KLIMT 182

Malinconiche note di gioia. Giunti al terzo album, i capitolini Klimt 1918 pubblicano un disco che può essere semplicemente descritto come l’ideale colonna sonora delle serate di fine estate, ovvero quei momenti in cui la spensieratezza e la nostalgia viaggiano a braccetto tenendosi la mano l’un l’altra. Puro shoegaze/wave rock, che rimanda ai mai dimenticati anni 80 e vive sull’eterno intreccio/contrasto fra dolci melodie orecchiabili e un malinconico umore di fondo. Spiccano l’ipnotica e meravigliosa “The Graduate” (song dell’anno?), la magnetica opener “The Breathing Days”, la seguente “Skygazer” (Catherine Wheel docet), la spensierata title track e la delicata “All Summer Long”. Un album indicato a chiunque ami ascoltare la musica assaporando sul proprio volto il gusto dolce amaro delle lacrime, che siano di gioia o di malinconia sarete voi a deciderlo.
Il terzo album è generalmente considerato quello della completa maturità artistica di un gruppo; voi quali sensazioni provate al momento, riascoltandolo? E quali sono le vostre aspettative circa la reazione del pubblico?/b>

Marco: Non so dirti se “Just In Case..” rappresenti per noi l’album della maturità artistica. Questo genere di affermazioni forse non spettano a noi ma a chi ascolta, oppure recensisce la nostra musica. Nonostante tutto questo full lenght rappresenta una tappa assai importante per i Klimt 1918 in quanto corrisponde ad una definitiva presa di coscienza; sia dal punto di vista stilistico che attitudinale. Finalmente possiamo dire di possedere un sound che ci appartiene completamente. Quando ascolto l’album penso soprattutto a questo.
Riguardo alla seconda parte della tua domanda, posso affermare con sicurezza che non esistono da parte nostra aspettative circa la reazione del pubblico. Continuiamo a comporre e a registrare esclusivamente la musica che ci piace e ci emoziona.

Il titolo suona intrigante ed enigmatico. Cosa potrebbe accadere “nel caso non ci dovessimo più incontrare”?/b>

Il titolo dell’album ha a che fare con un periodo della mia vita abbastanza controverso. Avevo deciso di lasciare i Klimt 1918 per una serie piuttosto lunga di motivazioni. Non mi riconoscevo più in quello che stavo facendo e soprattutto non mi sentivo all’altezza delle crescenti aspettative che si stavano venendo a creare attorno alla band a partire dal 2005. Prima di compiere un gesto così definitivo ho pensato che sarebbe stato bello e doveroso registrare un ultimo album. Un addio organizzato in undici canzoni che incarnassero qualitativamente il meglio della nostra produzione. Così è nato il titolo “Just In Case We’ll Never Meet Again” che suonava appunto come un commiato dai fan e da tutte quelle persone che negli ultimi dieci anni hanno supportato me ed i Klimt 1918.
Durante il lungo processo di gestazione dell’album però qualcosa è cambiato. La musica composta per rappresentare un addio si è trasformata in un’occasione per ricominciare. Ho ritrovato le motivazioni giuste suonando insieme agli altri in sala prove. Ho riacquistato la fiducia in me stesso ed ora sono contento di essere qui a condividere questo album con te e con tutti gli altri ascoltatori.
Invece di cambiare titolo alla nostra terza fatica abbiamo deciso di mantenere quello vecchio, nonostante il cambiamento intercorso negli ultimi mesi. Suona bene, è ricco di suggestioni ed in fondo è il titolo ideale per un’opera nata e concepita come un addio.

Il sottotitolo è invece una vera e propria dichiarazione d’amore per una certa musica degli anni 80 e tutto quanto le gravitava intorno. A quali aspetti di quell’epoca siete maggiormente legati?/b>

Oggi gli anni 80 vanno molto di moda. Sono sulla bocca di tutti. Per questo è necessario discernere. Quello che hanno significato per me, per mio fratello e per gli altri componenti della band è diverso rispetto a quello che rappresentano oggi per un certo tipo di mercato. Chi è nato, come noi, durante la seconda parte degli anni settanta si è formato musicalmente proprio durante gli anni 80. Non si tratta di moda, dunque, ma di pura nostalgia. Ho ricordi davvero commoventi del mio walkman, delle mie cassette. Giravo per la città da solo, con la mia musica nelle orecchie. Quello che ascoltavo aveva il potere di alleviare il disagio e la solitudine che provavo. Non ci sono dunque degli aspetti precisi di quell’epoca a cui siamo legati. Ce l’abbiamo semplicemente nel sangue. Ci appartiene.

La vostra musica suscita contemporaneamente malinconia e gioia, nostalgia e speranza. Come riuscite a far convivere insieme emozioni e sensazioni così apparentemente distanti?/b>

Mi fai venire in mente gli Ultravox di “Dancing With Tears In My Eyes”. Il titolo ed anche il mood di quella canzone rappresentano l’essenza di quanto affermi nella tua domanda. Per anni sono rimasto ossessionato dal suo testo e dalla sua atmosfera. È un brano molto triste, ma allo stesso tempo trasmette una vitalità assurda. C’è qualcosa di veramente tragico nel vitalismo evocato dal dolore. Anche i Cure di “Just Like Heaven” l’avevano capito perfettamente. Quel brano è di una spensieratezza imbarazzante, ti viene voglia di ballarlo ogni volta che lo ascolti; eppure è anche terribilmente malinconico. Nel gioco di contrasti un sorriso che nasce dopo il pianto, o viceversa, le lacrime che segnano il viso dopo aver riso possiedono una forza espressiva enorme. Nel loro piccolo i Klimt 1918 cercano sempre di ricreare questo equilibrio. Non a caso amo definire la nostra musica come saudade. Perché è la saudade brasiliana che ha parlato per prima di “dolce malinconia”, il terreno di incontro tra felicità e rassegnazione.

“Just In Case…” è un album meditativo, ma anche spensierato, scorrevole e per certi versi “frizzante“. Sinceramente mi aspettavo qualche brano in più nello stile di “They Were Wed by the Sea – Rarefied Version”; cosa puoi dirmi in proposito?/b>

Sinceramente non so dare un risposta a questa domanda. Quando abbiamo registrato “They Were Wed by the Sea – Rarefied Version” non sapevamo dove ci avrebbe portato quell’esperimento. Più volte ho pensato che “Just In Case..” avrebbe avuto bisogno di canzoni come quella, ma poi il disco si è evoluto diversamente. Noi non siamo molto bravi a prevedere il futuro stilistico della band. Suoniamo quello che sentiamo senza porci molte domande. Chissà, forse in futuro ci saranno ancora delle occasioni per comporre e registrare materiale dilatato e sperimentale come Rarefied Version

È evidente che ormai siete a tutti gli effetti un gruppo shoegaze/wave rock, ma nonostante ciò avete mantenuto molti fan del primo periodo avantgarde metal: motivo di soddisfazione o frustrazione?/b>

È un motivo di grande soddisfazione. Ci fa capire che i nostri ascoltatori (di qualsiasi tipo siano) continuano a seguirci non perché ci esprimiamo stilisticamente in un modo rispetto che ad un altro, ma perché provochiamo determinate emozioni. Le emozioni non sono né metal, né shoegaze. Esse trascendono i generi musicali ed hanno il potere di toccare le persone più diverse.
La frustrazione semmai ce la procurano gli addetti ai lavori (giornalisti, discografici, promoters, distributori) che pur di semplificarsi la vita decidono di comprenderci ancora nel calderone metal nonostante la nostra musica si stia evolvendo esplicitamente seguendo altre traiettorie.

Parlando di shoegaze, so che nella vostra città si stanno muovendo gruppi interessanti, come Sea Dweller, La Calle Mojada, Oblivio, Zo.e ed altri. Credete si possa parlare di una vera e propria scena romana dedita a queste sonorità?/b>

Penso che ci siano delle ottime band shoegaze a Roma. Nonostante tutto suonare lo stesso genere di musica, nella stessa città non significa automaticamente far parte di una “scena”. Con questo termine si fa riferimento ad un numero imprecisato di band che si aiutano vicendevolmente, collaborano, producono materiale in totale armonia, organizzano concerti. In Italia è difficilissimo parlare di “scene musicali”. Il più delle volte i musicisti perdono tempo a farsi la guerra piuttosto che a creare qualcosa di costruttivo.
Al di la di queste considerazioni è comunque innegabile che la capitale stia attraversando un momento molto florido musicalmente parlando. C’è grande fermento dappertutto. Non solo nello shoegaze.

Marco, oltre ad essere il titolo di un nuovo brano, “Skygazer” è il tuo nickname su myspace.com: cosa ti affascina cosi tanto nel “fissare in adorazione il cielo”?/b>

Fissare il cielo mi calma, guarisce la mia ansia. Adoro soprattutto seguire con lo sguardo le scie che gli aeroplani disegnano nel cielo. Spesso le fotografo, ma il più delle volte mi limito a contemplarle a lungo. Fino a quando il collo non mi fa male.
Guardare la volta celeste mi astrae completamente da tutto il resto. Raggiungo la pace interiore ogni volta che lo faccio. È come partecipare per qualche istante all’immensità dell’universo. È una sensazione tanto spiazzante quanto confortante.

Come gli album precedenti anche “Just In Case…” presenta in copertina una donna. Ritenete fondamentale la figura femminile nella creazione della vostra arte grafica/sonora?/b>

Beh, alla base delle canzoni dei Klimt quasi sempre ci sono dei ricordi. Ricordi che hanno a che fare con figure femminili. Forse è per questo motivo che le donne finiscono (in maniera assolutamente inconscia e non pianificata, aggiungo) sulle nostre copertine. L’universo femminile evoca l’inquietudine maschile, lo sforzo per capire, ma anche la certezza di non riuscire a comprendere mai la dualità dell’animo umano. Rappresentano l’alterità e la fascinazione assoluta provocata da essa. Questo in fin dei conti è anche il “trait d’union” che ci lega a Gustav Klimt il quale era ossessionato dalle donne, dall’espressività del loro corpo e dai misteri del loro animo.

Credete esista un colore che possa rappresentare/descrivere la musica dei Klimt 1918?/b>

Ognuno abbina un colore diverso ai Klimt 1918. La mia indole, come la mia musica, è rossa. Rosso come il colore del sangue, delle animosità, dei sentimenti. Una proposta musicale come la nostra, tutta improntata sulla sensualità e l’impulsività sentimentale ai miei occhi non potrebbe avere un colore diverso. Vermiglia e sanguigna è anche la passione politica, le sue implicazioni viscerali. Rosso scuro, rosso fuoco, bordeaux, viola. Le sfumature sono molte; una per ogni inclinazione. Quando il nostro sound è più malinconico il rosso diventa porpora, quando invece è etereo e nostalgico vira verso il viola. Le canzoni più elettriche ed epiche hanno il colore del sangue. Ma sempre di rosso si tratta.

Victor Hugo disse: “La malinconia è la felicità di sentirsi tristi”. Condividete questa frase?/b>

Certamente. La cultura della malinconia è un colossale meccanismo apotropaico. Serve a dimostrare a se stessi che in fondo non esiste nulla di più prezioso della vita. I grandi melanconici sono sempre dei grandi viveur. Aggrediscono la vita, fino in fondo. Al centro della loro ilarità si nascondono gli abissi della disperazione. Mi viene in mente Hemingway. Una vita trascorsa sul fronte. Il fronte della vita vissuta. Poi, una fucilata in pieno viso. Il suicidio. È stato sempre felice di sentirsi triste. Perché chi ama la malinconia ama la vita più di ogni cosa. Un amore così grande che nel suo caso è tracimato nel nichilismo.

Cosa, quanto rappresenta per voi la musica? Riuscite ad immaginare le vostre vite senza essa?/b>

La musica dà senso alle nostre vite. Ma senza di essa sono sicuro che la mia volontà cercherebbe qualche altra strada per potersi esprimere. Certamente non riuscirei a contemplare una vita senza espressioni. L’arte, qualunque essa sia, ma anche semplicemente “il fare”, sono fondamentali. Senza di esse non esisterebbe condivisione. I sentimenti non servono a nulla, come anche le esperienze, se non si ha la possibilità di condividerle con qualcuno.

Bene, siamo giunti alla conclusione. Volete aggiungere qualcosa?

Grazie a te Marco e a tutte le persone che continuano a seguirci nonostante la nostra evoluzione. Siete il nostro orgoglio più grande.

Marco Cavallini

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