HELLFEST 2017: 16-18 giugno – Clisson, Francia

Non c’è giugno senza Hellfest. Il pellegrinaggio a Clisson per Perkele è ormai un rituale irrinunciabile. Buona lettura.

Venerdì 16 giugno

Le nostre sonorità preferite sono legate al Valley, e il report non può che cominciare da lì. Indosso una t-shirt bianca per soffrire meno il caldo, ne scelgo accuratamente una degli Okkultokrati, prima band di questa calda giornata all’inferno. Il quintetto norvegese suona un mix strambissimo di d-beat, post punk e black metal, anche se di quest’ultimo hanno probabilmente solo la provenienza geografica e la voce poco aggraziata. Molti i brani da Raspberry Dawn, tanto rock ‘n’ roll per una prova estremamente convincente nonostante l’orario.

È da poco passato mezzogiorno e il cantante dei Noothgrush ammette candidamente di essere già ubriaco. Il classico sludge nichilista del combo californiano sveglia gli animi, seguito dai Subrosa, ed è subito pelle d’oca. I violini si fanno strada tra le distorsioni mentre la voce cruda di Rebecca Vernon dipinge scenari decadenti. Non ci si sposta di un millimetro perché su quello stesso palco arrivano gli Helmet, una delle band simbolo del rock alternativo e del post hardcore americano degli anni ’90. Nei 40 minuti a disposizione la band di Page Hamilton dimostra di non avere rivali, nonostante una line-up che vede lui come unico membro fondatore superstite, ancora fieramente alla guida.

Metto il naso fuori per raggiungere uno dei palchi principali, guadagno una posizione favorevole nonostante il sole a picco perché per nulla al mondo potrei perdermi lo show di Devin Townsend Project. L’istrionico frontman canadese non delude le aspettative, ne scaturisce un concerto di progressive metal espressivo ed onesto, che mette cuore, mente e tecnica sullo stesso piano. Devin ha una teatralità tutta sua, una presenza ed un modo di scherzare che lo rendono un’artista unico nel suo genere; la resa live di un pezzo come Deadhead lascia sgomenti.  I Red Fang sono tra le band maggiormente ben volute in ambito stoner rock negli ultimi anni, complice anche qui un’autoironia ed un intelligenza artistica sopra la media. Valley gremita e show da incorniciare. La spola col Main Stage continua senza sosta, stavolta per i Ministry e il loro metal industriale e apocalittico. Il frontman Al Jourgensen è carico e incita la folla a dovere, l’intera band non si risparmia un attimo, e il pubblico è in delirio. Assisto al primo crowdsurfing di un ragazzo in sedia a rotelle, sarà una costante dell’intero festival e la sintesi perfetta di ciò che un festival metal dovrebbe essere.

Rinuncio a malincuore ai Behemoth per una delle cose più belle che mi sia capitata negli ultimi anni: un concerto dei Baroness. La mia seconda volta in pochi mesi, dopo la memorabile esibizione al Roadburn di Tilburg, la band di John Dyer Baizley bissa con un altro concerto indimenticabile. Un concerto che trasuda passione, sofferenza, cuore; impossibile non notarlo. Quello del Roadburn è stato l’ultimo concerto con Peter Adams alla chitarra, questo dell’Hellfest è invece la mia prima occasione per vedere i Baroness all’opera con la new entry Gina Gleason, una ragazzetta talmente brava e calata nella parte da sembrare un membro storico della band. La scaletta è da brividi, con  almeno sette brani dall’ultimo album Purple. Aprono con Kerosene e chiudono con Take My Bones Away da Yellow & Green, nel mezzo alcuni classici come Isak e The Sweetest Curse, due tra i più bei pezzi mai scritti dalla band di Savannah.

Dalla Georgia alla Florida, all’Altar ci attendono gli Obituary, tra le band che hanno plasmato il death metal americano con album seminali come Slowly We Rot e Cause of Death, dai quali estraggono molti dei brani in scaletta, e con una magistrale Don’t Care tratta dal pur grandioso World Demise che conferma gli Obituary come una grande macchina da live. Procedendo dritti sulla strada del metal estremo, facciamo tappa in Scandinavia, per la precisione in Svezia, con il panzer black metal dei Marduk. Si parte con una manciata di brani contenuti nell’ultimo brutale Frontschwein ma il culmine di violenza belligerante viene sancito da Panzer Division Marduk. Ovvietà a parte, live band di altissimo livello.

Allo scoccare della mezzanotte si sente il riff di Dopes to Infinity risuonare alla soglia del Valley, i Monster Magnet sono un nome ben consolidato ormai qui all’Hellfest, ed ogni volta è sempre un piacere assistere ad un loro show. La folla è totalmente ipnotizzata da Dave Wyndorf e soci, grazie ad una scaletta giustissima concentrata nei sessanta minuti a loro disposizione, in cui passano in rassegna altri grandi classici come Powertrip, Negasonic Teenage Warhead e Space Lord. Raccolgo le ultime forze e mi dirigo verso la War Zone per assistere agli ultimi sussulti di questa prima giornata densa di emozioni. Viene affidato ai The Damned, dall’alto della loro carriera quarantennale, il compito di chiudere la prima giornata di festival. Nonostante l’età, nonostante l’orario, regalano uno show all’altezza del nome che portano. La loro musica è definibile in grandi linee punk rock, ma in realtà vi troviamo molto altro, in particolar modo una certa sensibilità ascrivibile a ciò che diverrà comunemente noto come gothic rock, grazie soprattutto alla voce inconfondibile di Dave Vanian. Una canzone come la classicissima Love Song sembra perfetta per salutare il campo di battaglia.

Sabato 17 giugno

Ancora una volta graziati dal meteo, ancora una volta Valley come punto di partenza. Rivedo i Monkey 3 a distanza di pochi mesi dal nostrano Tube Cult Fest. Visual lisergiche e forme geometriche luminose per quaranta minuti di space rock introspettivo che ci fa viaggiare alla grande. Un inizio disteso, un sogno piacevole e nostalgico, interrotto poco dopo da Igorrr al Temple. Il progetto del francese Gautier Serre – che per l’occasione indossa una simpatica t-shirt dei Cannibal Corpse – è la cosa più schizzata e fuori di testa dell’intero festival. Death metal, musica elettronica, breakcore, campionamenti di ogni tipo, musica operistica, due voci che giocano tra loro in maniera eccellente: il growl demoniaco di Laurent Lunoir e la voce lirica di Laure Le Prunenec, con picchi di isterismi e urla degni di nota.

Il concerto dei Nails all’Alter comincia con un circle-pit, mettendo subito in chiaro che tipo di proposta troveremo. Una vera e propria furia di hardcore violento e grindcore, una mina vagante impazzita che non fa per niente rimpiangere la mancata occasione di vedere dal vivo i Bongripper, che contemporaneamente staranno sicuramente dopando il Valley con i loro riff ribassati. I Bongripper me li farò raccontare , così come mi farò raccontare gli Zeke. Non mi faccio raccontare invece gli Ereb Altor, ovvero gli eredi naturali dei Bathory. Cinquanta minuti di puro metal vichingo, ma senza le tarantelle di turno, bensì ritmi cadenzati, voci epiche e grida di battaglia. La lunga cavalcata doom di By Honour racchiude tutto il fascino di questa band svedese. La vicina Finlandia ci porta invece gli Skepticism, una delle band più lente del pianeta, tra i pionieri assoluti del genere funeral doom metal insieme ai connazionali Thergothon. A differenza di questi ultimi, gli Skepticism sono ancora in attività, mi verrebbe da dire vivi e vegeti ma cozzerebbe con il loro modo di essere. Il Temple è semivuoto, la gente è molto sparsa e distratta, quale miglior modo per guadagnare la transenna e assistere a questi cinquanta minuti di sofferenza in musica. Sei brani per una media di otto minuti ciascuno. Gli Skepticism sono un simbolo per un modo di fare musica che non conosce compromessi, e sono i migliori in questo. L’idea che sul Main Stage ci siano in contemporanea gli Steel Panther mi fa sorridere, gira voce che lì ci siano tette in bella vista e atteggiamenti disinibiti, ma il doom ha la meglio.

Si torna verso il Valley per sonorità decisamente meno estreme con lo stoner rock educato dei Mars Red Sky. Posizione nettamente favorevole in scaletta rispetto all’apparizione del 2014, il che la dice lunga sul loro percorso e sulla credibilità costruita negli ultimi anni. Torno volentieri in Warzone per i D.R.I., una di quelle band che riesce a mettere d’accordo metallari e punk, grazie alla fusione riuscitissima di hardcore e thrash metal che aprì poi la stada al crossover. Aprono le danze con la brevissima Who Am I?, il cui testo recita esclusivamente Who Am I? D.R.I.!, ottimo per fare le presentazioni. Seguono nell’eccitazione generale Snap, I’d Rather Be Sleeping e Thrashard, mentre la polvere si solleva nel pit come un piccolo tornado attaccandosi a barbe, capelli e narici. Tanta attitudine, poco importa il fiato corto di Kurt Brecht, mi accontento di uno show sincero al 100%. Che dire di Chelsea Wolfe, trucco pesante e presenza malinconicamente austera. Cantautrice dalle nuance gotiche, sostenuta da una band che sa offrire dinamica, sia che si tratti di atmosfere rarefatte sia quando c’è da ispessire il suono. Chelsea ricama vocalizzi di un’intensità unica e ci appare come una ragazza timida che però attraverso la musica riesce ad esprimersi e a comunicare al meglio.

Restando sulla scia dell’introspezione e della malinconia, ci sono gli Alcest al Temple. La band di Neige è sempre meno legata alle radici black metal del progetto, sempre più aperta a scenari shoegaze e post rock, ora con qualche elemento progressive in più. Apertura affidata a Kodama, tratto dall’album omonimo del 2016, a mio modo di sentire un incrocio ideale tra Anathema e Mono. Neige ammette nelle interviste di essersi ispirato molto all’opera di Miyazaki e dal viaggio della band in Giappone, è difatti possibile rintracciare una massiccia influenza della musica del Sol Levante tra le note del loro ultimo album, a partire dalle scale utilizzate. La musica degli Alcest è piena di suggestioni, chiudendo gli occhi vedo prati verdi, montagne, posso sentire il vento tra gli alberi, è musica carica di emozioni, triste ma mai negativa. Dal vivo questo trasporto è ben udibile e visibile nella compostezza che contraddistingue gli Alcest come band. Quasi tutti i brani sono tratti dagli ultimi tre album, ad eccezione di Percées de Lumière tratta da Écailles de Lune. Nessun brano invece dall’album di debutto Souvenirs d’un Autre Monde, pietra miliare per tutti i fan della band francese.

Valley troppo pieno per i Primus, ma il bel tempo e i megaschermi all’esterno aiutano. Seguo l’intero concerto sdraiato sul prato e vengo inondato dal sound unico della band capitanata da Les Claypool. L’intero sound si basa sul tocco e l’inventiva di quest’ultimo, un modo di suonare il basso eclettico e pioneristico, nonché della sua voce inconfondibile. Primus è prima di tutto teatralità. La triade iniziale è composta da Those Damned Blue-Collar Tweekers, Wynona’s Big Brown Beaver e la famosissima Too Many Puppies, e avanti così per un’ora di riff geniali e groove assassino. Epilogo con quel caterpillar crossover che porta il nome di Jerry Was a Race Car Driver, il pubblico in delirio. Tutt’altra atmosfera nei pressi del Temple, dove troviamo un palco adornato da un fondale decorativo impressionante, fuochi vivi ed una quantità notevole di strumenti tradizionali, di cui molti percussivi. Quello dei Wardruna è più un rituale vichingo che un concerto vero e proprio. Il tutto ha inizio con Einar Selvik ed uno dei suoi musicisti che imbracciano dei grossi strumenti a fiato dalla forma molto particolare, dalla sembianza di grossi serpenti; lo strumento in questione è il lur, i cui primissimi esemplari risalgono all’età del bronzo. Selvik è anche il compositore della colonna sonora della seguitissima serie tv Vikings, il che la dice lunga sul suo background e le sue competenze in materia. Il cantato in norvegese e la coralità rendono questo progetto un’esperienza intensissima.

Tra gli show più attesi c’era quello degli Slo Burn, incarnazione capitanata da John Garcia nata dopo lo scioglimento dei Kyuss. Degli Slo Burn ricordiamo con piacere il meraviglioso EP Amusing the Amazing, unica release ufficiale datata 1997 contenente classici come July e Pilot the Dune, che segue il demo dell’anno precedente. La band si scioglierà subito dopo con questo alquanto esiguo lascito. Mai e poi mai avrei immaginato di poterli vedere dal vivo a vent’anni esatti di distanza e invece, dopo Desertfest e Freak Valley, anche l’Hellfest ha colto l’occasione per farci rivivere questa gemma dimenticata dello stoner rock. Questa manciata di pezzi rappresenta il meglio prodotto da Garcia nel periodo post-Kyuss, e credo sia stato importante pagargli il giusto tributo. La giornata potrebbe volgere al termine, ma prima un veloce salto in Warzone per i Suicidal Tendencies. Dave Lombardo alla batteria da quella spinta in più, Mike Muir corre da una parte all’altra del palco facendosi volere un sacco bene. La band è in splendida forma e pezzi come You Can’t Bring Me Down o War Inside My Head lo dimostrano appieno. Insieme a D.R.I. la band che maggiormente rappresenta quel limbo in cui il thrash metal incontra il punk hardcore e tutto diventa bellissimo. È ora di andare in branda, domani operativi alle 10:30.

Domenica 18 giugno

Risveglio faticoso ma vale la pena essere al Valley sin dalle prime ore per i Bright Curse, prima band di quest’ultima giornata nel Luna Park di Clisson. Trio composto da due francesi e uno svedese ma di base a Londra, autori di un heavy rock psichedelico con un forte senso per la melodia, con la voce di Romain come vero e proprio punto di forza. Ancora Valley, ancora una band londinese, ancora una band che ridefinisce le coordinate dell’heavy rock. I Vodun mescolano rock, metal, afro e soul partendo chiaramente dal sound fino ad arrivare al look, mutuato dall’immaginario voodoo. Un concerto dei Vodun è energia pura, incontaminata, dominata dalla voce di Chantal aka Oya che mette i brividi per intensità, potenza e pathos. Una band di cui sentiremo sicuramente parlare. Sarebbe già ora di pranzo ma ci sono i Prong sul Mainstage, anzi mi sa che oggi il pranzo lo salto proprio. Il sole a picco non è proprio invitante per uno che come me è abituato a passare le giornate a girovagare tra i vari tendoni, ma un po’ di tintarella ogni tanto è necessaria. Tommy Victor è l’unico componente originale rimasto ma se non altro sa scegliere bene i suoi compagni; live compatto principalmente radicato nei classici anni 90, ad eccezione di una manciata di brani post-reunion (Ultimate Authority, Turnover e Cut and Dry). Chiusura affidata alla doppietta Whose Fist Is This Anyway? e Snap Your Fingers, Snap Your Neck, entrambe tratte dall’album Cleansing del 1994, ovvero l’ABC del crossover/groove metal.

Difficile scelta tra Regarde Les Hommes Tomber al Temple e Trap Them in Warzone, il post-black/sludge dei primi e l’hardcore nero e disperato dei secondi. Assisto ad un paio di pezzi ciascuno per cui non mi addentro in giudizi approfonditi, ma rappresentano a loro modo due assalti sonori violenti, uno più cerebrale, l’altro più fisico. Tra l’altro i Trap Them hanno da poco annunciato il loro scioglimento, con tre concerti finali a novembre a New York, Montreal e Boston. Le prossime quattro ore saranno una spola continua tra Valley e Temple, senza dubbio i miei due palchi preferiti. Prima tappa di questa maratona ininterrotta è rappresentata dai Crippled Black Phoenix. Justin Greaves, già batterista per Iron Monkey, Electric Wizard, Teeth of Lions Rule the Divine e molti altri ancora, dal 2004 è al timone dei CBF. Dal vivo si presentano in otto, da ciò scaturisce un suono estremamente stratificato ma curato nei minimi dettagli, nulla è relegato al caso, tutto ha un suo perché. È psichedelia corale, è dolce e ruvida allo stesso tempo, è musica genuina, carica di emozioni contrastanti. Proseguiamo sulla scia emotiva con i Ghost Bath, combo americano del North Dakota in attività dal 2012, autori di un post-black metal disperato, caratterizzato dallo screaming esasperato tipico del depressive-black metal. I cappi neri pendenti risaltano grazie al contrasto con gli amplificatori Orange mentre la band dipinge atmosfere nerissime e dolorose.

Rivedo gli Ufomammut per la terza volta all’Hellfest, mentre ho perso il conto delle volte che li ho visti in concerto altrove. Urlo, Poia e Vita sono ormai un’entità ben consolidata anche in sede live e il pubblico qui presente li adora. Partenza con Temple, tratta dall’ultimo lavoro della band in ordine temporale, Ecate, ma il trio ha da poco annunciato l’uscita di un nuovo album intitolato 8, su Neurot, da cui eseguono in anteprima l’ipnotica Warsheep. Chiusura affidata a God, dal mai dimenticato Godlike Snake, album che il prossimo anno diventerà maggiorenne. Dagli Ufomammut agli Arkohn Infaustus, compagine francese dedita ad un black/death metal dai toni ribassati e da poco tornata in attività dopo una pausa durata sette anni. La band capitanata da DK Deviant è molto attesa in patria, e ripagano questa attesa con uno show maligno ed impeccabile. Storia travagliata quella dei Pentagram. Ricordo il mio primo Hellfest nel 2009 quanto tutto eccitato mi dirigo in prima fila per assistere al loro concerto, ben presto mi accorgo che sono stati cancellati e sostituiti da un’altra band. All’epoca non avevo uno smartphone dunque non potevo essere aggiornato in tempo reale su eventuali cambi di programma, ma a quanto pare Bobby Liebling non poté lasciare gli Stati Uniti per motivi personali. Ho avuto la fortuna di vederli più e più volte in futuro, tra cui il 2012 proprio a Clisson. Tuttavia la condotta non proprio esemplare di Bobby, finito in carcere per aver aggredito la madre ultraottantenne lo scorso maggio, ha fatto sì che venisse incarcerato, di fatto rischiando di compromettere anche il recente tour estivo. La band decide tuttavia di non annullare nessuna delle date, e le parti vocali vengono affidae al chitarrista Victor Griffin, che fa del suo meglio per coprire al meglio tutti i ruoli a sua disposizione. Eroico.

Che dire invece dei Blue Oyster Cult, un pezzo di storia della musica hard & heavy, un nome iconico i cui successi come (Don’t Fear) The Reaper e Godzilla sono conosciuti proprio da tutti. Per molti sono una di quelle band di cui si conoscono le canzoni senza conoscere il nome della band. Il chitarrista Buck Dharma e il cantante Eric Bloom sono gli unici due ad essere nella band sin dal finire degli anni 60, e continuano a tenere il palco in maniera eccellente nonostante siano al timone di una band che ha compiuto i cinquanta anni di carriera. 50! Incredibile. Cosa si fa quando in contemporanea ci sono Prophets of Rage, Integrity e Scour? Semplice, prendi la ruota panoramica per monitorare dall’alto cosa accade a 360 gradi. Scherzi a parte, la zona Main Stage è impraticabile e piuttosto che vedere i Prophets da un maxischermo, preferisco di gran lunga farmi un giro sulla ruota panoramica. Mi gusto Take the Power Back e Guerrilla Radio da una posizione privilegiata, mentre osservo dall’alto decine di migliaia di corpi saltare su e giù. È davvero un colpo d’occhio notevole.

Guardando alle mie spalle posso osservare che anche nella Warzone regna la bolgia totale durante gli Integrity. Il giro della ruota finisce sulle note di Bombtrack dei Rage Against the Machine, mentre lo spettacolo procede tra brani di Public Enemy e Cypress Hill opportunamente “metallizzati” e un tributo a Chris Cornell con un accenno di Cochise prima e di Like a Stone per intero poi, entrambi pezzi degli Audioslave, band di cui facevano parte tutti gli ex RATM presenti. La band è composta appunto da Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk insieme a Chuck D dei Public Enemy e B-Real dei Cypress Hill, il risultato è qualcosa di davvero intenso. Ancora una volta vedo ragazzi disabili fare crowsurfing in sedia a rotelle, stavolta sulle note di Killing in the Name, mentre l’intero pubblico sembra essere un’unica marea polverosa che si muove a ritmo. Nei pochi minuti in cui ho avuto modo di vedere degli Scour dal vivo mi è sembrata una band capace, adeguata nel suonare black metal seppur con membri provenienti quasi esclusivamente da ambienti death/grind (John Jarvis dei Pig Destroyer al basso, Derek Engemann, ex-Cattle Decapitation e Chase Fraser, ex-Animosity alle chitarre e Adam Jarvis dei Misery Index alla batteria). Oltre a loro Phil Anselmo, che torna all’Hellfest con questo progetto interessante sulla carta e che trova un riscontro concreto su disco e dal vivo, con l’unica grande amarezza di averlo visto leggere platealmente i testi sul leggìo per poi farli a brandelli a fine pezzo, appallottolarli e tirarli sul pubblico. Un concerto black metal con il leggio è di gran lunga la cosa meno black metal che ci sia.

È la volta dei Clutch, anche loro visti un’infinità di volte in quel di Clisson (credo quattro solo qui), ma non potrei mai perdermeli a meno che non siano in contemporanea, che so, con gli Iron Maiden. Burning Beard apre il sipario, dopodiché una buona metà delle canzoni proposte sarà tratta dall’ultimo Psychic Warfare. Scaletta un po’ al di sotto delle aspettative, solo un pezzo dall’ottimo Earth Rocker, non la titletrack e neanche una Crucial Velocity o una Gone Cold, assente anche un pezzo come Pure Rock Fury, ma tutto sommato i Clutch riuscirebbero a fare un ottimo show anche con un set di canzoni di Natale. Declassati dal Main Stage dell’edizione 2014 al più intimo Temple di quest’anno, gli Emperor ripropongono questa volta il bellissimo Anthems to the Welkin at Dusk in occasione del ventennale dalla sua uscita. Ihsahn, Samoth, Trym e il resto della truppa lo suonano per intero in tutta la sua furia maestosa, passando in rassegna capolavori immortali come Thus Spake the Nigthspirit, The Loss and Curse of Reverence, With Strength I Burn e la conclusiva The Wanderer con una naturalezza ed una precisione che non risentono dei segni del tempo. Ma non è finita qui, la ciliegina sulla torta è concentrata nell’ultimo quarto d’ora, prima con Curse You All Men! e poi con due pezzi simbolo dell’album di debutto In the Nightside Eclipse: I Am the Black Wizards e Inno a Satana.

Mai e poi mai avrei pensato che la chiusura dell’Hellfest potesse essere affidata a qualcosa di totalmente avulso dal metal o dal punk, e invece il compito è affidato a Perturbator, moderno paladino della synthwave o new retro wave che dir si voglia, un genere tornato in auge negli ultimi anni, con l’esplosione di una miriade di progetti, di cui Perturbator (al secolo James Kent) ne è forse l’esponente più osannato. Musica nata dalla nostalgia per gli anni 80: Carpenter e Goblin, sciolti nell’acido lisergico e uniti alla musica elettronica, tanto lontana dal metal nella forma quanto vicina ad essa in un certo tipo di background, atmosfere e riferimenti. Il pulpito da cui proviene la musica è una struttura futuristico-industriale con mille luci e strobo accecanti, il Temple si tramuta in discoteca per quest’ultima ora di follia. È bellissimo vedere gente ballare e al tempo stesso fare le corna come ad un vero concerto metal. Scelta insolita ma che conferma ancora una volta l’Hellfest come un festival che sa fondere il classico con il nuovo, che non ha paura di osare e da cui ci si può aspettare di tutto.

Davide Straccione