13th ROADBURN FESTIVAL
Tilburg (Olanda) – 013

Tredicesima edizione per il Roadburn Festival, l’happening più atteso nel mondo per chi si nutre di stoner, heavy psichedelia, doom e sonorità affini. Tredici è un numero dannato per gli organizzatori Walter e Jurgen, mai come quest’anno la sfortuna ha perseguitato le certezze del mega concerto. Sono infatti saltate nel corso dei mesi le esibizioni di Electric Wizard, Celtic Frost, OM, Sourvein e Grails. Poco male per lo staff, trovatosi pronto a sostituire questi pezzi da novanta con altre band di calibro. Il Pre-Heat del giovedì è infatti il giorno dei Down e dall’anniversario per i venti anni della Rise Above Records di Lee Dorrian, cui rendono tributo i vari Grand Magus, Capricorns, Diagonal, Taint, Litmus, Serpentcult e The Devil’s Blood. Domenica giorno di Afterburner: da una parte The Glasspack coadiuvati da Repomen, Graveyard, Beehoover, Dzjenghis Khan e Ramesses; dall’altra show oscuro curato da David Tibet con Current 93, Æthenor, Baby Dee, Hush Arbors e Skitliv.
Il fulcro è il vero e proprio festival di venerdì e sabato. Appena si arriva a Tilburg nonostante il clima non proprio piacevole, ciò che colpisce è l’accoglienza. Il Grass Company come momento di relax, lo 013 locale fantastico per struttura ed organizzazione. Cambi palco veloci, orari rispettati, servizi che funzionano. Un vero paradiso insomma. Si conosce gente da tutto il mondo, si incontrano artisti e appassionati, si condivide la passione enorme per la musica.

Venerdì è il giorno evento del Festival. La strutturazione del Roadburn – tre sale con gruppi che suonano in contemporanea – non consente di seguire tutti i concerti. Ma è uno stratagemma voluto, perché perdersi nel dedalo dello 013 è esperienza fisica e psichica assoluta. Un senso di libertà totale. Sul Main Stage si godono le meraviglie di Witchcraft (sound molto vintage e riff al fulmicotone) e Trouble. Per i maestri americani c’è una emozione fortissima, purtroppo il materiale heavy psych dal disco omonimo in poi risulta un po’ freddo (Eric Wagner ha anche problemi con la voce). Il rientro on stage con i pezzi doom tratti da “Psalm 9” e “The Skull” è invece da infarto, con “Pray for the Dead” picco assoluto. Bruce Franklin e Rick Wartell confermano di essere due tra i migliori chitarristi in circolazione.
Per raggiungere in tempo la Bat Cave ci si perde gli Isis (dai primi due pezzi ascoltati, sembrano davvero in forma) ma si assiste al favoloso show dei Church of Misery: stato brado di violenza, doom a livello zero. Il cantante Hideki Fukasawa è un pazzo, vocals straziate e continuo stage diving. Tantissime le persone in sala, si viaggia a livelli di elettricità folli. I riff di chitarra di Tom Sutton sono lame che tagliano la pelle, le ritmiche di Tatsu Mikami e dell’impassibile drummer Junji Marita paralizzanti. Su “I, Motherfucker” scatta il delirio. Altra rivelazione di questa edizione gli americani Earthless. Fortuna vuole che suonino nel Main Stage. Isaiah Mitchell si conferma chitarrista funambolico, tuttavia se su disco è la sua chitarra a dettar legge, dal vivo il protagonista diventa il batterista Mario Rubalcaba: preciso, secco, devastante. Puro heavy psychedelic rock strumentale, da pieno seventies trip. Tra un concerto e l’altro c’è anche tempo di gironzolare e beccare Zone Six (che emozione vedere Ax Genrich dei Guru Guru accompagnarli alla chitarra!) e Black Shape of Nexus, giusto un paio di riff sullo sludge spinto e un cantante modello orso al guinzaglio.

Neanche il tempo di riposarsi ed è subito sabato. Si inizia forte sul Main Stage con i Cephalic Carnage, simpatici, perdenti eroi. Sono dei buffoni tipicamente americani (nel senso buono del termine…), capaci di far scompisciare dal ridere. Specie quando attaccano “Halls of Amenti” e il singer Lenzig spara invettive contro il mondo moderno. Condito da immagini tratte da film horror del periodo muto, lo show diventa ipnotico e rapisce gli occhi. Il finale è da antologia: un pezzo black metal (e tanto di maschere ridicole) e un altro super stoner sludge. Spostandosi in Green Room ci si ritrova Justin Broadrick versione Jesu (un po’ noioso uno show di sole chitarra, voce e effetti elettronici…), atmosfere che vengono spazzate via dalla potenza degli inglesi The Heads. Concerto dannatamente psicotropo. Sala affollatissima, pezzi tirati allo spasmo, uno dietro l’altro senza alcuna sosta. Con “Television” su tutti. I migliori alfieri del vecchio, caro heavy rock psichedelico con tipica flemma british.
Si torna nel Main Stage perché è l’ora dei Cult of Luna: altra rivelazione del Roadburn. Una potenza immane, suoni curatissimi, un aspetto belloccio che è comunque parte di un preciso impianto scenico. Molto meglio le fasi heavy psych che quelle più tirate o melodiche, su questi binari i Cult of Luna viaggiano verso nuovi, incredibili orizzonti. Il nuovo disco “Eternal Kingdom” si preannuncia una bomba. Capita di vedere di sfuggita i grandiosi Electric Orange (super mega kraut psych rock!) e Nadja: nonostante uno stage zeppo, lo spettacolo si rivela subito molto affascinante. Sono le 23 e c’è da prendere una decisione: da una parte gli Acid Mothers Guru, dall’altra i Dixie Witch. Il cuore dice Kawabata Makoto, tuttavia ci si trova sul balconcino della Green Room e appena Trinidad inizia a provare i suoni di batteria si è costretti a rimanere. Ne vale la pena perché i Dixie Witch si rivelano band spettacolare, la batteria è un treno in corsa e i suoni di chitarra di Clayton a dir poco favolosi. Momenti cardine dello show “Out in the Cold” e la lunga, sudata “Into the Sun”, apoteosi di un’esibizione southern stoner spettacolare.

Spiace non aver seguito altri pezzi grossi come Assemble Head, Danava, Blood of the Sun, Baby Woodrose, Scott Kelly, Mos Generator, Enslaved, Lesbian, Boris, Groundhogs, Tia Carrera, My Sleeping Karma e Kongh. Niente paura però, poiché l’intensità che si vive in questa due giorni è incredibile. Si rimane del tutto estasiati, si condivide musica e non si resta mai a secco. Tra un cambio di palco e l’altro si ascoltano Led Zeppelin e Clutch, Captain Beyond e Corrosion of Conformity. E quando tutto è finito partono i DJ set durante i quali si cantano a squarciagola Black Sabbath, Iron Maiden e Diamond Head. Insomma, ci si sente a casa, uniti dalle stesse passioni ed emozioni.
Appuntamento dal 23 al 26 aprile 2009 per l’edizione numero quattordici.

Alessandro Zoppo

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