HELLFEST 2012
Clisson (Francia)

Da 80.000 a 115.000 presenze in un solo anno. L’HELLFEST cresce in fretta, ma non perde di vista quelle che sono le sue peculiarità, professionalità da vendere e un bill da far impallidire tutti gli altri festival mondiali, con un’eterogeneità e un livello elevatissimi, capace di affiancare i grandi big alle nuove rivelazioni underground. L’edizione 2012 vede alternarsi oltre 50 band al giorno su ben sei palchi, non più quattro come eravamo abituati.Lo staff di Perkele era lì, pronto a timbrare il cartellino.

VENERDÌ 15 GIUGNO

10.30 del mattino e l’illusione di un sole che non durerà per molto. Dalla valle giungono le prime esalazioni di fango e zolfo con i francesi CELESTE (V). Mezz’ora di sludge e hardcore dalle tinte nere, tra strobo accecanti e fasci di luce rossa. I DOOMRIDERS (V), capitanati da Nate Newton (Converge/Old Man Gloom), spazzano del tutto via il torpore mattutino con uno show energico e robusto. L’old school death metal è un istituzione alla quale i BENEDICTION (A) appartengono di diritto. La band di Birmingham dimostra di essere a proprio agio ed estremamente riconoscente nei confronti del pubblico che gremisce il tendone; brani come “Subconscious Terror”, “Jumping at Shadows” e “Night Fear” sono pane per i nostlalgici. In contemporanea il set dei THOU (V), di cui si riesce ad assaporare qualche attimo. Sludge doom sinistro e conturbante, reso ancor più malvagio dallo sguardo maniacale del frontman Bryan Funck. Grande curiosità per gli islandesi SÓLSTAFIR (T), che mettono in scena quattro composizioni dalla media di 10 minuti ciascuna, tratte dal recente “Svartir Sandar”, ad eccezione della conclusiva “Goddes of the Ages”. Compostezza tutta nordica e lirismo allo stato puro. Lo stesso Tryggvason – frontman dei Sólstafir – presta la sua ugola ai connazionali BRAIN POLICE (V) nella conclusiva “Sweet Side of Evil”. “Hot Chicks & Hell Queens” è stoner rock sotto taurina, caratteristica ricorrente nella loro setlist. Band spessa e concerto robusto. Gli svedesi VICTIMS (W) macinano hardcore punk fortemente influenzato da Motorhead e DISCHARGE, questi ultimi sullo stesso palco subito dopo. I pionieri del d-beat sono certamente più statici di molti colleghi più giovani, ma sono consapevoli di aver influenzato un intera scena e dal vivo spaccano ancora a distanza di oltre trent’anni.
THE ATOMIC BITCHWAX (V) riportano chitarre sature e fuzz nella valle fumosa, scaldando il palco agli ORANGE GOBLIN, freschi della pubblicazione di “A Eulogy for the Damned”. I nuovi brani appaiono già ampiamente assimilati dai fan e funzionano a meraviglia, a partire dall’apripista “Red Tide Rising”. Ovviamente non c’è concerto dei londinesi senza i loro classici, ed ecco la carrellata che tutti aspettavamo: “Some You Win, Some You Loose”, “Quincy the Pigboy”, “Blue Snow” e ovviamente “Scorpionica”, strategicamente posta in chiusura. Un piccolo assaggio dei BRUJERIA (A) è ben gradito. Un tripudio di bandiere messicane sventola sulle note della spietata “Matando Gueros” e salutano i fuorilegge del metal sulle note di “Marijuana” (che altro non è che “La Macarena” in salsa narco). Ma i festival nascondono scelte ardue da affrontare, come gestire la contemporaneità dei set di COLOUR HAZE (V), TURBONEGRO (MS2) e NASUM (A). Se Mieszko non avesse tragicamente perso la vita nello tsunami del 2004 in Thailandia, i Nasum avrebbero oggi compiuto venti anni. Ed è proprio per celebrare questo anniversario e per salutare per sempre i fan e Mieszko che la band ha deciso di rompere il silenzio annunciando l’ultimo tour mondiale, reclutando per l’occasione la voce dei Rotten Sound. Lo show è introdotto da una coppia di sposi in tenuta antinucleare che osserva la folla in silenzio, è solo la calma che precede la distruzione di ogni cosa. È uno show oscuro ed efferato, chirurgico e viscerale. Keijo è un grande frontman, e l’intero concerto è un grande tributo a Mieszko e ai fan.
La storia dei LYNYRD SKYNYRD (MS1) si regge ormai sulle uniche spalle di Gary Rossington, mentre tre sono i componenti che ne presero parte nella storica reunion del 1987, tra cui il cantante Johnny Van Zant, fratello minore del compianto Ronnie Van Zant. “Free Bird” e “Sweet Home Alabama” regalano sorrisi e buon umore. Tutto viene reso vano dai CANNIBAL CORPSE (A) e dal ventilatore umano George Fisher, impressionante sia dal punto di vista vocale che sul piano prettamente fisico. I Cannibal Corpse sono il brutal death metal e dal vivo sono una macchina da guerra capace di fare molto male. Solo un assaggino di HANK III (A), il quale ha messo a punto un set di due ore tonde, davvero troppo se consideriamo i tempi dei festival. Fieri e spassosi i DROPKICK MURPHYS (MS2) con il loro inconfondibile irish punk rock, da gustare con il boccale di birra pieno. Più o meno in contemporanea i SATYRICON (T), storica creatura black metal del duo Satyr/Frost. La band predilige il repertorio del terzo millennio, senza disdegnare ripescaggi da “The Shadowthrone” e “Nemesis Divina”. Suono assolutamente perfetto e ottima prestazione per la band norvegese, col sipario che si chiude sul black’n’roll di “Fuel for Hatred”. Gli OBITUARY (A) invece non hanno avuto la stessa fortuna dal punto di vista audio, con un suono di chitarra poco incisivo ed una batteria troppo in primo piano. Ma il gruppo floridiano è slabbrato e granitico come lo ricordavamo, unica pecca l’assenza di “Don’t Care” in scaletta, praticamente un inno. Contemporaneamente ci sono i MEGADETH (MS1), con un sobrio Dave Mustaine in versione prima comunione – camicia e polsini bianchi – e dalla voce affaticata. La doppietta “Symphony of Destruction” e “Peace Sells” si rivela nulla di entusiasmante. L’attesa è tutta per il ritorno del Re Diamante, dopo anni di assenza dalle scene e tre by-pass. Soli due show programmati in Europa: Sweden Rock ed Hellfest. Scenografia pazzesca: scalinate, cancelli, candele e sinistre comparse, dalla nonna in sedia a rotelle di “Welcome Home” alla strega di “Come to the Sabbath” (unico brano dei Mercyful Fate in scaletta). Questo è lo show di KING DIAMOND (MS2), teatrale e grottesco come da sempre ci ha abituati. Nonostante i recenti problemi di salute il Re continua a reggere il palco alla grande, regalandoci un’ora e un quarto di grande spettacolo. Qual miglior modo per concludere questa intensa giornata?

SABATO 16 GIUGNO

Il mattino ha il grind in bocca. Gli olandesi ROMPEPROP (A) lanciano sul pubblico coccodrilli, delfini, ciambelle, palle e materassini gonfiabili, e l’intero tendone diventa una colonia estiva per bambini dementi. Grande simpatia e giusto feeling col pubblico sin dall’ingresso fanno sì che la giornata inizi magnificamente. Peccato aver perso DYSE (V) e GLORIOR BELLI (T), tra le primissime band ad esibirsi. Quando il black metal incontra la psichedelia ecco gli ORANSSI PAZUZU (T). Prova suggestiva ma piuttosto gravosa sulla corteccia cerebrale; band interessante ma da risentire in un piccolo club, al buio. Gli AMENRA (V) parlano sludge doom di scuola hardcore, ma con un cantante perennemente con le spalle al pubblico, inspiegabilmente. Una band che si dà molto da fare, e che probabilmente sarebbe stata all’altezza anche senza frontman. Tra le migliori esibizioni del festival senza dubbio quella dei NECROS CHRISTOS (T), death doom nero ed evocativo, dal sapore fortemente arcaico. Con un nome del genere, d’altra parte era lecito aspettarselo. “Black Mass Desecration” e “Descending into the Kingly Tomba” lasciano il segno per la malvagità sprigionata. BIG BUSINESS (V) da un lato, con l’immancabile doppia voce armonizzata e il drumming anfetaminico, e i DEATH ANGEL (MS2) dall’altro, con un immenso Osegueda e una band in grande forma come sempre. La valle straripa per gli UFOMAMMUT (V), provare ad intrufolarsi a concerto iniziato è pura utopia. I ragazzi di Tortona hanno ormai un seguito incredibile, specialmente all’estero. Le note e gli accordi del nuovo “Oro” fuoriescono dal tendone e risuonano nelle nostre ossa inumidite, per fortuna stavolta nessun problema tecnico – ricordiamo che nell’edizione 2009 fecero fuori 3 testate in pochi istanti – e i commenti del pubblico a fine concerto risultavano estremamente lusinghieri.
Tanto thrash metal oggi, SACRED REICH (MS2) e poi EXODUS (MS2). I primi sono dei pesi massimi – in tutti i sensi – e in quanto a groove e simpatia danno filo da torcere a molti colleghi. C’è addirittura una “War Pigs” in scaletta prima della conclusiva ed immancabile “Surf Nicaragua”. Ben più violenti i secondi, e i fan non sono da meno, come dimostra il Wall of Death durante “Strike of the Beast”. La scaletta pesca grandi classici come “Bonded by Blood”, “Piranha” e “The Toxic Waltz” e la festa è assicurata. Convincente ma meno malato del solito lo show degli svedesi SHINING (T), da non confondere coi vicini di casa norvegesi. Un mansueto Niklas Kvarforth con capigliatura stile ultimo dei mohicani e svariati chili in più, lancia urla di negatività ma ci risparmia sangue e gavettoni di piscio stavolta, per fortuna. È la volta degli YOB (V), tre brani da “Atma” ed uno ciascuno pescato dai fondali fangosi di “The Great Cessation” e “The Unreal Never Lived”. Il trio dell’Oregon è ben affiatato e appare anche piuttosto gasato. Che dire del suono che viene sparato sulla folla, un pugno allo stomaco di magistrale stoner doom metal. Spettacolo assicurato con tanto di fuochi pirotecnici quello degli IN EXTREMO (T), alfieri del metal teutonico in salsa folk/medievale. Ciò che differenzia loro da molte nuove leve con la passione per troll ed elfi è il vero utilizzo di strumenti medievali come cornamusa, arpa, ghironda e cetra. Davvero un’ottima live band. Nel nostro tendone preferito è arrivato il momento dei SAINT VITUS (V), in una dimensione a loro più congeniale rispetto all’esibizione sul Main Stage nel 2009, dove addirittura suonarono in chiusura dopo gli Heaven and Hell. Il palco più piccolo e l’atmosfera più raccolta li fanno sembrare meno Dei scesi in terra. Dave Chandler e Mark Adams erano già stati avvistati a fare baldoria con gli amici Orange Goblin nel pomeriggio, dunque c’è un bel clima nell’aria, che si rispecchia ovviamente sul palco. “I Bleed Black” infiamma subito gli animi, e poi giù ancora con “Look Behind You”, “Dying Inside” e “Born Too Late”. Il pubblico ne vuole ancora, ma bisogna accontentarsi di sessanta minuti di scaletta, la timeline non permette variazioni.
I NAPALM DEATH (A) sforano di qualche minuto, giusto il tempo di “Nazi Punks Fuck Off” e “Scum”. Una manciata di cartucce sparate spietatamente e la band di Birmingham conclude nell’ovazione ciò che pare esser stato un concerto memorabile. Nei paraggi si stanno preparando gli ENSLAVED (T). La loro formula si aggrappa alle proprie radici vichinghe per poi evolversi in metal progressivo dal flavour pinkfloydiano e dai retaggi black metal. I cinque di Bergen offrono anche una loro personale reinterpretazione del classico dei Led Zeppelin “Immigrant Song”, inaspettata quanto gradita. La vista di Axl Rose conciato così e una imbarazzante “Welcome to the Jungle” sono sufficienti per fuggire a gambe levate dall’area Main Stage, ai GUNS N’ ROSES odierni preferiamo gli ENTOMBED (A) e i THE DEVIL’S BLOOD (V). Grande curiosità per gli olandesi, infinitamente ripagata con uno spettacolo teatrale/musicale impressionante. Heavy psichedelia occulta che puzza di zolfo e Coven, che rappresenta il culto del diavolo in musica. Il rituale è officiato da una donna corpulenta dalle doti vocali notevoli e dalla presenza magnetica. Promossi a pieni voti. E mentre un’altra incredibile giornata volge al termine, tocca ai REFUSED (W). Il comunicato ufficiale apparso sul loro sito in occasione del tour di reunion parla di una band che era solita salire a bordo del proprio furgone per raggiungere locali, squat, seminterrati e suonare per 20-50 persone, 100 quando la serata era proprio un successone. A distanza di 14 anni dal proprio scioglimento, contemporaneamente ad un riavvicinamento alla musica da parte dei quattro membri della band, arriva l’offerta decisiva. Il Coachella Festival vuole i Refused, e li avrà. Dopotutto “The Shape of Punk to Come” non ebbe la giustizia che avrebbe meritato a suo tempo, la band si sciolse subito dopo e il disco fece il botto solo a distanza di qualche anno. Quale migliore occasione per raccogliere i frutti di tanto successo. Ma questa volta i Refused sono sbalzati da squat e case private ai palchi di locali e festival tra i più importanti al mondo, e di questo David Lyxzén non può fare a meno di parlarne qui a Clisson, quasi commosso. Il concerto del quartetto di Umeå è forse il migliore dell’intero festival. Avranno offerto loro certamente un pacco di soldi per questo tour, ma se li meritano tutti fino all’ultimo centesimo; una band assolutamente imprescindibile e nonostante tutto ancora giovane. Incredibile come pezzi vecchi di 15 anni o più possano ancora risultare avanti. Refused are fucking back. Due soli pezzi dei BEHEMOTH (T) bastano invece per notare con piacere un Nergal in splendida forma (il cantante polacco ha combattuto e vinto una battaglia contro la leucemia di recente). Forse non più fondamentali su disco, ma dal vivo rimangono una band micidiale. E ora tutti alle proprie tende a ricaricare le pile.

DOMENICA 17 GIUGNO

Anche questa notte la pioggia non ha dato tregua e la giornata non promette bene sotto il profilo meteorologico. Dalla valle giunge il tipico suono cupo e pieno di bassi a cui stiamo ormai abituati, e questa volta è merito degli YEAR OF NO LIGHT (V) e del loro sludge doom a tre chitarre. L’Hellfest ha sempre avuto un occhio di riguardo per le band francesi, e loro sono davvero un’ottima scelta. Gli italianissimi HOUR OF PENANCE (A) vengono penalizzati da un sound troppo confuso, purtroppo non una novità sul quel palco. Diversi pezzi dall’ottimo “Sedition”, ultimo lavoro della band romana uscito per l’americana Prosthetic Records, e buona reazione da parte del pubblico nonostante l’orario e il poco tempo a disposizione. Altra band francese che sta facendo molto parlare di sé negli ultimi anni, gli ALCEST (V). L’esordio sul finire degli anni 90 ci mostra una band legata al filone black metal, ma che subito dopo il primo demo segue una strada tutta sua, via via sempre più eterea e raffinata. Si potrebbe parlare di black metal positivo, ma del genere rimangono ormai solo rare screaming vocals e dei tempi più serrati centellinati con estrema parsimonia. Malinconia, voci soavi, post rock onirico e shoegaze romantico. La pace dei sensi in 40 minuti. Ottimi i LITURGY (T), purtroppo non facilmente assimilabili in tale contesto: la loro proposta infatti non trova esattamente un’accoglienza entusiastica. Nel tendone si sta comodi, e non bisogna per nulla sgomitare per raggiungere le prime file. Black metal molto sperimentale, ai limiti dell’industrial fino a lambire l’elettronica più ambient, ma l’utilizzo della drum machine spiazza parecchio in sede live. L’approccio dei MONKEY 3 (V) alla materia space rock è encomiabile. Strutture partorite da lunghe jam strumentali, stoner psych liquido e reiterato che sembra partorito da un incrocio tra 35007 e i Tool meno matematici. Nessuna pretesa di originalità ma solo di buona musica.
Dopo Ufomammut e Hour of Penance, l’ultima band italiana in scaletta sono i FORGOTTEN TOMB (T). La band di Herr Morbid ha fortemente intensificato l’attività live negli ultimi anni e la chiamata a Clisson è un buon segno. Lontani dal depressive black metal degli esordi con cui vengono ancora troppo spesso etichettati, i Forgotten Tomb di oggi non nascondono le proprie disparate influenze: sludge doom, gothic rock, New Wave, i Katatonia di “Brave Murder Day” e molto altro. “Shutter” da vivo è un macigno, “Alone” è un classico da brividi; musica negativa per gente negativa. Qual è il miglior gruppo stoner doom capitanato da una donna? Ovvio, gli ACID KING (V), e quella donna si chiama Lori. Riff tritacarne e presenza scenica austera per il trio di San Francisco, qui davvero molto atteso. “Busse Woods”, “2 Wheel Nation” e “Sunshine and Sorrow” sono i punti salienti di una prestazione granitica e vigorosa. Gli ANAAL NATHRAKH (T) sono la migliore scoperta in ambito estremo fatta di recente. Violentissimi e nel loro piccolo piuttosto personali. Black e death metal mescolati con grindcore non sono cose che si ascoltano tutti i giorni, e questi illustri concittadini dei Napalm Death hanno trovato la formula giusta. Un bel tuffo nel passato con i BLUE ÖYSTER CULT (MS1) ma l’attenzione si limita a “Godzilla” e “Don’t Fear the Reaper”, viste da posizione defilata. C’è da prender posto per il concerto dei PENTAGRAM (V). All’Hellfest 2009 la band di Bobby Liebling dovette cancellare la propria apparizione per motivi più o meno intuibili, lasciando tutti con l’amaro in bocca. Ma finalmente ci siamo. Il ritmo incalzante di “Death Row” accende la miccia, il resto è un susseguirsi di pietre miliari: “Forever My Queen”, “Sign of the Wolf”, “Dying Wold” e “Wartime”. La fratellanza del doom si stringe in venerazione, le espressioni di Bobby sono da antologia. Forse 50 minuti a disposizione per dei simili Maestri sono pochini, ma ci accontentiamo senza lamentarci. Grazie Pentagram. All’età di16 anni Vegard Sverre Tveitan fondò una black metal band e a soli 19 scrisse una pagina fondamentale nella storia del genere incidendo “In the Nightside Eclipse”, loro erano gli Emperor. Oggi IHSAHN (T) è un musicista poliedrico, con una carriera solista che vanta già 4 album all’attivo. La release date ufficiale di “Eremita” è proprio domani, un’occasione ghiotta per presentarlo al grande pubblico. Progressive metal atmosferico con ricadute estreme e tre voci che si incastrano a meraviglia.
Le sorprese non finiscono qui, l’Hellfest ci ha abituati ad un colpo di scena dopo l’altro. Il compito di Wino non si è esaurito ieri con i Saint Vitus, ma continua con i redivivi THE OBSESSED (V), in formazione a tre insieme a Guy Pinhas e Greg Rogers, ovvero la sezione ritmica dei Goatsnake. Show informale e significativo, con la consueta presenza scenica di Wino, tanto più a suo agio quando imbraccia una chitarra. Il lavoro di basso di Guy è incredibile, sorretto da un drumming possente ed essenziale. Anche gli ARCTURUS (T) hanno ceduto al fascino della reunion, e lo fanno mantenendo la stessa formazione che con cui abbandonarono le scene nel 2007. La visione avanguardistica del black metal messa in atto dalla truppa norvegese è sempre stata particolare e la loro prova è assolutamente egregia, a tratti penalizzata dalla voce troppo esasperata di ICS Vortex. Nel frattempo la pioggia scende copiosa e non resta che ripararsi sotto il tendone che di lì a poco ospiterà il rituale dei SUNN O))) (V). Tra fitte colonne di fumo e luci blu fanno il proprio ingresso quattro incappucciati. Oltre alla coppia Anderson/O’Malley ed un tastierista, il centro della scena è occupato da Attila Csihar dei Mayhem. Quello dei sunn O)) non è un concerto, ma un esperienza fisica prima ancora che sonora. La scatola toracica vibra, le ossa tutte vengono scosse da un energia misteriosa, la vista è alterata dall’incessante fumo e dai fasci di luce, come frutto di un’allucinazione collettiva. Si distinguono le silhouette e la muraglia di ampli, si viene schiacciati da un suono al limite della sopportazione umana, mentre la performance assume sempre più le caratteristiche di una funzione religiosa. Quando tutto è finito e le luci si accendono, il senso di spaesamento è elevato. Ricomponiamo i brandelli del nostro corpo per raggiungere di corsa OZZY OSBOURNE & FRIENDS (MS1), ma purtroppo il concerto è stato accorciato per la situazione meteo avversa, e per le condizioni di salute non proprio ottimali del mangiapipistrelli. Raduniamo le ultime forze per quei tamarri dei BIOHAZARD (W), tatuati, palestrati e con energia di strada allo stato puro. Assistiamo anche ad un invasione di palco da parte di svariate decine di fan durante “Punishment”, un colpo d’occhio inaudito. Gli anni sembrano non essere passati per loro. Ma prima di andare sotto coperta concludiamo definitivamente coi DIMMU BORGIR (T), con la marziale e cibernetica “Puritania” e con la maestosa e orchestrale “Progenies of the Great Apocalypse”.
Chissà cosa c’è da aspettarsi per la prossima edizione. Appuntamento al 21/22/23 giugno 2013 a Clisson.

Davide Straccione