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W.I.N.D. – Hypnotic dream
Un mix di blues, hard rock, soul, improvvisazione e psichedelia. Tutto questo e molto altro troverete nel secondo disco dei friulani W.I.N.D., trio dedito ad un recupero totale del suono "vintage" del passato. Siamo in presenza di un vero e proprio gioiello, uno scrigno che rivisita a tutto tondo la tradizione classica del rock. Non si tratta di una riproposizione giurassica e sterile che segue canoni ormai fuori moda, qui ci sono tecnica, feeling e capacità compositive da far invidia a qualsiasi uscita che abbracci rock o blues. La versatilità di Fabio Drusin (vocalist eccezionale nonché ottimo bassista), Jimi Barbieri (chitarrista dal tocco ora delicato ora aggressivo) e Sandro Bencich (drummer possente e preciso) viene impreziosita dall'hammond infuocato di Johnny Neel, storico tastierista di Gov't Mule e Allman Brothers Band. Ed è proprio a questi ultimi che i W.I.N.D. sembrano richiamarsi con maggior frequenza, basta ascoltare due brani coinvolgenti ed accattivanti come "Can you feel me" e "I can't live it anymore" per rendersene conto. Pura adrenalina scorre nelle loro vene, l'organo di Neel è un fiume in piena, vorticoso e torrenziale, mentre gli innesti di slide guitar aggiungono quel tocco di pathos che ci trasporta direttamente alle radici del blues. Si tratta di un suono ricco di sfumature, per certi versi unico in Italia: il blues nero (penso a John Lee Hooker, Muddy Waters e Willie Dixon, di cui viene riproposta in maniera trascinante la storica "Hoochie coochie man") incrocia il blues bianco (tanto per fare qualche nome direi John Mayall o Eric Clapton del periodo Cream), l'hard rock degli anni '70 (spesso sbucano riferimenti ai primi Whitesnake e ai mitici Free) e lunghe divagazioni psichedeliche liquide e fatate. Non si può davvero resistere alle bordate hard blues dell'iniziale "Going lazy" o della travolgente "Taste it", mentre attimi più ragionati e riflessivi vengono trasposti in una ballad carica di vibrazioni soul come "Tomorrow never comes". Tuttavia è proprio nei momenti più tirati e al tempo stesso onirici che la band dà il meglio di sé: ascoltare il boogie selvaggio di "Boogie man" lascia senza respiro, così come le lunghe jam inacidite che rispondono ai nomi di "Moon blues (part 1)" e "Hypnotic dream". Pura arte psichedelica filtrata attraverso il blues e l'heavy rock, che raggiunge il suo apice assoluto nel capolavoro dell'album, "Dance with the devil": oltre otto minuti cesellati da vocals abrasive, chitarre mesmeriche, ritmiche ipnotiche e un organo hammond da brivido continuo lungo la schiena… Non si avverte mai un segno di cedimento o di stanchezza: nonostante la durata abbastanza lunga dei brani si percepisce dal principio alla fine una sensazione di magia sonora difficile da trovare nel mercato discografico di oggi. E allora, come se non bastasse, arricchisce questa favolosa uscita un secondo dischetto composto da quattro brani: si tratta di chicche come la versione acustica di "Over the sun", l'hard blues di "Keep on livin'" (colto per l'occasione dal vivo) e le jam tuonanti e jazzy "Spoonful" e "Jammin' with Johnny". Sono incredibili la passione e la spontaneità che trasudano da questo disco: i W.I.N.D, pur non inventando assolutamente nulla di nuovo, sono riusciti nell'impresa di proporre un'ora e mezzo di musica ad alto tasso emotivo, ripescando dal passato senza correre il rischio di venirne risucchiati. La loro dovrebbe essere una lezione per molte altre band… Un solo consiglio: immergetevi in questo meraviglioso sogno ipnotico. Alessandro Zoppo
WALL OF DEATH – Main Obsession
Tre ragazzi francesi che suonano pura psichedelia, oscura, malinconica e senza speranza? No, non può essere: non sono per caso dei biondi vichinghi scandinavi sballati dall'infinita oscurità invernale o magari dei giovani californiani troppo fumati per scorgere il riverbero accecante della luce nel deserto o sull'oceano? No, niente di tutto ciò: i Wall of Death (nessun riferimento al violento "mosh" heavy metal) sono un trio proveniente dalla metropoli parigina attivo già dal 2010 ed il loro debut album,"Main Obsession", è stato pubblicato in Europa nel 2012 dalla Born Bad Records e negli States nel 2013 dalla Reverberation Appreciation Society (l'etichetta dell'Austin Psych Fest). Il disco si compone di dieci brani per oltre cinquanta minuti di sonorità cupe, minimali, circolari, stratificate ed eteree: una psichedelia estremamente essenziale ma assolutamente coinvolgente, suadente, a tratti anche dolce e luccicante, ammiccante e magnetica. I maestri ed i riferimenti musicali a cui i ragazzi attingono sono ovviamente i primi Pink Floyd ed i Velvet Underground più oscuri, passando per Spacemen 3, Loop e tanti altri fino a giungere, ai giorni nostri, ai Black Angels, loro veri padrini e mentori, presenti in alcune tracce dell'album e con i quali hanno intrapreso recentemente un tour nordamericano."Main Obsession", la title track, con il suo refrain ossessivo («Tell me Jesus, tell me Death, tell me why i'm in so deep»), "Away", "Tears of Rainbow", "Marble Blues" e "Darker than Black" sono i brani migliori, ma tutto il disco è ben amalgamato (ottima la produzione) ed assolutamente fluido e fresco, nonostante un genere ormai inflazionato (ciononostante qualcuno potrà trovarlo stucchevole, prolisso o già sentito, ovvio); una sezione ritmica lenta e sinuosa, chitarre a volte stratificate, quasi impalbabili, altre volte distorte e piene di riverberi, un cantato mai sopra le righe, suadente e melodioso ma allo stesso tempo anche cupo e angosciante. Già, le voci: soffuse, maliziose e decadenti, ricordano da vicino proprio i Black Angels (e non potrebbe essere altrimenti), e in alcuni momenti persino un certo Ian Curtis (anche nelle liriche); del resto, terminato l'ascolto dell'album, non può non riecheggiare in testa proprio quel ritornello cupo e ossessivo che fa «Tell me Jesus, tell me Death, tell me why i'm in so deep»... Insomma, "Main Obsession" è un gran disco, di quelli che non ti aspetti e che colpiscono nel segno, ed i complimenti per i tre ragazzi parigini sono davvero meritati! Alessandro Mattonai
WALL OF SLEEP – Overlook the all
Sono molti i gruppi che senza il fondamentale apporto creativo dei Black Sabbath non sarebbero mai esistiti. Gli ungheresi Wall Of Sleep (nati nel 2002 dalle ceneri dei Mood, doom band con all'attivo quattro album e due sette pollici) si accodano a questa nutrita schiera proponendo nel loro ep d'esordio quattro tracce di doom melodico e fragoroso, giocato sull'alternanza di ritmiche cadenzate ed intriganti trovate armoniche. A dimostrazione della totale devozione dei cinque nei confronti di Tony Iommi e soci il dischetto in questione è chiuso dalla cover della gloriosa "The wizard", proposta in una versione fedele all'originale, con qualche accelerazione nelle parti di armonica e nelle vocals. Tuttavia, a parte i riff cupi e la voce ozziana del singer Gabor che riportano alla mente i fasti del Sabba Nero, sono molti gli spunti interessanti di questo minicd: il doom style intrapreso si avvicina molto agli stilemi degli Abdullah e degli ultimi Candlemass, vale a dire pesantezza ed oscurità bilanciate da slanci melodici che danno corpo a composizioni intelligenti e mai stancanti. "Overlook the all" dimostra fin da subito quanto detto grazie ai suoi stacchi plumbei e ai suoi riff intriganti che colano come lava bollente. "Life lies low" è invece una classica cavalcata impreziosita dagli intrecci delle chitarre di Sandor e Andras, mentre la lentezza soffocante di "Hands of dust" viene smussata dalle solite, suadenti e malinconiche parti vocali. Un nuovo inizio brillante e promettente quello dei Wall Of Sleep, merito anche della PsycheDOOMelic Records, una delle poche etichette a tenere alto il nero vessillo della musica del destino. Doom on! Alessandro Zoppo
WALLRUS – The wind blows witches from the sky
L’ennesima piacevole sorpresa arriva dall’Olanda, si chiama Wallrus e ha confezionato un dischetto che una volta entrato nel vostro lettore faticherà non poco ad uscirne. La band si è formata a Rotterdam nel 1999 intorno alle figure di Rob Rietdijk (voce, armonica), Conrad Freling (chitarra), Paul Van Schaik (basso) e Joeri Rook (batteria) e dopo aver girato tutti i locali olandesi è giunta all’esordio con questo “The wind blows witches from the sky”. Il sound proposto è fresco e possente, trasuda hard rock settantiano, sonorità di Seattle, fiammate stoner e piacevoli venature blues. Su una sezione ritmica molto affiatata si innestano infatti chitarre rocciose e cariche di groove, mentre le vocals di Rob donano un incredibile tocco di forza ed eleganza: il suo timbro è strepitoso, ricorda a tratti quello di Chris Cornell ma è capace di variare a seconda delle esigenze, passando senza problemi da parti ruvide ad altre più soul e passionali. Per rendersene conto basta ascoltare due gioielli come le splendide “Stray white iron Jim” (chiara matrice “zeppeliniana”, torrida slide guitar e un chorus da brividi per un mix micidiale!) e “Moanin’ at midnight”, cover di Howlin’ Wolf resa in modo spettacolare grazie agli intrecci di voce, chitarra e piano. Se sono riff tirati e costruzioni dannatamente coinvolgenti a prevalere (la title track, “Mean shit”, “In my pocket”), altrove ci pensano focose variazioni bluesy a rendere il piatto ancora più ghiotto (“No mistake”, “Blue tales”, con tanto di armonica da delta del Mississippi). “Slow river” concede un’ampia divagazione psichedelica (fermo restando un finale accelerato da infarto…), mentre “Plastic corrective” e “Little Johnnie Doe” viaggiano sui binari sghembi e contorti del nuovo rock targato Queens Of The Stone Age. Se tutto ciò non vi bastasse sappiate che il sigillo conclusivo posto all’opera da “Charlaine” è l’ennesimo modello di classe e raffinatezza, questa volta portato avanti con una pop song da antologia corredata da una incantevole base di fiati. Poche storie insomma, quello dei Wallrus è rock ai massimi livelli. Alessandro Zoppo
WANDA CHROME & THE LEATHER PHARAOHS – More…
Ormai sono in giro da più di dieci anni e come la tradizione del rock più sporco e viscerale insegna, a mollare non ci pensano proprio: stiamo parlando di Wanda Chrome & The Leather Pharaohs, trio di Milwaukee che si ripresenta alle nostre orecchie con un disco di piacevole e scanzonato rock’n’roll. Per intendere quale sia il percorso seguito da Wanda (basso e voce), Cliff (voce e chitarra) e Joel (batteria) è sufficiente notare la presenza di due cover nella tracklist: da una parte “Loose” degli Stooges, dall’altra “New race” dei Radio Birdman, segno evidente della voglia della band di divertirsi con il sound travolgente del garage e del rock di scuola Detroit. Non solo Stooges ed MC5 tuttavia (anche se brani come “Detroit god” e “Wild, wild, wild” sono più che eloquenti…), nei 14 pezzi di “More…” troviamo anche frizzanti spunti punk presi in prestito direttamente dai Ramones e atmosfere metropolitane che sanno tanto di sudore ed asfalto. Inutile citare qualche pezzo in particolare, siamo al cospetto di un dischetto che va preso per quello che è, un concentrato di energia allo stato puro e carica immediata, da gustarsi di getto e senza farsi troppi problemi. Wanda Chrome e soci non hanno certo intenzione di cambiare il corso della musica rock, il loro fine è quello di farvi divertire e scuotere sulle note esagitate di “No respect” e “1234”, di fare risvegliare la vostra coscienza sociale all’ascolto di “Guns of war” e di farvi immergere in un’ambigua sala da ballo in stile Pulp Fiction quando il lettore cd si posizionerà sulla traccia numero 5, “Later than you think”. Nessuna eccessiva pretesa quindi, ma solo un disco di sano ed incontaminato rock’n’roll. I nostalgici di certe sonorità di sicuro gradiranno… Alessandro Zoppo
WARHEAD – Sky Fab
Purtroppo sono in pochi a ricordare “Sand’son”, disco che aveva rilanciato i Warhead dopo il periodo punk hc degli anni ‘80. Uscito nel 1998 sotto l’egida di Paul Chain (che l’aveva prodotto e ci aveva suonato), proponeva una band agguerrita e tosta, alle prese con un heavy rock psichedelico vicino allo stile di Spirit Caravan, Cathedral, Trouble e Monster Magnet. A nove anni di distanza da quel lavoro, il quartetto umbro torna in pista grazie alla Beard of Stars con il nuovo “Sky Fab”. Fabio Scipioni (chitarra), Walter Sacripanti (batteria), Walter Vincenti (basso) e Narayana Minozzi (voce) riprendono lì dove avevano lasciato: quaranta minuti di puro e focoso heavy psycho rock, mischiato abilmente al doom, allo stoner e al metal classico (anche se la cover electro trance di “Desert Plains” piazzata alla fine - Judas Preist anno di grazia 1981 - è piuttosto bizzarra).Il tempo pare non esser mai trascorso per i quattro. “Holyman in the Sun” è una opener da brivido, riff ‘sabbathiano’ e tempi mozzafiato. Così come il groove di “Atomic Zombie” e “Santa Pupa” o le melodie acide e affascinanti di “Messenger of Eternity”. Ci sono anche le dovute variazioni di stile che fanno dei Warhead una band abile in scrittura ed esecuzione: “Rocket Guru” scorre come una versione doomy dei Faith No More (!), “The Best Meditation” affronta a testa alta le acide asperità psichedeliche, “Power of the Sun” tra chitarre come macigni e ritmiche corpose brilla di glitter e luci quasi glam. Insomma, “Sky Fab” è un album onesto e soprattutto ben suonato. Certo, non travolge per innovazione ma ci rende contenti per aver ritrovato una band che credevamo dispersa. Alessandro Zoppo
WARHORSE – Warhorse / Red Sea
Warhorse è il progetto partorito dalla mente di Nick Simper, bassista della formazione originale dei Deep Purple, con i quali incide tre album prima di abbandonarli nel luglio del 1969. Con questo nuovo complesso, Simper vuole poter esporre la sua vena creativa e le sue indubbie abilità strumentali altrimenti oscurate nella band di Lord e Blackmore. A completare la formazione nel giugno 1970 ci sono Ashely Holt alla voce, Frank Wilson alle tastiere (organo e piano), Ged Peck alla chitarra e Mac Poole alla batteria. L’omonimo debutto, registrato ai Trident Studios e prodotto da Ian Kimmett in cooperazione con la band, mostra un sound hard rock chiaramente derivante dai Deep Purple, ma sufficientemente originale e gradevole. I pezzi forti sono senza dubbio “Burning”, “Ritual” e “Woman of the Devil”. Ottima la prestazione di Holt nella bella cover degli Easybeats “St. Louis”, pubblicata anche come singolo e destinata a un flebile successo commerciale. Interessanti anche le più complesse “No Chance” e “Solitude”, brani più soft e progressivi, permeati da una certa vena dark. Senz’altro i cinque musicisti dimostrano di avere una certa padronanza del proprio strumento, anche se né Wilson né Peck sembrano riuscire ad esprimersi al meglio, eccezione fatta per alcuni episodi (“Ritual” su tutti). L’album omonimo non vende molto, ma i Warhorse ci riprovano con “Red Sea”, pubblicato nel 1971 sempre per la Vertigo. Al posto di Ged Peck è entrato Peter Parks, chitarrista dotato di buon gusto e capace di solisti molto efficaci. A parte ciò, questa seconda prova non raggiunge il livello artistico del debutto, e il gruppo dimostra di non essere capace di ulteriori evoluzioni. Buona l’apertura con la title track, in stile vagamente diverso dall’album precedente, seguita da una lunga “Back In Time”, dove Parks ha la possibilità di esprimersi liberamente in un lungo solo. “Confident But Wrong” è più commerciale e scontata, ma rimane un buon esempio della grinta del gruppo ed è abbellita da un avvincente assolo di chitarra. Bello il riff iniziale della strumentale “Mouthpiece”, seguito da un’interessante cambio ritmico. Purtroppo non convince il solo di Wilson e viene lasciato troppo spazio all’assolo di batteria di Poole, che dimostra comunque di essere un ottimo strumentista. A chiudere il disco è una cover di “I (Who Have Nothing)”, ben eseguita e impreziosita ancora dagli interventi di Parks. Neanche questo secondo LP ottiene successo e in seguito Barney James rimpiazza Mac Poole, che collabora per un breve periodo con i Gong, senza però incidere nulla. Dopo aver sciolto i Warhorse nel 1974, Simper forma i Fandango e Holt collabora con Rick Wakeman. I Warhorse furono un complesso non particolarmente originale e sicuramente destinato a una scarsa fama, ma possono sicuramente destare attenzione negli appassionati di certo hard rock dalle vene progressive tipico degli anni Settanta. A nostro parere, pertanto, meritano di essere riscoperti. Davide Trovò
WARNERVE – Face Of God
A ben quattro anni di distanza dal promettente debutto ‘No One Survives’, tornano i valdostani Warnerve. Se nel primo disco erano le guerre e l’oscurità che alberga nel cuore umano i temi, stavolta i quattro sono alle prese con un concept album dedicato allo spazio, alle sue risorse e ai suoi infiniti misteri. I primi cinque brani di questo ‘Face of God’ sono infatti ispirati a ‘2001: A Space Odyssey’ di Stanley Kubrick, i restanti cinque all’alba dell’uomo e al senso della specie in questo cosmo. Argomenti affascinanti cui si accosta il sound ruvido e grasso del gruppo, diviso tra cavernosi riff metal, fumose trame stoner e un groove che pesca a piene mani dal gorgo sludge blues di Down, Crowbar e Corrosion of Conformity, con il beneplacito dei Pantera.L’intro ‘The Coming of Enki’ ci catapulta in questo mondo e brani possenti e grezzi come ‘Itaca’ e ‘Doubt’ chiariscono sin da subito le intenzioni dei Warnerve. La title track osa qualcosa in più, mescolando il metal glaciale e malinconico di Amorphis e Sentenced con un’ossatura smaccatamente stoner. Esperimento che si ripete nei coinvolgenti intrecci di ‘Failed’. Il secondo capitolo del disco subisce qualche calo, pur preservando una certa freschezza nel songwriting. Spiccano due pezzi cardine come la strumentale ‘Beyond the Infinite’ e la serrata ‘All Right Now’, dal piglio di marca Down. ‘Face of God’ è una ricerca intima sulla natura di noi stessi. Complimenti ai Warnerve per osare così tanto, nella spiritualità come nel puro elemento sonoro. Ci auguriamo soltanto di non dover attendere altri quattro anni per un nuovo lavoro. Alessandro Zoppo
WARNERVE – No one survives
“Solo i morti vedranno la fine della guerra”. È con questa profonda riflessione di Platone che i Warnerve si confrontano nel loro disco di debutto “No one survives”. Come a voler esorcizzare con un ultimo afflato pessimista sulla natura dell’uomo l’attuale condizione mondiale distrutta da guerre e distruzioni, umane e non.Quale migliore colonna sonora per tale atmosfera apocalittica se non un groovy rock molto oscuro e possente, influenzato spesso e volentieri dal metal e dallo stoner sludge più cinereo. Punti di riferimento per la band aostana possono essere trovati in Pantera, Down, Tool, Kyuss ed Entombed. Giusto per far capire di che pasta sono fatti questi quattro ragazzi (Mitch al basso, Simone chitarra e voce, Andrea alla chitarra ritmica e Daniele alla batteria), molto bravi proprio nell’amalgamare diverse anime sonore e farle confluire in un sound magmatico e dannatamente heavy, pastoso e sudato. Oltre alla confezione e alla produzione (entrambi ottimamente realizzati), spicca anche una capacità di scrittura non indifferente, punto che potrebbe far ottenere ai Warnerve apprezzamenti in circoli molto più vasti del solito. Brani come l’iniziale “Welcome”, la graffiante “2012” o “Prisoners” sono ad esempio indicati alle orecchie di chi ama metal, rock grezzo e crossover, mentre “Day after day” e “Injustice” strizzano l’occhio al pasto southern sludge dei Down, senza tralasciare una base metallica che ogni tanto fa capolino (non a caso la band ha esordito come T.O.D., Thrash Or Die, un tributo vivente a Metallica, Exodus, Overkill e compagnia). Sul versante più heavy psych si piazzano invece schegge come “She” e “Infedele”, stoner rock robusto e martellante, nell’ultimo caso con testi in italiano che spiazzano per intelligenza e riuscita formale. Discorso a parte merita infine “The robbery”, senza dubbio miglior episodio dell’album: dieci minuti di grande metal psichedelico, un percorso circolare che inizia e si conclude in modo dilatato e nel mezzo gioca le carte dell’aggressività selvaggia. È evidente quanto i Tool siano importanti nella realizzazione di un brano del genere… Influenze e rimandi a parte, i Warnerve hanno sfornato un lavoro valido e professionale. E per essere all’esordio non è cosa da poco. Promossi a pieni voti. Alessandro Zoppo
WE – Dinosauric futurobic
Oslo, Norvegia. Una strana entità psichedelica prende vita sul pianeta terra. Dal 1994, anno di uscita dell'esordio "In a field of moose", droga le nostre menti con musica geniale, psicotropa, allucinata. Questa presenza ha preso il nome di We e rappresenta uno dei migliori esempi di ciò che dovrebbe essere l'acid rock nei nostri giorni. Ormai conosciuti da pubblico e critica, i We continuano il loro percorso artistico dopo svariati dischi e singoli con "Dinosauric futurobic", album che conferma la genialità compositiva di questi quattro ragazzi sempre alla ricerca di nuovi sbocchi per la propria musica. I quasi sessanta minuti in cui si sviluppa il lavoro spaziano tra stridenti sonorità stoner, rigurgiti space rock mutuati da Hawkwind e Monster Magnet, floreali melodie beatlesiane e bizzarre stravaganze che vanno dal funky (prova ne è l'intrigante "Antidote") alla psichedelia classica di Quicksilver e Pink Floyd. Basta l'ascolto dell'iniziale "Galactic racetrack" per essere gettati nel bel mezzo del cosmo: chitarre liquide, vocals dilatate e percussioni intergalattiche tracciano la rotta per nuovi percorsi spaziotemporali. "Carefree" e "Jinxed" rimandano direttamente all'hard rock degli anni '70, Blue Oyster Cult in primis, con l'aggiunta di favolose melodie costruite dalla voce di Thomas, mentre "Dinosauric futurobic" mutua il boogie dei Rolling Stones e lo trasforma in una soave danza spaziale. Momenti di pura psichedelia vertiginosa ci vengono invece regalati da "Organic room" e "From the spaceways", cibo per menti distorte in cerca di vie di fuga dall'opprimente realtà quotidiana. E' però "Cosmic bound" il vero capolavoro del disco: su un tappeto di ritmiche stranianti cresce una melodia che nel refrain esplode vigorosa come una supernova nell'universo, fino a ricomporsi per un finale tortuoso e devastante. A dimostrazione delle grandi abilità in fase di songwriting, completano il disco altre chicche come il punk deviato e contorto di "Toothgottago", le alchimie ricche di groove di "(Still got the)Hats off" e il tributo sabbathiano al rock'n'roll di "1971". Album del genere al giorno d'oggi ne escono pochi. I We si confermano come una delle migliori realtà in campo heavy psichedelico. Allora accogliamo con un sorriso sulle labbra questi cosmic biker rocker from hell… Alessandro Zoppo
WE – In a field of moose
Praticamente irreperibile in Italia, l’esordio dei We (avvenuto su minuscola Nun Music, che si consocerà successivamente alla più nota Voices of Wonder) svela già la grossa caratura degli psiconauti di Oslo - all’epoca misconosciuti – e costituisce un documento molto importante nel comprendere come la scena neo-psichedelica del Grande Nord possedesse un florido underground da tempi non sospetti, di cui i celebrati Motorpsycho hanno costituito la punta di un iceberg dalle forme geometriche abbaglianti. “In A Field Of Moose” si muove su coordinate più aspre rispetto alla produzione futura, ma non per questo risulta così acerbo come si potrebbe pensare, anzi sorprende già la personalità e lo stile peculiare dei quattro musicisti. La timbrica è un tantino spigolosa, specie nelle dirette “Wrecked” e “Cow Song”, hard rock abrasivi e compositi, e soprattutto in “Being What It Could”, dove alle classiche fasi lisergiche sospese si alternano inconsuete incitazioni noisy, mentre “Total Heaviousity” è un tipico stoner alla We, che verrà riproposto in forma più estesa su “Livin’ The Lore” e sull’ultimo “Lightyears Ahead”. Ma questo disco vive soprattutto di quella forma psichedelica che ci ha entusiasmato in grandi dischi come “Violently Coloured Sneakers”, “Wooferwheels” e “Dinosauric Futurobic”, esposta qui in maniera maggiormente ombrosa e acida. Sicuramente “Blown Odissey” e “Days” sono da considerare al top della produzione dei We, lunghi viaggi dal profondo e ineffabile mood, in cui grazie a sonorità grigiastre e smeraldate, la nostra esistenza è ricondotta all’interno della biosfera che circoscrive il territorio norvegese, la cui natura è ancora scabra e incontaminata. Le fasi sono più incubiche rispetto ai trips di “Good Afternoons” e “Stuks Of Khun De Prorok”; evidentemente l’equipaggio del capitano Dons, composto da Felberg, Jensen e Kirkwaag, non aveva ancora pensato di solcare la stratosfera o le profondità oceaniche, o di spingersi verso il calore del deserto… Egualmente atmosferiche, ma più scarne, dal clima urbano e notturno, risultano invece “Another Occasion” e “Shame”, quasi delle tentazioni post-dark muriatiche. Il mio brano preferito è però “Fall”, un grezzo diamante underground che si muove magistralmente tra questi due estremi: dalle periferie anonime della grande città prendiamo una strada secondaria nella pioggia battente, fino alla radura rocciosa e gelida, la dimora della grande Alce… Se avete la fortuna di trovarlo a qualche fiera del disco è sicuramente uno degli acquisti prioritari. Rimane da dire che per chi conosce a menadito - o anche solo superficialmente - i We, si tratta di un must di poco meno di un’ora, che completa ottimamente la discografia di uno dei migliori gruppi al mondo di questo genere. Roberto Mattei
WE – Lightyears ahead
The kings of cosmic biker rock are back! I norvegesi We sono tornati, ad un anno di distanza dal superbo “Dinosauric Futurobic” si ripresentano dando alle stampe un minicd composto da sei tracce (in realtà quattro considerando che la prima, “Zuzu”, è una intro e che la quinta non è nient’altro che una scheggia rumorista di passaggio). “Lightyears ahead” conferma tutta la bravura di un gruppo ormai diventato un culto, amato e celebrato da gente del calibro di Chris Goss, Queens Of The Stone Age, Turbonegro ed autore di dischi fondamentali come “Wooferwheels” e “Livin’ the lore”. C’è tuttavia da dire che in questo nuovo lavoro l’heavy psych spaziale e sanguigno che da sempre contraddistingue i quattro si indirizza di più verso forme di rock’n’roll selvaggio e trascinante, come dimostra l’avvio catchty di “Kickin’”, rock song dal gusto sleazy che richiama le atmosfere da party dei festosi anni ’80. Inizio strano, converrete… L’alone psichedelico e fumoso che caratterizza i We viene però ripreso nella successiva “R’n’r (I put my life…)”: si tratta infatti di un rock roboante e lascivo che si tinge di umori southern (con tanto di armonica, slide guitar e cori femminili) e di una melodia che si stamperà immediatamente nel vostro cervello. “Lost crossroad found” è invece la “Wooferwheel” del 2003, un classico anthem tirato e straniante che esplode in un chorus che rimarrà negli annali. Tutto ciò fa da preludio alla mazzata conclusiva: “Freak captain of the universe” è un dilagante tributo allo space rock, 14 minuti per un viaggio astrale tra tappeti acidi e trame stordenti, il tutto basato su “The rise and fall of spaceport 22 Benfric. The annals of the freakweb”, storia di science fiction scritta da Todd Monsoon, collaboratore e padre spirituale della band. “Lightyears ahead” non è solo un lavoro destinato a fan accaniti e completisti della band, è il vero e proprio manifesto del rock nel 2003. Nonostante la durata limitata l’ascolto è d’obbligo. Alessandro Zoppo
WE – Wooferwheels
Pur non avendo mai raccolto gli stessi frutti del successo dei complementari connazionali Motorpsycho, bisogna elogiare i We per tutto ciò che di buono hanno creato durante la loro pluri-decennale carriera (attivi dal ’93!). Un’ingiustificata ‘assenza’, probabilmente dovuta a distribuzione e promozione all’epoca inadeguate.Il 1998 è l’anno di emissione della 3° fatica del gruppo, “Wooferwheels”. L’album è un’ulteriore conferma della natura composita e complessa della proposta del quartetto norvegese. L’atmosfera che si respira, trasuda di acida psichedelia in ogni singola nota dei 50 minuti abbondanti del disco. Tuttavia, gli sbalzi umorali degli We sono diversi e del tutto inediti. Prendiamo la title-track ad esempio: formalmente ci si trova di fronte ad un incredibile ibrido tra allucinato stoner-psichedelico e pomposo hard-rock di matrice USA; il chorus è un’eslposione di distorsioni che facilmente si insinua nella mente e nella bocca dell’ascoltatore. “Last Argument Of Kings” inizia all’insegna di un rituale chitarra-voce dai tratti orientaleggianti per poi sgorgare in un ritornello schizoide che potrebbe ricordare alla lunga gli ultimi Ministry (voce e distorsioni varie fanno riferimento all’incedere dell’Al Jourgensen più dopato durante tutto l’album). Stesso incedere anche in “Inbetween The Days”: cullante mini-jam e definitivo sfogo nel saliscendi stoner dei chorus. E’ un denso dark-acid-rock a caratterizzare “Stuks Of Khun De Prorok”, oltre 10 minuti di trip psico-fisico senza speranza alcuna. Si torna alla calma, come se dopo l’overdose ci si stende con l’incenso acceso e luci soffuse: è il momento di “Chase Vampire Tribute”, la sua avvolgente chitarra dilatata e ritmi tribali in sottofondo. Le antiche preghiere kraut-space rock dei maestri di 35 anni fa culminano in chiusura con “Im Dschungel Von Kraut”, quasi con la funzione di rito propiziatorio. Un album a tratti indecifrabile, ma le cui note possono seriamente danneggiare le nostre funzioni percettive. In parole povere: Paura e Delirio a Oslo. Giacomo Corradi
WEAKNESS IN THEIR STRUCTURE – Weakness In Their Structure
Ci sono delle band che proprio non si possono emulare. Primi nomi a venire in mente: Om, Earth, Liquid Sound Company. Gruppi nati da un'alchimia difficilmente rinnovabile, che fanno del suono, il "proprio" ineguagliabile stile. Per chi si mettesse sulla loro strada a studiare gli accordi, le ritmiche, le dinamiche della composizione, difficilmente potrebbero risultare altrettanto convincenti come le fonti da cui si abbeverano. Tra questi giganti del rock contemporaneo ci sono certamente i Tool, numi tutelari dei Weakness In Their Structure, da Roma, che si presentano, dopo una gavetta di 15 anni, con un EP omonimo di 4 pezzi.Ad un primo disattento ascolto il giudizio sarebbe impietoso. I WITS sono i Tool in tutto e per tutto: stessa concezione dei pezzi, stessi intro e sviluppi, stesso phatos emotivo. In una parola verrebbe voglia di toglierli dal lettore e mettere gli originali. Poi, continuando ad ascoltarli in un spazio di tempo di più ampio respiro, emergono alcune piacevoli differenze: un bellissimo intermezzo tribale nella lunga "Nail Creeps" che farebbe impallidire, per efficacia e determinazione, i Kyuss ultimo periodo; la coda di "Bad Drawn Man" che rivisita il crossover tout court della fine degli anni Novanta mescolando il registro tooliano con respiri alla Deftones; infine, la parte iniziale di "Empty Shell" sapientemente coadiuvata intorno ad una nuova idea di post rock, raffinato ed evoluto. Citando le parole del gruppo stesso che vede questo EP «solo il primo passo e non un punto di arrivo per la band», non possiamo far altro che augurare loro una spinta coraggiosa verso il "proprio" modo di comunicare, lasciandosi alle spalle padri e padrini. Solo allora brinderemo insieme ad Alessandro, Emiliano, Paco e Gianluca per il bellissimo capolavoro realizzato. Eugenio Di Giacomantonio
WEED, THE – Overview
The Weed è un progetto che nasce a Piacenza nel 2001 dalla voglia di divertirsi di Monica (voce), Carlo (chitarra), Kawa (chitarra), Teo (basso) e Francesco (batteria). L’ansia di prodursi in qualcosa di positivo porta la band a registrare immediatamente questa demo di sette pezzi, ormai datata (a quanto detto dalla band il suono si è ulteriormente indurito) ma abbastanza indicativa per capire su quale scia si posiziona il gruppo.Hard rock vibrante e carico di feeling, tendente da una parte allo stoner, dall’altra al sound di Seattle. D’altronde il deserto californiano in copertina non lascia adito a dubbi… La matassa sonora di “Overview” è calda e magmatica, di matrice kyussiana, senza disdegnare incursioni nei territori metallico psichedelici tanto cari a Alice In Chains e Soundgarden. La voce suadente di Monica fa pensare anche agli Alix, con i quali i paralleli sono forse i più azzeccati. Paragoni a parte, pezzi come l’aggressiva “Spread my wings”, le psichedeliche “Overview” ed “Existence” o la sincopata “Too much noise” (brani che poi risultano i migliori del lotto) sono carichi di forti vibrazioni heavy psych. Gli unici nei che si possono riscontrare sono nella registrazione, un po’ troppo “casalinga”, e nella coesione sonora, perché l’impatto generale di chitarre e ritmiche potrebbe essere ancora più incisivo. Nulla di grave comunque, considerando soprattutto che queste registrazioni hanno ormai diversi anni alle spalle e la band nel frattempo ha maturato uno stile maggiormente duro. Un’evoluzione sulla scia di “Wake up”, composizione tirata che viaggia a tutto gas, tra l’hard rock di stampo zeppeliniano e i tempi graffianti e bombastici dello stoner. The Weed hanno firmato un contratto con l’etichetta inglese Elfwytch per la pubblicazione di un disco di imminente uscita. Aspettiamo curiosi perché le premesse ci lasciano ben sperare. Alessandro Zoppo
WEIRD TOTEM – Caravans of Time
I Weird Totem arrivano dalla Grecia, paese che spesso ha rivolto le proprie attenzioni in particolare al power epic metal ed in parte al doom. Negli ultimi anni è cresciuta molto la scena underground dedita all'hard e stoner rock, con alcuni nomi capaci di farsi notare anche a livello internazionale come Nightstalker, Planet of Zeus, Lord 13, 1000Mods ed altri ancora. Tra questi spiccano i Weird Totem, band attiva dal 2005 e formatasi nell'isola di Creta. I cinque arrivano all'esordio nel 2012 con questo EP di cinque tracce. Il brano che apre il lavoro è "Voices", song sostenuta dal distorto heavy fuzz e dalla corposa voce di Jim, affine a Ben Ward. Gli stessi Orange Goblin sembrano essere tra i maggiori ispiratori per il gruppo. Con "Green Sun" si va verso il versante desert: fermo restando l'overdrive la canzone è caratterizzata da repentini cambi di tempo con un gusto groovy."Spiritual Freedom" si apre con un riff sabbathiano, salvo poi accelerare e divenire una portentosa stoner metal track old school, con chiusura di kyussiana memoria. "Haunting Dog" viaggia sugli stessi binari vecchia scuola, buona song con rimandi ai Monster Magnet. La chiusura è affidata a "Empty Faces", nella quale la band mostra il lato più metal, seppur il brano sia pervaso dall'onnipresente fuzz. "Caravans of Time" è un buon EP: i Weird Totem mostrano un'attitudine ed un gusto old school, il loro sound strizza l'occhio allo stoner rock e metal dei Novanta e guarda a band quali Orange Goblin, Monster Magnet, Kyuss, Spiritual Beggars, Spirit Caravan ed ai loro connazionali Nightstalker. Questo EP incontrerà i favori dei puristi dello stoner rock, quello ben suonato, catchy, ma che non brilla per originalità. Antonio Fazio
WHEELFALL – From the Blazing Sky at Dusk
I Wheelfall nascono a Nancy nel 2009 e 'From the Blazing Sky at Dusk' è il loro ep d'esordio. Un concentrato di "pure sci-fistic stoner rock" che gioca tutte le proprie carte su ritmiche grasse, riff obesi e una voce sudicia e stentorea. Più heavy che psichedelici, questi quattro ragazzi francesi badano molto alla sostanza e poco alla forma, guadagnando in impatto e perdendo in originalità. I punti di riferimento vengono subito a galla: Orange Goblin, Kyuss e Unida, con più di qualche (complice) occhiata alla florida scena stoner svedese di metà anni 90 (Dozer e Lowrider su tutti) e ammiccamenti acidi sparsi qua e là come i Queens of the Stone Age hanno insegnato."Through the Desert" è un razzo che deve tanto agli Orange Goblin, specie nell'impatto vocale roco e incazzato di Wayne. I riff cavernosi di "New Flesh" e "Troops of the Dead" sono vigorosi quanto basta per giri vorticosi di testa, mentre "...Blazing Sky... (NASA)" risulta un po' sconclusionata nel suo approccio space mammut a tempi rallentati. "Brotherhood of Sleep" e "Anthropophagous Astro Bastards" concludono l'album con i soliti ritmi cadenzati e riff unti che neanche la peggiore rosticceria del circondario. Un approccio nudo e crudo che fa dei Whelfall una band emergente da tenere d'occhio. Con una maggiore variazione nella proposta e qualche debito in meno verso le proprie innegabili influenze, strisciare lungo strade polverose con loro sarà un vero piacere. Alessandro Zoppo
WHEN THE DEADBOLT BREAKS – In the ruins, no light shall shine
Quando c’è di mezzo un personaggio come Aaron Lewis (per chi non lo sapesse uno dei padrini dei Cable, maestri dello sludge) non ci si può che aspettare un prodotto valido. Così si conferma la sua nuova creatura, When The Deadbolt Breaks. Ma se i Cable apportavano poche novità allo spettro sonoro dello sludge doom, qui l’ascolto si rivela più sorprendente del solito. Anche perché Aaron (voce, basso e chitarre) è accompagnato da Eric e Gish, già attivi nei Clokseed. E sfrutta in pieno l’apporto delle vocals di Cherilynne, che danno ai brani un tocco malinconico ed evocativo.Non di solo sludge si vive (seppure presente in dosi massicce). In questo lavoro si fondono doom, hard e post core, psichedelia, metal estremo. L’unico neo è proprio l’esagerata eterogeneità (oltre la non eccelsa voce) ma è un vizio di forma, un attaccamento eccessivo ad un esperimento che si ama troppo. D’altronde voler suonare come Cable e Negative Reaction in overdose di Neurosis, Mouth of the Architect e Pig Destroyer è impresa ardua. Che si rivela vincente quando si picchia duro fino ai confini del grind (“Ingrate”, “Night on bald mountain”), quando si devastano gli amplificatori con riff sudici e malsani (“Discord Moment”), quando ci si abbevera alla fonte magica del groove (“Fist full of flowers and an empty handgun”, “The cleansing light”) o quando il sacro verbo ‘sabbathiano’ è rispettato con estrema devozione, la stessa che anima Eyehategod e Iron Monkey. Gli episodi migliori di “In the ruins, no light shall shine” sono però “Collapsing, color the sun”, “Somewhere between murder and a wet dream” e “Anaharta”, lunghe matasse oscure, dai momenti dilatati alternati a rabbiose esplosioni, deflagrazioni che sembrano provenire dal fragoroso universo ‘neurotico’. Proprio su Neurot o su Relapse vedremmo bene i When The Deadbolt Breaks. La loro musica è l’esemplificazione di ciò che esprimono nel titolo del disco: ossessione visiva, mancanza di luce in un paesaggio post industriale di cui rimangono soltanto rovine. Alessandro Zoppo
WHISPER – Aeons of decay
Aeons of decay
WHITE BUZZ – Book of Whyte
Nord, fredda Germania. Per la precisione Hannover. Un trio fa il suo esordio per la Meteorcity Records. La materia trattata è uno stoner doom ipnotico ed abissale. Quattro brani (più una traccia nascosta) piuttosto lunghi (circa settanta minuti di durata) che si abbeverano alla fonte di colossi quali Sleep, (ultimi) Electric Wizard ed Om. Proprio questi ultimi sono forse il modello più seguito dalla band teutonica; in certi momenti immaginatevi una versione del progetto di Cisneros con l’ausilio della chitarra.È indubbio che i ragazzi abbiano preso come riferimento anche gli altri due suddetti gruppi e lo si capisce ascoltando ad esempio l’imponente psichedelia rumorista di “Pentaprisma” molto vicino ad alcune cose di “Witchcult Today”; oppure i quasi venti minuti della maestosa e suggestiva “The Return of Phoenix” dove i nostri danno sicuramente il meglio di sé. Peccano ancora di scarsa personalità ma siamo sulla buona strada e vanno senz’altro incoraggiati. Se son rose… Cristiano Roversi
WHITE HILLS – Glitter Glamour Atrocity
Riscoprire e riascoltare dopo 7 anni l'esordio dei White Hills lascia piacevolmente sbalorditi. Una navicella aliena ha invaso la terra con i suoi ritmi lenti, lo sciame di fuzz e il carburante atomico del basso. Una miscela che gli uni avvicinavano agli Hawkwind, ma gli altri, più attenti, evidenziavano robuste architetture "arty" che avrebbero donato una personalità (e una pericolosità) al combo di Brooklyn in maniera immutabile. Dopo una serie massiccia di uscite e altrettante collaborazioni sparse con i freak più disparati (The Heads, GNOD e Farflung tra gli altri) questo primo vagito suona ancora fresco. Conferma che i nostri hanno avuto, hanno e avranno una visione di come debba suonare la propria musica.
Una visione che assomiglia ad una vocazione/missione. Qui dentro c'è una mano lasciva che punta verso la Wave meno derivativa ("Spirit of Exile"), le sordide bordate heavy psych ("Under Skin or by Name", la title track), i passaggi atmosferici intrisi di astrattismo synth ("Distance", "Passage") e anche una rilassata "Somewhere Along the Way" per chitarra acustica e voglia di mollare i nervi. Guarda caso anche l'ultimissimo "So You Are... So You'll Be" suona come questo. Il ciclo continua. Over and over and over and over and over... Eugenio Di Giacomantonio
WHITE HILLS – So You Are… So You’ll Be
In più di un'occasione i WHite Hills ci hanno fatto delle belle sorprese. Come in "H-P1" quando hanno introdotto l'uso massiccio di synth (suonato da Shazzula degli Aqua Nebula Oscillator) o quando hanno esploso il loro concetto di robot rock con logica inversamente proporzionale alle escursioni di un Josh Homme. E in "So You Are... So You'll Be" le sorprese le abbiamo sin dall'inizio, con un intro di elettronica da videogame e il ponte di "In Your Room" che evoca un gruppo come i Death From Above 1979, lontano anni luce dalla galassia Hawkwind in cui i nostri hanno sempre nuotato. Benissimo. Dopo una moltitudine di album in studio ed altre chicchette, collaborazioni e sperimentazioni a cementare una discografia importante, i nostri hanno ancora volglia di stupire, sperimentare e attraversare l'ignoto. Lo intuiamo dalla predisposizione che hanno ad introdurre ogni pezzo dell'album con una serie di gemme sintetiche di varia natura. Forse a causa della volontà di mettere a contrasto l'imponente mole di massa sonora sprigionata dai pezzi "ortodossi" con momenti di stasi rarefatti per recuperare un concetto chiave: la contaminazione è il vero elemento in cui si relazionano tutte le diversità.Tornati a casa nella loro New York a registrare a Brooklyn con Martin Bisi (curatore del sound di totem come Sonic Youth e Swans), Ego Sensation e Dave hanno costruito i lori migliori riff space rock dai tempi di "Heads On Fire" e con l'aiuto di Bob Bellomo hanno dato nuovo credito al concetto di power trio. Qui non c'è la sola volontà di rinnovare la tradizione del guitar seventies rock per farla diventare una cosa "moderna"; qui si vuole costruire un wall of sound che assorbe ogni declinazione di psichedelia. I pezzi si allontanano dal modello di canzoni, si sviluppano intorno ad un minutaggio sostanzioso e si legano attorno al concetto di un unicum dell'album in modo che alla fine dell'esperienza si guarda indietro a ricollegare i pattern per formulare una sintesi. Questa volta, come in film di fantascienza di Mario Bava, gli eroi che hanno appena solcato l'universo e sono sopravvissuti a cortocircuiti, alieni e pericoli di ogni tipo, si scoprono più audaci, più folli e nello stesso tempo più saggi. E noi con loro. Eugenio Di Giacomantonio
WHITE HILLS – Walks for Motorists
Il nuovo album dei White Hills inizia come un coro da stadio. Percussioni che incitano alla rivolta e aggressività coatta. Non deve sembrare strano, ma al settimo album in studio (al netto di collaborazioni e album sperimentali pubblicati in CD-R) il gruppo muta parzialmente pelle. Ce ne accorgiamo in "£SD or USB", secondo brano dal titolo micidiale, dove la marzialità pasher tipica dei nostri si sintetizza in ambiente kraut sterilizzato. Le punte di trapano ci sono ancora, ma il flusso è puramente indicato dalla nenia che ripete all'infinito il titolo. Dave W. e Ego Sensation hanno fatto indigestione di Wave fine Settanta/primi Ottanta (la copertina cita direttamente "More Songs About Buildings and Food" dei Talking Heads e la stessa title track posta in chiusura potrebbe essere una loro outtake) ed hanno buttato fuori un disco che sa di nuovo.
L'amore per il sonar lanciato nello spazio dagli Hawkwind tanti anni fa c'è ancora, come si sente da "Lead the Way" e "We Are What You Are", ma c'è una certa prepotenza di synth in passagi come "Automated City" e "I, Nomad". Del resto, tutto nell'universo dei White Hills risulta coerente. Hanno sempre avuto un approccio artistico alla materia musica e nella definizione di questa hanno fatto confluire esperienze al di fuori, come l'interesse per la videoarte e per la pittura. Viene in mente un'altra band che ha operato nella stessa maniera e con risultati simili: Oneida. Allo stesso modo, le due band hanno definito il concetto di psichedelia come qualcosa di diacronico, in continua evoluzione, non ancorato per forza al seme della sua nascita, nei metà Sessanta, ma qualcosa di eternamente dinamico. Come recitano le note del press kit: this is propulsive, open music, surreal to its core but made to inspire people to get out of their seats and move. Mai parole furono più azzeccate per descrivere il vostro incontro con i White Hills. Eugenio Di Giacomantonio
WHITE RABBIT DYNAMITE – Psi
A tre anni di distanza da "Insight", disco d'esordio uscito nel 2010, i berlinesi White Rabbit Dynamite tornano alla carica con "Psi", edito in vinile dalla White Dwarf. Il rock della formazione tedesca è perfettamente e programmaticamente retro: in bilico costante tra la fine dei '60s e l'inizio dei '70s, i quattro recuperano la dimensione dei padri (Led Zeppelin, Black Sabbath, Jimi Hendrix) con riferimenti al presente (su tutti Siena Root e Purson) e al recente passato (i dimenticati Rise and Shine). Le cinque tracce sono imbevute di calde vibrazioni hard, acide divagazioni psichedeliche e provocanti sussulti soul. Convince la voce possente e delicata di Chrissi Jost, ben armonizzata con le pastose ritmiche di Arne Pargmann (basso) e Arne Schulz (batteria) e con la chitarra di Marcus Reetz, che trascina le composizioni con piglio e sicurezza. Il riff che apre "Baby You Don't Know" travolge fin dal primo ascolto. Brano che circola fluido nel cervello come il successivo "Try", avvolgente blues in slow motion che pare un outtake di "Cheap Thrills". I dieci minuti di "What's There" sono una progressione lisergica da Surrealistic Pillow e fanno il paio con "Don't Close Your Eyes", puro hard blues come David Crosby ha insegnato. "These Are the Nights" conclude il trip in 15 minuti di heavy psych in stile Colour Haze: semaforo verde alla jam libertaria, con la mente si vola alto nel cielo. Davvero bravi i White Rabbit Dynamite. Non inventano nulla di nuovo ma ciò che fanno lo scrivono ed eseguono con passione ed perizia. Al giorno d'oggi non è cosa da poco. Remember what the Dormouse said. Feed your head... Alessandro Zoppo
WICKED MINDS – From the purple skies
Un vero e proprio tuffo nel sound degli anni '70. E' questa l'essenza che si respira ascoltando il monumentale "From the purple skies" dei piacentini Wicked Minds. Una storia ormai lunga la loro, portata solo oggi a compiuta realizzazione grazie all'appoggio della sempre attiva e oculata Black Widow. Una full immersion nei magici seventies, evidente già a partire dall'artwork, dal look dei cinque ragazzi e dal loro armamentario strumentale: chitarre acustiche ed elettriche, flauto, organo hammond, mellotron, moog, sintetizzatori. Non a caso l'ossatura del gruppo ruota proprio intorno alle figure del chitarrista Lucio Calegari e del 'keyboard wizard' Paolo Negri, autentici perni sulle cui traiettorie si gioca il songwriting della band.Al resto ci pensano una sezione ritmica affiatata (Andrea Concarotti alla batteria ed Enrico Grilli al basso) e la voce profonda e graffiante del nuovo acquisto JC. Il tutto funziona alla perfezione e da questa miscela scaturisce un suono carico di groove ed immenso feeling: puro hard rock imbevuto di psichedelia e tinto di progressive. Viene da pensare alla grande tradizione firmata Atomic Rooster, Velvett Fogg, Bram Stoker, Deep Purple, Warhorse, Uriah Heep (non a caso tributati con la cover della storica "Gyspy", alla quale si aggiunge il dazio pagato ai Pentagram con la riproposizione della splendida "Forever my queen"). I nomi potrebbero essere davvero tanti. Ma poco importa. La proiezione indietro negli anni non è mai fine a se stessa, è solo il segno di un atto di devozione verso un periodo aureo che merita di essere ricordato e celebrato nel migliore dei modi. E la passione che i ragazzi ci mettono giustifica ampiamente qualche sbavatura derivativa… La 'liquida aggressività' dell'iniziale title track, gli inserti acustici che scalfiscono le colate di hammond in "The elephant stone", le fughe psichedeliche di "Across the sunrise" che esplodono in un chorus d'annata. Sono tutti episodi ricchi di classe, energia e grazia. Tasselli che compongono un mosaico affascinante e variegato dove a fasi aggressive si alternano pennellate sognanti, in un insieme di chiaroscuri che si ricompone nella precisa identità vintage della band. Ecco come spiegarsi la contemporanea presenza di delicate composizioni progressive (le toccanti "Drifting" e "Space child", impreziosite anche da morbidi inserti di flauto) e di bolidi heavy psych (trascinati dall'organo e dalle ritmiche nell'onirica "Rising above" e dai riff assassini della chitarra nell'acidissima "Queen of violet"). "From the purple skies" si rivela un contenitore di sensazioni uniche e preziose. Un collage sonoro che culmina nella conclusiva "Return to Uranus", 18 lunghi minuti che esprimono al meglio le varie sfaccettature che animano il gruppo: chitarra acustica e flauto, apoteosi di hammond pastoso e struggente moog, guitar solos lisergici, vocals suadenti e melliflue trame psichedeliche. Insomma, un must per tutti gli amanti di queste sonorità! Alessandro Zoppo
WICKED MINDS – Witchflower
Due anni fa “From the purple skies” aveva rivelato l’enorme potenziale di questo quintetto piacentino (attivo come trio da oltre 15 anni, prima come band thrash, poi influenzato dallo stoner rock) dedito ad un hard rock psichedelico devoto ai ‘70s. Retaggi del passato stoner erano ancora presenti nel precedente disco, ma era evidente come i nostri prediligessero lo spirito seventies. Oggi “Witchflower” (accompagnato da un interessante dvd contenente video e live shows) non mutua di una virgola approccio stilistico, anzi pare voler “vivere” e cibarsi completamente dell’atmosfera che si respirava in quegli anni, e i risultati raggiunti sono eccellenti.Pensandoci si possono vedere analogie fra il cammino dei nostri e quello degli svedesi Spiritual Beggars; ambedue i gruppi hanno inizialmente mostrato notevoli influssi stoner rock, per poi lentamente rinunciare parzialmente all’impatto del genere, preferendo immergersi in suoni totalmente immersi negli anni settanta. Tutto il gruppo gira a mille, ma una menzione particolare spetta assolutamente a Paolo Negri, autore di una prova mostruosa: mai avevamo ascoltato un disco nel quale ogni canzone fosse così fortemente sostenuta dal lavoro di un tastierista. Gioielli come la title track, “Before the morning light” e “Shadows train” sono canzoni che gli Spiritual Beggars non riusciranno mai a scrivere; l’ottima “Sad woman” presenta prepotenti echi dello spirito dei migliori Budgie. Se non vi basta il colpo di grazia ve lo darà la meravigliosa “Scorpio odyssey”, quanto di più vicino al perfetto incrocio fra l’oscura pesantezza dei Black Sabbath e l’arcana magia degli High Tide. Nel suo genere il disco dell’anno. Marco Cavallini
WIDE HIPS 69 – Life Fat Die Drunk
Live fat die drunk. Vivi veloce e muori grasso. Dopotutto grasso è sempre bello. Non rinunciare a niente, soprattutto a quello che ti piace di più. Anche se fa male. Così è "Live Fat Die Drunk", esordio delle Wide Hips 69, gruppo abruzzese per tre quarti allargato al gentil sesso, che proprio su questi presupposti confeziona un album che scorre liscio giù nel gargarozzo, si deposita con adipe nello stomaco e fluttua come siero nelle vene. E anche se per più della metà è composto di cover, non badateci: la genuinità della band risiede altrove, nel mood e nella personalità che mette nella propria espressione artistica. Non siamo lontani da Nuggets, Pebbles e Back from the Grave per chi non avesse ancora capito. Ma neanche siamo troppo vicini a Bikini Kill, Detroit Cobras e Le tigre. Insomma il connubio di garage, freakbeat, estetica cavemen (o cavewomen?) e rabbia post punk è servito al punto giusto e alla giusta temperatura.Diamo uno sguardo ai pezzi originali: "Bipolar Disorder", opener su tre accordi grattugia cervello; "Stupid Bitch", un jingle jangle divertito e divertente con un appeal bubble pop; "Peackock Flight", cavalcata percussiva con voce soul; "Under the Train", qualcosa che le Donnas non sono riuscite mai a fare; "Live Fat Die Drunk", il manifesto: meno di due minuti all'insegna delle mazzate sui denti; "You're Not Mine", non proprio una dichiarazione d'amore. Il resto è un breviario di tutto quello che è stato il rock negli ultimi 50 anni con Who ("Out in the Street"), The Seeds ("Pushin Too Hard"), The Pleasure Seekers ("What a Way to Die") e non manca una sensibilità bollente e soul come nella splendida "Flee Flee Fla" di Ike and Tina Turner, tutto interpretato con gusto e classe depravata. Provate per credere, come si diceva qualche tempo fa. E se non basta andate a vederle dal vivo: una bomba. Vero rock and roll party come non se ne vedeva da tempo. In alto i bicchieri e il panino con la porchetta per le Wide Hips 69! Eugenio Di Giacomantonio
WINDHAND – Windhand
Alberi scheletrici ed una lugubre vegetazione cresciuta intorno ad una casa vittoriana, abbandonata e diroccata, su di un angosciante sfondo viola. Questa è la cover dell'omonimo album di debutto degli statunitensi Windhand, un'immagine che richiama subito alla mente la vivida cupezza della copertina di "Come My Fanatics" degli Electric Wizard ma soprattutto quel crepuscolare ritratto di tetra vegetazione intorno alla strega demoniaca con la casa in riva al fiume che ha contribuito a rendere leggendario il primo album dei Black Sabbath. Manca la famosa strega, ma un demone nero femminile è comunque presente, non temete.E se mai ci fossero dubbi sui riferimenti dei Windhand, basta premere il tasto "play" per ritrovarsi in un'atmosfera fatta di cupi tuoni e nera pioggia scrosciante che introduce e chiude ogni singolo brano: proprio il debut album dei Black Sabbath di oltre quarant'anni fa iniziava esattamente così. Cinque lunghi brani di opprimente e claustrofobico doom che avvolgono e stringono come un enorme mantello nero l'ascoltare, senza lasciargli via d'uscita, senza concedere possibilità di liberarsi. Non c'è un solo spiraglio di luce, solo angoscia. E a tale stato d'animo contribuisce la scelta di una registrazione sporca e grezza: sembra quasi che l'album sia stato inciso proprio nella cantina di quella casa diroccata. Quello dei Windhand (a proposito, "Libusen", "Summon the Moon" e soprattutto la conclusiva "Winter Sun" sono i brani migliori del disco) è un doom in pieno stile Electric Wizard, non ha niente di originale ma è assolutamente ben fatto: non è tuttavia corretto, almeno per il momento, annoverare la band tra i cloni o emuli di Jus e soci. L'impressione è che questi ragazzi di Richmond abbiano voluto sì portare tributo ai propri idoli e maestri, ma che il loro percorso musicale sia solo all'inizio. Menzione a parte per la cantante Dorthia, la cui voce nitida, evocativa e potente viene a sorpresa registrata in secondo piano e deformata fin quasi a sembrare un lamento, un angoscioso e demoniaco lamento. Già, perché è proprio lei la strega nera e malefica che manca sulla copertina dell'album... Alessandro Mattonai
WINO – Punctuated Equilibrium
Wino Weinrich migliora invecchiando e come nel caso di "Punctuated Equilibrium" o degli ultimi Premonition 13, si avverte che i dischi sono maturati con cura sotto gli influssi generativi di sole e aria, e all'oscurità e umido della cantina. Qualunque suo progetto si prenda, si avverte la dedizione completa, musica al servizio dell'anima (e viceversa) e una linea di continuità tra i dischi unica e sempre coerente: ecco perché con ogni nuovo lavoro si ha l'impressione di avere a che fare con un rock fuori dal tempo, destinato fin da subito a diventare un piccolo classico resistente al passare delle stagioni, degli anni e delle mode.In "Punctuated Equilibrium", a partire da una copertina deliziosa realizzata dal solito grande Arik Roper, ma in realtà opera di David D'Andrea (disco che richiama fin dal titolo e dal simbolo zodiacale, impresso su una delle colonne della cover, uno spirito più personale rispetto alle altre bands di Weinrich , se si tiene presente la sua data di nascita), il nostro si avvale del funambolico e prezioso drumming di uno dei batteristi dei circuiti psych rock più dotati di talento, ovvero Jean-Paul Gaster dei Clutch: inevitabile, quindi, avvertire fin dall'apertura del disco l'influsso e uno spiccato gusto southern blues ed heavy rock maggiormente in primo piano che in passato, come succede pure in "Smilin' Road", col suo groove sopraffino figlio dei Clutch (e figlio di puttana, nella sostanza). Anche se pezzi di questo tipo hanno un'influenza più marcata, la musica rimane lontana dall'essere un consueto, sterile, mansueto esercizio di stile: la sua è una natura varia, il compendio delle anime musicali di Wino, con un susseguirsi di canzoni dal differente approccio come la title-track dalla furia hardcore, o "Eyes of the Flesh", con il suo incedere sludge e dal feeling piuttosto insano. Come si può immaginare da un disco che gode di una completa libertà creativa (che solo i progetti personali possono favorire), Wino non si risparmia nei solos e in questi trova il suo "giardinetto" sempreverde: un'intrecciarsi di trame e filigrane che avviluppano l'ascoltatore nell'ipnosi (mai troppo dilatate, in ogni caso) come "The Woman in the Orange Pants", che risulta sia psicotica che psichedelica in modo magistrale. Probabilmente destinato a piantare radici ben profonde, inconsciamente nella memoria, è "Wild Blue Yonder" – arte sacra del wah-wah – dove in pieno fervore da jam pare di poter sentire la propria voce nella mente incitare la band con «ah!, vai, si, vai, ah!...» e con la netta impressione che quando i musicisti sono coinvolti in questo genere di improvvisazioni, non lasciano la "presa" finchè non vengono fino all'ultima goccia, di solito all'unisono, tale è l'alchimia che si viene a creare in certi casi. Wino, supportato da una sezione ritmica del genere (Gaster + Jon Blanc) sembra essere davvero a suo agio e libero di lanciarsi assieme agli altri due in pezzi dall'approccio improvvisante molto riuscito, lasciando che la musica si snodi con molta naturalezza (pezzi come "The Woman in the Orange Pants" e appunto "Wild Blue Yonder", perfetti come strumentali). Una specie di mistero ammanta e lega "Water Crane" e "Secret Realm Devotion", custodi di tesori notturni – un'intimità magica che sarebbe poi venuta alla luce in altri episodi del successivo "Adrift", gioiellino acustico con inserti elettrici (puro feeling e classe dimostra Wino anche in veste di songwriter). Ma il disco chiude con dei pezzi come "Gods, Frauds, Neo-Cons and Demagogues", minaccioso e mesmerico (alla "Deprogramming of Tom Delay" degli Hidden Hand), su cui poggia un sample dal sentore di ostilità religiosa non così vago; e "Silver Lining", che restituisce una tipica song tra The Obsessed e Spirit Caravan, con riff + solos fantastici da iscrivere in testamento: si sigilla così il dischetto. Quando è uscito l'album, nella bio si leggeva: «Una delle cose fondamentali che ho imparato è come intendo il "successo". Per me non è tutto ricchezze e gloria, quanto l'impatto sulla vita degli altri...» Solo così si ha un'idea di come Wino abbia la mente chiara sul suo status di musicista iconico che ha raggiunto armonia ed equilibrio personale, mettendo nella musica il suo intero essere. Lui è come la Stella Polare del doom, tutto parte da lì (come nel caso di Melvins e Black Sabbath, punti d'origine dell'albero genealogico della pesantezza) e ci si può orientare grazie a lui, per evitare di perdersi in un fitto sottobosco pullulante di specie di funghi mefitici (più amanita muscaria che stropharia cubensis). In tempi attuali, è cosa rara (ri)trovare gruppi di organico, onesto doom rock senza tempo, dalla classe cristallina, come quelli dello Stregone Fuorilegge Wino Weinrich.
High noon on the dusty trail gipsy heart is the Holy Grail too restless to grow old Eternal child on the smiling road! Paolo "Neon Born"
WITCHCRAFT – Firewood
I discoli del doom sono tornati. I Witchcraft ci hanno preso gusto e nella migliore tradizione degli anni ’60 e ’70 sfornano il loro secondo disco al secondo anno di attività. Il primo omonimo aveva sorpreso appassionati e addetti ai lavori per il suo flavour così retrò, volutamente vintage e dannatamente affascinante. Il nuovo “Firewood” non si discosta molto dal suo predecessore, presenta solo un suono più definito, meno oscuro e maggiormente articolato.È come se i quattro ragazzi svedesi abbiano voluto mettersi alla prova con un songwriting complesso, sfaccettato, aperto ad uno spettro di influenze che va dal dark sound tanto amato (Black Sabbath, Pentagram, Black Widow in primis) al doom cinereo, passando per il prog psichedelico e l’hard di matrice ’70. L’atmosfera che ne viene fuori è magica e affascinante, si respira un’aria ancestrale tra le dieci tracce di questo lavoro. I riff di “If wishes were horses”, “Queen of bees” e “You suffer” ci fanno immergere nei fitti boschi scandinavi, tra alberi secolari, prati verdi e dolci fiumi d’acqua. È il giusto stato d’animo per godersi una musica fuori dal tempo, volutamente vintage, focalizzata su quel periodo aureo della cultura rock che va dal 1967 al 1972. Ma sono tre decadi intere di heavy dark rock ad essere attraversate, dai tempi di Coven, Arzachel, High Tide e Dr.Z a quelli di Saint Vitus e Cathedral. D’altronde se si hanno capacità tecniche e compositive tanto spiccate ci si può permettere di tutto. La sensibilità musicale dei Witchcraft va oltre ogni limite e valica i confini della psichedelia e del progressive. Basta assaporare a piene mani i ricami acustici dipinti in “Mr. Haze”, la deliziosa fuga campestre di “Merlin’s daughter”, le magnificenze dai tratti folk di “Sorrow evoker”, uno dei brani più belli degli ultimi anni, un caleidoscopio di emozioni servito a base di chitarre acustiche ed elettriche, flauto, soavi vocalizzi e ritmiche impazzite. Un vero e proprio tributo alla spiritualità pagana insomma, celebrato con somma grazia dall’inizio alla fine, affidata alla folgorante “When the screams come”, libertà sonora che si misura a base di jam esoteriche e cupe deflagrazioni elettriche. Il loro esordio rimarrà per molti un disco folgorante, ma “Firewood” non è certo da meno. Ci offre un’istantanea dei Witchcraft in fase di piena maturazione. E a chi continua a tacciarli di sterile calligrafismo consigliamo l’ascolto di questo lavoro, ne uscirà piacevolmente sconvolto. In “Firewood” intensità e passione sono ai massimi livelli. Alessandro Zoppo
WITCHCRAFT – The Alchemist
Leggendo il titolo di questo terzo lavoro degli svedesi Witchcraft, viene in mente il Dottor Sottile, l'alchimista, a seguire Michael Sendivogius, alchimista polacco che visse a Praga sotto l'impero del Grande Rodolfo II e si dice conoscesse il segreto della pietra filosofale: il santo Graal degli Alchimisti, l'obiettivo ultimo di una vita dedita a ricerche e analisi, trasformando il peltro in oro e le anime dannate in anime redente. I Witchcraft hanno compiuto lo stesso iter esoterico musicale, realizzando la Grande Opera: creare nel terzo millennio quello che potrebbe essere la summa dell'hard rock degli anni sessanta e settanta, rendendo omaggio ai maestri ma facendolo con personalità, riuscendo quindi a distinguersi da tante band revivalistiche, recitando una formula magica che contiene l'eredità del passato proiettata nel futuro.Durante il loro percorso di formazione, le release targate Witchcraft sono state caratterizzata da una forte presenza di suoni datati, sempre più particolari, arricchiti da nuove sfumature e da prove di tecnica e groove, dal tiro alto e la mancanza di cali qualitativi. "Walk Between the Lines" riprende nella voce di Pelander il Morrison più galvanizzato mentre la melodia è catchy ma di grande valore, mentre le influenze si sprecano e verrebbe da citare su tutti Black Sabbath e Pentagram. Nel corredo genetico figurano anche i diversi power trio del rock '60 come i Cream con il loro blues sofisticato, l'Experience di Hendrix e la potenza acida dei Blue Cheer. In "If Crimson Was Your Colour" dal titolo si capisce l'amore che provano per la band di Bob Fripp, nel suo incedere maestoso come una cavalcata a perdifiato per la brughiera, il ritmo è incalzante e ci rimanda alla mente anche gli Uriah Heep di 'Salisbury', forte di un'ottima prova all'hammond. "Leva" è interamente scritta e cantata in svedese, una gemma lucente nel suo ritmo tra i Deep Purple ed i Cream, i Blue Oyster Cult ed i Grand Funk Railroad. "Hey Doctor" propone un'andatura sognante e dal riff portante che è quasi angelico, per poi scendere nelle profondità dei Sabbath e rimanerci. "Samaritan's Burden" è la coronazione di un sogno: parte leggera e ritmata da un bel drumming, mentre il basso sotto lavora e trivella creando un ritmo prog di grande atmosfera, fino a portarci ad una chiusura arpeggiata in stile Led Zeppelin. La chitarrra di "Remembered" è padrona assoluta del cosmo, dal riff al giro tutto congiura per farti cadere in trappola e renderti prigioniero del rock; ti aspetti di tutto tranne una chiusura col sassofono che duetta con la chitarra. È il tempo della suite che dà il titolo al disco: undici minuti tripartiti per un unico brano che prende tutto quello che c'è nel disco e lo fonde, impossibile descrivere nel dettaglio. Possiamo limitarci a dire che sono le tre anime del rock senza compromessi: quella morbida e riflessiva, quella dura e possente, quella oscura e criptica. Un album che, se non fosse uscito nel 2007, si giurerebbe essere nel 1970. I'll blow your mind. Gabriele "Sgabrioz" Mureddu
WITCHCRAFT – Witchcraft
La gran parte degli insignificanti e presuntuosi abitanti del terzo pianeta del sistema solare della nostra galassia, periodicamente ricorre alla guerra, lo sterminio e la crudeltà per giustificare la propria frustrata esistenza, e cinicamente pretende di ristabilire un artificioso ordine naturale. Ma il sangue versato è sempre sporco e infetto, e solo l’infinita generosità della Madre Terra è in grado di rigenerare i suoi ingrati figli, nutrendoli dei frutti e delle erbe che superstizione e ignoranza tengono nascosti. Al tramonto dei ’60, in un’epoca di profondi sconvolgimenti sociali, gli antichi stregoni di Britannia che possedevano le arti magiche si reincarnarono in musicisti tenebrosi, in opposizione alle distruttive utopie umane: dalla mescolanza del blues elettrico con la psichedelia nasceva il wall of sound di Black Sabbath, Monument, Necromandus; inoltre giungeva a maturazione la lunga tradizione del folk gotico di Oberon e Stone Angel. Nonostante evoluzioni tecnologiche, variazioni della metrica e sperimentalismi più o meno riusciti, non sembrano cambiate molte cose nell’Anno Domini 2004 – sensazione che si ebbe anche nel 1980 con l’ala oscura della nwobhm, e nel 1992 con lo stoner-doom primigenio dei maestri Sleep – tranne che l’ubicazione geografica: la Scandinavia. Si potrebbe obiettare (giustamente) che anche gruppi come Candlemass, Acrimony, Saint Vitus, Pentagram, Cathedral, hanno rimodellato la materia in questione con i loro capolavori, ma con i Witchcraft, diciamolo francamente, si riprende coscienza del puro ossianismo sonoro, dato che la loro musica sembra incisa su dei nastri rinvenuti in una sala di registrazione sepolta in una casa colonica del Cumberland, accanto ad antichi volumi e opachi alambicchi. Così il pulsante giro di basso di “Witchcraft” dischiude 6 meravigliosi minuti di sabbatico rock-blues impregnato di psichedelia folk, da affiancare a Black Widow, Arzachel, Coven, Saturnalia, e al diavolo chi dice che è retro-rock: per noi di Perkele si tratta di un brano immortale che spazza via almeno il 90% delle uscite discografiche. “The Snake”, “Lady Winter” e “Schyssta L” sono quintessenziali nell’attraversare tre decadi di dark-doom sound, che hanno incluso anche grandi perdenti come Saint Vitus, Pentagram e Wretched, e “Don’t Forget Me” è un blues rupestre ma dalla regalità gotica. Stupenda anche “What I Am”, col sangue dell’anima versato osservando le Pleiadi seduti al centro di Stonehenge. Un sussulto clamoroso lo suscita “No Angel Or Demon”, chiaramente influenzata dalle tormentate visioni esoteriche del Roky Erickson solista; l’immortale Sabba Nero viene citato più o meno esplicitamente in “I Want You To Know” e in “It’s Easy”, ma di certo siamo anni luce lontani da un esercizio di calligrafia, dato il livello di intensità. Un colossale tributo alla musica del destino è offerto in “You Bury Your Head”, capace di tramutare questi caliginosi suoni in un disperato inno a quella spiritualità pagana che sarebbe almeno doveroso preservare in questi anni di crisi della nostra civiltà. La chiusura dell’album, “Her Sisters They Were Weak”, è di quelle che cambiano per sempre lo spirito, troppo piccolo per una musica così sublime, infliggendogli eterno dolore e lo consegna al culto di Azatoth: il mausoleo dei Witchcraft si erige tra le felci assieme a quelli dei Black Widow, Black Sabbath e High Tide. Roberto Mattei
WITCHE’S BREW – Against the Grain
La fronte madida, le mani gonfie intorpidite dal lavoro. Il rombo confortevole di un trattore, ovattato dalla calura arida, sfibrante. Nella destra stringi la sudata lattina di Coors, imperlata di condensa, l'indice della sinistra indugia sull'apertura un attimo ancora, prolungando l'attesa beatifica.Un motore in avvicinamento. Pick-up. Il polverone s'alza in lontananza dalla strada secca, stracca. Qualche istante e ti sfreccerà davanti incurante, lasciandoti finalmente solo con il tuo sacro graal di Coors. E invece no – brusca frenata, frenesia di polvere, portiere che sbattono. Tre brutti ghigni, stivali d'ordinanza, cappello da vaquero, sulle braccia storie di zuffe da bar e sordide sveltine, smontano nel solleone. Sul retro scoperto del furgone un'accozzaglia di cassoni, manici di chitarra e tamburi ha raccolto la polvere di chilometri tra i campi. I tre, in tacito accordo, cominciano a scaricare. "Che diavolo…?". Da chissà dove, sbuca un generatore. "Ehi, ma dico…!". Niente. Imperterriti. Assurdo. Troppo sole? Neanche ho il tempo di riavermi che la distorsione di una chitarra elettrica mi penetra le orecchie come una locomotiva che imbocca un tunnel.
I Witche's Brew sono di nuovo in città, baby, e sono incazzati. Una smerigliatrice nella calma piatta di un pomeriggio estivo in Alabama, i postumi di un weekend di paura e delirio alla bettola di paese. La Les Paul di Mirko Bosco latra, l'ugola di Demis Bianchi è una zampata di coyote, nella batteria di Frankie Brando pulsa il bicilindro di una Harley. Dopo il viaggio cosmico di "Superspeedfreaks" che s'è portato via Mirko Zonca e Ricky Dal Pane, la band comasca impatta violentemente terra per abbracciare la causa dell'hard rock intransigente, sporco e zotico. Insomma, meno Hawkwind e più Lynyrd Skynyrd in questo "Against the Grain". Il riff portante di "Lord Depression" sembra strappato dalle mani di Bill Steer nell'era Firebird, la rivisitazione di "Bad Motor Scooter" dei Montrose è una presa di posizione netta, riassunta nella schiettezza ubriaca del manifesto "Can You Dig It": "Lots of friend, lots of beer, lots of fucking Rock and Roll!". E così, tra una pacca sulla spalla ai Motörhead e una strizzata d'occhio agli Outlaws, il pick-up dei Witche's Brew attraversa "Against the Grain" senza scossoni né imprevisti. Liscio come l'olio, ma meno rinfrescante di una lattina di Coors gelata. O di un album dei Dixie Witch. Mezzo punto in più se in voi batte un cuore sudista, mezzo in meno se da piccoli sognavate di fare l'astronauta. Davide Trovò
WITCHE’S BREW – Supersonicspeedfreaks
Da Como, i Witche's Brew sono attivi da oltre un lustro. Il power trio guinge al terzo lavoro in studio dopo un mini ed il full-lenght "White Trash Sideshow". "Supersonicspeedfreaks" è un album che segna una svolta nell'economia della band che si era fatta conoscere grazie ad un robusto hard blues mischiato a stoner e southern rock. Il sound proposto in quest'ultima fatica suggella un'avvenuta maturità ed una maggiore apertura verso esplorazioni e soluzioni che conducono dal rock psichedelico allo space rock, passando dall'hard 70 e dal progressive. Ne consegue un ragguardevole percorso sonoro fatto di hard fuzz, emanazioni lisergiche, wah wah e sensazioni ipnotiche.Altro elemento cardine dell'evoluzione è il grande afflusso di ospiti che hanno partecipato alla realizzazione del disco. In primis Ricky Dal Pane, già voce dei Buttered Bacon Biscuits e qui lead vox in 4 dei 7 brani: ottima la prova del singer, per tonalità vicino a Mike Patton. Poi, Nik Turner voce e flauto nella riuscitissima rilettura del classico degli Hawkwind "Children of the Sun"; Steve Sylvester voce in "Make Me Pay"; J.C. Cinel (ex Wicked Minds) voce in "Magic Essence"; Paolo Negri (Wicked Minds) hammond in "Vintage Wine", synth in "What d'You Want from Me" e moog in "Magic Essence"; Martin Frederick Grice (Delirium) sax in "Vintage Wine". È proprio "Vintage Wine" ad aprire le danze con un heavy riffing che riecheggia "Sin's a Good Man's Brother" dei Grand Funk, brano che grazie anche alla vocalità di Del Pane assume toni hard prog psych. Si cambia parzialmente registro con "What d'You Want from Me": pur muovendosi ancora in territori heavy psych prog per la presenza dell'hammond, la song diviene ipnotica grazie al duello wah wah hammond ed un chorus finale che altri non è che il superclassico "Gypsy" targato Uriah Heep. Chiude il brano un ghigno di ozzyana memoria. Segue poi la straordinaria e già menzionata cover degli Hawkwind, dove i tre accompagno l'eminenza Turner indossando con estrema naturalezza i panni degli space rock freaks di Oxford. "Make Me Pay" risulta essere uno dei momenti piu heavy obscure dell'album grazie certamente alla presenza del cantore fiorentino Steve Sylvester ed al tocco space goth del sintetizzatore. "Tell Me Why" resta in linea con i primi 2 brani, mentre tocca a "Magic Essence" partire con un pesantissimo psych riff salvo poi divenire una sognante heavy prog song dominata dal moog e chiusa da vibrazioni bluesy. Chiude l'album "Supersonic Wheelchair", altro grande momento tra psych prog, heavy riff e lieve tocco occult. I Witche's Brew hanno confezionato dunque un notevole sforzo che dovrà porli inevitabilmente all'attenzione degli appassionati. "Supersonicspeedfreaks" è decisamente un grande album. Antonio Fazio
WITCHES OF DOOM – Deadlights
I romani Witches of Doom fanno le cose per bene. Hanno esordito nel 2014 con "Obey" e da allora non si sono più fermati. Concerti su concerti in Italia e all'estero, contratto discografico con l'americana Sliptrick Records, il secondo disco "Deadlights" prodotto da Frederik Folkaiare (Unleashed) e anticipato dal singolo "New Year's Day", cover del classico degli U2 arricchita alla chitarra dall'ospite Paul Bento (ex Type O Negative e Carnivore). Cosa manca? Una dose maggiore d'originalità ad una proposta che fonde metal, dark e gothic doom. Un genere scivoloso, che ha avuto negli anni Novanta il suo periodo di massima gloria.
Federico (chitarra), Danilo (voce) e Graziano (tastiere) – sul disco hanno suonato i fuoriusciti Jacopo (basso) e Andrea (batteria) – amano alla follia Type O Negative, Paradise Lost, Tiamat, Moonspell e Amorphis (come verrebbe fuori altrimenti un brano come "Run With the Wolf"?). E non fanno nulla per nasconderlo, a costo di apparire fuori dal tempo. Ricordano piuttosto i 69 Eyes, che ai tempi di "Wasting the Dawn" avevano alimentato la speranza (poi abortita) di un rilancio commerciale del gothic rock. Una canzone come "Black Voodoo Girl", oscura e appiccicosa (oltre che decisamente riuscita), è qui a dimostrarlo.
Pregevoli riff sabbathiani ("Lizard Tongue", la strumentale "Mater Mortis"), spruzzate elettroniche, progressioni metalliche ("Homeless" è un improbabile incrocio tra i Killing Joke e l'AOR) e una spiccata vena pop (il refrain di "Deface", la catchy "Winter Coming" direttamente da Westeros) rendono l'ascolto di "Deadlights" fluido e avvincente. Persino lo stoner'n'roll di "Gospel for War" funziona in maniera egregia, come gli umori doorsiani (o sarebbe meglio citare Cult e Danzig?) della conclusiva "I Don't Wanna Be a Star". Insomma, nulla di nuovo sotto il sole (anzi, under the blood red sky), ma quel che fanno, i Witches of Doom lo fanno per bene. Alessandro Zoppo
WITCHES OF GOD – The Blood of Others
Spuntati dal nulla, i Witches of God sono un gruppo che giunge da Los Angeles. Formatisi agli inizi del 2012, non si conosce l'identità dei membri: nessuna nota riporta questo dato, chi scrive li ha scoperti casualmente girovagando tra i tag di Bandcamp. La premessa è d'obbligo: questo "The Blood of Others" è un album sensazionale, tra i più entusiasmanti esordi del 2013! La formula non è etichettabile: i Witches of God mescolano sapientemente le carte in uno shock rock psychedoomelic occult punk. E forse altro ancora… Il sound della band affonda le sue radici negli Anni 70, in particolare nello shock rock che fece conoscere a tutto il mondo un certo Vincent Fournier aka Alice Cooper, ma non si ferma qui e da quelle basi parte per svilupparsi verso momenti in cui riecheggiano gli Ottanta (attimi che farebbero pensare a Joy Division e The Cramps) e affluiscono in maniera prominente i Novanta (in particolare il psych punk rock dei Warrior Soul e l'alternative metal – quello più groovy – dei White Zombie). Tutto questo per dare la misura di quanto sia obiettivamente vario il sound dei Witches. Restando ai giorni nostri, punti di contatto sembrano esserci con Uncle Acid and The Deadbeats o Bloody Hammers, a differenza dei quali i nostri dispongono di un gusto più catchy e di un approccio più selvaggio di chiara matrice punk. Il possente e sporco riffing presente in molte delle canzoni in qualche frangente incontra altre forme di rock più estremo come il death'n'roll lanciato dagli Entombed e lievi riferimenti ai Motorhead ed all'hard rock 70 nei solos. Ingredienti diversi per un risultato strabiliante: provate ad immaginare un calderone sonoro dove Alice Cooper incontra l'acid rock, si trasforma in psycho punk virando verso l'occult doom e sia sostenuto da infuocati riff che gli stessi Entombed avrebbero voluto far propri, il tutto condito da gusto catchy, sapori glitters e dosi occulti. È psych'n'roll, d'accordo, ma nemmeno avremmo una idea definitiva, perché a favore dei nostri c'è un dato eloquente: le 8 song non si ripetono mai, malgrado 3 delle 8 si chiamino semplicemente "Devils". Aggiungeteci la produzione di Samur Khouja (Devendra Banhart, The Strokes, Joanna Newsom), il mastering analogico di Joona Lukala (Pentagram, Killing Joke), le apparizioni speciali di Scott 'Wino' Weinrich e Eddie Solis (It's Casual, Revolution Mother), un brano dedicato alla memoria dell'indimenticato Piggy dei Voivod, l'artwork di Tom Neely (Henry & Glenn Forever) ed avrete un grande esordio. Avete amato Uncle Acid and The Deadbeats e Blood Ceremony? Eccovi pronta la nuova infatuazione. Beyond Heaven & Hell there is a place where Thee Witches Dwell. Antonio Fazio
WITCHFIELD – Sleepless
Guarda un po' chi si rivede (o meglio, risente), Thomas Hand Chaste. I Witchfield sono la nuova creature formata dal batterista della prima storica line up dei Death SS, quelli fondati nel lontano 1977 dall'accoppiata Paul Chain e Steve Sylvester. Dopo anni di assoluto silenzio, il nostro torna quindi in pista e lo fa nel migliore dei modi, avendo anche scelto come compagni d'avventura alcuni membri dei grandi L'Impero delle Ombre (a quando il nuovo disco?), gruppo del quale si avverte la 'presenza' all'interno del disco.Visti il passato di Thomas ed i musicisti coinvolti nel progetto, è facile intuire che ci troviamo in campo dark sound, precisamente, un doom metal dal gusto polveroso di sapore Saint Vitus, con un feeling tipicamente italiano ad adornare il tutto. Il passo è lento (ma non pachidermico), perfetto per accompagnare atmosfere dal gusto arcano ed orrorifico, come ben evidenziato dalla lunga "The Mask of the Demon" (capace di un'atmosfera da tregenda) e dall'ottima "I Curse My Fate", forse il brano più rappresentativo dell'album. Largo spazio viene dato alle fughe ed agli intrecci di chitarra, supportati da una sezione ritmica precisa e dagli azzeccati inserti di tastiere (suonate egregiamente dallo stesso Thomas) atte a dare ancora più pathos alle composizioni. "Void in the Life" vede protagonista il flauto dell'ospite Clive Jones (Black Widow), mentre "Inquisitor" (cover del famoso brano dei Death SS) suona ancora meglio dell'originale, aiutata come è da un feeling seventies perfetto per l'occasione. Infine, "Imagination Vortex" ricorda la scuola Mercyful Fate, specie nel finale dove le chitarre 'duellano' fra di loro lungo note ed atmosfere da brivido, facendo calare il sipario su un album che ha nettamente un passo in più rispetto a tante altri pubblicati recentemente nel genere. Esiste una via italiana al dark sound mistico/esoterico; Jacula ed Antonius Rex ce l'hanno insegnato, Death SS, Paul Chain e Black Hole ne hanno ampliato le forme espressive, ed oggi gruppi come Abysmal Grief, L'Impero delle Ombre, Il Segno del Comando ne stanno portando avanti al meglio il discorso. Aggiungete pure i Witchfield, degni eredi di un genere/scuola che fortunatamente di estinguersi non ne vuole sapere. Marco Cavallini
WITCHSORROW – God Curse Us
A due anni dal debutto omonimo, ecco uscire la seconda fatica dei doomsters britannici Witchsorrow, ancora una volta via Rise Above Records. Dopo l'amichevole dipartita del batterista Morrelhammer, i coniugi Necroskull (chitarra, voce) e Emily Witch (basso) trovano il sostituto in David Wilbraham, prontamente ribattezzato Wilbrahammer. Il riassetto della formazione non causa alcuno scossone nell'economia del trio: i nostri continuano a farsi egida del doom più puro e ortodosso, concepito come forma degenerata e tormentata dell'heavy metal. Il malleus maleficarum dell'opener "Aurora Atra" si abbatte veemente sulle orecchie dell'ascoltatore, proiettandolo in una dimensione sotterranea di tetra ossessione. Il cantato monocorde e sgraziato di Necroskull si leva spettrale sull’impietoso rifferama, intessendo una litania che sembra emanare dai più remoti recessi della terra o, per converso, da profondità siderali senza nome.La funerea processione si trascina penosamente con i riff corrotti dal wah-wah della title track. Una furiosa accelerata spezza la marzialità del brano prima di sprofondare nello strascicato incedere di "Masters of Nothing". Questa, autentico concentrato di pura tenebra, risulta difficile da digerire ed è con un certo sollievo che si accoglie il cambio ritmico che scuote il pezzo dopo 6 minuti di apatica lentezza. Il breve interludio atmosferico "Ab Antiquo" lascia spazio alla sofferente "Megiddo", in cui le variazioni dinamiche intessono una trama di nero pessimismo. "Breaking the Lore", conciso episodio debitore del metallo classico, incrementa il numero di b.p.m. per poi spegnersi nell'agonizzante avanzata di "Den of Serpents". Dopo i 12 minuti del brano conclusivo, a fatica ci si issa fuori dalla tana dei serpenti, sfibrati e annichiliti nell'animo. Con "God Curse Us", i Witchsorrow riprendono il discorso da dove l'avevano lasciato, dimostrando di saper essere più coesi e dinamici, ma perdendosi talvolta in un'evitabile prolissità (vedi "Masters of Nothing"). Nel complesso, prova che li conferma come realtà da seguire nel panorama del doom classico e che non mancherà di soddisfare i puristi più intransigenti. Dio ci maledica! Davide Trovò
WO FAT – From beyond
Nuovi guerrieri del fuzz cavalcano indomiti. I Wo Fat credono nella potenza dei riff e in questi quattro brani che compongono il loro ep d’esordio ne fanno piena dimostrazione. Una sarabanda di groove, sudore e passione che non lascia affatto indifferenti. La band texana non inventa nulla di nuovo ma sa mischiare le proprie carte e sfornare un sound magmatico, caldo, pastoso, che varia a seconda delle esigenze e delle necessità.Kent (voce, chitarra) lo immaginiamo come un gigante guru elettrico, assistito dal dinamismo ritmico di Michael (batteria) e Tim (basso). Riff e wah-wah scorrono come fiumi di birra e bourbon in un pub di Dallas, in una proposta che unisce stili e influenze diverse. Si passa dall’hard dei padri Black Sabbath, Mountain e ZZ Top al fuzz dei figli Kyuss, Fu Manchu e Nebula. E l’eterogeneità dei pezzi lo dimostra. “They’re coming for you, Barbara” è stoner rock bollente e roccioso, dall’elevato tasso alcolico. “Risin’ river” è un heavy blues d’altri tempi, come se Leslie West flirtasse con l’animo selvaggio di Zakk Wylde. “From beyond” è una immersione totale nelle oscurità ‘sabbathiane’ (che riff portentoso quello di Kent!), mentre la conclusiva “Manchurian syndrome” è puro sud degli States, torrido heavy southern blues. I Wo Fat sono un gran gruppo, ciò di cui ha bisogno una scena rock come quella odierna. Aspettiamo impazienti il full lenght che dovrebbe uscire entro breve. .They’re coming for you, stoners, they’re gonna take your minds! Alessandro Zoppo
WO FAT – Psychedelonaut
È innegabile: i Wo Fat sono dei gran simpaticoni. O almeno, noi proviamo simpatia e facciamo il tifo per loro. Vengono dal profondo Texas, hanno esordito con la demo "From Beyond" ed il primo full lenght "The Gathering Dark". "Psychedelonaut" è il passo successivo, secondo album che non cambia di una virgola sound e attitudine: basta prendere l'hard rock dei 70, ripassarlo in padella con olio e grassi southern, tingerlo di nero doom sabbathiano e blues sudaticcio ed il piatto è servito. La digestione è facile e soddisfacente, tanto che il sonno conciliatore stimola paradisi onirici popolati da ZZ Top, John Lee Hooker, Orange Goblin, Cactus, Sleep e Jimi Hendrix.Barbe incolte, camicie da boscaioli, cappello da cowboy e stivale d'ordinanza. È questo l'immaginario di riferimento, completato dai doverosi richiami lisergici a b-movies horror e sci-fi. Tuttavia, dobbiamo dirlo: in questi nove pezzi non c'è nulla di originale. C'è un suono sporco, passionale, vibrante. Di genere. Che spesso preferiamo a tante proposte pretenziose e fintamente innovative. D'altronde ascoltare il riff sudicio della title track, la slide di "Shake 'em on Down" e l'hammond bollente di "Two the Hard Way" è qualcosa che non ha prezzo per chi ha un concetto puro di heavy psichedelia. Il fuzz e il wah wah di Kent si perdono nelle paludi cosmiche, trainati dal basso pulsante di Tim e dal drumming frenetico di Michael. Roba come "Enter the Riffian" e "El culto de la avaricia" erige un sacro altare al dio del doom. Tony Iommi e Mississippi Fred McDowell con il big muff a palla e l'ascia da combattimento. Se non gradite le movenze groovy pachidermiche di "Not of This Earth" e la psichedelia drogata della cavalcata "The Spheres Beyond" siete sulle pagine sbagliate. Forse stavate cercando Rock Star... Alessandro Zoppo
WO FAT – The Black Code
Riprendono da dove ci avevano lasciato! Forti di una carriera ormai decennale, i Wo Fat si confermano un autentico marchio di qualità. Abbandonata la Nasoni Records, si ripresenteranno nel 2012 con l'ultimo "The Black Code" targato Small Stone. Le influenze sono quelle che hanno contribuito a formare il loro sound, in questo caso particolarmente migliorato. Come rilasciato dallo stesso Michael Walter in un'intervista al blog PlanetFuzz: «Le viscere dei Wo Fat sono radicate nella vena più oscura ed ipnotica del blues (J.L. Hooker, R.L. Burnside, "Mississippi" Fred MacDowll etc.), influenzata dall'hard rock anni 60 e 70 (Jimi Hendrix, ZZ Top, Black Sabbath, Cactus etc.) e dalle sonorità più moderne di band come Sleep, Fu Manchu e Church of Misery»."The Black Code" è composto da cinque tracce, che per tre quinti superano i dieci minuti di lunghezza, evidenziando probabilmente un'ulteriore evoluzione compositiva. "Lost Highway", come recitava un vecchio film di David Lynch, sfodera da subito riff potenti e compressi dalle sonorità particolarmente southern. Segue la title track, che sviluppa dieci minuti di mutazioni musicali riassumibili in due filoni, due umori abbastanza chiari. "Hurt at Gone", in puro stile Wo Fat, funge da anello di congiunzione con "The Shard of Leng", autentico viaggio musicale eletto all'unanimità miglior pezzo dell'album. La sensazione generata dai fluidificanti dodici minuti di quest'ultima, è che la musica scaturisca da un'idea concepita di getto, senza nulla di preordinato in pieno spirito jam session. "Sleep of the Black Lotus" si accoda. Il percorso diviene lentamente meno convulso, più ripetitivo, imbrigliando il sound verso la chiusura dell'album. Allineandosi con la propria storia, Kent e compagni continuano ad accrescere la loro fama, innovando poco, ma suonando e reinterpretando il loro sound in maniera eccezionale. Un groove solido, tecnica e improvvisazione sono gli ingredienti del trio di Dallas. Wo Fat: una certezza! Enrico Caselli
WO FAT – The Gathering Dark
Avevamo scoperto i Wo Fat nel 2005, con la demo “From Beyond”. Un lavoro cazzuto, grintoso, carico di groove all’inverosimile. Quattro brani che ci avevano ammaliato per forza e stile, per quanto non originali o particolarmente innovativi. Il 2007 è l’anno giusto per il trio texano, che giunge al traguardo del full lenght con questo “The Gathering Dark”. Artwork da misconosciuto e affascinante horror b-movie anni ‘60, rigorosa produzione DIY, sonorità da caldo e umido bar fumoso del sud degli States.Dodici song per quasi 80 minuti di musica, tra riff sudaticci, wah-wah titanici, ritmiche quadrate, pause psichedeliche, schiaffoni doom e accelerazioni hard che rimandando al glorioso periodo dei seventies. Insomma, i Wo Fat non si lasciano scappare niente. Ripropongono i pezzi di “From Beyond” (la ‘sabbathiana’ title track, l’heavy southern “Manchurian Syndrome”, il blues ciccione di “Risin’ River”, lo stoner bollente di “They’re Coming for You, Barbara”) e ci aggiungono altre otto cartucce. Tra queste “Company Man” macina chilometri e chilometri sulla stessa strada di Al Morris e i suoi Iron Man; la title track è puro southern boogie sound, con tanto di slide e vocals goduriose; “Holy War” è un blues da Delta del Mississippi composto di sola voce e chitarra distorta; “Dreams of Milk and Honey” è il doveroso tributo ai ‘70s, cover tratta dal primo disco dei Mountain (o disco solista di Leslie West, mettetela come volete); la conclusiva “Runnin’ the Voodoo Down” è un’orgia strumentale da magia nera haitiana e macabri riti voodoo(m). Conferma assoluta per i Wo Fat. Quando si dice un gruppo di genere con due palle giganti. Restiamo in attesa di un nuovo lavoro per consacrarli definitivamente nell’alveo dello stoner doom internazionale. Magari soltanto con una maggiore dote, il dono della sintesi. In fondo, it’s all about the riff. Alessandro Zoppo
WOLFMOTHER – Wolfmother
Gruppo che ha fatto molto discutere negli ultimi tempi nel bene e nel male. E come spesso accade la verità sta nel mezzo. In ogni caso gli australiani Wolfmother si formano nel 2003 e si presentano al grande pubblico con l’omonimo ep nell’anno successivo. Nel 2005 entrano in sala di registrazione per dare alla luce questo full lenght che uscirà però solo ad inizio 2006.Il disco, stampato dalla Modular (leggi Interscope), è per lo più una mistura di Black Sabbath (la granitica Colossal, Woman) e Led Zeppelin; soprattutto l’influenza di questi ultimi è quella che troveremo maggiormente nella musica del gruppo; ad esempio in brani come White Unicorn, in Apple Tree e nell’affascinante Where Eagles Have Been dove Stockdale (voce e chitarra) e soci mischiano l’hard rock con il folk cortigiano. Qua e là appaiono ottimi fraseggi di organo che rimandano ai Deep Purple e addirittura agli Who (Mind’s Eye). E c’è spazio anche per la “desertica” Dimension che strizza l’occhio ai Kyuss. Un gruppo quindi che fa semplice revival? In parte si, ma lo fa con gusto e freschezza invidiabili. Non è poco. Prendere o lasciare. Cristiano "Stonerman 67"
WOODEN SHJIPS – Back to Land
Un processo d'evoluzione costante, per certi versi simile a quello dei Black Angels, rappresenta il percorso discografico dei Wooden Shjips che con "Back to Land" arrivano a pubblicare il quarto album, secondo sotto il beneplacito della Thrill Jockey, dopo il bellissimo "West". Evoluzione della scrittura fine sia chiaro, non di stile. Si intercetta il bisogno di "sgrossare" la materia primordiale del songwriting dei nostri con una lavorazione al dettaglio. Complice, forse, il trasferimento di Eric "Ripley" Johnson (voce e chitarra) e Omar Ahsanuddin (batteria) in Oregon, dove il clima più soleggiato ha favorito l'espressione più calda, mutuando l'idea primordiale di alchimia tra Doors, 13th Floor Elevators e Can in una rinvigorita idea di toxic rock à la Velvet Underground meets Crazy Horse. C'è qualcosa di prettamente americano, insomma. "Ruins" e "These Shadows" potrebbero essere elette motion picture soundtracks di un remake di "Easy Rider" del 21° secolo. Il cerchio ipnotico si è arricchito di accessori graziosi, come chitarre acustiche e languidi (bellissimi e mai stucchevoli) pattern di chitarra a metà strada fra solos ed effetti. Affiora anche l'urgenza che ha reso il precedente disco il più nervoso della carriera dei nostri in pezzi come "In the Roses", "Other Stars" e "Sevants": soglie vicino alla galassia interstellare Hawkwind. E qui gli ammiratori dello spazio profondo possono giovarsi di familiarità assortite come phaser, delay, cosmic trip & space paranoid. Un trittico che riporta a galla la vera natura dei Wooden Shjips, felicemente freaky e drugs addicted. Tutto un attimo prima di congedarci con il finale semi acustico di "Everybody Knows" come richiamo a spiegare che la vera bellezza si svela nell'eterno ritorno al punto di partenza, con due accordi due e la voglia di cantarci sopra. Radicali e quindi senza tempo. Eugenio Di Giacomantonio
WOODWALL – Woodempire
Esce sotto l'egida della Red Sound Records il debutto dei Woodwall, quartetto proveniente dalla lunigiana e operante dal 2009. "Woodempire" ci regala quaranta minuti scarsi di stoner/sludge a forti tinte psichedeliche, che si fregia della produzione di Matteo Signanini e del mastering di James Plotkin. Ad esplicitarlo c'è subito l'opener che dà il titolo all'album. Partenza in equilibrio tra sludge e accenni lisergici grazie anche al lavoro del synth che risalta nel marasma sonico e che ci guida per tutti gli otto minuti della traccia. Segue "Locrian", che si innesta sulla coda di "Woodempire" e sembra il suo naturale proseguimento pur perdendo man mano la psichedelia a favore di un approccio più diretto. "Kino Stuste" e "Red Toad" sono i pezzi meno personali, calcavate Kyuss-oriented potenti e funzionali ma prive di gradi guizzi d'inventiva. "Walden", tra echi di Electric Wizard, Isis e Acid King, convince molto di più, con la chitarra che si fa strumento portante del pezzo macinando riff e tessendo trame distorte e lisergiche. Nella conclusiva "Holocene/Cambrian" tornano a farsi troppo presenti i richiami ai numi tutelari, per quanto il risultato rimanga tutto sommato convincente. Efficace come "Woodempire" nel suo complesso: nonostante qualche smarrimento a livello compositivo, la carica e l'impatto dei Woodwall rimane costante per tutta l'album facendo ben sperare per un seguito. Giuseppe Aversano
WOODY JACKSON – Dos Manos
Woodrow Wilson Jackson III è noto per essere un poliedrico compositore moderno, refrattario alle limitazioni dei generi è quindi musicalmente investito da svariate influenze. Dal 1992 residente a Los Angeles, città diventata suo quartier generale, dalla quale si è espresso confrontandosi con diverse sfide sonore. Nella sua ormai quasi ventennale carriera Woody Jackson ha composto con grande costanza dischi, colonne sonore per medio e lungometraggi e games, collezionando innumerevoli collaborazioni con altrettanti svariati artisti. Nel 2012 si ripresenta con una nuova colonna sonora dal titolo "Dos Manos", che senza tradire l'approccio di una vita, vanta le partecipazioni di John Convertino (batterista/percussionista dei Calexico) e dei nostrani Sacri Cuori. Cercando di non dimenticare nessuno bisogna aggiungere che: il disco è prodotto per Interbang da David Holmes in collaborazione con l'italiana Brutture Moderne e lo Strade Blu Festival, a cui lo stesso Jackson ha preso parte.Poco meno di quaranta minuti di musica intensa ci conducono su un sentiero di sonorità altalenanti. Songs di chiara impostazione filmica, una su tutte "Macadam Cowboy", fanno da filo conduttore spadroneggiando per quasi tutta la durata dell'album. "Prisoner of Fate" e "Midnight Moon", rappresentano alcune delle tracce che spezzando il trend svelano nuovi scenari sonori. Accostato ai grandi compositori della storia del cinema quali John Barry, Ennio Morricone, Henry Mancini e Leonard Bernstein, Woody Jackson continua per la sua strada senza sentirsi "sazio", dimostrando di essere un grande artista, brillante… di luce propria. Enrico Caselli
WORLD FUNERAL – Demo
Il demo in mio possesso (fornitomi direttamente dal factotum Frank Wells) evidenzia in maniera netta e subitanea i pregi e i limiti del gruppo: musicalmente parlando i World Funeral si muovono in ambito heavy-doom-death di stampo ninenties, mid-tempo ed elettrico: Saint Vitus, Trouble, Cathedral, Pentagram le fonti di ispirazione. Il gruppo, proveniente da Como e formato nel 2005 è composto da appunto Frank Wells (basso, backing vocals, programming) e Nay (vocals, chitarre) e si affacciano al mondo con questo lavoro totalmente autoprodotto. Cupo e claustrofobico, composto da sette tracce in esse ritroviamo anche tracce di NWOBHM e Black Sabbath; il rifferama nel complesso non è malvagio, anzi, soltanto peccato per la produzione e il missaggio che risultano un pò scarsini e per la batteria elettronica, che francamente abbassa di parecchio il pathos che il genere dovrebbe evocare. Discutibile, non originalissima ma personale la scelta di introdurre i pezzi con degli samples estratti da film. I testi, se vogliamo "impegnati" tipo "Manpower Slave" (che parla di lavoro precario) (forse, i veri mostri della nostra "evoluta", "civile" e "moderna" società, cento volte peggio di zombi, licantropi e creature d'oltretomba) o quasi goliardici (vedasi "Up the comics"), non sono propriamente di mio gusto. La musica del destino è escapista e mal si addicono tematiche "hardcore", ma è una mia personalissima opinione. Le idee di fondo sono degne di nota, ma forse mal esposte, forse le cose meglio riuscite sono "Zombie priest" e "World funeral" almeno dal punto di vista lirico. La voce è una vera incognita; in alcuni passaggi mi ricorda l'immenso Lee Dorrian (e voi non sapete che cosa rappresentano per me i Cathedral :D) tipo nella title track "World Funeral" dal riff coinvolgente e virante al death grazie a stralci di growl, per il resto è piatta e per nulla evocativa. Ho una mia personale opinione del doom, un genere tutt'altro che facile, per cui non me la sento di criticare chi si cimenta in questa nobile espressione artistica, ma c'è molto da lavorare. Ma hey, i World Funeral sono appena nati, diamogli tempo di crescere, e conoscendo personalmente e bene il carissimo Francesco (Frank Wells) non ho dubbi che il duo saprà trovare scenari migliori.Best wishes. Gale La Gamma
WREKMEISTER HARMONIES – You’ve Always Meant So Much to Me
Un lungo mantra ambient drone è "You've Always Meant So Much to Me" di JR Robinson aka Wrekmeister Harmonies. In questo caso la musica è da considerarsi solo come una componente di una complessità artististica che vede il cinema come altro elemento base dell'intero progetto (Mr. Robinson gira dal 2006 con la sua videocamera tra Detroit, il deserto di Joshua Tree e le foreste in decomposizione della Tasmania) e i musei come luoghi adatti alla fruizione. Eseguito nella sua interezza (38 minuti circa) proprio al Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, il pezzo vede la partecipazione, altra curiosità, di una serie di personaggi del metal estremo come Jef Whitehead dei Leviathan, Sanford Parker (giusto per citarne un paio: Buried at Sea e Minsk), Andrew Markuszewski dei Nachmystium, Bruce Lamont degli Yakuza, e moltissimi altri. Come da queste menti brutali sia stato partorito un sound così etereo e soffice non è dato sapere, ma "You've Always Meant So Much to Me" è talmente solido e personale che va oltre l'ipotesi di un mero passatempo.Durante l'ascolto si ha la sensazione di attraversare una terra desolata, arida, dove la civiltà ha lasciato spazio alla lenta decomposizione della materia. Vengono in mente immagini di "The Road" di John Hillcoat, dal romanzo di Cormac McCarthy, e dell'omonimo capolavoro di Béla Tarr, viaggi di abbandono spirituale e fisico della Madre Terra. In alcuni passaggi (25° minuto circa) il suono si ispessisce e vengono fuori i lati oltranzisti del progetto, quelli derivati dal metal estremo. In questo caso le immagini cambiano: si passa al registro noir apocalittico ma senza accelerazioni grind, anzi. È un olocausto doom, potremmo ipotizzare. Poi, riemergono i pattern acustici/sintetici abbelliti da qualche sinistro suono di violino o delicati arpeggi di pianoforte, fino al momento in cui la musica abbandona definitivamente lo spazio e il tempo per lasciare la scena ad un pesante silenzio. Certo è che l'esperienza dell'album (pubblica la Thrill Jockey esclusivamente su vinile) pur mancando della componente location per essere assorbita in pieno, risulta un esempio di sperimentazione e avanguardia molto lontano dagli ammiccamenti a generi e ad appartenenze di qualsiasi tipo. Qui c'è una volontà di fare quello che si sente senza scendere a compromessi. Giù il cappello. Eugenio Di Giacomantonio

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