MARK SULTAN
Roma, Init

Messi insieme non farebbero più di un trio. Separatamente, sono due band devastanti. MojoMatt e DavMatic, ovvero The Mojomatics, e Marco Antonio Pepe, ovvero Mark Sultan sono a spazzare via tutti i buoni sentimenti che risveglia il Natale: benvenuti nel dirty sound di one guitar + one mic, rito pagano officiato dai sacerdoti dell’Init, fortunatamente ancora in pista dopo una piccola parentesi buia.
I Mojomatics aprono una serata svogliata da parte del pubblico romano: troppo poche presenze per un piatto così ricco. Iniziano con un paio d’ore di ritardo e si scaldano solo verso la fine. Peccato. Altre volte hanno dato di più e con molta più enfasi. Le canzoni però sono proiettili vaganti dentro un saloon di ubriachi. Schegge impazzite che cavalcano il minuto e mezzo con ferocia e melodia insieme: sbatteresti il piede a terra come qualunque bifolco texano, solo a sentirli. Presentano alcuni brani nuovi del prossimo disco in uscita e suonano le hit dei dischi passati come “Wait a While”, vero e proprio incontro tra il roots rock spiritato e un canto redneck folkeggiante, e “Another Cheat on Me”, folle e punk come mai prima di adesso. Quando Mojomatt imbraccia l’armonica per una ballad dal sapore blueseggiante, capisci al volo quello che De Gregori non è riuscito a far capire in una carriera di 30 anni. Nella loro proposta il duo veneto trita tutto: Byrds, Ramones, Beatles, Chuck Berry. Stomp rock e punk, beat e folk. Il risultato è qualcosa di piacevolmente sconvolgente con un’anima densa come vino buono. Sul finale una coda dilatata à la Nuggets svela una quantità di influenze e di ascolti da parte dei nostri non esclusivamente song oriented: una felice intuizione per il futuro, chissà.
Marco Antonio Pepe, aka Mark Sultan, aka BBQ, uomo da innumerevoli progetti contemporanei e paralleli insieme, si presenta come uno spostato vero. Con un set di cassa e hit hat, per le percussioni, e una chitarra crunchy per accompagnare le sue voci sgraziate, crea il terremoto. Due accordi, un dito per suonare e uno stronzo dietro che canta di fronte a un pubblico che non capisce: l’essenza stessa del rock ‘n’ roll. In cinque minuti possono starci anche dieci canzoni, lo sapevate? “Beautiful Girl” si scontra con “I’ll Be Lovin’ You” che vomita fuori “Go Berserk”. I ritmi accelerano e rallentano all’impazzata. Non si capisce mai cosa stia facendo tra un minuto a cappella e una cover di “Out of Time” che ricorda ai presenti che qualche appiglio con la realtà anche lui lo deve pur avere. Un siparietto comico contro Facebook fa intuire che ha quasi più voglia di parlare che non continuare a sfornare 50’s rock ‘n’ roll dentro una struttura degna della schizofrenia. Ma questo è il rock per lui (e per noi): uno scherzo del destino che non bisogna mai prendere sul serio. Un finale eccellente degno di un rumorista noise e poi tutti a casa, niente bis. Il circo lascia la città.
Lode all’Init che ancora persevera una condizione del rock come scherzo e gioco. In culo a tutti quei cervellotici matematici che ci ammorbano la vita con la chitarra in mano. Per noi il Natale deve avere un altro sapore.

Eugenio Di Giacomantonio