HELLFEST 2013
Clisson (Francia)

Ogni anno nel mese di giugno, Clisson si trasforma da ridente paesino della Loira Atlantica ad autentica Mecca dell’heavy metal, e non solo. Tutto il paese ne è partecipe, dall’attempata signora del servizio navetta, alle cassiere del supermercato, fino al personale del treno Nantes-Clisson, sul quale poco prima di arrivare a destinazione, parte una “Thunderstruck” degli AC/DC direttamente dagli altoparlanti. Certo, sarebbe stata più a tema una “Highway to Hell” oppure “Hell Ain’t a Bad Place to Be”, ma lo stupore per certe piccolezze mette subito di buon umore. È giovedì ma la festa è già iniziata.
VENERDÌ 21 GIUGNO
Le scorte di cibo e alcol per i prossimi tre giorni sono assicurate, non ci resta che fiondarci nel vivo del festival. Prima tappa al Temple, stage principalmente devoto alle sonorità nere, con tanto di struttura pentacolare sovrastante. Ad inaugurarlo ci pensano i THE GREAT OLD ONES alle 10.30 del mattino. Pubblico non ancora numerosissimo ma attento al revisionismo black metal messo in atto dal quintetto aquitano, tra sfuriate, rallentamenti e ripartenze fulminee. All’altro polo dello stesso mega tendone sorge l’Altar, dove death metal e grind fanno il brutto e il cattivo tempo. Assaporo qualche pezzo degli australiani CAPTAIN CLEANOFF, la cui proverbiale ignoranza e la ferocia scaturite dall’amalgama di blast, riffoni e urla, catturano la nostra attenzione. Venti minuti a mezzogiorno quando un suono di chitarra gonfio e magnetico mi risucchia nella Valley, lì trovo gli EAGLE TWIN. I riff di Gentry Densley sono quanto di più sapiente, potente e vibrante ci sia in circolazione, un suono denso e catartico, che mette in vibrazione ogni singola parte del corpo. Per i profani, una sorta di fusione tra Neurosis e Melvins, ma con un approccio personale che solo il duo di Salt Lake City è in grado di ottenere. A seguire i canadesi BISON B.C. col loro stoner/sludge metal di buona fattura, in tour come band di supporto dei BLACK COBRA, di scena di lì a poco. Ancora una volta il duo super sludge di Los Angeles non fa prigionieri, erigendo un muro di suono fortificato e riversando una furia letale sugli astanti.
I finnici HOODED MENACE si sono costruiti una reputazione notevole nell’ambito death e doom in pochissimo tempo, attraverso la perfetta fusione dei due elementi che si accompagnano ad atmosfere orrorifiche e sepolcrali. Maligni anche in sede live. La provenienza geografica dei TÝR è insolita ed esotica invece, già soltanto nominare le isole Fær Øer è in sé qualcosa di evocativo e affascinante. Show coinvolgente e intenso, e tutto il pubblico del Temple sembra apprezzare. Intanto nell’adiacente Altar sono pronti gli EVOKEN. Tre quarti d’ora di austero e funereo death-doom, di cui la band americana è portabandiera dal 1994, forse troppo di nicchia per un mega raduno metal, ma il bello della tre giorni di Clisson sta proprio in questo. La prima vera sorpresa di questa giornata è di scena nella Valley e risponde al nome di BLACK BREATH. Quattro giovani redneck capelloni, che se ne infischiano dell’apparire trendy, e che macinano super-riff come se non ci fosse altra ragione di vita. Set assolutamente positivo e carichissimo come pochi, pieno di ignoranza motorheadiana, birra da discount e death ‘n roll. Dopo cotanta furia in-your-face, la cervelloticità dei BETWEEN THE BURIED AND ME sembra quasi eccessiva, esattamente il modo opposto di concepire la musica pesante. Tecnicamente ineccepibili, il loro show è a metà tra un concerto metal e una lezione di matematica, che per il pubblico più “nerd” è fonte di piacere anche fisico. Impegnativi da seguire dall’inizio alla fine, ma questo non pare essere un difetto, almeno non per il pubblico attento e fedele che li segue.
Sul Main Stage troviamo il buon Chuck Billy con la sua voce corposa a timone dei TESTAMENT, tra le istituzioni del metal mondiale, ancora in perfetta forma dopo quasi tre decadi. Una scenografia un po’ pacchiana a dire il vero, ma il concerto è tutto fuorché deprecabile. Incipit principalmente affidato ad estratti dell’ultimo “Dark Roots of Earth” per poi proseguire con classici del calibro di “Practice What You Preach” e “Into the Pit”. Non si riesce ad assistere all’intero show dei thrasher della Bay Area, complice l’accavallamento con ABSU e PALLBEARER. Tra questi nomi prediligiamo i secondi, poiché il debutto “Sorrow and Extintion” ha ricevuto critiche molto positive dalla stampa mondiale, attirando anche ambienti meno ortodossi come Pitchfork, tanto per fare un nome. Pallbearer sta più o meno per “colui che porta la bara”, in perfetta armonia col doom crudo e trionfale proposto dalla band statunitense, che a tratti ricorda i Warning di Patrick Walker per intensità e carica emotiva, ma con un approccio più ruvido e melmoso. Un’altra piacevole scoperta, che in sede live si lascia godere. I TWISTED SISTER invece ci riportano su binari più festaioli ricordandoci che siamo ad un grande party e che dobbiamo spaccarci e divertirci. L’atmosfera si surriscalda e le donzelle più disinibite offrono mammelle al dio del glam. Guardare fugacemente ma non toccare, anche perché nell’Altar ci sono gli ASPHYX. I death-doomster olandesi producono una valanga di riff killer e a concerto da poco iniziato la folla è già caldissima, incitata a dovere dal brizzolatissimo Martin van Drunen. Una band che non è mai scesa a compromessi, il cui spirito è ancora indissolubilmente legato all’underground. Ottimi anche i PRIMORDIAL, sotto il pentacolo luminoso del Temple. Nonostante uno show coinvolgente ma impreciso all’Hellfest 2011 causa l’intonazione non sempre brillante del cantante, la band dublinese spazza via ogni ricordo precedente offrendo agli astanti uno show superiore sotto ogni punto di vista. La voce del vigoroso Alan è come la vogliamo, potente, epica e graffiante, preciso sulle zone acute e tagliente nelle parti urlate. Il finale con “Empire Falls” è commuovente. Dei BLACK PYRAMID acciuffiamo una manciata di pezzi nella Valley, principalmente pescati dall’ultimo lavoro, il valido “Adversarial”, i cui brani però sono più incisivi dal vivo che su disco, dove purtroppo la batteria è colpevolmente troppo bassa nel mix, con conseguente mancanza di botta che nel loro genere è fondamentale. Dal vivo tuttavia il problema non si pone, per fortuna. E che dire invece delle reunion, ormai non si contano più le band del passato che decidono di tornare assieme, un trend che inizia a diventare fastidioso, soprattutto se a cavalcare quest’onda sono band tutt’altro che imprescindibili. Siamo sicuri che sentivamo la mancanza dei CEREMONIAL OATH? Per chi non li conoscesse una delle prime band di death melodico svedese, nati all’inizio degli anni 90 per volere di Oskar Dronjak degli Hammerfall, Jesper Strömbland degli In Flames e Anders Iwers dei Tiamat, a conti fatti una super band per ciò che i suoi componenti avrebbero fatto successivamente, ma scioltasi prematuramente e senza grossi successi dopo appena un paio di album di discreto death metal melodico. Show tutt’altro che entusiasmante, in cui la vera cosa piacevole derivava dal fatto di vedere dei vecchi amici di gioventù divertirsi come in una rimpatriata. Mossa nostalgica ma francamente evitabile.
Anche gli SLEEP sono tornati insieme da qualche anno, ma non c’è paragone. Erano tanti gli adepti ad aspettare questa istituzione dello stoner doom, alcuni tranquillamente con un bong in mano. Matt Pike fa il suo ingresso a petto nudo, e sebbene la disintossicazione sembra aver fatto effetto, ha una panza grossa e dura come un macigno, su cui penzola grave la chitarra che canta i riff magistralmente essenziali di “Holy Mountain”, “Dragonaut” e “Dopesmoker”. Al Cisneros sembra avere qualche problema con le spie, il che lo rende nervoso. È un grazioso pachiderma vestito di nero, che ha fatto del suo modo di suonare il basso un marchio di fabbrica, negli Sleep prima, negli OM poi. Due personalità, Matt e Al, agli antipodi, sia sul palco che fuori, complici di aver creato il Culto. Lo spettacolo degli Sleep è un lungo viaggio astrale nel quale farsi avvolgere e capovolgere per tutta la sua durata. Si torna nuovamente in Svezia con gli AT THE GATES, quelli di “Slaughter of the Soul”, quelli dell’infaticabile “Tompa” Lindberg, anche loro affetti dalla sindrome da reunion, ma certamente più accreditati dei colleghi di cui prima, se non altro complici di aver plasmato il cosiddetto Gothenburg sound, e scusate se poco. Dire che erano attesissimi è dir poco. Numerosi i brani tratti dal loro canto del cigno, eseguito quasi per intero ad eccezione di due o tre brani. La band trova il tempo per omaggiare Jeff Hanneman con la cover di “Captor of Sin” degli Slayer. Lo show si chiude in bellezza con “Kingdom Gone”, tratta dal primo album “The Red in the Sky Is Ours”, non prima del pezzo per eccellenza, quel “Blinded by Fear” che ha causato mal di collo alla gioventù di tanti metalheads. Ma la ciliegina sulla torta deve ancora arrivare, e ci pensano i NEUROSIS a piazzarcela. Nessuno come loro riesce ad esprimere così bene la frustrazione, il dolore, la rabbia e la rassegnazione; nessuno come loro riesce ad essere fedele al proprio spirito; nessuno come loro riesce a suonare come i Neurosis. A mezzanotte in punto il concerto si apre sulle note di “Eye”, tratta da “Trough Silver in Blood”, per poi snodarsi in un susseguirsi di atmosfere gravi e piene di pathos, una serie di pugni allo stomaco profondi e costanti. Un buon 40% del set è affidato a brani estratti dall’ultimo “Honor Found in Decay”, per il resto un paio da “Given to the Rising”, “Times of Grace” dall’omonimo disco del 1999 e chiusura con “Locust Star”. Nonostante ormai sia tutto finito, continuando a girovagare si ficca il naso prima dalle parti dei SICK OF IT ALL, poi in zona SIX FEET UNDER, ma dopo quindici ore in piedi l’attenzione va scemando insieme alla forza negli arti inferiori. Il set della band hardcore newyorkese include “Busted”, pezzi da novanta come “Call to Arms”, “Scratch the Surface” e “Step Down”. La band dei fratelli Koller mettono a ferro e fuoco la Warzone. L’afterparty è cafone quanto basta e scivola via tra danze sfrenate e sing-along su discutibili brani danzerecci, il tutto innaffiato da bevande del tasso alcolico variabile. Il campeggio del festival è pieno di gente che continua a far festa, per usare un eufemismo, ma abbiamo già dato. Per oggi.
SABATO 22 GIUGNO
La mattinata inizia più tardi del solito con i triestini THE SECRET presso il Temple. Unica band italiana in tabellone, che ci fa fare una figura grandiosa. Hardcore nerissimo e violentissimo, con connotati crust, grind e black metal, un intruglio ben concepito che è valso ai nostri un contratto con Southern Lord, e che finalmente li vede partecipare a tour e festival di rilievo. Il frontman Marco Coslovich incita il pubblico presente ad innalzare i propri pugni, e il tendone si trasforma in una foresta di nocche turgide, su cui si infrange la deflagrazione del sound brutale proveniente dal palco. Un risveglio burrascoso ma efficace. Ben altra atmosfera al Main Stage 1 con gli AUDREY HORNE, band hard rock norvegese che vede tra le sue fila i chitarristi di Enslaved e Sahg, ma che hanno poco a che spartire con le rispettive band madri. Ampio spazio affidato al recente lavoro “Youngblood” che predilige hard rock old school ed heavy metal classico allo scenario post-grunge del precedente album omonimo, di cui vengono eseguiti diversi brani tra cui la bellissima “Blaze of Ashes”. Dal vivo sono una band rock autentica, come quelle a cavallo degli anni ’70 e ’80, ed emanano tantissima positività. Il tempo oggi fa un po’ più schifo del solito, ma ormai più nulla ci impensierisce, anche perché quasi tutte le cose da vedere sono sotto i tendoni. Infatti sul Main Stage accanto è il turno dei P.O.D. , saltati a pié pari, nonostante il cantante Sonny Sandoval abbia appena detto che non tornano in Europa da ben dieci anni. Nella Valley un paio di pezzi dei PROCESSION fanno ricredere sulla qualità del progetto: la band cilena segue la scia del doom metal tradizionale, quello che accomuna Black Sabbath, Saint Vitus e Candlemass; «il doom metal come dovrebbe essere», si legge in alcuni commenti sulla loro bacheca YouTube. Il loro secondo album “To Reap Heavens Apart” merita sicuramente un ascolto. Tutt’altra musica al Temple con i MONSTROSITY, un nome un programma. Uno di quei gruppi il cui cantante annuncia anche i pezzi in growl, la cui musica è intransigente quanto quella dei Deicide o dei Malevolent Creation, che nel death metal made in Florida ci sguazza da più di 20 anni. Il batterista Lee Harrison è l’unico membro originale sopravvissuto ai numerosi cambi di line-up che la band ha dovuto affrontare nel corso degli anni, e tiene ben salde le redini della band che dal vivo ha ancora tanta energia da condividere con i fan.
Nella fumosa Valley ecco THE UNCLE ACID AND THE DEADBEATS, band rivelazione nel panorama heavy psych britannico, scoperti da Lee Dorrian e dalla sua Rise Above. Tre album in tre anni ed ora annunciati come supporting band dei Black Sabbath per il loro prossimo tour europeo, il quartetto di Cambridge sembra proprio che stia bruciando tutte le tappe. C’è molta curiosità sul loro conto soprattutto in sede live, avendo debuttato dal vivo solo lo scorso marzo a Londra. Curiosità ripagata positivamente, come già letto altrove gli Uncle Acid suonano come l’anello di congiunzione tra Black Sabbath, Stooges e un giovane Alice Cooper. Partenza affidata alle note vintage di “I’ll Cut You Down” tratta dal penultimo “Blood Lust”, poi molti estratti dal recente “Mind Control” e un ripescaggio anche da “Volume 1” con “Crystal Spiders”. La band è in forma, e la doppia voce armonizzata è una costante piacevole dell’intero concerto, oltre ad una buona dose di psichedelia e blues. Dei francesi THE OLD DEAD TREE se ne parla da diversi anni in vari magazine, per la loro proposta molto variegata ma riconducibile al gothic metal. La band si sciolse nel 2009 dopo appena 3 album, ma il 2013 segna il decennale del primo album “The Nameless Dead” e per l’occasione la band decide di tornare insieme. Molto gradevoli sia i cambi di atmosfera dei brani sia i differenti stili vocali. A giudicare dalla risposta del pubblico, in Francia hanno un’ottima reputazione ed uno zoccolo duro che li segue, e questo ritorno è stato graditissimo. Show composto ma convincente. Finalmente è giunto il momento dei WITCHCRAFT. Era andato di traverso l’annullamento del tour europeo di maggio e anche questa esibizione all’Hellfest era stata prima annunciata, poi smentita, poi all’ultimo riconfermata, in conclusione una buona notizia dunque. La curiosità è alle stelle, soprattutto dopo lo stravolgimento della line-up e dopo un album come “Legend”, che appende al chiodo i polverosi apparati vintage per avvicinarsi ad un approccio più moderno e ad un sound più al passo coi tempi, perlomeno a livello di produzione. Strano vedere Magnus Pelander senza chitarra, tocca farci un po’ l’abitudine, soprattutto alle sue smorfie buffe e al suo goffo dimenarsi. È tutta un’altra band, la magia degli esordi è completamente svanita. Si avverte un po’ di smarrimento, ma il concerto lo portano comunque a casa: Pelander canta piuttosto bene, la band è affiatata e i nuovi brani rendono molto. La scaletta è interamente incentrata sull’ultimo album, salvo un paio di eccezioni, tra cui la meravigliosa “No Angels or Demon” che però i nuovi Witchcraft suonano in maniera fredda e poco passionale.
Sono ormai di casa all’Hellfest i DOWN, ma stavolta hanno come svantaggio un Phil Anselmo davvero spompato. Ormai non è più una novità che non sia più al top della forma, ma qui è stato davvero sottotono sotto il profilo dell’esecuzione. Niente da dire sulla sua presenza scenica (anche stavolta si è spaccato il solito microfono in fronte) e sul suo tipico savoir-faire louisiano. La band va dritta come un treno, e in fondo al buon Phil si perdona un po’ tutto, per cui va bene così. Intanto si fa concreta la notizia dell’annullamento del concerto dei Clutch l’indomani e di una sostituzione last minute da parte degli stessi Down, che eseguiranno un set speciale di cover. Anselmo conferma. Tocca quindi ai KARMA TO BURN, visti dal vivo innumerevoli volte negli ultimi anni, senza mai annoiare. Nell’amata Stoner Tent, oltre a notare la defezione di Rob Oswald alla batteria, incuriosisce anche l’assenza (senza sostituzione) di Rich Mullins al basso. I KTB sono un duo, col buon William Mecum che prende a tutti gli effetti le redini del frontman, utilizzando anche più spesso il microfono per interagire col pubblico. La mancanza del basso si sente, tuttavia la semplicità e l’immediatezza dei pezzi della band non ce lo fanno rimpiangere troppo. I ROTTING CHRIST invece sono al completo, e li pizzichiamo nel bel mezzo di uno show imponente, che include “Χαος γενετο (The Sign of Prime Creation)” dall’album “Theogonia” del 2007, davvero superba dal vivo. Anche per gli AMORPHIS il concerto è principalmente focalizzato sull’esecuzione dell’ultimo lavoro, “Circle”. I finlandesi sono una band d’esperienza, che ha ormai trovato nel “nuovo” cantante Tomi Joutsen l’icona di cui avevano bisogno, oltre che ad una voce meravigliosa. Migliori episodi del concerto sono senza dubbio i brani più datati, qui rappresentati solo da “Into Hiding” e “On Rich and Poor”. Ce le facciamo bastare.
La Valley è gremita per i RED FANG, che sono diventati dei veri idoli grazie ai loro video divertenti e alla loro musicaccia sporca e poco impegnativa. Stonerone influenzato da Melvins, Orange Goblin e tanta altra roba in mezzo, i Red Fang piacciono perché oltre a suonare musica figa, sono anche dei personaggi simpatici a pelle. I numeri giusti ce li hanno tutti, prima “Hank Is Dead”, poi “Wires”, gran finale con “Prehistoric Dog”. Ben fatto, ragazzacci! Saltati i Converge (già visti qualche tempo fa a Roma) ecco i MY DYING BRIDE presso il Temple. Aaron Stainthorpe in pantaloni neri, camicia bianca, testa rasata, sobrio e austero, oscuro cantore del destino avverso. Finalmente la band torna ad avere un violinista in pianta stabile, ed eseguono meravigliosamente brani del calibro di “The Snow in My Hand” e “A Kiss to Remember”. Pescano anche dal passato remoto con “The Thrash of Naked Limbs”, inaspettata. Un concerto doom con la D maiuscola: soffocante, solenne, passionale. C’è da dire che all’Hellfest le barbe sono molto apprezzate, lo dimostrano i più bizzarri segni di approvazione che riscuote la discreta peluria caprina di chi scrive. Doverosa introduzione per gli ZZ TOP, che in quanto a barbe sono i numeri uno. Dopo i Lynyrd Skynyrd lo scorso anno, un’altra istituzione del southern rock a Clisson, tutti classe 1949. La voce di Billy Gibbons è ormai un rantolo, la band tutta è visibilmente impagliata, ma cazzo non puoi avercela con gli ZZ Top, cosa dareste per avere un parente qualsiasi come uno di loro? Molto bello l’omaggio a Jimi Hendrix con il classico dei classici “Foxy Lady” e finalone con “La Grange”, “Sloppy Drunk Jam” e “Tush”. Da un’istituzione del rock classico ad un caposaldo dell’heavy metal tout court nella sua veste più pura, i MANILLA ROAD. Mark Shelton, detto “The Shark”, appare come il fratello maggiore di David Chandler dei Saint Vitus, entrambi chitarristi tra l’altro. Un baluardo di ostinazione e intransigenza, degni del culto a loro rivolto. Prosegue la carrellata dei mostri sacri, stavolta tocca al genere epic doom, e chi meglio dei CANDLEMASS ne incarna l’essenza. Dopo “Psalm for the Dead”, Matt Levén (voce dei Krux) ha sostituito Robert Lowe, che era ormai in forza ai Candlemass da ben tre album. Nonostante Matt abbia una voce potentissima e abbia dato ampiamente sfoggio delle sue doti, non si riesce a scrollarsi di dosso l’idea che quelle che si ascoltavano suonassero come delle cover. Comprensibile l’estrema difficoltà per una band europea nell’avere un frontman americano, e Matt probabilmente è la scelta migliore, ma tocca lasciar passare del tempo, magari fino al prossimo disco, per rivederli dal vivo a mente fredda. Cambio d’aria per una seconda visita alla Warzone, dove ci sono i NOFX. Fat Mike e compagni restano dei cazzoni immani e adorano divertirsi come ai vecchi tempi. Insomma sembra proprio che nulla sia cambiato. Di fila “Linoleum” e “Perfect Government” dal loro album best-seller del 1994, dimostrano come i quattro punk californiani giochino molto sul fatto di trovarsi ad un festival prettamente metal, dicendo stronzate a non finire e facedoci fare delle grasse risate. Secondo Fat Mike il festival dovrebbe chiamarsi Hellofest, affinché suoni meno minaccioso. Alcuni di questi jokes sono rivolti ai Kiss («Kiss fucking sucks, Bad Religion rules») che ai Nofx faranno cagare.
Tocca infatti proprio ai KISS: una produzione megagalattica, uno schermo gigante dietro di loro, che in aggiunta agli schermi laterali (piccoli in confronto a quello sul palco) permettono a chiunque, anche da molto lontano di godersi lo spettacolo. E di puro spettacolo si tratta: fuochi d’artificio, esplosioni, tutto sincronizzato al millisecondo, torce infuocate, elevatori esagerati e ogni sorta di follia possibile. Musicalmente c’è ben poco da dire, sono talmente affiatati che ormai vanno in automatico, e anche vocalmente, anche se non sempre precisi i nostri quattro supereroi pittati fanno bella figura. Partenza in pompa magna con “Psycho Circus” e “Shout It Out Loud”, immancabili “God of Thunder”, “Rock and Roll All Nite” e “Detroit Rock City”, ma la cosa più assurda è Paul Stanley che “vola” per decine e decine di metri sopra la folla per poi approdare su un palchetto laterale alla postazione mixer, durante “Love Gun”. I Kiss possono fare quello che vogliono, noi possiamo solo urlare e applaudire. Il loro modo di truccarsi ha influenzato un intero mondo, quello del black metal ad esempio, e al Temple ci sono nientepopodimeno che gli IMMORTAL. Il concerto dei Kiss lascia scoperti gli ultimi 20 minuti della band di Abbath, e dunque ce li gustiamo avidamente. Lo show è maestoso e glaciale, con tonalità dominanti di bianco e blu. “Withstand the Fall of Time” è la miglior composizione della band norvegese, i cui riff sono quanto di più trionfale ci possa essere. L’odore di zolfo comincia ad invadere il tendone che abbraccia Temple e Altar, e su quest’ultimo tutto è pronto per il rituale dei MORBID ANGEL. Tutto incredibilmente devastante, con “Immortal Rites” come ouverture. La fitta sassaiola procede con “Fall from Grace” prima e “Day of Suffering” subito dopo. David Vincent ricorda che quel giorno esatto ricorre il ventennale di “Covenant”, dal quale eseguono di fila “Rapture”, “Pain Divine” e “Sworn to the Black”. La scaletta procede senza intoppi, ma l’eventualità dell’inserimento di brani tratti dall’ultimo discutibile “Illud Divinum Insanus” preoccupa. Vengono inseriti giusto un paio di pezzi tra i più metal quindi possiamo ritenerci fortunati. Gran finale sulle note ancestrali di “Chapel of Ghouls”. Perdiamo lo show dei Cult of Luna, come quelli di Korn e Bad Religion: in un festival con così tante band bisogna mettere in conto qualche rinuncia ogni tanto. Il dono dell’ubiquità non è ancora acquisito, per il momento.
DOMENICA 23 GIUGNO
La stanchezza accumulata è notevole, ma per la buona musica si fanno anche levatacce. Scopo della mattinata: non perdere i LEPROUS. Missione compiuta. L’Altar era ancora piuttosto vuotino, il che li ha fatti godere ancora meglio. I Leprous sono autori di un progressive metal moderno e maturo, a metà strada tra i Pain of Salvation e i lavori più romantici di Devin Townsend, approcciato in maniera molto sensibile e personale. Questi pallidi giovanotti norvegesi faranno strada, le carte in regola ce le hanno già tutte e la professionalità e la perizia espressa depongono a loro favore. Loro sono anche la live band di IHSAHN, che sarà di scena nel pomeriggio, ma che purtroppo questa volta perdiamo. Prossima fermata alla Valley per i TRUCKFIGHTERS, che i lettori di Perkele conoscono bene. L’aver lavorato duro in questa dozzina di anni d’attività ha portato i suoi frutti, il nome di Dango e soci si vede sempre più spesso affiancato a nomi più blasonati, e la loro fetta di pubblico è in rapida espansione. Sulle note di “Desert Cruiser” hanno inizio le danze, subito dritti al punto senza preliminari, ci piace. Pieni di energia e senza dubbio una band migliore anche dal punto di vista tecnico rispetto a qualche tempo fa. Una breve boccata di death metal esotico al Temple con i brasiliani KRISIUN, tritatutto di prestanza fisica e capelli corvini, più che un concerto un patto di guerra in nome del demonio. Anche quest’oggi i concerti alla Valley sono uno più interessante dell’altro, e i MY SLEEPING KARMA non sono da meno, scintillante punta di diamante della New Wave of German Heavy Psychedelia. Uno show totalmente polarizzante, da assorbire dall’inizio alla fine. Dei quattro pezzi proposti, due sono tratti dal recente “Soma”, nello specifico “Glow11” e l’idilliaca “Ephedra”. Un viaggio ad occhi aperti, altamente terapeutici. Subito dopo al Temple troviamo i CRYPTOPSY, che contraggono nuovamente tutti i nervi e i muscoli appena rilassati col loro death metal tecnico e brutale, precisi quanto un chirurgo, spietati come un macellaio. È poi la volta dei GRAVEYARD, la band che più di tutte ha esportato la psichedelia di Örebro nel mondo, grazie a tre album di gran pregio, di cui gli ultimi due su Nuclear Blast, etichetta colosso del metal mondiale, che dopo di loro si è accorta anche di Witchcraft, Orchid e Kadavar. Che abbiano capito che l’heavy psych, specialmente quello legato al retro-rock e al proto-doom, sia una miniera d’oro? Il concerto dei Graveyard è perfetto nella sua compostezza scandinava, con sound e voce al top. Ottima selezione di brani tratti dagli ultimi due dischi “Lights Out” e “Hisingen Blues”, senza la bellissima “No Good, Mr. Holden” preferita ad altri brani, tra cui “Ain’t Fit to Live in”. Chiudono con “Evil Ways”, tratto dal loro primo disco, tra il godimento generale e il dispiacere per una scaletta che tutti noi avremmo gradito più lunga.
Divertirsi con Danko Jones? Dare di matto con i Pig Destroyer? No, la curiosità vera è rivolta ai SENSER. La Warzone non è poi così gremita, d’altronde la band londinese è di difficile catalogazione. Mai avremmo pensato di sentire dal vivo brani di “Asylum”. È un tuffo negli anni 90, tra riff crossover, pulsazioni funk, atmosfere industrial, a sostegno di un’incalzante voce rappata e di un’energica voce femminile, rispettivamente di Heitham Al-Sayed e Kerstin Haigh. Spesso accostati ai Rage Against the Machine per i loro testi politicizzati, ma musicalmente molto più sperimentali, complice anche la presenza di un dj. Back to the Valley per gli attesi SPIRITUAL BEGGARS: lontani i tempi con Spice, fuori tempo massimo per JB, il nuovo frontman risponde al nome di Apollo Papathanasio. Alla corte di Michael Amott dal 2010 e in precedenza conosciuto principalmente come cantante power metal, dotato di un’estensione vocale importante, all’occorrenza graffiante, ma certamente meno selvaggia di quella dei suoi predecessori. Diversi brani estratti dal recente “Earth Blues”, ma i nostri mettono subito le cose in chiaro aprendo con “Left Brain Ambassadors” e offrendo un concerto gratificante. Assente ingiustificata la bellissima “Angel of Betrayal”, compensata da una chiusura in grande stile con “Euphoria”, vero e proprio inno della band dell’ex-Carcass. Pochi brani di NEWSTED, ex bassista di Flotsam & Jetsam nonché di Metallica e Voivod, torna sul palco coi VOIVOD per eseguire proprio “Voivod”. Subito prima era stata la volta di Mr. Prezzemolo Anselmo che aveva prestato le sue corde logore per la cover di “Astronomy Domine” dei Pink Floyd. Purtroppo sono racconti di amici, perché contemporaneamente nella Valley c’erano THE SWORD. Nessun pentimento, perché i riff ciccioni e a volte abbastanza scontati di questi redneck texani sono proprio quello che ci vuole in questo grigio pomeriggio francese. Songwriting facile facile, strofa-ritornello, riffoni, voce ozzyanica, metallo, stoner, doom, tutto ciò li rende una band da amare. I GOJIRA sono quasi degli eroi nazionali del nuovo metal “intellettuale” in Francia, e vista la loro posizione in scaletta e il posto in Main Stage non si può che concordare. Incanalabili tra progressive e death/thrash metal, con un forte senso per groove e melodia. Alle 19.35 sarebbero dovuti esserci i Clutch nella Valley, ma come già annunciato il giorno precedente, a causa di un lutto familiare (la morte del padre del frontman Neil Fallon) sono stati costretti ad annullare il tour. Il loro nome è stato onorato dai DOWN, questa volta con un set davvero speciale. Tanto per iniziare, due pezzoni da “NOLA”, raramente in scaletta durante i loro show: “Rehab” e “Swan Song”, ed è subito delirio. Il resto del set è composto da cover di Eyehategod, Crowbar e Corrosion of Conformity, con membri che si scambiano di ruolo, altri che lasciano il posto ad ospiti, amici, è festa. Fa capolino nuovamente Newsted su “Clean My Wounds” dei COC. Tutto sembra già preparato, e invece è stata una cosa cotta e mangiata, senza troppe premeditazioni, per questo molto autentica e genuina. E come gran finale “Bridge of Sighs” di Robin Trower, eseguita dai Down nuovamente al completo, quando inaspettatamente Pepper Keenan se ne esce col riff inconfondibile di “Walk” dei Pantera, che sfocia ben presto in un’improvvisazione, roba da grandi maestri. Anselmo conclude dicendo «We’re Down, we’re COC, we’re Crowbar, we’re Eyehategod, and we’re many other bands… and we love you man». È stato bello esserci, davvero.
All’Altar è la volta dei MOONSPELL, che dal vivo hanno una reputazione di ferro. I lupi lusitani perdono il pelo ma non il vizio, perché sebbene gli anni passino e gli album non siano sempre brillanti come in passato, un loro concerto è sempre una garanzia. Apprezzabile la scelta dei brani: oltre a classici come “Opium” e “Alma Mater”, viene ripescata “Ataegina”, b-side di “Wolfheart”, brano che mette in evidenza le loro forti radici portoghesi. Un’altra comunicazione di servizio ci informa che Danzig, previsto come ultima attrazione del Main Stage 2, viene anticipato alle 21.45 alla Valley, prendendo di fatto il posto dei Ghost, che avranno il privilegio di chiudere l’intero festival. Il nuovo slot serale di DANZIG consiste in un’ora scarsa, ma non resta che accontentarsi, ci sarà sicuramente un motivo valido dietro a questa inversione. Ora ciò che conta è godersi lo show fino all’ultima goccia. Glenn Allen Anzalone compie 58 anni proprio oggi, ma non sembra sentirli. La voce ancora intatta, il fisico prorompente, la grinta di un ragazzo, questo è Danzig nel 2013. Ma oltre all’esecuzione magistrale dei suoi migliori brani, a rendere questo show speciale è la presenza di Doyle in carne e muscoli, per mezz’ora nostalgica in cui verranno eseguiti i classici dei Misfits dell’era Danzig. Nell’ordine “Death Comes Ripping”, “Vampira”, “I Turned Into a Martian”, “Skulls”, “Astro Zombies”, “Last Caress”, “Bullet” ed infine “Die, Die My Darling”. Per chi non lo sapesse, Glenn Danzig piscia in testa a buona parte dei frontman oggi in circolazione. Un’ora di pausa per rifocillarsi e prepararsi alla quadro finale: SWANS. La Valley è semivuota, la gente concentrata tutta nella prima metà del tendone, e si arriva tra le primissime file senza sgomitare troppo. Gli amplificatori sul palco sono disposti a semicerchio, come piccoli megaliti, e la simmetria unita all’armonica disarmonia provocata dalle bordate noise/drone e dalla voce austera e ieratica di Michael Gira, offrono un piacevole senso di straniamento. Un concerto degli Swans è un’esperienza che va vissuta nella sua totalità, addentrandosi tra i suoi mantra industriali, le sue atmosfere salmodiali, e le incredibili botte di volume che arrivano come un brusco risveglio da un sonno tormentato. Mai soporiferi, capaci anzi di portare lo spettatore in un mondo altro, e non c’è possibilità di essere sovrappensiero, perché tutte le vostre capacità cognitive saranno impiegate in questa esperienza. Nel frattempo sul Main Stage 2, laddove ci sarebbe dovuto essere Danzig, ci sono i GHOST. E a quanto pare questa mossa gioca a loro favore, avendo a disposizione un set più lungo e concedendosi anche un doppio encore, cosa che nei festival è concessa solo agli headliner supremi. Una manovra di marketing ben riuscita, che sta facendo proseliti dappertutto, vi sarebbe bastato vedere lo stand preso d’assalto fin dal primo pomeriggio, nonostante i prezzi proibitivi delle t-shirt a 30€ cadauna. Parlando del concerto, le tenebre giovano non poco al loro spettacolo, che si conferma un buon pezzo di teatro con costumi di scena e movenze pompose ben studiate. La voce di Papa Emeritus è quanto di meno evocativo ci possa essere per una band del genere, eppure funziona, forse proprio per questo contrasto tra la sua immagine tenebrosa e la sua voce flemmatica. I pezzi di “Infestissumam” sono ancor più ruffiani e catchy del predecessore, facendo risaltare ancor più i loro testi “satanici”. Papa Emeritus si dimostra molto simpatico ed intrattiene un breve dialogo col pubblico, che pende dalle sue labbra, fan e semplici curiosi. “Monstrance Clock” chiude la loro esibizione tra scrosci d’applausi liberatori, perché al di là della buona performance dei misteriosi incappucciati, un altro Hellfest è giunto al termine, e l’applauso va in particolare a tutti gli eroi che ogni anno rendono possibile un evento del genere. Fossi in voi inizierei già a prenotare le ferie per il prossimo anno.

Davide Straccione