EARTH
Roma – Init

Dylan Carlson è uno di quei quattro o cinque personaggi a cui la musica heavy moderna deve molto. Passato indenne il decennio grunge (fino ad un certo punto, dato che la totale mancanza di dentatura presume che gli eccessi di quegli anni gli siano rimasti addosso fisiologicamente) è diventato nel nuovo millennio un monolite per tutta l’esperienza drone e non solo. Non è un segreto che personaggi come Stephen O’Malley abbiano iniziato la propria carriera, sia musicale che editoriale, omaggiando direttamente l’operato di Mr. Carlson: sunn 0))) non vuole essere altro che la controparte, a cominciare dal nome, degli Earth. E poco importa se negli anni il nostro ha avuto la possibilità non sfruttata di cavalcare l’onda di amicizie famose come quelle di Kurt Cobain e Layne Staley. Il suo spirito è quello del ricercatore e come tale si è sempre mosso dietro la luce dei riflettori, in continua esplorazione del proprio universo interiore. Detto questo, presentarsi ad un concerto degli Earth è per ognuno un rito pagano di purificazione e a ben guardare dalla fila enorme alle porte dell’Init che sfida pioggia e vento gelido si direbbe che in molti, in questa serata romana, stanno cercando qualcosa di più che semplice concerto rock.
Si comincia presto con DON MCGREEVY & ROGIER SMALL DUO: chitarra acustica amplificata/riverberata e batteria. Il chitarrista, che ritroveremo al basso negli Earth e che ha suonato nel seminale “Hibernaculum”, ha una lunga lista di performance in progetti musicali tra cui Master Musicians of Bukkake e Ascent. Più che per semplice riconoscenza verso un amico, immaginiamo che Dylan li abbia voluti con sé proprio perché musicalmente i due rappresentano come potrebbe suonare una band degli anni venti dopo aver assimilato la lezione degli Earth: sospesi in una linea d’orizzonte diafana. Il breve set è fatto da delicati arpeggi pizzicati dove si inserisce una batteria in crescendo continuo. Il finale vede aumentare la massa di suono verso la distorsione portando il concept in direzione “Dead Man”. Si intuisce bene perché Don McGreevy è voluto da molte band: è un genuino sperimentatore drone.
Per i BLACK SPIRITUALS la musica cambia e non poco. Anche questo un duo, anche questo chitarra e batteria (più strano aggeggio dai rumori molesti). Qui il concetto di improvvisazione è massimo e seppur ci sia qualche pattern dove incontrarsi, il caos regna sovrano. Uno/due. Parte la chitarra con qualche suono disturbato e via, si inserisce la batteria in direzione ostinata e contraria. O viceversa. Non è un caso che il loro debut album sia intitolato “Of Deconstruction”. I pezzi finiscono all’improvviso come se qualcuno staccasse via la corrente. Per aderenze, sembra assistere a qualcosa a metà strada tra performance artistica e improvvisazione jazz. La musica è esperienza mistica e i due musicisti sembrano pregare. Avete mai pregato alla stessa maniera? Spiritualità nera. Spiritualità voodoo e Santeria. O altrimenti avant-jazz per colletti bianchi. Il dubbio rimane, senza scalfire minimamente il godimento dell’esecuzione.
Come fossero a casa salgono sul palco gli EARTH. Il dimagrito Dylan evidenzia un passato recente fatto di malattie fortunatamente superate, speriamo. Rimangono nella memoria le note del suo ultimo passaggio a Roma, con band composta da cello, basso, batteria e chitarra pulita e ancora non si spegne nell’animo quella magia. Il ritorno a timbri più distorti con l’ultimo bellissimo “Primitive and Deadly” fanno presagire un live completamente diverso. E tanto accade. “Badgers Bane” è la scelta (bizzarra, dato che è una bonus track della versione in vinile dell’ultimo lavoro) per aprire un concerto tanto intenso quanto breve. Un’ora dedicata quasi esclusivamente a quello che sono gli Earth nel 2015: primitivi e mortali. Sembrano ripiombati negli anni in cui l’Uroboro si era spezzato, con quel carico distruttivo di doom e nichilismo. La loro arte minimalista, attraversato il ponte sulle acque chete e visionarie che vanno da “Hex: or Printing in the Infernal Method” fino al dittico degli Angeli e Demoni, torna ad ingrassarsi nei robusti American hi-gain. Ma è così solo all’apparenza. Nel contempo appare chiaro che Mr. Carlson stia seguendo un percorso coerente alla sua espressione musicale. Ne abbiamo compendio in “Old Black” che non perde un soldo della sua magniloquenza neanche sotto addizione di ormoni. D’altra parte quando riemerge dal secolo scorso “Ouroboros is Broken” sembra che il 1993 sia qui e adesso. Senza vecchiaia. Dylan è questo. Eternamente giovane. Mai nato. Mai morto. Non perdono gravità neanche “There is a Serpent Coming” e “From the Zodiacal Light” (nell’unico bis concesso) che, seppur senza le importanti ugole di Mark Lanegan e Rabia Shaheen Qazi, mostrano la loro assoluta grandezza.
Al termine rimaniamo spiazzati da tanta bellezza. Si ha voglia di parlare, di confrontarsi, di stare fuori, sotto la pioggia, ancora e seguire l’eco che non cessa di spegnersi nelle nostre teste. Grazie Mr. Dylan per aver rinnovato il mistero che si cela dietro la tua splendida arte.

Eugenio Di Giacomantonio