ARBOURETUM
Pescara – Mono Spazio Bar

Rilassatevi. Toglietevi le scarpe. Indossate dei pantaloni a zampa. Incamminatevi verso il primo bosco fuori città. Qui troverete quattro barbe lungocrinite. Gli Arbouretum. Il viaggio ha inizio….
Freschi della pubblicazione del quarto album in studio, “The Gathering”, liberamente ispirato al libro di Carl Jung “The Red Book”, gli Arbouretum sono a Pescara dopo aver attraversato l’Italia con date a Padova e Roma. Il Mono Spazio Bar li accoglie a dovere con un gusto architettonico e di arredo retro/nuevo perfettamente aderente alla loro proposta musicale. Seppure il club non sia sold out, sono numerosi gli spettatori venuti a scoprire le meraviglie che il gruppo americano è solito dispensare. Lo scarto netto tra le prime uscite della band e quest’ultima fatica fa nascere qualche dubbio sulla tracklist della serata: acustica o distorta? Folk o heavy? Dubbi spazzati via non appena le valvole degli amplificatori vintage vengono accese e un mare elettrico attanaglia le nostre fragili menti.
La prima parte dello show è dolcissima: “The White Bird” è miele sonico senza appassire mai su stucchevoli piattezze da ritornello pop; “Destroing to Save”, epica e pastorale, rivela prelibatezze heavy psichedeliche alla Dead Meadow con gusto raffinato del mid tempo che scandisce i paesaggi allegorici che Dave Heumann (voce e chitarra) riesce a farci vedere. Qualche infiltrazione dal penultimo album “Song of the Pearl” e poi il climax di questa prima parte raggiunge il vertice di massima empatia con il pubblico con “The Highway Man”, gioiello puro. Una canzone che mette insieme Neil Young, il romanzo “on the road” e le radici dell’America pionieristica e roots come fosse la cosa più normale al mondo. In questo momento ci è stato dato tutto: la passione, le pulsioni, la mappa emotiva di ognuno di noi. Il pubblico gradisce molto e tutto ciò che verrà dopo, sarà preso come ulteriore omaggio.
Il merito di questa alchimia in musica va anche al bravissimo tastierista Matthew Pierce che tocca i tasti d’avorio come fossero le curve di una bella signora, tanto è il rispetto e la passione che riserva al suo strumento. I suoni che genera sono tanto evocativi quanto fondamentali per la trama compositiva. E proprio a lui, tramite effetti space e riverberi, è dato l’incarico di traghettarci verso la seconda parte dello show, molto più acida, psichedelica e dilatata. “Waxing Crescents” è dura, epica, tribale, con stop and go da brivido, dove i nostri si lasciano andare più felicemente alla forma jam. Si ha la netta sensazione che le canzoni partano con delle premesse minime, di due, tre accordi massimo, per poi abbandonarle lungo il cammino e farci precipitare verso viaggi spaziali totalmente fuori controllo. Più che delle composizioni isolate si ascolta un universo densamente strutturato di lava sonora, a volte seventies, altre volte space. Giunge poi il momento del monolite stoner “Song of the Nile”, vero e proprio compendio musicale all’apocalisse. Il riff iniziale, velenoso, sai che non ti mollerà facilmente se non per lanciarsi in favolosi solos distorti oltre misura; il bassista (Corey Allender, nuovo acquisto) pulsa con ritmo sincopato e tesse trame finissime; la batteria di J. V. Brian Care è ormai strumento atomico, quadrato e battagliero, nella sua straordinaria circolarità. Giunti in conclusione, c’è ancora spazio per un bis e tutti a casa con un sorriso ebete sul volto, felici di aver assistito quasi ad un miracolo: ascoltare musica balsamica che parla direttamente all’anima.
Il viaggio è finito. Gli Arbouretum ci lasciano dopo averci accompagnato per mano. A noi rimane la bellezza di averli incrociati lungo la nostra strada, fuori città. Lasciateci nel bosco a piedi nudi. La paglia tra le labbra non si è ancora consumata.

Eugenio Ex