KARMA TO BURN + BLACK RAINBOWS + ZIPPO
Roma, Circolo degli Artisti

Sul finire di giugno a Roma non si respira. Si varcano i rioni con passo zombesco alla ricerca di isole ventilate a ponentino. Si cerca frescura accanto agli antichi acquedotti, e qui, al Circolo degli Artisti, invece di oasi, puoi trovare il deserto. E l’aria si fa ancora più infuocata, come l’inferno.
Il tridente che viene offerto alla affollata platea capitolina è di quelli da ricordare: Zippo, in apertura, Black Rainbows a fare da trait d’union, Karma to Burn a chiudere le danze, ma la qualità della proposta musicale della serata è talmente alta che le tre band potrebbero giocarsi tranquillamente il ruolo di headliner in qualunque fest di musica hard/prog/metal.
Gli Zippo sono genuini. Scendono da Pescara con la consapevolezza di chi non vuol fare prigionieri e la maturità di chi conosce bene le proprie forze, senza modestia. Carattere abruzzese dunque: forte e gentile. Sono in giro a presentare “Maktub” e si capisce subito che ciò che abbiamo ascoltato su disco non è il frutto di un’elaborata alchimia tra tecnica e tecnologia o il pallino di un tecnico del suono in gamba. Loro suonano proprio così: potenti, strutturati, refrattari alla soluzione di facile effetto e vogliono fare spettacolo. Scorrono i capitoli più efficaci della loro discografia; “The Personal Legend” è brutale come un pugno in faccia, “The Omens” dolce nelle articolazioni post metal con respiri tooliani, “Man of Theory” non rimpiange l’assenza di Ben Ward e suona più acida che nella versione in studio. È musica del terzo millennio, quella che non vuole a tutti i costi guardare agli anni Settanta e ai Black Sabbath, ma vuole radicarsi nella modernità. Quarantacinque minuti scarsi e ci mostrano la quadratura del cerchio!
Con i Black Rainbowssi torna al blues. Iperdistorto e vorticoso, certo. Ma sempre blues. Come lo potevano vedere sul finire dei Sessanta gente in acido come i Blue Cheer. O come i funambolici Grand Funk Railroad che, come i Black Rainbows, sono un power trio. Basso e batteria a dettare lo swing e riff di chitarra per headbanging assicurato. Una cosa molto vicina, per restare ai giorni nostri, a Orange Goblin e Gorilla. Gabriele affronta la sua chitarra come un cobra da domare tanta è la concentrazione dedicata all’alternanza tra ritmiche e solos, mentre Dario e Daniele corroborano il sound in una dimensione prossima alla jam. Scorrono facili come tequila boom boom gli estratti da “Twilight in the Desert” e “Carmina Diablo”. “Himalaya”, “Bulls and Bones” e “Return to Volturn” trasportano i presenti verso una corsa in dune buggy tra gli orizzonti di Palm Springs e il finale, un dodici battute debitamente personalizzate, riporta tutti verso il delta del Mississipi. Sintesi e buona scrittura.
Un attimo per riprendere fiato sdraiati sul prato del Circolo e poi di nuovo dentro per il piatto forte della serata, i Karma to Burn. Piatto che visto da vicino è qualcosa di simile a carne e patate: sostanzioso e proteico ai massimi livelli! Citare le canzoni sarebbe come dare i numeri al lotto; l’importante è assaporare il set nella sua compattezza e dinamicità. Partono subito a bomba i Karma to Burn. Ti fissano in testa riff talmente perfetti e delineati che sembra stiano facendo la cosa giusta, nel momento giusto. I primi tre o quattro pezzi affondano nella schiettezza più salutare: 15 minuti per dire che il rock è semplicemente muro di suono fatto di strofa/ritornello/strofa/gran finale. Rich Mullins pesta il basso come fosse una sei corde, tanta è la distorsione che ne esce fuori (Lemmy docet!); Will Mecum macina riff su riff a testa bassa incurante della sudorazione che ne annega il viso; Rob Oswald è un fenomeno: mette i piatti talmente alti che ad ogni sciabolata rivela il senso di questa scelta. Nel bel mezzo del concerto il climax si fa più polveroso e il mid tempo scandisce un passaggio del set verso lidi più psichelici e visionari. I kids apprezzano. È solo l’antitesi alla mazzata finale che vede il pogo sfrenato dei presenti come ossequioso omaggio a tanta maestria. Un saluto e un brindisi in italiano sono la stima che anche il gruppo sta apprezzando la serata. Dopo, gran finale e nessun bis. Quello che è stato è stato…
Fuori il tempo è fermo. Si mangia alla festa di partito, si scolano birre e si gioca l’ultima partita a biliardino con musica pop in sottofondo. Tra di noi c’è chi si lancia occhiate di tacito intendimento. L’inferno non è un posto così malvagio…

Eugenio Di Giacomantonio

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