PONTIAK
Roma – Circolo degli Artisti

I Pontiak sono i boys next door dell’heavy psych. Bravi ragazzi, di quelli pronti a dare tutto e a sacrificarsi per un amico, una passione, la Virginia. Il richiamo della terra di provenienza è forte, nella loro musica risplende la wilderness statunitense, passata dalle rivoluzioni folk ai feedback e fuzz della contro-cultura urbana. Persone perbene i tre fratelli Carney, capaci di distillare dal 2006 ad oggi uscite a getto continuo che attraversano lo stoner, l’hard & heavy sound dei ’60 e ’70, la dilatazione acida e l’Americana moderna. Un modello di credibilità, lontano dai trend rock imperanti eppure accessibile a quella nuova trasversale fascia di pubblico che aveva snobbato il ritorno della neo psichedelia nei primi anni Duemila e ora riscopre la classicità con Black Mountain, Arbouretum e Black Angels. Prima di Lain, Van e Jennings, tocca alle due band d’apertura: Rubbish Factory e Thee Elephant. I primi mancati completamente e colpevolmente (è un peccato, il loro “The Sun” su disco suona grezzo e libero), i secondi acciuffati agli ultimi brani, buon mix di psichedelia elegante e fuzzy pop’n’roll.
Sono le passate le 23 e i Pontiak tornano sul palco del Circolo, che li aveva già accolti nel marzo del 2012. Van – shirt bianca da carpentiere e acconciatura al vapore – è gasato dalla sambuca bevuta e aggancia subito il pubblico con “Ghosts”: la sua voce si intreccia a quella di Jennings per sentieri selvaggi, plasmando con chitarra abrasiva e basso titanico il sorriso che spunta sul volto degli astanti. Tanto il materiale tratto dal nuovo “Innocence”, come la successiva, palpitante “Shining” e la clamorosa “Surrounded by Diamonds” (uno dei giri più cool dell’anno, forgiato nel nome di Leigh Stephens). “Shell and Skull” è maestoso e polveroso heavy psych, riflesso del lungo trip desert rock morriconiano estratto da “Comecrudos”. Fantasmi solitari e struggente intensità, è questo il tema costante della prima parte dello show: l’entusiasmo dello spirito stoner dei fratelloni, immersi nelle suggestioni dei Black Sabbath, nel grasso dei Kyuss e nelle asprezze dei Mudhoney.
La fase centrale è quella elegiaca e pastorale, nella quale i bruti istinti drogati lasciano il passo alla riscoperta della sfera intima e naturista. Tuttavia tocca dirlo: preferiamo Van quando abbraccia il Diavolo del Riff. Perché l’anima ormai è dannata e lo si capisce nel momento in cui la coda di “It’s the Greatest” si allunga in travolgente saturazione elettrica. “Lack Lustre Rush” e “Innocence” riprendono lì dove ci avevano abbandonato Iggy e gli Stooges, rotolando per strada in preda ad un cocktail di rabbia e anfetamina. “Lions of Least” e “Beings of the Rarest” sono mazzate assestate per bene tra capo e collo, prima del finale affidato alle commoventi e visionarie “The North Coast” e “Left with Lights”.
Sono davvero magici questi Pontiak: nelle loro mani un banale giovedì d’aprile si trasforma in una lussureggiante passeggiata per le vivide Blue Ridge Mountain.

Alessandro Zoppo