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VALERIAN SWING – A U R O R A
A tre anni di distanza da "A Sailor Lost Around the Earth" ritorna il trio emiliano dei Valerian Swing. Attraverso le otto tracce di "A U R O R A" continuano a proporci la loro anfetaminica fusione di math e post rock. "3 Juno" con il suo incedere allucinato e ipertrofico apre le danze, seguito a ruota libera da "Cancer Minor". Un batterismo ipercinetico e epilettico si fa strada tra arpeggi astrali e tronfie aperture melodiche di synth e chitarra. "Scilla", con i suoi contrappunti frenetici e i riff da arena rock, e "Cariddi", tra pianissimi e fortissimi da archetipo post rock, risultano quantomeno sterili. Stessa cosa dicasi per "In Vacuum", "Spazio" e "Parsec".
Gli stilemi del genere ci sono e vengono sfruttati tutti fino allo spasimo. "Calar Alto" non cambia di una virgola, solo l'inizio "illude" con una partenza in sordina, tra un flebile canto e dei droni d'accompagnamento, salvo poi rituffarsi in pieno nella caoticità che ha regnato dall'inizio alla fine. Giunti al terzo album i Valerian Swing stentano ancora a darsi una forte e piena originalità. Tutte le buone intenzioni si dissolvono in un mare di manierismo e scimmiottamento dei modelli d'oltremanica e oltreoceano (Sigur Rós, Mogwai, Don Caballero, in parte Botch e Genghis Tron), facendo risultare il tutto, un ascolto difficile da digerire. Giuseppe Aversano
VALIENT THOR – Immortalizer
I Valient Thorr sono uno dei gruppi più tamarri che ci siano in circolazione. Su questo non ci piove. E quando si dice “tamarro”, lo si intende nel senso più positivo del termine. Giunti al terzo album, il quintetto proveniente da Chapel Hill (North Carolina) non vuole (e non deve) cambiare formula. Che è la solita e cioè uno spiritato, sudato e marcio Rock’n Roll. Anzi questo nuovo “Immortalizer” ci spara un’energia dinamitarda, in certi casi, al limite del trash.L’iniziale “I Hope the Ghost of the Dead Haunt Your Soul Forever – titolo chilometrico- richiama alla mente certi Corrosion of Conformity con alla voce John Sinclair!; “Infinite Lives” invece è un rock’n roll sparato alla velocità della luce che tanto ricorda i Motorhead, altra grande passione del gruppo mentre “Tomorrow Police” è splendidamente Ac/Dc ai tempi del grande Bon Scott. E poi ancora sonorità alla Thin Lizzy, Lynyrd Skynyrd, Black Oak Arkansas, Led Zeppelin e chi più ne ha più ne metta. A proposito di Led Zeppelin, bellissima “1000 Winters in a Row” magistrale brano hard che però strada facendo subisce un processo hardcore al fulmicotone. E se non siete contenti c’è anche una potentissima “Red Flag” che pare uscita dai primi album dei Metallica. In definitiva 13 brani micidiali (più la traccia nascosta ossia trentasei secondi di invettive contro tutto e tutti) prodotti, registrati e mixati dal mitico Jack Endino, vale a dire una garanzia per un disco che non può far altro che farvi saltare sulla sedia. Cristiano "Stonerman" 67
VALIS – Head Full Of Pills
Il sistema Valis prosegue la sua ricerca spazio temporale con una nuova esplorazione. I cinque scienziati americani, dopo il primo esperimento di due anni or sono (“Vast Active Living Intelligence System”), testano ancora una volta le capacità reattive della nostra mente con quaranta minuti di emissioni ad alto voltaggio psichedelico.Rimpastato il team di dottori (rimangono come perno fisso i fratellini Van e Patrick Conner, accompagnati da Sean Hollister, Adrian Makins ed il guru Wes Weresch) e scelta una nuova sede (la Small Stone di Detroit), “Head full of pills” prosegue sulla scia del lavoro d’esordio rimescolando le carte solo in parte. C’è maggiore coesione di suoni e di intenzioni, una migliore lucidità in sede di songwriting e qualche sbavatura in meno. Magari si perde un pizzico di carica nelle sfuriate più space ma è solo un appunto relativo. Anche perché ormai i Valis sembrano orientati verso uno stile ben preciso e definito. Heavy psych con i fiocchi, psichedelico fino al midollo ma anche piacione, al limite del catchy. Una ricerca melodica che sorprende soprattutto nell’iniziale “Welcome to high school” (vi ritroverete a canticchiarla mentre andata in bicicletta) e che fa strabuzzare gli occhi quando partono le soffici note di “Across the sky”, splendida ballata dilatata da dedicare ai cultori dell’acido lisergico… Ovviamente anche quando escono fuori i riff bollenti di Van e Patrick c’è da divertirsi. Lo space rock indemoniato di “Voyager” e “Perpetual motion machine” (una matassa veramente avvolgente!) fa rivivere i fasti dei primi Hawkwind; la potenza straniante di “Motorbike” sembra il preludio ad una gara di bolidi nella galassia; il mid tempo “World of decay” fa scuotere il capoccione con chitarre granitiche; nonostante il preludio delicato, l’acidità di “We got a situation” manda in estasi psichedelica. Insomma, tutto funziona alla perfezione, come un meccanismo i cui ingranaggi sono ormai ben oleati. “Head full of pills” è un disco vario e possente. Il bello dei Valis è anche questo. Potranno piacere agli amanti dello stoner ma anche a chi non mastica queste sonorità. Promossi in pieno. Alessandro Zoppo
VALIS – V.A.L.I.S.
Valis è un acronimo che sta per Vast Active Living Intelligence System. Già da queste premesse il nostro immaginario ci porta a pensare ad un viaggio intergalattico intorno al cosmo. Quando però si va a sbirciare la formazione di questo intrigante quintetto si scoprono delle notizie davvero succose: Valis non è nient'altro che il progetto, peraltro attivo dal 1996, messo in piedi da Van e Patrick Conner (rispettivamente membri di Screaming Trees e Kitty Kitty), Kurt Danielson (direttamente dai TAD), Sean Hollister (altro ex Kitty Kitty/Screaming Trees) e Wes Weresch, nella veste di Brian Eno della situazione. Da una line up del genere non ci si poteva che aspettare un gran disco ed infatti "V.A.L.I.S." non delude le aspettative: si tratta di dodici pezzi di puro hard&heavy rock, con numerose sfaccettature provenienti dallo space rock e dal Seattle sound. Le esplosioni interplanetarie e gli strani aggeggi cibernetici presenti nel booklet contribuiscono ulteriormente ad alimentare un clima folle intorno a questa band, perfetto per intraprendere una gita intorno a Saturno in compagnia di una musica coinvolgente e vorticosa. Molti brani affrontano la materia heavy rock con una disinvoltura da cult band: l'iniziale "Indian giver" o la fumosa "Kill the ones you love" (introdotta dai bizzarri rumori di "Yakima preacher") evidenziano una carica ritmica trascinante, un ottimo senso della melodia ed una potenza psicotica arricchita dal tocco allucinato dei sintetizzatori, pur conservando una verace base rock di fondo. Le stesse "All phase" e "Love loader" risentono di questa "lucida follia" compositiva, soprattutto la seconda, dove la carica stonata del gruppo esplode in un finale deviato come non mai. Sorprendono inoltre i richiami a certo space rock d'annata (i riferimenti sono soprattutto gli Hawkwind e i primi Monster Magnet), che si sviluppano in pure cavalcate oniriche come "Universe" (con la sua controparte "Universe 2") e la magmatica "Paper doll". Se tutto ciò mostra un lato diverso della personalità d'origine di questi cinque personaggi, una song come "Pass me by" rimette la cose a posto, così carica di melodia, ruvide armonie e sapori pop da richiamare subito alla mente i fasti di un decennio fa in quel di Seattle. Non manca una sterzata verso contorti lidi noise (esempio ne è "Mealworm"), tuttavia sono presenti anche elementi che fanno subito pensare alle radici dei due Conner: "Transmuter" e la conclusiva "Pilots house" sembrano provenire dal repertorio degli Screaming Trees, con il piccolo ma non trascurabile particolare di aver subito un trattamento che le ha rese più grezze, dirette ed inacidite. Tutto questo sono dunque i Valis, una realtà parallela eterogenea ed eclettica oltre i soliti canoni del super gruppo o del side project. Abbiamo aspettato sei anni per avere un disco gustoso come questo (senza considerare lo split con i Kitty Kitty per la defunta Man's Ruin), speriamo solo di non dover attendere ancora così a lungo per il secondo capitolo di questa saga cosmica… Have a nice trip! Alessandro Zoppo
VALKYRIE – Sunlight shines
Davvero un gruppo particolare i Valkyrie: vengono dalla Viginia e nel loro secondo promo ci propongono tre brani molto diversi l’uno dall’altro. La voglia di base è quella di tornare alle radici oscure e possenti del dark sound dei ’70 e del classico doom di scuole americana (Pentagram su tutti). Ma la sensibilità musicale che accompagna la band è fuori dal comune e fa scattare meccanismi compositivi veramente particolari.Il primo pezzo, “Endless crusade”, è infatti sorprendente. Si tratta di un bizzarro incrocio tra atmosfere dark doom, riff tra l’hard rock e l’epic metal e parti vocali che sembrano venir fuori da una new wave band che muoveva i primi passi nel 1979... Decisamente strano. Tanto più quando si passa a “Lost in the darkenss”, che poi è anche il miglior brano del lotto: groove stoner doom da levare il fiato (sembra di ascoltare un misto di Naevus e Spirit Caravan...) ed un finale ultra heavy psichedelico che paga dazio ai maestri Black Sabbath. A chiudere in bellezza ci pensa infine la title track, bella mazzata tra i denti che inizia come un brano heavy psych (roboante e fumoso) e si conclude con una fuga di metallo urlante che corre i sentieri battuti da Thin Lizzy, Judas Priest e Iron Maiden. News dalla band ci informano di un contratto firmato per la Twin Earth Records, etichetta della Georgia. Il disco di debutto uscirà in tarda estate. Date le premesse, ne vedremo delle belle… Alessandro Zoppo
VANESSA VAN BASTEN – Demo
Provenienti da Genova, e formatisi nel 2004, i liguri VVB sono nati come progetto inteso ad interpretare personalmente il concetto di rock contemporaneo da parte di Morgan Bellini, autore e musicista oltre che mente dei VVB. Propongono "musica cinematica, trascendentale, descrittiva". Fanno risalire le loro influenze a Swans, Neurosis, Jesu, God Machine, Mogwai e la space music.Ed io aggiungo, chissà se si sono volutamente dimenticati dei grandi My Bloody Valentine, così ben rappresentati in un bel pezzo come "La scatola". Non troverete nessun prodotto preconfezionato. Solo il fluire sognanti, elettriche, dilatate, fantasmagoriche composizioni. Con grazia, la mente si concede paesaggi fatti di nuvole e lampi, da un prato fiorito sotto un cielo plumbeo e carico di pioggia fino a proiettarsi nella troposfera di un giorno radioso. Con gli occhi socchiusi, capita di sentire un fresco refolo tra i capelli che ci spinge lontano, in un orizzonte sfumato. Questo accade se vi accingete ad ascoltare i VVB. Si ci innalza e si ritorna nel nostro involucro carnale. Il grande merito della loro onirica musica è l'estrema capacità di comunicare e far sognare, trasportarci ed emozionare. Bello, emozionale, intenso. New wave, stralci di noise e ambient, ma qui c'è molto di più. Spesso i pezzi sono introdotti o terminano con dei samples estratti da opere cinematografiche, e vi sono anche estratti di bands (cito Coil e Orbital). Se si eccettua la presenza del bassista dei White Ash Stefano Parodi, tutto è partorito dalla mente del già citato Morgan Bellini. Un plauso a lui e a tutti coloro che intendono la musica in questo modo. Gale La Gamma
VANESSA VAN BASTEN – La stanza di Swedenborg
Un inquietante dialogo fra un’infermiera e una paziente moribonda spalanca le porte di questo cd, una conversazione nella quale l’infermiera suggerisce alla paziente il modo maggiormente indolore per affrontare la fine della propria esistenza. Inizia così questo “La stanza di Swedenborg”, ovvero nel modo più suggestivo possibile, con un’atmosfera che è l’esatta descrizione dei contenuti che si andranno poi lentamente a scoprire nell’album intero. Questo progetto, ad opera del leader Morgan Bellini supportato da Stafano Parodi ed altri guest, fino ad oggi era poco conosciuto e l’emozione di ascoltare un disco di tale portata è davvero molta. Un album nel quale mille sfaccettature concorrono a creare un unico quadro di malinconica rassegnazione, dove ogni canzone si mostra come un piccolo quadro di un’unica galleria d’arte sonora.La title track è semplicemente favolosa, col suo andamento quasi circolare e un crescendo chitarristico che si scontra con effetti synth da capogiro. “Dole” echeggia la scuola di band come Jesu e Pelican, ma il suo impatto non stordisce, al contrario accarezza nella sua soave pesantezza. Le ottime “Giornata de oro” e “Floaters” regalano dolci delicatezze acustiche squarciate da soluzioni ‘sommerse’ di chitarra di stampo tipicamente shoegazing/dreampop. Infine la conclusiva “Good morning, Vanessa Van Basten” tramortisce i sensi con la sua atmosfera apocalittica, quasi a voler simboleggiare la chiusura del cerchio cominciato con l’iniziale dialogo posto all’inizio dell’album. Heavy post rock è il termine utilizzato per definire questo gruppo, un’etichetta che può essere effettivamente riassuntiva del carattere sonoro della band, ma al tempo stesso limitante per descrivere la grandezza di questo album. Useremo più semplicemente la parola “arte”. Marco Cavallini
VANESSA VAN BASTEN – Psygnosis
Dopo l’acclamato esordio “La stanza di Swedenborg” si erano quasi perse le tracce dei Vanessa Van Basten, che nel frattempo da progetto semi solista si sono trasformati in una vera e propria band. Questo nuovo EP, pubblicato in una curata edizione limitata a 500 copie, consta di due canzoni (“Tutto avanti all’indietro” e la title track) che proseguono il discorso cominciato col fenomenale debutto.Siamo quindi in un limbo sonoro dove delicatezze shoegaze s’intrecciano con la pesantezza dell’emocore, dove oscure porzioni ambient annegano nell’ipnotico incidere tipico di certo post rock. Soprattutto, siamo di fronte a due nuove gemme sonore partorite dall’estro di Morgan Bellini e soci, capaci di fondere nell’insieme così tante linee sonore apparentemente distanti uno dall’altro, ma che invece qui si incastrano a meraviglia. Rispetto al passato noto un mood meno apocalittico e nero, quasi come se un raggio di luce fosse entrato nelle camere dove i nostri concepiscono la loro arte sonora; la qualità è invece sempre la stessa. Avanti così. Marco Cavallini
VERACRASH – 11.11
Sono già in studio per il nuovo album, ma nello scorso anno "11.11" non è certo passato inosservato e sta permettendo ai Veracrash di godere i frutti della loro tenacia. Il debutto sulla lunga distanza è arrivato difatti dopo un po' di anni dalla loro formazione (2003), ma va ricordato che il gruppo milanese è stato tra i primi a raccogliere il testimone dell'heavy rock 'robotico' in maniera competente, depurandolo cioè di 'derive' alt-rock di maniera (precedendo così nella missione altri nomi meritevoli come Fleven, Loudnine e Temple of Deimos), materializzatesi come un informe spauracchio nelle stagioni successive al successo globale dei Queens of the Stone Age.I nostri invece tengono fede all'originale, sfocata filosofia dadaista della loro musica, grazie soprattutto a pezzi vincenti come "Beyond the Grave" e "Broken Teeth, Golden Mouth", che ibridano bene space punk e stoner, passando per le più classiche (nel loro genere) "Miseducation" e "Santa Sangre", sofisticate e vaporose. Le escursioni più puramente psichedeliche di "Jeeza" e "Russian Roulette" (quest'ultima influenzata parimenti da Dead Meadow e Blonde Redhead) evidenziano un'ulteriore raffinata gamma sonora che è da considerarsi patrimonio genetico dei Veracrash, e anche l'ultimo strumentale "Snakes for Breakfast" si rivela una chiusura solida e trasognante. First Class Heavy Psychedelic Ambient Robot Post Punk Rock'n'roll? Dopo l'ascolto di "11.11" non possiamo che confermare. Rob Mattei
VERACRASH – My Brother the Godhead
Ritornano a due anni di distanza dall'album di debutto, "11.11", i milanesi Veracrash. Lo fanno in grande stile con un album prodotto niente meno che da Niklas Kallgren (Dango) dei Truckfighters. Il sound di riferimento è quello: Fu Manchu, Kyuss, QOTSA, uno stoner ruvido, a tratti psichedelico ma che in quest'ultimo lavoro, intitolato "My Brother the Godhead", sfoggia anche qualche velleità goth, sopratutto in alcune linee vocali e nel lavoro delle chitarre. Apre "Lucy, Lucyfer" e qua l'accostamento ai sopracitati Fu Manchu ci sta tutto. Segue "Kali Maa", un riff di chitarra folgorante per una canzone che è adrenalina pura, e svolge anche il ruolo di primo singolo dell'album. La title track cambia pelle, si tinge di scuro, ci mostra il lato sinistro dei Veracrash, con atmosfere pregne di psichedelia dark che sfociano in un finale magniloquente in pieno stile post-metal."A Blowjob from Yaldabaoth" parte sparata a mille, la frenesia scema a metà canzone lasciando spazio ad un mid-tempo atmosferico. "Obey the Void" sorprende un attimo, già, perché il ritornello così enfatico, così gotico, lascia quasi irretito l'ascoltatore e rimanda ai finlandesi Him. "Remote Killing" ci riporta su binari più propriamente stoner, canzone tiratissima trascinata da una batteria poderosa. "Exit Damnation" con i suoi incastri di chitarre e batteria ricorda in una certa maniera i mai troppo conosciuti The Fucking Champs, mentre "Allies from the Megaverse" ha solo il titolo di notevole, dato che il pezzo risulta piuttosto anonimo. Dopo l'intermezzo "Trees Falling Upwards" e "We Own You Bitches", pezzo energico ma scontato, si chiude con "_", dove si sente tutta l'influenza di John Garcia e soci sui ragazzi milanesi. I Veracrash non deludono: dimostrano di avere personalità anche se a volte non riescono a non cadere nei cliché del genere, oppure a spingere troppo oltre la loro vena gotica, lasciando qualche dubbio sulla riuscita delle loro intenzioni. Insomma, sono promossi ma continuiamo a preferirli quando sono più stoner o più post-metal. Giuseppe Aversano
VERACRASH – The Ghost Ep
Al debutto su Go Down Records (OJM, Alix, tra gli altri) i Veracrash si presentano al pubblico più vasto con questo Ep, dopo l'usuale gavetta fatta di concerti sparsi un po' ovunque di cui ricordo piacevolmente l'esordio (quando ancora si facevano chiamare Duna), unico caso in cui ho potuto conoscere di persona la band. Questo lavoro non tradisce le aspettative, confermando la loro buona vena compositiva e rimarcando le influenze che vedono sicuramente al primo posto i QOTSA con qualche sfumatura che va a toccare certe melodie care ai Motorpsycho.L'apertura è affidata ad Antwerp, pezzo rock dalle inflessioni vagamente pop che tradisce fin da subito l'amore della band per i Queens Of The Stone Age alla quale va però riconosciuta un'ottima scrittura e un gusto non indifferente negli arrangiamenti. Cuspide si rivela invece più melodica e parte con un cantato alla maniera dei Motorpsycho di fine anni 90, pur evolvendosi poi per sentieri più personali e alquanto intriganti. Il pezzo forse più sperimentale e "stonante" è The ghost In The Shell, dove la concezione di robot-rock tanto cara al signor Homme sembra messa in pratica alla lettera con risultati entusiasmanti riuscendo a catturare grazie al suo incedere ipnotico e alle note acide delle chitarre. Chiude l'Ep Sicario, il pezzo più sparato e stoner del lotto, ottima chiusura dove la band mostra di più i muscoli e si fa più grintosa. Un disco ben suonato e registrato, pezzi veramente belli e una buona speranza per il futuro… anche se le fonti di ispirazione a volte si fanno sentire prepotentemente devo ammettere che questo è uno dei migliori CD che mi sono capitati tra le mani da tanto (troppo) tempo a questa parte! The Bokal
VERDEIRIDE – L’ansia delle fragole
Nuovi cervelli psichedelici crescono. Stavolta tocca ai VerdeIride, quartetto proveniente dalla provincia di Benevento e nonostante la giovane età già attivo da qualche anno. "L'ansia delle fragole" è il loro nuovo ep, cinque tracce che si posizionano tra psych classica, alternative rock e grunge Novantiano. Il risultato lascia ben sperare per il proseguio della loro carriera, tuttavia sono diversi i punti negativi da sottolineare. Innanzitutto voce e testi: non tutti sono Alberto Ferrari. Per fortuna… Per essere (come) i Verdena non basta mettere insieme quattro controsensi, accoppiarli a dissonanze e cantarli con strascicata inquietudine. Occorrono le canzoni. Che qui sono presenti in parte.Buone le ritmiche di Giovanni e Vincenzo, ottime per stratificazione e ardore lisergico le due chitarre di Dylan e Orlando. Dei cinque brani, esclusa l'introduzione affidata ai rumori sinistri di "Ansiolitico", convincono soprattutto il piglio punk di "Latte+" (chi ha detto Mudhoney?) e le aperture psichedeliche della conclusiva "Elevrosi (La demielinizzazione dell'anima)". "Paura e disgusto" e "Cui emana luce (Metanogena)" scontano i difetti di cui sopra. Il consiglio per il futuro è: evitare i testi in italiano, smarcarsi dallo spettro ingombrante (e logorante) di Nirvana e Verdena, spingere sulla psichedelia hard & heavy. Da gente come Pink Floyd, Spacemen 3, Bardo Pond e White Hills c'è sempre da imparare. Alessandro Zoppo
VERSUS THE STILLBORN-MINDED – Audibly bleeding
Risale ormai al 2004 "Audibly bleeding", disco di debutto dei tedeschi Versus The Stillborn-Minded, band in giro dal 2000 e al momento alle prese con una doppia uscita prevista per la fine dell'anno (uno split 12" in compagnia degli Spancer e un concept album su EP). Nell'attesa andiamo a recensire questo esordio auto prodotto, composto da sette tracce per una durata totale di 56 minuti. Quasi un'ora dunque, durante la quale questi cinque ragazzi tedeschi mettono a frutto tutta la loro passione per lo sludge doom più acido, malsano e corrosivo che esista in circolazione. Immaginate il bagaglio di emozioni distorte che hanno creato Iron Monkey, Bongzilla, Sourvein ed Electric Wizard e avrete il risultato.Nonostante la produzione a costi ridotti, i risultati sono infatti molto lusinghieri. I suoni sono marci e soffocanti al punto giusto, tanto quanto l'aura oscura che ammanta tutte le composizioni. Risulta fondamentale il lavoro svolto dalle ritmiche (Torsten al basso e Robin alla batteria) e dalle due chitarre (Florian e Jens), mentre la voce di Boris pur poggiando su registri estremi (ma con qualche sprazzo melodico) non è mai noiosa o monotona. Ecco dunque giustificata la riuscita di brani tosti e paralizzanti come "Climax of delusion" e "Victims of imperfection", sludge doom cattivo ed impenetrabile, comunque sempre coinvolgente. Ma i Versus The Stillborn-Minded sono capaci di variare registro spesso e volentieri. Se "The broken soul (invisibly bleeding)" ci immerge in un ipnotismo drone con tanto di vocals femminili, "Stormborne I" poggia su un riff impregnato di groove stoner e "Stormborne II" esplora i fantastici lidi doom psichedelici tanto cari a Jus Oborn e compagni. "A place called earth" prosegue invece su una lenta scia di sangue, mentre la conclusiva "No land's man" è la sintesi perfetta dell'attitudine targata Versus The Stillborn-Minded, tutta pesantezza, feedback e cadenze superheavy. La garanzia di orecchie sanguinolenti e corpi maciullati è rispettata in pieno. Attendiamo con ansia di essere massacrati da nuovo materiale. Alessandro Zoppo
VIBRAVOID – Delirio dei sensi
Devono aver avuto un'infatuazione per il french pop Anni 60 se i Vibravoid hanno deciso di piazzare a recinto del loro ultimo "Delirio dei sensi" una bellissima versione di "Poupee de Ciree Poupée de Son" di France Gall (scritta da Serge Gainsbourg, nella sua più alta dimostrazione di psycho pop!) spinta sull'acceleratore fuzz e "La Poupée qui fait non" di Michel Polnareff che nel 1966 descriveva i pruriti e le frustrazioni di un'adolescenza esplosa. Altra strana circostanza per la band tedesca risulta il titolo in italiano ("Acid - Delirio dei sensi" è un film del 1968 di Giuseppe Maria Scotese), puro rinvenimento della nostra stagione cinematografica Anni 70, durante la quale una serie di autori e registi indagavano l'aspetto più esoterico e occulto della società con titoli come "Angeli Bianchi, Angeli Neri" (Luigi Scattini, 1970), "Tutti i colori del buio" (Sergio Martino, 1972) e "Svezia, Inferno e Paradiso" (Luigi Scattini, 1968).Questo nuovo album dei Vibravoid respira proprio la dualità di queste influenze, anche se nel mezzo c'è la solita summa di improvvisazione/dilatazione a cui i nostri di Düsseldorf ci hanno abituato, mescolata a delle 'interruzioni' del viaggio cosmico come pillole psychedelic beat di straniante bellezza. "Optical Sounds" (The Human Expression), "Magic Mirror" (Aphrodite's Child) e "Colour Your Mind" (Tyrnaround), i titoli parlano da soli, sono splendide gemme acide. La sintesi di un amore genuino verso i Mid-Sixties viene dichiarato in pezzi di 3, 4 o 5 minuti dove il fuzz è il padrone indiscusso, anche nelle battaglie con i tasti d'avorio che qui, rispetto ai precedenti album, si fanno più presenti. Il controcanto è rappresentato da ritmi lenti, effetti space, sound quadrofonico di pezzi come "Nearby Shiras" (Kalachakra), "The Golden Escaletor" (avete nostalgia dei primi Monster Magnet? Eccoli!) e "Listen Can't You Hear", monolite intergalattico mandato a sondare l'universo sconosciuto. I Vibravoid hanno sempre avuto la grazia di pubblicare album bellissimi, ma questa volta si sono davvero superati. Come si diceva un tempo: buy or die! Eugenio Di Giacomantonio
VIC DU MONTE’S IDIOT PRAYER – Prey for the city
Il nome di Chris Cockrell (a.k.a. Vic du Monte) risulterà sconosciuto ai più. Non certo ai maniaci o ai semplici appassionati che conoscono a memoria la storia dei Kyuss. Cockrell è stato infatti il primissimo bassista (nonché uno dei membri fondatori) della storica band di Palm Springs, ruolo dovuto all'amicizia che lo lega ai compagni Brant Bjork e John Garcia. Ma una volta lasciato il deserto californiano per dividersi tra Los Angeles e Chicago, la sua vita (musicale) è cambiata.Vic du Monte's Idiot Prayer è la prima incarnazione di questa creatura, oggi mutata nuovamente in Vic du Monte's Persona Non Grata (un nuovo disco è in uscita per Cargo Records). In occasione di questo primo full lenght, Chris si è circondato di una serie di vecchi amici, tra cui Jeremy Jiannoni (batteria), Matt Kistler (chitarra), David Mallchok (basso) e James Childs (tastiere). Ovvio anche un cambio di direzione stilistica se si pensa al sound di "Sons of Kyuss". In "Prey for the city" prevalgono la spensieratezza ed il puro divertimento, un intrattenimento intelligente che in mezz'ora scarsa si lascia apprezzare senza noia ma anche senza particolari scossoni emotivi. Brani come "Dead airline ticket", "Company man" e "Connelly 7" ci propongono un rock acido e passionale, a cavallo tra Rolling Stones e Pixies. Un crocevia di umori ed influenze, un crogiuolo dove la voce di Vic si poggia su languide basi ritmiche, chitarre placide ed un suadente tappeto di organo. Altrove invece ("Jolene", "Dream of a girl", "Worrying won't do") emergono schegge di indie rock venate di garage, frizzanti e scanzonate. Nulla di originale ovviamente, ma l'emozione dell'ascolto non cala di certo. Anche perché le pause per spezzare i ritmi sono efficaci al punto giusto: "Casablanca" e "Death & man" sono due ballate notturne che richiamano alla mente i gloriosi Husker Du per la costruzione armonica e le intuizioni melodiche; "Sex at Knifepoint" è una grande cavalcata acid psych; "Country cage" è una divertita parentesi country che sembra fare il verso (ovviamente in modo più sensuale e in salsa d'autore) al mitico tema di "Raw hide" eseguito dai Blues Brothers. Insomma, il buon Chris non sarà certo un genio o un innovatore assoluto ma la sua musica seduce e si lascia ascoltare. In attesa del nuovo lavoro passerà in tuor in Italia, sarà una ghiotta occasione per rilassarsi con un po' di rock sincero e genuino. Alessandro Zoppo
VICODIN – 1000 year old soldier
È una realtà molto interessante Morgana Records. Etichetta che ha iniziato a muoversi in ambito locale (la zona di Bolzano) e che ci auguriamo possa espandersi il più possibile. Prima uscita discografica della label è questo ep dei Vicodin, giovane trio nato nel 2005 su iniziativa dei fratelli Stefano (basso, voce) e Dario Zanardi (chitarra), supportati nel progetto da Maurizio Riglione alla batteria. Il genere è un possente stoner rock (i tre lo definiscono 'heavy mammoth stoner'), che si ispira soprattutto alle sonorità 'flippate' e narcolettiche dei primi Queens of the Stone Age.Lo dimostra immediatamente la title track, song sghemba, che procede a singhiozzo per poi esplodere in una melodia esasperata. "Examinations" poggia invece su un giro ultra saturo (Kyuss e Fu Manchu insegnano) ma apre il proprio spettro sonoro a interessanti derivazioni psych noise. La conclusiva "FAQ" è il brano più lineare del lotto: melodia un po' scontata servita da chitarre ronzanti, ritmiche impazzite, buon groove e vocals in scream. C'è ancora qualcosa da mettere a punto, soprattutto nella compattezza dei suoni, ma i Vicodin sono un buon gruppo e lo dimostreranno. L'ennesima sorpresa del sempre più florido panorama stoner italiano. Alessandro Zoppo
VISTA CHINO – Peace
Inutile usare troppe parole: "Peace" dei Vista Chino è il disco che i fan dei Kyuss e dello stoner rock attendevano da più di dieci anni. John Garcia, Nick Olivieri e Briant Bjork sono i 3/4 del mito Kyuss; Josh Homme è l'unico assente all'appello. Altrettanto inutile girarci troppo intorno: tutti volevano un album Kyuss al 100%, nei suoni e nel feeling. Chi sostiene il contrario difficilmente verrà creduto. La prima nota lieta, cosa non da poco, è che il nuovo chitarrista Bruno Fevery riesce in tutto e per tutto a non far rimpiangere Homme, essendone praticamente una riproduzione. Chiaramente i fan più incalliti che conoscono a memoria la discografia dei Kyuss sentiranno in più di un occasione riff, soluzioni e melodie già ascoltati nei precedenti album dei nostri, ma non si lamenteranno della cosa, giusto?Quasi tutti gli appassionti di stoner saranno più lieti di ascoltare questo album piuttosto che seguire quanto ha fatto Josh Homme negli ultimi anni coi suoi Queens of the Stone Age. Questo è un disco al quale non si chiedevano novità, si esige solo di riassaporare le calde atmosfere desertiche, ascoltare l'incontro/scontro fra dirompenti porzioni hard e liquide pause psichedeliche. Ecco quindi che quando parte "Dargona Dragona" l'amarcord ha il sopravvento su tutto il resto; il suono è quello, la chitarra è quella, la voce è quella, l'umore è quello. Le ottime "Planets 1&2" e "Acidize... The Gambling Moose" sono quanto di più Kyuss si sia ascoltato negli ultimi anni e fanno la loro bella figura incastonate nei memorabili classici del gruppo di Palm Springs. Curioso che la prima parte del disco scorra senza sussulti (eccetto la citata "Planets 1&2") mentre invece la seconda presenti le cose migliori. Le dinamiche "Acidize" e "Carnation" sono dirompenti nel loro tiro micidiale e promettono sfraceli on stage, mentre la conclusiva "Sunlight at Midnight" è un bel strumentale dove la chitarra acida fa il bello e cattivo tempo. Tutto perfetto quindi? Purtroppo no, in quanto come già detto sopra, alcuni brani della prima porzione scorrono anonimi, privi di mordente e feeling. Ma la nota più negativa in assoluto è la produzione: la batteria è su livelli esagerati sovrastando il resto, su tutto la chitarra ritmica, che fortunatamente si sente quando è solista; le cose migliorano negli ultimi brani, ma ormai il dado (in questo senso) è tratto. Viene da chiedersi il motivo di una scelta così scellerata dei suoni e del loro volume e del mixing in generale; poi l'occhio cade sulle note interne del booklet e si legge che la produzione è stata affidata a Brant Bjork, e allora le cose si spiegano... Marco Cavallini
VOID GENERATOR – Phantom Hell and Soar Angel
Il delirio dei sensi teorizzato da Humphrey Osmond, psichiatra tra i padri del pensiero psichedelico, sodale di Aldous Huxley, è alla base di "Phantom Hell and Soar Angel", nuova emissione sonora targata Void Generator. Le porte della percezione si spalancano non appena le note acide di "Message from the Galactic Federation" invadono il lettore. Quindici minuti che passano con estrema sapienza dalla psichedelia heavy allo space rock, dal progressive alle tentacolari emozioni provocate dai Motorpsycho. Sorprende la voce di Gianmarco (mastermind della federazione spaziale), profonda e coinvolgente. Ad affiancare il cantante e chitarrista romano in questa nuova avventura, dopo l'esordio del 2004 e la conferma di "We Have Found the Space", troviamo Sonia al basso, Cristiano al synth, Marco alla batteria ed il fantomatico Bob 'Accumulator' the Rich."The Morning" ci avvolge con il suo andamento sinuoso, delicato, per poi esplodere in un crescendo vorticoso che nel finale apre squarci abissali ed ipnotici. Tecnica simile adottata nel mastodonte space "The Eternaut", quasi venti minuti trainati da un riff incandescente e scanditi da intrecci che sfiorano il caos per terminare in totale perdizione. Sembrava tutto concluso quando arriva a sorpresa "Retinoic", traccia aggiunta che dalle mutazioni pinkfloydiane evolve in una furiosa e lancinante ascesa in slow motion, senza alcuna fine (dalle note di un piano distante nel tempo al giro blues che risuona nelle cantine di Mos Eisley). Consci che possano ulteriormente smarcarsi dal modello heavy psych classico, consacriamo i Void Generator ad alfieri lisergici del nuovo millennio. «Per capire l'inferno o volare angelico, basta prendere un pizzico di psichedelico». Alessandro Zoppo
VOID GENERATOR – Void Generator
Ancora una sorpresa, ancora un volta dall’Italia. Che sia la volta buona per un’esplosione definitiva della nostra derelitta scena heavy psichedelica? Per ora questo non ci è dato saperlo, ci basta constatare il fatto che i romani Void Generator hanno prodotto un promo di quattro pezzi originale e veramente intrigante. Oltre ad una professionalità innegabile, la band capitolina sfoggia un enorme bagaglio tecnico e compositivo messo al servizio di brani che spaziano dalla psichedelia pesante allo space rock, con ampie spruzzate di progressive cosmico e visionario. Il gruppo romano si forma dall’unione dei cugini Gianmarco Iantaffi (già all’opera con progetti quali Evon e Capovolto) e Gabriele Fiori, i quali si alternano alla voce, alle chitarre e al basso. Completano la formazione Maurizio De Angelis alla batteria e Massimiliano Matrone ai synth: la dotazione è così pronta per potersi esibire in giro e sfornare questo splendido dischetto. Già a partire dall’iniziale “Sideral connection” si capisce di che pasta sono fatti questi ragazzi: un turbine psycho space rock in stile primi Monster Magnet, si resta ingoiati in un imbuto spazio temporale dove intrecci di chitarre acide, synth allucinati e ritmiche ipnotiche rapiscono i nostri stessi sensi… La successiva “Blues ky” è il pezzo più semplice e lineare del lotto ma al contempo è il tassello che dona i migliori frutti: un’atmosfera molto sixties viene messa al servizio di delicate vocals che costruiscono una tessitura melodica da pelle d’oca, interpretata con la giusta attitudine, tra l’elegiaco ed il trasognato. Toni pacati sono anche alla base di “Electric tratment”, brano che in poco meno di cinque minuti filtra la psichedelia pinkfloydiana attraverso i suoni delicati del progressive e della scuola di Canterbury, graffiati solo in apertura ed in chiusura da un vibrante riff di chitarra. Posta alla fine troviamo invece “Suite #2”, 14 minuti dove la band si sbizzarrisce nel variare registro a seconda delle esigenze: progressive romantico nella prima fase (con parti vocali sentite ed un moog che fa girare la testa…), sperimentazione lisergica e rumorista nella seconda, un senso di sospensione che si placa solo nell’eruzione sonora chiude il lavoro. Lontani da ogni catalogazione, eccellenti strumentisti, ma soprattutto grandi compositori, i Void Generator sono una graditissima scoperta di questo primo scorcio di 2004. La loro prossima mossa sarà una collaborazione con i resti di una band svedese (i Ptarmigan) che nel 1974 ha fatto uscire un lavoro omonimo. Siamo sicuri sarà l’ennesima lieta novella… Alessandro Zoppo Con un certo ritardo (me ne scuso con la band) vado a recensire questo lavoro dei capitolini Void Generator, ottima promessa dello stoner/space rock nostrano. Sono 4 i pezzi proposti in questo promo, 4 pezzi che vanno a sondare diversi terreni dell’heavy rock acido mettendo in evidenza l’intenzione della band di non farsi ingabbiare in un filone ben definito. Scommetto che la band ha ascoltato a lungo i Motorpsycho visto che, a mio avviso, l’influenza della band norvegese si fa viva sia nella melodica seconda traccia (diciamo i Motorpsycho di fine anni novanta) sia nella lunga suite che chiude il lavoro, fantastico trip lisergico impreziosito dal lavoro del synth e delle chitarre, degni del migliore space rock. Electric Treatment (il brano che mi ha convinto meno) abbraccia invece ritmiche e sonorità leggermente più metalliche, soprattutto nel rifferama iniziale, nonostante la presenza di effetti spaziali e di atmosfere rilassate la mantengano ancorata al discorso sonoro intrapreso con le altre tracce. Sideral Connection, posta in apertura del lavoro, è invece il pezzo più “ruspante” e forse quello che amo di più, perfetta simbiosi tra sonorità stoner e space che, pur senza inventare nulla di nuovo, mi ha fatto letteralmente eccitare fin dal primo ascolto! Promossi a pieni voti! Spero di risentirli presto, magari con l’aiuto di qualche label volenterosa. Bokal
VOID GENERATOR – We have found the space
Navigatori dello spazio profondo unitevi. Il primo disco ufficiale dei Void Generator è il nuovo cibo per affrontare traversate intergalattiche. Una preparazione a base di space rock e heavy psych, roba da far girare la testa anche se si resta comodamente a terra.La creatura di Gianmarco (basso, chitarre, voce), Gabriele (voce, chitarre, basso), Maurizio (batteria) e Massimiliano (synths) è un mostro di incredibile bravura. Ne avevamo avuto dimostrazione con il promo del 2005, ne abbiamo piena conferma con questo “We have found the space”. Un’ora abbondante di stupenda musica, composta da autori brillanti e appassionati, eseguita con perizia e tecnica sopraffina. La sensazione che se ne ricava è quella di essere al cospetto di una grandissima band, una delle migliori in assoluto (non solo in Italia) nel panorama heavy psych attuale. Non abbiamo paura di esagerare perché basta ascoltare bordate maledettamente hard e lisergiche come “Black rainbow”, “Modulator generator”, “Sideral connection” o “Astral manipulations” (una vera e propria cavalcata negli spazi siderali!) per rendersene conto. D’altronde se “Out of time” paga dazio ai padrini Hawkwind e ai figliocci Monster Magnet, un brano del calibro di “Water all over” - fantastico, delicato ed onirico acid rock - non è materiale che si ascolta tutti i giorni. Ma non finisce certo qui: le eccezionali doti compositive del gruppo romano vengono fuori anche in altri episodi. Ad esempio nei passaggi acustici di “Million stars” e “Pale sun”, nel trip cosmico psych progressivo (che coda ultra mesmerica!) di “Path of light”, nei dieci minuti conclusivi di “Stefano T. must die”, escursione in abissali ed oscuri territori kraut. Insomma, “We have found the space” è un disco che farà la gioia di tutti, vecchi amanti dell’hard psych e nuovi adepti dello stoner (astronauti compresi). Non lasciatevelo sfuggire. Void Generator is heavy, cosmic, kinetic. Alessandro Zoppo
VOID OF SLEEP – Tales Between Reality and Madness
Arriva il primo full-length per i ravennati Void of Sleep dopo "Giants & Killers", EP autoprodotto, uscito nel 2011. "Tales Between Reality and Madness", registrato nell'estate del 2012, si presenta come un lavoro granitico e deciso: le influenze del quartetto romagnolo sono lampanti e variegate. Dall'heavy psych dei Seventies, allo stoner e lo sludge più viscerali senza disdegnare aperture e passaggi più propriamente prog e post rock. Il disco parte deciso con "Blood on My Hands", song di evidente discendenza sabbathiana: riff di chitarra massiccio e suono ipersaturo, non si poteva chiedere un'opener più incisiva. Segue "Windsom of Doom", pezzo che parte sparato a folle velocità salvo poi rallentare, accomodarsi e perdere quella spinta che ne caratterizza l'inizio."The Great Escape of the Giant Stone Man" è un roboante titolo per una roboante canzone! Una chitarra esplosiva e una batteria cavalcante si intrecciano facendo esplodere il brano fino alla spaziale deriva heavy psych del finale. Sicuramente la vetta del disco. "Lost in the Void" presenta più venature prog delle composizioni precedenti. Risulta incisivo il lavoro del batterista Allo, che dà brio a una canzone che in più di un momento sembra ritrovarsi senza sbocco. Batterista che spicca anche nella traccia successiva "Ghost of Me" dove si sente una lontana eco dei Tool. "Mirror Soul Sickness" è una fase di leggera stanca, non presentando guizzi particolari. L'album si chiude con "Sons of Nothing" dove riemergono le influenze prog e post rock con un finale tra crescendo di batteria e feedback chitarristici degno di nota. A conti fatti, "Tales Between Reality and Madness" si può considerare un debutto molto riuscito, anche se i Void of Sleep a volte non sembrano avere le idee chiare e tendono a fare confusione tra le varie fonti di ispirazione. Se nella prima parte è la componente stoner/sludge a farla da padrone (la più convincente), nella seconda predominano le influenze progressive e post e l'album tende a perdere vitalità. Degna di nota rimane comunque l'abilità strumentale di questi ragazzi, soprattutto il piglio e la vivacità del batterista che in più di un momento ravviva l'ascolto e l'andamento dei pezzi. Giuseppe Aversano
VOIVOID – Voivoid
Se non proprio inosservato, il ritorno dei supremi Voivod, è parso “solo” come un buon rientro in carreggiata, impreziosito dall’ingresso in pianta stabile nella formazione di Jason Newsted, che assume dopo tanti anni il ruolo che fu dello storico blower-bass di Blacky (al secolo Jean-Yves Theriault), e soprattutto – e qui si riaccendono le lampadine ed esplodono i mortaretti – della voce inimitabile di Snake (aka Denis Belanger), l’ugola narratrice dell’epopea che è partita dalle stragi tribal-punk del terribile Korgull, ci ha fatto viaggiare attraverso reattori nucleari e scalcinate navicelle post-atomiche, ci ha proiettato nell’ipercubo dell’inconscio e finanche nei mari interiori dell’Angelotopo, e qui mi fermo, con la preoccupazione che qualche lettore di Tolkien possa provare interesse e cambiare le sue prospettive spazio-temporali. Per chi li conosce bene, è parsa addirittura comica la situazione di come (una parte) della critica metal, che avrebbe esaltato il “ritorno” al livore crush-industrial cibernetico di “Negatron” e seguenti, – un periodo artistico non proprio negativo, ma che in definitiva somatizzava una crisi dei nostri - si permettesse di rivendicare la ritrovata vena psichedelica dei quattro guerrieri cosmometallici di Montreal. Idem dicasi per (una parte) della stampa alternativa-snob-evoluta, che ha osato accogliere nel suo mortale abbraccio capolavori come “Nothingface” e “Angel Rat” (ovviamente “Dimension Hatross” era il disco scomodo e indefinito, “The Outer Limits” quello dell’involuzione hard-rock e “Killing Technology” l’innominabile), per poi smaterializzarsi in chissà quale iperspazio. Armiamoci di un po’ di pazienza, aiutati in questo dal rilassamento cellulare della nostra materia grigia, ancora elastica e deformabile - dopo venti anni di sollecitazione sonico-radiativa di ogni natura (dalla diffrazione a raggi X allo scattering neutronico) a cui ci hanno sottoposto i Voivod – e stavolta inoltriamoci nei meandri del reticolo cristallino del silicio, in quanto il supporto fisico ora è il microprocessore che legge l’mp3, e non più le noiose ramificazioni del policarbonato del cd - chissà cosa passava nelle teste di quegli sciocchi chaosmongers che l’avevano progettato!! Lo start di “Gasmask Revival” è dei più rassicuranti: tutti in forma pilotati dal timbro psychopunk di Snake, alle prese con refrain molto acidi, con Piggy-Denis D’Amour che miracolosamente torna quello di “Panorama” e “Fix My Heart”, e l’accoppiata ritmica Away-Newsted che sembra fatta apposta per sorreggere ed abbellire il pezzo. Riffoni hard che trasportano magnetiche onde cyber, break incalzanti su contrasti noise-melodici e Snake spiritato: è “Facing Up”, un grande brano non c’è che dire. Con un andamento più duro e penetrante, e dalla sagoma sonora acuminata, risultano “Blame Us” e “Real Again?”, anche se i toni si fanno più drammatici e realistici, nonostante il supporto visionario delle tastiere. “Rebel Robot” è più ispida e spigolosa, ma rende bene il concetto di heavy robotico in stato di trance futurista, che in forme diverse è stato raccolto da Qotsa e Tool. Con “The Multiverse” riascoltiamo il riffing hard basato sul delay e le dissonanze: pur non cercando la soluzione spettacolare di cui sarebbero capaci, ci sembra di intuire che i Voivod siano troppo contenti di essersi ritrovati, e pensino a dosare le loro caratteristiche con equilibrio. “I Don’t Wanna Wake Up” è forse la canzone migliore (posta non a caso a metà percorso): la forma hard-rock non è più distinguibile da quella cyber-psych e viceversa, tanto che i ritornelli melodici di Snake appaiono perfettamente naturali e congeniti al suono e alla intelaiatura del brano. “Le Cigares Volants”, “Divine Sun”, “Reactor”, sono esercitazioni (nell’accezione voivodiana) classiche del loro stile, e c’è da dire che il disco assume progressivamente una fisionomia propria e senza forzature, indice della riuscita di questo lavoro, e lo sfrondano dai dubbi di un ipotetico impegno celebrativo. “Invisible Planet” vive di un hard/thrash futuribile, così come “Strange And Ironic”, che ci catapultano nelle pericolose metropoli del 2050, ma con sempre dentro il riscatto della sarcastica e sognatrice lotta a favore dell’individuo. Concetto ribadito in maniera netta ed inequivocabile dalla stupenda ed ipnotica cavalcata di “We Carry On”, con Snake che ancora una volta catalizza la prova degli altri tre ai propri strumenti. Roberto Mattei
VOLT – Rörhät
Gente strana i Volt. Già il fatto che escano su Exile On Mainstream in contemporanea con Beehoover e Ostinato è emblematico. Se si aggiunge che provengono da Chemnitz, città tedesca con il tasso di natalità più basso del mondo, si comprende come ci sia qualcosa di particolare nella loro proposta. Una urgenza sonora che si fa pressante, che esprime disagio e lo fa con un sound tagliente, ossessivo, lasciando pochissimo spazio ai compromessi. Come voler azzerare la componente umana da uno scenario post industriale, radere tutto al suolo e ripartire da zero.Questa sorta di apocalisse prende il nome di “Rörhät” e si esprime nei nove brani che compongono il disco. Una mezz’ora di assalto continuo, tra noise, avanguardia e hardcore, con un tocco non sense e iper reale che lascia attoniti e di stucco. C’è di che godere per chi ama le sonorità dei vari Melvins, Unsane, Jesus Lizard, Helmet. Pezzi come “Kreuz” e “Dr. Crow Medua” sono bordate psycho noise devastanti, “Zwiggilusion”gioca a destrutturare la psichedelia, i rallentamenti di “Hospital in Wales” arrivano addirittura sulle infernali sponde del doom. In “Griffel” e “Praecrow” inserti elettronici rendono l’atmosfera ancora più malsana, mentre nel turbine violentissimo di “Frommbug” e “Stativ” si insinuano sottili melodie che sorprendono per vitalità e arguzia. La lunga, folle “Volt” è una lenta marcia di avvicinamento per l’annichilimento totale e conclusivo. Posta in chiusura come sigillo di garanzia, amplifica ulteriormente il senso di rabbia e frustrazione che un disco come “Rörhät” trasmette. Alessandro Zoppo
VOODOO SHOCK – Marie’s Sister’s Garden
Quando si dice che un prodotto di genere vale più di mille, pretenziosi lavori d’autore. È il caso di “Marie’s Sister’s Garden”, secondo ottimo disco dei tedeschi Voodooshock. Un po’ di storia per chi ignorasse di chi stiamo parlando. Uwe Groebel (voce, chitarre) è in giro da parecchio, da quando Lee Dorrian rimase rapito dalla musica dei Naevus e li mise sotto contratto per Rise Above. Classico scioglimento e nuovo progetto per Uwe, Voodooshock appunto. Due uscite (un full lenght e un ep) su PsycheDOOMelic e ora nuova linfa alla line up, con la sezione ritmica del favoloso duo Beehoover a dettare tempi e trame sonore (Ingmar Petersen al basso, Claus-Peter Hamisch alla batteria). “Marie’s Sister’s Garden” è il risultato, un disco che trasuda DOOM da ogni microsolco.Attenzione però, la sensibilità artistica di Groebel non si limita a riproporre i canoni stilistici dei vari Saint Vitus, Cathedral, The Obsessed e Revelation (ripresi comunque in diversi episodi densi e soffocanti come “Funeral farewell” o “Miserable mercy”). I Voodooshock sono autori di un sound emozionale, affascinante, per certi versi delicato, avvolgente. L’iniziale “Please let all truth in your heart”, le travolgenti “Truth” e “I need a rest”, l’intensa “Warm knives cut deeper” sono in proposito più che eloquenti. È il mood che caratterizzava anche i Naevus, fuso in questo caso con un songwriting intelligente, attento a diverse sfumature (blues, heavy, groove rock). Un doom paradossalmente ‘solare’, come se si volesse lasciare un barlume di speranza, far trasparire un raggio di sole in un buio che ci attanaglia dentro. E forse la vera essenza del doom è proprio questa, prezioso segreto che “Marie’s Sister’s Garden” ci rivela in punta di penna, con accorata passione. Alessandro Zoppo
VOODOO SHOCK – Voodoo shock
Prima uscita per la PsycheDOOMelic Records (neonata etichetta doom capeggiata da Hegegus Mark) e primo capolavoro: i Voodoo Shock sono infatti il nuovo progetto di Uwe Groebel, membro dei Naevus, piccola meteora stoner doom che strabiliò tutti grazie ad un album ("Sun meditation") uscito diverso tempo fa per la Rise Above del guru Lee Dorrian. Ora Uwe torna in pista con la sua nuova creatura e continua a proporre sonorità a metà strada tra doom e psichedelia. Nei dieci pezzi che compongono il loro disco d'esordio, la band dichiara infatti tutto il suo amore per colossi come The Obsessed, Saint Vitus e Cathedral proponendo uno stile corposo, lento ed ossessivo, ma che tiene sempre ben in vista la melodia, il groove e azzeccate aperture liquide che rendono il tutto meno monotono e più malinconico. Prezioso è il lavoro svolto dalla sezione ritmica, Michael Greilinger al basso e Christian Specker alla batteria, capaci di sostenere le sfuriate chitarristiche di Uwe senza appesantire eccessivamente il "carico" delle composizioni. Sorprende il gusto armonico che le vocals tendono a marcare come contrappunto alle sonorità oscure che tratteggiano tutto l'album, a partire dalle iniziali "Fountain of freedom" e "Rainbow sky" fino ad arrivare alla elettrizzante "Electric mind". Non meno stupore provoca la cover dei Moody Blues "Nights in white satin" (forse qualcuno la conosce come "Ho difeso il mio amore" nella versione dei Nomadi…), resa con somma maestria e mood plumbeo. I tratti più angoscianti sono però resi dalla lentezza maestosa di macigni come "Showtime" e "We cry", autentiche gemme di psychodoom etereo, mentre cavalcate melodiche quali la struggente "Tomorrow's bloom" e la languida "Amazing fire" mettono in risalto capacità di songwriting che pochi gruppi al mondo possiedono. Dunque migliore esordio non poteva esserci, sia per la PsycheDOOMelic che per i Voodoo Shock. Senza dubbio un ritorno in grande stile per Uwe, uno dei migliori "doom master" rimasti in circolazione al giorno d'oggi… Alessandro Zoppo
VORE – Maleficus
Questi Vore si presentano nella bio indicando il loro sound come un incrocio tra death, doom, thrash e "traditional metal" e proponendosi come band pesante e brutale, forte della lunga attività live svolta supportando anche bands come Morbid Angel, Six Feet Under, Deicide, In Flames e molti altri. A dire il vero la tecnica tipica del thrash ci può anche stare e di brutale ci sono principalmente le vocals gutturali del singer, mentre di doom ce né appena l'ombra in qualche passaggio di chitarra e di potenza ne ho riscontrata un po' poca. Avrei preferito dei riff più "micidiali" visto che quelli proposti sono sì molto tecnici ma lasciano poco a livello di feeling; inoltre la batteria non mi ha convinto granchè: doppia cassa infilata ovunque con un effetto "macchinetta" che rende i pezzi tutt'altro che potenti rendendo vani anche quelli laddove una ritmica più possente e cadenzata avrebbe reso molto di più appaiata ai lenti riff delle chitarre.Carino l'artwork, registrazione buona e tecnica ammirevole, soprattutto a livello chitarristico, voce pesante e brutale come si deve ma ho avuto l'impressione che i Vore abbiano svolto il loro compitino senza riuscire a colpire l'ascoltatore. The Bokal
VORTICE CREMISI – Falling into the crimson vortex
Gli anconetani Vortice Cremisi sono stati il primo gruppo italiano a cimentarsi con la materia heavy psichedelica e paradossalmente sono stati gli ultimi a pubblicare il disco d’esordio. “Falling into the crimson vortex” vede la luce dopo un minialbum devastante, la partecipazione all’ormai storico “Cookery course” e uno split condiviso con gli inglesi (altrettanto bravi…) Sidewinder, ma in questo caso la materia sonora del Vortice è totalmente propria, così piena di consapevolezza da far esplodere le casse dello stereo nonché le nostre (fortunate…) orecchie. Le coordinate del trio non sono poi così cambiate rispetto agli esordi: sulla strada imboccata dal gruppo incrociamo infatti stoner, doom, psichedelia acida, noise, space e sfumature punk, anche se ora si respira una capacità tecnica e compositiva fuori dalla norma, mai toccata prima. Giovanni Cifaldi diventa il mastermind, elabora trame asfissianti e torbide, cimentandosi con chitarre, basso e voce; Paolo Panni lo supporta alla grande alla sei corde con riff grevi come macigni; infine, Massimo Di Prenda, batterista immenso, capace di sfuriate in puro stile hardcore così come di tocchi eleganti e al tempo stesso mastodontici, rende il tutto ancora più completo. Con “Mr. Delta Plane” (già presente sul citato split) non poteva esserci inizio migliore: un giro di chitarra opprimente uccide ogni resistenza, il drumwork micidiale di Massimo crea uno slow-tempo che accelera all’improvviso, mentre il cantato di Giovanni alterna parti sofferte e lancinanti ad altre più rilassate…non c’è che dire, un prologo memorabile! Le influenze della band sono le solite, Black Sabbath, Kyuss, Helmet e Soundgarden su tutti, ma si percepiscono anche echi di Corrosion Of Conformity e Tool, band il cui fardello non viene ripreso in modo fine a se stesso, ma con capacità enormi, tali da rendere il prodotto finale assolutamente originale, proprio, in una sola parola unico. Lo dimostra “No welfare”, personale elaborazione del desert-rock acido e lisergico, dall’atmosfera senza tempo, dove ci si sente come lanciati in un gorgo di sensazioni insolite, perfettamente evidenziate nel chorus dallo stampo melodico dato da Giovanni (autore di lyrics molto intelligenti e mai banali). Nella strumentale “March wave’s, corrosion by natural elements” si affronta in pieno un esperimento di heavy psichedelia espansa: le chitarre liquide e sognanti fanno da contraltare alle ritmiche robuste e possenti, fin quando uno stacco ai limiti del rumorismo più estremo non produce uno stato di ipertensione acuta, placato solo nel finale con il ritorno alla fase iniziale più pacata e decisamente melliflua. “Real men” è un episodio molto tirato, incazzato quanto basta per creare un incedere epico (non a caso il nome del gruppo è tratto dalla saga fumettistica di “Conan il Barbaro”…) che scoppia incandescente nell’assolo di chitarra sghembo e destrutturato, acido e incostante così come le vocals. Ma è con la song successiva che si arriva al picco del lavoro: si tratta di quella “Wrarrl, the Limbo’s dimension” già presente su “Cookery course” e che presenta quasi nove minuti di un’intensità unica, stoner rock al quadrato, prima ricco di fuzz e distorsioni, poi lento, emozionante (come rimanere impassibili di fronte ad un basso così avvolgente, a delle percussioni così magmatiche e a degli arpeggi così ariosi…), ma comunque minaccioso (il crescendo della batteria sembra annunciare l’arrivo di un tornado…) , infine deciso e squadrato. “Last moment” strizza l’occhio agli anni settanta, così come del resto fa il materiale rimanente, ma con una sensibilità tutta contemporanea, figlia del Seattle sound e delle contaminazioni odierne che oltrepassano tutti i generi. “Demands” viaggia invece su binari nervosi, quasi isterici, tra noise e attimi di lucidità presto smarriti per far posto a rabbia e passione. Si giunge verso il gran finale con “Good action”, pezzo veloce e minaccioso dallo stacco groovy e tribale (con un grande lavoro di basso…) che lascia spazio agli otto minuti di “Crimson vortex”, emblema di ciò che i Vortice Cremisi sono oggi: chitarre martellanti (l’inizio ricorda una certa “Jesus Christ pose”…), sezione ritmica al vetriolo, fughe spaziali, vibrazioni mesmeriche, rallentamenti bruschi, parti vocali ispiratissime (tra John Garcia e Maynard James Keenan), insomma tutto ciò che c’è da chiedere ad un gruppo che suona musica del genere! Spegnete le luci della vostra camera, mettete questo cd nel lettore e lasciatevi avvolgere in questo vortice di emozioni allucinate, non ve ne pentirete… Alessandro Zoppo
VORTICE DI NULLA – I’m With Tortillas, Throwing Stones In The Water
Continua ad essere degno di menzione quel sottobosco che persevera nella sua incessante attività volta ad unire post rock e psichedelia, un panorama invero piuttosto frastagliato e dalla qualità alterna, ma entro il quale le formazioni più meritevoli insistono nello sforzo di creare spunti originali o quantomeno di apportare un certo tasso di creatività.Bene ha fatto ad esempio la Trazeroeuno a ristampare in edizione limitata con un ottimo packaging il secondo lavoro autoprodotto dei Vortice Di Nulla, band nata "all'imbrunire del 2003" e che in poco tempo si è costruita una solida reputazione in questo ambito. "Dash And Dixan" - battente come un'ineluttabile spirale, ma forte di tastiere robotico-progressive e chitarrismi secchi che spingono a dovere il brano - e "L'Orchestra Di Osama" ci introducono nell'ombroso sound del bravo quintetto cremasco: una città degli echi fatta di Mogwai e Explosions In The Sky, ma anche Red Sparowes per le acustiche che ricreano orizzonti privi di confini completamente intelligibili, e i Motorpsycho per l'approccio avanguardistico e curato della melodia. "Gocce Di Cristallo" parla da sola e coerentemente, invece della solita vitrea nenia dark/shoegaze, i nostri costruiscono con snellezza un pezzo dalle intelligenti pizzicature, con le keys che fendono la spessa coltre che cala al morir del giorno, concluso poi da ritmiche ben incisive. "Erwin Schroedinger" (dopo i primi minuti sperimentali), "DI", l'emozionante "Master Miyagi vs. Hobra Kai" (probabilmente l'apice creativo del CD), sono nettamente Red Sparowes/Irepress, coi soliti sbalzi caratteriali tipici di queste profetiche formazioni, e il gruppo si avvicina anche ad alcuni episodi (quelli più riusciti) delle non troppo convincenti ultime prove dei Pelican. Proseguendo nell'ascolto, esecuzione e ispirazione si mantengono al di sopra di sterile riproposizione, pur senza gridare all'album definitivo: dapprima nella soffusa "Picanol", poi con il colorato indie-noise di "We are the Sonic Death Monkey" e infine nello spoglio commiato rischiarato da tenui riflessi di speranza di "Song For My Stomach And For My Old Friend". Roberto Mattei

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