DESERT FEST LONDRA
Underworld, The Purple Turtle, The Black Heart

L’attesa prima edizione del Desert Fest non delude di certo le aspettative, e la scelta della location nel cuore di Camden sembra calzare a pennello per la tre giorni londinese. La formula organizzativa è ispirata al celebre Roadburn, ossia la serie degli show che si sussegue a partire dal primo pomeriggio per concludersi in tarda serata in un emotivo crescendo psycho-wagneriano. L’Underworld riveste il ruolo di venue principale, mentre l’adiacente Black Heart e il poco più distante Purple Turtle (dieci minuti scarsi di cammino) completano il ricco piatto. Qui di seguito la cronaca, premettendo che la scelta degli spettacoli è da ritenersi meramente soggettiva e istintuale, come da migliore tradizione per eventi di questo tipo.Il venerdì ci aspetta un succoso antipasto, ossia il tribute set ai Free offerto dagli Stone Axe: mezzora gustosa nella quale sono stati proposti una manciata dei classici di Kossoff e Rodgers. British Blues will never die.
A seguire gli ottimi Stubb, power trio composto da Dickinson,West e Holland che ha inondato l’audience col loro solidissimo groove heavy psych pregno di reminescenze 60/70 condite di aromatica freschezza. Trenta minuti corposi che hanno lasciato spazio ai Trippy Wicked (presente ancora Holland, qui nel ruolo di chitarrista/cantante), autori di uno stoner roccioso aperto a divagazioni space/desert rock degne di nota. I brani convincenti devono ancora arrivare, però il pubblico mostra di gradire e il combo di casa esce tra gli applausi. Si prosegue sotto il segno dell’hard rock: risalgono infatti on stage gli Stone Axe, stavolta con il loro repertorio; niente da dire sulla compattezza della band, anche se l’impressione è quella di ascoltare una serie di brani incisivi alternati ad altri meno memorabili; quello che contava alla fine era l’estasi del vecchio rocker che è dentro di noi e così è stato, amen.
L’aria inizia a scottare in tutti i sensi nel guscio del Purple Turtle: l’ambiente si plasma su misura per i Greenleaf, macchina da guerra di classico stoner rock. Riff, riff, sempre riff… Sia benedetto Tommi Holappa fratelli, e pure la voce di Oskar Cedermalm, viva l’immortale epica desertica vissuta a bordo della diecimillesima Camaro; i brani sono tutti trascinanti e gli svedesi sciorinano un concerto che difficilmente scorderemo. Appena il tempo di riprendersi e ci tocca un altro nome caldo del cartellone, i gallesi Sigiriya, ossia la reincarnazione per 4/5 dei grandi Acrimony (manca all’appello solo la seconda chitarra di Lee Roy Davies). Le antiche leggende rupestri continuano a vivere tra fiumi di whisky e leggende scaturite dalla secolare raccolta di funghi; il sound si è fatto meno sabbathiano e leggermente più sludgy, però ha conservato la sua attitudine alla jam ipnotica e ossessiva, prova ne sono magistrali dilatazioni inacidite. Un’esperienza mistica, qualcosa di enorme ha risuonato perenne dalle vestigia rocciose dell’antica città di Sigiriya.
E’ ora di cambiare posizione: facciamo una parentesi al Black Heart per gli Asteroid, tre baldi rockers reputati tra gli alfieri dell’hard scandinavo di questi ultimi tempi. Ne esce una prova soddisfacente, anche se bisogna ammettere che l’insistere più sul lato folksy che su quello heavy ha nuociuto un pochino all’impatto generale, e dato il livello di distorsione non altissimo qua e là è affiorata un po’ di stasi. L’epilogo della prima giornata va agli Orchid, e di ritorno al Turtle ci aspetta il pienone. La curiosità è molta, visto che gli americani sono un po’ in bilico tra l’idolatria e l’essere catalogati come uno dei tanti cloni dei maestri di Birmingham. Ovazione iniziale e partenza convincente con i brani tratti sia dall’EP di esordio “Through The Devil’s Doorway” che dal fortunato “Capricorn”. A scanso di equivoci diciamo subito che le varie “Eastern Woman”, “Eyes Behind The Wall” e la stessa “Capricorn” sono autentiche mazzate di 70’s doom col giusto tiro e dotate della necessaria personalità; nel mezzo però sono affiorati frangenti ai limiti della copia carbone che hanno rischiato di lasciarci un po’ interdetti. Promossi, ma se puntassero su jam strumentali più articolate, lo spettro del plagio verrebbe sicuramente scongiurato.
Band perse causa sovrapposizioni: Gonga, Lord Vicar, Astrohenge, Ancestors, Rotor (sob..) e Karma To Burn.

L’indomani ci presentiamo finalmente all’Underworld, col warm-up affidato a Zippo e Shrine ’69, con i pescaresi che hanno pescato dai loro tre dischi e i secondi che hanno francamente sfiorato la figuraccia, causa cantante improbabile e preparazione complessiva ancora acerba. Per fortuna possiamo gustarci i gloriosi ma per nulla arrugginiti Roadsaw. Lo show dei bostoniani è stato esaltante, il loro sound unto e stradaiolo si apre a dilatazioni psych tipiche della vecchia scuola, quindi ne è scaturito una prova orgasmica fatta di genuine vibrazioni cerebro-fisiche, e anche gli episodi più classicamente rock hanno fatto la loro parte in mezzo al calderone elettrico acceso dai quattro irsuti musicisti.
Di bene in meglio perché poi è toccato ai Sungrazer, capaci di ipnotizzare l’audience grazie al loro stoner fluttuante e dinamico. Il trio olandese continua a progredire nel tempo e per gli amanti di trasognanti sonorità freaky è diventato un nome di culto. I pezzi di “Mirador” hanno assunto una dimensione ulteriormente trascendentale, capaci di far compiere lunghi viaggi tra le dune di qualche remoto pianeta extrasolare.
Possiamo purtroppo assistere solo ai primi due brani degli Alunah, la psychedelic stoner/doom band inglese guidata dalla brava Sophie Willett, ma l’impressione è stata largamente positiva, da consigliare a chi ama le sonorità fumose e ipnotiche della musica del destino. I Serpent Venom invece riusciamo guardarli per intero, ed è stata un’autentica mazzata di doom acido, occulto e rallentato, dalla pesantezza nichilista, ideale per tutti i nostalgici dei vecchi Cathedral e band congeneri; non si tratta comunque di fotocopie, e la lugubre intensità ha lasciato gli spettatori sfiniti quanto pienamente soddisfatti, come tipicamente accade alla fine di una lunga e sofferta esperienza.
Dei Dopefight vediamo circa metà show, una buona band di dinamico stoner/sludge metal, quindi ci spostiamo per una delle pietanze più attese dell’intero festival, ossia il terremoto scatenato sul palco dai Church Of Misery, una garanzia di spettacolo e massacro di classe. A dare voce alle insane gesta dei serial killer della storia dell’umanità è tornato Hideki Fukasawa, che non fa rimpiangere l’altrettanto istrionico Yoshiaki Negishi, mentre il resto della formazione si esprime ai soliti lusinghieri livelli. Tonnellate di groove sbattute in faccia al pubblico, che nel finale ha avuto come premio il pasto del folle Hideki, autore di un repentino stage diving sacrificale.
Il clou emotivo arriva coi padrini della manifestazione Orange Goblin, e dopo l’intro di Suspiria (degli altri folletti nostrani), ci vuole davvero poco a far esplodere l’energia tipica di Ward e soci. Ben si sgola come non mai e ripete più volte di come sia meraviglioso vedersi tutti insieme a Camden e di come finalmente Londra abbia il suo Roadburn. Tutto scorre impetuoso, è la celebrazione di una band che ci ha sempre creduto sin dallo splendido “Frequencies From Planet Ten” per arrivare al nuovo “A Eulogy For The Damned. Qualche canzone che attendiamo non viene proposta ma va benissimo così, lo spettacolo è stato travolgente e le sbavature trascurabili. Long live the Goblins.
Band perse causa sovrapposizioni: Black Pyramid, Grifter, Truckfighters, Valient Thorr.

La terza giornata inizia con i doomsters Throne, tre giovani seguaci di Sleep e Electric Wizard che ci riportano a metà degli anni novanta. Bisogna fare le dovute proporzioni con i nomi citati, però la band è onesta e sincera e l’attitudine c’è, bisogna solo aspettare la dovuta crescita per arrivare a qualcosa di rilevante. Di seguito ascoltiamo distrattamente i Crystal Head, stoner/grunge nel complesso un po’ scialbo (rimpiangiamo ancora gli Shallow..), quindi fortunatamente tocca ai Leaf Hound, per chi non lo avesse capito proprio quelli di “Growers Of Mushrooms”. Peter French ha ancora l’ottima voce del giovanotto anni ‘70 e la rinnovata formazione si rivela di spessore, in particolare il decisivo chitarrista Luke Rayner. Bordate di heavy blues e proto metal intinte nell’acido che non disdegnano di fluttuare nello spazio siderale: uno spettacolo, a prescindere dalla scelta di coltivare funghi o meno.
Non ci saranno cali di tensione fino alla conclusione, e l’Underworld torna a stiparsi per i Gentlemans Pistols, attesi con impazienza e fibrillazione dall’allegra masnada di rockers presenti. Solo qualche attimo e si cantano a squarciagola “Living In Sin Again”, “Comfortably Crazy”, “The Ravisher” e tutte le altre. Atkinson, McLaughlan e Steer dettano le regole del rock’n’roll fresco e rotolante in un tripudio di energia: di più in questi frangenti francamente non saprei cosa chiedere. Bravi, bene, bis; ne vorremmo ancora se non fosse per il cartellone da rispettare.
Si cambia registro con gli Zoroaster, terrificante moloch disceso da Saturno per piegare i nostri padiglioni auricolari. Il loro sludge sembra alterare le leggi fisiche e oltre ad essere eseguito con perizia ha il pregio di evitare soluzioni tediose. Violenta trance totale insomma, col forsennato moto perpetuo del drumming a ricucire l’immane rifferama. Attualmente rimangono tra i migliori nella loro specialità, grazie ad un songwriting decisamente sopra la media.
Dopo un personale intervallo girovaghiamo un altro po’ per Camden Town, quindi ci dirigiamo al Black Heart per affidare il nostro finale ai Gorilla. Il locale non è certo colmo per via delle impietose sovrapposizioni, ma quello che conta è che il terzetto sarà pronto ad offrire una prova al fulmicotone. Johnny con la chitarra fa tutto o quasi: acid rock, stoner, parti più loud; Sammy dietro alla batteria è fantasioso, preciso e instancabile; Sarah fa rolleggiare il basso che più non si può. Ogni fottuta notte dovrebbe esserci un fottuto concerto dei Gorilla per ravvivare ogni fottuto cesso di città, mi pare evidente.
Viviamo altri scampoli di vita nei dintorni, il ritorno all’albergo si fa inesorabilmente vicino, inutile soffermarsi in avvenimenti extramusicali: il Desert Fest ha spaccato, questo è poco ma sicuro.
Band perse causa sovrapposizione: Iron Claw, Samsara Blues Experiment, Black Cobra e Corrosion Of Conformity.

Roberto Mattei

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