OM
Roma – Circolo degli Artisti

Gli studi sulla Iommologia del riff stasera passano al Circolo degli Artisti di Roma ed hanno come illustre professore Al Cisneros, insigne ricercatore degli effetti su anima e corpo causati dalla prolungata esposizione al verbo sabbattiano. Al seguito, per sostenere la tesi che l’ultraterreno possa varcare i confini della materia, pregevoli collaboratori come Emil Amos (proveniente dall’Università Grails, conosciuta per le sperimentazioni in campo fisico/uditivo) e Robert A. A. Lowe (meglio noto come Lichens: teorico di un’antropologia strettamente legata al mondo animale) garantiscono che il seminario di stasera avrà come unico scopo la perdita della coscienza per esplorare altri tipi di percezioni: ecco a noi gli OM, puro spirito divino.
Il suono rituale e circolare di sitar vuole aprire il live ricordando che tutto passa attraverso il suono dell’OM originario, che non c’è conoscenza senza prendere atto del nostro paesaggio interiore: il velo sta per essere dipanato. Dolcemente, “Advaitic Song” parla di religioni lontane e di illuminazioni spontanee. È un breve assaggio del nuovo disco di prossima uscita su Drag City e già notiamo una cosa evidente: gli OM sono diventati un trio. Gli inserimenti di chitarra, tamburello, synth e key che in “God Is Good” sembravano accessorie, ora sono parte integrante del processo compositivo. Lichens non è più elemento coadiuvante ma è diventato degno gregario di quell’accoppiata basso e batteria che non ha simili in nessun altro progetto musicale. Da parte sua, Al ha canalizzato la forza del suo basso tankard, nato nel sound terribile degli Sleep, in una visione estatica e finalmente pacificata con il regno dell’oltretomba, scoprendo l’esistenza di un Dio (quale lo sa soltanto lui) benevolo nei sui confronti.
Che Dio è buono ce lo ricordano i dolci fraseggi di “Meditation is the Pratice of Death”, vero processo introspettivo sulla capacità della mente di creare stati d’animo sereni e tendenti alla pace dei sensi. Quando le incursioni di Lichens fendono il magma ci si accorge che l’alchimia che genera oro da materiali impuri è stata finalmente raggiunta; allo stesso tempo la bellissima “Annapurna”, tratta dal lontano “Variations on a Theme” del 2005, scombussola e devasta per l’antica ritualità che espone nei suoi lunghi e reiterati passaggi distorti. Di contro “Cremation Ghat”, in odore di dub, rappresenta il lato più felice e coinvolgente della mistica rituale; sembra quasi che ci sia più di un richiamo alle danze sciamaniche che evocano le forze della natura, soprattutto quando il muezzin Lichens spara i suoi vocalizzi verso l’orizzonte perduto. Altre gemme sono l’altra anteprima del disco nuovo, ancora più definita negli intenti di controllo di forza a favore della rifinitura del sound, e l’unico bis concesso dove Al, evocando Lazarus, ci abbandona tra qualche duna del deserto nordafricano alla ricerca di noi stessi, persi, per sempre, nella ricerca di un Dio che tarda nella nostra resurrezione.
Dopo un’ora e dieci minuti il rituale è finito. Ci sentiamo fedeli ad un culto, pronti a viverlo e riviverlo ancora e ancora. Il culto del riff. Il culto degli OM.

Eugenio Di Giacomantonio

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