RODEO DRIVE

Mi trovo in Germania da poco, e sto conoscendo una realtà musicale e culturale – nel senso la realtà della cultura della musica – completamente diversa da quella italiana. Mi trovo a Berlino da poco, e mi sto rendendo conto che sotto certi punti di vista… la canzone è proprio un’altra, qui.Il mese scorso in un piccolo locale autogestito di un quartiere non troppo centrale della capitale tedesca ho visto in concerto i Rodeo Drive. Dovevo dirlo a qualcuno. L’ho comunicato a più gente possibile: «Cercate qualcosa sentite qualcosa, l’altro giorno ho visto questi Rodeo Drive in un locale, dovete sentirli!». L’ho detto a tutti i miei amici.
Colpita da questo intruglio sonoro contaminato e al tempo stesso coerente, al mio risveglio il giorno seguente ho messo su involontariamente “Welcome to Sky Valley” dei Kyuss (quando l’ho detto ai ragazzi della band, erano non so perché… quasi increduli). Dovevo fare qualcosa.
Dovevo fare qualcosa, e sono riuscita a intervistarli: un incontro informale con birra, sigarette, Liegesthule e temperatura finalmente clemente (dopo una settimana di pioggia e vento). Antefatto: avevo avvisato la band – «Ragazzi, sono italiana: arriverò alle otto e qualcosa… Se mi dite ci vediamo tra le otto e le nove» – ma sono riuscita ad arrivare puntualissima.

Trovo Friedrich (chitarra) e Hans (basso e voce) dei Rodeo Drive estremamente rilassati, sulle sedie a sdraio di un Biergarten di Friedrichshain. Sono gentili questi ragazzi tedeschi, non c’è molto da aggiungere riguardo a questo, e soprattutto sono molto tranquilli. Hanno staccato da lavoro da poco e mi informano che René (batterista della band) sta arrivando, anche lui ha lavorato oggi.

La prima cosa che emerge parlando con i Rodeo Drive è la loro passione per la musica, una passione completamente disinteressata: «Tutti e tre lavoriamo, e da otto anni circa – due volte a settimana – ci vediamo per provare insieme, durante il weekend. Tutti i weekend. Ci piace suonare, vogliamo suonare. Non vogliamo far soldi con la nostra musica, sappiamo che non è possibile in questo momento», afferma Friedrich, con voce calma e tono educato.
Da qui in poi diventa più difficile per me suddividere – per voi lettori – le risposte dei ragazzi. Ogni domanda/affermazione diventa il punto di partenza di un ping pong tra questi ragazzoni teutonici. Per prima cosa appuro qualche notizia tecnica: i Rodeo Drive si sono formati nel 2004 (il primo concerto lo hanno fatto circa un anno dopo), fanno un bel po’ di concerti in giro – diverse band li chiamano per dividere il palco – e hanno anche un album pronto, in attesa del momento e dell’opportunità giusta per riuscire a pubblicarlo.
«In realtà crediamo che la musica sia un’esperienza da vivere live. Le nostre prove ad esempio, sono delle jam session continue: anche se abbiamo dei pezzi definiti, ogni volta che li suoniamo e che ci esibiamo, queste canzoni non sono mai le stesse. C’è sempre qualcosa che cambia, di volta in volta, che sia solo uno stato d’animo o un momento. O un’idea nuova che sta nascendo», mi dicono. «Fermare le canzoni in un disco a volte è riduttivo», continuano mentre discutiamo di alcune altre band e della differenza tra live music e dischi: potenza, sentimento, tutto entra in gioco live.

Chiedo loro quale sia l’attitudine di ognuno, il genere in cui si sentono più a proprio agio: Friedrich mi risponde secco con la parola blues, René è più orientato verso il jazz («Quel jazz dell’improvvisazione e dei ritmi fuori dal canonico 4/4») e Hans… beh, Hans mi guarda e dice: «Io sono il bassista dei Rodeo Drive». Da questa affermazione più in là, mentre gli altri due sono a prendere una birra al bancone, scaturirà la confessione di Hans (che è un vichingo di circa due metri, col sorriso di un ragazzino): «All’inizio suonavo la chitarra nei Rodeo Drive, ma René mi ha detto di andare al basso perché non era cosa per me… Tempo dopo però mi ha contattato Richard (n.d.a. bassista dei Samsara Blues Experiment) chiedendomi di suonare la chitarra: è stata la mia rivincita!».

Anche Friedrich però ha una confessione da fare: «Prima di cominciare a suonare devo dire che non ero molto interessato alla musica. Ascoltavo quello che capita, quello che passava la radio. Dopo però ho cominciato a cesellare i miei gusti: ammiro molto Josh Homme, per come continua sempre a fare quello che vuole anche quando i fan gli vanno contro, perché se ne esce con qualcosa che non si aspettano. Riesce sempre a fare qualcosa di diverso, è importante non fossilizzarsi». René confessa invece la passione per i Red Hot Chili Peppers e per la prima ondata stoner degli anni Novanta («Kyuss and… Kyuss», cit.), da cui parte una sua riflessione più seria secondo cui in quel periodo si è avuto il primo revival (anche se meno palese di quello che stiamo vivendo noi) degli anni 60/70, rispetto alle innovazioni che quel periodo portò nel rock: perché su questo ci troviamo tutti d’accordo, fine Sessanta… inizio Settanta, la svolta è stata quella.

A questo proposito mi esprimo riguardo al revival odierno, chiedendo come si sentono i Rodeo Drive rispetto alla “scena” (brividi sulla parola…) della nuova psichedelia: «Non facciamo parte della scena stoner o almeno non crediamo di farne parte realmente. Ci sono gruppi ben più famosi, e più coinvolti in questa cosa. Noi suoniamo, ci piace suonare. Non facciamo stoner rock nel senso canonico e/o limitativo del termine». A questo punto ci sono due domande che scattano, quasi involontariamente, da parte mia. Ok, non fate stoner “canonicamente”, non fate parte di questo revival, che poi… Sarà davvero solo moda? Cosa ne pensate voi?
Ma soprattutto cosa c’è di nuovo nei Rodeo Drive: nel senso qual è il vostro plus?
Dopo aver appurato che la novità non esiste e tutto risiede nel fare propria qualcosa (una nota, una sensazione), Friedrich con fare pacato cerca – attraverso una divertente metafora tra il sacro e il profano, alternando concetti filosofici ed esempi estremamente semplici – di esporre un concetto fondamentale, che riguarda la prima parte della mia considerazione: «La gente non vuole niente di nuovo perché non vuole lasciare la certezza di quello che già ha, è più semplice proseguire un sentiero già battuto». L’idioma “sai quello che lasci non sai quello che trovi”, in fondo va sempre bene – anche a 2000 km da casa!
La questione dei revival secondo i ragazzi è semplicemente fashion, Hans mi fa notare che i cartelloni pubblicitari sono pieni di questa roba hippie e continua affermando che, come dieci anni (e qualcosa) fa il brit-pop riproponeva i Beatles, adesso i Black Sabbath sono tornati in auge: è semplicemente il loro turno nella ruota. E tutto in giro a cominciare dagli abiti, dallo stile dei capelli e blah blah blah, riflette questo nuovo gusto.

René diventa più specifico riguardo al mio stuzzicare la band sul concetto di “novità”; dopo qualche minuto di silenzio infatti – durante questo momento pettegolezzo from the underground su stili, band and other commodities – interviene sicuro: «Hai chiesto cosa c’è di nuovo nei Rodeo Drive. A parte la contaminazione di stili, il fatto che non vogliamo usare – tecnicamente parlando – il solito 4/4 rock’n’roll che usano tutti e tentiamo tempi diversi, più variegati… Ti posso dire di più: oltre la batteria, suono anche il synth (contemporaneamente) per creare come un’onda psichedelica di fondo. Questo è un plus! Il batterista, che suona anche il sintetizzatore!». I ragazzi sono sorridenti è un piacere passare del tempo con loro.

Dopo circa un’ora, un via vai di amici, una decina di sigarette (per me) e qualche birra in aggiunta (per loro), credo di potermi ritenere fortunata e soddisfatta. I Rodeo Drive sono tre ragazzi che vivono a Berlino. Lavorano. Non è gente tronfia: sono persone che hanno una vita come tutte le altre, ma che amano profondamente la musica, amano suonare e si divertono a farlo. Questo credo sia – a conti fatti – principalmente il loro plus, aspettando il loro prossimo concerto. E magari anche il primo disco.

In fede,
S.H.Palmer

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