NIK TURNER + BLUES PILLS
Roma – Totem Psych Fest @ Airport One

Totem Psych Fest aveva tutte le carte in regola per essere l’evento definitivo per l’heavy psych in Italia. Location esclusiva (il castello di Rocca Sinibalda), line-up invidiabile (specie sul fronte nostrano: un biglietto da visita niente male per gli stranieri), spirito indipendente ed indomito. Purtroppo il festival è stato annullato perché le autorità locali ne hanno minacciato l’eventuale sospensione: in caso di pioggia la sicurezza di pubblico e musicisti non sarebbe stata garantita. Restiamo fiduciosi e sintonizzati sulle mosse di Heavy Psych Sounds, Rokka Village e Teatro Rigodon Onlus, affinché quella del 2015 possa essere la prima di una vittoriosa serie. Intanto, Totem Psych recupera e riassorbe tre date presso l’Airport One di Roma Vintage in collaborazione con Init.
Venerdì caldo umido di fine luglio, da Örebro con furore aprono la serata i Blues Pills, autentica rivelazione di casa Nuclear Blast. Hard blues eccitante e sensuale che pesca a piene mani da Cream, Led Zeppelin, Fleetwood Mac, Jimi Hendrix. L’EP “Devil Man” ha fatto gridare al miracolo, il debut album ufficiale ha spianato la strada oltre i confini del genere, la prova live ha confermato la bontà del progetto. È proprio on stage che i Blues Pills rendono al meglio. I quattro sono musicisti di primissimo livello: la voce di Elin Larsson è calda, sexy, soul; le ritmiche di Zack Anderson (basso, vero motore della band) e Cory Berry (batteria) sono piene, incessanti, jazzy & fuzzy; la chitarra di Dorian Sorriaux (18 anni!) è languida, aggressiva, ipnotica. Il risultato è un mix davvero affascinante di groove e delicatezza, svisate hendrixiane e jopliniane, delizie psichedeliche e riff assassini, da “High Class Woman” e “No Hope Left for Me” alle anthemiche “Devil Man” e “Black Smoke”. Ne vorremmo di più, eppure il tempo è tiranno. Per stasera può bastare: God is light to the poor souls who dwell in night: time is now, live today.
È tempo di fluttuare nello spazio, tuta anti-gravità addosso e sul palco ecco Nik Turner con la sua band. A 74 anni suonati lo storico sassofonista e flautista degli Hawkwind è una leggenda vivente, freak ancora devoto allo Space Ritual. Questo concerto è un’esperienza: per qualcuno sarà noia, per i forti che “sopravvivono” è un gesto di devozione. Turner è icona pop, è segno di un’epoca, è una healing experience. Due ore di musica senza limite alcuno. Trousers blu, camicia a righe e bretelle a pois, il suo mood da gentleman è stile allo stato puro. La formazione che lo accompagna predilige la filosofia del less is more e lavora di sottrazione: zero synth, zero effetti, free form e spirito punk dettano legge. Molti gli estratti dal recente “Space Gypsy” (uno dei migliori esiti dai tempi degli Inner City Unit), sentito l’omaggio a Robert Calvert, doverose le incursioni nel passato sci-fi da levitate your mind con “Lord of Light”, “Orgone Accumulator”, “Master of the Universe”, “Brainstorm”. I testi dei brani scritti su pezzi di carta da tenere in tasca e usare all’occasione fanno tenerezza, la voglia di suonare ancora ancora e ancora è un modello insuperato. È l’1:30 e Nik vorrebbe proseguire. Improssiva al sax, si gira sorridente, la sua band è andata via. Ringrazia gentlemen and ladies accorsi e firma autografi ai pochi rimasti. We bring you love, dice con tono elegante, sorridente e quasi commosso. Lo abbiamo percepito in pieno. Grazie, Nik.

Alessandro Zoppo