HELLFEST 2016
Clisson – Francia

Dopo un anno di assenza la truppa perkeliana torna a Clisson per il festival metal più figo del mondo. Ad attenderci una ventata di novità, a partire dalla carta cashless per comprare le birrette, fino alle ampliate zone ristoro e alle sempre più numerose installazioni, tra cui spicca l’imponente monumento a Lemmy. Il nostro palco preferito, il Valley, passa dall’essere l’angusto tendone da circo ad un hangar spazioso ed accogliente, praticamente identico ai vicini Altar e Temple, tutti con un utilissimo megaschermo all’ingresso dei medesimi. Ampliatissima anche l’area Warzone, intorno alla quale è stata costruita una vera e propria città. Si capisce sin da subito che le cose sono state fatte in grande, non ci resta altro che goderci tre folli giorni colmi di musica.
VENERDÌ 17 GIUGNO
La mattina ha il fango in bocca, come recitano i Monolord, opener assoluti nel Valley. Il trio svedese è carico nonostante l’orario, al cospetto di un pubblico ancora sparso e assonnato ma estremamente preso bene. È terza volta che gli Audrey Horne si esibiscono su uno dei Main Stage dell’Hellfest, e continuano a farlo ad orari improbabili, elargendo massicce dosi di rock’n’roll scandinavo, apprezzatissimo dai presenti. I texani Wo Fat ci fanno assaporare un sound saturo figlio degli anni 70 mentre i Solefald si aggiudicano il premio come band più eclettica del festival. Cornelius e soci mettono in scena uno show sopra le righe, con una scaletta estremamente variegata che va dalle litanie vichinghe di Sun I Call al black metal futurista di Chanel, soffermandosi giustamente a più riprese sulla loro ultima fatica World Metal. Nel frattempo, mentre la band è sul palco, un sesto elemento, armato di vernice e pennello e vestito di tutto punto, dipinge un quadro alle loro spalle. Il progressive death metal degli italiani Sadist può essere definito pioneristico, ma è tuttora disarmante osservare la facilità con cui Tommy Talamanca gestisce chitarra e tastiera simultaneamente. Reunion per i Ramesses, la cui formazione attuale non vede Tim Bagshaw alla chitarra (With The Dead, ex-Electric Wizard), sostituito da Alex Hamilton dei Bossk. Gli altri due membri restano invece Adam Richardson degli 11 Paranoias e Mark Greening, ex di Electric Wizard, 11 Paranoias e With The Dead. Trascorrono in fretta i 40 minuti del loro fumoso rito ancestrale, un buon segno. Torce infuocate adornano il Temple in onore dei Kampfar, storica black metal band norvegese. Estremamente compatti, Dolk è un frontman eccezionale, cerca continuamente il supporto del pubblico, che arriva senza farsi attendere, come un orda di vichinghi assetati di sangue. Prima giornata di Hellfest significa anche prati ancora verdi, e non c’è nulla di meglio che osservare ed ascoltare gli Earth, distesi sull’erba all’ingresso del Valley nel bel mezzo di un pomeriggio mite. Dylan Carlson indossa una coda di volpe mentre Adrienne Davies percuote dolcemente la batteria con una teatralità degna della dea Vishnu, sono le prime cose che saltano all’occhio. Il sound degli Earth è austero, primordiale, maestoso, i fili d’erba sembrano vibrare in sintonia con cuore e mente e non potrebbe esserci nulla di meglio in questo preciso istante. È con l’animo zen che mi dirigo verso l’oscuro hangar del Temple, ma il male ha la meglio in pochi istanti. Gli Inquisition parlano di morte, magia nera, cosmologia e antichi culti pagani, e il drappo nero avvolge tutti i presenti come una rete da pesca a strascico. La voce di Dagon è un rantolo mortifero, gli arpeggi distorti sono malvagi e gelidi, è raw Black Metal minimale dall’approccio esasperatemente lo-fi, ci piace. Tutt’altra storia nella valle dove sono di scena i Melvins, non più con doppia batteria come nell’edizione 2011, esibizione che mi esaltò non poco a dire il vero. Setlist tempestata di cover, tra cui una Deuce dei Kiss e una Halo Of Flies di Alice Cooper, la coppia Buzzo/Crover sembra volerci dire che nonostante gli oltre trent’anni di onorata carriera, un concerto dei Melvins è sempre uno spettacolo, un’esperienza ludica. Ce ne fossero di band così. Riesco a vedere qualche minuto dei Magma, storica formazione progressive rock francese a cui viene attribuita la creazione del genere Zeuhl, una commistione di progressive e jazz-rock insieme ad elementi che vanno dal canto corale fino fino ad esplosioni improvvise e guizzi che dire inaspettati è un eufemismo. Difficile descrivere a parole cosa accade sul palco durante un loro concerto, è qualcosa di schizofrenico e trascendentale allo stesso tempo, sbalorditivo certo, ma a questo punto della serata, dopo 11 ore di musica live e 4 ancora davanti, i neuroni e lo stomaco chiedono pietà. Abbiamo detto che gli spazi dell’area festival sono stati ampliati, e sembrava tutto molto bello finché non sono arrivati i Rammstein. Già da molto tempo prima l’intera area è sovraccarica di esseri umani, troppo, una band come questa non può essere vista da un monitor poiché viene meno l’odore della benzina, il calore del fuoco, il vedere da vicino il genio e la sregolatezza del sestetto berlinese. Cosciente del fatto che stia perdendo di tutto in quel momento – Converge in Warzone, Aura Noir al Temple, Testament all’Altar e Sunn o))) al Valley (tutte band viste di recente fortunatamente) – decido di raccogliere le ultime energie rimaste per circumnavigare l’enorme massa di gente nella zona mainstage e conquistare una posizione laterale piuttosto vantaggiosa, che mi permetterà in seguito di vedere anche gli Offspring. Ma torniamo ai Rammstein. Lindemann è sottotono, almeno vocalmente, per il resto nulla da dire, grandi classici a raffica – Ich Will, Du Hast, Sonne – e grandi sorprese come Zerstoren e Mein Herz Brennt, oltre ad una bellissima versione di Stripped dei Depeche Mode prima degli encore. Probabilmente dovrei essere a vedere i Kvelertak per dovere di cronaca, ma ho già avuto modo di vederli all’opera un paio di volte, tra cui una proprio in occasione dell’Hellfest 2014, esibizione coronata dalla comparsata di Hoest dei Taake. Quindi dicevamo, The Offspring. Una delle band che mi ha introdotto al punk rock da ragazzino e non li avevo mai visti dal vivo. Complice la posizione guadagnata precedentemente, mi godo il concerto da molto vicino e noto palesemente i solchi dell’età sui volti del quartetto di Orange County. La scaletta prevede pezzi da tutte le ere, ma quando parte un qualsiasi pezzo da Americana in giù, è pura gioia. Una scaletta di 19 pezzi, suggellata da una Self Esteem che manda a casa tutti con gli occhi lucidi, dopo un’ora abbondante di singalong. Dexter Holland ha una voce che non ha mai perso un decibel di potenza, cristallina come 20 anni fa.

SABATO 18 GIUGNO
Saltati in scaletta all’ultimo momento, i francesi The Lumberjack Feedback scuotono il Valley di prima mattina avvalendosi di una doppia batteria per esprimere al meglio il loro post metal strumentale, davvero promettenti. Dopo di loro è la volta degli Hangman’s Chair, ennesima formazione transalpina attiva da oltre un decennio e devota ad uno stoner doom particolarmente ispirato, cupo e malinconico, un nome che gradirei leggere più spesso sui cartelloni. La prossima sulla lista è Myrkur, la pop/black metal lady danese che ha fatto tanto parlare di sé negli ultimi mesi, dopo aver siglato un contratto con Relapse Records. Operazione a tavolino o meno, i brani hanno il loro fascino e davvero stento a comprendere lo shitstorm che si è abbattuto su questo progetto da parte dei trve metallers. Non ancora memorabile dal vivo, ma nulla da cui scappare inorriditi. Non reggo per più di 5 minuti i Crobot, movenze da hard rocker esasperate e voce acutissima, sono in molti per loro ma in questo preciso istante preferisco l’oscurità dei Dark Fortress, di scena al Temple. La black metal band bavarese è alle prese con un pubblico ancora un po’ assopito ma se la cava egregiamente. È con la giusta predisposizione d’animo che vado a vedere e sentire i Mantar, duo teutonico alle prese con un putrido mix di sludge metal, black ‘n’ roll e punk rock suonato in maniera grezza e feroce, un ottimo antipasto per quello che saranno i Discharge. Le leggende del d-beat menano come forsennati giù nella Warzone, nonostante i quasi 40 anni di carriera, che per Tezz, Bones e Rainy sono effettivi. Classici come Hatebomb e The Blood Runs Red accompagnano le danze efferate nel pit, mentre Lemmy svetta su tutti i discepoli dando la sua benedizione.
Aspettavo di rivedere i Torche dopo la stupenda esibizione del 2009, sempre qui a Clisson, e non c’è niente da dire, in pochi riescono a mettere il buon umore come loro. Melodia e chitarroni, non me ne vogliano gli americani se a me piace definirli sludge pop, ma in fondo vedo che non sono l’unico sulla rete. Cerco sempre di non perdere le poche band italiane presenti al festival, in particolar modo quelle meritevoli, come nel caso dei Fleshgod Apocalypse. Non ricordo nessuna band extreme metal italiana a fare tutto ciò che stan facendo i Fleshgod in termini di tour e promozione (togliendo forse i Lacuna Coil che però non sono mai stati “extreme”), e l’hype che c’è intorno a questa band è palpabile da un Temple strapieno. Death metal sinfonico con una teatralità ed una esecuzione impeccabili, vi piacciano o no, sono una band impossibile da ignorare. Da poco intercettati in occasione del Roadburn, la nuova creatura di Lee Dorrian recante il nome With The Dead è una liturgia dell’orrore, evocativa e dannatamente doom. Leo Smee indossa un meraviglioso cappello a falda larga, e vedere i due ex Cathedral nuovamente sul palco per un progetto così pesante, fa quasi scendere la lacrimuccia. Peccato che With The Dead sia un progetto molto statico e chiuso nei suoi cliché, inclusa la voce di Lee Dorrian. Gli Archgoat sono il male incarnato, death/black metal satanico dalla Finlandia, la voce di Lord Angelslayer è un growl profondo e gutturale senza variazioni, tipica del death metal. La staticità e l’impassibilità del frontman sono quasi imbarazzanti, un’alternanza di pezzo-silenzio-pezzo-silenzio dall’inizio alla fine, tanto da lasciar intendere che qualcuno li abbia costretti a suonare. Ho perso il conto delle volte che ho visto i Goatsnake dal vivo negli ultimi anni ed è sempre un piacere. Soffro un po’ la mancanza di Guy Pinhas al basso a dire il vero, ma più per una questione di abitudine che altro, tanto in ogni caso c’è Greg Anderson che con la sua muraglia di ampli e la sua chitarra copre tutto, ma l’attenzione è tutta per Pete Stahl, autore di una performance straordinaria. Sono poche le volte che riesco ad affacciarmi in Warzone, ma quando accade è sempre una figata, come nel caso dei Bad Religion ed il loro inconfondibile punk corale che mette un irrimediabile voglia di saltare. Non è raro incontrare John Garcia in Europa ormai, a partire da quel Garcia Plays Kyuss tour del 2010 è stato un continuo di apparizioni di vario genere, questa volta con gli Hermano. Show intenso e pubblico attento, che conferma il Valley come un vero e proprio festival nel festival. Ovunque ci sia un festival con i Primordial vale la pena andare, l’ho sperimentato sulla mia pelle in più di un occasione. Alan Averill è uno dei migliori frontman heavy metal in circolazione, non mi stancherò mai di dirlo, di un’intensità fiera e straziante. La sua interpretazione su Where Greater Men Have Fallen, As Rome Burns o Empire Falls lascia interdetti, mentre il resto della band è una solida certezza. En plein per il sottoscritto nella Valley quest’oggi, dove i Fu Manchu partono col piede sull’acceleratore con Hell Of Wheels ed è il delirio. Presa a bene generale e una scaletta che definire perfetta è riduttivo, l’energia è tangibile e lo spettacolo scorre senza il minimo cedimento, nonostante uno Scott Hill col fiato cortissimo. Gaso allo stato puro su California Crossing, Evil Eye e King Of The Road, cazzo che botta.
Nel pomeriggio avevo assistito ad una conferenza stampa in cui Henry Rollins parlava insieme ad un regista svedese, tale Björn Tagemose, di questo film muto che ha come protagonisti Iggy Pop, Josh Homme, Grace Jones, Jesse Hughes, lo stesso Rollins. La particolarità di questo film è il fatto che venisse musicato live da una vera e propria band, con tanto di voci narranti e attori sul palco, fuori dallo schermo. Ignaro di tutto mi dirigo in Warzone e ciò che sta per iniziare è proprio il film musicato di cui sopra, progetto dal titolo Gutterdämmerung. Condidenze a parte, l’inizio degli ultimi concerti è intervallato da un breve tributo a Lemmy Kilmister sul Main Stage, ma a questo punto è complicatissimo fare anche un solo passo, quindi resto ben saldo sugli scalini della Warzone. Ha inizio uno spettacolo pirotecnico da brividi, il cui congedo è affidato ad una scritta “RIP LEMMY” che illumina il cielo, e al conseguente applauso di una città intera. Gutterdämmerung dicevamo, si tratta di un film muto proiettato su un enorme telo posto a fronte palco, musicato da una band posizionata dietro di esso, le cui silouhette si intravedono solo in determinati momenti attraverso giochi di luce. La colonna sonora è composta da classici della storia del rock e del metal, dai Sabbath ai Mothorhead, passando per Slayer, Metallica, The Doors e molti altri. Che c’entra Henry Rollins in tutto questo? È lui la voce narrante della storia, ed è presente in prima persona dietro al telo misterioso. Durante le parti non musicate, purtroppo, si sentiva chiaramente il concerto dei Korn proveniente dal Main Stage, il che rendeva piuttosto difficile seguire la trama del film.

DOMENICA 19 GIUGNO
Questa domenica mattina comincia con la psichedelia punk dei Lecherous Gaze, di Oakland, California. Nella loro bio leggo “paragonabile a calarsi un acido all’inferno, non adatto ai rocker part time”, e devo ammettere che in fondo sono d’accordo. Visto che gli inferi sono il nostro luogo prediletto, King Dude fa gli onori di casa in divisa rigorosamente all-black e proponendo la sua lugubra versione di Nick Cave in salsa dark rock/neofolk e un pizzico di Satana. Poco dopo gli Unsane, nessuna muraglia di amplificatori per loro, ma solo tanta attitudine. Potevano essere un nome degno della Warzone, eppure ce li gustiamo nel più intimo Valley, perché in fondo le sonorità noise-core e post-hc del trio newyorkese funzionano bene anche tra deserti e cactus. In Warzone ci sono invece i Ratos De Porao, che godo per poco più metà set per poi emigrare verso il Temple per i Mgła. Prima volta all’Hellfest per la storica hardcore punk band brasiliana, che si presenta con un fondale raffigurante la copertina di Anarkophobia, ed effettivamente suonano l’album del 1990 per intero, più un pezzo conclusivo, l’inno Crucificados Pelo Sistema, ma questo me lo racconteranno. Riesco ad assistere agli ultimi attimi della performance della black metal band polacca (si scrive Mgła pronuncia “mgwa”), ma abbastanza da rimanerne folgorato. Chiodo, felpa con cappuccio e volto avvolto in sudario nero, il set si conclude con un brano tratto dal bellissimo With Hearts Towards None. Al vicino Altar ci sono gli Insomium, formazione finlandese che coniuga il death metal melodico di matrice scandinava, con la malinconia tipica del gothic doom sempre di stampo nordico. Dal vivo la loro performance risulta un po’ fredda, e non è una battuta dovuta alla loro provenienza geografica, ma il massiccio utilizzo di basi penalizza talvolta la resa finale. Prima visita nell’area Main Stage per un’occasione imperdibile, il concerto degli Slayer. Arrivare a 30 anni senza aver mai visto gli Slayer dal vivo è possibile, ed io ne sono la prova vivente. Una cortina di casse Marshall, enormi croci capovolte sullo sfondo, la mia prima volta è senza Jeff Hannemann e senza Dave Lombardo, ma me la faccio andar bene, soprattutto perché sentire pezzi come Raining Blood, Was Ensemble o Angel Of Death dal vivo sono tra le cose più belle che ci siano. Tornando alla malinconia, i Katatonia ne sono senza dubbio i maestri indiscussi. Con il nuovo corso musicale intrapreso nell’ultima decade hanno rimesso in discussione un intero genere, riuscendo ad essere innovatori nonostante i tempi che corrono. Scaletta principalmente incentrata sugli ultimi lavori, in particolar modo sull’ultimo The Fall Of Hearts, che pur non accontentando i nostalgici, mette in luce una band che vive nel presente. I Ghost li ho sempre mal sopportati, e nonostante volessi dar loro un’altra chance, non ho resistito al fascino del set old school degli Enslaved in occasione dei 25 anni della band. I norvegesi tributano il loro passato suonando brani che non vanno oltre il 2006, scavando fino ad un album come Frost, ma la vera sorpresa è stata Allfǫðr Oðinn, brano presente sulla demotape Yggdrasil del 1992, poi pubblicata anche sul primo Ep ufficiale Hordanes Land l’anno seguente. Il frontman Grutle Kjellson spaccia Return To Yggrasill per l’inno norvegese e solo questo ce lo rende simpatico a vita. Perdere in contemporanea Paradise Lost e Puscifer è meno doloroso se l’alternativa sono i Black Sabbath, o meglio l’ultimo show che il sottoscritto vedrà dei Black Sabbath (sarà vero?). Il The End Tour passa dunque anche da Clisson ed è con l’immortale brano omonimo che questi 90 minuti hanno inizio. Ozzy Osbourne è più composto rispetto alle ultime volte che ho avuto modo di vederlo su quel palco, ma ne guadagna in esecuzione: poche sbavature, nessuna stonatura clamorosa. Non ho mai compreso a fondo il significato dei drum-solo, e capisco ancora meno 10 minuti di assolo su un set già risicato, però bravissimo eh. La scaletta è praticamente un greatest hits di 13 canzoni che sono entrate nella storia del rock e del metal, tra cui Fairies Wear Boots, Into The Void, Snowblind, War Pigs, Iron Man, Children Of The Grave e ovviamente Paranoid come bis. Ma non è finita, sul palco adiacente sta per cominciare King Diamond. Nella prima parte fanno capolino addirittura brani dell’epoca Mercyful Fate come Melissa e Come To The Sabbath, una sorpresa gradita per tutti i fan che forse non rivedranno mai più la band dal vivo. Ma il piatto forte deve ancora arrivare, viene eseguito Abigail nella sua interezza, e mentre il festival si svuota e la gente torna a casa, qualche migliaio di persone resta lì insieme al Re Diamante, ad assistere alla sua ennesima magia. Intravedo nel pubblico Thomas Jefferson Cowgill Aka King Dude che segue attento il concerto, scambiamo due parole e chiaramente elogiamo entrambi il Re Padre.
Nessuno spettacolo pirotecnico a salutare la nostra ritirata dal campo di battaglia questa volta, è stato già speso tutto il sabato in onore di Lemmy, ed in fondo è giusto così. Al prossimo anno.

Davide Straccione

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