FIREBIRD
Roma – Sinister Noise

D’accordo, qui l’originalità quasi non esiste. Gli accordi sono sempre gli stessi, le sonorità e i riff pure. Ma ce lo volete mettere un bel “chissenefrega”. I Firebird sono la creatura di Bill Steer, un simpatico gentleman inglese che all’età di 41 anni ha la forza di trattare la propria chitarra come l’amante più assatanata. Sono passati i tempi dei Napalm Death e dei Carcass e delle loro scorribande grind e death demenzial-medical social anatomiche. Ora Bill si fa accompagnare in lungo e in largo per l’Europa da Ludwig Witt (già batterista degli Spiritual Beggars) e Greyum May (basso). E al Sinister Noise ha deliziato la platea romana con oltre un’ora di sano, immarcescibile, focoso, passionale hard blues di chiara matrice 60 e 70.

L’occasione è la presentazione del nuovo album “Double Diamond”, il sesto della carriera, partita ormai dieci anni orsono ai tempi dell’esordio omonimo e di “Deluxe”. Un pugno di canzoni semplici quanto ficcanti, a partire da roba simpatica e trascinante del calibro di “Soul Saviour” e “Bright Lights”. Replica del concerto di Roma, sempre al Sinister Noise, dell’aprile 2009, quando il trio aveva fatto assaggiare al pubblico il groove e la compattezza di “Grand Union”. Steer è impressionante: riff fluidi, compatti, quadrati. Ci fa rivivere il periodo sacro in cui Cream, Blue Cheer, Budgie, Groundhogs e Humble Pie ci deliziavano con palate di rock robusto, visionario e divertente. Il fatto impressionante è che la sua chitarra suona così come la vediamo: pura e rombante, un sound forgiato unicamente da un overdrive MXR e dal suo tocco magico. «Il suo è culo, la mia è classe, caro il mio coglionazzo!», verrebbe da dire citando ciò che il titanico Cavalier Diego Catellani diceva al buon ragionier Fantozzi. Greyum May risulta più statico e “legnoso” del suo antecedente Smok Smoczkiewicz, tuttavia compensa con grinta e simpatia. Ludwig Witt è la solita piovra con il suo stile che ricalca Ian Paice e John Bonham. Hai detto poco… Il solo di batteria piazzato a metà concerto è un puro tuffo negli anni 70. Così come il finale fatto di soli basso, batteria e Steer che passa all’armonica come i bluesmen bianchi hanno insegnato (Paul Butterfield e Mike Bloomfield vi dicono qualcosa?).

Peccato soltanto non aver riassaporato canzoni focali dai primi album, autentiche schegge come “Torn Down”, “Sinner Takes All” e “Stoned Believer”. Sarà per la prossima. O magari se Bill passerà da queste parti con gli Angel Witch…

Alessandro Zoppo