DESERTFEST
Londra – The Electric Ballroom + The Underworld + The Black Heart

Il report dell’edizione londinese del DesertFest 2014 non è così semplice da scrivere, per me. Un po’ per via dell’accumulo di musica dovuto alla stagione – che si è aperta da poche settimane, ma mi ha già visto spettatrice di un paio di situazioni epiche, a metà tra il sacro e il profano – un po’ perché sinceramente la situazione da descrivere è completamente diversa da quella berlinese, che ho conosciuto l’anno scorso. Ingenua, non me l’aspettavo, anche se “Londra, grande evento e rock’n’roll” sono parole che non vanno più a braccetto armonicamente da diversi anni. Con questo non voglio dire che il festival sia stato brutto e/o noioso, tutt’altro. È il modo di fare anglosassone che un po’ ci tarpa le ali… Un po’ ci spacca i maroni, ecco. Il dilemma per me è cominciato all’aeroporto di Stansted, dove ho fatto una fila chilometrica per effettuare il controllo documenti. Io, cittadina UE. Sorvoliamo e andiamo subito al dunque: mi serve dividere il report in livelli, per non confondermi e non confondere. Partiamo dalle location.
Il DesertFest si svolge in tre diverse venue, tutte situate in una sorta di triangolo delle Bermude sistemato nel cuore di Camden. Thumb up per la scelta e la dislocazione degli eventi: tutto è risultato semplice da gestire, partendo dai cambi di luogo e finendo alla disposizione degli intervalli tra i concerti. Effettivamente, per chi avesse avuto voglia di vedere proprio tutto… Non sarebbero sorti problemi di alcun genere. Questo – però – non è stato il mio caso. Ho preferito selezionare i gruppi ai quali prestare più attenzione, ma ho cercato di dare uno sguardo generale il più obiettivo possibile.
Tornando ai luoghi delle esibizioni, potremmo classificarli in questo modo: l’Electric Ballroom ha visto protagonisti i gruppi “principali”, i concerti da main stage – dal primo, quello dei Monkey 3 all’ultimo… uno dei più attesi dalla sottoscritta, quello dei Boris. Qui ho passato gran parte del mio tempo, per pigrizia (no dai, scherzo) o perché la maggior parte delle band che mi interessavano si sarebbero esibite proprio in questa sede. Li ho visti tutti: dagli Spirit Caravan ai Black Rainbows, dai Lonely Kamel ai Church of Misery. E mi sono pure piaciuti quasi tutti!
Eppure anche qui, la gestione inglese ha dovuto metterci del suo: sorvolando sul comportamento della sicurezza che in fondo stava solo facendo il proprio lavoro (mi hanno controllato almeno dieci volte al giorno la borsa: una borsa in cui avevo ogni volta solo il cellulare e il portafoglio, ogni volta… Ah sì, e mi hanno rubato un Twix perché non potevo introdurre cioccolata nel locale), la faccenda più pietosa è stata la chiusura del bar. A metà dell’ultima esibizione il bar calava le tende e tanti saluti. Che tristezza. Davvero, da mellon collie proprio. Però ripeto, so bene che l’UK non è la Germania, e proprio per questo sono stata così sollevata nel rimettere piede sul continente. Ognuno ha fatto quel che poteva, di questo me ne rendo conto, anche se – facendo due chiacchiere con Gabriele dei Black Rainbow che veniva proprio da lì – come sospettavo, a Berlino il clima dell’organizzazione era più rilassato.
L’Underworld ha ospitato la fazione più estrema della manifestazione – vedi The Body, Graves at Sea, Grime. Pecca di questo locale è stato l’intenso odore di candeggina, costante in tre giorni, che non mi ha permesso di sostare nel posto più del necessario. Peccato.
The Black Heart, ultima alcova del desertico festival (leggetelo alla francese, per cortesia con l’accento sulla a) è praticamente un pub di modeste dimensioni: un piccolo palco al piano superiore della venue, che ha assaggiato il sudore della migliore esibizione di tutto il festival: quella degli Zodiac. Questa piccola location piena di sorprese ha ospitato le band più psichedeliche e vintage, ma le dimensioni ridotte non hanno permesso la fruizione più armonica e gradevole degli spettacoli. Durante il concerto degli Horisont c’era così tanta gente che la sicurezza ha dovuto trovare un sistema di entrata e uscita per controllare il flusso degli spettatori.
Dopo questa panoramica generale, però, cominciamo a fare i pignoli. Cosa mi è piaciuto effettivamente? Cosa mi ha deluso? Cosa non mi ha affatto interessato? Cosa mi ha annoiato a morte? Come un’alunna di quinta elementare mi accingo a rispondere con tono didascalico e spocchioso, giusto per fare un po’ di scena e per prendere in giro quelli che didascalici e spocchiosi lo sono per davvero.
Sono rimasta molto impressionata da pochi gruppi, a dir la verità. L’ora migliore del DesertFest London 2014, la più degna ed emozionante si è consumata, come ho accennato in precedenza, nella location più angusta, davanti a un pubblico di poche decine di persone. I tedeschi Zodiac hanno sfoderato una setlist precisa e potente, con le loro punte di diamante, qualche novità e la cover di Neil Young, che non può far altro che colpire dritto al cuore. Devo ammettere di non averci mai fatto caso durante l’ascolto dell’album, ma la voce di Nick – profonda e graffiante – ricorda senza imitazione il timbro del mai troppo amato Lanegan. J’adore.
Il primo giorno però ha visto anche la battuta iniziale dei Monkey 3, ipnotici e dalle frequenze ascendenti, non fare una piega. Bella prestazione, anche se un po’ troppo autoreferenziale dopo il primo quarto d’ora è stata quella degli Spirit Caravan, con un Wino in ottima forma, come al solito. Scott inoltre ci ha inconsciamente seguito per tutto il pomeriggio seguente (quello di sabato 26 aprile) dagli antiquari di Camden al The World’s End – consigliatissimo locale che vende Staropramen e propone un’ottima selezione musicale (“Hisingen Blues” a ripetizione, zum Beispiel).
Come si può facilmente dedurre da questa affermazione, il secondo giorno di festival è stato per me il più noioso: per via delle band che avevo già visto e tritato in disco (e chiedo scusa agli amici musicisti presenti) e per via del resto del bill che attendevo con ansia (colpa di Boris e Church of Misery, lo ammetto, che mi mancavano: ultimi tasselli live nipponici nel mio gotha noise). ASG e Weedeater (che hanno ospitato l’ospitata dell’ospite d’onore.: l’onnipresente mr. Wino) sono stati i migliori della giornata, insieme a Hey Colossus e The Body – nel girone Underoworld – violenti e sovraeccitati.
L’ultimo giorno ero contenta, più contenta del solito. Avrei visto tutto quello che volevo: Black Rainbows (top fuzz masters compatrioti!), Lonely Kamel (signori del nord, secondo posto assoluto del DesertFest London 2014, nella classifica di S.H. Palmer), Church of Misery (sebbene sia rimasta un po’ delusa, ma giusto un pochino dall’atteggiarsi del nuovo cantante fotocopia) e Boris (“Akuma no Uta” per sempre e a qualsiasi costo: rituale, chiassoso e ipnotico, sebbene non da “chiusura dell’evento”, pecca che gli vale la medaglia di bronzo nella classifica personale di S.H. Palmer).
Sono rimasta un po’ interdetta dall’Underworld, ma il mio giudizio potrebbe essere stato falsato dal fastidio provocato da quella puzza basica tremenda: è stato un po’ così. Alla carlona, lì dentro. Un sacco di rumore per nulla, direi, parafrasando volgarmente uno dei miei autori preferiti. Grave at Sea e Grime si sono presentati bene, ma in fin dei conti non li ho visti molto partecipi, molto in linea con lo spirito del tutto. Ma può essere una mia impressione. I Midnight Ghost Train (al Black Heart) mi sono sembrati interessanti, ma anche lì, dopo un po’ sembra quasi tutto già sentito: è la dura legge del rock’n’roll. Coraggiosa la scelta vocale, anche se non delle più felici, dando un ascolto a chi avevano attorno.
Grandloom, Sasquatch, Anciients, Kvelertak, Elder e Radio Moscow purtroppo son suonati come dischi, tutti “già sentiti” senza portare all’ascolto radiofonico nulla di più. Questo non vuol dire che le esibizioni siano state scadenti, anzi, ma un “ah sì, come al solito” potrebbe riassumere il mio sentimento in proposito. Tutto il resto è stato noiosetto, ma in tre giorni quello che c’è stato di positivo, mi sembra già abbastanza.
Intanto l’organizzazione ha già lanciato il sasso senza nascondere la mano: l’anno prossimo headlining by Sleep. E tutti noi… Già non vediamo l’ora. See you in 2015, Desertscene. Thank you for everything!

In fede
S.H. Palmer

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *