COLOUR HAZE
Cagliari – Corto Maltese

Colour Haze al Duna Jam 2008, appuntamento impedibile per chi ama le calde sonorità heavy psichedeliche. Il gruppo spalla, tali The Intellectuals, sono un gruppo romano che si diverte a suonare un garage new wave post punk (anche se si tratta dello stesso genere, ma fa figo usare la doppia denominazione, un po’ come se dicessi “faccio heavy psich ma anche psichedelica pesante…”), senza il basso tra l’altro. O senza la batteria, non ci si fa caso perché in una situazione come quella della Duna Jam è preferibile cazzeggiare sulla spiaggia, spegnendo un paio di birre e dicendo qualche cagata con gli altri. Ad un certo punto le sonorità cambiano ed si inizia ad intendere un suono di chitarra vagamente kyussiano, pulito, suonato con grande dovizia e passione, scevro di tecnicismi inutili e barocche ridondanze di una cultura che non è da autodidatta ma da allievo istruito da sitanto egregio maestro. Che figata parlare come nello stile manieristico: in pratica significa capire che sono saliti i Colour Haze sul palco.Palco, insomma….. Pavimento, ecco. Niente transenne né ostacoli tra la band ed il pubblico, divisi forse da una cinquantina di centimetri e le aste dei microfoni, un paio di casse ed i cavi. E poi naturalmente il muro di fuzz e di bordate lisergiche che partono dalla chitarra di Stefan. Un uomo che è partito da un sound hommiano ma è stato capace di riadattarlo ai suoi canoni, trovando spazio per lunghe jammate psichedeliche, sinuose odalische fatte di riverberi ed effetti, con riff cromatici e caleidoscopici, in cui è facile perdersi perché, pur partendo da una melodia ripetuta pian piano si arricchisce di diverse sfumature. Forse sfumature è quello più adatto per concettualizzare la sostanza del suono dei Colour Haze: inebriante musica psicotropa adatta a rilassanti serate in cui si vuole alternare la calma alla frenesia, quasi da baccanalia.
Si comincia con la doppietta iniziale dell’ultimo disco ‘All’ (“Silent” e “Moon”) ed il pubblico è già rapito. È uno spettacolo stupendo: una band che sembra a suo agio nonostante suoni per la prima volta in quella città, un pubblico che – pur non conoscendo i Colour Haze – si lascia trasportare dalla melodia, applaude, scapoccia, scatta foto e adora la band. Insomma, catarsi aristotelica. “Get It On” (da ‘Co2’) incendia il posto, seguita dai vortici di “Lights”, “Tempel”, “If” e All, intramezzate da “Pulse”, brano tratto da ‘Ewige Blumenkraft’, che lo stesso Stefan ammette di non suonare dal vivo da almeno 7-8 anni. “Zen” e “Love”, quest’ultima un classico della band e una delle loro migliori interpretazioni, chiudono la prima parte.
Da sottolineare le performance di Philipp Rasthoffer e Manfred Merwald: il primo è il bassista con il look da bidello delle medie, che suona senza plettro in maniera quasi ascetica. La testa gli ciondola, quando ha gli occhi aperti sono persi nel vuoto oppure rimangono chiusi, sognando o semplicemente per concentrazione, oppure per via delle visioni che gli stanno venendo visto che è in quello stato già prima di attaccare il jack al basso. Ma suona da maestro: possente, vibrante, sempre sulla nota, mai una sbavatura. E poi l’uomo in polo blu, dietro le pelli: dal vivo raramente si vede qualcuno così bravo.
Il concerto finisce, ma la gente vuole ancora i Colour Haze. Al che Stefan afferma just two minutes, and will play again one or two songs… ora maybe seven, I don’t know. Passano i due minuti e i tre imbracciano di nuovo gli strumenti. And now the last song for tonight… a twenty-five minutes song. Venticinque minuti di canzone, con un medley di “Inside”, “Hey Jude”, “American Woman” e “Into The Sun”, ossia un pezzo loro (“Inside”) e tre cover (alcune accennate nei chorus ed altre complete), ma tutte rifatte nello stile Colour Haze. Dopo aver terminato l’esibizione, si scopre che i tre ragazzi tedeschi sono persone umili, gentili e disponibilissime.
Long live Colour Haze

Gabriele “Sgabrioz” Mureddu