MONSTER MAGNET + KARMA TO BURN (Koko, Londra – 6 dicembre 2009)

“Senti, qui la metropolitana urla”. “Sembra una chitarra in feedback”. Londra, domenica 6 dicembre 2009. Victoria Line, verso Euston. Poi la Northern verso Mornington Crescent. Il Koko è a subito all’uscita del tube, illuminato di rosa shocking, assurdo nel suo mix tra storia e assoluta modernità. Un innesto tra Belle Epoque e post-qualsiasicosa. Palchetti e statue in stile barocco, drappi rossi e decorazioni dorate. Fa uno strano effetto in tutto questo il gigantesco logo dei Karma To Burn, e qualche minuto dopo fa un effetto ancora più strano vedere quel teatro riempito, o meglio sconquassato, da decibel di puro, potentissimo stoner rock.I Karma To Burn sono carichi, la presenza scenica non è arte né abitudine ma reale coinvolgimento. O almeno questa è l’impressione. Rich Mullins più vanitoso e spettacolare, un fisico tiratissimo da esibire (come Oswald, del resto). William Mecum più composto, apparentemente più indifferente nella sua attitudine rilassata. Ma si tradisce anche lui. Pur nella sua sostanziale staticità non riesce a nascondere l’esaltazione. Particolari che non passano inosservati. L’esaltazione non è ingiustificata: il trio è coeso, lo spirito è quello giusto, il pubblico – numeroso – percepisce e apprezza.

Cambio. Poco prima delle nove e mezzo salgono sul palco i Monster Magnet. L’impressione stavolta è un po’ diversa. Sicuramente non quella di una band così unita. A volte – brutto da dire, e forse un po’ troppo cattivo – nemmeno di una “band”. Ed Mundell è un ottimo chitarrista ma di scarsissima presenza scenica. Quasi completamente inespressivo. Anche perché l’istrione, il protagonista unico e indiscusso dello show è lui, Dave Wyndorf. Si atteggia fino al narcisismo, un ventilatore che gli scompiglia i capelli bagnati di sudore, una smorfia sempre nuova per accattivarsi gli spettatori, una gestualità enfatizzata, esagerata. C’è da riconoscergli sicuramente la capacità di comunicare e coinvolgere, di rendersi magnetico agli occhi di una folla, di destare anche con l’aspetto scenico oltre che con i suoi pezzi l’attenzione di tutti.
I pezzi, per il resto, sono eseguiti in modo ottimo. Migliore la scelta della prima parte della scaletta, con anche alcuni brani dai vecchi dischi (i più apprezzati, ovvio). Durante la seconda parte del concerto invece il Koko inizia a spopolarsi e l’attenzione a calare, nonostante gli sforzi del frontman. Più di un’ora e mezzo di concerto è forse eccessiva.
Anche perché appunto manca un qualcosa, forse proprio quel qualcosa che dovrebbe rendere il tutto diverso dalla somma dei singoli elementi…
T-shirt dei Karma To Burn (ovvia scelta), e via alla disperata – e infruttuosa – ricerca di una birra da bere per strada in una Londra ipocrita e proibizionista…

Scream