HELLFEST 2014
Clisson, Francia

Anche quest’anno Perkele era presente nella maestosa cornice dell’Hellfest, festival in continua ascesa e che ancora una volta ha messo d’accordo davvero tutti. Peccato solo per qualche accavallemento di troppo, che in più di un occasione ha messo il pubblico di fronte a delle scelte tutt’altro che semplici.
VENERDÌ 20 GIUGNO
Giusta partenza con i MARS RED SKY nel Valley. Il trio stoner psych di Bordeaux si rivela una piacevole scoperta e conciliano il risveglio dei sensi intorpiditi. Desertici, influenzati da molteplici sottofamiglie psichedeliche, caratterizzati da una doppia vocalità, con timbriche che spaziano tra il sabbathiano e l’etereo. Subito dopo è la volta dei CONAN, colpevolmente persi al Roadburn per sovraffollamento e già più volte caldeggiati come band da vedere. Come facciano a resistere con le loro felpe col cappuccio sotto un tendone a mezzogiorno, questo non è dato scoprirlo. Monolitici e ossessivi, con riffoni lenti, accordoni reiterati, voci (spesso doppie) mono-nota, sono degni allievi degli Sleep. Tuttavia, da spettatore, è difficile arrivare fino in fondo con lo stesso entusiasmo iniziale, ma davvero lodevoli per compattezza e ostinazione. Qualcosa di più estremo arriva dal Temple con gli IMPIETY, storica band black/thrash di Singapore. Penalizzati da un sound a dir poco confuso, che non permette di capire granché di ciò che succede sul palco, il maligno sembra comunque palesarsi e questo è l’importante. Tutt’altra storia per i CASPIAN, che incorniciano un’esibizione perfetta sotto ogni punto di vista. Tra le band più affascinanti dell’attuale scena post rock strumentale, capaci di creare dinamiche che vanno dal sibilo all’apocalisse.
I tedeschi DOWNFALL OF GAIA invece, rappresentano il versante cupo e disperato del post hardcore, nello stile reso celebre dai Fall of Efrafa, con sferzate che lambiscono talvolta territori black di scuola americana, Wolves in the Throne Room su tutti. Interessanti anche se non del tutto calibrati. I DESTRÖYER 666 sono senz’altro la band più azzeccata ad esibirsi sul palco del Temple, che rispetto agli anni passati ha sostituito l’enorme struttura sospesa a forma di croce rovesciata o pentacolo con tre grossi 6 sovrastanti le teste dei musicisti. Simbologia satanica a parte, il concerto dei nostri è stato intenso e incisivo, com’è da aspettarsi da una band dalla ventennale esperienza, sebbene l’unico membro originale rimasto in line up sia K.K. Warslut (voce e chitarra). Dei ROYAL THUNDER – progressive rock band di Atlanta, Georgia, di recente in supporto ai Baroness in tour e di casa presso Relapse Records – colpisce, oltre all’estrema musicalità dei brani e all’ottima resa live, la potenza della voce della frontgirl MLny Parsonz, che regge il gioco alla grande. Negli HAIL OF BULLETS ritroviamo due vecchie conoscenze del death metal: Martin Van Drunen e Paul Baayens, rispettivamente voce e chitarra anche negli Asphix. È una macchina da guerra ben oliata, un panzer death/doom di una violenza ed una esperienza inaudite. Brani come “General Winter” sono capaci di trasportarci nelle trincee innevate, mentre fuori dall’Altar dominano sole, vento e polvere.
Hanno bruciato le tappe ed ora sono tra le band più chiacchierate dell’intera compagine proto doom, sono i KADAVAR, giunti nel giro di un paio d’anni ad un contratto con Nuclear Blast e alla fama mondiale. Salvo qualche (perdonabile) calo vocale del frontman Lupus Lindemann, lo show del trio berlinese è stato un successo, come dimostra un Valley gremito all’inverosimile. ROB ZOMBIE nel 2014 lo preferiamo più come regista ed è stato davvero imbarazzante sentirlo storpiare pezzi come “Dragula” o “More Human Than Human”: passiamo oltre. I KYLESA si può dire che sono di casa qui all’Hellfest. Scaletta incentrata sui brani di “Ultraviolet”, forse l’album più riflessivo mai pubblicato dalla band di Savannah, e anche quello maggiormente melodico. “We’re Taking This” e “Unknown Awareness” da sole valgono la presenza al festival. Sul Main Stage 1 la scenografia glaciale richiama “Seventh Son of a Seventh Son” ed è proprio con “Moonchild” che il concerto degli IRON MAIDEN ha inizio. Il tempo passa per tutti, ma i Maiden sono sempre i Maiden, ed è sempre uno show superlativo quello che i maestri inglesi mettono in scena. Bruce Dickinson parla bene il francese, ma dimentica che gran parte del pubblico non può capirlo, tuttavia è la scaletta a parlare per loro, in un susseguirsi di grandi classici intervallati da assolute chicche come “Prisoners”, “Revelations” o “Sanctuary” oltre a ben 4 brani tratti dal succitato disco del 1988.
Via in tempo per vedere i GODFLESH, ma purtroppo la band non arriva in orario e l’organizzazione si vede costretta a posticipare l’esibizione, che purtroppo andrà ad accavallarsi a quella dei Kvelertak. I minuti restanti che separano dagli Slayer sono tutti per i WATAIN, paladini indiscussi delle tenebre, che tra fiamme e teste animali dominano la scena sul Temple. “We have come here tonight to celebrate the triumph of darkness over light”, è così che il frontman E. Danielsson introduce “Hymn to Qayin”. Gli svedesi offrono ad oggi uno degli show più intensi a oscuri in circolazione. Gli SLAYER, orfani di Hannemann e con il rientrante Paul Bostaph dietro le pelli, fanno il concerto che ci si aspetta dagli Slayer, nonostante tutto. Un’ora di pura devastazione che si apre con “Hell Awaits” e si conclude con “Angel of Death”. Nel mezzo tante cartucce sparate a colpo sicuro: “War Ensemble”, “Seasons in the Abyss”, “Dead Skin Mask”, “Raining Blood”, “South of Heaven”. Ma la giornata è tutt’altro che conclusa, perché il finale è tutto norvegese. Gli ENSLAVED offrono il solito show impeccabile, con la loro miscela unica di black metal, progressive rock e atmosfere viking. Nessun’altra band suona come loro, e l’originalità è qualcosa che in oltre 20 anni di carriera, la band di Bergen ha saputo costruire passo dopo passo. Live band di spessore, così come i connazionali KVELERTAK, che chiudono le danze in Warzone. La scalata del gruppo norvegese ha dell’incredibile, complice la loro formula vincente fatta di punk/hardcore, rock’n’roll, Turbonegro e black metal. La band ottiene il beneplacito di Hoest dei Taake, che appare a sorpresa come guest su “Ulvetid”. È una setlist perfetta, tirata, senza pause, con brani tratti da entrambi i dischi. I Kvelertak fanno divertire un sacco, ed è col sorriso che ci si infila nel sacco a pelo.

SABATO 21 GIUGNO
Oggi la giornata entra nel vivo con leggero ritardo e dispiace perdersi gli HARK e gli HERDER. Riscatto alla grande con i MOS GENERATOR. Il trio americano propone un folgorante hard rock dalle forti tinte sabbathiane, capitanati dal carismatico Tony Reed. Curiosità per i SUBROSA, band per tre quarti al femminile, con due violini elettrici a dettare gli schemi del gioco. A parte qualche lieve imprecisione di intonazione, riscontrabile anche nei dischi, lo show sembra essere genuino e ben riuscito, buoni l’impatto e l’intrigante proposta a metà strada tra lo sludge doom ed il folk più esoterico. Da risentire in un localino da 100 persone. Gli INCANTATION sono invece tra le band più malvagie e rigorose che ci siano, alfieri del death metal più intransigente, ad alto contenuto satanico. I loro rallentamenti magistrali sono un marchio di fabbrica ormai consolidato e la loro resa dal vivo è di una violenza efferata. Ottimo doom tradizionale con i WITCH MOUNTAIN, band fondata nel 1997 dal batterista Nathan Carson e dal chitarrista Rob Wrong. Il quartetto di Portland è compatto e regge bene il palco, la frontgirl Uta Plotkin si muove agevolmente sia su registri puliti ed epici sia sulle voci growl. Gli SHINING di Niklas Kvarforth, personaggio ambiguo ed eccentrico, si impadroniscono del Temple con il loro personale black metal “mid-tempo”. La performance della band svedese è stata coronata da un’esibizione degna di nota e da una resa sonora davvero perfetta.
Tocca poi agli ACID KING, iconica stoner doom band californiana guidata dalla corpulenta Lori, unica e indiscussa stoner-goddess. Sulle note di “Sunshine and Sorrow” il concerto è già nel vivo: i corpi sono ondeggianti e non si può far altro che seguire il flow. I nervi sono rilassati e la mente è dilatata quanto basta, ma occorre tornare lucidi perché nel vicino Temple stanno cominciando i GORGUTS. La band canadese sfoggia tecnica e brutalità imponendosi con un’esibizione magistrale. La prima metà del concerto è incentrata sui brani tratti dall’ultimo “Colored Sands”, ma non mancano gli estratti dagli altri album della band, in particolar modo da “Obscura” con “Nostalgia” e appunto la title track, posta in chiusura. Recuperano l’assenza dell’anno precedente i CLUTCH (per un lutto famigliare la band fu costretta ad annullare il tour). Probabilmente tra le live band rock migliori al mondo, senza troppi giri di parole. L’ultimo album “Earth Rocker” ha dei pezzi micidiali che riescono ad esserlo ancor di più dal vivo grazie ad una band tostissima e un cantante come Neil Fallon che è la quintessenza della voce rock. “Earth Rocker” e “Crucial Velocity” hanno un tiro incredibile in sede live, fanno ballare e saltare. La lezione di rock’n’roll si chiude con “The Wolf Man Kindly Request…”: Valley imballato all’inverosimile, a concerto iniziato era praticamente impossibile infiltrarsi nel tendone, segno che i Clutch erano attesissimi.
Si procede alla grande con le icone sacre dell’heavy psych, i MONSTER MAGNET. Dave Wyndorf indossa occhiali da sole e giacca di pelle e ha un mega-delay sulla voce talmente grosso che ogni volta che emette il minimo suono dagli speaker esce una sinfonia. L’ora a loro disposizione scorre via come la cosa più piacevole che ci sia, tra una “Medicine”, una “Dopes to Infinity”, una “Powertrip” e una “Space Lord”. In forma super. Il premio per il suono peggiore di tutto il festival va ai NILE, penalizzati da una doppia cassa triggerata davvero troppo invadente e acuta, e dal canale Lead della chitarra di Karl Sanders, che ogni volta che veniva azionata copriva tutti gli altri strumenti. Nel frattempo il tecnico luci si diverte a scrivere H E L L con luce led rossa sul palco del Temple, in vista dei GORGOROTH, accompagnati dal vivo nientemeno che da Hoest dei Taake. Della line up originale è rimasto praticamente solo il chitarrista Infernus, d’altronde i cambi di formazione all’interno della band norvegese non sono mai stati troppo rari. Show gradevole per gli amanti del genere, forse appesantito da un’immagine un po’ troppo pacchiana per i tempi che corrono.
Andiamo un po’ a trovare zio Phil, che ormai ogni anno ce lo troviamo all’Hellfest per un motivo o per un altro, questa volta per presentarci PHILIP H. ANSELMO & THE ILLEGALS. Ne abbiamo proprio bisogno? No. Le strutture delle canzoni sono abbastanza casuali e prevedibili e anche se Phil crede molto in questo progetto, non si percepisce quella passione a cui ci aveva abituati con i Pantera o con i Down. Una proposta estremamente in-your-face ma che non è né carne né pesce. Ultima band in scaletta, quando è ormai l’una, sono i CARCASS. Le note di “1985” (intro dell’ultimo “Surgical Steel”) accompagnano l’ingresso della band inglese che colpisce subito con “Buried Dreams”, davanti a migliaia di persone in delirio. Jeff Walker dice di essersi svegliato da poco, ha una certa età e farlo suonare all’una è deleterio, soprattutto perché fino a quell’ora può bere. Poi ci chiede perché non siamo a vedere gli AVENGED SEVENFOLD, e tornerà sull’argomento più volte nel corso della scaletta, con frecciatine via via più pesanti nei loro confronti. Infine ringrazia tutto il pubblico presente per supportare il vero metal, prima di una doppietta da infarto composta da “Corporal Jigsore Quandary” e “Heartwork”.

DOMENICA 22 GIUGNO
Gli YEAR OF THE GOAT non sono quel tipo di band che ti aspetteresti sul Main Stage di prima mattina. È un risveglio a suon di elegante rock occulto, dominato dal colore nero e dall’austera presenza scenica del sestetto svedese. È poi la volta dei BLUES PILLS, giovanissima rivelazione nel panorama blues rock mondiale, finiti anche loro sotto l’occhio attento della Nuclear Blast, che negli ultimi anni sembra aver posizionato la sua grossa lente sulle correnti psych più settantiane. L’affascinante Elin Larsson ha il pubblico in pugno, con la sua voce potente e le sue movenze ammalianti, e la band la sostiene alla grande. Qualche problema iniziale per i SATAN’S SATYRS, poi per fortuna risolto. Il loro proto metal’n’roll è di grande impatto e facile presa, anche se dal vivo vincono ma non convincono. Anche gli SCORPION CHILD sono entrati a far parte della scuderia Nuclear Blast, e anche qui parliamo di hard rock dalle forte tinte 70. Visti già all’opera al Roadburn, questi quattro texani confermano di avere il rock nelle vene, e di essere un’ottima live band. Primo assaggio di extreme metal intorno alle 13 sul palco del Temple con THE RUINS OF BEVERAST, oscura creatura di Alexander von Meilenwald. Il black/doom/death dei tedeschi è letale tanto su disco quanto in sede live. Sull’Altar gli ULCERATE impressionano e catturano l’attenzione totalmente. I neozelandesi suonano un technical death arricchito da concrezioni post metal, davvero mostruoso quello che possono fare in tre su un palco.
Nei DORDEDUH troviamo Hupogrammos e Sol Faur, entrambi trasmigrati dai Negura Bunget, le due band che maggiormente incarnano la parte più folk del metal romena. Un intro a suon di tulnic (quella spece di trombone di legno lunghissimo) e percussioni di legno e poi una progressione verso lidi via via più heavy, senza tralasciare la componente popolare che fa dei Dordeduh un inconfondibile marchio di fabbrica. Nella Valley i LOWRIDER sono già a metà del loro set: la band svedese si formò sul finire degli anni 90 ed ha all’attivo un solo album datato 2000 (il glorioso “Ode to IO”) oltre ad un paio di split precedenti, poi nel 2003 lo scioglimento, che pareva essere definitivo. Ed invece a distanza di 10 anni eccoli di nuovo a calcare i palchi. Che dire, il loro concerto all’Hellfest è stato davvero coinvolgente ed emozionante, stoner rock scandinavo della miglior specie. L’annullamento degli URFAUST non lascia dubbi sulla scelta da intraprendere: BLACK TUSK. La barba di Jonathan Athon (bassista/cantante) è secolare e rigogliosa, e la sua possenza è direttamente proporzionale alla potenza della band di Savannah (sì, anche loro concittadini di Kylesa e Baroness). Intanto il caldo e il vento fanno alzare miasmi di piscio che arrivano a lambire l’esterno del Valley, e per quanto possa far schifo, non c’è abbinamento più calzante con lo sludge degli americani.
Ancora barbe fluenti con gli HOUSE OF BROKEN PROMISES, che vedono in formazione Arthur Seay e Miguel Cancino degli Unida e hanno un album all’attivo su Small Stone. Lo stoner rock in mano ai californiani è sempre qualcosa di bello ed avvincente, e qui ne abbiamo la riprova. Ma anche la compagine stoner nord europea non è da meno: i redivivi DOZER tornano sulle scene dopo qualche periodo di silenzio e lasciano tutti di sasso. Show impeccabile e altamente energico, con scaletta a dir poco perfetta. Anche i PARADISE LOST tutto sommato se la cavano egregiamente, nonostante il solito Nick Holmes non proprio ineccepibile, ma ormai ci siamo talmente abituati che ce li teniamo così. La band di Halifax ha tutti i membri originali a parte il batterista, cosa per niente comune alla maggior parte delle band della loro era, e questo particolare assume davvero un senso ascoltando classici immortali come “Gothic”, “Remembrance” o “Enchantment”. Di corsa per i SOUNDGARDEN, colti all’arrivo nella bellissima “The Day I Tried to Live”, seguita da “Jesus Christ Pose” nella quale il buon Chris Cornell sembra arrampicarsi sulle note alte con meno naturalezza rispetto ai bei tempi. Certo, non si può pretendere che la voce sia quella di vent’anni fa, manca il graffio che lo ha sempre caratterizzato, ma tutto sommato il concerto è buono.
Finora abbiamo solo scherzato, tutto è stato un bellissimo antipasto per ciò che sta per arrivare. Gli EMPEROR suonano interamente “In the Nightside Eclipse”, disco seminale che compie ben 20 anni. Ihsahn è affiancato da membri storici come Samoth e Faust e l’intero concerto non è altro che la celebrazione delle tenebre, che ha come unica pecca quella di essere iniziato prima che facesse completamente buio. Dopo l’immancabile “Inno a Satana”, la band esegue a sorpresa due brani tratti dal primo demo della band, “Ancient Queen” e “Wrath of the Tyrant” (che dà anche il titolo al tape del 1992), prima di lasciare definitivamente il palco tra l’ovazione generale. Tocca restare ben saldi a metà tra il Main Stage 2 e il Main Stage 1, perché sull’1 è ormai la volta dei BLACK SABBATH. Sul palco Tony Iommi, Geezer Butler, Ozzy Osbourne e Tommy Clufetos alla batteria, già all’opera con Ozzy solista. Lo stile grintoso e granitico di Tommy fa sì che i pezzi dei Sabbath assumano un carattere ancora più heavy, i colpi sono scanditi con una potenza devastante, mentre Tony e Geezer ricamano i riff immortali di “War Pigs”, “Into the Void”, “Snowblind”, “Black Sabbath”, “N.I.B. “, “Iron Man”, “Children of the Grave”. Ozzy è ormai un surrogato umano deturpato dai lifting, sornione e fuori dal mondo, riesce a non azzeccare mai un intonazione che sia una, ma almeno è lì, in un modo o nell’altro. Grandi sbadigli sui pezzi di “13”, e conclusione immancabile con “Paranoid”.
Un salto in Warzone per i TURBONEGRO. Se non li avete mai visti live prenotate un volo e andate a vederli dove capita, perché dal vivo sono davvero fighi. Sporchi e catchy come nessun altro. Seconda metà di set per gli OPETH, presi sul finale di “The Demon of the Fall”, eseguita perfettamente, seguita subito dopo da “Hope Leaves”, tratta da quel bellissimo disco semi-acustico che risponde al nome di “Damnation”. Mikael Åkerfeldt è come al solito un personaggio estremamamente piacevole che oltre ad essere un bravo cantante e musicista, dispensa aneddoti e barzellette dall’umorismo nordico. È su questa iniezione di buon umore che un altro Hellfest è andato: arrivederci all’anno prossimo Clisson.

Davide Straccione

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