CLUTCH + GANDHI’S GUNN + ANTARES

Sono innumerevoli le volte le quali il sottoscritto ha intonato sotto la doccia una “Space Grass” o “Mice and Gods” usando la saponetta a mo’ di microfono e fingendo di avere la barba di Neil Fallon. Tuttavia è consigliato assistere ad un concerto dei Clutch al completo, piuttosto che vedere una deprecabile esibizione in bagno. Quindi, dopo un’attesa durata 7 anni, lasciarsi sfuggire una delle due date italiane del gruppo americano in questo torrido luglio 2010, sarebbe imperdonabile.Sotto una cappa di afa infernale ci ritroviamo al Rock Planet di Pinarella di Cervia. In apertura di serata i genovesi Gandhi’s Gunn che hanno esordito quest’anno con l’album “Thirtyeahs”. Un solido heavy rock a tinte stoner che dal vivo, piuttosto che su disco, sprigiona tutto il suo vigore. Ottima presenza scenica e suoni ben definiti per la band ligure, se non fosse per l’inaspettata quanto sgradevole interruzione del loro show, nel bel mezzo di un brano, da parte dello staff del locale ravennate. Seguono i marchigiani Antares, col loro adrenalinico punk n’roll sporcato di blues. Veloci, coinvolgenti e “bastardi” come tradizione vuole. Set breve e coinciso senza particolari pretese, se non quella di far smuovere il culo dei presenti. Operazione riuscita discretamente.
Quello che da sempre contraddistingue i Clutch è la ricerca di arrangiamenti eleganti e “progressivi” in una musica capace di sintetizzare ad hoc, soul, funk, stoner, hard rock e blues. Lo stesso modus operandi è facilmente riscontrabile anche nelle loro esibizioni dal vivo; la band americana sciorina senza pecca alcuna brani come “Ship of God”, “Burning Beard”, “Struck Down”, “Release the Kraken”, “Rock ‘n’ Roll Outlaw” laddove la voce corposa dotata di cifra stilistica smaccatamente soul di Neil Fallon, la fa da padrone. Senza scordare l’enorme lavoro svolto dal motore ritmico Gaster – Maines, fucina di pattern mai banali, controtempi ricercati e tecnica sopraffina.
Anni ed anni di esperienza ampiamente dimostrati sul palco del Rock Planet. Una pulizia sonora davvero rara fuoriesce dai speaker, e la disinvoltura con la quale vengono collegati i vari brani, spesso tramite improvvisazioni che denotano la grande alchimia raggiunta dai quattro, è a tratti disarmante.
“Space Grass” e “Electric Worry” i brani conclusivi, il primo col suo incedere pachidermico e la seconda che manda in visibilio i presenti col suo irresistibile boogie-rock. Groove a palate e tiro micidiale, si usa dire sovente in questi casi. A ragion veduta per Fallon & Co.
Dopo neanche 10 minuti dal termine del concerto, viene smantellato il palco e trasformato il Rock Planet tutto, in discoteca; non ci resta che godere dei fondoschiena romagnoli danzanti al suono della più becera house music prima del riposo.
Lunga vita ai Clutch.

Damiano Rizzo

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