EINDHOVEN PSYCH LAB 2016
Eindhoven – Effenaar

Eindhoven Psych Lab è un pianeta a sé. Giunto alla terza edizione, il festival olandese si conferma un ottovolante di suoni ed emozioni. Per due giorni, l’accogliente Effenaar (un plauso allo staff per la gentilezza e l’organizzazione messe in campo) diventa rifugio nel quale raccogliersi da tutta Europa per testare con mano lo stato di salute della psychedelic music. Un bollettino che quest’anno ci dice come da Liverpool a Parigi, toccando Londra, Copenhagen, Bruxelles e Berlino, sia sempre più florida una “scena” neo psych alternativa ai trend imperanti. Abolite del tutto le pulsioni “freak chic”, “post” e “hard & heavy” che trainano i maggiori festival europei (fate voi i nomi: li conoscete), Bob Dieleman e compagni hanno messo in piedi un evento il cui centro nevralgico è la continua tensione tra passato e futuro.
Eindhoven Psych Lab si impone come modello alla voce happening psichedelico negli anni Duemila. È in atto un movimento, uno spostamento d’asse, ci suggeriscono questi appassionati ricercatori. Dobbiamo svegliarci, perché non ce ne eravamo accorti. Partiamo dal contorno: visuals ipnotici ad ogni concerto, DJ set tra uno show e l’altro (a base di elettronica, kraut, exotic soul, garage pop e via danzando), ristoro e relax garantiti dal giardino esterno con la sua lisergica swamp, folate di sintetizzatori (a cura di Stefan Robbers) nel Modulab che separa il Main Lab (il palco principale) dall’Observatory (seconda sala dell’Effenaar). Casella problemi tecnici e/o ritardi: zero (a parte gli spostamenti d’orario per The Oscillation e Useless Eaters, tempestivamente comunicati). Insomma, una venue e una macchina organizzativa che sono la perfezione.
Capitolo line-up. Venerdì il colpo di fulmine è per il post-punk spaziale dei Rats On Rafts da Rotterdam. Quattro ragazzi che prendono le scorie della New Wave, le impastano con fuzz circolari e ritmiche imponenti (inchini per il groove della bassista Natasha), le risputano in un vortice space nero come la pece. Si finisce proprio come nell’evocato continuum spazio-temporale di “Navigator”: chapeau. Il secondo innamoramento è per Orchestra of Spheres dalla Nuova Zelanda: quattro matti (due uomini e due donne) che amano i pois e l’electro marimba, gli occhiali da sole e il bouzouki distorto, i party e la circolarità rituale. Un spasso, e che musicisti. Altri tre gli highlight di giornata. Il duo nostrano Throw Down Bones in primis: bravi Frankie e Dave, dal vivo rinunciano alla liquidità del loro disco d’esordio per picchiare giù duro. Il risultato è trance rock aggressivo che conquista il pubblico e strappa applausi. Poi i guerrilla krautrockers Camera da Berlino: nostalgia di Neu! e Tangerine Dream? Niente paura, ci pensano questi motorik freak. Scovateli dal vivo e la noiosa nenia “Preferisco ascoltare La Düsseldorf” passerà di moda. Infine gli Hills da Göteborg: 45 minuti di magnetica Swedish psychedelia a base di malinconia scandinava e freakout tardi ’60/primi ’70.
Menzione necessaria pure per i Forever Pavot da Parigi (autori di un raffinato psych prog fuori dal tempo, come una jam tra Fuzzy Duck, Erkin Koray ed Ennio Morricone, con tanto di cover del main theme di “Tintin”), gli Useless Eaters da San Francisco (va a loro la palma del concerto più violento del giorno: un assalto nu-garage dritto in piena faccia), i gloriosi Parquet Courts e White Hills da New York (a proposito di Dave W. e Ego Sensation: il loro secondo show in versione Black Valleys con OWOW è un alter ego electro kraut da brividi) e i giovanissimi BLANK da Amsterdam (psych wave che suona “come il gruppo figo del liceo”). Deludente, invece, il fronte Brit di The Oscillation e soprattutto Temples (nonostante l’hype cresciuta attorno alla band di James Bagshaw: ingiustificata). A notte fonda, i due audio test mettono a letto i neuroni: prima Radar Men From the Moon meets GNOD (un delirio assoluto e devastante di rombante psichedelia), poi Cairo Liberation Front meets High Wolf e qui ci si diverte: l’electro-cha3bi del duo di Tilburg (rivisitazione delle musiche egiziane per matrimoni in chiave rave) incontra il misticismo percussivo e allucinatorio dell’artista francese. Risultato? Un mucchio di freak che eseguono passi robotici col sorriso sulle labbra.
Sabato la scena è dominata dagli headliner. Il concerto dei Goat è una delle esperienze più divertenti alle quali possa capitare di assistere: sono così teneri e allegri che vorresti subito ingaggiarli per farli suonare al tuo matrimonio. È impossibile restare fermi, come è evidente quanto la loro ricerca (musicale e concettuale) sia assolutamente senza pretese. Lasciamo perdere Jorge Luis Borges e godiamoci questo mix colorato ed esuberante di afrobeat nigeriano, Brit fuzz e Anatolian funk. Approccio differente meritano i Föllakzoid dalla Región Metropolitana del Cile: questa è pura kosmische musik. Cappelli calati sulla fronte, Diego, Juan Pablo e Domingo offrono una trance experience ipnotica, un rituale oscuro e minimalista. Un’esibizione da mandare a memoria: il kraut rock oggi passa da qui, da questo incontro tra cultura lisergica e cultura elettronica. La terza palpitazione è per i Papir da Copenhagen. Per una volta on stage non ci sono sintetizzatori. Insieme al 60’s garage psych dei The Mystery Lights da New York (occhio al loro esordio via Daptone Records), il trio danese regala lo show più classico dell’intero festival: fuzzed-out psychedelic instrumental rock trainato dalla chitarra di Nicklas Sørensen, che guida i suoi compagni d’avventura lungo jam improvvisate e soundscapes travolgenti.
Le altre prelibatezze di giornata sono i Flamingods (una rivelazione: tra Londra e Dubai un collettivo di exotic psychedelia realizzata con strumenti raccolti in giro per il mondo, il finale dello show rimarrà nella memoria dei presenti), i 10.000 Russos da Porto (fate attenzione: decostruttivi e ripetitivi, dark e ossessivi, possono causare bad trip), gli ormai noti Radar Men From the Moon (che stavolta prediligono un sorprendente approccio live più electro e meno diretto) e GNOD (una garanzia di estasi, anche con il nuovo elegantissimo cantante). Tra i No Joy da Montreal (“shoegaze andato a male”), gli Ulrika Spacek da Londra (bravi ma acerbi), i PAUW da Haaksbergen (tradizionali come pochi) e i The Germans da Gent (con discutibile cantante stripper), rimandiamo a settembre gli attesissimi Josefin Öhrn + The Liberation da Stoccolma: la sensualità misteriosa emanata dal loro debutto “Horse Dance” si perde in un concerto piatto e privo di mordente. Il gran finale è affidato al garage punk degli Audacity da Fullerton, California, al kraut danzereccio dei Svper da Barcellona (un ragazzo, una ragazza, moog e synth a profusione) e al furioso garage fuzz degli Iguana Death Cult da Rotterdam, che provoca uno scatenato pogo nell’Observatory ormai ridotto ad un caos di rapimento e sudore.
Eindhoven Psych Lab ha esplorato, allargato e messo in discussione i nostri confini. Ci resta soltanto una domanda: perché in Italia è impossibile un festival del genere? Venite qui e lo capirete.

Alessandro Zoppo