10th ROADBURN FESTIVAL

Tilburg (Olanda) – 013

Raccontare il Roadburn è complicato. Non si tratta di una serie di concerti uno dopo l’altro, quello di Tilburg è un festival nel vero senso della parola in cui non è solo la musica la protagonista ma anche e soprattutto l’atmosfera generale. Nel caso di questa decima edizione poi l’alchimia fra suoni così diversi tra loro e persone così diverse ma unite, come scritto dagli organizzatori stessi, dalla passione per la “Kyuss experience” ha portato a una serata davvero fantastica, in cui ognuno ha avuto forse più di quello che cercava..Alle 6 aprono le porte e i pellegrini del doom e della psichedelia si mettono in fila nonostante la pioggia che annaqua le birre, in varie lingue iniziano discorsi deliranti fra persone che si incontrano per la prima volta mentre passo dopo passo l’edificio nero borchiato a due passi da una chiesa gotica ci accoglie nei suoi labirintici corridoi.. e questo è il Roadburn.

I Sunn O)) battezzano il festival. E proprio di una cerimonia si tratta, una cerimonia purificante grazie all’impressionante quantità di watt che invadono il Klaine Zaal (l’extra heavy stage).
Due dei quattro componenti della band, vestiti con tuniche bianche o rosse, entrano sul palco e posano una Les Paul sul muro di amplificatori che chiude il fondo del palco, il numeroso pubblico viene investito da 20 minuti di feedback a basse frequenze che portano in uno stato di trance i 20-30 fedeli che non abbandonano la sala.
Ecco che i sacerdoti del drone tornano alle loro chitarre e synth per far vibrare qualsiasi cosa capiti loro a tiro. I Sunn O)) non si fanno ascoltare, si fanno sentire con tutto il corpo. Ogni lento movimento sincornizzato del gruppo scuote gli organi fino a portare qualche spettatore al vomito. La sensazione è quella di una processione sonora, quasi religiosa, e chi rimane in sala viene purificato e reso pronto per il resto della serata.

Nei venti minuti in cui viene cambiato il palco si ha il tempo di orientarsi nel club che ospita l’evento e di rendersi conto di come tutto sia organizzato alla perfezione ma soprattutto ci si può immergere nell’atmosfera quasi palpabile che riempe ogni angolo del club. Si ha la sensazione di essere una grande famiglia: staff, pubblico e artisti si fondono sotto la grande passione per ciò che si sta vivendo.
Si ha giusto il tempo di stringere la mano a Johnny Throckmorton (cantante degli Alabama Tunderpussy) che lui e i suoi compagni salgono sul palco per un’ora scarsa di bollente southern spirit.
L’extra heavy stage passa dal non-ritmo del drone all’adrenalina spinta di questi 5 barbutissimi rawkers. Vengono proposti soprattutto i pezzi più infuocati di Fulton Hill che, se possibile, diventano ancora più coinvolgenti grazie alla carica e al carisma della band. Tutta la band è davvero impeccabile tecnicamente regalando uno show massiccio.. E il pubblico ringrazia con copioso headbanging.

Passaggio veloce allo Spacerock Stage su cui già da qualche minuto suona Brant Bjork.
Il pubblico è numeroso e completamente rapito dagli ispirati assoli dell’hendrixiano chitarrista e dalle imponenti proiezioni alle spalle della band. I due alla ritmica accompagnano alla perfezione fornendo il groove giusto su cui Brant può sfogare il suo blues psichedelico.
E’ davvero un peccato non poter assistere alla fine del concerto per trasferirsi nuovamente sotto l’heavy stage in attesa degli High On Fire.
Forse complice una resa sonora scarsa in cui la chitarra viene nascosta dal basso lo show dei tre sul palco è inferiore rispetto a quanto vissuto fin qui. Matt Pike sembra distaccato e infastidito e non sfrutta l’impatto energico che sfornano i due dietro a lui.
Un pò di delusione, soprattutto per chi (come chi scrive) ha tanto apprezzato i dischi di questo trio.

Ritorno verso lo Spacerock Stage per assistere all’inizio del concerto degli Space Ritual.
Lo spettacolo inizia anche prima che vengano impugnati gli strumenti, appena entrati nella sala principale dello 013 club l’aria che si respira sembra presa direttamente da un raduno hippie del ’64. Clima che gli Space RItual intensificano con una serie di dilatate passeggiate psichedeliche arricchite dagli stupendi effetti visivi alle loro spalle.
La band sforna continui intrecci fra gli strumenti e calcolati cambi di intensità grazie al grande affiatamento dei musicisti, e alla singola bravura di ognuno. Il risultato è uno show rilassante e coinvolgente condito da una intrigante ballerina che letteralmente interpreta le vibrazioni create dal gruppo e dal misto di video e giochi psichedelici che imperversano sul megaschermo dietro al palco.

Altra piccola pausa e arriva il tempo degli Electric Wizard, attesissimi da chi scrive e anche da buona parte del pubblico che riempe la saletta su due piani.
Dalla prima all’ultima nota la nuova formazione regala un’ampia dose di spirito doom. L’intensità è sempre su livelli altissimi, sul palco e sotto al palco sono in pochi che non si fanno trascinare dal muro di suono.
Si rimane completamente rapiti dai pezzi (presi da tutta la discografia) che acquistano consistenza fino a sembrare di poterli toccare, fino a farli sembrare vivi e pronti a vivere a loro modo il festival. Un live di altissimo livello, come raramente capita di sentire!

Forse per descrivere al meglio ciò che è il Roadburn bisogna dire di quando si esce, correndo per non perdere un treno, completamente soddisfatti e felici dell’insieme di persone, atmosfera e musica. Dispiaciuti di non poter rimanere a godere della fantastica mentalità che riempirà i corridoi dello 013 club ben oltre la fine dei concerti. Tristi per aver dovuto sacrificare una parte della massiccia dose di musica offerta dovendo scegliere fra tre palchi validissimi.
Per un prezzo ridicolo (rispetto alla scarsa e deludente offerta italiana di pari livello) il Roadburn è un festival che dà addirittura troppa musica, e molto più della musica.

Federico Cerchiari

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