STONED HAND OF DOOM
Roma – Init Club

La primavera degli eurofestival non risente della crisi, e così mentre il vecchio continente si tinge di metal e psichedelia, pure l’edizione 2012 dello STONED HAND OF DOOM è pronta a fare la sua parte. È l’occasione per riabbracciarsi tra appassionati: un vero e proprio happening per le teste acide della penisola, libere di godersi un’intera giornata di musica fino a tarda notte. Quest’anno il programma ha previsto un solo ospite straniero, quegli Orange Goblin tornati da qualche anno in cima alle vette del proprio genere e freschi di alcune date trionfali. I blasonati inglesi non sono nuovi al pubblico romano, e godono di un inossidabile zoccolo duro che rende i loro show una bolgia infuocata, ai limiti del concerto groove metal. È bene però in questi casi rispettare le regole della cronaca, quindi prima di addentrarci nella narrazione sarà nostro dovere seguire la scansione temporale degli eventi.
La mano del destino ci ha impedito di assistere alle prime due apparizioni del pomeriggio, e dobbiamo perciò affidarci alle orecchie di chi era presente. Le testimonianze riferiscono di due promettenti realtà: i The Wisdoom, che col loro sound tellurico di scuola Electric Wizard hanno fatto breccia negli ascoltatori offrendo una prova degna di menzione, e gli altrettanto ipnotici Caronte che si sono confermati abili nell’eseguire dell’acido doom venato di influenze Danzig/Misfits.

La nostra personale cavalcata comincia laddove udiamo la chiamata della capra. I Black Capricorn in realtà non sono proprio dei newcomers visto che alcuni di loro hanno militato in Black Hole of Hulejra e Alcoholic Alliance Disciples; l’ottimo rifferama e le atmosfere sataniche quanto basta hanno sopperito a un po’ di staticità di fondo. Per il resto i brani ben scritti e la voce profonda del cantante hanno funzionato, lasciando un’impressione favorevole.

A seguire i Funeral Marmoori, una delle sorprese del festival: i fiorentini sono una riuscita sintesi di doom occulto mescolato con riffoni stoner. Sugli scudi brani come “Drunk Messiah” e “Lorenzo Lamas”, e anche la latente ironia ha speziato a dovere la proposta dei musicisti, dando quasi la sensazione di sentire i vecchi Death SS resuscitati dal suono del deserto.

La serata inizia ad arroventarsi, e il palco è tutto per i Gandhi’s Gunn, ormai diventati una macchina stoner schiacciasassi. È proprio nella dimensione live che bisogna gustarsi i genovesi, nella quale esprimono al meglio tutto il loro groove, forti di una solida sezione ritmica che sostiene egregiamente sia la pesante chitarra di Francesco che la voce potente di Hobo. Il calderone di Clutch/COC/Fu Manchu ha funzionato a dovere, facendo scapocciare selvaggiamente il pubblico che dal canto suo ha supportato la band per tutta la durata dello show.

Tocca poi alla nuova incarnazione degli El Thule, ridotti a un duo dopo la partenza di Matteo El Comandante. Viene proposto quasi tutto il nuovo “Zenit”, i cui pezzi citano liberamente Pombagira, Black Cobra e High On Fire permeandoli di un inusuale afflato melodico. Da parte sua Andrea regge bene la scena con instancabile energia e il suo cantato in italiano, anche se la mancanza del basso di Matteo dopo un po’ si è fatta sentire.

A bilanciare il cartellone verso l’heavy polveroso ci hanno pensato quest’anno L’Impero delle Ombre, sorretti da una compatta prova d’assieme e dall’istrionica presenza di Giovanni alla voce. Scorrono le tracce tratte dai due album della formazione salentina, “Divoratori della Notte”, “Compagni di Baal”, “Ghost” e tante altre. Doom progressivo intinto di oscuro metal anni 80, con un classico retrogusto teatrale come è d’obbligo in questi casi, che ha dimostrato di funzionare bene nella psichedelica notte di Roma, apportando la sua dose visionaria.

Sempre più flippati i Doomraiser, ormai in bilico tra l’immaginario orrorifico lovecraftiano di “Mountains of Madness”, il doom tradizionale e ortodosso di “The Age of Christ” e lo space rock abissale che apre una specie di via di fuga verso l’oblio siderale! Si può intuire quale impatto possa avere sul pubblico una miscela del genere, il quale, oltre che a devastarsi i neuroni rimasti, ha trovato tranquillamente la forza di cantare a squarciagola quasi l’intero repertorio di Nicola e soci. In una parola: devastanti.

La festa si è conclusa con il grande show degli Orange Goblin, superiore a quello del Desert Fest di poco tempo fa: Hoare, Turner e Millard sono stati davvero furenti, hanno suonato con passione, feeling e durezza, scatenando una reazione adrenalinica ed entusiastica della folla. Come scritto in altri articoli in passato, ormai il repertorio di Ben e compagni è sufficientemente vario per passare dall’headbanging al pogo, dal bluesaccio lisergico allo stoner d’assalto, dalle folate psych alle atmosfere southern. I nomi delle canzoni ve li risparmio, tranne però quello di “Time Travelling Blues”, song che raramente i londinesi eseguono nei concerti più concitati, un diamante affiorato all’interno di un ottimo spettacolo.

Will we see the sunshine, baby
Will we ride the skies
Will we find tomorrow, baby
Will we travel time

We own the sun, we own the sky
We own tomorrow and we wanna fly…

Roberto Mattei