ROADBURN FESTIVAL 2012
Tilburg (Olanda) – 013 & Het Patronaat

Al di là del reale. Questo è il senso del Roadburn Festival, giunto nel 2012 alla sua edizione numero 17. Un evento unico nel suo genere, in Europa ma non solo: quattro giorni di musica ininterrotta, un lungo e corposo trip che dalle solide radici heavy psych, stoner e doom, traghetta sino al folk, alla musica d’avanguardia e sperimentale, alle nuove derive del (post) metal. Chi non è mai stato a Tilburg, avrà goduto sicuramente lo spirito e la professionalità che si vivono durante questo happening. Per gli aficionados, è necessario constatare un aumento notevole degli spettatori e dei prezzi (dal biglietto ai famigerati tokens, la moneta che si usa per bere e mangiare tra 013 e Het Patronaat). Detto questo, il festival organizzato da Walter e Jurgen non perde un grammo di qualità in proposta ed organizzazione interna, davvero da favola. E ciò nonostante le consuete e ormai famose sovrapposizioni tra band che si esibiscono sui quattro palchi del festival.
Si comincia giovedì 12 al Patronaat (location suggestiva, una chiesa gotica che pare materializzare gli incubi psichedelici che rendevano folli le vittime del maestro d’armi Rathe in Piramide di paura) con la folk music di Christoph Hahn, un inizio fumoso e rilassante che prepara all’assalto retro vintage operato dagli Horisont. Il pubblico in Green Room pare apprezzare i ragazzi svedesi. Ed in effetti lo show è divertente: un puro tributo all’hard rock di Grand Funk, Bad Company e Deep Purple Mark III. Il gioco dura un’ora scarsa, alla fine della quale andare a riprendere Closer to Home pare cosa buona e giusta. Il black metal degli americani Agalloch è di una pochezza tremenda, tanto che in confronto i Saturnalia Temple fanno la figura dei Black Sabbath. Il loro concerto è ottimo, nonostante qualche posa di troppo. Doom psych malvagio e coinvolgente: i riff sono cattivi e oscuri, le dinamiche lente e ossessive, il risultato acido e stordente. Merenda ideale per ingranare e prepararsi alla serata. Che si anima subito con il signore della psichedelia Al Cisneros e gli OM, quanto di meglio ci si potesse aspettare. Il basso titanico di Cisneros, la batteria tentacolare di Emil Amos e le incursioni trippy di Robert A. A. Lowe forniscono un mantra che catalizza corpi e menti. Dai migliori, il risultato non poteva che essere tale. La psichedelia di La Otracina prepara ad un altro spettacolo atteso: i Killing Joke che ripropongono il materiale del loro storico album d’esordio. Lo show è intenso, seppure deluda in alcuni aspetti. In primis perché il gruppo pare stanco e in molti momenti sottotono. Inoltre perché il chitarrista Geordie Walker è autore di uno spregevole attacco al fonico di palco, culminato in un calcio volante agli amplificatori ed in un lancio di birra (in bottiglia di vetro) al povero malcapitato. Figuracce a parte, Jaz Coleman resta un idolo: vederlo cantare in pezzi come Wargame e The Wait è un’emozione unica. Gli Ulver sorprendono invece con un concerto macchina del tempo: lontani dal black, dall’elettronica e dall’ambient new age, si presentano in formazione allargata e concedono il massimo della loro concezione psichedelica di musica. Un gesto che produce suoni liquidi e dilatati, nei quali è un piacere perdersi. Il contrario di quanto accade al Patronaat per gli Orchid. La calca ed il caldo opprimente consentono di assaporare pochi brani del gruppo della Bay Area: persone simpatiche, convinte di ciò che propongono (un puro tributo al Sabbath sound 1970-73). Si giunge verso la fine con i Voivod al primo dei loro due concerti (il pubblico pare gradire molto vista l’affluenza) e soprattutto con gli attesissimi Sigiriya. Il gruppo gallese, ex Acrimony, non delude in quanto a sound e personalità: puro stoner acid rock, guidato dai riff e dalle aperture megalitiche di Stuart O’Hara. La Bat Cave (ribattezzata Stage01) è una bolgia e il cantante Dorian Walters, con tanto di tatuaggio dello Swansea, cavalca l’onda. Peccato tutto duri molto poco, perché il risultato finale sono 45 minuti di concerto. La sensazione che in uno show comodo e dilatato i Sigiriya possano fare ancora meglio.
È venerdì 13 ed il giorno in cui Jason sfodera quintali di violenza. Come Michel Langevin e Denis Belanger, ossia i Voivod. È il loro giorno, la cura funziona e si è subito proiettati nella dimensione Hatröss. Non prima di un po’ di sano relax acustico al Patronaat, grazie all’emozionante ed intenso spettacolo del duo Wino & Conny Ochs e al dark folk fiabesco ed esoterico degli Hexvessel, ensemble che assicura una delle performance più particolari e convincenti del Roadburn. Altro momento sofisticato arriva nel Main Stage con i Manorexia di J.G. Thirlwell: musica da camera iniettata nel cervello di un drug addicted. Momento particolare e per niente fuori luogo, spazzato via dall’approccio punk dei Witch (un gruppo di biker freak che suonano stoner psych come in sala prove) e dal doom cinereo e assassino dei Conan. La fase cruciale della giornata si avvicina. Alle 20.30 il Main Stage è stracolmo perché Mike Scheidt ha pronti i suoi riff titanici e la sua voce deviata. Gli YOB si confermano una delle migliori band in circolazione. Suonano per intero The Unreal Never Lived e lo fanno con la sicurezza dei campioni. In Oregon deve esserci qualcosa di speciale nel sottosuolo. Partorire gemme come Grasping Air e The Mental Tyrant e suonarle con tale facilità non è roba da tutti i giorni. Il terreno è pronto ed il fiore sboccia con i Voivod. Secondo concerto in due giorni e secondo colpo al cuore con la riproposizione completa di Dimension Hatröss, storico quarto disco della formazione canadese. Thrash metal, hardcore, psichedelia, progressive e punk fluiscono incessanti, picchi assoluti Technocratic Manipulators e Macrosolutions to Megaproblems. Snake dedica il concerto a Denis ‘Piggy’ D’Amour e la genuinità dei Voivod non può che commuovere. Applausi a valanga e dritti in Stage01 per la new sensation dell’occult doom, gli Hua†a. La delusione è molta perché nonostante i suoni schiaccianti, il gruppo francese risulta abbastanza prevedibile e soprattutto più attento alla forma che alla sostanza della propria musica. Prima di loro, momenti intensi li avevano regalati i Dopethone (nonostante la scarsa originalità, tre minacciosi crusties che suonano uno sludge doom perverso e mefistofelico) e gli GNOD, folli autori di un miscuglio di kraut, drone, psych, jazz e space rock. Il crust dei Doom è vanificato dalla bolgia del Patronaat, così in Main Stage sono in pochi ad assaporare le delizie progressive dei ritrovati Anekdoten, interessanti seppure ancora timidi nell’approccio on stage.
È sabato 14 ed il giorno della celebrazione del riff. L’avvio è avvincente: ci pensa il doom tradizionale dei 40 Watt Sun e soprattutto la cattiveria satanica dei drone doomsters Dark Buddha Rising. Chi è facilmente impressionabile, ricorderà per molto tempo il vocalist ricolmo di pentacoli e sangue. Nonostante i problemi al basso del simpatico Tatsu Mikami, i Church of Misery sono sempre una garanzia per chi vuole heavy psych sabbathiano. In attesa del sostituto del dimissionario Tom Sutton (è stato forse questo il suo ultimo show?), i giapponesi non fanno annoiare per la loro quarta esibizione negli ultimi cinque Roadburn. Il retro rock dei Purson risulta godibile e genuino, ottimo antipasto per i paladini del doom britannico The Wounded Kings. Nonostante i cambi di formazione, i brani dell’ultimo In the Chapel of the Black Hand rendono bene e restituiscono la natura oscura e vintage della loro musica. Peccato soltanto per due aspetti: la voce tenuta in mix sin troppo bassa della nuova cantante Sharie Neyland e le proiezioni su schermo, un pasticcio d’animazione a metà tra un anime e Heavy Metal. Giunge così l’ora di The Obsessed: a quasi vent’anni da The Church Within, Wino, Guy Pinhas e Greg Rogers riesumano la storica doom band e propongono uno spettacolo coinvincente. Suoni possenti, brani classici, esecuzione da manuale. Manca solo quella scintilla che possa lasciare una reunion del genere nella memoria. Come uno studente intelligente ed arguto che esegue il compito rispettando tutte le regole, senza aggiungere il tocco del fuoriclasse. Esattamente il contrario di quanto accade non appena scattano le 21.40. Il tempo si ferma. Sul palco ci sono gli Sleep. Main Stage strapieno, e c’è un motivo. Per chi è cresciuto ascoltando stoner rock, doom e heavy psych, il concerto di Al Cisneros, Matt Pike e Jason Roeder (Neurosis) è stato come rinascere. Uno show epocale. I suoni sono perfetti, qualcosa di assolutamente devastante. Un evento totale e totalizzante. Riff e feedback allucinatori, il materiale di Holy Mountain e Dopesmoker celebrato all’unisono dagli astanti. La quantità e la pesantezza sono pari alle pance di Cisneros e Pike. L’emozione è immensa e quando tutto finisce, se ne vorrebbe ancora per almeno altre tre ore. Il simposio è avvenuto. La mente è stata sacrificata sull’altare del riff. Laurea honoris causa ai tre in Iommic Research. Prima degli Sleep la delusione era stata quella dei Mars Red Sky, leggeri e anonimi rispetto al loro ottimo esordio su disco. Dopo gli Sleep, lo scettro della musica pesante e drogata va agli americani Bongripper. Il gruppo di Chicago fa letteralmente vomitare il cervello di chi ha ancora la forza di essere in piedi al Patronaat. Brani diretti e lisergici, un doom acido che strizza l’occhio al postcore senza per questo cadere in facili manierismi. Peccato esserseli persi all’Afterburner di domenica 15, dove hanno proposto per intero il loro opus malvagio Satan Worshipping Doom. Come è un peccato essersi persi gente del calibro di Internal Void, The Mount Fuji Doomjazz Corporation, YOB (stavolta con Catharsis in completezza), Coroner e Black Cobra. Ma siamo certi sarà stato tutto meraviglioso. Perché meraviglioso è il Roadburn, il festival dei festival. Inutile girarci intorno.
Welcome to the riff-filled land. Bienvenu au-delà du Réel.

Alessandro Zoppo

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