DESERTFEST
Berlino – Astra

È il Desert Fest a tenere banco per tre giorni nella capitale tedesca, l’ideale per versare litri di sudore e consumare preziose energie accumulate. Ci si dimena ossessivamente tra schegge di musica fragorosa, e come nelle vesti di un esperto mazziere, il festival berlinese dapprima espande le menti degli ascoltatori all’interno di un intenso gioco emotivo, per poi attendere beffardo la riscossione dell’agognato piatto, in un crescendo di sensazioni avvolgenti. Potrebbe essere questa l’estrema sintesi degli avvenimenti, ma il dovere del cronista si impone, quindi procediamo al racconto dell’happening dell’Astra (bellissimo posto tra l’altro).
Giovedì 24 aprile
Giusto il tempo di ambientarci e di formare le prime gang di irsuti rockers, che risuonano all’esterno i riff sferraglianti dei Cojones, gruppo croato con all’attivo due album e a cui tocca l’onore di aprire dal Foyer Stage. Autori di uno show adrenalinico e sufficentemente vario, accendono la miccia delle operazioni destando una buona impressione, e soprattutto hanno il merito di spalancare l’odissea desertica alla quale saranno sottoposte le nostre orecchie.
Il suono si fa radicale con gli Anciients, evocativi e progressivi al punto giusto, capaci di disegnare scenari apocalittici grazie al loro metal magmatico e fluido. Si ritorna al rock’n’roll, quello sudista bollito dentro un calderone di melma acida, visto che tocca ai The Midnight Ghost Train, abili nel rifilare una serie di pezzi spaccaossa: si balla tra cimiteri indiani e barilotti ammuffiti, in una bolgia di corpi e amplificatori.
Si torna al Main Stage e l’atmosfera cambia, visto che è il turno degli attesissimi Siena Root, tra l’altro con nuovo singer e nuovo chitarrista, e senza la presenza del sitar. Gli svedesi offrono una prova di forza heavy psych, preferendo un approccio retro rock senza orpelli, curando un’esecuzione di estrema classe. Non mancano infatti le loro tipiche partiture psych dilatate e trasognanti, solo che stavolta si inseriscono in un contesto piuttosto robusto. Il risultato è forse più diretto rispetto ai loro standard, ma comunque eccellente: long live the Roots!
Un’altra rispettabile mazzata la offrono i veterani Sixty Watt Shaman. La band del Maryland ci riporta alla fine degli anni 90, forse il periodo d’oro dello stoner, e il pubblico mostra di apprezzarne entusiasta l’attitudine genuina e senza troppe sofisticazioni. La prima immersione totalmente psichedelica avviene con gli Sleepy Sun, che offrono un long trip californiano consacrato alle visioni lisergiche, pregno di alchimie garagiste e di ipnosi sensoriale. Si capisce perché abbiano aperto per nomi di richiamo, di sicuro una delle vette del Desert. Si torna alla potenza granitica con gli ASG, altra ottima realtà della nuova scuola americana. Tonnellate di watt pietrificanti sparati in faccia senza per questo accantonare un certo gusto catchy per la melodia. Anche loro una rivelazione, ne sentiremo parlare.
Arriva il momento clou della prima giornata, ossia gli Spirit Caravan del grande Wino. Una formazione fortemente voluta da Weinrich dopo lo scioglimento degli Obsessed, e riformata di recente non certo per stanchezza, anzi. Il doom suonato con la destrezza dell’hard 70 e lo spirito del protopunk. Una formula letale e avvincente al tempo stesso, che in oltre un’ora copre buona parte del repertorio di “Jug Fulla Sun” ed “Elusive Truth”.
Non è finita, ci sono anche i Pet the Preacher, interessanti danesi che sciorinano blues e desert rock, il tutto debitamente appesantito. Bravi, ma sono dettagli ormai, si pensa già al secondo giorno.
Venerdì 25 aprile
La notte trascorre senza che ci sia una vera e propria discontinuità: la locomotiva continua il percorso lungo la sua strada ferrata, ed è merito dei Red Stoner Sun di annullare le barriere temporali. La loro musica congiunge l’orizzonte delle dune con la linea della volta celeste, tra jam siderali e immaginifiche. Una verniciata di pece la stendono invece i The Moth, terzetto teutonico influenzato tanto dal doom quanto dal black/thrash di Celtic Frost ed Hellammer. Inesorabili e compassati, riportano a galla antichi incubi innominabili, per una prova sicuramente apprezzabile.
Tocca poi ai Black Rainbows offrire una solida performance fatta di colate di fuzz che evocano i fantasmi di Blue Cheer e MC5: forza e vigore sprigionati per quaranta minuti bollenti, fino al gran finale che si è rivelato una sorta di apoteosi elettrica. Successivamente i Grandloom ci riconducono sulle piste del nostro viaggio sabbioso, sospesi come sono tra stoner strumentale e venature southern brividose; a seguire il rock agli steroidi dei Gozu, che ha l’effetto di una vasca di adrenalina scaricata senza troppi complimenti sul pubblico, nel quale frenesia cinetica e precisione di esecuzione la fanno da padrone.
Altra ottima prova è quella dei Prisma Circus: liquidi e abrasivi, gli spagnoli mescolano con maestria misture muriatiche e rock pesante per un risultato a effetto che non manca di attirare l’attenzione della platea, ormai in completa balia degli eventi. Dopo la solita manciata di minuti di pausa, la serata viene sconquassata dai Church of Misery, i campioni nipponici dello stoner/doom: un rituale di inaudita potenza sabbathiana che non lascia scampo e che travolge chiunque ne osi intralciare il cammino. Colossali come al solito, materializzano dall’aldilà i loro assassini seriali, riversandoli con furia calcolata verso il mondo esterno, in un furente rituale mistico-orgiastico.
Ci vediamo costretti a dover saltare gli Hull, ma poco male: i nostri sensi trovano il giusto appagamento con i Causa Sui, splendida band danese che fonde in un armonico organismo il kraut, lo stoner, il jazz rock e la psichedelia progressiva. Le fessure dell’inconscio si dischiudono grazie al magistrale mantra delle partiture strumentali, trasportate nell’etere da una radiazione di natura orgonica. Un’estasi che desidereremmo fosse eterna, ma che subisce un repentino cambio di istantanea: veniamo infatti travolti dalla sfaccettata fisicità dei riottosi Elder. Pigiati sotto al palco e travolti da un volume immane, i paesaggi sonori assumono una morfologia aspra, ma non per questo meno immaginifica: il repertorio del terzetto di Boston coinvolge anima e corpo, sempre sospeso tra sbalzi di umore e pericolosi cataclismi imminenti.
Gli ultimi atti della giornata toccano ai Kvelertak, urticante e divertente miscela di black’n’roll e hard rock, che fa muovere ciò che rimane delle nostre stanche membra, e poi al furore sludge metal dei Mantar, sicuramente meritevoli di attenzione. Ormai il sipario è calato e le tenebre sono abbondandemente discese, quindi si pensa a festeggiare nell’attesa del terzo atto.
Sabato 26 aprile
La corsa riprende il pomeriggio seguente, appena in tempo per il doom abrasivo dei Castle, capitanato dalla brava Elizabeth. Maledizioni evocate da qualche sperduto maniero e relativa dannazione garantita, per un’esibizione sincera e ad alta densità, che soddisfa appieno gli amanti del genere e non. Gli Stoned Jesus dirottano invece la musica del destino verso coordinate tipicamente Sleep/Sabbath, e il loro concerto fila liscio e senza particolari sbavature, anche se forse la mancanza di originalità alla lunga si è fatta sentire. Aumenta la dose di estremismo coi belgi Sardonis, un duo che non va tanto per il sottile col suo sludge cementificato e studiato appositamente per abbattere le pareti cerebrali. Efficaci di sicuro nel saper variare le possibili soluzioni compositive ed evitare pericoli di noia, cosa non proprio semplice data la loro proposta.
Dopo questa prima manciata di esibizioni martellanti, gli organizzatori pensano bene di variare l’andazzo coi Sasquatch, che ci riportano in California, stavolta quella delle highway sconfinate. La loro commistione di hard anthemico e stoner maleodorante soddisfa appieno i rockers piú incalliti, che dal canto loro saltellano e alzano i pugni come ogni liturgia stradaiola che si rispetti. Ancora pochi istanti e il decollo oltre l’atmosfera si concretizza coi Radar Men From the Moon. Una delle rivelazioni degli ultimi anni, dal vivo presentano un ricco repertorio dei loro tre album, nei quali prende forma l’epopea della conquista dello spazio, sublimata in psichedelia contemporanea. Valvole, perturbazioni e prodigi della tecnica si traducono in brani avvincenti e ispirati, talvolta protesi a lambire le soglie di un’effettistica piacevole e curata.
C’è poco da rilassarsi in realtà, perché a tenere banco adesso c’è Mr. Mundell con i suoi Ultra Electric Mega Galactic, un super trio dedito alla fusione di space/stoner e jam rock 60/70. Cream, Mountain e Jeff Beck dall’attitudine stralunata, ma col piglio sonoro chirurgico e tagliente, nel quale il virtuosismo è funzionale alla resa complessiva. Un’ora di pura goduria che ci catapulta a cavalcioni su un razzo che attraversa le varie regioni del cosmo. Dobbiamo purtroppo assistere solo a qualche scampolo dei Graviators, ma i commenti che registriamo sembrano entusiasti, quindi ci prepariamo ai Radio Moscow. Pochi preamboli: sono tra i migliori in circolazione, con loro rivive a pieno diritto l’età dell’oro della musica che abbiamo sempre amato. La corteccia sonora dei loro brani riveste del pregiato materiale, capace di innescare quella scintilla fatale che solo l’heavy psych e il rock’n’roll di alto livello sanno dare. Assistiamo in religioso silenzio, seppur dilaniati dalla detonazione cosmica delle note di Parker Griggs e soci, alle quali non dovrebbe esserci mai una fine, se davvero esistesse una giustizia suprema.
E così, mentre l’impaziente attesa del nuovo “Magical Dirt” passa in secondo piano grazie ai furibondi classici dei precedenti album, la trasferta oltre la Porta di Brandeburgo si appresta a vivere i suoi ultimi capitoli. Gli impagabili The Machine offrono un live senza compromessi, da sfinimento stoner/psych, con le teste acide dell’Astra ormai oltre l’assuefazione, ma che dimostrano di non averne mai abbastanza, dato il livello qualitativo dei tre olandesi, capaci di puntare la navicella sonica dritto dentro la corona solare. E infine il clou dello spettacolo: i mitici Clutch, autori di uno show mozzafiato e completo. Stoner, funk e rock multidirezionale irrompono in tutta la loro maestosità e ragione di esistere. Fallon è un grande cantante e catalizzatore naturale di folle, c’è poco da fare; la chitarra di Tim Sult svaria che è un piacere tra diversi stili pur conservando il proprio indistingubile trademark; la sezione ritmica è di quelle da sogno. La discografia con gli anni è diventata piuttosto copiosa, quindi anche qui evitiamo il track-by-track, ma è sottinteso che il loro concerto scorre trionfale.
L’edizione 2014 si chiude. Prossimo anno da ripetere assolutamente.
La galleria fotografica del festival, opera di Danny Ibovnik, è consultabile al seguente link: www.cincopa.com/media-platform/test?fid=AgNAerrkhC5E

Roberto Mattei