PONTIAK
Roma, Circolo degli Artisti

Un sole timido ed un cielo espanso sono la cornice perfetta per assistere al ritorno a Roma di Lain, Van e Jennings Carney, ovvero i Pontiak. Ombre argentate e orizzonti imperscrutabili ci attendono per una serata da mandare a memoria. Colpisce subito lo strano accostamento proposto dal Circolo degli Artisti, perché in apertura ci sono gli Shabazz Palaces, duo hip-hop uscito di recente su Sub Pop con l’esordio “Black Up”. Ishmael Butler ha militato nei Digable Planets, storica formazione hip-hop dei primi anni Novanta. E si sente. La destrutturazione ritmica operata da ‘Palaceer Lazaro’ e Tendai ‘Baba’ Maraire è ammaliante e lisergica, i brani sono storti e spezzati, la loro è musica fortemente contamianta. Gli intrecci vocali sono abili e sorprendenti, come i giochi di luce proposti. Da amanti del jazz (acido), del blues (distorto), del funk (psichedelico) e del dub (ossessivo), lo show degli Shabazz Palaces convince e ipnotizza. Seppur rimanga un alone di dubbio, come proporre del manzo ad un vegetariano che si è recato alla fiera del seitan.Breve cambio di palco ed ecco finalmente i Pontiak. I tre sono figure speculari, quasi complementari. Poche parole e tanti fatti. La complicità familiare che dimostrano non appena lo show ha inizio è evidente. Tuttavia sin dalle prime canzoni, si ha la netta impressione che il gruppo abbia raggiunto una definitiva maturità artistica, su disco come sul palco. Le loro sonorità sporche e rurali sono la colonna sonora ideale di un mondo visto al tramonto, dalla finestra di una casa lontana da tutto e da tutti. L’hard psych venato di languido folk proposto dai Pontiak è spontaneo, essenziale, espressionista. Un viaggio nel cuore della Virginia, dove il rock diventa crudo e lisergico, dilatato e polveroso. Viene riproposta buona parte del repertorio. Vecchio (poco) e nuovo (molto) materiale. Tanti estratti dal recente “Echo Ono” (spicca su tutte la splendida “The North Coast”, da pelle d’oca) e a sorpresa la terza parte di “Comecrudos”, lungo trip desert rock morriconiano in cui, tra dune e meditazioni varie, trova posto una delle melodie più intense e struggenti scritte da una rock band negli ultimi anni. “Layway” fa sobbalzare con quel riff drogato e rurale e quelle vocals delicate, “The Expanding Sky” trasporta su un universo fisicamente e psicologicamente oltre. Le esplorazioni sonore del gruppo sono guidate dalla chitarra aggressiva e deflagrante di Van, mentre basso e batteria tengono il passo con foga e precisione.
Gran finale con droni di passaggio e una versione furiosa e anfetaminica di “Lions of Least”, vero e proprio inno griffato Pontiak. Peccato soltanto per la breve durata del set e l’esigua cornice di pubblico (il Circolo ci ha abituato ad un numero di presenti diverso). Perché i fratelli Carney meritano fette di audience molto più ampie.
Concerto dedicato a chi ha nell’armadio un set di camice a quadri e a chi ha una barba per amica.

Alessandro Zoppo

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