STONED HAND OF DOOM CHAPTER IV
Roma

Quarta edizione dello Stoned Hand of Doom, il maggior festival italiano dedicato a stoner rock, doom, psichedelia e sonorità deviate. Difficile eguagliare il lavoro fatto nel 2007 con un finale da urlo regalato dalla tripletta Solace, Colour Haze e Orange Goblin. Wall of Music e Sinister Noise (con la collaborazione di Garbage Dump) hanno però tenuto alti interesse e aspettative con un bill ricco e variegato.
Venerdì 16 è giorno di War Map Opening Party al Sinister Noise con tre band italiane dal valore assoluto. Aprono i Godwatt Redemption da Frosinone: super heavy rock psichedelico tendente al doom, una reincarnazione di Pentagram e Cathedral per la gioia di tutti gli astanti. Il disco d’esordio è in preparazione, se rispecchierà la potenza e la lucidità dei loro live ne vedremo delle belle. Tocca poi agli Zippo far giungere l’atmosfera a temperature assurde. Penalizzati la passata edizione da una posizione scomoda (suonarono nel primo pomeriggio in un Jailbreak semi deserto), i cinque ragazzi di Pescara hanno fatto tesoro di esperienze simili, suonando tantissimo e ovunque, in Italia e all’estero. Già si notava sul prezioso esordio ‘Ode to Maximum’, è lampante ora perché il gruppo è quanto di meglio il nuovo sound stoner possa offrire nel nostro paese. Un suono che si è ispessito e si colora di sfumature possenti, che passano per doom, postcore, psichedelia e progressive rock. Il prossimo album ne darà conferma, tra sciamani e richiami a Carlos Castaneda. A chiudere l’antipasto del venerdì i Doomraiser, ormai una garanzia per chi cerca uno show oscuro e devastante. I brani di ‘Lords of Mercy’ creano atmosfere crude eppure dilatate, poiché i Doomraiser vivono la propria musica come una cerimonia, un rito, un tributo totale alla musica del destino. Cynar, Pinna, Drugo, Valerio e BJ sono affiatati e compatti, uniti da uno spirito cinereo che li anima e gli dona vita e corpo. Nel nome immortale del DOOM.

Sabato 17 è il giorno del festival vero e proprio. Cambio di location, dal Sinister Noise all’Init, che possiede una sala più ampia ed una caratterizzazione molto suggestiva. Si inizia alle 16.30 ma causa ritardi vari non si riesce a godere dei concerti di Black Rainbows (stoner rock acido e distorto nella migliore tradizione di genere) e Winter of Souls (promettente doom band di Bergamo). Ore 18 e sono di scena L’Ira del Baccano. Live incredibile: si parte in sordina perché il loro space doom rock strumentale fatica ad entrarti nelle vene. Appena ci si abitua si inizia a viaggiare su note distorte e fughe magiche. Ed è una goduria. Gli ultimi dieci minuti (il brano in origine ne dura venti…) con ‘Tempus inane flago, requiem spatiumque furori’ ci confermano L’Ira del Baccano come maggiore rivelazione degli ultimi tempi. Rapido cambio di palco e tocca ai Midryasi. Il trio è carico, è affezionato a questa manifestazione (sono stati presenti nelle ultime due edizioni) e i pezzi nuovi uniti a quelli dell’esordio ci vomitano in faccia doom psicotropo alla Pentagram, psichedelia, hard rock grezzo e passionale. Rocco è un gran frontman, Paul ha un tocco alla chitarra non indifferente, Fabio alla batteria pesta come un dannato (con stile eccezionale). La jam finale con i fratelli Doomraiser (per eseguire il doveroso omaggio ai padrini Saint Vitus di ‘Living Backwards’) chiude in bellezza un’esibizione da ricordare con grande affetto. Neanche il tempo di rifiatare ed ecco gli Stöner Kebab. Toscanacci con il gusto per la violenza, ci regalano il miglior concerto della giornata. Melvins, stoner roccioso, sludge, doom, acid rock. Ce n’è per tutti i gusti. Peccato non venga eseguita quella matassa infame chiamata ‘Imber Vulgi’, tuttavia quanto estratto dal primo ep omonimo ed altro convince in pieno. Muccio vince con la sua espressione da psicopatico, i due chitarristi sono quanto di più distante: maglietta di Morbig Angel da una parte; una sorta di Josh Homme che abbraccia la causa degli Eyehategod dall’altra. Se non è eclettismo questo… Altra birra altra corsa ed è il momento (molto atteso) degli El-Thule. Inizio al fulmicotone per il trio di Bergamo, le prime due song sono devastanti, specie ‘Black Mamba’ che ormai è un classico per i tre. Il suono è eccellente, specie chitarra e basso, con Matteo che ha trovato toni e sonorità piene e pastose. Lo show prosegue bene con gli estratti del nuovo ‘Green Magic’, anche se le parti smaccatamente heavy psych si fanno preferire a quelle d’impatto, di chiara derivazione punk hardcore. È uno spettacolo entusiasmante sotto diversi punti di vista, tanto che il pubblico apprezza e richiede a gran voce ‘The Growl’. Purtroppo non c’è tempo perché passa poco e sono di scena The Foreshadowing. Band di Roma che ci perdiamo a causa della fame incombente (cercare una pizzeria in zona è impresa ardua). Però a quanto pare il gothic doom metal del quintetto capitolino (sotto contratto con Candlelight) ha convinto i presenti.
L’ambiente si surriscalda quando giunge l’ora degli headliners. È il turno di La Ira de Dios, trio di Lima (Perù) uscito da poco con il nuovo album ‘Cosmos Kaos Destruccion’. Il loro show è tirato dall’inizio alla fine: tipica foga sudamericana, un heavy rock tinto di space, acidità corrosive e violente fughe. Chino canta e suona la chitarra come un novello Lemmy (l’immaginario è di chiara derivazione Hawkwind/Motorhead), il basso di Carlos viaggia spedito, Enrique è il fulcro della band, batterista pazzesco per groove e precisione. Spesso ci sono momenti di stanca, causa eccessiva staticità della proposta. Ci si eccita invece quando si spinge sull’acceleratore e il gruppo prende a bastonate, come nel caso della doppietta ‘Velocidad’ e ‘Nave Fenix’. Show convincente dunque, che il pubblico apprezza molto.
La sala dell’Init straborda quando i Witchcraft salgono sul palco. Ciò che immediatamente colpisce è la tranquillità della band svedese rispetto all’ultima esibizione cui abbiamo assistito al Roadburn di Tilburg. Allora fredda e concentrata, ora rilassata e briosa. Specie Magnus, tutto smorfie, ringraziamenti e sorrisi. Il quartetto di Örebro propone soprattutto gli estratti dall’ultimo, bellissimo ‘The Alchemist’. L’esecuzione della title track lascia a bocca aperta per perizia tecnica e delicatezza, idem altri colossi quali ‘Hey Doctor’ e ‘Walk Between the Line’. Quando viene riproposta ‘Witchcraft’ dall’esordio omonimo è tripudio, così come gli ‘inni’ di ‘Firewood’ ‘Wooden Cross’ e ‘Queen of Bees’. I Witchcraft hanno classe ed intensità immensi e chiudono questa quarta stagione dello Stoned Hand of Doom nel migliore dei modi. Al 2009 per la prossima scorpacciata.

IN DOOM

Alessandro Zoppo

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