SLEEP
Roma – Circolo degli Artisti

Jerusalem. Dopesmoker. Holy Mountain. Jodorowsky. Il Caprone. L’Erba Magica. Il Sabba e i Black Sabbath. In una parola: Sleep. Il Circolo degli Artisti ci offre la realizzazione dei nostri sogni, il completamento di una idea iniziata venti anni fa, quando eravamo ancora adolescenti desiderosi di suoni pesi e acidi, con tre sole idee in testa: fumare, fumare, fumare. A questo scopo gli Sleep sembravano sublimare il concetto in una forma sonora vicino al bong infinito, prendendo il cadavere dei Sabbath più oscuri e rinforzandolo con massicce dosi di THC. La loro non era una proposta filo Iommiana tout court (anche se sul culto del personaggio ci hanno costruito una vera e propria iconografia), bensì una chiusura definitiva di quel capitolo con tanto di funerale freak per poter permettersi il lusso di ripiantare gli stessi germogli in altre fertili colture e con la determinazione di diventare loro stessi punto di riferimento per altre decine di band. E ci sono riusciti. Senza mai passare in Italia, la band ha fatto tre dischi, un EP e l’unico caso di concept album talmente estremo, contraddittorio, dirompente e contrastato da subire, negli anni, trattamenti di taglio, rimaneggiamenti, remixaggi e edizioni multiple. Nella loro testa “Jerusalem” sarebbe dovuto uscire subito dopo il fantastico “Holy Mountain” ma vede la luce solo nel 1999 in una prima stampa, censurata nel minutaggio e ritoccata nei suoni. Da qui il malcontento dei ragazzi e il successivo scioglimento della band, che non ci ha permesso di vederli dal vivo in Europa. Occasione che recuperiamo stasera.
Dopo esattamente venti anni dalla formazione e con la stessa idea di fare festa e ricordarsi la beata gioventù, sia nostra che loro, Al Cisneros e Matt Pike sono finalmente insieme e sono proprio davanti a noi. Chris Haikus è in convento, ritirato a vita privata. Al suo posto Jason Roeder, drummer dei Neurosis, farà il suo sporco lavoro egregiamente. Ripartono proprio da dove si erano persi, da “Jerusalem”, spiattellata nella sua mastodontica lentezza proprio all’inizio del live e tesa a rimanere nelle nostre orecchie fino alla fine. Gli Sleep questa sera si prendono una rivincita messa in stallo in tutti questi anni. Si ha la sensazione che ci sia solo questo lungo e maestoso pezzo per tutta la durata del concerto. L’idea che quando trovi un bellissimo riff è inutile cambiare, è tuttora valida. Vengono innestate le bellissime “Dragonaut”, esemplare nello sciorinare la lezione di Ozzy e Tony come solo gli originali sapevano fare; “Aquarian”, letteralmente esplosa con i visuals di ambientazione sottomarina; la bellissima “Holy Mountain” che visiona l’aspetto proprio del doom in una lucentezza psychedelica. Ma ad emergere è solo ed esclusivamente la narcosi di “Jerusalem” o più propriamente “Dopesmoker”. Anche nei momenti in cui non viene suonato, quel riff è siero malevolo che attanaglia il cervello e non lo molla. Alla fine viene ripreso in pugno e lanciato nell’aria a soffocare i rimanenti neuroni. Matt lo sa che ha creato il mostro definitivo e ride compiaciuto. Neanche la breve parentesi jammata e strumentale che fa riprendere fiato al giro di boa riesce a farci tornare in equilibrio: stasera la dominante oscura è il calvario verso la montagna sacra e nessuno può farne a meno. Dopo un’ora e mezzo siamo sul Golgota e rimiriamo dall’alto le piantagioni di canapa che abbiamo attraversato e gli universi che abbiamo solcato, spossati nelle orecchie e con un sorriso stonato sul volto.
All’uscita, tra infinite magliette, sul banco del merchandising, rispunta l’ennesima edizione di “Jerusalem”, segno che un riff, quell’unico riff, ha ancora tanto da dire. Proceeds the Weedian, Nazareth.

Eugenio Di Giacomantonio