ALABAMA THUNDERPUSSY
Roma – Circolo Degli Artisti

Serata dal tempo incerto quella di domenica 10. Pioggia e sereno si alternano nei cieli di Roma in una giornata tranquilla e scossa solo dal grande traffico del rientro. Nonostante tutto il Circolo degli Artisti si presenta vivo e brulicante di umanità varia, persone accorse per assistere al concerto di uno dei gruppi più tosti e convinti della scena hard&heavy mondiale, gli Alabama Thunderpussy.Forti di una storia che sfiora quasi i 10 anni, i cinque ragazzoni di Richmond radunano tutti gli appassionati delle sonorità crude e passionali che viaggiano a cavallo tra southern rock, stoner, metal e sapori seventies. Un appuntamento da non perdere dunque, centro vitale per un panorama che cerca di assestare le basi in funzione di un futuro migliore. Come al solito in questi casi (e lo diciamo con un pizzico di rammarico) non c’è tantissima gente oltre la solita cerchia di “adepti” onnipresente a questi eventi. In questo senso c’è ancora molta strada da fare affinché un gruppo di tal presenza meriti il pubblico che gli spetta.
Tuttavia, lamentele a parte, l’happening parte subito forte grazie agli Inferno, band romana chiamata al difficile compito di aprire le danze. La loro esibizione sembra convincere i convenuti grazie ad un misto di metal estremo ed elettronica. I volumi sono un po’ impiastrati ma sotto il palco tutti sembrano gradire. Insomma, la fama che circonda i ragazzi nella capitale ha trovato una giustificazione.

Tempo di un paio di birre e quattro chiacchiere tra amici e gli Alabama Thunderpussy entrano in scena. Luci sobrie, palco semplice e acustica accettabile sono le basi di partenza. Sin da subito si nota la presenza imponente e spartana di Erik Larson: è lui il fulcro della band, è lui il centro del suono, la fonte da cui tutto parte e dove tutto arriva. Si piazza sulla destra, barba lunga, cappello calato sugli occhi, shirt dei Lynyrd Skynyrd (non è un caso..) e riff che cadono copiosi uno ad uno. A coadiuvarlo c’è l’altra chitarra di Ryan Lake (a dire il vero leggermente bassa rispetto a quella di Larson), ascia che crea un miscuglio micidiale in compattezza e violenza. Infatti quando i due lasciano le ritmiche e passano alle twin guitars l’effetto che se ne ricava è veramente allucinante, di una potenza melodica unica! Completano la base ritmica il basso iper saturo di John Peters (il suo è un muro sonoro veramente stoner!) e la batteria infuocata di Brian Cox, tanto calmo e composto quando indiavolato dietro le pelli. A chiudere il cerchio troviamo il nuovo singer Johnny Weils, persona simpatica e cordiale come si addice agli uomini del Sud. La sua voce sa essere roca e violenta quanto melodica e struggente. Grande interpretazione la sua, sia nel caso dei brani nuovi estratti dal recente “Fulton Hill” quanto dei cavalli di battaglia che hanno reso noto il gruppo. Inoltre catalizza su di sé l’attenzione del pubblico per la vena coinvolgente che lo anima e per il suo show ricco di riferimenti alcolici (rimarrà nella storia la boccetta di Canadian che gli è stata passata dal pubblico…).

Quanto all’esecuzione non c’è molto da dire: gli Alabama sono una macchina da guerra, hanno un sound ormai collaudato da tanti anni on the road e lo si sente sin dalle prime note. Vengono passati al setaccio quasi tutti i dischi che compongono la loro storia e i brani estratti sono suonati con sudore, foga e convinzione. Straordinarie “Victory through defeat” (posta saggiamente in apertura), “Motor-Ready” (dedicata a tutti i bikers!), “Wage slave”, “Lunar eclipse” e “Ambition”, bolidi southern stoner che fanno scuotere tutte le teste dei presenti. E’ in particolare Larson ad impressionare per la sua capacità di macinare riff su riff senza il minimo calo di tensione. Un vulcano di note che si abbatte sulle nostre orecchie e spacca il cervello per irruenza e personalità. Peccato per la durata limitata dello show e due soli bis (tra cui la superba “Dryspell”, un pugno in pieno volto!), ma in fondo va bene anche così.

Se i loro lavori in studio hanno spesso il difetto di essere ripetitivi vederli dal vivo fa comprendere quale sia la loro vera essenza. Gli ATP sono una band da strada: paludosi, elettrizzanti, furiosi, nostalgici, sono i perfetti uomini del sud statunitense. Possono sembrare ombrosi ma nelle pieghe del loro animo si nasconde un cuore virile, sanguigno e socievole.
Bella serata dunque, ma soprattutto bellissima iniziativa della Sinister Noise (agenzia organizzatrice). Tra i pochi che si sbattono per portare musica di qualità in tutta Italia. Sostenere iniziative di questo genere diventa sempre più fondamentale al giorno d’oggi.

Alessandro Zoppo