STILL DOOMED FEST
Parma – Circolo Onirica

Le tenebre doom discendono su Parma, per l’occasione la città prescelta dal destino per il Still Doomed Fest. L’Onirica infatti ospita una lunga notte di suoni acidi e cimiteriali, con sei formazioni che si avvicendano prima di giungere alla prima calata nella penisola degli headliners Pagan Altar, e indi oltrepassare il muro del sonno con l’appendice acustica di Kimi Karki (Reverend Bizarre, Orne, Lord Vicar).L’affluenza è più che discreta, segno che gli appassionati hanno risposto bene, e con un po’ di ritardo salgono sul palco gli SHININ SHADE, la prima delle due female fronted band della serata. Già abbastanza maturi, hanno offerto un doom dark sound che risente sia di certo prog attuale che di sonorità più vicine al classico rock psych. Al di là del suono non eccelso (ma sarà una spina nel fianco per tutta la prima parte del festival) la prova di Jane Esther e gli altri è da promuovere, e pezzi come “Square the Circle” si lasciano ascoltare con piacere. Stessa impressione per gli HANDS OF ORLAC, già piccolo culto che chiama in causa tanto il doom prog dei Blood Ceremony che il metal ispido degli Angel Witch. La band nata a Roma (ma ormai italo-svedese) ha riscosso un buon successo, ripagando degnamente i diversi metalheads giunti da lontano per vederli.
È toccato poi ai CARONTE, artefici di una buona prova: la voce simil Danzig di Dorian Bones valorizza il loro doom occulto ai confini con lo stoner. Menzione per l’ormai classica “Ghost Owl” e per “Black Gold”, che fanno crescere l’attesa per il full-length d’esordio. Break centrale con lo speed thrash crust dei CHILDREN OF TECHNOLOGY che non ha fatto storcere la bocca, e anzi la scelta di includerli si è rivelata azzeccata. I quattro guerrieri post nucleari inondano l’audience con una sequenza di brani crudi e stordenti, nei quali la velocità la fa da padrone proponendo un bel pastone di Carnivore, Amebix e crossover (quello di una volta), ottimo per triturare un po’ di ossa.
Dalla foga di Interceptor alle pachidermiche Montagne della Follia, visto che poi vanno di scena i DOOMRAISER: ascoltiamo versioni dilatate e bruciate in paranoia psichedelica di “Like a Ghost”, “Phoenix” e “Rotten River”. L’apporto del synth rende ancora più ipnotico il sound dei capitolini, che si lasciano andare a lunghe jam capaci di sconfinare in brutale space rock: la certezza della conferma con in più la voglia di osare. Pausa di rito per allestire il set degli ABYSMAL GRIEF, nella quale lo stage viene bardato di drappi funerei, sollevati in concomitanza della cupa esibizione del quartetto genovese. La sequenza delle varie “Hearse”, “The Necromass: Always They Answer” e “Crypt of Horror” offre un sound totalmente spettrale e monolitico, con le tastiere di Necrothytus a caratterizzare i vari brani; spazio anche per una ferale versione di “Chains of Death” dei Death SS.
L’ora è davvero tarda e finalmente tocca ai PAGAN ALTAR, attesi con curiosità o venerazione (a seconda dei casi). L’inizio sotto tono di Terry Jones desta qualche angoscia, ma fortunatamente lo storico cantante si riprende bene e viene osannato assieme ad Alan Jones, autore di una prova maiuscola. Il repertorio è mescolato ad arte e citiamo “Black Mass”, “Pagan Altar”, la nuova “Dance of the Vampires”, “Judgement of the Dead”, la rara “Reincarnation”, “Semhein” e “Witches Pathway”, che da qualche anno non sono più dei tomi di un polveroso archivio ma brani che fondono hard rock, folk, doom e NWOBHM eseguiti dagli autori originali, quindi di rilevante valore aggiunto.
Quattrocento km da casa, le note dell’ultimo show si diffondono nel locale assieme agli immancabili boccali dei coraggiosi rimasti, ma noi dobbiamo scappare: Kimi ci ribecchiamo alla prossima, magari coi grandi Lord Vicar.

Roberto Mattei

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