FREAK VALLEY FESTIVAL
Netphen, Germany

Devo ammettere che, per quanto anagraficamente sfortunata sotto certi punti di vista (le mie band preferite sono ormai decrepite, e non da ieri), mi sento sollevata dai nuovi festival mitteleuropei. Sì, me li sto godendo davvero tutti. L’ultimo di questi al quale ho avuto il piacere di assistere è stato il Freak Valley Festival di Netphen, organizzato dalla Rock Freaks – cominciate a tenere a mente le info, compatrioti perché la qualità dell’offerta e la convenienza economica effettiva dell’evento lo rendono possibilissimo anche per chi viene da lontano.
Per una serie di motivi tecnici ho perso il primo giorno della manifestazione, ma appena arrivata (di venerdì) ho subito cominciato a prendere appunti sulla giornata precedente. Giovedì 29 maggio, i picchi di attenzione del pubblico pagante sono svettati per The Heavy Eyes (americani fino al midollo, nel suono e all’anagrafe) e Radio Moscow (ormai onnipresenti nella scena stoner europea). A parte questo devo soffermarmi a considerare l’aspetto generico dell’evento.
Il personale del Freak Valley è gentile, e fa sentire tutti a proprio agio. La birra è economica (in realtà viene proposta anche una birra speciale opera di un membro dello staff Rock Freaks), il cibo è buono – e non buttiamolo via, come complimento – e la posizione facilmente raggiungibile anche con i mezzi pubblici. Il palco si trova al centro della location, nel cuore dell’impalcatura del festival. Tutto intorno stand, chioschi, gente, panche e tutto ciò che ci si può aspettare da una fiera di inizio estate, con in più dell’ottima musica. Il meteo ci ha graziato, o almeno ha graziato me… visto che la prima notte è stata gelida, a detta dei sopravvissuti.
Alle luci dell’alba (alba per modo di dire… si parla circa di mezzogiorno) cominciano le performance al wake & bake stage: band locali in apertura, che sfogano al meglio la propria grinta e augurano buongiorno a tutti i partecipanti. Nell’ordine The Colts, Wight, Motor Mammoth, Bushfire e Magnetic Mountain: per una botta adrenalinica che ben si accompagna alla caffeina necessaria per affrontare la giornata.
Venerdì 30 si è esibita l’unica band italiana del FV, Ivy Garden of the Desert che ha portato in scena un sound corposo, ossessivo e vintage. Gran plauso ha ottenuto il trio trevigiano, il pubblico ha davvero apprezzato. Successivamente Mothership e The Midnight Ghost Train hanno fatto tremare la terra e spianato la strada ai compagni che si accingevano a suonare sulla via del tramonto.
Wo Fat e Sòlstafir hanno coperto la prima serata del secondo giorno di festival esponendosi con caratteristiche ben diverse. I primi, americani e fuzzosi, hanno dato prova di stile (come al solito); i secondi in realtà non mi hanno convinto un granché. Sarà che li ho sopravvalutati da principio. Vengono dall’Islanda e ultimamente tra Björk, Dead Skeletons e Sìgur Ròs non mi era mai andata male; devo ammettere, però, che il groove c’è: quella voce, per me intollerabile, ha guastato l’atmosfera… ma concedo il beneficio del dubbio ai signori del nord. In fondo una giornata negativa può capitare a tutti.
La conclusione di giornata ha decretato il successo totale dei Truckfighters, che come al solito, caricano il pubblico con uno show energico e rumoroso. Spettacolo assicurato, ma non mi aspettavo altro: non deludono mai. Headliner della serata i Blues Pills, formazione giovanissima che sta riscuotendo – ad honorem – un gran successo. L’anno scorso li ho rivalutati al Desertfest di Berlino dopo un giudizio tiepido sulle registrazioni e si riconfermano cresciuti ed emozionanti, sebbene non sia facile tenere il palco dopo un’ora di Truckfighters. Eh no. Non lo è affatto. E a tratti personalmente, l’ho percepito.
Sabato 31 maggio è stato un giorno caldo, pieno di sole e belle speranze sin dall’inizio. Davanti al palco principale pochi sopravvissuti, di mattina prendono il caffè. Tra questi anche io e le persone che erano con me (e tra loro dei bambini meravigliosi e rock’n’roll che spero di incontrare di nuovo al più presto).
Tutto sembra calmo e pacifico quando i Bushfire irrompono nella quiete mattutina e gli spettatori cominciano a spuntare e gremire la zona warming up della giornata. Quasi non lo avevamo riconosciuto il cantante dei Bushfire con i vestiti addosso (l’anno scorso allo Stoned from the Underground girava nudo sulle rive del lago) che si è esibito tra la gente un po’ King Kong e un po’ imbonitore. Dopo di loro i Magnetic Mountain a finire l’opera di svezzamento e i Bone Man ad aprire l’ultima tranche sul palco principale.
Personalmente, credo che la giornata sia iniziata con il piede giusto sebbene abbia dovuto aspettare l’esibizione degli Zodiac per confermarlo. Sempre un piacere (li avevo visti poco tempo fa a Londra) anche se l’open air in questo caso non ha reso giustizia al 100% alla formazione di Münster. Dopo una parentesi danese psichedelica e un po’ noise ci troviamo di fronte a una delle più spontanee esibizioni del festival: i Mos Generator di Tony Reed hanno picchiato duro per un’ora in un pomeriggio teutonico con piccoli incidenti di percorso (this magic moment: uno degli effetti misteriosamente smette di funzionare per un po’). Notevole anche la prestazione dei berlinesi Samsara Blues Experiment, sebbene il trio non risulti proprio il massimo per godere a pieno della roboante ciclica distorsione della band. Ancora una volta gli Elder si sono esibiti davanti ai miei occhi e ancora una volta non so che dire, tutto perfetto e nella norma… cosa che al momento non è un criterio di shining per quanto mi riguarda.
Il momento più emozionante di tutto il festival, però, si sta avvicinando. I Motorpsycho, storica indiscutibile band norvegese da sempre nel mio cuore, si è esibita in un set di due ore a cavallo del tramonto. Due ore che sono volate, a dire il vero. Ho avuto la fortuna di assistere dal palco a un paio di canzoni e tutto è risultato definitivo. Restano una delle mie band preferite di sempre, a dispetto dell’età. Hanno davvero difeso il titolo.
Ultimissimi a esibirsi, ma in giro per il backstage da un paio di giorni i Kadavar, reduci da un tour (e da un contratto) che li sta proponendo come una delle migliori band in circolazione. Questa è la situazione oggettiva della band, alla quale non apporrò nessuna postilla, perché in fondo il concerto è stato… LOUD. E ancora una volta Lupus (questa volta in versione Lupus im Pelz, con un pellicciotto leopardato che ha fatto tanto hooker anni 90) e compagnia cantando hanno dato il meglio di sé. E checché se ne dica, si dà sempre a Cesare quel che di Cesare è.
Il Freak Valley Festival è un evento consigliato a tutti coloro che hanno la possibilità di visitarlo: bill rispettabilissimo, gente onesta (quella dell’organizzazione: andate a vedere due prezzi e fatevi il conto delle band che prendono parte all’evento) e gentile. Il Freak Valley ti fa sentire a casa, e per questo l’anno prossimo nessuno mi impedirà di tornarci. Ci vediamo nel 2015, Rock Freaks.

In fede,
S.H. Palmer

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *