STONED HAND OF DOOM Chapter VI
Jailbreak, Roma

Lo Stoned Hand of Doom è una grande festa. Spesso non ti frega di nulla, ti accontenti di esserci e goderti quei preziosi momenti. Perché ritrovi amici che non vedi da tempo, conosci nuove persone, le ore si dilatano e si comprimono come nei ralenti di un film di Peckinpah. Assapori il vino, ti rinfreschi con la birra, assaggi simpatici zuccherini. Tutto ti è servito. Compresa la musica. Che per questo sesto rendez-vous ritorna al Jailbreak (luogo della memorabile edizione del 2007 con Solace, Colour Haze e Orange Goblin) e soprattutto alla grassa pesantezza, dopo le dilatazioni acide del 2009. Il lavoro di BJ e della sua creatura Wall of Music è supportato a dovere dai vari Garbage Dump, Kick Agency e Sinister Noise. Così possiamo finalmente assistere alla calata italica dello stregone elettrico del Dorset, gli Electric Wizard. Per la prima volta a Roma, per la seconda in Italia in due anni, dopo lo show a 100 gradi dell’Unwound di Padova.


La pioggia non blocca i fedelissimi dello SHOD, anzi, ne cementa e amplifica le sensazioni positive. In realtà il primo giorno, venerdì 14, scorre per inerzia tra saluti, baci & abbracci. Perché prima degli headliner Ufomammut c’è ben poco di esaltante. Ad aprire le danze (macabre) c’è Darsombra, progetto sperimentale di Brian Daniloski. Un uomo e una chitarra, verrebbe da dire. Drone assassina e musica concreta, qualcosa di poco digestibile per gli astanti. Rapido cambio di palco e si assiste allo spettacolo dei Grayceon, strambo trio composto da batteria, chitarra e violoncello. Qualche intuizione felice c’è, qualche riff stimolante pure, tuttavia si annega nella medietà e ad emergere c’è solo il lavoro del batterista, dal tocco preciso e robusto. C’è attesa invece per i Pombagira, duo anglo americano balzato all’attenzione degli appassionati grazie al nuovo disco ‘Black Axis Abraxas’. Il loro set è stringato ed essenziale, sludge doom sulfureo e travolgente, fondato sui riff saturi e malvagi di Pete e penalizzato dalle imprecisioni di Carolyne alla batteria. Il concerto è onesto e scorre via piacevole, è quello che ci piace per una formazione del genere. Altro giro, altra corsa, atro duo. Sono i Jucifer, attesissimi dai fan che li seguono dai tempi di ‘Calling All Cars on the Vegas Strip’ e ‘I Name You Destroyer’, e continuano a farlo nonostante il cambio di rotta dei recenti album, compreso l’ultimo ‘Throned in Blood’. Dalle bizzarre melodie alternative e post noise degli esordi alla pesantezza non sense dei tempi attuali, lo show dei Jucifer è un alternarsi di emozioni: a volte ti senti preso in giro (specie quando partono accelerazioni grezze sulle quali si pone un punto interrogativo), altre ti capita di rimanere ipnotizzato da gorghi psichedelici ultra saturi. Come essere ad un party psicotico. Si apprezza la bellezza rovinata di Amber allo stesso modo del drumming isterico di Edgar, anche se il pollice giù va a chi ha microfonato la sua batteria. È tempo di cambiare aria e beccarsi le ultime gocce di pioggia prima che Eva cavalchi il mammut spaziale e ci introduca al live degli Ufomammut. Il recente ‘Eve’ è riproposto con naturalezza e forza, anche se – specie all’inizio e alla fine, soprattutto per il basso e i piatti della batteria – i suoni sono scadenti. Sorprendono certe intuizioni liquide e al limite del post rock nella proposta del nuovo materiale del gruppo piemontese, apparso in forma e divertito dall’evento. Certo che quando vengono suonati i capolavori del loro miglior esito ‘Snailking’, non ce n’è per nessuno. Si apre un vortice temporale e si naviga senza rotta nel cosmo profondo. Tutti soddisfatti (o quasi) dunque, in attesa che vengano compiuti i riti satanici di Drugula.



Sabato 15 è “il giorno più lungo”. La pioggia non dà tregua creando il doveroso mood plumbeo: si comincia con la pattuglia italiana guidata dal dark doom degli Hands of Horlac e dallo sludge marcio stile Bongzilla dei toscanacci Gum. Ancora Italia con le batoste heavy dark prog degli habituè del festival Midryasi (compreso duetto finale con i fratelli Doomraiser nella cover seminale dei Pentagram di ‘All Your Sins’) e le demoniache atmosfere psycho doom blues degli Stöner Kebab, in assoluto uno dei migliori gruppi nostrani (a questo punto l’attesa per ‘Super Doom’ diventa spasmodica). Ad immergerci nelle oscurità contribuisce anche Mario Di Donato, alias The Black. Roba per appassionati, verrebbe da dire. Non è vero: nonostante la compattezza eccessiva del dark metal anni 80, qui ci sono classe e stile da vendere. Si fa sera e le tenebre calano quando sul palco del Jailbreak salgono i Doomraiser, i quali giocano in casa e ci regalano una delle loro esibizioni più convincenti. I suoni sono pieni e corposi, un wall of sound che annichilisce con un senso: esagerazione col cervello insomma. “Another Black Day” e “Rotten River” sono siluri che inneggiano al doom puro e incontaminato, innervati su una sana dose di psichedelia che l’ingresso in formazione di Willer ha esaltato. “The Age of Christ” è ormai un inno, che prepara ad una nuova canzone eseguita per la prima volta on stage. È il doom, bambina. Prendere o lasciare. Chi ha preso ne ha sicuramente goduto.
Arriviamo verso il gran finale, stanchi e vogliosi. È il turno dei Toner Low, ovvero una delle migliori esibizioni dello Stoned Hand of Doom 2010. Peccato per il risucchio che si è formato sotto i nostri piedi, perché i 50 minuti di spettacolo sono sembrati un tempo proprio esiguo. Di musica del genere saresti capace di starne ad ascoltare ore ed ore. Il trio olandese incarna alla perfezione lo spirito di queste sonorità: prendi i Black Sabbath e li appesantisci a dovere (ovvio…); prendi l’acid rock e lo irrobustisci come non mai (ovvio…); prendi lo stoner rock e ce lo butti dentro (ma che ovvietà!). Il gioco è fatto. L’estetica che prevale è quella della sottrazione. Organizzati come i Toner Low, “less is more” direbbe Ludwig Mies van der Rohe. Ovvero: zero cazzate, basta poco per avere un sound aperto e mefistofelico. I Toner Low sono giganti dell’heavy psych, lo aveva confermato il primo, stupefacente (in tutti i sensi…) disco, lo confermano dal vivo le parti che compongono la mini suite del recente ‘II’. Attendiamo con ansia di rivederli headliner, con almeno un paio d’ore a disposizione. Magari all’aperto. Possibilmente in Olanda. Come accade non appena le immagini di ‘Psychomania’ appaiono sullo schermo alle spalle di Jus Oborn. Ecco gli Electric Wizard in tutto il loro splendore. Partendo dai punti salienti, ci sono immediatamente tre cose da specificare. Innanzitutto i suoni: ottimi. E non è mai facile con chi propone un doom psichedelico che fa della pesantezza e della raffinatezza compositiva i propri punti di forza. Anche le vocals sorprendono, perché presenti e ficcanti come non mai. In secondo luogo, la scelta dei brani: ottima. Non ci sono svisate super dilatate (e viste le recenti improvvisazioni rumoriste eseguite dal vivo, meglio così…). Da “Witchcult Today”, “Satanic Rites of Drugula” e “The Chosen Few” a “Dopethrone”, “We Hate You” e “Funeralopolis”, fino alla delirante “Return Trip”. Infine, l’approccio: ottimo. Jus è sorridente e coinvolto, cosa rara. Liz e Shaun lo seguono da buoni complici, Tas lo assiste silenzioso. C’è un feeling particolare, che rende il pubblico ipnotizzato e rapito da tanta magniloquenza. Peccato non aver potuto assaporare una “Doomantia”, una “The Outsider” o una “Supercoven”. Ma forse sarebbe stato chiedere troppo, sarà per la prossima volta. Tanto il culto dello SHOD continua a crescere…
“Come fanatics, come to the sabbath / thirteen dressed in black are here / screaming, naked our altar / kissed by the whip now satans daughter. Our witchcult grows…”.

Alessandro Zoppo