PELICAN + TORCHE + LENTO
Roma – Init Club

Hydrahead chiama, Roma risponde. Nonostante la pioggia, i problemi tecnici e l’idiozia dei soliti stronzi pronti a screditare la capitale (e l’intero paese – ma non è una novità). Andiamo con ordine. Init Club, un uggioso venerdì sera. In scena due delle migliori band della scuderia Hydra Head, gli acclamati Pelican e la rivelazione Torche. Ad aprire la serata ci sono i Lento, che giocano in casa davanti ad un pubblico che ormai li conosce alla perfezione. Set ridotto per ovvie ragioni di tempo, i ragazzi romani non lesinano la solita potenza e privilegiano un approccio violento rispetto alle stratificazioni ambient psych che li contraddistinguono. Pesa soltanto la scelta di suonare non sul palco, bensì fronte pubblico. Risultato? La sala del club conta sui 50 gradi e chi arriva dopo non vede assolutamente nulla. Detto questo, i brani di Earthen si rivelano per quello che sono: l’emersione di un isola dalle nebbie di un oceano, uno tsunami sonoro che colpisce in pieno volto. Avrebbero meritato più spazio (e soprattutto il palco…).L’atmosfera si anima quando sono i Torche a comparire on stage. Gruppo dalla composizione eterogenea: Rick suona in mutande, versione casereccia di Neil Fallon. Jonathan è un bassista modello Brad Davis; Juan un chitarrista dai tratti latini e dall’innegabile approccio metal (inequivocabile la sua shirt dei Cryptic Slaughter); il front man Steve ha invece un’espressione serena, un sorriso da adolescente che tra saltelli e riff cavernosi si trasforma spesso e volentieri in ghigno (finto) demoniaco. Peccato la sua voce sia praticamente annullata da chi ha curato i suoni. I Torche hanno un approccio timido: guadagnano tempo per carburare, Jonathan ha un problema al basso, invece di spararsi una jam gli altri tre cazzeggiano. Si ha quasi l’impressione che non provino molto insieme. Quando partono i brani spensierati di Meanderthal (ritornelli tipo Healer o Grenades, perché nessuno ha ancora citato la fondamentale influenza Hüsker Du?), ci si inizia a divertire e parte un folle pogo. Ancora meglio quando si passa al materiale di In Return, fusione letale di post core, metal e rock acido. Amnesiam e Meanderthal sono infine le ciliegine sulla torta. Tra Melvins e Warhorse, si attraversano mille sfaccettature, nuances di nero e scossoni elettrici che culminano nella sfuriata noise finale. Con Juan che dà in pasto la sua chitarra all’avido pubblico. Questo sì che è rock’n’roll.
Passa una buona mezz’ora e i Pelican sono di scena. Qualche difetto nei primi brani, perché Bryan ha dei problemi al basso. Tutto ciò non turba il quartetto di Chicago, sereno e riposato nonostante quanto capitato nel pomeriggio: dei deficienti ha spaccato il vetro del loro furgone e rubato borse con soldi, pc (contenenti le prime bozze di nuovi pezzi…), lettori mp3. Un disastro che non deprime (almeno in apparenza…) questi ragazzi americani. Fortuna che al danno non si aggiunga altra beffa. Perché dal vivo i Pelican dimostrano tutta la loro classe. Il tempo di Australasia è ormai trascorso (nessun brano viene eseguito dal primo, meraviglioso album della band), ne restano brandelli di furia incontrollata, riff e ritmiche che esplodono e scavano in profondità. E quando partono, colgono nel segno. The Fire in Our Throats Will Beckon the Thaw appare come un fantasma che tenta di aggrapparsi a ciò che rimane dei Pelican di oggi, quelli di City of Echoes, un gruppo che prova a coniugare le asprezze di un sound corposo, robusto, muscolare, con languide nenie post rock. Il risultato, francamente, non convince del tutto. Se i quattro tornassero a sporcarsi le mani nel grasso psichedelico, nella furia metal lisergica, un album come Australasia sarebbe ancora possibile. Tra una asfissiante, iniziale Dead Between the Walls, varie fasi dalla città degli echi (Lost in the Headlights, l’insopportabile title track) e i sobbalzi creati da Sirius si apprezzano sopprattutto le fase di chitarra di Laurent e Trevor, meno la dinamicità di Larry, spesso sin troppo statico. Il finale affidato alla massiccia Last Day of Winter fa capire ancora meglio che quando i Pelican tornano ai riff avvolgenti è proprio un’altra storia.

Alessandro Zoppo

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