SIX ORGANS OF ADMITTANCE
Roma – Init Club

Ben Chasny suona mille chitarre. Ben Chasny canta mille voci. Ma, stranamente, sul palco dell’Init c’è solo una sedia in cui sta seduto un uomo solo, totalmente privo di coolness, con la sua chitarra e nessun effetto: Six Organs of Admittance.
Passato in Italia per una serie di date promozionali, Ben è di fronte a noi in totale trasparenza. Inizia ad accordare la chitarra con la sala vuota. Non importa chi raccoglierà le sue storie di polvere dei deserti e di metafore spirituali: il fatto stesso di suonare è gesto fisiologico della sua arte “hic et nunc”, qui e adesso. Tutto questo viene rivelato a noi con una serie di canzoni dalla bellezza rara. Un corpo sonoro unico che toccherà il senso vero di musica etnica, la musica dei popoli, di ogni popolo possibilmente, sia che si tratti di tradizione folk americana, sia che punti al bacino mediterraneo a cui Ben guarda con sentita partecipazione.
“Shelter from the Ash” apre con ritmi lenti e con un suono denso come magma. Ben è totalmente concentrato sul proprio strumento, costruisce il suono strato dopo strato ed una volta raggiunto lo zenith della composizione inizia a cantare una melodia mantrica fatta di pochi ma evocativi versi che citano l’oscurità come minaccia della ragione umana e invita, appunto, a mettersi al riparo dalla ceneri… Tutto il concerto seguirà questo modello. Si ha la sensazione, tra noi spettatori, di essere davanti ad un incantatore di serpenti. Veniamo ammaliati, seguiamo ondeggiando la strada disegnata dagli accordi, e, infine, superato il vertice della collina, rimaniamo a bocca aperta di fronte al panorama appena rivelatosi.
Le composizioni vengono accorpate a due, a tre, a quattro ogni volta che l’autore sente necessario il completamento di una mappa emotiva attraverso la continuità del flusso: brani da “Dust and Chimes”, album targato 2000, si legano naturalmente agli estratti da “The Sun Awakens”, 2006; le prime fievoli ed ancora premature composizioni di “Nightly Trembling”, 1999, sono il seme che fiorirà in “School of Flower”, 2005, e, a guardare il filo conduttore che lega questo concerto, si intuisce come l’esigenza di Ben sia stata sempre quella, sin dal 1998: trascendere la realtà attraverso la bellezza dell’opera d’arte.
I suoi modelli principali per raggiungere tale scopo sono strutturati in tre modalità differenti: la composizione breve e strumentale ad alto tasso di bravura tecnica; la circolarità del riff in scala mediorientale che tende ad allungare e dilatare il suono fino ai lidi della drone music e degli Sleep; la canzone “pop” di straordinaria bellezza melodica che ti imprime il ritornello nel cervello! Di questo tipo sono da autentica ovazione “Hold but Let Go” e “Strangled Road”: la prima straordinaria nel controcanto appena sussurrato; la seconda puro e semplice nettare in forma sonora, vero ricostituente per le nostre orecchie spesso deturpate da picchiatori sonori senza peso. Così finisce il live dei Six Organs of Admittance, dopo un’ora passata troppo velocemente, e dopo il bis “Above a Desert I’ve Never Seen”.
Ben Chasny il cantautore psych-folk, il chitarrista rumoroso dei Comets on Fire, il titolare di numerosi progetti musicali, il musicista che scrive la colonna sonora per la novella di Joseph Mattson “Empty the Sun” è stato con noi. Ed è stata una serata bellissima.

Eugenio Ex