HELLFEST 2011
Clisson (Francia)

Clisson, Loira Atlantica, ad una manciata di chilometri da Nantes. Questa piccola ed amena cittadina francese ospita il festival metal più eclettico in circolazione. Arrivato alla sesta edizione, l’Hellfest ha quest’anno raggiunto il meritato Sold Out con circa 80.000 biglietti staccati. 118 band spalmate su 4 palchi: Main Stage 1 e 2 (meravigliosamente affiancati), Rock Hard Tent e Terrorizer Tent. Come consuetudine c’è anche il Metal Corner, per gli irriducibili dell’After Party. E poi l’immenso Extrem Market, un vero e proprio paradiso per i festival-goers.Buona lettura.

NB: MS1 (Main Stage 1) – MS2 (Main Stage 2) – RHT (Rock Hard Tent) – TT (Terrorizer Tent)

VENERDÌ 17 GIUGNO

Ore 10.30 del mattino, la festa ha inizio. Gli Hangman’s Chair fanno gli onori di casa. La band parigina, per nulla intimorita dal fardello di opener, sfodera una prestazione entusiasmante che scalda gli animi del TT con dell’ottimo stoner doom. Irresistibili i Valient Thorr (MS1), impossibile togliere gli occhi di dosso dal rossobarbuto frontman, neanche quando di spoglia. Il loro rock’n’roll ad alto voltaggio coinvolge alla grande il pubblico. Il culmine dell’esibizione si ha quando Valient Himself scende tra i presenti, sedendosi a terra ed invitando tutti a fare altrettando. Idolo. Ad assestare l’atmosfera verso ranghi più meditativi ci pensano i My Sleeping Karma (TT), abili tessitori di trame ipnotiche e psichedeliche. Mezzora di piacevole ipnosi strumentale. Violenza inaudita è ciò che si pregusta dirigendosi verso il RHT. I Malevolent Creation sono feroci, brutali, e fanno dell’intransigenza la loro peculiarità. Spola tra il TT e RH, nel primo troviamo i Kruger, combo svizzero alle prese con sludge e postcore. Non certo dei mostri di originalità, ma una piacevole scoperta in un calderone ormai saturo. Nel secondo troviamo invece i Dødheimsgard, leggasi black metal evoluto verso territori avantgarde e industrial. Show glaciale quello dei norvegesi, complessivamente molto convincenti, penalizzati da suoni di tastiera forse troppo cyber. Che dire dei Church of Misery (TT), i quattro giapponesi con una passione viscerale per i Black Sabbath e per i serial killer. È sempre un piacere vederli dal vivo, il solito Tatsu Mikaiami col suo Rickenbacker perennemente percosso sul manico e gli occhi spiritati e gli scatti diabolici del frontman Yoshiaki Negishi. L’ora della merenda è ad appannaggio della Louisiana e degli Eyehategod. Mai sentito tanto marciume centrifugato in soli quarantacinque minuti. Rispetto all’edizione del 2009, nella quale vennero piazzati su uno dei Main Stage, la scelta del più piccolo TT risulta azzeccata, adatta al sound randagio e disagiato di Jimmy Bower e soci. Diversi classici tra cui “Sisterfucker pt. 1”, “White Nigger” e “Dixie Whiskey”, ma anche una nuova song, del tutto inaspettata, dal titolo “New Orleans is the New Vietnam”. Infine un breve e sentito omaggio a Seth Putnam degli Anal Cunt, stroncato da un infarto lo scorso 11 giugno, e qui salutato tra gli applausi. Fortunatamente si riesce a non perdere gli ultimi dieci minuti dei Primordial (RHT). È uno show intenso, fiero e coinvolgente. Il patriottico frontman Nemtheanga incita gli irlandesi presenti a sventolare le proprie bandiere. La bellissima “Empire Falls” è purtroppo penalizzata da una prestazione vocale davvero grossolana. Di nuovo al TT per la prima metà del set dei Karma to Burn. Solita band diretta e senza fronzoli, come siamo abituati a conoscerli, spassosi come pochi altri e strabordanti di groove. È il momento dei Down (MS1). La band di New Orleans ci regala un oretta di grandi pezzi, interamente tratti dai primi due dischi. Phil Anselmo sempre molto carismatico, ma in questa occasione parecchio giù di voce e visibilmente appesantito. Lo sentiamo arrancare più di una volta, talora facendosi aiutare dal pubblico come durante i ritornelli di “Stone the Crow”. Durante il pezzo viene lanciato sul palco un reggiseno, prontamente raccolto da Phil. Il batterista Jimmy Bower verrà poi invitato a togliersi la t-shirt ed indossare il reggiseno, con il quale concluderà l’esibizione sulle note di “Bury Me in Smoke”. L’intera scena è ben visibile sul megaschermo, e genera l’ilarità generale. Basta fare qualche passo verso destra per godersi i Meshuggah (MS2). Al cospetto della macchina da guerra svedese non c’è scampo. “Rational Gaze” in apertura annichilisce, le teste della coppia di otto corde Thordendal/Hagström e del bassista Lövgren si scuotono con violenza in un headbanging costante che sfida le leggi della fisica. I cinque automi di Umeå non sbagliano un colpo, lasciando seriamente di stucco. “Bleed” scatena il putiferio, “Future Breed Machine” assesta il colpo di grazia. Concerto che lascia letteralmente inebetiti. Ci vorrebbe almeno un’oretta di pennichella per recuperare le forze, ma non ci è concesso, nel TT stanno per cominciare i Corrosion of Conformity. Purtroppo quello che si vede è una band priva di mordente e davvero carente nell’esecuzione. La presenza di Iggy and The Stooges sul MS1 convince a cambiare aria. Movenze e stile immutati nel corso dei decenni, ma il passare del tempo inizia a farsi sentire anche per l’Iguana, spesso in affanno. La band suona alla grande ed è un grande piacere ascoltare classici come “No Fun” o “I Wanna Be Your Dog”. Ennesimo bivio: Clutch o Morbid Angel? Metà ciasciuno. Per i Clutch, visti all’opera nel 2009 sempre all’Hellfest, vale lo stesso discorso fatto in precedenza per gli Eyhategod: cento volte meglio queste band su palchi più piccoli, promossa quindi l’ubicazione nel TT. Neil Fallon è un cantante incredibile, è esattamente come sul disco, da brividi. È una vera e propria goduria vederli suonare, favolosi col loro flavour southern dal groove praticamente infinito. Nonostante la cocente delusione dell’ultimo studio album dei Morbid Angel, la curiosità di assistere all’ultima parte dello show dei maestri del death metal è alta. In tempo per “Where the Slime Live” e “God of Emptiness”, delusioni accantonate e un irrefrenabile voglia di alzare le corna al cielo in segno di approvazione. È triste e allo stesso tempo eroica la vista di Jeff Becerra sulla sedia a rotelle a fronteggiare i rinnovati Possessed (RHT). Purtroppo i Melvins in contemporanea impediscono di andare oltre i primissimi minuti di set. Nel TT si scorge da lontano la folta chioma di King Buzzo. I due batteristi eseguono numeri circensi, le quattro voci creano atmosfere da musical che manco i Queen. A bordo palco un Phil Anselmo allucinato, incredulo per ciò a cui sta assistendo. Show totale! L’accavallamento parziale dei vari set consente di assistere all’ultimo quarto d’ora di Rob Zombie (MS1). La presenza nella band di un chitarrista come John 5 e di Ginger Fish dietro le pelli (entrambi ex Marilyn Manson) donano valore aggiunto al set del musicista/regista americano. Scenografia orrorifica e abiti di scena degni dei suoi film. Dell’ultima parte del set conosco sono “Dragula”, un salto indietro di trecidi anni. “Hellbilly Deluxe” era davvero un bel disco. Questa prima, intensissima giornata, sta per giungere a conclusione. Ultime forze raccolte per l’ultima manciata di band in contemporanea. Gli In Flames (MS2) sfornano uno show superbo, condito da fiamme e fuochi d’artificio. A sorpresa un Anders Fridén senza dread e con una voce non più incisiva come in passato. La band suona benissimo, peccato la scaletta si concentri esclusivamente sui dischi da “Reroute to Remain” in poi, eccezion fatta per “Pinball Map” e “Only for the Weak” da “Clayman”. Troppo poco. Sul TT ci sono i Monster Magnet. Dave Wyndorf è ingrassato a dismisura, ma la voce non ne ha risentito granché. Certo lontano dagli anni d’oro, ma ascoltare “Powertrip” fa sempre un certo effetto. Gran concerto, ma la curiosità di vedere anche un po’ dei Mayhem fa catapultare verso il RHT. Annunciato come “Exclusive Special Show”, ciò che si manifesta davanti ai nostri occhi è la pura rappresentazione del male, con Attila oscuro cerimoniere dall’alto del suo altare satanico. La band dalla storia più controversa del black metal norvegese porta in scena uno show teatrale e ben riuscito.

SABATO 18 GIUGNO

Risveglio per occhi e orecchie con le Crucified Barbara (MS1). Le quattro bambole svedesi divertono i maschietti presenti, impossibile non farsi venire strane idee ascoltando “Sex Action”. Musicalmente funzionali e ben affiatate, dopo averle viste live al loro debutto discografico è un vero piacere vederle sul palco principale di un festival così importante. Gli Angel WItch (MS1) non deludono. Pionieri della NWOBHM, ma meno fortunati di certi loro coetanei, la band inglese ci riporta indietro agli albori del metal britannico. Bill Steer alla chitarra ritmica è una gradita sorpresa. La conclusiva “Angel Witch” fa cantare tutti a squarciagola in modalità stadio. Il groove della morte degli olandesi Hail of Bullets infiamma il RHT. Quando le loro ritmiche (spesso) rallentano è come se un carro armato ci passasse sopra incenerendo i nostri resti. Una piacevolissima sorpresa. La defezione momentanea dei The Haunted (causa ritardi verranno posticipati al Metal Corner all’una di notte, in contemporanea quindi con Coroner, Triptykon e Bad Brains) permette di godere al meglio i Raw Power (TT), unica band italiana in scaletta. Sul backdrop appare il logo della band con tanto di anno di nascita: 1981. Hardcore genuino e diretto. Nel pit si alza un gran polverone nel quale grovigli umani vanno in cerca di lividi. Di nuovo RHT, di nuovo death metal. Gli Exhumed sono una mitragliatrice goregrind che spara all’impazzata e il pubblico è lieto di farsi fucilare. Direzione MS1, In tempo per “Doctor Doctor” degli Ufo, un classicone immenso. Pochi passi verso destra e sul MS2 è la volta dei Municipal Waste. La band di Richmond ha catalizzato su di sé moltissime attenzioni negli ultimi anni, meritatamente. La proposta è del revivalistico thrash metal dal forte background hardcore punk con la sesta marcia perennemente inserita, ma è una bellezza vederli onstage. Ottima l’interazione col pubblico che ricambia con continui circle pit, crowd surfing e wall of death. Cambio di registro con gli Skyforger, formazione metal lettone dalle fortissime connotazioni folkloristiche e pagane. Largo uso di strumenti provenienti dalla tradizione popolare del loro Paese, di cui sono fieri esportatori. Lontane dal piglio goliardico della maggior parte delle folk metal band in circolazione, seppur non sempre convincenti. Solitamente le migliori cartucce di una band vengono giocate nel finale, i Thin Lizzy non fanno eccezione, piazzandoci “Boys Are Back in Town”. Tuttavia la sensazione è quella di assistere ad una cover band che suona bene. Che noia gli Apocalyptica (MS1). Quando i tre violoncellisti finlandesi apparvero sulle scene circa quindici anni fa, destò molta sorpresa la loro riproposizione del repertorio dei Metallica (e qualcosina dei Sepultura) in chiave “classica”. Dopo diversi dischi di brani inediti, che senso ha continuare a riproporre principalmente le cover degli esordi? Con questa domanda in testa si corre al RHT per i 1349, un po’ di sano black metal è proprio quello che ci vuole per purificare la mente. L’assalto ferale del gruppo norvegese è la materializzazione del caos primordiale. Zakk Wylde entra in scena con un copricapo indiano piumato, è il turno dei Black Label Society (MS1). Muri di Marshall e bordate di grasso southern metal. Nel RHT i Septic Flesh stanno spaccando tutto. Lo si intuisce arrivando a set già iniziato, dalla soddisfazione dei presenti. Dalla Grecia, metallo della morte dalle forti tinte sinfoniche di matrice epica. Le orchestrazioni hanno un sapore ancestrale e sinistro, molto vicino allo stile da soundtrack. Dispiace molto perdersi i D.R.I., a detta di molti tra le migliori esibizioni della giornata. Gambe a riposo in vista del rush finale. Bolt Thrower (RHT) immensi. Una band imprescindibile e influente, riff di granito e atmosfere opulente. Sono la dimostrazione che la pesantezza non vada necessariamente a braccetto con la velocità, e loro questo l’hanno capito da tempo. La miglior esibizione del sabato, non assaporata tutta. Perché i Converge (TT) sono un piatto troppo invitante. Purtroppo non si riesce a penetrare i folti strati di corpi. Andrebbero visti il più vicino possibile, magari cercando di conservare tutti i denti. Jacob Bennon salta da una parte all’altra del piccolo stage e lancia urla laceranti, incitando a più riprese gli astanti al circle pit. Polvere su polvere, tanto sudore, e sicuramente sangue e lividi. I Converge sono totali. Restano venti minuti di Scorpions (MS1), che si fa? “Still Loving You” e “Rock You Like A Hurricane” sono lì ad aspettare, e non si può fare a meno di canticchiarle. Tantissimi i vetarani presenti tra il pubblico, quasi tutti accorsi esclusivamente per loro, alquanto spaesati dall’estremismo delle band precedenti.
L’ultima ora vede accavallarsi due band svizzere, rispettivamente Coroner e Triptykon. Scelta dura, tocca un 50 e 50. È di scena il culto. I Coroner (MS2) sono tra le band più attese dagli extreme metal fan, reunion annunciata già dall’anno precedente. Deve avere un forte impatto essere tra le band principali di un festival del genere dopo quindici anni di assenza dalle scene, e l’attesa viene ripagata con uno show a dir poco catartico. Ironia della sorte, Tom G. Warrior dei Celtic Frost è presente nei credits del primo demo dei Coroner in vesta di cantante. Ora, a distanza di venticinque anni, i suoi Triptykon suonano in contemporanea nello stesso festival. Il RHT è pieno ma si sta abbastanza comodi, complici le esibizioni in contemporanea di ben quattro band (ricordiamo anche i The Haunted nel Metal Corner). Migliora di molto il giudizio sulla band rispetto al Roadburn 2010, questa volta maggiormente rodata e compatta. Death/doom di un oscurità prossima al black metal, particolarmente riuscito nei suoi malvagi mid tempo.

DOMENICA 19 GIUGNO

Dopo due giornate così intense, svegliarsi in tempo per gli Audrey Horne (MS2) non è affatto semplice. Fronteggiata dal bravissimo Toschie, la band annovera nelle sue fila membri di Enslaved e Sahg. Mezzora di ottimo rock. Eccessivamente estremi i Last Days of Humanity (RHT), una sinfonia di pentolacce e grugniti per i profeti dell’anti-musica. TT gremito per i Red Fang, che con i loro geniali videoclip, prima che per la loro musica, stanno costruendo un buon seguito anche in Europa. La musica è forse troppo derivativa, un figliastro generato da un ménage à trois tra Melvins, Orange Goblin e Queens of the Stone Age. Nulla di male se il risultato è comunque del buon heavy rock bifolco come questo. Orario infame per gli Atheist (MS2), soli tre quarti d’ora di progressive death metal. Show emozionante, penalizzato appena dalla prestazione vocale non brillante di Mr. Shaefer. The Ocean fottuti stuntmen. Il TT è ancora una volta terreno fertile per stage diving acrobatici da altezze improbabili, senza che nessuno si faccia visibilmente del male. Coinvolgenti anche musicalmente e ben dotati tecnicamente, a partire dal “nuovo” frontman Loïc Rossetti. Suscita inoltre molto piacere vedere il bassista indossare una t-shirt degli italianissimi Last Minute to Jaffna. Gli israeliani Orphaned Land (MS2) non convincono appieno col loro folk metal mediorientale. Contemporaneamente i Knut nel TT generano l’effetto opposto, convincendo a dismisura. Sempre in bilico tra sludge, post hardcore e mathcore, la band ginevrina distrugge e conquista. L’Hype generato dai Ghost (TT) lascia interdetti. Un manipolo di incappucciati capitanato da un losco figuro vestito da Papa malvagio, con degli abiti di scena a dir poco sbalorditivi e un alone di mistero dal coefficiente elevato. Musicalmente si pesca a piene mani da King Diamond e i suoi Mercyful Fate, addolcendo il tutto con una smaccata venatura pop anni ’80. “Opus Eponymous” è una riproposizione della materia occulta in maniera divertente, una mossa commerciale riuscitissima. Bizzarra è piuttosto l’adulazione da tutti i fronti, a partire dall’ambiente metal fino alla frangia psichedelica, anche la più attenta. Propongono un live set da oscuro cerimoniale ecclesiastico, che soddisfa tutte le aspettative dei fan. Ai fini meramente intrattenitivi, uno show impeccabile. Sul MS2 i Pain of Salvation di Daniel Gildenlöw, quel genietto che ai tempi di “Remedy Lane” fece gridare al miracolo. Si confermano band di grande spessore in ambito progressive metal, in grado di offuscare completamente i Dream Theater. “Inflikted, show no mercy, muthafuckin’ wicked”, cantano i Cavalera Conspiracy (MS1). I fratelli più famosi del metal sono sporchi e muscolari come sempre. La loro versione di “Refuse/Resist” è più veloce dell’originale, perde quindi in groove, ma nessuno sembra accorgersene; sono pur sempre i fratelli Cavalera che suonano un pezzo dei Sepultura. Inspiegabile il medley con “Roots”, sostenuta da un drumming death metal. La scena del figlioletto di Max alla batteria, a quanto detto, dev’essere stato un bellissimo momento. Dall’altra parte (TT) i Kylesa, ormai costantemente in Europa. L’impostazione hardcore della band di Savannah fa passare in secondo piano le voci sgraziate e poco amalgamate. Un pugno sullo stomaco, in grado di torcere le viscere. “Unknown Awareness” è emozione pura. Non si può parlare di emozione senza tirare in ballo gli Anathema (MS2), un po’ come mosche bianche in un contesto del genere. I fratelli Cavanagh inducono una terapeutica positività ed è come entrare in un limbo vellutato. Repertorio esclusivamente basato sulla produzione post-1998. Una manciata di brani tratti dall’ultimo album, e poi “Deep”, “Closer”, “A Natural Disaster” – con la graziosa ugola di Lee Douglas in duetto con Vincent. “Fragile Dreams” pone il sigillo ad un’esibizione intensa e piena di pathos. Maledetti accavallamenti, ci si riesce a godere appena il finale di “Iron Will” dei Grand Magus (TT). Sembra proprio sia stato un grande concerto. Purtroppo, a quanto pare, nessun pezzo da “Grand Magus” e “Monument”. Quello dei Goatsnake è uno dei concerti più attesi dagli aficionados del TT. Greg Anderson e compagni offrono uno degli show più coinvolgenti dell’intera rassegna, con una band assolutamente in forma smagliante. Pete Stahl è un frontman eccezionale e la sua voce è impeccabile. Cinque brani da “Vol. 1” e tre da “Flower of Disease”, inclusa la titletrack che fa da biglietto da visita. “Mower” chiude il sipario su questo caldissimo show. Indimenticabile. Scaletta clamorosa per i Judas Priest (MS1), non semplice mettere d’accordo tutti quando si ha alle spalle una nutrita discografia come la loro. Rob Halford ha perso un po’ la cromatura, immobile come una statua e vocalmente parecchio in declino, come dimostrano gli inaspettati growl in “Painkiller”. Immancabile “Breaking the Law” ed encore affidato a “Hell Bent for Leather” e “You’ve Got Another Thing Comin'”. Da un lato non si riesce più ad entusiasmarsi ad una nuove release a firma Electric Wizard, ma dall’altro i loro live set sono sempre più collaudati. La formula non cambia: proiezioni di vecchie pellicole horror e doom dal flavour esoterico. La produzione recente mette in mostra un songwriting sempre più prevedibile, ma è sempre un piacere vederli in sede live, soprattutto durante perle nere quali “Return Trip”, “Dopethrone” e “Funeralopolis”. Il TT è stregato. Triplice bivio. Per primi i Dark Tranquillity al RHT. La band di Göteborg offre un concerto impeccabile sotto tutti i punti di vista, meno che per la setlist. Eccezion fatta per “ThereIn” (da “Projector, 1999), l’intera ora di musica è basata su pezzi dell’ultimo decennio. Niente “Punish My Heaven” e “The Wonders at Your Feet” quindi, pazienza. Il TT si trasforma in teatro con i seminali Hawkwind. I maestri dello space rock creano un’atmosfera rarefatta riempendo la scena con strani esseri danzanti dal forte impatto visivo. Durante la recente “Sentinel” fanno addirittura capolino delle misteriose figure su trampoli vertiginosi, in un tripudio sonoro e visuale senza pari. Il MS1 è ad appannaggio di Ozzy Osbourne. Nonostante l’avanzato stato di imbalsamatura è una gioia vederlo all’opera – soprattutto se si tratta della prima volta – anche se a vederlo ti verrebbe da dire “non ce la può fare”. La consapevolezza di avercelo davanti, ancora vivo e “vegeto”, accantona per un momento l’auspicio del meritato pensionamento. Classici della sua carriera solista – “Mr. Crowley”, “Crazy Train”, “Bark at the Moon”, “Mama, I’m Coming Home” – e di quella dei Black Sabbath – “Iron Man”, “Fairies Wear Boots”, “Paranoid”, “War Pigs” – questi ultimi penalizzati da un “restauro” anni ’80. Gli Opeth dal vivo vanno visti, e su questo non ci piove, ma si può fare uno strappo alla regola se dall’altra parte ci sono tre quarti della formazione originale dei Kyuss. E possiamo assicurarvi che, Josh o non Josh, starete assistendo ad un concerto dei Kyuss, né più né meno. Tuttavia il nome è mutato in Kyuss Lives!. Dimentichiamo quindi “pel di carota” e tuffiamoci nel concerto evento di questo Hellfest 2011. John Garcia è l’inconfondibile coyote di sempre, se possibile ancor meglio di prima. I suoi ululati fanno venire i brividi. Il novello Fevery si trova a proprio agio sostenuto dalla coppia ritmica Olivieri/Bjork, e non sbaglia una plettrata. C’è qualcosa di magico in quell’afoso tendone (TT), aria di rivincita forse. “Gardenia”, “Hurricane”, “Thumb”, e questo è solo l’inizio. Con “Supa Scoopa and Mighty Scoop” e “Green Machine” si raggiunge l’apice. Semplicemente magistrali.

Davide Straccione