EINDHOVEN PSYCH LAB
Eindhoven – Effenaar

Eindhoven laboratorio chimico del rock psichedelico. Succede il 6 e 7 giugno all’Effenaar per la prima edizione di Eindhoven Psych Lab, contenitore di meraviglie che offre un’istantanea della cultura lisergica aggiornata al 2014. L’obiettivo è semplice: raccogliere tutte le sfumature del suono acido (mettendo da parte deviazioni estreme, metal e “post”) in una maratona di due giorni che recuperi la dimensione cruda, escapista e visionaria che altri festival (Roadburn e Desertfest su tutti) hanno in parte accantonato.
Per questi scopi l’Effenaar si dimostra luogo ideale: l’Observatory al primo piano è una venue raccolta ed accogliente; il Main Lab al secondo livello soddisfa la voglia del grande evento con relax e comodità; il giardino esterno offre pause rinfrescanti con una piccola swamp, angolo caffè e ristorante. Corredano il tutto una sala cinema con programma speciale (venerdì il progetto visual art ODDSAC con musiche di Animal Collective e immagini di Danny Perez; sabato una bizzarra selezione di video a cura di Submarine Channel) e l’installazione Thrilling Autonomy curata da Glenn Peeters (Radar Men From the Moon) presso il vicino Onomatopee.
L’esperimento può dirsi perfettamente riuscito: gli scienziati di Eindhoven Psych Lab dimostrano come una cultura psichedelica sia sempre viva e pulsante nel cuore della scena musicale contemporanea. Un network di band, artisti, etichette indipendenti (fondamentale il contributo di Rocket Recordings e Fuzz Club) e appassionati che si radunano per plasmare una rete alternativa e underground. Anche l’affluenza è quella giusta per godersi al massimo i concerti senza resse ed eccessive sovrapposizioni. Necessario notare come l’età media del pubblico (tra i 30 e i 40) abbia ampi margini di apertura verso nuove fasce di ascoltatori.
Venerdì 6 il meglio arriva dal Regno Unito: le esibizioni esaltanti e memorabili della giornata sono firmate Terminal Cheesecake, Anthroprophh e Gnod. I primi sono letteralmente sconvolgenti grazie al loro marasma acido e distorto, carico di groove heavy ai limiti dello stoner: un vero tripudio alle divinità della psichedelia e un batterista (John Jobbagy) tra i più incredibili visti di recente dal vivo. I secondi traghettano il sound iper distorto degli Heads verso orizzonti ulteriormente fuzzati e sperimentali, con Paul Allen autentico cerimoniere della devastazione cerebrale; gli Gnod chiudono i giochi con una performance che è rituale fisico totalmente liberatorio: il corpo scompare, l’elettricità satura l’atmosfera dell’Observatory e il tarantolato singer Neil Francis ci guida attraverso un personale percorso di purificazione e redenzione.
Altri show che centrano il bersaglio sono quelli di Spectrum (minimalismo oscuro squarciato dalle violente folate chitarristiche del geniale Pete ‘Sonic Boom’ Kember), Wooden Shjips (perfettamente a proprio agio in un contesto del genere) e Lay LLamas: il progetto di Nicola Giunta e Gioele Valenti convince con un mix eccitante di spacedelic rock, afrokraut mediterraneo e ballabili beat. Purtroppo a causa di un problema all’auto saltano gli attesissimi Teeth of the Sea, mentre è curioso lo start dato alle 17 dal compositore inglese Peter J Taylor, che assembla una dozzina di elementi (anche con richieste sui social network) per una sorta di orchestra del riff da dieci chitarre, due bassi e batteria. Crows, Cosmonauts, Weird Owl e The Oscillation si attestano su un buon livello (con prospettive di miglioramento); delusione invece per gli Hookworms, apparsi svogliati e scarichi rispetto alle meraviglie ascoltate nel loro esordio “Pearl Mystic”. Peccato.
Sabato 7 sono i Cosmic Dead a conquistare cuori e cervelli con un’ora a dir poco spettacolare: un’autentica cavalcata spaziale che trasforma le vibrazioni degli amplificatori in motore cosmico di un nuovo universo. Tra le rivelazioni di giornata, menzione speciale per i danesi The Wands, pulsante cuore garage con un occhio a Stones e Doors e tanta voglia di recuperare lo spirito libero degli anni 60. Sugli scudi anche Radar Men From the Moon (giocano in casa i quattro ragazzi olandesi e il pubblico apprezza la genuinità del loro rock heavy space), Föllakzoid (i cileni partono da una base kraut per esplorare inattese variazioni danzabili della loro proposta neo-psych) e Terakaft: il desert blues dei quattro Tuareg provenienti dal Mali riporta tutto alle origini, in un percorso di riappropriazione delle radici che è passaggio quanto mai necessario.
Sorprendono i canadesi Suuns (le liquide atmosfere evocate live sono di tutt’altro livello rispetto alle prevedibili incisioni in studio, esaltate senza mezzi termini dalla stampa di settore), le giapponesi Nisennenmondai (un delirio di dissonanze, tempi spezzati e no-wave trascendente), i francesi Wall of Death (psychedelic rock aggressivo e onirico come insegnato da Pink Floyd e Silver Apples) e i nostrani Sonic Jesus, che nonostante i ritardi causati da un complesso sound check, rapiscono con l’ossessiva circolarità di un suono che guarda a Velvet Underground e Suicide. Deludono con un concerto piuttosto acerbo i danesi The Woken Trees; sono funzionali al proseguio dell’odissea gli spettacoli offerti da Pink Mountaintops, Elephant Stone, Dans Dans, The Underground Youth e The Growlers. Il gran finale è nelle mani prima dei Mugstar (space progressive di ottima fattura il loro), poi dei Night Beats: l’Observatory è una bolgia, partono pogo e stage diving perché il distillato di rock psichedelico, garage e power pop offerto dal trio di Tacoma si carica di potenza e diventa un distruttivo assalto shake, rattle & roll.
Applausi a scena aperta ai ricercatori di Eindhoven Psych Lab per questa memorabile due giorni. Stremati, si fa ritorno alla vita quotidiana con il sorriso sulle labbra, le orecchie ancora sanguinanti e una limpida convinzione, se mai ce ne fosse bisogno: la psichedelia non morirà mai. Turn me on, dead man…

Alessandro Zoppo

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