SIENA ROOT
Pescara, Tipografia

In una prima periferia di Pescara, in mezzo ad un paesaggio fassbinderiano con tanto di cementificio di Soviet memoria, c’è un luogo caldo e passionale. Un pugno di ragazzi della zona ha messo in piedi, in una ex tipografia abbandonata (unica cosa positiva della crisi economica: donare ex spazi commerciali alla promozione culturale nel territorio) la Frantic Factory, un’associazione culturale con una programmazione di eventi live di tutto rispetto, diventando punto di riferimento della zona per chi ama sonorità heavy, psych and deep. Stasera il piatto è servito con un mini festival di ben quattro band, tutte di notevole fattura.Aprono i Reverse Hole, band locale, in promozione con l’album d’esordio “Out of the Hole”. Partono in pompa magna in stile Death From Above 1979, groove e dirty funk da vendere, e arrivano dove si sono arenati i Queens of the Stone Age di “Era Vulgaris”. La proposta c’è ed i ragazzi mettono dentro passione e grinta, tuttavia qualche struttura compositiva è da affinare, per evitare la monotonia. Il meglio verrà poi da se. Anche se hanno già una buona esperienza alle spalle, sono giovani e col tempo miglioreranno, come il vino buono. Gli ascolti e le contaminazioni di cui si nutrono sono evidenti.
Con i Doctor Cyclops c’è la prima sorpresa della serata. Un wall of sound corrotto da ascolti forzati nel dark rock e da tutte quelle meraviglie uscite nell’arco del triennio 1969/1971. Loro sono ancora da quelle parti, macinando riff al ralenti e costruendo, nota dopo nota, un fascinoso viaggio al centro dell’universo. Qualcosa di simile ai Witchcraft o ai Graveyard per tornare ai giorni nostri, ma, si badi bene, in maniera del tutto fulminata ed originale. Ti sparano in faccia queste mini suite come hanno fatto gli Sleep di “Jerusalem” e la testa inizia a fare headbanging in automatico. Iniziano con una versione dei Cathedral e finiscono per fare incrociare Black Sabbath e Led Zeppelin sul finale. Magnifici. Fatevi un regalo: comprate “Borgofondo”, loro cd d’esordio. C’è una sugosa guest apparence di Alia O’ Brein (Blood Ceremony) al flauto, garanzia di qualità.
I Johnfish Sparkle giocano in casa e si sente. I loro approccio all’argomento è molto più southern boogie e sicuramente il chitarrista dorme con il poster di Jimmy Page dietro le spalle. Tutti elementi perfetti per esibire un sound grasso e pastoso in bilico tra Grand Funk Railroad e Black Crowes. Con qualche vibes alla Free a guarnire la portata già ricca di sapori ed odori raffinati. Il vertice lo raggiungono con la doppietta blues ed il nuovo singolo di prossima pubblicazione: il primo coglie bene il climax del delta del Mississippi e lo aggiorna con elementi propriamente rock; la seconda è un’acrobazia tra il seventies guitar sound e il boogie and roll. Bravi ed opulenti!
“Dinamic root rock” è il codice che aleggia nell’aria quando salgono in scena i SIENA ROOT e migliore descrizione della loro musica non si può dare. Hanno cambiato diversi/e vocalists nel corso degli anni, ma stasera si presentano con la splendida Chrissi, voce che troviamo nell’ultimo meraviglioso album in studio “Different Realities” e la formazione gode di ottima salute con una complicità tra i musicisti vista in pochissime altre occasioni. C’è voglia di jam, di portare l’ascoltatore a spasso tra fiori di lotus e orizzonti indiani, di abbracciare una filosofia “chiara” della struttura compositiva e di mostrarsi in primis come persone genuine: da questa parte del palco tutto questo ci arriva evidente sottoforma di un sound pregno di significato in ogni singola evoluzione. A loro non deve essere bastato nutrirsi dalla pianta Black Sabbath/Deep Purple/Led Zeppelin. Hanno voluto approfondire il discorso in lungo e in largo portando la lezione sperimentale di Ennio Morricone a braccetto con i canoni della musica etnica. Ricerca, Viaggio, Scoperta sono gli elementi che caratterizzano l’intero live set, suddiviso in due parti comunicanti. “Over the Mountains” è hard come ai tempi di “In Rock” e viaggia tra saliscendi da brivido; “We” è magnifica nella sua evoluzione tra stasi ed estasi e Chrissi ci mostra come il registro vocale dona aggiunta di senso anche a semplici accordi ripetuti; “Coming Home”, dal loro esordio del 2004 “A New Day Rising”, è veramente la promessa che un nuovo giorno è in arrivo. Tutto è perfetto: c’è un’energia unica nell’aria. La band sente il calore del pubblico e ringrazia con eccellenti solos di batteria. Memorabile il botta e risposta tra sitar e tastiere: da perdere gli ultimi agganci con la realtà della materia! Un’ora e mezzo di spendide visioni. Un trip mentale e fisico di rara bellezza. Un bis richiesto a gran voce e poi tutti a salutare la band con abbracci tipici di amici che si ritrovano dopo anni di silenzio, ma con la mente tesa ad assaporare la gioia del ritrovarsi.
Alla fine ognuno di noi vuole portarsi dietro un ricordo della serata: un disco, un cd, anche uno sticker solamente. Qualcosa che nel futuro ci farà ricordare la fortuna avuta nell’essere stati presenti a questo evento. Qualcosa che vorremmo assolutamente ripercorrere nella mente come sintesi di bellezza assoluta…
Dynamic Root Rock is fine art for your souls!

Eugenio Di Giacomantonio