. I Sunn O))) come al solito sono capaci di trasportarci in uno stato di oscura trance anche in pieno giorno, e questa volta con l'abile aggiunta della cattiveria. Federico Cerchiari
SUNN O))) – White 1
Per chi non lo sapesse, i Sunn O))) sono la folle creatura partorita dalla mente contorta di Greg Anderson (patron della Southern Lord, etichetta specializzata in proposte doom ed extreme doom, nonché presenza di spicco con Goatsnake, Engine Kid e Thorr's Hammer) e Stephen O'Malley (anch'egli invischiato con band come Khanate, Thorr's Hammer e Burning Witches). Dalla fusione dei loro cervelli contorti prende corpo l'essenza Sunn O))), giunta al quarto capitolo della propria storia. Non si tratta semplicemente di doom, anzi, di riff sabbathiani e ritmiche cadenzate ne rimane solo l'ombra: il nuovo corso del gruppo lascia da parte il sound arcigno dei precedenti lavori e si getta a capofitto su una sorta di ambient noise cupo ed ossessivo, caratterizzato da un fare volutamente monocorde ed anestetizzante. Parliamoci chiaro, molti stroncherebbero subito questo dischetto per la sua noiosità e la sua piattezza. Ma sarebbe troppo facile, semplicemente perché è proprio questo tenebroso senso di stasi il significato di "White 1". Tre lunghissime tracce, tre monoliti che si agitano tra rumori sinistri, vocals evocative e tappeti ritmici stordenti. L'illustre presenza di ospiti del calibro di Julian Cope (sua è l'ode declamatoria in "My wall", venticinque minuti di effetti onirici ed emissioni magmatiche tanto intense da lasciare a bocca aperta durante tutto l'ascolto), Joe Preston (Thrones, The Whip, ex Earth, ex Melvins) e Runhild Gammels (vocalist dei Thorr's Hammer) rende l'atmosfera ancora più visionaria ed angosciante. "The gates of ballard" è una litania che procura disagio ed inquietudine, si agita violenta durante il suo disfarsi ed intrappola con le sue trame allucinate e pestifere. "A shaving of the horn that speared you" è l'arrivederci finale, la quadratura del cerchio, un estenuante viaggio negli inferi, un trip progressivo e regressivo tra drones malati e picchi di insanità culminanti nel duo distorto tra Preston e Gammels, vero e proprio mantra psicotico e lisergico. Non c'è che dire, i Sunn O))) sono questi, criptici e soffocanti. Non ci sono alternative, chi li ama li segua, fino all'inferno… Alessandro Zoppo
SUNNSHINE – No more forever
La storia dei Sunnshine pone cronologicamente le proprie basi nella metà degli anni ’90 e il presente No More Forever è una raccolta pubblicata dalla Daredevil Records contenente parte considerevole del materiale registrato dalla formazione nel corso degli anni, della quale mai niente ha visto la luce nel Vecchio Continente. Si tratta quindi di una raccolta antologica per una formazione che, nonostante le numerose apparizioni live negli States in compagnia di nomi altisonanti della scena heavy rock/stoner quali Clutch, Spirit Caravan Karma To Burn e Atomic Bitchwax, non ha mai avuto la fortuna di esplodere commercialmente e di potersi garantire una giusta e meritata visibilità. Il lavoro di archeologia musicale compiuto dalla Daredevil comprende uno spaccato dell’intera produzione della band, a partire dalle prime incisioni su nastro del 1993, fino alle ultime testimonianze risalenti al più recente 2002 (parte del recente materiale è stato anche prodotto da Joe Barresi, noto ai più per i lavori con i QOTSA).Grazie alla collaborazione con la Swell Creek Records ecco quindi arrivare anche in Europa il testamento musicale di una band che ai più potrà sicuramente risultare sconosciuta, ma da un interessante potenziale. Parliamo di testamento in quanto i Sunnshine sono oramai sciolti da alcuni anni, ma questo non impedisce di certo la loro scoperta (o ri-scoperta) da parte di un pubblico certamente maggiore di quello mai raggiunto durante i circa 10 anni di attività. Il sound di questa band potrà in quest’ottica risultare quasi profetico, per il suo concentrato altamente emotivo, per le melodie malinconiche che ricordano i primordi grunge di mostri sacri quali Alice in Chains e Soundgarden, mischiati con l’introspezione e l’intensità di certi COC o addirittura Type O Negative. Un lavoro eterogeneo per composizione (le ultime 5 tracce sono in versione demo) ma in cui è possibile ritrovare l’anima e lo spirito di una formazione dal sapore nostalgico, il cui valore non ha mai avuto il giusto spazio. Almeno fino ad oggi, dato che No More Forever è sicuramente il miglior modo per tributare degnamente i Sunnshine. Witchfinder
SUNRIDE – The end justifies the means
Conosco bene i Sunride. Il loro primo 10" "Magnetizer" fu per me una folgorazione, un capolavoro che a distanza di anni non smette di stupirmi ed emozionarmi. Una voce che si ergeva originale, nel pur popolatissimo panorama heavy rock psichedelico. Capacità compositive di valore assoluto. Si poteva dire che erano altri a ritrovarsi a suonare 'a la Sunride'. Non è roba da poco! Da allora, da vero fan li ho seguiti attentamente in ogni loro mossa. Ed eccoci oggi, a disquisire di questo full-lenght. Posso dirvi che alla cometa a cinque punte capitanata dal singer Jani Peippo (che nomi assurdi, sti finnici…) non è mai piaciuta stare ferma. Ne ha fatto di strada. E ha perso nel suo percorso molta di quella polvere e gas che la caratterizzava per caricarsi di scorie metalliche che finemente e rilucenti ci circondano in nuove sfaccettature. "Otherside" esordisce con come un bolide che si scaglia al suolo e costringe a levare gli occhi al cielo, dove vediamo passare in uno splendore incantevole, più freddo del solito. Merito, o colpa, di una sensazione di malinconia mai provata prima. E qui sta la novità: odo echi di Katatonia, che mai i nostri avevano utilizzato. A dire il vero anche la copertina ricorda gli svedesi. Qualcosa è cambiato. E la seconda track non fa che enfatizzare e confermare le mie impressioni iniziali. Fredda come vento nordico di primavera si infiltra "Colourblinded". Essì, qualcosa è cambiato, ma non è spiacevole. Ma ecco virare leggermente verso lidi più tradizionali "Bluesong" e la title-track, dove i Sunride si ritrovano a fare le cose a loro più congeniali; quel heavy-alternative-ritornellato-spettacoloso che li ha resi famosi. Ma in modo decidamente più attraente e smaccatamente commerciale. Suonano alla grande, ti prendono, cambi azzeccati e melodici. Potremmo definirlo metal-pop nordico. Che trova sfogo in "Good morning darkness", "Ocean", "Waiting for the grace" e "Done a turn", delle buone calvalcate melodiche. Addirittura in in "One tragedy" troviamo un'armonica countryeggiante, suonata da chi? Michael Monroe (Hanoi Rocks), addirittura un glammettone della vecchia scuola! Però, che sconvolgimento, ragazzi. Quando finisco di ascoltare il disco non posso dire però che i Sunride mi abbiano convinto del tutto. Qui gli elementi ci portano tutti in una direzione. Scalare le classifiche. La produzione (ottima), le strutture (curate e dall'impatto immediato), la cura degli arrangiamenti. Sanno suonare, i nostri eroi. E probabilmente rimanere dei semisconosciuti è un abito che gli va stretto. Io non riesco a giudicare in maniera obbiettiva. Rimpiango le emozioni che hanno saputo regalarmi, e d'altro canto mi dico che se tutte le band da classifica suonassero come loro la scena ne guadagnerebbe di sicuro. Ma lì in alto le leggi sono severe e non si tollerano indecisi e rivoltosi. Esistono regole di mercato disgustose a cui bisogna adeguarsi, pena scivolare nell'anonimato. Non me la sento di stroncare un disco tutto sommato godibile e di impatto, basta non aspettarsi chissà quali paesaggi semisconosciuti e bellissimi. Un'ultima considerazione: 'il fine giustifica i mezzi' è una dichiarazione di intenti, una giustificazione da parte della band o cos'altro? Sarà il successo il fine ultimo del combo venuto dal freddo? Ai posteri… Considerate il voto anche come un omaggio personale 'alla carriera' dei finlandesi. Gale La Gamma
SUNRIDE – Through the red
Licenziato via People Like You, Through The Red è il ritorno degli stoner rockers finlandesi Sunride, che segue il debutto di due anni fa The Great Infiltration ottimamente accolto dalla critica di mezza Europa e una serie di EP e partecipazioni a svariate compilation. Il nuovo album mantiene una forte matrice hard rock, anche se forse ora la componente stoner si fa più presente. Pur rimarcando per alune caratteristiche il sound e i riff tipici di alcune stoner band scandinave (in alcuni momenti mi sono venuti in mente i Pawnshop) va considerato che i Sunride mantengono una certa personalità vista l'attenzione che pongono a certi aspetti melodico-ritmici che vanno a marchiare la maggior parte dei pezzi. Nelle dieci tracce che vanno a comporre il dinamitardo CD emerge sicuramente False Indipendence (brano che ha anticipato il CD nella raccolta Desert Rock Avengers), trascinante e dal gustoso refrain che va subito a piantarsi in testa all'ascoltatore. Se nell'intero arco del disco i pezzi mantengono una certa omogeneità, all'insegna del grintoso e roboante heavy rock, è proprio nei momenti in cui la band varia la sua matrice sonoro-ritmica che il valore del cd in questione aumenta notevolmente, sia nella già enunciata False Indipendence sia nel mid-tempo di Vinegar Fly che esplode in un grintoso chorus, oppure nella title-track che va a chiudere il lavoro con una proposta totalmente strumentale e suggestiva, degno epilogo di un buon album che è da ritenersi un buon passo avanti fatto dalla band e che sicuramente assicurerà al combo finlandese una maggior visibilità all'interno del panorama indie rock. Bokal
SUNWHEEL PSYCHEDELIC – Burning doves
Dietro il nome Sunwheel Psychedelic non si cela una vera e propria band ma il progetto solista del polistrumentista G.W. Miner, in giro già da diversi anni in qualità di chitarrista degli Electric Hellfire Club. “Burning doves” è il suo primo disco solista, completamente scritto, suonato e realizzato in proprio (anche l’artwork e la produzione sono opera di Greg). Lo sforzo viene premiato da un cd di granitico e roccioso hard rock nel quale si mescolano le influenze, musicali e culturali, che caratterizzano l’attività di Miner. The Cult (l’amore per l’operato di Billy Duffy e Ian Atsbury è evidentissimo…), Jimi Hendrix, Black Sabbath e Led Zeppelin da un lato, la filosofia di Nietzsche, una forte critica sociale, soprattutto verso le tendenze liberticide del governo Bush, e la passione per la letteratura dall’altro, sono i punti cardine su cui si basa l’album. Un insieme che dribbla il rischio di divenire una confusa accolta e trasforma la creatività di Gregory in un’opera compiuta e ben riuscita. In alcuni frangenti manca un po’ di mordente e certi passaggi si trascinano troppo stancamente, ma da un ascolto complessivo non possiamo far altro che elogiare la bravura di G.W. ed il suo grande eclettismo. Gli undici pezzi che compongono il dischetto brillano di una oscura lucentezza che riflette l’introspezione alla base del lavoro. Per mettere in musica tali sensazione Sunwheel Psychedelic utilizza tanto il senso d’attesa e la sospensione psichedelica di brani come “Hammerblows of thunder” e “Lilies of vice”, quanto la forza e la robustezza hard rock di macigni quali “Persephone”, la zeppeliana “Wheels in the sky” (quasi un tributo inconscio a “Kashmir”…) e “Lonesome highway”, marcata da un avvolgente groove quasi stoner. A spezzare il ritmo ci pensano invece azzeccati inserti di chitarra acustica e archi che smuovono la rigidità di “Sleeping waking” e “”Temple in my heart” e gli intrecci di tastiere che nobilitano “A drop in the mirror pool”. Insomma, un cocktail di stili e passaggi che convivono in maniera assolutamente convincente. Gregory Miner si conferma un ottimo compositore e soprattutto una persona di grande spirito. “Burning doves” è qui a dimostrarlo e mette in mostra tutto l’amore per la musica che anima la mente di un personaggio da tenere in considerazione. Alessandro Zoppo
SUPA SCOOPA – Storm
Quinto album in studio per gli spagnoli Supa Scoopa, power trio di Vigo formato da Mano alla chitarra, Quino al basso e dal batterista e vocalist Jorge.I nostri ci offrono uno stoner rock abbastanza accademico, fortemente ricalcato sulla scia di Kyuss e Orange Goblin in particolare; quindi assolutamente nulla di originale. Su questa base stoner si incastonano talvolta delle belle divagazioni di matrice psych che ben si amalgamano alla durezza dei riff hard. I pezzi di questo Storm presentano un'alternanza tra alti e bassi che ne inficia la realizzazione finale; più di un momento durante l'ascolto l'attenzione cala inevitabilmente per via della ripetizione scontata e iterata di soluzioni già sfibrate e logorate dal tempo e dalla miriadi di gruppi cloni che le hanno utilizzate. Da questo marasma di band senza personalità, i Supa Scoopa riescono a tratti ad emergere piazzando degli ottimi ed infuocati anthem stoner rock quali Satan's Revenge, Stoner Castle o Sand; ma è la prova sulla lunga distanza a non convincere, come già detto in precedenza molti sono i momenti di pura noia, e la durata di quasi un'ora di questo disco di certo non aiuta. Dunque un album non certo da buttare, e che qualche bel momento agli amanti di queste sonorità li regala pure, ma arrivati al quinto album forse è ora che gli spagnoli facciano un po' il punto della situazione; bisognerebbe scindere tra volere citazionistico (non a caso il loro nome è preso da una canzone dei Kyuss...) e volontà di fare musica personale a tutto tondo. Sufficienza stiracchiata. Daniele "Born Too Late"
SUPERCABRA – Down From the Mountain
I Subercabra sono un quartetto del New Mexico nato dalle ceneri dei The Sleestacks, combo che proponeva una inusuale forma di garage punk. Saddlosores Inner Parlors e Unhinged sono le band da cui provengono gli attuali membri dell'ensemble di Albuquerque. Il gruppo realizza "Down From the Mountain", album che ingloba elementi che vanno dallo stoner al desert rock, incrociandosi con sapori retro e garage'n'roll. Si parte con "Vanishing Point", avvincente song aperta dal massiccio fuzz riff e dal forte sapore psych con cantato layback: è space rock! Con la successiva "Death B4 Minvan" i quattro cambiano registro regalandoci un'incursione nel groove psych roll che ha reso celebri i Clutch, con tanto di vocalizzo molto affine a quello di Neil Fallon.Con "Early Morning Red Dog" i Supercabra confezionano un altro grande momento: sfuriate retro rock con rimandi a Grand Funk e Cactus ed incetta di heavy fuzz wah wah. "Drinking Driving Man" si prende una pausa, complice un rock'n'roll d'altri tempi che affonda le radici nella tradizione americana country bluegrass; "Resin" mostra il lato più delicato del quartetto per una heavy blues ballad dal sapore southern che riporta alla memoria Foghat e Black Oak Arkansas, il tutto condito da un tocco acid. Arriviamo così a "The Warzone" dove la band si misura ancora con la grande tradizione del rock che fu, fino al personale omaggio a Jimi Hendrix con "Las Vegas Ave.". "Stolen Freedom" ribadisce la vena acid blues del combo, "Grizzled Stoner Wizard" si muove ancora sul versante acido con un altro interessante momento fuzz. In chiusura ecco un'ipnotica rilettura del classico dei Black Sabbath "Eletric Funeral". I Supercabra realizzano un disco assolutamente valido con diversi spunti di lettura e malgrado la proposta non presenti innovazioni stilistiche, la scrittura ne esce comunque vincitrice grazie ad un approccio ed un gusto personali. In sostanza la rilettura del rock acido ai Supercabra è riuscita piuttosto bene. Antonio Fazio
SUPERJOINT RITUAL – Use once and destroy
È il caso di dire 'scusate il ritardo'. Recuperiamo in questa occasione l'esordio dell'ennesimo progetto (Down, Isolation Years) che Phil Anselmo ha licenziato nella scorsa stagione.La voce dei Pantera ha riunito attorno a sé altri pezzi da novanta come Jimmy Bower ( Down, Corrosion of Conformity, Eyehategod, Crowbar) e Hank Williams III, nipote della leggenda country americana Hank Williams, con l'obiettivo di suonare hardcore violento e deragliante, tenendo in debito conto il patrimonio delle rispettive band. Non cercano l'armonia i nostri ma piuttosto il contrasto feroce tra tempi che cambiano con grande istintività, riff che crunchiano di brutto e inattese aperture dissonanti (4 Songs). L'effetto creato è di instabilità e vertigine ma anche di dinamica, necessaria per ravvivare un disco di sedici tracce. Prendete ad esempio Ozena e The Introvert, due tra i brani più rappresentativi: un vulcano che respira a fasi alterne, che alterna accelerazioni deraglianti a marce decelerazioni sabbattiane e heavy groove di classico stampo thrash. Nell'impostare le vocals Anselmo estende il suo orizzonte alternando in maniera irrazionale grida ferine e suoni gutturali, sussurri e parlato. In Fuck Your Enemy e Drug Your Love la rabbia cieca si mischia addirittura al rock'n roll. Infine è nella title track che si tirano le somme con un perfetto distillato di blues lento e alcolico cantato in stato di scuoiamento. Anche stavolta il burbero Phil ne esce con gran classe concependo un disco che è molto più di un divertessement perché ha identità e coerenza proprie. Come dicevamo all'inizio, l'affiliazione con le band madri, e i Pantera in primis, si sente ma ci piace pensare ai Superjoint Ritual come ad un progetto che estremizza quel linguaggio rendendolo ancora più putrido e inquietante. Proprio come le paludi della Louisiana. Francesco Imperato
SUPERMACHINE – Supermachine
I Supermachine nascono nel New Hampshire del sud, tra le scintille delle centrali elettrotecniche e gli odori acri delle industrie del legno. Composti dagli ex Scissorfight Paul Jarvis (basso) e Jay Fortin (chitarra) insieme a Mike McNeil (batteria) e David Nebbia (voce), i quattro escono con questo debutto omonimo via Small Stone Records. In realtà degli autori di autentici concentrati di bordate hardcore stoner punk come "Guaranteed Kill", "Balls Deep", "Mantrapping for Sport and Profit" e "American Cloven Hoof Blues" ne è rimasto davvero poco. I Supermachine prediligono piuttosto uno stoner rock sporcato di infiltrazioni metalliche, derive southern e umori blues, che non fa affato gridare al miracolo. Le undici tracce dell'album scorrono rapide e indolori, senza colpire con un graffio mortale.L'opener "Solution" è ideale da canticchiare sfrecciando veloci su una decapottabile: quando il tragitto è finito non ne resta quasi memoria. "Broken" ha un chorus da stadio, come la metallosa "Pill Cruise"; "Transformer" poggia su riff sudici di marca Zakk Wylde/Pepper Keenan, "MT" e "Flesh Farm" vivono di tarde tentazioni grunge, mentre "Josey Wales" materializza l'outlaw dagli occhi di ghiaccio interpretato da Clint Eastwood con il doveroso spirito western. "Buffalo" profuma di stoner tardi Anni 90 ravvivato da spezie southern (come nei migliori Dixie Witch) ed è per questo uno dei migliori esiti del lavoro. "Crutch" è rocciosa e groovy ma facilmente prevedibile, "Heavy Bullet" punta sulla melodia a presa rapida, la conclusiva "Warlord" è un macigno che chiude i giochi nelle stesso modo in cui "Solution" li aveva aperti. Insomma, questo primo lavoro dei Supermachine non è propriamente un disco imperdibile. Li attendiamo al varco della seconda uscita, sperando il loro kick ass rock'n'roll risulti più accattivante. Alessandro Zoppo
SUPERNATURALS – Record One: Ufomammut – Lento
Come per la serie “In the Fishtank” dell’olandese Konkurrent Records, anche la nostrana Supernaturalcat dà via ad una collezione di uscite che raccoglie il meglio della propria etichetta. Se la regola della Konkurrent è registrare tutto in due giorni, in questo caso si va ancora oltre perché i primi a prendere parte a tale intrigante progetto (Ufomammut e Lento) hanno assemblato i sei brani qui presenti durante una sessione durata un solo giorno.“Record one” è così il primo capitolo di questa avventura, registrato al Locomotore Studio di Roma. L’accoppiata è davvero bizzarra: quattro chitarre, basso, batteria, voce e synth per un maelstrom sonoro agghiacciante. Gli Ufommamut ci mettono le atmosfere oscure, abissali e minacciose del loro ultimo gioiello “Lucifer Songs”; i Lento (in attesa di ascoltare l’esordio “Earthen”) il magma introspettivo e rabbioso del loro sludge post core. Il risultato è un mostro titanico e tentacolare, che ci stordisce con i rumori di “Infect ONE” e comincia a bastonare con il doom ipnotico, lisergico, asfissiante di “Down”. “Painful burns smoke as the presence sets us down in supersonic waves” è avvolgente come il suo titolo e la sua lunghezza, dieci minuti di assoluto panico, la sensazione che si deve provare se fossimo abbandonati nel cosmo. “Maestoso” punta invece sul lato ambient (anche se il suo andamento pachidermico è paralizzante), mentre “The Overload” è una legnata dall’incedere titanico e al tempo stesso malinconico. Sigillo conclusivo è “Infect TWO”: riff cavernoso, ritmiche dinamiche, sussurri evocativi per una esplosione di tonalità nere come la pece. Se a quanto scritto ci aggiungere che il disco uscirà in una tiratura super limitata stampata a mano e numerata da Malleus, l’acquisto di un prodotto del genere diventa quanto meno obbligatorio. Alessandro Zoppo
SURTR – Pulvis et Umbra
Surtr, gigante del fuoco della mitologia norrena: "il Nero". È con questo nome che si presenta il trio doom francese composto da Jeff Maurer, Julien Kuhn e Régis Beck, pronti, come il gigante mitologico, a dare fuoco al mondo. "Pulvis et Umbra" non lascia alcun dubbio su ciò che porterà al vostro ascolto, sette tracce puramente doom, qualcosa che adorerà chiunque venera i grandi classici come Count Raven, Saint Vitus o Candlemass, senza contare una leggera matrice che ricorda i Bathory, inni pesanti e glaciali, in puro accordo con il riferimento alla mitologia da cui prendono nome.Il disco si apre con "Rise Again", pezzo che sembra suonato da tre giganti nordici: pesante, opprimente, poi improvvisamente incalzante, ma sempre mantendendo magistralmente l'animo in balia di una strana miscela di epicità e doom che si fa accompagnare da ottimi riff granitici. "Three Winters of War" è meno dinamico rispetto al precedente ma ha chiaramente la funzione di inno piuttosto incattivito da una buona linea vocale, mentre "Sonic Doom" torna a far andare avanti il disco piacevolmente, con buone accelerazioni che si stroncano per tornare ad un'atmosfera plumbea. "The Call" non colpisce particolarmente: una buona prova che sa molto di già sentito. Di ben altra pasta "Rebellion", nella quale le linee vocali sono disperate e funeree quanto basta perchè l'effetto opprimente del brano abbia ragione di esistere, questione sottolineata dalla rallentata e vibrante chiusura, che si sposa a pennello con "I Am the Cross", lenta ma violenta e dalle linee vocali molto più concentrate sul growl rispetto alle precedenti. "Fred Karno's Army" è la song più lunga di tutto il lavoro e rappresenta un'ottima scelta per la conclusione. Il basso determina l'inizio di un innalzamento di dinamiche caratterizzato dal riempimento di un autentico muro di suono da parte sopratutto della chitarra e dell'uso pestato dei piatti da parte del batterista, per poi fermarsi di colpo alla fine del pezzo. La durata non eccessiva dei brani ha sicuramente influito nel non rendere noioso e scontato "Pulvis et Umbra", opera che comunque si rifà a sonorità molto classiche. Se il doom metal più tradizionale non vi stanca mai, i Surtr sono la band che fa al caso vostro. Doom on! Gianmarco Morea
SURVIVAL – Survival
La nuova scoperta della Thrill Jockey si chiama Survival, power trio in cui canta e suona la chitarra Hunter Hunt-Hendrix dei Liturgy, altra band underground curatrice di un Trascendental Black Metal dalle parti di Brooklyn, NY. Nell'omonimo album d'esordio la musica cambia rispetto al gruppo di provenienza e non è cosa da poco. Quando dopo il primo minuto di "Original Pain" entra come bridge un riff puramente Sabbathiano sappiamo che sarà un bel sentire e le carte in tavola saranno mischiate a dovere. Come nell'opener "Tragedy of the Mind", dove rincorse math e ritmi sincopati si susseguono fino a creare una forma stabile di armonia. Coadiuvante dell'impresa non facile è la voce stessa che, con le sue estensioni, rende accessibile una materia che di per sé non lo è minimamente.In alcuni casi l'avvitamento è dietro l'angolo ("Second Freedom") e in altri la ricerca cervellotica dell'originalità del riff non porta ai risultati desiderati ("Triumph of the Good"). Tuttavia quando le composizioni galoppano spensieratamente ("Freedom 1", "Since Sun" e tutto il finale epico della stessa "Triumph of the Good") ci sono altri tipi di eccitazione sensoriale! Resta il dato di fatto che unire King Crimson, Magma e Black Sabbath con Karate, Smashing Punkins e ...And You Will Know Us by the Trail of Dead non è esperimento facile ed il trio, se saprà canalizzare meglio l'eplosione vulcanica delle proprie idee, riuscirà a far gridare al miracolo più di un critico musicale. Per ora il capolavoro è rimandato. Eugenio Di Giacomantonio
SUZUKITON – Service – Repair handbook
I Suzukiton si presentano con due membri degli Alabama Thunderpussy tra le fila ed intenzionati ad imporsi nel mercato del rock underground con una proposta coraggiosa come quella del rock strumentale. Infatti la band non schiera nessun cantante, bensì due ottime chitarre e una sezione ritmica alquanto precisa e qualitativamente notevole (ammetto di nutrire una certa ammirazione per il grande Brian Cox). Sono quindi tredici pezzi dove la tecnica la fa da padrona spaziando da sonorità ai limiti dello stoner (qualcosina fa pensare ai Karma To Burn, ma solo a tratti) fino al metal più preciso e “matematico”, come amano definirlo alla Crucial Blast, dove trova spazio anche una definizione alquanto ingombrante come heavy-prog. Sicuramente di non facile ascolto il lavoro si fa apprezzare soprattutto se assimilato con una certa attenzione, anche se alla lunga, nonostante la limitata durata di 35 minti, rischia di annoiare l’ascoltatore meno pretenzioso. Personalmente l’ho trovato un lavoro di qualità e una buona base di partenza per un gruppo in grado di crescere non poco in futuro, sempre che abbia voglia di sorprendere innestando nell’attuale tessuto sonoro elementi più vari ed intriganti.. Bokal
SVARTE PAN – Sov gott
Quando per i gruppi svedesi si fa riferimento al sound hard rock degli anni '70 vengono subito in mente tutte quelle band che hanno ripreso gli stilemi dello stoner rock dal variegato universo statunitense. Considerazione esatta, se non fosse che nell'entroterra scandinavo c'è una quantità innumerevole di gruppi che fa riferimento ai magici seventies conservando però ben ferme le radici nella propria cultura d'origine. Esempio emblematico furono gli Abramis Brama, autori di un capolavoro del calibro di "Nar tystnaden lagt sig…". Ora una nuova sorpresa ci giunge dagli Svarte Pan, quartetto che con l'esordio "Sov gott" sforna una delle perle più lucenti di heavy groovy rock nel panorama attuale. Non a caso la band aveva preso in eredità lo scettro dagli Abramis Brama condividendo con questi ultimi un favoloso split cd. Il 2002 è stato l'anno della consacrazione ufficiale, avvenuta con il supporto dell'agguerrita etichetta Ant Nest. L'unico limite che può essere ravvisato in questo disco è l'uso dello svedese nei testi, per il resto tutto è perfetto: la carica sprigionata dai dieci brani presenti è micidiale, Black Sabbath, Led Zeppelin, Mountain, Cream e Grand Funk Railroad vengono miscelati in un cocktail esplosivo, ricamato alla perfezione in trame sottili e al tempo stesso travolgenti. Il punto di forza sono le chitarre di Conny Andersson, cariche di wah-wah e fuzz debordanti, sempre pronte a lanciarsi in assoli pungenti e mai banali. Altro elemento fondamentale è la voce di Bjorn Holmdèn, robusta, coinvolgente ed evocativa quanto vasta per tratteggiare scenari dal sapore sia oscuro che delicato. Ma non va dimenticato l'apporto essenziale della sezione ritmica (Pelle Engvall alla batteria e Christian de Luxe al basso), sempre precisa e possente. La bravura degli Svarte Pan sta nel saper variare registro e dimensione a seconda dell'occasione: bordate hard rock come l'iniziale "Kriga" o l'epica "Soldaten" (che mi ha ricordato i grandiosi Wishbone Ash) sono bilanciate da brani più modulati come la malinconica "Dockan". Svisate rock'n'roll come "Trollkarl" si alternano alla passionalità blues di "Den nya folksporten", passando per preziosi inserti acustici e d'armonica ("TV-varld" e "Sa langt bort"), fino al finale affidato all'assalto hendrixiano di "Varfor ska ni sa?". Ripeto, dispiace solo per le liriche in madrelingua che impediscono di comprendere in pieno il senso concettuale del gruppo. Per il resto siamo di fronte ad un disco favoloso: la riscoperta del suono vintage passa per la Svezia, lasciarsi sfuggire questo "Sov gott" sarebbe un vero peccato… Alessandro Zoppo
SWEET COBRA – Praise
Molto spesso l’identità di un gruppo si desume già dal nome che sceglie. Sweet Cobra in tal senso non poteva essere più azzeccato. La sensazione che nasce dall’ascolto del debutto “Praise” è proprio quella della morsa, la stretta di un serpente che avvinghia e difficilmente molla la presa. Il veleno però non è mortale ma provoca una stordente assuefazione. Le martellate inferte da questi quattro macellai di Chicago sono un coagulo di sonorità che spaziano nel campo contaminato dell’hardcore. Non a caso i membri della band hanno fatto parte di nomi storici della scena locale come The Killer, Suicide Note, Stabbed By Words e The Killing Tree. Il riferimento va dritto verso i Black Flag, quanto meno per la verve schietta e cruda della loro musica. Su questo terreno si insinuano pesanti vibrazioni dissonanti che provengono dall’operato di Helmet e Unsane. Se ci si aggiunge un certo gusto per il riffing groovy dell’hard rock degli anni ’70 il gioco è fatto. A partire dallo splendido artwork, “Praise” spara una serie micidiale di colpi al volto, allo stomaco e al basso ventre. Compresse come non mai le chitarre (opera di Robert A. Lanham e Neeraj Kane, ora sostituito da Mat Arluck) e le ritmiche (Jason Gagovski alla batteria e Botchy Vasquez al basso), la parte del leone la svolge la voce dello stesso Botchy. Urlata, rabbiosa, devastante: sembra il riflesso esatto della condizione suburbana di milioni di persone che vivono le condizioni disagiate delle grandi metropoli. “Torn knees”, “Ruins” e “Hatchet wound” sono esempi perfetti di come suona il disco: brani brevi, isterici e deviati, dal groove titanico e dalla foga esasperata. Un caos in piena regola, mai confusionario o fine a se stesso. D’altronde quando il pugno è stato scagliato è difficile sottrarsi… La pausa per prendere fiato viene gentilmente concessa in soli due frangenti: la coda acustica di “Bandicoot” e l’intreccio suggestivo tra pesantezza, archi e voce femminile della conclusiva, onirica “Fear no feather”. Mossa riuscita quella della Seventh Rule: i Sweet Cobra hanno grandi doti e molta inventiva. “Praise” è il lavoro ideale per tutti i cultori dell’estremo dalla mente aperta. Alessandro Zoppo
SWEETSICK – Talkativeness
Provenienti dall’affollata scena rock romana, gli Sweetsick hanno avuto buoni riscontri nell’ultimo periodo, e questo li ha portati anche a superare diverse selezioni in campo nazionale: composti da AnnA (vocals, guitar), Tilly (bass), Antonio (guitar) e Skammy (drums), sono attivi dal 2004 e autori già di un demo e un EP, e il loro sound è interamente dedito ad una energica rilettura del Seattle Sound e relative propaggini. Nelle loro influenze citano punk sporco, noise, pop nelle giuste dosi, fino alla new wave e i primi vagiti delle riot grrrl, che però rischiano di fuorviare l’ascolto di “Talkativeness”: ci troviamo infatti al cospetto di duro e acido grunge, che di certo reca con sé le striature e gli inevitabili influssi dell’ultimo decennio, ma che suona dannatamente compatto e senza sbavature, eseguito e interpretato col giusto trasporto dai musicisti. Inoltre i nostri si mantengono a debita distanza dalle tentazioni radiofoniche che hanno funestato l’alternative rock a partire dal post-grunge, ma non per questo disdegnano di comporre brani che rimangono ben stampati in testa coi loro rustici refrain.12 pezzi a presa rapida, nessuno sotto la media del genere, che faranno la gioia dei sostenitori di Nirvana, Silverchair, Babes in Toyland, Hole, Distillers, Smashing Pumpkins degli esordi, e a tratti anche degli immortali Mudhoney e Nymphs. Tra i colpi ben assestati di “Trust Me”, “Last tale” e “Obsession”, le noisy (dal retaggio punk) “Egoism” e “Plonk”, le darkeggianti/paranoidi “She Is” e “Crowd” e le vincenti melodie di “Earthless Paradise e “It’s Only A Nightmare” (quest’ultima sicuramente un valido brano rock) scivoliamo lungo un disco piacevole e dai buoni arrangiamenti, in cui l’angoscia esistenziale paga sempre dazio alla foga r’n’r, e caratterizzato inoltre dalla convincente, velenosa prova vocale di Anna. Da segnalare anche le selvagge aperture hard di “As This One”, la cover di “Go With The Flow” resa sbrindellata e meno futurista rispetto all’originale dei Qotsa (ma sempre degna di nota), e il crossover dalle venature psych di “All I’ve Got To Say”, con ospiti al microfono Anna (Diet Kiss) e Lucia (Betty Ford Center) Roberto Mattei
SWITCHBLADE – Switchblade
Oscuro e riflessivo, malinconico e rabbioso, tutto giocato su contrasti di chiari e di scuri è il disco d’esordio degli Switchblade. Dopo aver apprezzato Isis e Keelhaul potrebbero essere loro la next big thing del sempre più affollato mondo perverso del cosiddetto postcore. Definizione un po’ limitante se si pensa all’eclettismo profuso in questo lavoro da Anders Steen (basso e voce), Johan Folkesson (chitarra) e Tim Bertillson (batteria). C’è dentro infatti tutta l’ossessività di scuola Neurosis/Isis, aperture dilatate in pieno stile psichedelico, qualche riff che strizza l’occhio allo stoner ma soprattutto una patina soffocante che si divide tra il tetro (l’artwork è eloquente a tal proposito) e l’epico. Composizioni lunghe, senza titoli (se non una scarna numerazione), che convergono verso nuove soluzioni sonore in cui il continuum è più della somma delle singole parti. Una Gestalt che sembra procedere all’infinito e se questa scelta è senza dubbio coraggiosa si rivela anche la vera camicia di forza dell’opera. Giungere alla conclusione del dischetto senza un minimo cenno di stanchezza è impresa ardua, anche per le orecchie più abituate a questo tipo di sonorità. In futuro ci auguriamo una maggiore elasticità sotto tale punto di vista, considerato che l’atmosfera di sospensione nervosa ed elettrica del quarto pezzo porta verso uno spiacevole tracollo nervoso. Molto meglio invece quando si arriva subito al sodo, tramite crude deflagrazioni strumentali (le prime due e la quinta traccia) o inquietanti andirivieni psych (brano numero tre, il meglio riuscito, con vocals isteriche che fanno capolino sul finire). I quasi tredici minuti del pachiderma che conclude il disco sono infine la summa del sound targato Switchblade: inizio lento e quasi liquido, da trance ipnotica, crescendo continuo, esplosione liberatoria, ronzii assordanti e vocalizzi urlati che non concedono nulla alla melodia. Ma in fondo questi sono gli Switchblade: eccessivi, meccanici e asfissianti. Come si dice in questi casi, prendere o lasciare… Alessandro Zoppo
SWORD, THE – Gods Of The Earth
The Sword è un nome che inaspettatamente ha scalato gli impervi pendii dell’underground per porsi tra gli act di maggior rispetto nell’ambito heavy. Dopo l’ottimo ‘The Age Of Winters’ e l’inserimento di ‘Freya’ su Guitar Hero II, il tour della consacrazione con Metallica e Down, l’Ozzfest, e molto altro ancora. Una band in piena ascesa quindi, adatta per metallari che amano drogarsi di stoner e doom, ma non solo.‘The Sundering’ apre repentina, maestosa, quasi dispiace che sia solo un intro, ma le aspettative non vengono deluse dalle roboanti ‘How Heavy This Axe’ e ‘Lords’ brani che mescolano sapientemente suoni grassi e riffing ispirato, in un perfetto connubio tra ’70 e ’80. Ma c’è dell’altro, e come da copione, i quattro di Austin ci regalano delle accelerazioni thrash metal nella furibonda ‘Fire Lances The Ancient Hyperzephyrians’, vera artiglieria pesante. Nonostante tutto la voce rimane sempre legata a melodie di scuola settantiana, come i Black Sabbath insegnano, e spesso ricordano moltissimo gli amici Witchcraft nel modo in cui le linee vocali sono costruite e distribuite, un po’ meno nella qualità, talvolta piuttosto canonica. Tuttavia massiccie dosi di groove continuano a fluttuare senza sosta nella classica ‘To Take The Black’, nella doomy ‘Maiden, Mother And Crone’ e nella spietata ‘Under The Boughs’. Il disco si conclude tra acque agitate, quelle di ‘The Black River’ e ‘The White Sea’, a suggellare un disco che farà la gioia di molti, nella stessa misura in cui farà storcere il naso a tanti. Insieme agli ultimi Grand Magus, l’epic metal del terzo millennio. Davide Straccione

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